Giuseppe Leuzzi
Muore a Castellace Salvatore Rugolo, detto Ninì. La partecipazione di lutto elenca, tra moglie, generi, nuore e cognati, tutte le famiglie che contano nel paese: Mammoliti, Romeo, Violi, Luppino, Alvaro, oltre ai fratelli. Poi dice che la mafia si nasconde, e che c’è l’omertà.
Vincenzo Prestigiacomo fa la storia dei rapimenti di persona nella Palermo della belle époque, la Palermo dei Florio e degli Ingham-Whitaker nell’ultimo decennio dell’Ottocento (“Vita mondana e Mano Nera nella Palermo della Belle Époque”, Nuova Ipsa Editore). A undici anni Audrey Whitaker viene rapita mentre fa una passeggiata a cavallo, alla vigilia di una grande festa che la famiglia prepara per un barone Rothschild in visita. Una richiesta si riscatto sgrammaticata viene recapitata al padre Joss. Che in tutta solitudine, senza dire nulla a nessuno, paga e libera la figlia. La polizia ne viene a sapere qualcosa dalla banca, ma la famiglia Whitaker nega tutto. Omertà, direbbe la sociologia dei carabinieri. E invece è solo autoprotezione.
Tano Gullo, presentando il libro di Prestigiacomo nell’edizione palermitana di “Repubblica”, fa delle estorsioni, rapimenti di persona compresi, una sorta di partita tra ricchi e poveri. C’è sempre l’equivoco della mafia giustiziera, l’invidia sociale fa premio anche tra gli abbienti.
I poveri delle estorsioni sono guidati da “don” Vito Cascio Ferro, un delinquente incredibile, tanto era protetto.
Pietro Ciucci, il presidente dell’Anas, e con lui il ministro Matteoli, dicono che i lavori sulla Salerno-Reggio Calabria possono essere completati nel 2013. Mentre sanno che su due tratte di alti viadotti e lunghe gallerie, i quaranta km da Padula a Lauria e i venti da Palmi a Scilla, si lavora a ritmo ridotto. E che un centinaio di km ancora vanno appaltati, di cui una trentina di viadotti e gallerie tra Lauria e Frascineto.
Ciucci dice anche che i lavori non vanno avanti per gli attentati, oltre duecento. Non erano trecento? E sono tutti nell’ultimo anno, o nei tredici anni di lenta lavorazione della strada? Sono nei tredici anni. E sono stati devastanti o di poco conto? Di poco conto. I carabinieri hanno arrestato gli autori, noti?
Ci sono in Calabria quattromila posti barca, secondo l’Unione nazionale armatori da diporto. E ci sono dodicimila barche che non trovano ormeggio nei porti turistici attrezzati. La barca è un bene, per come è inteso in Italia, da milionari. Ma non ci sono sedicimila milionari in Calabria. Non che si vedano.
In Campania i posti barca disponibili sono undicimila. A fronte di una domanda che è 5,3 volte questa disponibilità.
“Pizzo, 50 assenti su 95” al Comune, titola la “Gazzetta del Sud”, sette dei quali i carabinieri hanno arrestato per assenze reiterate. Pizzo, comune di novemila abitanti, ha 95 dipendenti comunali.
Antimafia
Saviano fa un panegirico di Falcone nella trasmissione di Fazio “Vieni via con me”, denunciando il linciaggio deliberato di cui il giudice fu vittima. Che la Rai, e Fazio, facciano ammenda (il linciaggio più costante fu perpetrato all’epoca da Santoro) è da apprezzare, benché dopo diciott’anni. Ma Saviano evita di dire chi isolò il giudice con la calunnia e lo additò ai suo assassini. Ascoltandolo, sembra sia stato Berlusconi, che all’epoca non c’era.
I lettori di questo sito ricorderanno chi è stato: http://www.antiit.com/2010/05/la-vera-storia-di-giovanni-falcone.html
Lo stesso Saviano ridicolizza nella stessa nobile trasmissione progressista i suoi concittadini del casertano, insinuando che non sanno cosa sono i cotton fioc e i boxer, anzi nemmeno gli zainetti e le biciclette. Che, quando pensano, si dicono roba da gay. Ma allora sanno cosa sono i gay? Saviano, ancora uno sforzo!
Nicola Mancino, ministro dell’Interno al tempo del “papello” dei Ciancimino, spiega in Tribunale a Palermo lunedì 8 novembre che non c’è mai stat nessuna trattativa fra lo Stato e la mafia, e che nessuno gliene ha mai accennato. Parla non da democristiano ma in termini convinti e convincenti. Ma su “Corriere della sera”, “Repubblica”. “Stampa” e “Messaggero” non c’è spazio per lui, nemmeno una breve. Ciancimino jr. è, con Spatuzza, migliore, più interessante, più affidabile dell’ex ministro, poiché coinvolge, con Spatuzza, Berlusconi: sono insieme un duo molto più efficace, affidabile, eccetera, delle due o tre puttane di Berlusconi. Ma l’antimafia?
Va su tutti i giornali invece il giovane Ciancimino, denunciante non pentito, il quale garantisce che quarant’anni fa suo padre incontrò Berlusconi per investire su Milano 2. Quando suo padre non era ancora mafioso riconosciuto e Berlusconi era un immobiliarista. Non è informazione: è tecnicamente image building, la costruzione voluta, guidata, segreta, di Ciancimino jr. A fini di giustizia certamente no. Forse contro Berlusconi. Ma l’antimafia?
È possibile che Ciancimino padre abbia parlato quarant’anni fa anche con Carlo De Benedetti. Anzi, è più che probabile: i due, Berlusconi e De Benedetti, facevano affari nei primi anni Settanta, su e giù per l’Italia, con l’acquisto e la vendita di aree e immobili, è così che hanno fatto i soldi. Ma Ciancimino jr. non lo ricorda, l’antimafia è selettiva.
Calabria
Nove dei dieci nomi più diffusi nelle Pagine Bianche di Reggio Calabria e la sua provincia sono, secondo l’annuario telefonico del 2009, greci - il decimo è l'arabo Morabito:
Romeo 1.676
Morabito 913
Tripodi 766
Foti 600
Laganà 567
Marino 496
Surace 491
Calabrò 460
Macrì 449
Crea 430
Seguono con centinaia di entrate, a un’occhiata all’annuario: Siclari, Scopelliti, Polimeni (Polimeno), Tripodi, Surace (Suraci, Sorace), Spanò, Pellicanò, Vadalà, Zappia, Tripepi, Sìdari, Saccà, Meduri, Sorgonà…
Dopo Morabito vengono tanti Saraceno.
Il mare può unire e non dividere. È sicuramente il caso dello Ionio, dalle antiche migrazioni verso quella che sarà la Magna Grecia, il Salento e la Calabria, agli sbarchi dei disperati di oggi. Distintamente ionica è peraltro, oltre che una lettura (una “lingua”) dell’antico greco, la forma mentis tra le due rive del mare. La curiosità mite, nello sguardo chiaro, sotto la parlata brusca. E l’uso della strada. Dal ragazzo che andando in moto si gira per osservarvi meglio, ai due che si appaiano in moto per poter parlare mentre vanno. E soprattutto alla macchina ferma in mezzo alla strada perché il conducente ha urgenza di parlare con qualcuno che sta sul ciglio. Ma nello Ionio greco il sorpasso è facilitato: da Igumenitsa a Patrasso e a capo Matapan non c’è conducente che non si metta sul ciglio esterno della strada per facilitare il sorpasso. Mentre in Calabria il sorpasso è una sfida: il conducente del mezzo più lento si metterà in mezzo alla strada, se suonate o lampeggiate rallenterà ancora di più per farvi dispetto, e se lo appaiate all’improvviso accelererà per farvi desistere.
Nella “Dorotea” di Lope de Vega è “la patria del hombre màs infame”, cioè di Giuda. Non si dice perché, ma la fama era stata già definita nel 1635.
Nei “Saggi sulla letteratura italiana del Seicento”, Benedetto Croce rileva che in quegli anni il calabrese era diventato “il bersaglio di una satira mordace”.
Casanova, che fu ragazzo a scuola dal vescovo di Martirano, ora in provincia di Vibo Valentia, nelle memorie ne parla male: non domandate a chi incontrate il paese dove è nato, dice, “giacché, se questi è normanno o calabrese, deve, se ve lo dice, chiedervi scusa”. La Calabria essendo stata per un paio di secoli anche normanna è doppiamente colpevole?
Nel libro “Cuore” c’è “Il ragazzo calabrese”. È il quarto episodio del libro, e poi De Amicis se lo dimentica. Gli serve per cementare l’unità d’Italia, il ragazzo calabrese abbracciato dai suoi compagni in un scuola piemontese.
“La donna è il personaggio più importante e più autentico della Calabria. È anche il lusso di una natura scabra, immiserita dagli uomini”. Lo scrive Corrado Alvaro nell'"Ultimo diario", sessanta, settant'anni fa. In base all'esperienza di trenta, quarant'anni prima. Ma il pregiudizio è sempre prevalente
I carabinieri di Roma trovano a Gioia Tauro un container brasiliano con dieci quintali di cocaina. Il riflesso condizionato vuole il porto di Gioia il porto dei mafiosi. Ma la verità è che a Gioia la coca e le armi illegali si scoprono, sia pure grazie a dritte britanniche, a Rotterdam e Porto Said, altri porti di trasbordo per l’Europa, no.
leuzzi@antiit.eu
lunedì 15 novembre 2010
I morti non contano, la mafia è il terzo livello
Pasquale Inzitari, condannato in primo grado a cinque anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ha creato una Fondazione Francesco Maria Inzitari, dal nome del figlio morto diciottenne. La ragione sociale della Fondazione è “diffondere l’etica della legalità e del vivere civile, in opposizione alla violenza delle organizzazioni criminali”. Sabato 13 novembre la Fondazione ha presentato un progetto di Scuola della legalità, per la diffusione dei temi antimafiosi nelle scuole. Alla presentazione ha partecipato il Procuratore aggiunto dell’Antimafia di Reggio Calabria, Michele Prestipino.
Francesco Maria Inzitari è stato ucciso il 5 dicembre 2009 da due killer con dieci colpi di pistola, mentre si recava a una festa di compleanno di compagni di scuola. Un anno e mezzo prima, il 26 aprile 2007, il cognato di Pasquale Inzitari, Nino Princi, fratello della moglie Maria, era stato ucciso in un altro agguato con un’autobomba. Fra le due morti i carabinieri hanno perseguito e fatto condannare Pasquale Inzitari per associazione mafiosa. Ma chi sono gli assassini di Nino Princi e Francesco Maria Inzitari non si sa e nessuno cerca di saperlo.
Pasquale Inzitari può essere un mafioso di complemento, come dice la sentenza di primo grado. È stato vicesindaco al suo paese in una giunta sciolta nel 2000 per infiltrazioni mafiose. Consigliere provinciale a Reggio Calabria per l’Udeur di Clemente Mastella, e candidato non eletto alle politiche del 2006, è stato fotografato dai carabinieri a Villa San Giovanni, a un convegno elettorale in albergo con capicosche mafiosi. Che abbia creato una fondazione per la legalità in memoria del figlio assassinato può non voler dire nulla: anche Francesco Nuzzo, l’ex sindaco di Castel Volturno arrestato oggi per associazione con la camorra, organizzava cortei per la legalità – e per di più è magistrato, sostituto procuratore generale a Brescia, e Democratico, dunque al di sopra di ogni sospetto. Può essere ininfluente anche la partecipazione ai lavori della Fondazione della Procura antimafia di Reggio Calabria, una distrazione. Però. Al processo d’appello, il Pubblico ministero ha chiesto la conferma della condanna per Inzitari. Ma ha chiesto anche l’assoluzione per Domenico Rugolo, cui Inzitari sarebbe stato associato criminalmente, che invece in primo grado era stato condannato a una pena doppia - Rugolo è il suocero di Nino Princi, il cognato di Pasquale Inzitari fatto saltare con la macchina.
In alternativa, si può pensare Inzitari il solito politico Udeur vittima della caccia alle streghe scatenata in Calabria dal notorio magistrato napoletano De Magistris. E infine si può pensarlo un politico-imprenditore di successo che non ha pagato il pizzo, o non l’ha pagato a chi “doveva”, o non ha pagato a sufficienza. Questa terza ipotesi è certa, gli Inzitari sono vittime di mafia, le altre due sono dubbie.
Gli Inzitari sono di Rizziconi, un piccolo paese di vasta imprenditoria, agricola e commerciale, il cui territorio insiste sull’area industriale e commerciale di Gioia Tauro, lungo la (ex) statale 111 Gioia Tauro-Locri. È in questa enclave che hanno creato nel 2007 il centro commerciale Porto degli Ulivi, subito diventato il punto di riferimento della ricca piana di Gioia Tauro, un bacino di circa duecentomila persone. un paese di molte iniziative agricole e commerciali. Pasquale è un politico oggi cinquantenne, Maria Princi un’imprenditrice del settore commerciale (abbigliamento, elettronica). Nino Princi, ritenuto la mente finanziaria della famiglia, era un uomo d’affari molto attivo, sempre in qualche compravendita (d’immobili, terreni, società, banche, quote azionarie, e squadre di calcio, per ultimo il Catanzaro, per “produrre” perdite). In questo giro rientra anche il Porto degli Ulivi, che ha avuto immediato successo ed è stato rivenduto al Credit Suisse per undici milioni – con una plusvalenza di almeno 3, e forse 5, milioni. Imparentato da un trentennio con Domenico Rugolo, prima condannato come capomafia e ora assolto, di cui aveva sposato la figlia Grazia, aveva trascinato anche il suocero nella sua vorticosa finanza: banche popolari, compravendite d’immobili e terreni. Ma nei limiti della legge, almeno che si sappia.
Nel processo a Inzitari e Rugolo si sostiene che il primo aveva bisogno del secondo per “contrastare l’invadenza” della cosca Crea, che nella geografia criminale controlla la zona di Rizziconi. Ma si sostiene anche che gli Inzitari sono associati alla cosca Crea – per questo lui è stato condannato. Sarebbe stato Inzitari, vice-sindaco nella giunta sciolta nel 2000 per infiltrazioni mafiose, a mutare la destinazione d’uso da zona agricola a industriale dell’enclave in territorio di Gioia Tauro, e quindi ad acquistare i terreni. Che appartenevano ai Crea, ai quali li ha pagati secondo la nuova destinazione, a prezzo maggiorato. Né Rugolo si può mettere in dissidio con i Crea, dato che nello stesso processo si dice che Domenico Rugolo ha cercato d’evitare l’arresto al vecchio Crea, il capocosca Teodoro, in una retata dei carabinieri, portandoselo via sulle spalle - Crea è disabile. Si dà inoltre per scontato che i Crea di Rizziconi sono alleati dei capicosca di Gioia Tauro, i Piromalli e i Mulé. E questa è l’unica circostanza nella vicenda in cui le mafie di Gioia Tauro sono nominate. Per il resto sono inesistenti. Sono, come già il capomafia Provenzano, confidenti?
È uno dei (pochi, pochissimi) misteri della mafia a Gioia Tauro, dove peraltro si paga “tranquillamente” il pizzo anche per un gelato, e forse per uno sbadiglio. Vista da fuori, la vicenda è una ritorsione di Gioia Tauro contro questa famiglia rizziconese di successo, che non pagava, o non pagava abbastanza. I carabinieri credono il contrario, che gli Inzitari-Princi siano mafiosi, siano entrati in una guerra di mafia con i capicosca di Rizziconi, i Crea, e siano perdenti. E sarà. Ma i delitti, chi li ha commessi?
Resta che non si possono dire i carabinieri schierati per i mafiosi di Gioia Tauro o di Rizziconi contro i mafiosi Inzitari - ammesso che gli Inzitari siano mafiosi, come i carabinieri vogliono. Ma si capisce perché della mafia non si viene a capo: per un secolo e oltre i carabinieri si sono rifatti delle mafie con i soliti ignoti (ladri, imbroglioni, contrabbandieri, ubriaconi), da alcuni decenni col terzo livello. Mentre si può uccidere liberamente: c’è in questi paesi gente che ha perpetrato liberamente diecine di assassini, cioè pubblicamente, e circola indisturbata.
Il terzo livello implica che si controllino minutamente le persone che non delinquono. Per vedere se non abbiano incontrato questi liberi killer al bar, o non abbiano scambiato con loro un saluto per strada, magari solo in risposta, e negare loro il porto d’armi, e possibilmente la patente, in attesa di un processone per concorso esterno a cui accomunarli. Ciò naturalmente monopolizza tutte le energie investigative.
Francesco Maria Inzitari è stato ucciso il 5 dicembre 2009 da due killer con dieci colpi di pistola, mentre si recava a una festa di compleanno di compagni di scuola. Un anno e mezzo prima, il 26 aprile 2007, il cognato di Pasquale Inzitari, Nino Princi, fratello della moglie Maria, era stato ucciso in un altro agguato con un’autobomba. Fra le due morti i carabinieri hanno perseguito e fatto condannare Pasquale Inzitari per associazione mafiosa. Ma chi sono gli assassini di Nino Princi e Francesco Maria Inzitari non si sa e nessuno cerca di saperlo.
Pasquale Inzitari può essere un mafioso di complemento, come dice la sentenza di primo grado. È stato vicesindaco al suo paese in una giunta sciolta nel 2000 per infiltrazioni mafiose. Consigliere provinciale a Reggio Calabria per l’Udeur di Clemente Mastella, e candidato non eletto alle politiche del 2006, è stato fotografato dai carabinieri a Villa San Giovanni, a un convegno elettorale in albergo con capicosche mafiosi. Che abbia creato una fondazione per la legalità in memoria del figlio assassinato può non voler dire nulla: anche Francesco Nuzzo, l’ex sindaco di Castel Volturno arrestato oggi per associazione con la camorra, organizzava cortei per la legalità – e per di più è magistrato, sostituto procuratore generale a Brescia, e Democratico, dunque al di sopra di ogni sospetto. Può essere ininfluente anche la partecipazione ai lavori della Fondazione della Procura antimafia di Reggio Calabria, una distrazione. Però. Al processo d’appello, il Pubblico ministero ha chiesto la conferma della condanna per Inzitari. Ma ha chiesto anche l’assoluzione per Domenico Rugolo, cui Inzitari sarebbe stato associato criminalmente, che invece in primo grado era stato condannato a una pena doppia - Rugolo è il suocero di Nino Princi, il cognato di Pasquale Inzitari fatto saltare con la macchina.
In alternativa, si può pensare Inzitari il solito politico Udeur vittima della caccia alle streghe scatenata in Calabria dal notorio magistrato napoletano De Magistris. E infine si può pensarlo un politico-imprenditore di successo che non ha pagato il pizzo, o non l’ha pagato a chi “doveva”, o non ha pagato a sufficienza. Questa terza ipotesi è certa, gli Inzitari sono vittime di mafia, le altre due sono dubbie.
Gli Inzitari sono di Rizziconi, un piccolo paese di vasta imprenditoria, agricola e commerciale, il cui territorio insiste sull’area industriale e commerciale di Gioia Tauro, lungo la (ex) statale 111 Gioia Tauro-Locri. È in questa enclave che hanno creato nel 2007 il centro commerciale Porto degli Ulivi, subito diventato il punto di riferimento della ricca piana di Gioia Tauro, un bacino di circa duecentomila persone. un paese di molte iniziative agricole e commerciali. Pasquale è un politico oggi cinquantenne, Maria Princi un’imprenditrice del settore commerciale (abbigliamento, elettronica). Nino Princi, ritenuto la mente finanziaria della famiglia, era un uomo d’affari molto attivo, sempre in qualche compravendita (d’immobili, terreni, società, banche, quote azionarie, e squadre di calcio, per ultimo il Catanzaro, per “produrre” perdite). In questo giro rientra anche il Porto degli Ulivi, che ha avuto immediato successo ed è stato rivenduto al Credit Suisse per undici milioni – con una plusvalenza di almeno 3, e forse 5, milioni. Imparentato da un trentennio con Domenico Rugolo, prima condannato come capomafia e ora assolto, di cui aveva sposato la figlia Grazia, aveva trascinato anche il suocero nella sua vorticosa finanza: banche popolari, compravendite d’immobili e terreni. Ma nei limiti della legge, almeno che si sappia.
Nel processo a Inzitari e Rugolo si sostiene che il primo aveva bisogno del secondo per “contrastare l’invadenza” della cosca Crea, che nella geografia criminale controlla la zona di Rizziconi. Ma si sostiene anche che gli Inzitari sono associati alla cosca Crea – per questo lui è stato condannato. Sarebbe stato Inzitari, vice-sindaco nella giunta sciolta nel 2000 per infiltrazioni mafiose, a mutare la destinazione d’uso da zona agricola a industriale dell’enclave in territorio di Gioia Tauro, e quindi ad acquistare i terreni. Che appartenevano ai Crea, ai quali li ha pagati secondo la nuova destinazione, a prezzo maggiorato. Né Rugolo si può mettere in dissidio con i Crea, dato che nello stesso processo si dice che Domenico Rugolo ha cercato d’evitare l’arresto al vecchio Crea, il capocosca Teodoro, in una retata dei carabinieri, portandoselo via sulle spalle - Crea è disabile. Si dà inoltre per scontato che i Crea di Rizziconi sono alleati dei capicosca di Gioia Tauro, i Piromalli e i Mulé. E questa è l’unica circostanza nella vicenda in cui le mafie di Gioia Tauro sono nominate. Per il resto sono inesistenti. Sono, come già il capomafia Provenzano, confidenti?
È uno dei (pochi, pochissimi) misteri della mafia a Gioia Tauro, dove peraltro si paga “tranquillamente” il pizzo anche per un gelato, e forse per uno sbadiglio. Vista da fuori, la vicenda è una ritorsione di Gioia Tauro contro questa famiglia rizziconese di successo, che non pagava, o non pagava abbastanza. I carabinieri credono il contrario, che gli Inzitari-Princi siano mafiosi, siano entrati in una guerra di mafia con i capicosca di Rizziconi, i Crea, e siano perdenti. E sarà. Ma i delitti, chi li ha commessi?
Resta che non si possono dire i carabinieri schierati per i mafiosi di Gioia Tauro o di Rizziconi contro i mafiosi Inzitari - ammesso che gli Inzitari siano mafiosi, come i carabinieri vogliono. Ma si capisce perché della mafia non si viene a capo: per un secolo e oltre i carabinieri si sono rifatti delle mafie con i soliti ignoti (ladri, imbroglioni, contrabbandieri, ubriaconi), da alcuni decenni col terzo livello. Mentre si può uccidere liberamente: c’è in questi paesi gente che ha perpetrato liberamente diecine di assassini, cioè pubblicamente, e circola indisturbata.
Il terzo livello implica che si controllino minutamente le persone che non delinquono. Per vedere se non abbiano incontrato questi liberi killer al bar, o non abbiano scambiato con loro un saluto per strada, magari solo in risposta, e negare loro il porto d’armi, e possibilmente la patente, in attesa di un processone per concorso esterno a cui accomunarli. Ciò naturalmente monopolizza tutte le energie investigative.
sabato 13 novembre 2010
Londra e Parigi alleate per tagliare la spesa militare
Sarkozy e Cameron si sono garantiti contro le proteste per i tagli che faranno alle spese militari, specie alla marina e al nucleare, e nulla più. A parte questo sottinteso sono solo un gesto, non nuovo, i trattati per la cooperazione nella difesa firmati a Londra martedì. Firmati con enfasi, e presentati ai media con spreco di richiami a Waterloo e poi all’Entente e all’Alleanza, con l’inevitabile “fine di mille anni di guerra civile europea”, sono la constatazione di due debolezze. A fronte delle quali propongono soluzioni inattuabili.
