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venerdì 17 gennaio 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (414)

Giuseppe Leuzzi
Ripercorrendo l’infanzia in Austria negli anni 1950, a Griffen in Carinzia, il Nobel Handke descrive così la vita di paese: “In alcune famiglie capitava, per esempio, che l’unica terrina della casa si usasse di notte come pitale e il giorno dopo per impastare la farina”. La cosa suona inventata – Handke allora, quando ne ha scritto, faceva lo sperimentalista, e quindi doveva épater le bourgeois, scandalizzare. Ma vuole dire la povertà.
La Carinzia, un parte della Carnia, mezzo milione di persone in parte di lingua slovena, è oggi ricca, 38 mila euro il pil pro capite - pari a quello della Lombardia, il più alto in Italia. La povertà, anche l’abiezione, non preclude il benessere. Basta che l’aria sia buona.

“La metamorfosi classica naturalizza, il rito cristiano umanizza”, spiega Carlo Ossola in “Dopo la gloria”. Bisognerebbe spiegarlo ai vescovi urtati dal “paganesimo”: ciò che è pagano e ciò che non lo è – nelle processioni e nei riti in genere. Sanzionabile forse, ma come ignoranza, superstizione, ma umana e cristiana.

In “Comizi d’amore” il film documentario sulle abitudini sessuali degli italiani, girato nel 1962 con la mano sinistra mentre percorreva l’Italia alla ricerca dei luoghi dove ambientare “Il Vangelo secondo Matteo”, Pasolini condanna “la furberia e l’arte degli arrangiarsi”, che dice “l’unica filosofia italiana”. E salva il Sud, in questi termini: “Il Sud è vecchio ma è intatto. Guai alle svergognate, guai ai cornuti, guai a chi non sa ammazzare per onore. Sono leggi di gente povera, ma reale”. Un complimento?

Pasolini ha scritto molto del Sud, ma non che si ricordi. È del Sud come dei suoi viaggi, in Africa, in India, di cui pure ha scritto: niente di interessante. Ma sul Sud non è solo: la materia sfugge. Non per ostilità, da una parte o dall’altra, per incuria, come di uno straccio da cucina. Il Sud è terra incognita, in casa, questo il suo pregio, e da maneggiare senza cura, nessun obbligo.
Nessuno scriverebbe un libro o monterebbe un film sul Friuli, avendoci fatto un giretto. Presumendo di saperlo meglio dei friulani.

Fa senso rivedere su Rai 1 l’avvocato Coppi – impersonato da un attore somigliante, che comunque la scheda del film individua come “Avvocato Coppi” - ne “Il traditore”, il film di Bellocchio su Tommaso Buscetta, demolire la testimonianza, benché fondata, del pentito contro Andreotti. Lo fa in base ai verbali del processo, ed è come se riconoscesse l’accusa fondata, ma non comprovabile. Dovrebbe illustrare l’abilità del controversista, ma è come se si dicesse correo – anche senza colpa.

“La decapitazione sistematica e feroce di tutti i vertici istituzionali. Una terribile ecatombe di politici, magistrati, funzionari di Polizia, ufficiali dei Carabinieri, giornalisti, uomini della società civile”. Così Caselli sintetizza sul “Corriere della sera” “gli anni Settanta-Ottanta”, quando “i corleonesi di Totò Riina puntavano ad una egemonia totalizzante”. E ne trae la conclusione che la politica è infetta e lo Stato pure. O non semmai incapace di reagire? Riina non era Mandrake, e anzi un uomo da poco. Tanti politici furono vittime di Riina per quale motivo allora? Tanti magistrati e poliziotti – lo Stato – pure: per quale motivo?
Caselli sa quello che tutti sanno ma ha il vezzo della propaganda. Pro bono di chi? E poi, vittime dei Riina furono anche donne, più qualche bambino. Con semplici poliziotti e carabinieri, in gran numero.

Emigrazione istruita e d’impresa
Il grosso dell’emigrazione italiana, prevalentemente giovanile, il 18 per cento, è partito nel 2018  dalla Lombardia, che conta dieci milioni di abitanti. La Sicilia e il Veneto, che contano cinque milioni di abitanti per regione, vengono al secondo e terzo posto, con il 10 e il 9 per cento rispettivamente della nuova emigrazione. L’emigrazione non va col reddito ma con l’intraprendenza.
È un’emigrazione per lo più istruita: tre su quattro dei nuovi emigranti hanno il diploma di scuola superiore. Ma non sono grandi numeri, a meno dei rimpatri: mel decennio 1999-2008 sono emigrati 428 mila italiani, e ne sono rimpatriati 380 mila. Ma sono in forte crescita dopo la crisi del 2007-2008: nel decennio successivo le emigrazioni sono quasi raddoppiate, 816 mila, mentre i rimpatri sono perfino diminuiti rispetto al decennio precedente, in tutto 333 mila.
I tassi di emigrazione per l’estero più bassi, in rapporto alla popolazione, sono delle regioni meridionali: Campania, Puglia e Basilicata – 1,3 per mille abitanti. Sicilia e Abruzzo si pongono un gradino più sopra, con un 2,4 per 1.000 abitanti.