I due governi partono dal presupposto che i loro bilanci militari sono il 45 per cento di tutta la spesa per la difesa dell’Unione europea. Il che è vero. E dall’esigenza, altrettanto reale, di ridurre le spese militari. Anche perché, altra ovvietà, il mondo è cambiato, molto rapidamente, e molto radicalmente da quando i due paesi erano delle potenze, delle potenze reali con interessi globali. Oggi tutta l’Europa nell’insieme è un giocatore di poco peso, e anzi un gregario, nell’arena internazionale: nel Medio Oriente, in Afghanistan, in Iran, in Africa, e negli stessi rapporti con la Russia, per quanto riguarda l’Ucraina, la Cecenia, l’Ossezia e il Caucaso nell’insieme. L’abbandono da parte europea di ogni ambizione di politica estera e della difesa comune è stato plateale l’anno scorso con la scelta della baronessa Ashton a rappresentarla, al posto dei tanti candidati di buona consistenza politica, tra essi d’Alema – una scelta dopo la quale non si è mai più sentito parlare di politica estera e militare europea.
I trattati anglo-francesi di Londra sono una constatazione delle reciproche debolezze, e in questo punto hanno un senso. La relazione speciale di Londra con gli Usa, di cui ancora Tony Blair s’illudeva, si è dimostrata vuota in Iraq e in Afghanistan: la Gran Bretagna è per gli Usa una provincia del mondo come tutte le altre. La Francia, non da ora, ha constatato che le possibilità di una difesa comune europea sono zero, tutti i progetti sono abortiti, benché spesso accompagnati da impegni e perfino trattati. Già da oltre un anno un anno fa ha voluto che le forze armate francesi reintegrassero dopo 43 anni il dispositivo militare della Nato.
I trattati potranno portare al risparmio di un po’ di combustibile. L’intento di coordinare le rispettive marine in modo da tenere in mare solo una portaerei a volta sembra realizzabile. E così l’unificazione dei test nucleari in un’unica struttura. Anche perché non ci sono test nucleari in vista. Gli apparati relativi all’armamento nucleare potranno però essere dimezzati. Meno realizzabile invece l’impegno alla creazione di brigate comuni, specie per gli interventi “umanitari” fuori dell’Europa: non ci sarà mai un soldato inglese agli ordini di un francese, caporale o generale, e viceversa. Queste brigate dovevano essere costituite già in base agli accordi di Saint-Malo, i trattati fotocopia di quelli di Londra firmati nel 1998 da Blair con Chirac (http://www.antiit.com/2008/11/la-guerra-umanitaria-leuropa-senza.html). In vista di una forza europea di pronto intervento, è vero, di cui si è perfino parlato poco.
I due governi partono dal presupposto che i loro bilanci militari sono il 45 per cento di tutta la spesa per la difesa dell’Unione europea. Il che è vero. E dall’esigenza, altrettanto reale, di ridurre le spese militari. Anche perché, altra ovvietà, il mondo è cambiato, molto rapidamente, e molto radicalmente da quando i due paesi erano delle potenze, delle potenze reali con interessi globali. Oggi tutta l’Europa nell’insieme è un giocatore di poco peso, e anzi un gregario, nell’arena internazionale: nel Medio Oriente, in Afghanistan, in Iran, in Africa, e negli stessi rapporti con la Russia, per quanto riguarda l’Ucraina, la Cecenia, l’Ossezia e il Caucaso nell’insieme. L’abbandono da parte europea di ogni ambizione di politica estera e della difesa comune è stato plateale l’anno scorso con la scelta della baronessa Ashton a rappresentarla, al posto dei tanti candidati di buona consistenza politica, tra essi d’Alema – una scelta dopo la quale non si è mai più sentito parlare di politica estera e militare europea.
I trattati anglo-francesi di Londra sono una constatazione delle reciproche debolezze, e in questo punto hanno un senso. La relazione speciale di Londra con gli Usa, di cui ancora Tony Blair s’illudeva, si è dimostrata vuota in Iraq e in Afghanistan: la Gran Bretagna è per gli Usa una provincia del mondo come tutte le altre. La Francia, non da ora, ha constatato che le possibilità di una difesa comune europea sono zero, tutti i progetti sono abortiti, benché spesso accompagnati da impegni e perfino trattati. Già da oltre un anno un anno fa ha voluto che le forze armate francesi reintegrassero dopo 43 anni il dispositivo militare della Nato.
I trattati potranno portare al risparmio di un po’ di combustibile. L’intento di coordinare le rispettive marine in modo da tenere in mare solo una portaerei a volta sembra realizzabile. E così l’unificazione dei test nucleari in un’unica struttura. Anche perché non ci sono test nucleari in vista. Gli apparati relativi all’armamento nucleare potranno però essere dimezzati. Meno realizzabile invece l’impegno alla creazione di brigate comuni, specie per gli interventi “umanitari” fuori dell’Europa: non ci sarà mai un soldato inglese agli ordini di un francese, caporale o generale, e viceversa. Queste brigate dovevano essere costituite già in base agli accordi di Saint-Malo, i trattati fotocopia di quelli di Londra firmati nel 1998 da Blair con Chirac (http://www.antiit.com/2008/11/la-guerra-umanitaria-leuropa-senza.html). In vista di una forza europea di pronto intervento, è vero, di cui si è perfino parlato poco.
Giornalisti, mafiosi esterni
Su “Repubblica” Attilio Bolzoni prende l’onesta testimonianza di Giovanni Conso sulla sospensione del 41 bis nel 1993, la rivolta, e ritesse la trama del mafioso più forte e bravo dello Stato. Lui come Francesco La Licata della “Stampa”- il confidente di Ciancimino figlio nel libro “Don Vito” di Feltrinelli, che resterà a marchio dell’infamia di questi anni. Due che sanno di che si tratta, Bolzoni e La Licata: sanno chi è Ciancimino figlio e sanno perché accusa, lui mafioso accertato, lo Stato.
Ognuno è quello che vuol essere, anche concorrente in associazione mafiosa. Ma fa lo stesso impressione vedere “Repubblica” e “La Stampa” schierati per la mafia in questa folle corsa a dimostrare che Giuliano Amato, Conso, Mancino, i prefetti, i carabinieri volevano “fare la pace” con la mafia, e magari hanno ordinato l’assassinio di Falcone e Borsellino. Sì, c’è l’odio contro Berlusconi: si accredita Ciancimino figlio come testimone veritiero contro lo Stato perché poi tutto quello che dirà contro Berlusconi diventerà automaticamente vero. Ma non è così che funzionano le cose: questo è vero e proprio concorso in associazione mafiosa, non esterno. Col compito specifico di magnificare la mafia.
I ruoli sono ribaltati a Palermo. Non è la prima volta, sono almeno trent'anni che la giustizia è combattuta dal Palazzo di Giustizia, e non si saprebbe dolersene per la città, dato che non mostra di volersene liberare. Anche se questa assurda giustizia ha fatto tanti morti, Costa, Chinnici, Falcone, Borsellino tra i tanti. Ma fa male vedere grandi giornali e giornalisti turlupinati da magistrati di poca virtù come Ingroia. Che furbo tiene a galla Ciancimino figlio senza esporsi con patenti di autenticità, mentre lo vende come buono ai giornalisti. Dispiace per il giornalismo, che sia sceso a questi livelli. Per l’odio-di-sé-meridionale forse più che per l’antiberlusconismo prospettivo. Un odio-di-sé che a questo punto non è più autocritico, è solo spregevole – l’antiberlusconismo prospettivo è una copertura per andare in prima pagina: il giornalista vuole solo andare in prima pagina, e a questo fine contrabbandare il Sud che il Nord vuole è il meno.
Ognuno è quello che vuol essere, anche concorrente in associazione mafiosa. Ma fa lo stesso impressione vedere “Repubblica” e “La Stampa” schierati per la mafia in questa folle corsa a dimostrare che Giuliano Amato, Conso, Mancino, i prefetti, i carabinieri volevano “fare la pace” con la mafia, e magari hanno ordinato l’assassinio di Falcone e Borsellino. Sì, c’è l’odio contro Berlusconi: si accredita Ciancimino figlio come testimone veritiero contro lo Stato perché poi tutto quello che dirà contro Berlusconi diventerà automaticamente vero. Ma non è così che funzionano le cose: questo è vero e proprio concorso in associazione mafiosa, non esterno. Col compito specifico di magnificare la mafia.
I ruoli sono ribaltati a Palermo. Non è la prima volta, sono almeno trent'anni che la giustizia è combattuta dal Palazzo di Giustizia, e non si saprebbe dolersene per la città, dato che non mostra di volersene liberare. Anche se questa assurda giustizia ha fatto tanti morti, Costa, Chinnici, Falcone, Borsellino tra i tanti. Ma fa male vedere grandi giornali e giornalisti turlupinati da magistrati di poca virtù come Ingroia. Che furbo tiene a galla Ciancimino figlio senza esporsi con patenti di autenticità, mentre lo vende come buono ai giornalisti. Dispiace per il giornalismo, che sia sceso a questi livelli. Per l’odio-di-sé-meridionale forse più che per l’antiberlusconismo prospettivo. Un odio-di-sé che a questo punto non è più autocritico, è solo spregevole – l’antiberlusconismo prospettivo è una copertura per andare in prima pagina: il giornalista vuole solo andare in prima pagina, e a questo fine contrabbandare il Sud che il Nord vuole è il meno.
giovedì 11 novembre 2010
Da Fini a Fini, il golpe continua
Che un presidente della Camera provochi la crisi del governo eletto e sciolga il Parlamento dice tutto sulla natura della crisi. In un regime costituzionale vero ciò equivale a un golpe, seppure senza gli sceriffi in armi. Ma questo è inutile ricordarlo ai tanti legulei e scienziati politici, che imperversano sui giornali e nelle televisioni, e ai tanti custodi della legalità repubblicana, dal Quirinale in giù. Il fatto è che Fini ci ha preso gusto nel 1992 col golpe dei giudici allora neo fascisti, i procuratori Cordova e Di Pietro, e ci riprova con gusto: è la sua Italia.
Diverso è il giudizio altrove in Europa. In Germania la cancelliera Merkel e il presidente del Bundestag si sono rifiutati di ricevere Fini. E un tentativo di viaggio a Bruxelles dello stesso alla presidenza dell’Unione europea è abortito sul nascere. I regimi costituzionali moderni sono nati dal Lungo Parlamento, che si oppose a Londra a metà Seicento allo scioglimento perseguito dal re.
Ma non c’è solo Fini, c’è l’ideologia della crisi con cui i padroni del paese, nei giornali e nelle proprietà dei giornali, perseguono l’obiettivo dichiarato di avere governi deboli. Anche quando sono eletti con una larga preferenza dell’elettorato. In Inghilterra un voto diviso dà comunque campo a un governo stabile, in Italia un voto plebiscitario, per tre elezioni di seguito, una nazionale e due regionali, si rovescia con i Woodcock e i Fini.
Fino a quando? Fino a quando si potranno fare governi come quelli di Scalfaro, manovrati a prescindere dal voto. Napolitano potrebbe non ripetere quell’esperienza, avendo lunga e onesta esperienza della politica. Ma non è detto, la sindrome Scalfaro è forte, o sarà l'età, o l'aria infetta del Quirinale: come Scalfaro nel 1994, anche Napolitano ce la sta mettendo tutta per sabotare la legge di stabilità. Anche se l'Italia rischia il declassamento del debito -tanto più ora che l'Irlanda sta rilanciando la speculazione. Mentre sui giornali e nelle tv nessuno dei professoroni che fanno l’opinione ha detto o scritto una sola parola sulla gravità dell’iniziativa di Fini. E questo conduce a un’altra, più inquietante, prospettiva. Vige la vulgata che l’Italia è un paese allo sbando perché berlusconiano: farfallone cioè, consumista, inetto. Mentre l’inverso è vero: il paese lotta da quasi vent’anni contro l’antipolitica – ma è golpismo – che lo affligge.
Un minimo di riflessione dice che Fini non può fare il leader della sinistra, nessuno lo seguirebbe. Non può fare nemmeno l’alleato, lo seguirebbero i gregari in cerca di posto. Oggi sarebbe solo un indipendente di sinistra, l’ultimo, fuori tempo massimo, cui il partito garantisce l’elezione e basta, poi taccia – ammesso che il Partito possa ancora garantire un’elezione, in quell'area le cose vanno di fretta. Ma sul suo versante, seppure farfallone e inetto, ci sono i clercs: i depositari della verità e dell’opinione. I professori. Che sono gli stessi che hanno messo in profonda crisi l’università e tutti gli studi, con spese folli e il piccolo potere dei baronaggi, cioè della scelta mediocre dei nuovi professori. Ma sono inamovibili, e fanno da baluardo al partito della crisi. Insieme con i giudici e gli altri strenui difensori dei micro privilegi “costituzionali”. L'Italia di Fini è questa.
Diverso è il giudizio altrove in Europa. In Germania la cancelliera Merkel e il presidente del Bundestag si sono rifiutati di ricevere Fini. E un tentativo di viaggio a Bruxelles dello stesso alla presidenza dell’Unione europea è abortito sul nascere. I regimi costituzionali moderni sono nati dal Lungo Parlamento, che si oppose a Londra a metà Seicento allo scioglimento perseguito dal re.
Ma non c’è solo Fini, c’è l’ideologia della crisi con cui i padroni del paese, nei giornali e nelle proprietà dei giornali, perseguono l’obiettivo dichiarato di avere governi deboli. Anche quando sono eletti con una larga preferenza dell’elettorato. In Inghilterra un voto diviso dà comunque campo a un governo stabile, in Italia un voto plebiscitario, per tre elezioni di seguito, una nazionale e due regionali, si rovescia con i Woodcock e i Fini.
Fino a quando? Fino a quando si potranno fare governi come quelli di Scalfaro, manovrati a prescindere dal voto. Napolitano potrebbe non ripetere quell’esperienza, avendo lunga e onesta esperienza della politica. Ma non è detto, la sindrome Scalfaro è forte, o sarà l'età, o l'aria infetta del Quirinale: come Scalfaro nel 1994, anche Napolitano ce la sta mettendo tutta per sabotare la legge di stabilità. Anche se l'Italia rischia il declassamento del debito -tanto più ora che l'Irlanda sta rilanciando la speculazione. Mentre sui giornali e nelle tv nessuno dei professoroni che fanno l’opinione ha detto o scritto una sola parola sulla gravità dell’iniziativa di Fini. E questo conduce a un’altra, più inquietante, prospettiva. Vige la vulgata che l’Italia è un paese allo sbando perché berlusconiano: farfallone cioè, consumista, inetto. Mentre l’inverso è vero: il paese lotta da quasi vent’anni contro l’antipolitica – ma è golpismo – che lo affligge.
Un minimo di riflessione dice che Fini non può fare il leader della sinistra, nessuno lo seguirebbe. Non può fare nemmeno l’alleato, lo seguirebbero i gregari in cerca di posto. Oggi sarebbe solo un indipendente di sinistra, l’ultimo, fuori tempo massimo, cui il partito garantisce l’elezione e basta, poi taccia – ammesso che il Partito possa ancora garantire un’elezione, in quell'area le cose vanno di fretta. Ma sul suo versante, seppure farfallone e inetto, ci sono i clercs: i depositari della verità e dell’opinione. I professori. Che sono gli stessi che hanno messo in profonda crisi l’università e tutti gli studi, con spese folli e il piccolo potere dei baronaggi, cioè della scelta mediocre dei nuovi professori. Ma sono inamovibili, e fanno da baluardo al partito della crisi. Insieme con i giudici e gli altri strenui difensori dei micro privilegi “costituzionali”. L'Italia di Fini è questa.
Contro l'evasione esibita, fisco di quartiere
Girano Suv imponenti da 100 mila euro in su nei paesi scompaginati tra le buche in Calabria, nell’entroterra napoletano, al Tiburtino Terzo a Roma. Con spreco di carburante, assicurazione, gomme. Si stappano bottiglie da cento euro nei bar e i ristoranti dei paesi più remoti della Calabria e della Sicilia, da parte di ragazzotti senza mestiere né reddito conosciuto. Si moltiplicano ovunque i porticcioli turistici, ma sempre indietro sulla domanda, che si aggira già sul milione di posti barca. Si montano sempre più scuderie in ogni angolo d’Italia, con tre e quattro cavalli, i figli di famiglia e anche chi la famiglia non ce l’ha. Stili di vita che richiedono spese per centinaia di migliaia di euro, l’anno.
L’Italia è un paese ricco, e quindi non c’è scandalo. Se non fosse che il fisco non lo sa. L’Agenzia delle Entrate si fa valere come un’organismo coi fiochi e sempre si magnifica, meglio dei carabinieri, mentre non lo è. Perché le basterebbe aprire gli occhi, uscendo per un momento dai modelli e i software di cui l’ha oberata Visco, e i loro assurdi automatismi, per cogliere la realtà. Basterebbe poco, pochissimo, in uomini e tempo, per battere la famigerata evasione. Un agente-consulente-informatore o due in ognuno degli ottomila Comuni italiani, che solo si limitassero a una passeggiata di tanto in tanto per le strade del paese, e nelle città uno-due per quartiere, darebbero un quadro immediatamente aggiornato dei redditi veri degli italiani. Venti-trentamila agenti del fisco in tutto - magari pagati a premio, per accertamento convalidato. Roba di un anno-due, per impostare gli schedari e lanciare i controlli incrociati. Perché l'evasione, in Italia, è esibita, che ci stanno a raccontare che è imprendibile?
L’Italia è un paese ricco, e quindi non c’è scandalo. Se non fosse che il fisco non lo sa. L’Agenzia delle Entrate si fa valere come un’organismo coi fiochi e sempre si magnifica, meglio dei carabinieri, mentre non lo è. Perché le basterebbe aprire gli occhi, uscendo per un momento dai modelli e i software di cui l’ha oberata Visco, e i loro assurdi automatismi, per cogliere la realtà. Basterebbe poco, pochissimo, in uomini e tempo, per battere la famigerata evasione. Un agente-consulente-informatore o due in ognuno degli ottomila Comuni italiani, che solo si limitassero a una passeggiata di tanto in tanto per le strade del paese, e nelle città uno-due per quartiere, darebbero un quadro immediatamente aggiornato dei redditi veri degli italiani. Venti-trentamila agenti del fisco in tutto - magari pagati a premio, per accertamento convalidato. Roba di un anno-due, per impostare gli schedari e lanciare i controlli incrociati. Perché l'evasione, in Italia, è esibita, che ci stanno a raccontare che è imprendibile?
Il Grande Fratello al femminile
Quale che sia l’onorabilità di Berlusconi, c’è un’organizzazione che compila dossier contro di lui, il Grande Fratello che tutto vede e ascolta? La domanda va riproposta dopo che la giudice Fiorillo è uscita allo scoperto sulla storia di Ruby. Una giudice non tranquilla, anzi molto pasionaria, per così dire. Che si è messa contro il Procuratore capo di Milano e il ministero dell’Interno. Con dichiarazioni eccitate ai giornalisti che stavano in attesa al suo tribunale per un caso italo-tedesco di affidamento di minori. E con un ricorso impresentabile al Csm, giusto per fare scena. Un’uscita allo scoperto che fa balenare due orrende ipotesi. Che sia stata lei dietro le indiscrezioni (in via confidenziale dapprima al “Corriere della sera”), anonime e non molto congruenti ma giudicate attendibilissime dai giornali. Lei e non imprecisati agenti di polizia come era stato fatto dire. L’altra ipotesi è che la giudice sapesse già tutto di questa Ruby, che evidentemente non è stata per lei una minorenne fra le tante da sistemare ogni giorno. Lo sapeva come lo sapevano i carabinieri che l’avevano fermata a Genova dopo il viaggio lampo a Segrate con accompagnatore anonimo? Oppure, peggio, la memoria le è venuta tardi, dato che in un primo momento diceva giustamente “non ricordo”, nulla di eccezionale? E le è venuta a opera di chi, su promessa o minaccia di che?
C’è una filiera femminile di giudici contro Berlusconi: non vogliono che trombi, dicono che è immorale, e non si può obiettare. Ma perché agire da Spectre, sottotraccia, col veleno, e dicendo bugie? Non è invece storia da Spectre la gestione dei servizi e della sicurezza da parte di D’Alema, che presiede la commissione parlamentare che se ne occupa. L’ex fautore del paese “normale” non ha fatto nulla dal letto di Putin in qua per capire come mai tanti soldi spesi per proteggere i politici non servono a niente. Ora convoca Berlusconi a “difendersi”, senza paura del ridicolo. Con la convocazione D’Alema tenta d’infilarsi nella crisi, di far girare il suo nome. Ma questo dimostra che si è ridotto a poco: la “vecchia guardia” mostra infine tutti i suoi limiti.
C’è una filiera femminile di giudici contro Berlusconi: non vogliono che trombi, dicono che è immorale, e non si può obiettare. Ma perché agire da Spectre, sottotraccia, col veleno, e dicendo bugie? Non è invece storia da Spectre la gestione dei servizi e della sicurezza da parte di D’Alema, che presiede la commissione parlamentare che se ne occupa. L’ex fautore del paese “normale” non ha fatto nulla dal letto di Putin in qua per capire come mai tanti soldi spesi per proteggere i politici non servono a niente. Ora convoca Berlusconi a “difendersi”, senza paura del ridicolo. Con la convocazione D’Alema tenta d’infilarsi nella crisi, di far girare il suo nome. Ma questo dimostra che si è ridotto a poco: la “vecchia guardia” mostra infine tutti i suoi limiti.
Le partite? Le vincono gli arbitri
L’arbitro Morganti decide da solo il derby Lazio-Roma e il campionato. Sbagliando tre volte, tutt’e tre a vantaggio della Roma. Ma è giudicato l’arbitro migliore. Ha la claque? Ce l’ha, tra i giornalisti. Interessata? Naturalmente sì. Ma i giornalisti non decidono le partite, mentre gli arbitri sì. Perché di questo si tratta: un errore è possibile anche a un arbitro italiano, ma non tre a favore di una sola squadra. E che errori: rigori evidenti non dati, rigori viziati dati. Il signor Morganti il giorno dopo si “promuove”, tanto è sicuro della sua immunità, se non dei meriti acquisiti.
Tre giorni dopo il signor Banti fa vincere alla stessa maniera il Milan a danno del Palermo. Sempre impunito. Vogliono indurci alla paranoia? Il presidente del Palermo, Zamparini, dice che i padroni del vapore devono vincere per prendersi una quota maggiore dei diritti tv. Cioè dà per scontato che gli arbitri facciano vincere le partite come vogliono – e devono.
Ora, l’arbitro in Italia è sempre “venduto”. Ma pare proprio che sia vero. Si ricordano ancora le partite di Collina, “il miglior arbitro del mondo”, che era legato al Milan, senza vergogna. Come Concetto Lo Bello, altro “miglior arbitro del mondo”, che di questi legami si vantava in Parlamento quarant’anni fa – allora gli arbitri non si “vendevano” per poco.
P.S. Una settimana dopo il signor Rizzoli, altro grande arbitro italiano, decide lui Juventus-Roma, riscrivendo all’istante il regolamento, sulle ammonizioni, i rigori, il recupero.
Tre giorni dopo il signor Banti fa vincere alla stessa maniera il Milan a danno del Palermo. Sempre impunito. Vogliono indurci alla paranoia? Il presidente del Palermo, Zamparini, dice che i padroni del vapore devono vincere per prendersi una quota maggiore dei diritti tv. Cioè dà per scontato che gli arbitri facciano vincere le partite come vogliono – e devono.
Ora, l’arbitro in Italia è sempre “venduto”. Ma pare proprio che sia vero. Si ricordano ancora le partite di Collina, “il miglior arbitro del mondo”, che era legato al Milan, senza vergogna. Come Concetto Lo Bello, altro “miglior arbitro del mondo”, che di questi legami si vantava in Parlamento quarant’anni fa – allora gli arbitri non si “vendevano” per poco.
P.S. Una settimana dopo il signor Rizzoli, altro grande arbitro italiano, decide lui Juventus-Roma, riscrivendo all’istante il regolamento, sulle ammonizioni, i rigori, il recupero.
mercoledì 10 novembre 2010
Fu la Siria a far scoprire l’esplosivo iraniano a G.Tauro
È stata la Siria a far scoprire alle autorità italiane il carico di sette tonnellate di esplosivo Rdx, destinate al movimento Hezbollah in libano, il 22 settembre nel porto di transito di Gioia Tauro, sulla nave portacontainer “Finland”, del gruppo armatoriale svizzero Msc, Mediterranean Shipping Company. La notizia, che se vera disegna un nuovo scacchiere del Medio Oriente, è suffragata da un ampio reportage che la giornalista libanese Hula el Husseini ha pubblicato sul giornale saudita di Londra “Asharq el Awsat”, ed è ritenuta credibile dai servizi segreti israeliani - se non è stata da essi originata. La Siria non sosterrebbe più Hezbollah in Libano, non nella sua attuale dipendenza dall’Iran. E conseguentemente non sosterrebbe più neanche l’opzione nucleare iraniana.
Questi i fatti. È stata una fonte siriana a segnalare ai servizi italiani il carco in transito a Gioia Tauro. Le informazioni di questa fonte siriana erano state raccolte a Damasco, al ministero siriano della Difesa. L’esplosivo era fornito e spedito dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Può servire da munizionamento per due missili di media gittata, l’M-302, che arriva a 150 km, e l’M-60, che arriva a 250 km, trasportando una testata di cinque quintali.
Una settimana prima Damasco aveva ufficiosamente protestato con Hezbollah per l’accoglienza troppo calorosa riservata ad Ahmadinejad, il primo ministro iraniano. E con Teheran per l’invio in Libano di un contingente di Guardie Rivoluzionarie. Dopo il sequestro dell’esplosivo a Gioia Tauro, i media siriani hanno accreditato l’ipotesi che sia stata una “polizia antimafia” italiana a operare la scoperta, insinuando che l’Iran e le sue Guardie Rivoluzionarie siano legate alla mafia.
L’episodio di Gioia Tauro può essere solo un richiamo al rispetto delle diverse sfere d’influenza. Ma potrebbe anche avere avviato un divorzio tra la Siria e l’Iran. La Siria è più che mai interessata alla pace con Israele, ed è impegnata a ottenere l’appoggio saudita nell’inchiesta internazionale (araba) sull’assassinio del primo ministro libanese Rafik Hariri nel 2005. In ogni caso non intende cedere a nessuno il protettorato informale sul Libano.
Questi i fatti. È stata una fonte siriana a segnalare ai servizi italiani il carco in transito a Gioia Tauro. Le informazioni di questa fonte siriana erano state raccolte a Damasco, al ministero siriano della Difesa. L’esplosivo era fornito e spedito dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Può servire da munizionamento per due missili di media gittata, l’M-302, che arriva a 150 km, e l’M-60, che arriva a 250 km, trasportando una testata di cinque quintali.
Una settimana prima Damasco aveva ufficiosamente protestato con Hezbollah per l’accoglienza troppo calorosa riservata ad Ahmadinejad, il primo ministro iraniano. E con Teheran per l’invio in Libano di un contingente di Guardie Rivoluzionarie. Dopo il sequestro dell’esplosivo a Gioia Tauro, i media siriani hanno accreditato l’ipotesi che sia stata una “polizia antimafia” italiana a operare la scoperta, insinuando che l’Iran e le sue Guardie Rivoluzionarie siano legate alla mafia.
L’episodio di Gioia Tauro può essere solo un richiamo al rispetto delle diverse sfere d’influenza. Ma potrebbe anche avere avviato un divorzio tra la Siria e l’Iran. La Siria è più che mai interessata alla pace con Israele, ed è impegnata a ottenere l’appoggio saudita nell’inchiesta internazionale (araba) sull’assassinio del primo ministro libanese Rafik Hariri nel 2005. In ogni caso non intende cedere a nessuno il protettorato informale sul Libano.
Berlusconi al bis, cerca voti per i sottosegretariati
La crisi pilotata - “non apro la crisi al buio” di Berlusconi - significa un reincarico a Berlusconi. Il presidente del consiglio non ha il potere di dimettere i ministri. Né Berlusconi si aspetta che i finiani si dimettano: lo vorrebbe la chiarezza ma non la ragione politica, seppure quella contorna di Fini. Ma non ha abbandonato la speranza di raccogliere la diecina di voti che gli manca alla Camera tra gli stessi finiani e altrove. Facendosi forte degli svantaggi di una legislatura dimezzata (previdenziali e d’investimento elettorale). E della possibilità di offrire posti al governo, tra i sottosegretariati e anche ai ministeri, invece dei finiani (quattro ministri e diciotto sottosegretari: il 50 per cento dei finiani sono al potere).
Un iter, va rilevato per inciso, che conferma la superiorità morale, oltre che politica, della Prima Repubblica su questa Seconda (proclamata dalle terze file dei vecchi partiti, da Scalfaro a Occhetto, con la forza d’attacco di magistrati della levatura di Di Pietro). Quando De Mita, segretario della Democrazia Cristiana, si oppose alla legalizzazione delle tv di Berlusconi fece dimettere i cinque ministri della sua corrente dal governo e non abbatté il governo. Che, presieduto da Andreotti, cooptò altri titolari dei dicasteri e andò avanti.
La crisi è certa. I finiani sono già al lavoro da lunedì in tutti i centri piccoli e grandi, specie al Sud, per creare sezioni e associazioni e preparare candidature. Ma il governo tremontiano di stabilità, dei conti pubblici e delle elezioni, cui la presidenza della Repubblica mostrava di volersi aggrappare, è ora una subordinata. La prima mano toccherà a Berlusconi. Che appare sempre indeciso ai suoi sull’opportunità di tornare al voto oppure di assicurare un governo. La prima ipotesi gli ritorna insistente dopo che a Perugia Fini ha mostrato una decisa caratura “radicale” alla Pannella, destinata quindi a lasciarlo senza voti. Ma è stato convinto a immolarsi sul piano della governabilità. Scaricando il suo maniacale ego sulle cose da fare: gli interventi per gli alluvionati, per l’università e la ricerca scientifica, il patrimonio culturale, la stabilità del debito, il controllo e il contrasto dell’immigrazione illegale. Nonché sulla riforma del costo del lavoro, che potrebbe essere un grimaldello presso molti dei fautori del Terzo polo.
Un iter, va rilevato per inciso, che conferma la superiorità morale, oltre che politica, della Prima Repubblica su questa Seconda (proclamata dalle terze file dei vecchi partiti, da Scalfaro a Occhetto, con la forza d’attacco di magistrati della levatura di Di Pietro). Quando De Mita, segretario della Democrazia Cristiana, si oppose alla legalizzazione delle tv di Berlusconi fece dimettere i cinque ministri della sua corrente dal governo e non abbatté il governo. Che, presieduto da Andreotti, cooptò altri titolari dei dicasteri e andò avanti.
La crisi è certa. I finiani sono già al lavoro da lunedì in tutti i centri piccoli e grandi, specie al Sud, per creare sezioni e associazioni e preparare candidature. Ma il governo tremontiano di stabilità, dei conti pubblici e delle elezioni, cui la presidenza della Repubblica mostrava di volersi aggrappare, è ora una subordinata. La prima mano toccherà a Berlusconi. Che appare sempre indeciso ai suoi sull’opportunità di tornare al voto oppure di assicurare un governo. La prima ipotesi gli ritorna insistente dopo che a Perugia Fini ha mostrato una decisa caratura “radicale” alla Pannella, destinata quindi a lasciarlo senza voti. Ma è stato convinto a immolarsi sul piano della governabilità. Scaricando il suo maniacale ego sulle cose da fare: gli interventi per gli alluvionati, per l’università e la ricerca scientifica, il patrimonio culturale, la stabilità del debito, il controllo e il contrasto dell’immigrazione illegale. Nonché sulla riforma del costo del lavoro, che potrebbe essere un grimaldello presso molti dei fautori del Terzo polo.
martedì 9 novembre 2010
Memoria di Répaci, nel lungo oblio
Un monumento alla (vana)gloria. Uno scrittore e un’artista che è stato al centro della vita culturale per mezzo secolo, che Salerno documenta con testi e lettere dello stesso Répaci e con uno sfavillante corredo d’immagini, in un’edizione curata con lusso, e subito dimenticato. Non trascurato, cancellato. Benché Rubbettino ne vada ripubblicando le opere, molte a cura dello stesso Salerno, altre di altri studiosi e critici militanti calabresi, Pedullà, Morace, Tuscano. Salerno ha anche raccolto per Rubbettino, in un altro omaggio editoriale di prestigio, le dediche a Répaci dei tanti libri della sua biblioteca, donata alla casa della cultura di Palmi, insieme con la ricca collezione d'arte: c’è di che trasecolare, tanta è la stima che esse testimoniano. È dunque questo grande libro un monumento anche all’ingratitudine?
Répaci è stato un personaggio scomodo. Sia come scrittore, per il paradigma di forza, istinto, vitalismo nel quale racchiude le sue narrazioni. Sia come organizzatore culturale, attivissimo, sempre entusiasta, e quasi furioso. Fu giornalista, critico letterario, critico d’arte e musicologo, pittore, editore. Inventò e portò a prestigio il premio Viareggio, come documenta il corredo di foto che illustra il volume. Fu antesignano inventore di un premio poi perento, il Firenze per l’ecologia, negli anni 1950. Ma era un impolitico. Radicato nel socialismo, ma troppo orgoglioso per accedere a compromessi, sia pure la premiazione di un libro o di un autore, che non si nega a nessuno. Lo sgomento che questo importante libro ingenera è che non si sa se dare torto a una persona onesta e a un autore comunque ragguardevole, oppure a tutto il resto, che lo ha obliterato.
Poi c’è la Calabria. Che Salerno qui mette all’inizio del volume, con la foto della madre, oberata di figli e disgrazie e sempre forte, e il ricordo del terremoto del 1908. Ma che Répaci sentì sempre in tutte le sue fibre, nel carattere, e cui fa riferimento in quasi tutte le sue opere, benché ne sia partito quando aveva appena dieci anni, ritenendo questa radice “un privilegio”. Costituì perfino una raccolta di pitture di grande valore, Modigliani, Guercino eccetera, negli anni 1950-1960 per poterne arricchire “il paese natale”, spiega già nel 1966 ne “Il caso Amari”. Un altro Répaci in un’altra regione avrebbe avuto un’altra storia: approfondimenti, considerazione, e magari, perché no, un uso estensivo della sua figura e delle opere. Ma la Calabria, regione benedetta da Dio, direbbe Répaci, non ha memoria, non che se ne curi.
Santino Salerno, Leonida Répaci, una lunga vita nel secolo breve, Rubbettino, pp. 253, € 24
Répaci è stato un personaggio scomodo. Sia come scrittore, per il paradigma di forza, istinto, vitalismo nel quale racchiude le sue narrazioni. Sia come organizzatore culturale, attivissimo, sempre entusiasta, e quasi furioso. Fu giornalista, critico letterario, critico d’arte e musicologo, pittore, editore. Inventò e portò a prestigio il premio Viareggio, come documenta il corredo di foto che illustra il volume. Fu antesignano inventore di un premio poi perento, il Firenze per l’ecologia, negli anni 1950. Ma era un impolitico. Radicato nel socialismo, ma troppo orgoglioso per accedere a compromessi, sia pure la premiazione di un libro o di un autore, che non si nega a nessuno. Lo sgomento che questo importante libro ingenera è che non si sa se dare torto a una persona onesta e a un autore comunque ragguardevole, oppure a tutto il resto, che lo ha obliterato.
Poi c’è la Calabria. Che Salerno qui mette all’inizio del volume, con la foto della madre, oberata di figli e disgrazie e sempre forte, e il ricordo del terremoto del 1908. Ma che Répaci sentì sempre in tutte le sue fibre, nel carattere, e cui fa riferimento in quasi tutte le sue opere, benché ne sia partito quando aveva appena dieci anni, ritenendo questa radice “un privilegio”. Costituì perfino una raccolta di pitture di grande valore, Modigliani, Guercino eccetera, negli anni 1950-1960 per poterne arricchire “il paese natale”, spiega già nel 1966 ne “Il caso Amari”. Un altro Répaci in un’altra regione avrebbe avuto un’altra storia: approfondimenti, considerazione, e magari, perché no, un uso estensivo della sua figura e delle opere. Ma la Calabria, regione benedetta da Dio, direbbe Répaci, non ha memoria, non che se ne curi.
Santino Salerno, Leonida Répaci, una lunga vita nel secolo breve, Rubbettino, pp. 253, € 24
I conti amari di un campione della Resistenza
Pasquale Tuscano, che ha firmato la riedizione di questo racconto a sfondo noir del 1966 dice Répaci “l’ultimo discendente del byronismo calabrese”. Che è molto efficace, il byronismo calabrese. Répaci avrebbe gradito, autore irruento e muscolare, benché tutto letteratura. Questo libro è poi specialmente byroniano, tutto pieno dell’autore. “Il caso Amari” è noto e viene riproposto come un pamphlet contro l’intellighentzia nella quale Répaci era vissuto e viveva. E in questa veste ne soffre, probabilmente: passati i vent’anni dalla morte dell’autore che Répaci stendhalianamente si dava perché i suoi libri fossero capiti e letti, ciò non è avvenuto, per questo e per gli altri suoi testi. Mentre, depurato dei malumori, “Il caso Amari” è un libro brillante e piacevole di autocoscienza: attraverso le 32 testimonianze, poi divenute 33 e infine, a sorpresa, 34, più una scia di lettere, sorta di appunti postumi in vita, Répaci si storicizza in Amari-Répaci.
Alla soglia dei settant’anni lo scrittore si ferma a guardarsi. Come personaggio e, di più, come persona. Senza cattiverie in realtà contro altri letterati. Ma inquieto e qualche volta cattivo con se stesso: si assolve dalla rigidità politiche, “carrista” nel 1956, stalinista per sempre, ma capisce di non capire le donne, attorno alle quali non sa che sfarfalleggiare. Il famoso catalogo delle debolezze dei migliori scrittori del secondo Novecento, qui a p. 75 (“Moravia un narratore lassativo….”), che lo stesso Tuscano mette in bocca a Répaci, è fatto dire al personaggio più screditato dei 34, l’autore, in questo caso una donna, che non ha talento e dice che tutti gli altri non ne hanno. L’invettiva è svolta come una bouffonnerie, lepida e ben calibrata.
È un autoritratto che Répaci mette in scena, pittore egli stesso non del tutto dilettante, in forma di diorama e quasi caleidoscopico, delineandosi con rapide pennellate, alcune lusinghiere, altre no. Anche se a fini assolutori: vede i suoi spigoli ma non li ammorbidisce. L’uomo al centro della vita letteraria, l’organizzatore culturale per eccellenza della Prima Repubblica, dal premio Viareggio al premio Firenze per l’ecologia, il fautore primo e più costante dell’insegnamento della Resistenza nelle scuole, si scopre in dissidio con tutto il suo mondo. E non si emenda: Amari-Répaci è uno il cui viso non si gira “per guardarsi alle spalle ma (è) piantato ben sul collo per guardare davanti a sé”. Uno che “non era comunista ma ragionava come un comunista da vent’anni. Il suo estremismo apparteneva a un’altra generazione”, quella del massimalismo socialista, nella prima guerra e subito dopo. Un sentimento politico molto meridionale, bisogna aggiungere, sempre al confine con l’utopia e quindi impolitico. Che Répaci condivide, per dire, con Concetto Marchesi, qui portato ad esempio d’intransigenza morale, altro stalinista a vita – senza però essere stato fascista, come il latinista.
Un libro atipico che è un piccolo colpo di genio. È anche un catalogo delle varie specie di letterati, e di lettori di libro, alcuni caratterizzati (la donna facile il cui orgasmo è non darla, l’editore, invadente e remoto, la donna che vorrebbe ma dice sempre no…). L’invenzione di 33 ottimi nomi, 34 col morto, è una performance unica.
Leonida Répaci, Il caso Amari, Rubbettino, pp.186, € 11
Alla soglia dei settant’anni lo scrittore si ferma a guardarsi. Come personaggio e, di più, come persona. Senza cattiverie in realtà contro altri letterati. Ma inquieto e qualche volta cattivo con se stesso: si assolve dalla rigidità politiche, “carrista” nel 1956, stalinista per sempre, ma capisce di non capire le donne, attorno alle quali non sa che sfarfalleggiare. Il famoso catalogo delle debolezze dei migliori scrittori del secondo Novecento, qui a p. 75 (“Moravia un narratore lassativo….”), che lo stesso Tuscano mette in bocca a Répaci, è fatto dire al personaggio più screditato dei 34, l’autore, in questo caso una donna, che non ha talento e dice che tutti gli altri non ne hanno. L’invettiva è svolta come una bouffonnerie, lepida e ben calibrata.
È un autoritratto che Répaci mette in scena, pittore egli stesso non del tutto dilettante, in forma di diorama e quasi caleidoscopico, delineandosi con rapide pennellate, alcune lusinghiere, altre no. Anche se a fini assolutori: vede i suoi spigoli ma non li ammorbidisce. L’uomo al centro della vita letteraria, l’organizzatore culturale per eccellenza della Prima Repubblica, dal premio Viareggio al premio Firenze per l’ecologia, il fautore primo e più costante dell’insegnamento della Resistenza nelle scuole, si scopre in dissidio con tutto il suo mondo. E non si emenda: Amari-Répaci è uno il cui viso non si gira “per guardarsi alle spalle ma (è) piantato ben sul collo per guardare davanti a sé”. Uno che “non era comunista ma ragionava come un comunista da vent’anni. Il suo estremismo apparteneva a un’altra generazione”, quella del massimalismo socialista, nella prima guerra e subito dopo. Un sentimento politico molto meridionale, bisogna aggiungere, sempre al confine con l’utopia e quindi impolitico. Che Répaci condivide, per dire, con Concetto Marchesi, qui portato ad esempio d’intransigenza morale, altro stalinista a vita – senza però essere stato fascista, come il latinista.
Un libro atipico che è un piccolo colpo di genio. È anche un catalogo delle varie specie di letterati, e di lettori di libro, alcuni caratterizzati (la donna facile il cui orgasmo è non darla, l’editore, invadente e remoto, la donna che vorrebbe ma dice sempre no…). L’invenzione di 33 ottimi nomi, 34 col morto, è una performance unica.
Leonida Répaci, Il caso Amari, Rubbettino, pp.186, € 11
lunedì 8 novembre 2010
Tremonti e non Draghi a capo del governo di stabilità
Sarà un governo tecnico e non politico, quello del Presidente, se Fini riuscirà ad abbattere Berlusconi. E sarà Tremonti l’incaricato, non Draghi. L’obiettivo è di prevenire ogni manovra destabilizzante dei mercati, che hanno da ormai un anno abbandonato il tentativo di speculare sul debito pubblico italiano ma stanno ora drizzando le orecchie. Il presidente della Repubblica ha ben presente questo rischio, che può concretizzarsi a breve, in occasione della manovra di correzione del bilancio. Tremonti, molto apprezzato in Europa e dal “Financial Times”, dà più affidamento al Quirinale per portare in porto la correzione di bilancio che si rende necessaria, Mentre Draghi rischia di creare pericolose reazioni di rigetto nella ex maggioranza, da lui contestata quasi quotidianamente.
Sarà Tremonti a gestire dunque le elezioni. Il governo tecnico si rende comunque necessario perché non ci sono maggioranze alternative al centro-destra di Berlusconi. Il presidente Napolitano, che finora ha più volte puntellato con discrezione il governo, non è sorpreso dal suo dissolvimento, data l’inconsistenza politica dei suoi leader, la cui ultima manifestazione è aprire la crisi al momento del voto obbligato sulla stabilità finanziaria e il contenimento del debito. Ritiene a questo punto necessario un intervento di supplenza, per evitare che il debito italiano inneschi una crisi i cui esiti sarebbero catastrofici. Ma con un governo tecnico o di emergenza, di brevissima durata.
Sarà Tremonti a gestire dunque le elezioni. Il governo tecnico si rende comunque necessario perché non ci sono maggioranze alternative al centro-destra di Berlusconi. Il presidente Napolitano, che finora ha più volte puntellato con discrezione il governo, non è sorpreso dal suo dissolvimento, data l’inconsistenza politica dei suoi leader, la cui ultima manifestazione è aprire la crisi al momento del voto obbligato sulla stabilità finanziaria e il contenimento del debito. Ritiene a questo punto necessario un intervento di supplenza, per evitare che il debito italiano inneschi una crisi i cui esiti sarebbero catastrofici. Ma con un governo tecnico o di emergenza, di brevissima durata.
Il centro-sinistra di Fini va al voto perdente
Un altro, un politico qualsiasi, avrebbe steso lui la rete che il non eccelso Fini sta stendendo. Con una semplice mossa, un programma di governo per la seconda metà della legislatura che attraesse l’opposizione, l’Udc e il Pd: fuori la giustizia, introvabile, dentro il federalismo, la legge elettorale,la riforma del fisco e del costo del lavoro. Che da sola, quest’ultima, equivarrebbe a una riforma da tutti benedetta del mercato del lavoro. Berlusconi no. Non per pregiudizio ideologico, che non ne ha, benché sbeffeggi i “comunisti”, ma per la sua passione plebiscitaria. Che è l’unica forma della politica che gli piace: non il governo, ma il gradimento, la popolarità, e il voto. Che però non è detto che lo condanni.
Fini d’altra parte non vuole Berlusconi, e Berlusconi non vuole Fini. Non ci può essere un governo Fini-Casini-Berlusconi. Fini s’immagina, e gli vengono suggerite, formula fantasiose, che tutte farebbero a meno dei voti di Berlusconi. Ma sono niente più di fantasie, poiché non hanno i numeri: se anche si mettessero insieme tutti i voti non di Bossi-Berlusconi non è detto che avrebbero la maggioranza alla Camera, per i tanti mal di pancia, e non l’avrebbero comunque al Senato. Senza contare che Di Pietro vede in Fini un concorrente, e sta già lavorando contro di lui – non tutti i giudici sono per Fini.
Un governo di Fini peraltro non può fare niente: non il federalismo, non la legge elettorale, non la riforma del fisco e del costo del lavoro. Nella sua nuova maggioranza ipotizzabile, di centro-sinistra, non c’è concordia su nessuno di questi pun ti. Sarebbe insomma il governo del personaggio, che è il niente personalizzato. L’unico effetto di questa sua avanzata nel vuoto dovrebbe quindi essere di gestire le elezioni, con un governo nominato ma bocciato dal Parlamento.
Le elezioni saranno dunque necessarie. Almeno questo Fini sembra saperlo. Insieme con la nota legge che chi provoca elezioni anticipate le perde. Dunque, sta lavorando alle elezioni senza darlo a vedere. Come fece Scalfaro con Dini, col suo golpe prolungato concluso con le elezioni del 1996. Ma Napolitano non è Scalfaro e non consentirà a Fini di traccheggiare per un anno e mezzo, per capitalizzare la riconosciuta incapacità di Berlusconi di fare l’opposizione.