Messina, fasti e miseria
Solo notizie meste da alcuni anni, o forse decenni: ruberie e mafie, piccole e meno piccole. Da Messina, città a lungo illustre, e solo illustre, che in Sicilia è – era – un po’ un’eccezione. La storia va così, ondeggia, ha cicli. Ma Messina ha fatto un salto, e non sembra aver toccato il fondo. Vi si raccolse la crociata del 1192, che riunì i regnanti d’Europa. Quattrocentocinquanta anni fa, poco meno, fu la base dove don Giovani d’Austria raccolse le flotte cristiane per la battaglia di Lepanto. Ora è un pontile d’approdo dei ferries da e per il continente.
Il futuro cardinale Bembo, nonché futuro amante di Lucrezia Borgia, il normalizzatore della lingua, dal 1492 al 1494 studiò il greco a Messina, con il famoso ellenista Costantino Lascaris (1434-1493). Vi si recò con l’amico e condiscepolo Angelo Gabriele. Arrivarono a Messina il 4 maggio 1492. Restò per sempre memore del suo soggiorno siciliano, di cui gli rinnovavano il ricordo la corrispondenza con letterati messinesi, fra i quali il Mauricolo (1494-1575) e la presenza del fedelissimo amico e segretario Cola Bruno (1480-1542), che lo aveva seguito e gli stette vicino per tutta la vita. Tornato a Venezia, collaborò con Manuzio per la pubblicazione nel 1495 della grammatica greca di Lascaris, Erotemata, che con Gabriele avevano portato da Messina.
Mark Twain, in crociera nel 1867, arriva alle due di notte allo Stretto di Messina, d’inverno, ma “il chiaro di luna”, scrive, “era così brillante che l’Italia da un lato e la Sicilia dall’altro si vedevano così distintamente come se non fossero separate che dalla larghezza di una strada”. La cittadona oggi informe dei ferries Twain dice fiabesca: “La città di Messina, di un bianco di latte, stellata e scintillante di lampioni, era uno spettacolo fatato”.
Fa grande caso Dumas nelle sue opere più tarde - specialmente ne “I garibaldini”, dove lo ritrova tra i sobborghi marinari (allora) di Messina, dai nomi beneauguranti di Paradiso, Pace, Contemplazione - del capitano Arena, persona e personaggio del suo romanzo di viaggio “Lo speronare”, un messinese, insieme col giovane militare francese esule De Flotte: un siciliano dal “volto buono, sempre sereno, anche nella tempesta”.
Antonello non vi fu fiore solitario – anche se questo non si studia. Commissionò Caravaggio. Ospitò nel Seicento la grande collezione – la più grande probabilmente d’Europa – del principe Ruffo della Scaletta, un calabrese dei conti di Scilla sposato a Messina. I Ruffo furono grandi collezionisti: lasciarono a Scilla, la casa madre, oltre 1.500 tele. Con opere di Raffaello, Tiziano, Veronese, Tintoretto, Rubens, Guido Reni, Mattia Preti, Luca Giordano, Orazio Gentileschi. La collezione fu avviata dal principe Tiberio. Che alla morte lasciò al figlio Guglielmo 650 tele. Alla morte di Guglielmo, nel 1748, la collezione era salita a 1.500 tele. Aveva cominciato don Antonio Ruffo di Bagnara principe di Scaletta – dal nome di un feudo messinese della moglie. Committente tra i tanti di Rembrandt e Artemisia Gentileschi, che protesse alla triste fine. Collezionista di Rubens, Bruegel, Mattia Preti, Poussin, Borgognone, Salvator Rosa.
La città è stata luogo privilegiato delle lettere. Eco forse delle prime Crociate, alcune partirono dal suo porto anche prima del 1192, e dei poemi che le accompagnarono. A partire da Boccaccio, con la novella “Lisabetta da Messina”. Con ripetuti riferimenti di Bandello e Shakespeare. Anche di Molière. In un apologo Diderot elogia “un calzolaio di Messina”, che del laboratorio fa corte di giustizia. Schiller ha una “Sposa di Messina”. Vittorini “Le donne di Messina”. Fino all’“Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo, 1975 – qui finisce la storia.
“Eufemio da Messina” è opera – una tragedia – di Silvio Pellico prima della prigione: Eufemio, turmarca della flotta bizantina, accusato per gelosia di avere sposato una monaca, si ribella e finisce dal sultano di Tunisi. Nietzsche ha “Gli idilli di Messina”. Nietzsche a un certo punto s’imbarcò a Genova, come Colombo proclamandosi Liberator Generis Humanorum, su un cargo per Messina, dove sbarcò in barella, mezzo morto, per decretarla, come già Sorrento e poi Roma, sua città ideale: “Questa Messina è proprio fatta per me”.
È “patria dei barbieri” per Soldati, della rasatura a mano libera. Più spesso torna nella letteratura tedesca, Schiller appunto, Goethe, Jünger, Lenz, etc.: per essere stata forse patria di Evemero, per il quale gli uomini sono dei, o luogo di raccolta di crociate e flotte, che sempre portò buono ai cristiani, o perché si pronuncia facile. Per molti era toponimo succedaneo, per chi andava a Taormina, per i quadri viventi di von Gloeden, e non aveva ha il coraggio.