Si deve votare dunque presto. E l’esito del voto a caldo è incerto: Berlusconi non parte perdente. Fini ha il sostegno dei giudici. Ma in campagna elettorale non possono scovare altre escort, sono solo ottomila voti – ammesso che siano tutti per lui. Ha i grandi giornali e Murdoch. Che però già ne ridono: si sa che gli interessi che fanno i media lavorano contro un “vincente”, qualsiasi esso sia, che non vogliono una leadership politica, un governo. Ha Vendola, ma non avrà il Pd. Che non è più Veltroni, Franceschini, Bindi, e presto non sarà più D’Alema, Bersani, Finocchiaro: i voti, residui, sono dei rottamatori. Mentre avrà ferocemente contro, più che i molli berlusconiani, la Lega. Cioè il Nord, da Trieste, dalla “sua” Trieste, a Cuneo.
Tutto ciò che Fini vuole, consultazioni, verifiche, programmi, magari con la lotta alla droga di rumoriana memoria, è roba che non porta voti e anzi li allontana: il Nord sarà feroce con questo tipo di politica. Mentre le due grandi aree elettorali del Sud, la Campania e la Sicilia, si presentano perdenti per il centro-sinistra di Fini: i guasti di Bassolino e Russo Jervolino sono incolmabili, il milazzismo attorno a Lombardo si è sfarinato prima di decollare.
Fini d’altra parte non vuole Berlusconi, e Berlusconi non vuole Fini. Non ci può essere un governo Fini-Casini-Berlusconi. Fini s’immagina, e gli vengono suggerite, formula fantasiose, che tutte farebbero a meno dei voti di Berlusconi. Ma sono niente più di fantasie, poiché non hanno i numeri: se anche si mettessero insieme tutti i voti non di Bossi-Berlusconi non è detto che avrebbero la maggioranza alla Camera, per i tanti mal di pancia, e non l’avrebbero comunque al Senato. Senza contare che Di Pietro vede in Fini un concorrente, e sta già lavorando contro di lui – non tutti i giudici sono per Fini.
Un governo di Fini peraltro non può fare niente: non il federalismo, non la legge elettorale, non la riforma del fisco e del costo del lavoro. Nella sua nuova maggioranza ipotizzabile, di centro-sinistra, non c’è concordia su nessuno di questi pun ti. Sarebbe insomma il governo del personaggio, che è il niente personalizzato. L’unico effetto di questa sua avanzata nel vuoto dovrebbe quindi essere di gestire le elezioni, con un governo nominato ma bocciato dal Parlamento.
Le elezioni saranno dunque necessarie. Almeno questo Fini sembra saperlo. Insieme con la nota legge che chi provoca elezioni anticipate le perde. Dunque, sta lavorando alle elezioni senza darlo a vedere. Come fece Scalfaro con Dini, col suo golpe prolungato concluso con le elezioni del 1996. Ma Napolitano non è Scalfaro e non consentirà a Fini di traccheggiare per un anno e mezzo, per capitalizzare la riconosciuta incapacità di Berlusconi di fare l’opposizione.
Si deve votare dunque presto. E l’esito del voto a caldo è incerto: Berlusconi non parte perdente. Fini ha il sostegno dei giudici. Ma in campagna elettorale non possono scovare altre escort, sono solo ottomila voti – ammesso che siano tutti per lui. Ha i grandi giornali e Murdoch. Che però già ne ridono: si sa che gli interessi che fanno i media lavorano contro un “vincente”, qualsiasi esso sia, che non vogliono una leadership politica, un governo. Ha Vendola, ma non avrà il Pd. Che non è più Veltroni, Franceschini, Bindi, e presto non sarà più D’Alema, Bersani, Finocchiaro: i voti, residui, sono dei rottamatori. Mentre avrà ferocemente contro, più che i molli berlusconiani, la Lega. Cioè il Nord, da Trieste, dalla “sua” Trieste, a Cuneo.
Tutto ciò che Fini vuole, consultazioni, verifiche, programmi, magari con la lotta alla droga di rumoriana memoria, è roba che non porta voti e anzi li allontana: il Nord sarà feroce con questo tipo di politica. Mentre le due grandi aree elettorali del Sud, la Campania e la Sicilia, si presentano perdenti per il centro-sinistra di Fini: i guasti di Bassolino e Russo Jervolino sono incolmabili, il milazzismo attorno a Lombardo si è sfarinato prima di decollare.
La formula Fini in Sicilia, triste presagio
Se la Sicilia prefigura, some pretende, i modelli politici italiani, Fini ha già fatto flop a Palermo. Uno dei tanti vanti della Sicilia è di prefigurare gli assetti nazionali con le sue ingegnerie politiche. Anche Sciascia, che pure è un cervello politico, ci ha creduto. I monocolori, con la destra, con la sinistra, il centro, il pentapartito, il compromesso, il golpe giudiziario, il berlusconismo, la Sicilia si è sempre illusa di averli inventati. Gli storici non se ne sono interessati, e quindi non sappiamo se la pretesa è vera. Ma il precedente non è buono per Fini. Perché quello che lui vuole fare Raffaele Lombardo l’ha già fatto, lasciando Berlusconi per mettersi con Casini e il Pd, ed è subito fallito. E questa è la seconda volta che la Sicilia fallisce la sua missione nazionale: analoga polpetta aveva commigliato Silvio Milazzo mezzo secolo fa, con analogo risultato. Si vede che la ricetta, benché sciliana, proprio non funziona: uno di destra che si mette a capo della sinistra.
Lombardo è fallito anche perché, bisogna dire, non è Fini: è uno che non si sa come prendeva i voti, e ora si sa. Ma pure Fini è uno che non si sa come prende i voti. Cioè si sa come li ha presi, sulla spalla di Berlusconi, ma non si sa se li riprenderà. Anzi, si sa che non li riprenderà. Il che, rigirando la frittata, potrebbe anche essere di beneficio, per la sua futura statura di statista: gli eviterebbe di tentare un governo che non sta in nessun libro, il centro-sinistra del neo fascismo - si è sempre detto che (ex) comunisti e (ex) fascisti erano speculari, ma lo dicevano i reazionari.
Anzi, a proposito, non c’è solo il tardo milazzismo di Lombardo, Fini stia in guardia se vuole salvare il doppiopetto anche per un altro motivo. I commentatori dei grandi giornali lo illudono che reazionario, fascista, comunista, centro-sinistra, sinistra, destra, sono concetti perenti, che la società moderna è una composta, una melassa, un polpettone. Non è vero. Se così fosse Berlusconi ne sarebbe il re incontestato, e invece non lo è. Figurarsi i sottopancia di Berlusconi e le sue creature politiche.
Lombardo è fallito anche perché, bisogna dire, non è Fini: è uno che non si sa come prendeva i voti, e ora si sa. Ma pure Fini è uno che non si sa come prende i voti. Cioè si sa come li ha presi, sulla spalla di Berlusconi, ma non si sa se li riprenderà. Anzi, si sa che non li riprenderà. Il che, rigirando la frittata, potrebbe anche essere di beneficio, per la sua futura statura di statista: gli eviterebbe di tentare un governo che non sta in nessun libro, il centro-sinistra del neo fascismo - si è sempre detto che (ex) comunisti e (ex) fascisti erano speculari, ma lo dicevano i reazionari.
Anzi, a proposito, non c’è solo il tardo milazzismo di Lombardo, Fini stia in guardia se vuole salvare il doppiopetto anche per un altro motivo. I commentatori dei grandi giornali lo illudono che reazionario, fascista, comunista, centro-sinistra, sinistra, destra, sono concetti perenti, che la società moderna è una composta, una melassa, un polpettone. Non è vero. Se così fosse Berlusconi ne sarebbe il re incontestato, e invece non lo è. Figurarsi i sottopancia di Berlusconi e le sue creature politiche.
domenica 7 novembre 2010
Elogio della sporcizia
L’igiene porta alla pulizia, morale, religiosa, politica, etnica. Arcigni censori tengono il mondo pulito con grandi varechinate, lasciandosi dietro campi desolati. È l’ideologia del Novecento che perdura: fare piazza pulita.
È una storia, quella contemporanea, quella contemporanea dell’ex Occidente (Europa, Usa) che nasce dall’asepsi del dottor Semmelweiss. La quale aveva fini igienici e terapeutici. Ma è troppo bella, e anche semplice: chi non ha altro da dire, in politica, nelle idee, perfino negli affari, se ne ammanta utilmente. Senza però, questo è il punto, che il mondo sia più pulito. L’igiene è una sorta di copertura da cane rabbioso, senza altra virtù che la potenza dell’urlo e la minaccia del morso. E senza benefici se non, chissà, per il cane stesso.
L’Italia di dopo Mani Pulite, di dopo la questione morale della capitale morale, è più corrotta di prima. Anche molto più di prima, la corruzione sembra incontenibile. Si vada indietro di vent’anni e si troveranno molti codici etici aziendali, era la moda, in aziende dove invece si combattevano senza limiti e senza esclusione di colpi lotte terribili, anche fratricide, tra gli Agnelli nella Fiat per esempio, nella Rizzoli Corriere della sera di Cuccia, in Mediobanca dopo Cuccia.
Ma sempre i puri e duri hanno tralignato. Lutero. Calvino. Cromwell. Tanti rivoluzionari ammazzapopolo. Robespierre con la ghigliottina. Stalin, Mao, Pol Pot. Tra serbi, croati, bosniaci eccetera non si saputo ultimamente chi era più puro. Nel fango dell’antisemitismo s’incontra anche lo sfacelo morale dell’uomo buono: Céline, papa Paolo IV Carafa. E non si richiama esplicitamente all'igiene l'eugenetica, come già l'antisemitismo? E dunque che pensarne? Che un po’ d’impudicizia e incontinenza, se non di sporcizia, è utile se non attraente: protegge la bontà, e aiuta una qualche forma d’intelligenza.
È una storia, quella contemporanea, quella contemporanea dell’ex Occidente (Europa, Usa) che nasce dall’asepsi del dottor Semmelweiss. La quale aveva fini igienici e terapeutici. Ma è troppo bella, e anche semplice: chi non ha altro da dire, in politica, nelle idee, perfino negli affari, se ne ammanta utilmente. Senza però, questo è il punto, che il mondo sia più pulito. L’igiene è una sorta di copertura da cane rabbioso, senza altra virtù che la potenza dell’urlo e la minaccia del morso. E senza benefici se non, chissà, per il cane stesso.
L’Italia di dopo Mani Pulite, di dopo la questione morale della capitale morale, è più corrotta di prima. Anche molto più di prima, la corruzione sembra incontenibile. Si vada indietro di vent’anni e si troveranno molti codici etici aziendali, era la moda, in aziende dove invece si combattevano senza limiti e senza esclusione di colpi lotte terribili, anche fratricide, tra gli Agnelli nella Fiat per esempio, nella Rizzoli Corriere della sera di Cuccia, in Mediobanca dopo Cuccia.
Ma sempre i puri e duri hanno tralignato. Lutero. Calvino. Cromwell. Tanti rivoluzionari ammazzapopolo. Robespierre con la ghigliottina. Stalin, Mao, Pol Pot. Tra serbi, croati, bosniaci eccetera non si saputo ultimamente chi era più puro. Nel fango dell’antisemitismo s’incontra anche lo sfacelo morale dell’uomo buono: Céline, papa Paolo IV Carafa. E non si richiama esplicitamente all'igiene l'eugenetica, come già l'antisemitismo? E dunque che pensarne? Che un po’ d’impudicizia e incontinenza, se non di sporcizia, è utile se non attraente: protegge la bontà, e aiuta una qualche forma d’intelligenza.
La modernità di Ballard campanelliana, senza testa
È il noir dello shopping, “cerimonia collettiva di affermazione”. In luoghi suburbani dove “la più alta esigenza spirituale” è una stazione di servizio “su una strada a scorrimento veloce” e un garage di dieci piani, che tuttavia esprimono “un senso di comunità più profondo di quello di una chiesa di qualsivoglia confessione”. La cifra ballardiana dell’universo concentrazionario, e anzi carcerario, seppure qui di un carcere modello, confluisce nella follia quale ricetta, contro la noia, l’inazione, l’emarginazione.
La modernità si può dire in quattro battute. Il consumismo è equalizzatore e socializzante: è un’“ideologia di redenzione…, quando funziona estetizza la violenza”. “La democrazia è soltanto un servizio pubblico, come la luce e il gas”. “È il consumismo a darci la misura dei nostri valori. Il consumismo è sincero e ci insegna che ogni merce ha un codice a barre”. “Il grande sogno dell’Illuminismo, cioè che la ragione e l’egoismo razionale un giorno avrebbero trionfato, ha portato direttamente al consumismo dei nostri giorni”. Le cose e noi, i due mondi non sono separati.
Scandito così, è il digest del Millennio, benché d'impostazione campanelliana - certo accidentale: anche le cose ci comandano. Non più di dieci righe di questo romanzo di trecento pagine condensano la “civiltà” europea oggi, dopo essere state a lungo “americane”. Si può dire anche il romanzo del berlusconismo, ammesso che ce ne sia uno, del vuoto a perdere. Ma di più del dipietrismo, di chi protesta ma non sa per che. Della politica assente perché l’impolitica è improduttiva, al più un esercizio di snobistico rifiuto – lo snobismo dei sanculottes.
Ma l’Italia sarebbe un adattamento minore, al solito confuso. Questo “Regno a venire” si potrebbe invece studiare a Scienze Politiche, è un manuale attendibile di Storia delle idee o di Scienza della politica, oltre che una storia a sorpresa di violenze. È il manifesto reale dell’antipolitica, di una umanità sazia e indifferente, paranoica perciò, a partire dalla famiglia: i coniugi, i figli, i padri. Inquietante però: tanto modernismo invera la filosofia tradizionalista, di Guénon che lo disse una Grande Congiura, del Gabriel Marcel di “Essere e avere”. Gli oggetti si animano, le persone diventano gli oggetti che adorano, come in qualsiasi transfert religioso, ma quanto ristretto. Ballard ci mette del suo, che alla fine, del romanzo e della vita, lega la libertà al fascismo. Il “ritorno alla normalità” alla fine del romanzo è la tv che dà consigli per la casa e organizza gruppi di lettura: “Quando la gente comincia a infervorarsi parlando di romanzi ogni speranza di libertà è morta”, ghigna lo scrittore: “L’unica vera possibilità di una repubblica fascista era svanita insieme ai completi da uomo e le moquette e i tappeti a metà prezzo”.
J.C.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli, pp. 293, € 9,50
La modernità si può dire in quattro battute. Il consumismo è equalizzatore e socializzante: è un’“ideologia di redenzione…, quando funziona estetizza la violenza”. “La democrazia è soltanto un servizio pubblico, come la luce e il gas”. “È il consumismo a darci la misura dei nostri valori. Il consumismo è sincero e ci insegna che ogni merce ha un codice a barre”. “Il grande sogno dell’Illuminismo, cioè che la ragione e l’egoismo razionale un giorno avrebbero trionfato, ha portato direttamente al consumismo dei nostri giorni”. Le cose e noi, i due mondi non sono separati.
Scandito così, è il digest del Millennio, benché d'impostazione campanelliana - certo accidentale: anche le cose ci comandano. Non più di dieci righe di questo romanzo di trecento pagine condensano la “civiltà” europea oggi, dopo essere state a lungo “americane”. Si può dire anche il romanzo del berlusconismo, ammesso che ce ne sia uno, del vuoto a perdere. Ma di più del dipietrismo, di chi protesta ma non sa per che. Della politica assente perché l’impolitica è improduttiva, al più un esercizio di snobistico rifiuto – lo snobismo dei sanculottes.
Ma l’Italia sarebbe un adattamento minore, al solito confuso. Questo “Regno a venire” si potrebbe invece studiare a Scienze Politiche, è un manuale attendibile di Storia delle idee o di Scienza della politica, oltre che una storia a sorpresa di violenze. È il manifesto reale dell’antipolitica, di una umanità sazia e indifferente, paranoica perciò, a partire dalla famiglia: i coniugi, i figli, i padri. Inquietante però: tanto modernismo invera la filosofia tradizionalista, di Guénon che lo disse una Grande Congiura, del Gabriel Marcel di “Essere e avere”. Gli oggetti si animano, le persone diventano gli oggetti che adorano, come in qualsiasi transfert religioso, ma quanto ristretto. Ballard ci mette del suo, che alla fine, del romanzo e della vita, lega la libertà al fascismo. Il “ritorno alla normalità” alla fine del romanzo è la tv che dà consigli per la casa e organizza gruppi di lettura: “Quando la gente comincia a infervorarsi parlando di romanzi ogni speranza di libertà è morta”, ghigna lo scrittore: “L’unica vera possibilità di una repubblica fascista era svanita insieme ai completi da uomo e le moquette e i tappeti a metà prezzo”.
J.C.Ballard, Regno a venire, Feltrinelli, pp. 293, € 9,50
sabato 6 novembre 2010
Ombre - 67
Alla domanda: "La sua persecuzione quotidiana", del settimanale "D", Alessandro Piperno risponde: "Ogni volta che suona il citofono temo sia la polizia". Sintomatico. Non dell'ottima Piperno certo, di questa Italia kafkiana.
“Caso Ruby, scoppia il giallo dei computer spiati in Procura”, titola “il Messaggero”. Non c’è giallo, e non ci sono computer spiati. Ma è vero che, ogni due giorni, qualcosa scoppia alla Procura di Milano. Troppi gas?
Paolo Mieli, pluridirettore del “Corriere della sera”, va da Santoro e non ha paura di dire che tutte queste battone sparano “su precisa indicazione”. Perché Mieli è romano e non milanese?
Nadia Macrì, che “Repubblica” e il ”Corriere” rappresentano “beata” nella sua casetta in Emilia, in pose lusinghiere da bella giardiniera, vuole fare una conferenza stampa sulle sue trombate con Brunetta e Berlusconi, e la giudice Boccassini deve intervenire per impedirglielo. La puttana è naturalmente più furba del giudice, anche in fatto di pubblicità. Ma ci sono giudici in questa vicenda?
Chiunque abbia usato internet al caffè sa quanto inutile e fastidiosa è la registrazione. Che nessuno mai controlla. Che è incontrollabile. E se anche lo fosse non porterebbe a nessun esito. Ma per il Procuratore antimafia Grasso la sua eliminazione “comprometterà le intercettazioni e le indagini”. Il cuore dei giudici batte solo per le spiate? E che indagini ha fatto il Procuratore Grasso di cui si abbia memoria? L’efficienza è sempre quella dei carabinieri, che controllano il territorio chiedendo i documenti.
All’aeroporto di Malpensa mandano in giro una valigia due minuti dopo che l’aereo è atterrato. Una valigia col cartellino di provenienza ma di cui nessuno è proprietario. A ogni giro sul nastro la valigia è registrata in arrivo dagli specifici voli di cui porta il cartellino, riducendo i tempi medi di consegna dei bagagli. Il tempo medio di consegna dei bagagli è uno dei criteri internazionali per valutare l’efficienza di un aeroporto.
Si aspetta ora di sapere se l’artefice di questa furbata non è un funzionario, o un facchino, napoletano. Potrebbe anche essere siciliano, perché no. Malpensa è un capolavoro di efficienza, non si discute, anche se è l’opera pubblica italiana più costosa, e continua a non funzionare.
John Elkann e Marchionne fanno il giro degli uffici romani senza incontrare Berlusconi. Berlusconi non ha tempo, troppo preso dalle ragazze? O la Fiat continua l’opposizione pura e dura al governo, tentando di convertire al montezemolismo i ministri di Berlusconi?
Delle dieci notizie più lette su Corriere.it nella settimana al 2 novembre quattro sono sul delitto di Avetrana. Emilio Fede viene al terzo posto, in quanto indagato per prostituzione. “La minorenne maghrebina, e la sua vita in fuga” vengono al quinto. Che c’entrano gli italiani con gli scandali?
Tutti assolti al processo calabrese di De Magistris, “Why not”. Dopo aver messo in crisi il governo Prodi. Non tutti sono assolti, trentasei. Tra i cinque che vanno a giudizio spicca l’ex capo del Pd in Calabria, Adamo: l’unica parte seria dell’inchiesta riguarderebbe lui. È la nuova sinistra che attacca il Pd? È la destra?
C’è un business delle esumazioni? Da Caravaggio al bandito Giuliano. Sono le imprese delle esumazioni che pagano i giudici che le ordinano? O pagano i giudici che le ordinano? Per farsi belli un paio di giorni. A spese del magro bilancio, che quel cialtrone di Tremonti non fa che tagliare.
Si parla di Perla Genovesi, la drogata pentita della dottoressa Principato, come se fosse un’eccezione tra le assistenti parlamentari, uno dei tanti piccoli mostri dell’invasione berlusconiana. Mentre è la normalità: è normale tra i parlamentari l’assunzione di droghe, e gli assistenti ne sono intermediari e fornitori. Questo lo sanno anche le pietre a Roma nella cittadella della politica, tra piazza Colonna e l’Argentina. Ma non se ne parla. Le più attive sono le assistenti, che normalmente hanno quel ruolo non per cultura giuridica ma per velinismo, la cosiddetta zona grigia.
Cronache da brividi dalle inchieste contro Berlusconi. In data recente, quando il dottor Forno già si lavorava Ruby, la ragazza va da Genova a Segrate, condotta da un autista di cui si tace il nome, all’ingresso delle aziende berlusconiane ritira una busta da un personaggio anonimo, e al ritorno a Genova viene per caso fermata da una pattuglia di Ps, per essersi allontanata senza permesso dalla casa d’accoglienza in cui è confinata. La stessa pattuglia sa, sempre per caso, che la ragazza ha una busta con denaro. Ruby “Rubacuori” morirà presto? È l’unico tassello che manca a una trama scontata.
A Napoli invece si intercettano, si trascrivono e si pubblicizzano le conversazioni al telefono di una onorevole berlusconiana, di nessuna rilevanza penale, e neppure gossippara. Per far sapere che “Dio ti vede”? O giusto così, perché Napoli è Napoli, senza fondo.
Molto rispetto di Mourinho per il Milan. E nessuna provocazione, non come quelle, ripetute, contro Juventus e Roma. Perché Berlusconi paga superingaggi? Molto milanese, si capisce che il multimilionario Mourinho piaccia molto in città.
Il centravanti della Lazio Sergio Floccari festeggia, il giorno dopo l’ennesima vittoria della sua squadra, il primo anno della morte di Natuzza Evolo a Paravati in Calabria. “Averla incontrata, poco prima della morte, mi ha cambiato la vita”, dice della mistica veggente. Liquidato dal Genoa e preso a niente dalla Lazio a gennaio, ha salvato la squadra dalla retrocessone. E quest’anno l’ha portata al primo posto in classifica.
Non è vero, ma per il “Corriere della sera” il 30 per cento degli italiani vuole il Terzo Polo (come fa a volerlo? sa per caso cos’è?). Lo fa dire a Mannheimer, che tanto non ha nulla da perdere. Domani gli darà dire che il Terzo Polo è Montezemolo. E allora?
Emilio Fede passa per il “Corriere della sera”, che ha inventato Ruby e ci sguazza, e per "Repubblica" indifferentemente dal reato di favoreggiamento della prostituzione a quello di sfruttamento. Ora, Fede sarà antipatico al giornale, ma una cosa non è l'altra.
“Caso Ruby, scoppia il giallo dei computer spiati in Procura”, titola “il Messaggero”. Non c’è giallo, e non ci sono computer spiati. Ma è vero che, ogni due giorni, qualcosa scoppia alla Procura di Milano. Troppi gas?
Paolo Mieli, pluridirettore del “Corriere della sera”, va da Santoro e non ha paura di dire che tutte queste battone sparano “su precisa indicazione”. Perché Mieli è romano e non milanese?
Nadia Macrì, che “Repubblica” e il ”Corriere” rappresentano “beata” nella sua casetta in Emilia, in pose lusinghiere da bella giardiniera, vuole fare una conferenza stampa sulle sue trombate con Brunetta e Berlusconi, e la giudice Boccassini deve intervenire per impedirglielo. La puttana è naturalmente più furba del giudice, anche in fatto di pubblicità. Ma ci sono giudici in questa vicenda?
Chiunque abbia usato internet al caffè sa quanto inutile e fastidiosa è la registrazione. Che nessuno mai controlla. Che è incontrollabile. E se anche lo fosse non porterebbe a nessun esito. Ma per il Procuratore antimafia Grasso la sua eliminazione “comprometterà le intercettazioni e le indagini”. Il cuore dei giudici batte solo per le spiate? E che indagini ha fatto il Procuratore Grasso di cui si abbia memoria? L’efficienza è sempre quella dei carabinieri, che controllano il territorio chiedendo i documenti.
All’aeroporto di Malpensa mandano in giro una valigia due minuti dopo che l’aereo è atterrato. Una valigia col cartellino di provenienza ma di cui nessuno è proprietario. A ogni giro sul nastro la valigia è registrata in arrivo dagli specifici voli di cui porta il cartellino, riducendo i tempi medi di consegna dei bagagli. Il tempo medio di consegna dei bagagli è uno dei criteri internazionali per valutare l’efficienza di un aeroporto.
Si aspetta ora di sapere se l’artefice di questa furbata non è un funzionario, o un facchino, napoletano. Potrebbe anche essere siciliano, perché no. Malpensa è un capolavoro di efficienza, non si discute, anche se è l’opera pubblica italiana più costosa, e continua a non funzionare.
John Elkann e Marchionne fanno il giro degli uffici romani senza incontrare Berlusconi. Berlusconi non ha tempo, troppo preso dalle ragazze? O la Fiat continua l’opposizione pura e dura al governo, tentando di convertire al montezemolismo i ministri di Berlusconi?
Delle dieci notizie più lette su Corriere.it nella settimana al 2 novembre quattro sono sul delitto di Avetrana. Emilio Fede viene al terzo posto, in quanto indagato per prostituzione. “La minorenne maghrebina, e la sua vita in fuga” vengono al quinto. Che c’entrano gli italiani con gli scandali?
Tutti assolti al processo calabrese di De Magistris, “Why not”. Dopo aver messo in crisi il governo Prodi. Non tutti sono assolti, trentasei. Tra i cinque che vanno a giudizio spicca l’ex capo del Pd in Calabria, Adamo: l’unica parte seria dell’inchiesta riguarderebbe lui. È la nuova sinistra che attacca il Pd? È la destra?
C’è un business delle esumazioni? Da Caravaggio al bandito Giuliano. Sono le imprese delle esumazioni che pagano i giudici che le ordinano? O pagano i giudici che le ordinano? Per farsi belli un paio di giorni. A spese del magro bilancio, che quel cialtrone di Tremonti non fa che tagliare.
Si parla di Perla Genovesi, la drogata pentita della dottoressa Principato, come se fosse un’eccezione tra le assistenti parlamentari, uno dei tanti piccoli mostri dell’invasione berlusconiana. Mentre è la normalità: è normale tra i parlamentari l’assunzione di droghe, e gli assistenti ne sono intermediari e fornitori. Questo lo sanno anche le pietre a Roma nella cittadella della politica, tra piazza Colonna e l’Argentina. Ma non se ne parla. Le più attive sono le assistenti, che normalmente hanno quel ruolo non per cultura giuridica ma per velinismo, la cosiddetta zona grigia.
Cronache da brividi dalle inchieste contro Berlusconi. In data recente, quando il dottor Forno già si lavorava Ruby, la ragazza va da Genova a Segrate, condotta da un autista di cui si tace il nome, all’ingresso delle aziende berlusconiane ritira una busta da un personaggio anonimo, e al ritorno a Genova viene per caso fermata da una pattuglia di Ps, per essersi allontanata senza permesso dalla casa d’accoglienza in cui è confinata. La stessa pattuglia sa, sempre per caso, che la ragazza ha una busta con denaro. Ruby “Rubacuori” morirà presto? È l’unico tassello che manca a una trama scontata.
A Napoli invece si intercettano, si trascrivono e si pubblicizzano le conversazioni al telefono di una onorevole berlusconiana, di nessuna rilevanza penale, e neppure gossippara. Per far sapere che “Dio ti vede”? O giusto così, perché Napoli è Napoli, senza fondo.
Molto rispetto di Mourinho per il Milan. E nessuna provocazione, non come quelle, ripetute, contro Juventus e Roma. Perché Berlusconi paga superingaggi? Molto milanese, si capisce che il multimilionario Mourinho piaccia molto in città.
Il centravanti della Lazio Sergio Floccari festeggia, il giorno dopo l’ennesima vittoria della sua squadra, il primo anno della morte di Natuzza Evolo a Paravati in Calabria. “Averla incontrata, poco prima della morte, mi ha cambiato la vita”, dice della mistica veggente. Liquidato dal Genoa e preso a niente dalla Lazio a gennaio, ha salvato la squadra dalla retrocessone. E quest’anno l’ha portata al primo posto in classifica.
Non è vero, ma per il “Corriere della sera” il 30 per cento degli italiani vuole il Terzo Polo (come fa a volerlo? sa per caso cos’è?). Lo fa dire a Mannheimer, che tanto non ha nulla da perdere. Domani gli darà dire che il Terzo Polo è Montezemolo. E allora?
Emilio Fede passa per il “Corriere della sera”, che ha inventato Ruby e ci sguazza, e per "Repubblica" indifferentemente dal reato di favoreggiamento della prostituzione a quello di sfruttamento. Ora, Fede sarà antipatico al giornale, ma una cosa non è l'altra.
Lombardo è mafioso e clientelare, ma non fa niente
La Procura di Catania accusa Angelo Lombardo, fratello del presidente della Regione Sicilia, di essere stato ed essere tramite costante con la mafia per conto del fratello Raffaele. Lo accusa in atti ufficiali, non in indiscrezioni, pettegolezzi, malignità. Ma per il partito Democratico Raffaele Lombardo, uno che ha cambiato in due anni e mezzo tre schieramenti, e ora si regge a sinistra, non è colpevole di niente. Non solo di mafia, non è colpevole nemmeno del supeorclientelismo, sommamente improduttivo, di cui è stato maestro in questi trenta mesi. Molti democratici siciliani, che sanno di che si tratta, vorrebbero staccarsene tempestivamente, ma il Partito obietta che Raffaele Lombardo non è imputato di niente. La partita sarebbe politica, ma anche la giustizia conta e il Pd, quando vuole, è garantista.
È pure vero che la Procura di Catania, malgrado tutte le “prove inconfutabili” che dice di avere contro i fratelli Lombardo, non incrimina Raffaele. Neanche di concorso esterno, un reato che ormai al Sud non si nega a nessuno. È un atto di rispetto verso il partito Democratico, sotto il cui ombrello Lombardo si è da poco messo? Sarebbe una conferma che il Pd è, o sia avvia rapidamente a essere, un partito non più di masse ma di notabili. I notabili del non fare come sono i giudici. Perché altrimenti dovremmo dirli complici, di un mafioso, a loro stesso dire, “accertato”.
È pure vero che la Procura di Catania, malgrado tutte le “prove inconfutabili” che dice di avere contro i fratelli Lombardo, non incrimina Raffaele. Neanche di concorso esterno, un reato che ormai al Sud non si nega a nessuno. È un atto di rispetto verso il partito Democratico, sotto il cui ombrello Lombardo si è da poco messo? Sarebbe una conferma che il Pd è, o sia avvia rapidamente a essere, un partito non più di masse ma di notabili. I notabili del non fare come sono i giudici. Perché altrimenti dovremmo dirli complici, di un mafioso, a loro stesso dire, “accertato”.
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venerdì 5 novembre 2010
Essere in un mondo di ex
Ci sono gli ex berlusconiani, un gruppo ormai nutrito: Fini e i suoi, Casini, Follini, il professor Buttiglione, tutta gente che pure deve tutto a Berlusconi, e Clemente Mastella. Ci sono da tempo gli ex comunisti, su tutti Veltroni. E ci sono già gli ex democratici, a tre o quattro anni dalla fondazione del Pd: Rutelli e, in pectore, lo stesso Prodi, con Parisi, l’ex campione di basket e altri emiliani. Che poi sono tutti ex: ex democristiani, ex comunisti appunto, ex fascisti. La Repubblca è un po' un mondo di ex, la storia è costante.
Il Pci ci aveva abituati, come già gli scomparsi socialisti, riempiendo l’Italia di ex, nel 1956, nel 1968, e dopo la caduta del Muro nel 1989. La diaspora fascista è invece del tutto nuova, ed è rapida, molteplice, in una con l’inconsistenza politica (cosa vogliono questi ancora non si sa: il voto maggioritario o proporzionale, gli immigrati o la “purezza” etnica, le case ai terremotati o i terremoti delle case?), con la tipica volubilità del graziato e del convalescente. La diaspora Dc è invece insuperabile: collosa, sgusciante, e facilmente riconoscibile se non dichiarata, impersonando l’inefficienza, la cronica incapacità di fare, da preti officianti alla messa – voglio e non voglio, qui lo dico qui lo nego, i sono e non ci sono, il rinvio. Con la certezza, se non è fede, che, se muore quello, quell’altro va in carcere, e quell’altro si manifesta infine drogato, la Dc si ritroverà, unita, compatta e grande, non avendo ancora perduto la guerra.
Ma non si può dire l’ex una cifra italiana. Ci sono infatti nel mondo ex capitalisti, come il famigerato Soros, o Bill Gates, e perfino Warren Buffett. E tanti ex comunisti diventati ricchissimi capitalisti, in Russia, in Cina e nel Vietnam, anche se in Asia si chiamano ancora comunisti. Ex guerriglieri anarchici sono diventati capi di Stato. E così via: ex drogati dirigono la lotta contro la droga, ex mafiosi gestiscono l’antimafia, ex prostitute fanno la morale.
Ci sono anche donne ex. Non ex donne, ché al contrario si vogliono donne donne. Ma passano dall’uno all’altro: da calciatore a calciatore, da politico a politico, da attore a attore, da affarista a affarista. Negli intervalli sono la ex moglie, o fidanzata, e talvolta la ex ex, di questo e di quello – la gaytudine per questo è temibile perché ci affollerà di altri ex: il problema dell’essere, direbbe un novello Heidegger, si riempie ma non si risolve con l’ex(essere-per-negarsi?.
L'Italia, però, è un po' più avanti, avendo già la categoria degli ex ex. Che non si saprebbe dire pentiti, perché non lo sono, nessuno fa mai l'atto di dolore, che è ammettere una colpa. Casini per esempio, che per primo ha lasciato la Democrazia Cristiana morente, e ora ne rivendica la memoria e le insegne. Occhetto, che ha liquidato il Pci e poi pensò di rifarlo, con Di Pietro e Nanni Moretti. Il repubblichino Tremaglia, che s'era detto liberale con Berlusconi, e ora inneggia a Fini che restaurerebbe i vecchi ideali, onore, patria, eccetera.
Il Pci ci aveva abituati, come già gli scomparsi socialisti, riempiendo l’Italia di ex, nel 1956, nel 1968, e dopo la caduta del Muro nel 1989. La diaspora fascista è invece del tutto nuova, ed è rapida, molteplice, in una con l’inconsistenza politica (cosa vogliono questi ancora non si sa: il voto maggioritario o proporzionale, gli immigrati o la “purezza” etnica, le case ai terremotati o i terremoti delle case?), con la tipica volubilità del graziato e del convalescente. La diaspora Dc è invece insuperabile: collosa, sgusciante, e facilmente riconoscibile se non dichiarata, impersonando l’inefficienza, la cronica incapacità di fare, da preti officianti alla messa – voglio e non voglio, qui lo dico qui lo nego, i sono e non ci sono, il rinvio. Con la certezza, se non è fede, che, se muore quello, quell’altro va in carcere, e quell’altro si manifesta infine drogato, la Dc si ritroverà, unita, compatta e grande, non avendo ancora perduto la guerra.
Ma non si può dire l’ex una cifra italiana. Ci sono infatti nel mondo ex capitalisti, come il famigerato Soros, o Bill Gates, e perfino Warren Buffett. E tanti ex comunisti diventati ricchissimi capitalisti, in Russia, in Cina e nel Vietnam, anche se in Asia si chiamano ancora comunisti. Ex guerriglieri anarchici sono diventati capi di Stato. E così via: ex drogati dirigono la lotta contro la droga, ex mafiosi gestiscono l’antimafia, ex prostitute fanno la morale.
Ci sono anche donne ex. Non ex donne, ché al contrario si vogliono donne donne. Ma passano dall’uno all’altro: da calciatore a calciatore, da politico a politico, da attore a attore, da affarista a affarista. Negli intervalli sono la ex moglie, o fidanzata, e talvolta la ex ex, di questo e di quello – la gaytudine per questo è temibile perché ci affollerà di altri ex: il problema dell’essere, direbbe un novello Heidegger, si riempie ma non si risolve con l’ex(essere-per-negarsi?.
L'Italia, però, è un po' più avanti, avendo già la categoria degli ex ex. Che non si saprebbe dire pentiti, perché non lo sono, nessuno fa mai l'atto di dolore, che è ammettere una colpa. Casini per esempio, che per primo ha lasciato la Democrazia Cristiana morente, e ora ne rivendica la memoria e le insegne. Occhetto, che ha liquidato il Pci e poi pensò di rifarlo, con Di Pietro e Nanni Moretti. Il repubblichino Tremaglia, che s'era detto liberale con Berlusconi, e ora inneggia a Fini che restaurerebbe i vecchi ideali, onore, patria, eccetera.
La sessuofobia dei preti femminista
Per “Famiglia Cristiana” e i missionari (?) paolini Berlusconi è un “malato”, poiché si attornia di donne. Mai una parola di questi missionari sulla solitudine cui la moglie ha costretto quest’uomo, sia pure antipatico. Un segno di umana comprensione come loro stessi dicono, insomma d’intelligenza.
La sessuofobia è l’unica cosa che distingue i preti – poi si dice che il cristianesimo non è più nei cuori. Rinverdita all’ora del femminismo dal diritto della donna di terrorizzare e umiliare l’uomo, sia pure suo marito, di tenerlo assoggettato nel mentre che lo rifiuta. E peggio ancora se l'uomo si rifà con una donna a pagamento: questa ha tutto il diritto di sfruttarlo e perseguitarlo, benché profumatamente remunerata.
Un caso, nella fattispecie, portato a livelli intollerabili da una donna che per i preti è una concubina. Che ha rubato il marito a un’altra donna con la quale era sacramentalmente legato. Concupendolo col sesso. Facendogli anche dei figli. All’unico unico scopo di ereditare, poiché non ha mai manifestato segni di affetto, e anzi sempre e soltanto di ostilità, quando è riuscita a manifestare qualcosa sotto le pieghe stirate della chirurgia plastica.
Si riteneva la sessuofobia antifemminista e invece si scopre infine che è fondamentalmente antiumanitaria: il casto è un giudice, con l’inflessibilità tipica delle purezze – di sangue, di razza, di fede, d’interessi.
La sessuofobia è l’unica cosa che distingue i preti – poi si dice che il cristianesimo non è più nei cuori. Rinverdita all’ora del femminismo dal diritto della donna di terrorizzare e umiliare l’uomo, sia pure suo marito, di tenerlo assoggettato nel mentre che lo rifiuta. E peggio ancora se l'uomo si rifà con una donna a pagamento: questa ha tutto il diritto di sfruttarlo e perseguitarlo, benché profumatamente remunerata.
Un caso, nella fattispecie, portato a livelli intollerabili da una donna che per i preti è una concubina. Che ha rubato il marito a un’altra donna con la quale era sacramentalmente legato. Concupendolo col sesso. Facendogli anche dei figli. All’unico unico scopo di ereditare, poiché non ha mai manifestato segni di affetto, e anzi sempre e soltanto di ostilità, quando è riuscita a manifestare qualcosa sotto le pieghe stirate della chirurgia plastica.
Si riteneva la sessuofobia antifemminista e invece si scopre infine che è fondamentalmente antiumanitaria: il casto è un giudice, con l’inflessibilità tipica delle purezze – di sangue, di razza, di fede, d’interessi.
giovedì 4 novembre 2010
Problemi di base - 40
spock
Chi va dall’analista non ascolta più, o va dall’analista chi non ascolta più?
Ma allora, che ci va a fare?
È più libero chi ha la libertà di parola o chi ha qualcosa da dire?
Perché il “Corriere della sera” è il giornale delle puttane? Votano Montezemolo?
È la destra la nuova sinistra, Fini, Casini, Di Pietro, De Magistris, Montezemolo?
Chi mangiò la mela sputò il torsolo? Sarebbe l’inizio dell’inquinamento.
Sartre ha scritto su Flaubert più di quanto lo stesso Flaubert abbia scritto: chi è lo scemo della famiglia?
Si aspetta che Moratti cacci Benitez e si riprenda Mancini.
Perché nessuno vede più la Madonna?
spock@antiit.eu
Chi va dall’analista non ascolta più, o va dall’analista chi non ascolta più?
Ma allora, che ci va a fare?
È più libero chi ha la libertà di parola o chi ha qualcosa da dire?
Perché il “Corriere della sera” è il giornale delle puttane? Votano Montezemolo?
È la destra la nuova sinistra, Fini, Casini, Di Pietro, De Magistris, Montezemolo?
Chi mangiò la mela sputò il torsolo? Sarebbe l’inizio dell’inquinamento.
Sartre ha scritto su Flaubert più di quanto lo stesso Flaubert abbia scritto: chi è lo scemo della famiglia?
Si aspetta che Moratti cacci Benitez e si riprenda Mancini.
Perché nessuno vede più la Madonna?
spock@antiit.eu
Secondi pensieri - 56
zeulig
Capitalismo - È stato, è, una forma di rottura della tradizione. Che è l’equilibrio sociale e psicologico, di valori progressivamente messi a punto, o senso della misura. Ma a fini prevalentemente di profitto, e quindi conservatore. Anche quando patrocina e impone il cambiamento. L’età del capitalismo è l’età della solitudine, sotto forma di individualismo. Della nevrosi cioè e dell’alienazione. Della violenza anche senza freni, contro se stessi e ogni altro, nel mondo e in famiglia, anche in forme non dissennate, oppure quiete.
Diritto – Gli antichi romani, ricorda Simone Weil, “Sulla Germania totalitaria”, erano crudeli. Con i nemici, e con i famigliari e gli alleati. Lo erano incontestabilmente, anche passando sopra all’onore, che pure si gloriavano di venerare.
Ma i romani erano anche gente del diritto, incrollabilmente legati alle procedure, ai precedenti, ai principi. A tutto l’armamentario formale che fa la forza del diritto. È il diritto basato sulla crudeltà invece che sulla giustizia? Crudeltà che è indifferenza, prima ancora che passione (S.Weil: “I Romani godevano di quella soddisfazione collettiva di se stessi, opaca, impermeabile, impenetrabile, che consente di conservare in mezzo ai crimini una coscienza perfettamente tranquilla”).
Purezza – Crea molti scompensi. Quello fisico-chimico (dei materiali, dei procedimenti), quello etico, quello religioso (quante eresie!), e ora quello etnico o razziale. È però sempre in cima nella scala dei valori.
Ragione – È riflessione. C’è anche nella fantasy, che è costruita, nell’horror, nella scrittura automatica, nello stream of consciousness. C’è una ragione “matematica”, nel senso dell’ordine euclideo, ingegneristico, del calcolo, delle leggi. E c’è una ragione estensiva, mutevole, aperta. Sempre però la ragione è riflessione, e tutto è ragione, dal sogno al trip – colloquio con se stessi, se non col mondo, comunque con “altri”.
Razionalismo - È una forma minore di umanità, limitata a un quinto, se non a un sesto, di tutti gli esseri umani. Della cui grande maggioranza, cinque miliardi, si poteva proporre come “superiore” sviluppo, anche in chiave di decolonizzazione, fino a qualche anno fa. Fino cioè a prima dell’adozione cinese del fordismo, la civiltà della produzione e dei consumi di massa, che è la migliore (più complessa, immaginosa e realistica insieme, benevola, utile) applicazione pratica del razionalismo.
Soprattutto nella forma dello sciamanesimo, che è scongiuro, e quindi in qualche modo formula assicurativa, ma anche come credenza in forze vitali, l’umanità è sempre essenzialmente vitalistica.
Realtà – Continuiamo a dire che il sole sorge e tramonta quattro secoli dopo Copernico, il quale spiegò che a girare è la terra. L’uomo s’intigna contro la realtà, la natura. Perché l’uomo è solo marginalmente (fisicamente) naturale.
È delimitata dalla comunicazione volontaria – e da una vista anteriore convergente. Sarebbe diversa se si potesse sapere tutto ciò che si dice a parte oppure si pensa. O se si potesse vedere a 360 gradi, in orizzontale e in verticale.
Scomparirebbero allora alcune distinzioni non intelligibili, destra-sinistra, amico-nemico (la diffidenza)?
Religione – Dà non un senso ma una proporzione alla storia.
Si può immaginare, più che come amore, o timore, di Dio, come insensibilità all’accumulo: l’antitesi del capitalismo. Che non è riduttivo: capitalismo, alla radice, sta per materialismo, sensibilità alle cose che alla fine è ateismo, anche nella pietà dichiarata e praticante, dei cattolici come dei protestanti, e degli ebrei.
Si capirebbe così (avrebbe un contenuto) anche la religione laica.
Scienza – Tutto si muove, è vero, ma nulla muta, non nei procedimenti né nelle proprietà. La scienza copernicana andrebbe integrata con il matter-of-fact tolemaico.
Simbolo – Conduce all’afasia, se una cosa significa (rimanda a) un’altra. Da qui l’insignificanza della psicanalisi.
Sport – Ha il fascino dell’uguaglianza, essendo puro talento.
Tempo – C’è solo se libero.
È misurato – è – dalla cose da fare, come dice Aristotele. Gli anni luce sono una misura troppo grande, insignificante – e solo perché alcuni oggetti si spostano.
È relativo, prende spessore in un con testo. Ha “più” tempo” un manovale indiano che dall’età di dieci anni lavora dall’alba al tramonto e vive in un villaggio di fango, oppure l’operatore di marketing di Segrate, che lavora via computer, sulla sedia anatomica, con l’aria condizionata? “Più” tempo per la sua vita non materiale (affetti, usi, svaghi), o come attenzione, vivendo in un mondo integrato. Se si depura il flusso della vita (del tempo) dal possesso delle cose, il ritmo diventa o naturale, sia pure per assuefazione, o innaturale, cioè costretto.
Si spiega l’ozio, che non è “perdita” di tempo. O il “tempo del carcere” (Vittorio Foa).
Il cosiddetto tempo reale è ripetizione. Anche per accumulo, ma sempre ripetizione è. Altrimenti il tempo (s)fugge. Il senso del tempo reale si ha attraverso la memoria di un accadimento, quindi attraverso una catalogazione, l’applicazione di certi standard o criteri (sociali, psicologici, culturali, tribali, familiari, etc.) che a loro volta derivano da precedenti catalogazioni.
Altrimenti è solo fretta, accatastamento, confusione, senza memoria. Una rapidità significativa implica anch’essa una selezione. Una piramide si costruiva, senza strumentazione idraulico\elettrica, in cinque-dieci anni, oggi non si pensa nemmeno di poterla costruire. Il Colosseo, costruito in cinque anni, oggi non si farebbe in dieci, con tutte le gru e i mezzi di trasporto pesanti, e dopo cinquant’anni sarebbe da rifare – si costruiva allora con tanti morti, oggi pure. L’organizzazione è legata al senso del tempo – il principio dell’economia – e non alla tecnica.
Quello della politica è lentissimo: anche quando gli avvenimenti sono rapidi, catastrofi, guerre, la politica si muove come un pachiderma. Quello dell’economia invece è frenetico, e ogni istante può essere pieno di cose – si scatena una crisi mondiale in secondi. La differenza non è data dal pubblico contro il privato: nella crisi economica anche le decisioni pubbliche possono essere istantanee e radicali.