Fu l’ultima ad arrendersi ai Savoia, dopo Gaeta, il 13 marzo 1861. Ma era stata la prima a sollevarsi nel 1848. Emerson ricorda che “in un giorno di pioggia tutte le vie si accesero di ombrelli rossi”. Era stata la città che per prima aveva chiesto la Costituzione nel ’48, finendo per dare il nome al Re Bomba, Ferdinando II delle Due Sicilie, che la distrusse per due terzi, raccapricciando l’Europa.
Pascoli, che ci abitò con la sorella Mariù, per segnarvi all’università. ne mantenne ricordo ottimo: “Io ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita”, scriverà qualche anno dopo, il 10 luglio 1910 a Ludovico Fulci – deputato radicale di Messina per vent’anni, mazziniano, docente di Diritto Penale.
De Amicis vi iniziò la breve carriera militare, sottotenente. Oltre a Pascoli, è Debenedetti, altri letterati insigni vi hanno professato: Giuseppe Renzi, Concetto Marchesi  Eugenio Donadoni, Giuseppe Cocchiara, l’etnologo dietro le “Fiabe italiane” di Calvino, Maria Luisa Spaziani.
Nietzsche a Messina, dopo il mal di mare, nel lungo viaggio da Genova su un mercantile a vela di cui era il solo passeggero, doveva passarci la vita o almeno un anno. Resistette solo pochi giorni, tre settimane esatte, dal 30 marzo al 21 aprile 1982, ma bastanti per comporre “Gli idilli di Messina”. Se ne allontanò avvilito dallo scirocco, ma qualche settimana dopo, l’8 maggio, da Locarno scriverà a Rée: “Ancora scirocco intorno a me, il mio grande amico, anche in senso metaforico; ma alla fine penso sempre: senza lo scirocco sarei a Messina”.
Pochi mesi prima della morte, nell’inverno 1881-1882, Wagner aveva risieduto a Palermo, con Cosima e le figlie, mentre componeva il “Parsifal” - una cui prima stesura avrebbe debuttato a Bayreuth in estate. Finito il soggiorno, passò da Messina, negli stessi giorni in cui c’era Nietzsche. Arrivò l’11 aprile, preceduto da un annuncio sulla “Gazzetta di Messina”. Ci passò due notti. Passeggiò per la città, visitando il Duomo. Mentre Cosima e le figlie visitavano il monastero di san Gregorio per il polittico di Antonello – secondo Paul Rée “la seconda figlia (Blandine?) si sarebbe fidanzata con un conte siciliano”. Che faceva Nietzsche in quei giorni, nell’albergo in piazza Duomo dove era sceso, dove sicuramente ci sarà stata eccitazione per la visita del compositore molto illustre? Non si sa. Ma dieci giorni dopo lasciò la “città del destino”: è stato lo sciocco oppure Wagner invadente di chiara fama ad allontanarlo?
Curioso è anche che la guida alla Sicilia del console tedesco a Messina, August Scheneegans, che onorò Wagner al passaggio, faccia posto, luogo per luogo, alle citazioni o altre forme di interesse di autori tedeschi, e per Messina si limiti a citare Goethe (“Nausicaa” nel “Viaggio in Italia”) e Schiller (“La sposa di Messina”), ma non l’autore degli “Idilli”, che pure era stato in città nel suo consolato. Messina non era la città del destino, Nietzsche stesso lo confessa alla partenza. Scrivendo a Gast ai primi di marzo lo spiega senza lo scirocco: Nausicaa lo attira, “un idillio con le danze e tutto lo splendore meridionale di quelli che vivono al mare”, ma “alla fine del mese vado alla fine del mondo: se lei sapesse dov’è!”.
Il “larario” di Heius a Messina, attesta Cicerone, la collezione domestica di immagini votive, aveva un Cupido di Prassitele, un Ercole di Mirone, e due Cnephorae, le “portatrici di cesto” (dell’abbondanza) nelle processioni greche. Messina ebbe anche una delle prime università italiane. È messinese Giuseppe Sergi, fine folklorista (1841-1936), cui si deve la scoperta che gli europei in blocco vengono dall’Abissinia. Giunti in Europa, presero due direzioni, il Nord baltico e il Sud mediterraneo. Quelli del Sud, dice Sergi, “per parecchio tempo dovemmo difenderci dai barbari ariani”. L’ultimo guizzo ha avuto con Stefano D’Arrigo, negli anni della signora Carlyle. Successivamente Ceronetti diventò “corrispondente dal Piemonte” della “Gazzetta del Sud”, il giornale di Messina, per il quale ventenne si spacciò per giovane antropologo, discepolo o parente di Lévi-Strauss – “non mi credettero, ma feci lo stesso molte corrispondenze”.
Ma qualcosa era nell’aria. “Vista dal ferry boat che attraversa lo Stretto dal continente, Messina appare una piccola città portuale ragionevolmente prospera, con alcuni grandi moderni palazzi di uffici, soprattutto banche, sul lungomare, e con ville graziose di media grandezza distribuite sulle colline dietro la città. L’impressione è falsa. Messina è di fatto una città morta”. È la silhouette che della città disegna Margaret Carlyle, “The Awakening of Southern Italy”, 1962. Avendoci vissuto in quegli anni per fare le scuole, non si può che testimoniarlo: era città gradevole. Che fosse morta però non si vedeva. Sarà accertato qualche anno dopo, quando la città e la gloriosa università riusciranno anche a imbruttirsi, nello squallore. La storia come freccia può andare al rovescio.

leuzzi@antiit.eu

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