Le cose dipendono dalle decisioni. Da verifiche cioè, controlli, combinazioni di poteri, che sono impalpabili, sotterranei, perfino esoterici, e quindi inspiegabilmente velocissimi o lentissimi. Il discrimine è allora l’interesse, per il denaro, per le cose materiali, il possesso? In questo senso ha ragione Marx: il denaro domina.
zeulig@antiit.eu
Capitalismo - È stato, è, una forma di rottura della tradizione. Che è l’equilibrio sociale e psicologico, di valori progressivamente messi a punto, o senso della misura. Ma a fini prevalentemente di profitto, e quindi conservatore. Anche quando patrocina e impone il cambiamento. L’età del capitalismo è l’età della solitudine, sotto forma di individualismo. Della nevrosi cioè e dell’alienazione. Della violenza anche senza freni, contro se stessi e ogni altro, nel mondo e in famiglia, anche in forme non dissennate, oppure quiete.
Diritto – Gli antichi romani, ricorda Simone Weil, “Sulla Germania totalitaria”, erano crudeli. Con i nemici, e con i famigliari e gli alleati. Lo erano incontestabilmente, anche passando sopra all’onore, che pure si gloriavano di venerare.
Ma i romani erano anche gente del diritto, incrollabilmente legati alle procedure, ai precedenti, ai principi. A tutto l’armamentario formale che fa la forza del diritto. È il diritto basato sulla crudeltà invece che sulla giustizia? Crudeltà che è indifferenza, prima ancora che passione (S.Weil: “I Romani godevano di quella soddisfazione collettiva di se stessi, opaca, impermeabile, impenetrabile, che consente di conservare in mezzo ai crimini una coscienza perfettamente tranquilla”).
Purezza – Crea molti scompensi. Quello fisico-chimico (dei materiali, dei procedimenti), quello etico, quello religioso (quante eresie!), e ora quello etnico o razziale. È però sempre in cima nella scala dei valori.
Ragione – È riflessione. C’è anche nella fantasy, che è costruita, nell’horror, nella scrittura automatica, nello stream of consciousness. C’è una ragione “matematica”, nel senso dell’ordine euclideo, ingegneristico, del calcolo, delle leggi. E c’è una ragione estensiva, mutevole, aperta. Sempre però la ragione è riflessione, e tutto è ragione, dal sogno al trip – colloquio con se stessi, se non col mondo, comunque con “altri”.
Razionalismo - È una forma minore di umanità, limitata a un quinto, se non a un sesto, di tutti gli esseri umani. Della cui grande maggioranza, cinque miliardi, si poteva proporre come “superiore” sviluppo, anche in chiave di decolonizzazione, fino a qualche anno fa. Fino cioè a prima dell’adozione cinese del fordismo, la civiltà della produzione e dei consumi di massa, che è la migliore (più complessa, immaginosa e realistica insieme, benevola, utile) applicazione pratica del razionalismo.
Soprattutto nella forma dello sciamanesimo, che è scongiuro, e quindi in qualche modo formula assicurativa, ma anche come credenza in forze vitali, l’umanità è sempre essenzialmente vitalistica.
Realtà – Continuiamo a dire che il sole sorge e tramonta quattro secoli dopo Copernico, il quale spiegò che a girare è la terra. L’uomo s’intigna contro la realtà, la natura. Perché l’uomo è solo marginalmente (fisicamente) naturale.
È delimitata dalla comunicazione volontaria – e da una vista anteriore convergente. Sarebbe diversa se si potesse sapere tutto ciò che si dice a parte oppure si pensa. O se si potesse vedere a 360 gradi, in orizzontale e in verticale.
Scomparirebbero allora alcune distinzioni non intelligibili, destra-sinistra, amico-nemico (la diffidenza)?
Religione – Dà non un senso ma una proporzione alla storia.
Si può immaginare, più che come amore, o timore, di Dio, come insensibilità all’accumulo: l’antitesi del capitalismo. Che non è riduttivo: capitalismo, alla radice, sta per materialismo, sensibilità alle cose che alla fine è ateismo, anche nella pietà dichiarata e praticante, dei cattolici come dei protestanti, e degli ebrei.
Si capirebbe così (avrebbe un contenuto) anche la religione laica.
Scienza – Tutto si muove, è vero, ma nulla muta, non nei procedimenti né nelle proprietà. La scienza copernicana andrebbe integrata con il matter-of-fact tolemaico.
Simbolo – Conduce all’afasia, se una cosa significa (rimanda a) un’altra. Da qui l’insignificanza della psicanalisi.
Sport – Ha il fascino dell’uguaglianza, essendo puro talento.
Tempo – C’è solo se libero.
È misurato – è – dalla cose da fare, come dice Aristotele. Gli anni luce sono una misura troppo grande, insignificante – e solo perché alcuni oggetti si spostano.
È relativo, prende spessore in un con testo. Ha “più” tempo” un manovale indiano che dall’età di dieci anni lavora dall’alba al tramonto e vive in un villaggio di fango, oppure l’operatore di marketing di Segrate, che lavora via computer, sulla sedia anatomica, con l’aria condizionata? “Più” tempo per la sua vita non materiale (affetti, usi, svaghi), o come attenzione, vivendo in un mondo integrato. Se si depura il flusso della vita (del tempo) dal possesso delle cose, il ritmo diventa o naturale, sia pure per assuefazione, o innaturale, cioè costretto.
Si spiega l’ozio, che non è “perdita” di tempo. O il “tempo del carcere” (Vittorio Foa).
Il cosiddetto tempo reale è ripetizione. Anche per accumulo, ma sempre ripetizione è. Altrimenti il tempo (s)fugge. Il senso del tempo reale si ha attraverso la memoria di un accadimento, quindi attraverso una catalogazione, l’applicazione di certi standard o criteri (sociali, psicologici, culturali, tribali, familiari, etc.) che a loro volta derivano da precedenti catalogazioni.
Altrimenti è solo fretta, accatastamento, confusione, senza memoria. Una rapidità significativa implica anch’essa una selezione. Una piramide si costruiva, senza strumentazione idraulico\elettrica, in cinque-dieci anni, oggi non si pensa nemmeno di poterla costruire. Il Colosseo, costruito in cinque anni, oggi non si farebbe in dieci, con tutte le gru e i mezzi di trasporto pesanti, e dopo cinquant’anni sarebbe da rifare – si costruiva allora con tanti morti, oggi pure. L’organizzazione è legata al senso del tempo – il principio dell’economia – e non alla tecnica.
Quello della politica è lentissimo: anche quando gli avvenimenti sono rapidi, catastrofi, guerre, la politica si muove come un pachiderma. Quello dell’economia invece è frenetico, e ogni istante può essere pieno di cose – si scatena una crisi mondiale in secondi. La differenza non è data dal pubblico contro il privato: nella crisi economica anche le decisioni pubbliche possono essere istantanee e radicali.
Le cose dipendono dalle decisioni. Da verifiche cioè, controlli, combinazioni di poteri, che sono impalpabili, sotterranei, perfino esoterici, e quindi inspiegabilmente velocissimi o lentissimi. Il discrimine è allora l’interesse, per il denaro, per le cose materiali, il possesso? In questo senso ha ragione Marx: il denaro domina.
zeulig@antiit.eu
mercoledì 3 novembre 2010
Letture - 44
letterautore
Arendt - La Hannah Arendt che rimane fedele a Heidegger – rimane fedele a un uomo sgradevole – non è la filosofa, né la scienziata politica, né l’ebrea emigrata: è la “buona moglie tedesca” di Stendhal. Non c’è altra spiegazione: benché colta e impegnata, e sensibile al corteggiamento, resta fedele al primo amore, e all’amore considerato come una virtù in se stessa, “qualcosa di mistico”, fisso.
Arte - È catturare il reale per mezzo dell’immaginazione – la magia.
Bibbia – È vera. Come discorso di Dio lo è certamente. Non c’è altro Dio, in nessun altro posto o testo della terra, che non sia nemico.
Cabbala – È un esercizio di razionalismo attorno a Dio, che per definizione è ineffabile – dovrebbe esserlo, ma la Bibbia lo vuole un esercizio di verità. È un esercizio povero di razionalismo, professandosi per iniziati in segreto,
Don Giovanni – È l’insoddisfazione che nasce dalla soddisfazione del desiderio, il quetzalcoatl della passione-soddisfazione interrotto a un certo punto. Il desiderio ha una caduta di tensione quando si realizza, l’evento è sempre inferiore all’attesa, e deve essere rianimato. Qua do subentra la stanchezza, ecco don Giovanni. D’altra parte la stanchezza è invitabile: l’evento insoddisfacente rilancia le attese, ma troppi rilanci comportano troppe cadute, alla fine si diventa scontenti e nervosi.
Lettore – È come l’esecutore della musica, l’interprete drammatico.
Pasolini - Un moralista che si trova suo agio, e quasi in un microcosmo perfetto, nel piccolo ambiente letterario – Elsa, Dacia, Alberto, Laura… - che moralista è?
È il tipo italiano, come Montanelli, come Malaparte. Non c’è in loro artificio, cioè l’artificio è il loro istinto. Invidiabili: per l’ego, e per la capacità d’identificazione (finta?) col truppone.
È violentissimo, perfino sfrenato, da “Salò” a “Petrolio”, senza essere realmente critico. Ogni spiegazione è posticcia, uno sticker. Era incapace di sdegno o sfugge per conformismo – al partito, alla mamma, alla liturgia della perversione? L’unica cosa “sua”, di gusto, è la merda – il culo-merda, il bambino-merda – e questa certamente è un’indicazione, ma di che?
È specchio di Proust in molte cose, malgrado le barriere dell’impegno, del populismo, del linguaggio. Per la freddezza comune a entrambi, dietro la coloritura partecipativa della memoria, verso i loro personaggi e le situazioni in cui li collocano. Verso il loro universo reale anche: le corrispondenze, animate da mille preoccupazioni di programma, timori, sentimenti dedicated, hanno un fondo costante d’insensibilità, di astratta ragionevolezza. La buona educazione nell’uno, la furia nell’altro copre un penchant naturale di bontà, o uno d’intransigenza? Di nervosa insofferenza, fino alla cattiveria, e perfino all’oltraggio. Caratteristica la bivalenza nei confronti della madre, naturalmente adorata, che naturalmente tutto sa del loro lato oscuro, naturalmente lo disapprova e naturalmente lo copre. Proust avrebbe potuto (dovuto) comporre l’ambivalenza materna nelle regole sociali, della sua formazione, sua di lei, della cultura del tempo e della mentalità, e invece ne assolutizza la figura, annientandola, riducendola a ombra. Pasolini “fa sua” la madre, la violenta in immagine, senza più: la fragilizza, lei così determinata e amante della vita, l’ammutolisce.
A meno che la madre, nei due casi, non sia stata una piccolo borghese insopportabile, abitudinaria e feroce, verso la quale i figli non possono che avere sensi di colpa. Che di Pasolini hanno ammorbato tutta la vita, fino ai propositi finali di suicidio per vergogna. E di Proust hanno provocato la costante nevrosi, di cui invece non c’è traccia nel fratello e nel padre (non facevano anch’essi le vacanze in Normandia, dalla parte di duchi e ragazze di solida borghesia?): fantasticare guardando da lontano, le bambine degli Champs-Élysées, le ragazze in fiore, o incanaglire l’amore nel sesso “turpe”.
Proust – Malgrado la lunghezza ha creato poco. E tutti personaggi di teatro, compreso il travesti.
Il tempo durata è dettaglismo, cioè lunghezza.
Peccato che non amasse travestirsi: un po’ di gusto sartoriale gli avrebbe consentito migliaia di pagine di riflessi e nuances. Un vestito femminile naturalmente, è cosa complicata: stoffa, taglio colori, ricami cuciture, forme, sensazioni tattili e acustiche e visive.
L’affettazione lo rende incapace di affetti.
Albertine-Alfred mostacciuto e muscoloso è atroce parodia, misogina. Ma generale e forte è la sensazione che i modelli siano migliori dei personaggi, più complessi, più affascinanti, benché del demi-monde. Perché i personaggi sembrano copie stanche: la duchessa di Guermantes e l’originale Laure de Sade biografata dalla Bibesco, per esempio, e così di tutti quelli di cui è stato ricostituito qualche aspetto della biografia reale, la Signora delle violette Jeanne de Tourbay e Méry Laurent, due cortigiane di lusso, per Odette, compreso lo chauffeur. Non ci sono altri esempi di personaggi letterari inferiori ai modelli. Cosa entusiasma in questo riduttivismo proustiano? Lo snobismo. Che è fondamentalmente invidioso, cattivo sotto l’apparente ammirazione e devozione dei potenti.
S’è appropriato della memoria. Perché, gli altri come scrivono?
La durata è dura in Proust perché è ripetizione, un segnare il passo, e non passaggio – attesa, cambiamento, ritorno. Perché non è speranza. La speranza è il tempo. Senza la speranza non c’è tempo, né aria per respirare. Non c’è in realtà durata, se non er indebita appropriazione della filosofia - Bergson la definisce in termini del tutto diversi dalla stanca memoria di Proust.
La durata, anzi la dura durata, è evidentemente un piacere – l’attesa dell’atto meglio dell’atto (anche se il bricconcello pompava golosamente). Non è volgare rilevarlo, non più volgare della pratica. Questo può spiegare il dilagante proustismo, per le-i tante-i Bovary che s’immaginano la loro vita. La durata come estensione del presente (v. l’attualizzazione del divenire di Banfi), che è ovviamente il fine della memoria. Insistita perciò e insistente, e per questo noiosa. Ma è qui il suo fascino: la prospettazione o promessa di un’eterna giovinezza, di un perpetuarsi delle cose e degli eventi, che supera o rinverdisce un mondo demodé, datatissimo nei modi di essere più che nel tempo.
Ha scritto un romanzo “paralitico” (Ortega y Gasset, “Sul romanzo”).
Il romanzo, che è in fondo un saggio sull’amore in tutte le sue forme, non ha una scena d’amore. Se non quella di “Swann”, rubata, da voyeur furtivo, di Mlle Vinteuil che abbranca l’amica sotto il ritratto del rispettabile padre. Una sola in un romanzo di seimila pagine. L’amore di Proust è molte cose: incanto (immaginazione infantile e adolescenziale), gelosia, violenza, voyeurismo, passione, vizio intellettuale, oltraggio, apatia, odio. La “Ricerca” si può leggere come un repertorio dell’amore, un’enciclopedia alla Montaigne. Ma non c’è l’erotismo. C’è, poco, il sesso. Che è l’unica forma d’amore che Proust ha praticato, l’unica che gli si conosca malgrado le amicizie particolari affettate – l’immenso epistolario non ha una sola lettera d’amore.
Si può decidere di vivere in (narrare) un punto, la vita e la storia (la narrazione) concentrare in un attimo. Ma è un artificio, un terapeuta la direbbe una monomania.
Romanzo – Prospera nelle società ordinate, a struttura gerarchica (ordine) certa. Lo dice E.Cecchi (appunto su Nrf-Proust) e sembra vero: Francia e Inghilterra del Sette-Ottocento, Russia dell’Ottocento, Germania di fine Ottocento, Usa del Novecento. Ma può dardi anche il contrario: Praga (Kafka) e Vienna (Hofmannstahl, Musil, J.Roth….) di fine impero.
Il primo romanzo ha prosperato in età ellenistica- Perché emergeva la potenza romana? O perché si dissolveva il mondo greco classico? Non si può sapere.
E se il romanzo andasse col clima? Dove si legge di più, il genere richiede lunghe letture, e dove di meno.
Stendhal – Ha dato dignità al romanzo d’appendice: vita militare (imprevisto, randagismo), amori (amore fisico: scollature, riccioli, braccia tornite), tradimenti, duelli. Ha fallito dove ha tentato il romanzo contemporaneo: la politica borghese (“L.Leuwen”), la psicologia (“Armance”).
letterautore@antiit.eu
Arendt - La Hannah Arendt che rimane fedele a Heidegger – rimane fedele a un uomo sgradevole – non è la filosofa, né la scienziata politica, né l’ebrea emigrata: è la “buona moglie tedesca” di Stendhal. Non c’è altra spiegazione: benché colta e impegnata, e sensibile al corteggiamento, resta fedele al primo amore, e all’amore considerato come una virtù in se stessa, “qualcosa di mistico”, fisso.
Arte - È catturare il reale per mezzo dell’immaginazione – la magia.
Bibbia – È vera. Come discorso di Dio lo è certamente. Non c’è altro Dio, in nessun altro posto o testo della terra, che non sia nemico.
Cabbala – È un esercizio di razionalismo attorno a Dio, che per definizione è ineffabile – dovrebbe esserlo, ma la Bibbia lo vuole un esercizio di verità. È un esercizio povero di razionalismo, professandosi per iniziati in segreto,
Don Giovanni – È l’insoddisfazione che nasce dalla soddisfazione del desiderio, il quetzalcoatl della passione-soddisfazione interrotto a un certo punto. Il desiderio ha una caduta di tensione quando si realizza, l’evento è sempre inferiore all’attesa, e deve essere rianimato. Qua do subentra la stanchezza, ecco don Giovanni. D’altra parte la stanchezza è invitabile: l’evento insoddisfacente rilancia le attese, ma troppi rilanci comportano troppe cadute, alla fine si diventa scontenti e nervosi.
Lettore – È come l’esecutore della musica, l’interprete drammatico.
Pasolini - Un moralista che si trova suo agio, e quasi in un microcosmo perfetto, nel piccolo ambiente letterario – Elsa, Dacia, Alberto, Laura… - che moralista è?
È il tipo italiano, come Montanelli, come Malaparte. Non c’è in loro artificio, cioè l’artificio è il loro istinto. Invidiabili: per l’ego, e per la capacità d’identificazione (finta?) col truppone.
È violentissimo, perfino sfrenato, da “Salò” a “Petrolio”, senza essere realmente critico. Ogni spiegazione è posticcia, uno sticker. Era incapace di sdegno o sfugge per conformismo – al partito, alla mamma, alla liturgia della perversione? L’unica cosa “sua”, di gusto, è la merda – il culo-merda, il bambino-merda – e questa certamente è un’indicazione, ma di che?
È specchio di Proust in molte cose, malgrado le barriere dell’impegno, del populismo, del linguaggio. Per la freddezza comune a entrambi, dietro la coloritura partecipativa della memoria, verso i loro personaggi e le situazioni in cui li collocano. Verso il loro universo reale anche: le corrispondenze, animate da mille preoccupazioni di programma, timori, sentimenti dedicated, hanno un fondo costante d’insensibilità, di astratta ragionevolezza. La buona educazione nell’uno, la furia nell’altro copre un penchant naturale di bontà, o uno d’intransigenza? Di nervosa insofferenza, fino alla cattiveria, e perfino all’oltraggio. Caratteristica la bivalenza nei confronti della madre, naturalmente adorata, che naturalmente tutto sa del loro lato oscuro, naturalmente lo disapprova e naturalmente lo copre. Proust avrebbe potuto (dovuto) comporre l’ambivalenza materna nelle regole sociali, della sua formazione, sua di lei, della cultura del tempo e della mentalità, e invece ne assolutizza la figura, annientandola, riducendola a ombra. Pasolini “fa sua” la madre, la violenta in immagine, senza più: la fragilizza, lei così determinata e amante della vita, l’ammutolisce.
A meno che la madre, nei due casi, non sia stata una piccolo borghese insopportabile, abitudinaria e feroce, verso la quale i figli non possono che avere sensi di colpa. Che di Pasolini hanno ammorbato tutta la vita, fino ai propositi finali di suicidio per vergogna. E di Proust hanno provocato la costante nevrosi, di cui invece non c’è traccia nel fratello e nel padre (non facevano anch’essi le vacanze in Normandia, dalla parte di duchi e ragazze di solida borghesia?): fantasticare guardando da lontano, le bambine degli Champs-Élysées, le ragazze in fiore, o incanaglire l’amore nel sesso “turpe”.
Proust – Malgrado la lunghezza ha creato poco. E tutti personaggi di teatro, compreso il travesti.
Il tempo durata è dettaglismo, cioè lunghezza.
Peccato che non amasse travestirsi: un po’ di gusto sartoriale gli avrebbe consentito migliaia di pagine di riflessi e nuances. Un vestito femminile naturalmente, è cosa complicata: stoffa, taglio colori, ricami cuciture, forme, sensazioni tattili e acustiche e visive.
L’affettazione lo rende incapace di affetti.
Albertine-Alfred mostacciuto e muscoloso è atroce parodia, misogina. Ma generale e forte è la sensazione che i modelli siano migliori dei personaggi, più complessi, più affascinanti, benché del demi-monde. Perché i personaggi sembrano copie stanche: la duchessa di Guermantes e l’originale Laure de Sade biografata dalla Bibesco, per esempio, e così di tutti quelli di cui è stato ricostituito qualche aspetto della biografia reale, la Signora delle violette Jeanne de Tourbay e Méry Laurent, due cortigiane di lusso, per Odette, compreso lo chauffeur. Non ci sono altri esempi di personaggi letterari inferiori ai modelli. Cosa entusiasma in questo riduttivismo proustiano? Lo snobismo. Che è fondamentalmente invidioso, cattivo sotto l’apparente ammirazione e devozione dei potenti.
S’è appropriato della memoria. Perché, gli altri come scrivono?
La durata è dura in Proust perché è ripetizione, un segnare il passo, e non passaggio – attesa, cambiamento, ritorno. Perché non è speranza. La speranza è il tempo. Senza la speranza non c’è tempo, né aria per respirare. Non c’è in realtà durata, se non er indebita appropriazione della filosofia - Bergson la definisce in termini del tutto diversi dalla stanca memoria di Proust.
La durata, anzi la dura durata, è evidentemente un piacere – l’attesa dell’atto meglio dell’atto (anche se il bricconcello pompava golosamente). Non è volgare rilevarlo, non più volgare della pratica. Questo può spiegare il dilagante proustismo, per le-i tante-i Bovary che s’immaginano la loro vita. La durata come estensione del presente (v. l’attualizzazione del divenire di Banfi), che è ovviamente il fine della memoria. Insistita perciò e insistente, e per questo noiosa. Ma è qui il suo fascino: la prospettazione o promessa di un’eterna giovinezza, di un perpetuarsi delle cose e degli eventi, che supera o rinverdisce un mondo demodé, datatissimo nei modi di essere più che nel tempo.
Ha scritto un romanzo “paralitico” (Ortega y Gasset, “Sul romanzo”).
Il romanzo, che è in fondo un saggio sull’amore in tutte le sue forme, non ha una scena d’amore. Se non quella di “Swann”, rubata, da voyeur furtivo, di Mlle Vinteuil che abbranca l’amica sotto il ritratto del rispettabile padre. Una sola in un romanzo di seimila pagine. L’amore di Proust è molte cose: incanto (immaginazione infantile e adolescenziale), gelosia, violenza, voyeurismo, passione, vizio intellettuale, oltraggio, apatia, odio. La “Ricerca” si può leggere come un repertorio dell’amore, un’enciclopedia alla Montaigne. Ma non c’è l’erotismo. C’è, poco, il sesso. Che è l’unica forma d’amore che Proust ha praticato, l’unica che gli si conosca malgrado le amicizie particolari affettate – l’immenso epistolario non ha una sola lettera d’amore.
Si può decidere di vivere in (narrare) un punto, la vita e la storia (la narrazione) concentrare in un attimo. Ma è un artificio, un terapeuta la direbbe una monomania.
Romanzo – Prospera nelle società ordinate, a struttura gerarchica (ordine) certa. Lo dice E.Cecchi (appunto su Nrf-Proust) e sembra vero: Francia e Inghilterra del Sette-Ottocento, Russia dell’Ottocento, Germania di fine Ottocento, Usa del Novecento. Ma può dardi anche il contrario: Praga (Kafka) e Vienna (Hofmannstahl, Musil, J.Roth….) di fine impero.
Il primo romanzo ha prosperato in età ellenistica- Perché emergeva la potenza romana? O perché si dissolveva il mondo greco classico? Non si può sapere.
E se il romanzo andasse col clima? Dove si legge di più, il genere richiede lunghe letture, e dove di meno.
Stendhal – Ha dato dignità al romanzo d’appendice: vita militare (imprevisto, randagismo), amori (amore fisico: scollature, riccioli, braccia tornite), tradimenti, duelli. Ha fallito dove ha tentato il romanzo contemporaneo: la politica borghese (“L.Leuwen”), la psicologia (“Armance”).
letterautore@antiit.eu
ll mondo com 'è - 49
astolfo
Anarchici - È un fatto che erano killer a pagamento, manovrabili a piacimento senza sforzo. Anzi, sono stati killer e basta, nemmeno pagati.
Apartheid - È (non è morto) scandaloso ma non marginale. Gli Usa ne fanno il perno della diplomazia, i popoli dividendo in buoni e cattivi. O accettandone le divisioni, che è la stessa cosa.
È un accomodamento, di cui però gli Usa non vedono l’intrinseca falsità (debolezza): la partizione, per credo religioso o etnico, per razza, è la razionalità puritana, il bene è diviso dal male. O la mentalità del ghetto: il tribalismo riprodotto sotto specie culturali, religiose, eccetera.
Gli Usa hanno del resto tenuto in vita, nel loro enorme paese, più a lungo e più dettagliato che in qualsiasi altro posto o epoca del mondo, un sistema di separazione etnica, in orizzontale e in verticale, a vari livelli: tra bianchi e neri, tra anglofoni e latini, tra anglofoni protestanti e cattolici, nei confronti degli ebrei, tra ebrei orientali ed ebrei occidentali. Magari un giorno se ne vanteranno, il cosmopolitismo non è più “naturale” del tribalismo.
Borghesia– Poiché è per definizione un corpo non compatto ma osmotico, che prende dall’alto e dal basso, da destra e da sinistra, è adattabile, e quindi inattaccabile. Spiga il fascino del centro politico: la borghesia è il centro.
È una formula politica oggi, più che una classe sociale: la formula del governo debole. Sotto l’imperversare dei diritti, di ogni minoranza e di ogni virtù, e nella democratizzazione pulviscolare del parlamentarismo. I governi sono deboli perché esprimono questa borghesia, non per difetto d’ingegneria costituzionale.
Ha portato all’estremo la mendicità politica. Ne ha fatto arte di governo. E più nei suo rappresentanti più qualificati, alto borghesi, per censo o cultura: i galantuomini (notabili) non sottostanno a diritti e doveri, ricorrono alla protezione dell’amicizia. Da qui il laicismo (intelligenza laica, etica laica, finanza laica) in teso come massoneria: è buon borghese chi può fare affidamento su una solida rete di influenze.
Fondamentalmente è anarchica: non concepisce lo Stato, se non le serve. Essendo acquisitiva (monopolistica), ha un concetto dell’utilità sociale molto limitato.
Ma esiste qualcosa come l’utilità sociale a fondamento dello Stato? Solo in sue accezioni: come forma di una dinastia, di una nazione, della politica, e come cassa di compensazione redistributiva,
dalle clientele romane al welfare, figura quindi delle élites e delle masse.
Brest-Litovsk – Una vittoria, e che vittoria!, dei tedeschi perdenti. Il blocco tedesco, che ai primi di marzo ha già perduto la guerra, è rilanciato dal trattato con i bolscevichi – rilanciato verso Parigi. È la “porova” più evidente del Lenin inviato dai tedeschi.
Capitalismo– È protestante, si dice equivocando sugli studi di Max Weber sulle diverse religiosità del protestantesimo, per dire in realtà che il capitalismo è socialmente responsabile: la borghesia come razionalità. Lo si dice anche degli studi di Sombart sul puritanesimo, capitalismo compreso – ma è lo stesso Sombart che ha costruito una fenomenologia del capitalismo come spesa suntuaria invece che come thrift. L’idea, che si vuole protestante, che il successo negli affari (nella vita materiale, terrena) premi i buoni è, sia pure in ambito protestante, del darwinismo sociale del secondo Ottocento, popolarizzato dall’insorgenza prepotente degli Usa, con l’ideologia della Frontiera, “go to the West”, e con l’American Drean, o way of life della “classe agiata” di Veblen.
È sempre stato molto idealizzato in Italia, come un’etica superiore, quella dell’onestà e dell’accumulo, o del risparmio. Un’etica anzi trascendentale, o un kantismo volgare, col capitale interprete del buono e del giusto. Non così dove la borghesia governa senza nascondersi (camuffarsi), come negli Usa e in Gran Bretagna: qui si sa e si riconosce legata agli affari.
Col primato protestante (qualcosa del genere c’è in lui, benché storicizzato), Max Weber s’immette nel filone ottocentesco dei primati, sottostante al nazionalismo. È la stessa traccia che segue il darwinismo sociale del reverendo Strong negli Usa col wasp, la superiorità del protestante bianco, o del mito rapidamente costruito della Frontiera. In questo senso l’analisi di M.Weber è – nella misura in cui lo è, in cui si lascia trascinare – doppiamente fasulla: che primato è, quello dello “spirito” capitalistico? È un’invenzione pratica, la scoperta della penicillina? È una virtù?
Si rapporta alla Riforma in quanto si confonde con la libertà politica. Il liberalismo non è il diritto al dissenso (tolleranza) né quello alla proprietà (borghesia). Nasce dalla Riforma, come movimento religioso e come movimento politico (contro l’impero, l’unità della società politica). La libertà è un diritto incomprimibile, quindi non “tollerabile”. E si può accompagnare all’uguaglianza, quindi fare a meno della proprietà. L’equivoco – unicamente italiano, una baggianata – è di identificare capitalismo a libertà politica, e quindi dire: Weber, capitalismo e sette protestanti, eccetera. Mentre il capitalismo è anche, lo è stato pure prima della Riforma, ben cattolico. E la libertà politica è ben difficile che lo sia.
Centro– È all’interno del labirinto. Ne è il cuore.
Non profit – È lavoro socialmente utile, il “terzo settore” di Rifkin, nel senso che ne beneficiano gli sfavoriti. Ma organizzativamente è lavoro servile – non qualificato e non retribuito, se non bonariamente. Si completa, in dolcezza, lo scardinamento delle difese del lavoro.
Res Publica– Concetto superato, se l’interprete di Cicerone è Andreotti. Ma già Cicerone…
Sessantotto – È stato una rivoluzione antropologica, di pedagogia, famiglia, sessualità, sessi, lavoro. E ha affermato la letteratura se non la poesia – la fantasia, l’autonomia dell’individuo - nella vita. Non è stato politico. Cioè, lo è stato in quanto ha dissolto la politica: il Parlamento, i partiti, l’impegno, le istituzioni sono stati ridotti a simulacri – alla merce dell’informale, invasiva, confusionaria anche, opinione pubblica. Non li ha scoperti, si sapeva già che erano una convenzione sociale: li ha resi insignificanti e marginali. Più spesso autoreferenti, e quindi corrotti – la corruzione dopo il movimento dilaga.
Tangentopoli - Una dittatura della giustizia, si dice, non è possibile. Ma una dittatura dei giudici sì. Sia pure sotto forma di sbirri. Che la giustizia privilegia.
astolfo@antiit.eu
Anarchici - È un fatto che erano killer a pagamento, manovrabili a piacimento senza sforzo. Anzi, sono stati killer e basta, nemmeno pagati.
Apartheid - È (non è morto) scandaloso ma non marginale. Gli Usa ne fanno il perno della diplomazia, i popoli dividendo in buoni e cattivi. O accettandone le divisioni, che è la stessa cosa.
È un accomodamento, di cui però gli Usa non vedono l’intrinseca falsità (debolezza): la partizione, per credo religioso o etnico, per razza, è la razionalità puritana, il bene è diviso dal male. O la mentalità del ghetto: il tribalismo riprodotto sotto specie culturali, religiose, eccetera.
Gli Usa hanno del resto tenuto in vita, nel loro enorme paese, più a lungo e più dettagliato che in qualsiasi altro posto o epoca del mondo, un sistema di separazione etnica, in orizzontale e in verticale, a vari livelli: tra bianchi e neri, tra anglofoni e latini, tra anglofoni protestanti e cattolici, nei confronti degli ebrei, tra ebrei orientali ed ebrei occidentali. Magari un giorno se ne vanteranno, il cosmopolitismo non è più “naturale” del tribalismo.
Borghesia– Poiché è per definizione un corpo non compatto ma osmotico, che prende dall’alto e dal basso, da destra e da sinistra, è adattabile, e quindi inattaccabile. Spiga il fascino del centro politico: la borghesia è il centro.
È una formula politica oggi, più che una classe sociale: la formula del governo debole. Sotto l’imperversare dei diritti, di ogni minoranza e di ogni virtù, e nella democratizzazione pulviscolare del parlamentarismo. I governi sono deboli perché esprimono questa borghesia, non per difetto d’ingegneria costituzionale.
Ha portato all’estremo la mendicità politica. Ne ha fatto arte di governo. E più nei suo rappresentanti più qualificati, alto borghesi, per censo o cultura: i galantuomini (notabili) non sottostanno a diritti e doveri, ricorrono alla protezione dell’amicizia. Da qui il laicismo (intelligenza laica, etica laica, finanza laica) in teso come massoneria: è buon borghese chi può fare affidamento su una solida rete di influenze.
Fondamentalmente è anarchica: non concepisce lo Stato, se non le serve. Essendo acquisitiva (monopolistica), ha un concetto dell’utilità sociale molto limitato.
Ma esiste qualcosa come l’utilità sociale a fondamento dello Stato? Solo in sue accezioni: come forma di una dinastia, di una nazione, della politica, e come cassa di compensazione redistributiva,
dalle clientele romane al welfare, figura quindi delle élites e delle masse.
Brest-Litovsk – Una vittoria, e che vittoria!, dei tedeschi perdenti. Il blocco tedesco, che ai primi di marzo ha già perduto la guerra, è rilanciato dal trattato con i bolscevichi – rilanciato verso Parigi. È la “porova” più evidente del Lenin inviato dai tedeschi.
Capitalismo– È protestante, si dice equivocando sugli studi di Max Weber sulle diverse religiosità del protestantesimo, per dire in realtà che il capitalismo è socialmente responsabile: la borghesia come razionalità. Lo si dice anche degli studi di Sombart sul puritanesimo, capitalismo compreso – ma è lo stesso Sombart che ha costruito una fenomenologia del capitalismo come spesa suntuaria invece che come thrift. L’idea, che si vuole protestante, che il successo negli affari (nella vita materiale, terrena) premi i buoni è, sia pure in ambito protestante, del darwinismo sociale del secondo Ottocento, popolarizzato dall’insorgenza prepotente degli Usa, con l’ideologia della Frontiera, “go to the West”, e con l’American Drean, o way of life della “classe agiata” di Veblen.
È sempre stato molto idealizzato in Italia, come un’etica superiore, quella dell’onestà e dell’accumulo, o del risparmio. Un’etica anzi trascendentale, o un kantismo volgare, col capitale interprete del buono e del giusto. Non così dove la borghesia governa senza nascondersi (camuffarsi), come negli Usa e in Gran Bretagna: qui si sa e si riconosce legata agli affari.
Col primato protestante (qualcosa del genere c’è in lui, benché storicizzato), Max Weber s’immette nel filone ottocentesco dei primati, sottostante al nazionalismo. È la stessa traccia che segue il darwinismo sociale del reverendo Strong negli Usa col wasp, la superiorità del protestante bianco, o del mito rapidamente costruito della Frontiera. In questo senso l’analisi di M.Weber è – nella misura in cui lo è, in cui si lascia trascinare – doppiamente fasulla: che primato è, quello dello “spirito” capitalistico? È un’invenzione pratica, la scoperta della penicillina? È una virtù?
Si rapporta alla Riforma in quanto si confonde con la libertà politica. Il liberalismo non è il diritto al dissenso (tolleranza) né quello alla proprietà (borghesia). Nasce dalla Riforma, come movimento religioso e come movimento politico (contro l’impero, l’unità della società politica). La libertà è un diritto incomprimibile, quindi non “tollerabile”. E si può accompagnare all’uguaglianza, quindi fare a meno della proprietà. L’equivoco – unicamente italiano, una baggianata – è di identificare capitalismo a libertà politica, e quindi dire: Weber, capitalismo e sette protestanti, eccetera. Mentre il capitalismo è anche, lo è stato pure prima della Riforma, ben cattolico. E la libertà politica è ben difficile che lo sia.
Centro– È all’interno del labirinto. Ne è il cuore.
Non profit – È lavoro socialmente utile, il “terzo settore” di Rifkin, nel senso che ne beneficiano gli sfavoriti. Ma organizzativamente è lavoro servile – non qualificato e non retribuito, se non bonariamente. Si completa, in dolcezza, lo scardinamento delle difese del lavoro.
Res Publica– Concetto superato, se l’interprete di Cicerone è Andreotti. Ma già Cicerone…
Sessantotto – È stato una rivoluzione antropologica, di pedagogia, famiglia, sessualità, sessi, lavoro. E ha affermato la letteratura se non la poesia – la fantasia, l’autonomia dell’individuo - nella vita. Non è stato politico. Cioè, lo è stato in quanto ha dissolto la politica: il Parlamento, i partiti, l’impegno, le istituzioni sono stati ridotti a simulacri – alla merce dell’informale, invasiva, confusionaria anche, opinione pubblica. Non li ha scoperti, si sapeva già che erano una convenzione sociale: li ha resi insignificanti e marginali. Più spesso autoreferenti, e quindi corrotti – la corruzione dopo il movimento dilaga.
Tangentopoli - Una dittatura della giustizia, si dice, non è possibile. Ma una dittatura dei giudici sì. Sia pure sotto forma di sbirri. Che la giustizia privilegia.
astolfo@antiit.eu
martedì 2 novembre 2010
La giustizia delle battone, meglio se drogate
Un tempo, e secondo i codici vigenti, alcune categorie di persone, le prostitute, i drogati, i mafiosi, erano reputate indegne in sede giudiziarie, prevenute di mendacio. Ciò non vale più per i mafiosi da vent’anni, per l’ambigua legislazione sulla collaborazione con la giustizia. Ora, grazie a Berlusconi, il pregiudizio non vale più per le battone, che se sono drogate è anche meglio: sono testimoni eccellenti. Fanno le prime pagine dei grandi giornali. Sono le pupille delle grandi magistrate, le famose Teresa Principato e Ilde Boccassini, le perle della categoria.
Che Berlusconi traffichi droga per la verità non è una prima. È l’argomento di uno dei primi episodi del serial Gomez-Travaglio: trafficava cocaina. Sulla parola di un certo Di Carlo, che così sperava di commutare il carcere britannico con uno italiano. Le due Procuratrici promettono di più. Non si occupano molto di droga se non c’è di mezzo Berlusconi, non sono per questo affaticate, e quindi si presentano alla sfida in ottima forma.
Boccassini e Principato sono famose per aver fatto vincere, da sole, un paio di elezioni a Berlusconi. La Principato nel 1994, accusando la massoneria (senza distinguere quale) di favorire Berlusconi e facendo perquisire tutte le logge, il giovedì o il venerdì prima delle elezioni. La Boccassini gli preparò il trionfo del 2001 con l’inchiesta farlocca sulla Sme, la grande azienda alimentare di Stato: invece di inquisire Prodi e De Benedetti, protagonisti di una vendita fasulla con sicuri, cioè accertati, collaterali politici, sviò le indagini su Berlusconi.
Boccassini per la verità era già famosa per aver chiesto a Milano di essere mandata a Palermo per vendicare Falcone. Dopo aver invettivato pubblicamento il suo collega Gherardo Colombo, alle celebrazioni ambrosiane del giudice assassinato: “Tu l’hai ucciso!”.
Che Berlusconi traffichi droga per la verità non è una prima. È l’argomento di uno dei primi episodi del serial Gomez-Travaglio: trafficava cocaina. Sulla parola di un certo Di Carlo, che così sperava di commutare il carcere britannico con uno italiano. Le due Procuratrici promettono di più. Non si occupano molto di droga se non c’è di mezzo Berlusconi, non sono per questo affaticate, e quindi si presentano alla sfida in ottima forma.
Boccassini e Principato sono famose per aver fatto vincere, da sole, un paio di elezioni a Berlusconi. La Principato nel 1994, accusando la massoneria (senza distinguere quale) di favorire Berlusconi e facendo perquisire tutte le logge, il giovedì o il venerdì prima delle elezioni. La Boccassini gli preparò il trionfo del 2001 con l’inchiesta farlocca sulla Sme, la grande azienda alimentare di Stato: invece di inquisire Prodi e De Benedetti, protagonisti di una vendita fasulla con sicuri, cioè accertati, collaterali politici, sviò le indagini su Berlusconi.
Boccassini per la verità era già famosa per aver chiesto a Milano di essere mandata a Palermo per vendicare Falcone. Dopo aver invettivato pubblicamento il suo collega Gherardo Colombo, alle celebrazioni ambrosiane del giudice assassinato: “Tu l’hai ucciso!”.
Milano, mazzette e morale
Rubavano anche i carabinieri e i cancellieri del Tribunale, oltre ai tecnici del Comune, secondo “il Messaggero” di quindici anni fa, il 18 novembre 1995. Del Comune di Milano e del Tribunale. All'indomani di Mani Pulite e di tutta la tribunalizia spazzatura morale. Un tecnico del Comune si faceva pagare con scopate.
Il furto è – era? - la normalità, nella capitale morale e in tutto il paese. Viene perseguito ma pro forma. Non c’è castigo, poiché non ha valore deterrente. Anzi, il castigo è più spesso un rincaro mafioso: “Paga a me”.
Non nascendo dalla disperazione né dal bisogno, è il furto un’attitudine naturale? Ci vuole educazione per non rubare. È un’attitudine naturale nella civiltà di massa. Livellata, cioè regolata da criteri quantitativi. La società di massa esistendo ormai da quasi un secolo, e prosperando essa come non mai, il furto non è infrazione (disordine) né diminuzione (impoverimento).
Il furto è – era? - la normalità, nella capitale morale e in tutto il paese. Viene perseguito ma pro forma. Non c’è castigo, poiché non ha valore deterrente. Anzi, il castigo è più spesso un rincaro mafioso: “Paga a me”.
Non nascendo dalla disperazione né dal bisogno, è il furto un’attitudine naturale? Ci vuole educazione per non rubare. È un’attitudine naturale nella civiltà di massa. Livellata, cioè regolata da criteri quantitativi. La società di massa esistendo ormai da quasi un secolo, e prosperando essa come non mai, il furto non è infrazione (disordine) né diminuzione (impoverimento).
lunedì 1 novembre 2010
Il duce antifascista
L’annunciata ricucitura dei rapporti tra l’Italia e la Germania a opera di Fini non c’è stata (ma l’Italia e la Germania sono nemiche?). La cancelliera Merkel e il presidente del Bundestag non hanno avuto tempo da dedicargli - la Germania ha la memoria lunga in fatto di fascismo. Fini s’è dovuto contentare di intervenire a un convegno della casa editrice di Axel Springer, vecchio camerata. Ma da nuovo democratico e anzi antifascista: ha anche avuto il tempo di rilevare, infatti, con l’ambasciatore d’Italia Valensise, che tutta la Germania ride di Berlusconi, ride dell’Italia. E tornato a Roma ha tenuto una conferenza stampa per comunicare la scoperta congiunta. Tutto ciò in poche ore, e dunque non si può dire che il presidente della Camera Fini sprechi il tempo, o abusi della sua carica.
Se non che, sentita la terribile nuova, dell’onore nazionale perduto a opera di Berlusconi in Germania, l’incorruttibile sicilianista onorevole Granata ha tuonato: “Non si può stare al governo con Berlusconi”. E lì la cosa ha preso una brutta piega. L’onorevole non sembra un eretico, è anzi uno dei beniamini del pensiero unico, il genere Travaglio-Santoro. Ma i finiani compatti sono scesi in campo, benché non richiesti e appunto senza necessità, per ingiungergli di tacere. Tutti all’unisono, non uno ha detto una parola che l’altro non avesse detta: il verbo è di Fini, gli altri tacciano.
Se non che, sentita la terribile nuova, dell’onore nazionale perduto a opera di Berlusconi in Germania, l’incorruttibile sicilianista onorevole Granata ha tuonato: “Non si può stare al governo con Berlusconi”. E lì la cosa ha preso una brutta piega. L’onorevole non sembra un eretico, è anzi uno dei beniamini del pensiero unico, il genere Travaglio-Santoro. Ma i finiani compatti sono scesi in campo, benché non richiesti e appunto senza necessità, per ingiungergli di tacere. Tutti all’unisono, non uno ha detto una parola che l’altro non avesse detta: il verbo è di Fini, gli altri tacciano.
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (72)
Giuseppe Leuzzi
Sudismi\sadismi. Fondo al vetriolo del “Corriere della sera” domenica 17 sulla farsa in Piemonte, dove si ricontano i voti ma non si sa con quale criterio, e con dubbia autorità. Dopodiché il severo, quasi giansenista, commentatore Cazzullo, uno di Cuneo malgrado il nome, conclude: “La linea della palma è salita fin sulle Alpi”. Povero Piemonte, vittima della Sicilia.
Mafia
Se l’esperienza personale, peraltro di una vita, in una delle aree più mafiose del mondo, potesse valere come legge, un’altra definizione se ne darebbe: “La mafia, cinica, violenta, avida, è stupida”. E furba, tutti gli stupidi sono furbi. L’eloquio mafioso si limita alla minaccia, più spesso sotto forma di silenzio torvo. Fra tutti un solo caso è emerso di razionalità, quella che i sicilianisti definiscono vecchia (buona) mafia, ed è stato l’unico puntato e abbattuto dai carabinieri. È gente del disonore..
Il fine dell’arricchimento (Hess, Sciascia) ha titolo a entrare nella definizione ma senza connotazioni di razionalità o economicismo, poiché non ci sono mafiosi di seconda generazione, e il godimento dev’essere dissimulato – il mafioso vive come un topo, in Mercedes 300 SL.
Anche le imprese mafiose, scrivono i giudici di Reggio Calabria, devono pagare il pizzo al capomafia di zona. Per dispiacere ai teorici della mafia imprenditrice?
È il nemico di dentro e di fuori - opera come un’infezione: la violenza non perseguita, diventa infetta, è un cancro.
È un cavallo di Troia: mentre il Sud è assediato dal nord, ecco insorge la mafia. I mafiosi si fanno forti di essere le terze colonne: cattivi e determinati certo, ma anche brutti, sporchi e ignoranti, vincono perché protetti. Prosperano e impazzano grazie al nemico esterno, che senza far nulla per combatterli, per esempio arrestarli, ne esalta con strilli e urla la potenza e la terribilità. Fiaccando la resistenza.
Uno dei mezzi d’assalto del nemico esterno è la teoria dell’omertà. È come il delitto d’associazione: non se ne sfugge.
Ora che i mafiosi ricattano i “padroni” sul loro territorio si romperà l’alleanza? No, perché il ricatto non c’è, si sono accordati e si accorderanno: il mafioso sa chi è più forte, come sa chi è più debole, può fare errori ma capisce quando deve rientrare nei ranghi.
Calabria
Si fa per i santi un pasto gargantuesco, in famiglia e fuori – mai i ristoranti sono così affollati. Per la stagione forse, che nelle terre di montagna è quella dei funghi e le castagne. O perché è la vigilia dei morti, ricorrenza per la quale tutti ritornano a casa – ci sono più ritorni per i pochi minuti di visita al cimitero che per Ferragosto. Per il perpetuarsi dell’attitudine greca allo scongiuro: sarà una “mangiata” apotropaica, nel senso che “loro sono morti ma noi siamo vivi”.
Anche la conversazione luttuosa che prevale nelle famiglie, in questa come in ogni altro stagione, avrà funzione di scongiuro. Tutto quel parlare di malattie, morti e disgrazie, anche di persone di cui è impossibile tramare un ricordo.
Ha in tutto il complesso della Sicilia, di cui condivide la lingua e quindi la “cultura”. Ma in politica non presume di sé come invece fa l’isola – che pretende sempre di esportare modelli politici, d’influenzare Milano, d’imporre “la linea della palma”, tutto lo scemenzario a cui purtroppo s’è esercitato anche Sciascia. Invece la Calabria ha dato all’Italia il modello della politica degli ultimi vent’anni: col generale dei carabinieri Bozzo, ligure ma comandante in Calabria, e col giudice Cordova, Msi, ha sferrato nel 1990 l’offensiva parafascista contro la politica, iniziando dai socialisti. Mentre il Procuratore Papali, reggino a capo della Procura di Verona, inventava l’arresto preventivo degli imprenditori, l’altro cardine di Tangentopoli. La Caabria ha impiantato il modello del suicidio dell’Italia.
L’offensiva contro i socialisti in Calabria poi non ha prodotto nessuna condanna, nemmeno in primo grado, ma a quel punto il golpe era fatto, anche se non è riuscito – Cordova ancora mastica amaro.
Straordinaria la mancanza d’iniziativa nella provincia di Reggio Calabria. Che solo in parte può scusare la paura, la criminalità. Si prenda la piana di Gioia Tauro, l’ex valle delle Saline, con apice su Delianuova e base su Rosarno e Palmi, un centinaio di kmq. di fertilità straordinaria, per la natura del suolo, l’acqua, l’esposizione. Ma le colture irrigue nella vasta soleggiata valle di Quarantano sono occasionali come sempre e trascurate. Altrove, con meno insolazione e meno acqua, si utilizza l’omeotermia per moltiplicare i rendimenti e perfino i raccolti, con impianti coperti o al calore delle serre, qui si fa il minimo, quanto serve alla famiglia. Tante specialità che si venderebbero a premio, per il sapore e la stagionalità, di cucurbitacee, melanzane, pomodori, fagioli (fagiolini “vajaneje”, fagioli di Spagna), si producono quanto serve. I castagni in collina, che danno un frutto grande e gustoso, le ‘nserte, sono abbandonati, o liberamente tagliati. In tutto il resto d’Italia si è inventata un’economia del castagno, per tutto ottobre e anche novembre, qui si tagliano gli alberi per bruciarli nel caminetto. Dell’olio d’oliva, di cui la Piana di Gioia Tauro è la maggiore produttrice in Italia, per ettaro e nel totale, solo ora si comincia a produrre extravergine di qualità, e ancora, in quantità ridotte, da parte di tre o quattro industriali. Degli agrumi, di cui il reggino vanta una qualità “tutto l’anno”, e una specialmente succosa a buccia sottile, si sa solo che “non vale la pena raccoglierli”. Il vino è inesistente – più spesso berrete il vino sfuso “frizzante” o “fermo” che qualcuno dal Veneto fornisce a tutta Italia. Il vino di Palmi e di Bagnara, che si pregiava ancora nel dopoguerra e costituirebbe una rendita nella crescita esponenziale del mercato del vino, è letteralmente scomparso. Nell’Ottocento se ne faceva industria: “Il vino di Palmi e Nicastro si conserva per otto anni”, attesta il comandante in seconda della Royal Navy britannica Philip James Elmhisrt, che fu prigioniero dei francesi nell’inverno del 1808 tra Gerace e Vibo Valentia in seguito a naufragio: “La superiore qualità di quei vini si deve alla migliore qualità del terreno e alla maggiore cura che si dedica alla coltivazione della vite”.
L’artigianato è abbandonato, del legno, della ceramica, della tessitura. Tutte arti che pure hanno prezzi unitari di vendita elevati. Il turismo, dopo quattro o cinque false partenze (costose campagne promozionali della Regione), si deve forse dire inadatto alla Calabria. Che ne avrebbe tutti i titoli, paesaggistici, la famosa montagna sul mare, scenario unico, di clima, di qualità dell’aria e delle acque. Ma l’ospitalità per cui la penisola va famosa limita evidentemente al fatto personale, e sempre eccezionale, mai dovuto. Non c’è costanza, umiltà, disponibilità. Il servizio è sempre scadente. La cucina trascurata. Il mare cristallino non ha le patenti di Lega Ambiente perché i sindaci non curano i requisiti a monte: servizi igienici, sanitari, di guardia, eccetera. Per non dire del patrimonio culturale, che offrirebbe parecchi punti e manufatti d’interesse esclusivamente locali, magno-greci, brezi, bizantini, normanni, ma sono ignoti agli stessi calabresi, nella famiglie e a scuola.
E le case. Tuguri di cemento armato, solitamente senza tetto, con muri di mattoni forati senza infissi e colonne grezze da cui i tondini di ferro fuoriescono a mazzi, perché il progetto è solo di costruire un piano in più del vicino, e lanciare sul fronte un aggetto il più voluminoso possibile sulle strade e gli altri spazi pubblici. Cemento e polvere invece dei giardini di agrumi, approssimando Reggio Calabria.
Manufatti in cui sono seppelliti i risparmi di una vita, i debiti con la banca, e annualmente le imposte e le tasse. Che non saranno mai completati e utilizzati, e anzi nascono inutili. Nessuno nei Comuni che imponga il rispetto dei regolamenti edilizi per il loro bene. Nessuno che spieghi o fornisca moduli semplici ed economici di costruzione di una civile abitazione, Nessun imprendo tre che metta a punto una formula abitativa in grado di soddisfare le esigenze di chi no ha moto da spendere per una casa vera. Le case migliori sono le costruzioni di chi è emigrato, che di ritorno porta i moduli delle brutte periferie di Milano o di Roma, le sole realtà che ha conosciuto.
È l’anarchia, si dice. È la democrazia integrale. Nessuna Auctoritas è riconosciuta alla funzione pubblica, perché le istituzioni fanno capo agli stessi che le svuotano, se non per fini personali e di clientela. Non c'è disobbedienza perché non c'è governo - se non il governo abusivo dell'abusivismo. Né c’è legge che tenga, l’unica soddisfazione è la sopraffazione. Anche a un costo, c’è chi ci rimette “per il principio” della sopraffazione. Per l’invidia sociale che vi è l’unica costante, e anzi una virtù. Se essa non è, a ben leggere la realtà, il vero cuore della democrazia. Non il benessere, non la libertà, ma la piccola vendetta è lo scopo principale, anche a costo di rimetterci: la democrazia non regolata è una brutta bestia.
La casa è sempre stata un problema in Calabria, espressione materiale dell’anarchismo autodistruttivo, del disordine interiore. Lo svizzero Charles Didier, in viaggio per la penisola nel 1830, a 25 anni, era stupito della natura e delle persone, ma inorridito dalle case: “I villaggi della Calabria, come le città del resto, sono orrendi: nessun ordine, nessuna regola costruttiva, neppure l’ombra di architetture, le case, veri e propri tuguri informi, sono sovrapposte a caso le une sulle altre come massi precipitati dalle montagne per un terremoto…”
Palmi ha un mare di trasparenza cristallina, spiagge di chilometri e un entroterra omerico, ma non ha un piano regolatore. Non che si veda: ognuno costruisce dove vuole, con l’acqua corrente e col bagno, o anche senza, e chiede milioni per l’affitto. Per quante volte?
“Modena libero! No mafia” W la P.S.” Una scritta murale nel quartiere Modena di Reggio Calabria, che chiunque può aver fatto con lo spray, anche un agente di P.S., infiamma da qualche giorno la “Gazzetta del Sud”. Che ci vede “un segnale di svolta”. Verso dove?
leuzzi@antiit.eu
Sudismi\sadismi. Fondo al vetriolo del “Corriere della sera” domenica 17 sulla farsa in Piemonte, dove si ricontano i voti ma non si sa con quale criterio, e con dubbia autorità. Dopodiché il severo, quasi giansenista, commentatore Cazzullo, uno di Cuneo malgrado il nome, conclude: “La linea della palma è salita fin sulle Alpi”. Povero Piemonte, vittima della Sicilia.
Mafia
Se l’esperienza personale, peraltro di una vita, in una delle aree più mafiose del mondo, potesse valere come legge, un’altra definizione se ne darebbe: “La mafia, cinica, violenta, avida, è stupida”. E furba, tutti gli stupidi sono furbi. L’eloquio mafioso si limita alla minaccia, più spesso sotto forma di silenzio torvo. Fra tutti un solo caso è emerso di razionalità, quella che i sicilianisti definiscono vecchia (buona) mafia, ed è stato l’unico puntato e abbattuto dai carabinieri. È gente del disonore..
Il fine dell’arricchimento (Hess, Sciascia) ha titolo a entrare nella definizione ma senza connotazioni di razionalità o economicismo, poiché non ci sono mafiosi di seconda generazione, e il godimento dev’essere dissimulato – il mafioso vive come un topo, in Mercedes 300 SL.
Anche le imprese mafiose, scrivono i giudici di Reggio Calabria, devono pagare il pizzo al capomafia di zona. Per dispiacere ai teorici della mafia imprenditrice?
È il nemico di dentro e di fuori - opera come un’infezione: la violenza non perseguita, diventa infetta, è un cancro.
È un cavallo di Troia: mentre il Sud è assediato dal nord, ecco insorge la mafia. I mafiosi si fanno forti di essere le terze colonne: cattivi e determinati certo, ma anche brutti, sporchi e ignoranti, vincono perché protetti. Prosperano e impazzano grazie al nemico esterno, che senza far nulla per combatterli, per esempio arrestarli, ne esalta con strilli e urla la potenza e la terribilità. Fiaccando la resistenza.
Uno dei mezzi d’assalto del nemico esterno è la teoria dell’omertà. È come il delitto d’associazione: non se ne sfugge.
Ora che i mafiosi ricattano i “padroni” sul loro territorio si romperà l’alleanza? No, perché il ricatto non c’è, si sono accordati e si accorderanno: il mafioso sa chi è più forte, come sa chi è più debole, può fare errori ma capisce quando deve rientrare nei ranghi.
Calabria
Si fa per i santi un pasto gargantuesco, in famiglia e fuori – mai i ristoranti sono così affollati. Per la stagione forse, che nelle terre di montagna è quella dei funghi e le castagne. O perché è la vigilia dei morti, ricorrenza per la quale tutti ritornano a casa – ci sono più ritorni per i pochi minuti di visita al cimitero che per Ferragosto. Per il perpetuarsi dell’attitudine greca allo scongiuro: sarà una “mangiata” apotropaica, nel senso che “loro sono morti ma noi siamo vivi”.
Anche la conversazione luttuosa che prevale nelle famiglie, in questa come in ogni altro stagione, avrà funzione di scongiuro. Tutto quel parlare di malattie, morti e disgrazie, anche di persone di cui è impossibile tramare un ricordo.
Ha in tutto il complesso della Sicilia, di cui condivide la lingua e quindi la “cultura”. Ma in politica non presume di sé come invece fa l’isola – che pretende sempre di esportare modelli politici, d’influenzare Milano, d’imporre “la linea della palma”, tutto lo scemenzario a cui purtroppo s’è esercitato anche Sciascia. Invece la Calabria ha dato all’Italia il modello della politica degli ultimi vent’anni: col generale dei carabinieri Bozzo, ligure ma comandante in Calabria, e col giudice Cordova, Msi, ha sferrato nel 1990 l’offensiva parafascista contro la politica, iniziando dai socialisti. Mentre il Procuratore Papali, reggino a capo della Procura di Verona, inventava l’arresto preventivo degli imprenditori, l’altro cardine di Tangentopoli. La Caabria ha impiantato il modello del suicidio dell’Italia.
L’offensiva contro i socialisti in Calabria poi non ha prodotto nessuna condanna, nemmeno in primo grado, ma a quel punto il golpe era fatto, anche se non è riuscito – Cordova ancora mastica amaro.
Straordinaria la mancanza d’iniziativa nella provincia di Reggio Calabria. Che solo in parte può scusare la paura, la criminalità. Si prenda la piana di Gioia Tauro, l’ex valle delle Saline, con apice su Delianuova e base su Rosarno e Palmi, un centinaio di kmq. di fertilità straordinaria, per la natura del suolo, l’acqua, l’esposizione. Ma le colture irrigue nella vasta soleggiata valle di Quarantano sono occasionali come sempre e trascurate. Altrove, con meno insolazione e meno acqua, si utilizza l’omeotermia per moltiplicare i rendimenti e perfino i raccolti, con impianti coperti o al calore delle serre, qui si fa il minimo, quanto serve alla famiglia. Tante specialità che si venderebbero a premio, per il sapore e la stagionalità, di cucurbitacee, melanzane, pomodori, fagioli (fagiolini “vajaneje”, fagioli di Spagna), si producono quanto serve. I castagni in collina, che danno un frutto grande e gustoso, le ‘nserte, sono abbandonati, o liberamente tagliati. In tutto il resto d’Italia si è inventata un’economia del castagno, per tutto ottobre e anche novembre, qui si tagliano gli alberi per bruciarli nel caminetto. Dell’olio d’oliva, di cui la Piana di Gioia Tauro è la maggiore produttrice in Italia, per ettaro e nel totale, solo ora si comincia a produrre extravergine di qualità, e ancora, in quantità ridotte, da parte di tre o quattro industriali. Degli agrumi, di cui il reggino vanta una qualità “tutto l’anno”, e una specialmente succosa a buccia sottile, si sa solo che “non vale la pena raccoglierli”. Il vino è inesistente – più spesso berrete il vino sfuso “frizzante” o “fermo” che qualcuno dal Veneto fornisce a tutta Italia. Il vino di Palmi e di Bagnara, che si pregiava ancora nel dopoguerra e costituirebbe una rendita nella crescita esponenziale del mercato del vino, è letteralmente scomparso. Nell’Ottocento se ne faceva industria: “Il vino di Palmi e Nicastro si conserva per otto anni”, attesta il comandante in seconda della Royal Navy britannica Philip James Elmhisrt, che fu prigioniero dei francesi nell’inverno del 1808 tra Gerace e Vibo Valentia in seguito a naufragio: “La superiore qualità di quei vini si deve alla migliore qualità del terreno e alla maggiore cura che si dedica alla coltivazione della vite”.
L’artigianato è abbandonato, del legno, della ceramica, della tessitura. Tutte arti che pure hanno prezzi unitari di vendita elevati. Il turismo, dopo quattro o cinque false partenze (costose campagne promozionali della Regione), si deve forse dire inadatto alla Calabria. Che ne avrebbe tutti i titoli, paesaggistici, la famosa montagna sul mare, scenario unico, di clima, di qualità dell’aria e delle acque. Ma l’ospitalità per cui la penisola va famosa limita evidentemente al fatto personale, e sempre eccezionale, mai dovuto. Non c’è costanza, umiltà, disponibilità. Il servizio è sempre scadente. La cucina trascurata. Il mare cristallino non ha le patenti di Lega Ambiente perché i sindaci non curano i requisiti a monte: servizi igienici, sanitari, di guardia, eccetera. Per non dire del patrimonio culturale, che offrirebbe parecchi punti e manufatti d’interesse esclusivamente locali, magno-greci, brezi, bizantini, normanni, ma sono ignoti agli stessi calabresi, nella famiglie e a scuola.
E le case. Tuguri di cemento armato, solitamente senza tetto, con muri di mattoni forati senza infissi e colonne grezze da cui i tondini di ferro fuoriescono a mazzi, perché il progetto è solo di costruire un piano in più del vicino, e lanciare sul fronte un aggetto il più voluminoso possibile sulle strade e gli altri spazi pubblici. Cemento e polvere invece dei giardini di agrumi, approssimando Reggio Calabria.
Manufatti in cui sono seppelliti i risparmi di una vita, i debiti con la banca, e annualmente le imposte e le tasse. Che non saranno mai completati e utilizzati, e anzi nascono inutili. Nessuno nei Comuni che imponga il rispetto dei regolamenti edilizi per il loro bene. Nessuno che spieghi o fornisca moduli semplici ed economici di costruzione di una civile abitazione, Nessun imprendo tre che metta a punto una formula abitativa in grado di soddisfare le esigenze di chi no ha moto da spendere per una casa vera. Le case migliori sono le costruzioni di chi è emigrato, che di ritorno porta i moduli delle brutte periferie di Milano o di Roma, le sole realtà che ha conosciuto.
È l’anarchia, si dice. È la democrazia integrale. Nessuna Auctoritas è riconosciuta alla funzione pubblica, perché le istituzioni fanno capo agli stessi che le svuotano, se non per fini personali e di clientela. Non c'è disobbedienza perché non c'è governo - se non il governo abusivo dell'abusivismo. Né c’è legge che tenga, l’unica soddisfazione è la sopraffazione. Anche a un costo, c’è chi ci rimette “per il principio” della sopraffazione. Per l’invidia sociale che vi è l’unica costante, e anzi una virtù. Se essa non è, a ben leggere la realtà, il vero cuore della democrazia. Non il benessere, non la libertà, ma la piccola vendetta è lo scopo principale, anche a costo di rimetterci: la democrazia non regolata è una brutta bestia.
La casa è sempre stata un problema in Calabria, espressione materiale dell’anarchismo autodistruttivo, del disordine interiore. Lo svizzero Charles Didier, in viaggio per la penisola nel 1830, a 25 anni, era stupito della natura e delle persone, ma inorridito dalle case: “I villaggi della Calabria, come le città del resto, sono orrendi: nessun ordine, nessuna regola costruttiva, neppure l’ombra di architetture, le case, veri e propri tuguri informi, sono sovrapposte a caso le une sulle altre come massi precipitati dalle montagne per un terremoto…”
Palmi ha un mare di trasparenza cristallina, spiagge di chilometri e un entroterra omerico, ma non ha un piano regolatore. Non che si veda: ognuno costruisce dove vuole, con l’acqua corrente e col bagno, o anche senza, e chiede milioni per l’affitto. Per quante volte?
“Modena libero! No mafia” W la P.S.” Una scritta murale nel quartiere Modena di Reggio Calabria, che chiunque può aver fatto con lo spray, anche un agente di P.S., infiamma da qualche giorno la “Gazzetta del Sud”. Che ci vede “un segnale di svolta”. Verso dove?
leuzzi@antiit.eu
domenica 31 ottobre 2010
Dante vivo, in un giallo, negli Usa
Debutto folgorante a 28 anni, ora Pearl ne ha 35. Da scuola di scrittura - la verosimiglianza è snobbata. Ma di capacità superiore, se non altro per la conoscenza di Dante, e delle traduzioni di Dante in America. Di Dante vivo, specie a petto del modesto culto di routine della nostra (non) scena letteraria. Anche nella scelta delle date: il 1865, quando si svolgono i fatti, è il seicentesimo della nascita di Dante - e il calendario del 1865 è uguale a quello del 1300. Tra alcune icone della letteratura americana dell’Ottocento, Longfellow, Lowell, Wendell Holmes, Ticknor. Con l’università di Harvard contro il Circolo Dante, di suoi professori peraltro emeriti: tradurre un poeta medievale, scolastico, cattolico? L'accademia che prende vita è un un miracolo.
Matthew Pearl, Il circolo Dante, Bur, PP. 538 € 9,90
Matthew Pearl, Il circolo Dante, Bur, PP. 538 € 9,90
Ombre - 66
Al quinto giorno Ruby “Rubacuori” cambia le carte in tavola e mette nel mirino il giudice Pietro Forno. Ruby che più che una minorenne sembra una società per azioni: con script-writer, manager, promotori, editori (Mondadori?), addetti all’immagine, p.r. Mentre l’avvocato Ghedini monta il suo team d’investigazioni per conto di Berlusconi.
Volendoci trovare una logica, è tutto un gioco delle parti, o Forno contro Berlusconi. Ma più probabile è la solita comparsata ambrosiana, più stucchevole ormai di una sceneggiata di Merola,"Isso, issa e 'o malamente". Orrenda è poi la claque, i grandi giornali della capitale morale d’Italia.
Di solito, quando Berlusconi viene messo sotto pressione, il fido Confalonieri e la figlie maggiore, gli unici due “operai” del suo gruppo mediatico, intervengono sul “Corriere della sera” per difenderne l’integrità. Questa volta è intervenuto solo Fidel. I figli non hanno molta pazienza coi padri.
Non passa settimana che la Banca d’Italia non trovi un argomento contro lo Ior, la banca del Vaticano. Sul tema turpe del riciclaggio. Il Vaticano lamenta l’accanimento, e del resto nessuno crede al riciclaggio del Vaticano. Resta da sapere perché queste “notizie di reato” si accavallano. Non da parte della magistratura ma della Banca d’Italia. La risposta è che il governatore sente puzza di governo tecnico e aspira alla pole position. Ma governatore è il buon credente Draghi, educato dai gesuiti. Che dobbiamo pensarne? Che Draghi pratica il rovescio del noto “Parigi val bene una messa”, del miscredente Enrico IV di Francia? Che i gesuiti sono diventati antipapisti?
Maria Cassi, che per anni ha recitato incognita al suo Teatro del Sale di Firenze, tra l’altro ottimo ristorante, gestito dal marito Fabio Picchi, patron del celebrato Cibreo, diventa un must per Milano e i suoi giornali dopo che stata scoperta a New York e a Parigi. Provincialismo?
Carlo Vizzini, presidente Pdl della Commissione Affari costituzionali alla Camera, propone un referendum della maggioranza sul lodo Alfano – il referendum minacciato dall’opposizione. Sicuramente infatti lo vincerebbe. E questo ripropone il quesito: perché la sinistra, Napolitano in testa, fa quadrato a difesa di una casta, quella dei giudici, e dei suoi privilegi. Una casta per di più cinica e spesso corrotta. Non per senso dello Stato, fa ridere.
Alemanno concorda col Prefetto che d’ora in avanti si farà a Roma “un solo corteo al giorno”. E ne dà annuncio trionfante.
S’impone giustamente la raccolta differenziata della spazzatura. Roma ha esordito imponendo in Centro la raccolta in sacchetti di vari colori, ognuno dei quali andava lasciato in giorni predeterminati in un luogo comune, in genere non distante, se non nell’androne del proprio palazzo. Poi si è imposto di portare i sacchetti in luoghi di raccolta sempre più lontani. Ogni colore in un posto diverso. Ora s’impone di portarli in luoghi sempre lontani, in luoghi diversi e giorni diversi a seconda del colore, in orari diversi e tassativi. Come se Roma vivesse per la raccolta della spazzatura.
Piero Ostellino lamenta sul “Corriere” il finto giornalismo (scoop) delle ville di Berlusconi. Ma omette di dire che è il suo giornale ad averlo imposto, montando il debole servizio di “Report”.
Alfonso Marra, napoletano, 71 anni, della cui vita in magistratura a Milano tutte le correnti riconoscono “l’assoluta correttezza”, così l’impavido Ferrarella sul “Corriere della sera”, deve lasciare la magistratura perché in sospetto a un altro giudice, il dottor Capaldo, che a Roma si sta preparando la pensione da senatore della sinistra. Giustizia a Milano? E a Roma? Ma finisce sempre così, per i napoletani a Milano.
Marra doveva essere giudicato e condannato dal Csm per aver caldeggiato in un paio di telefonate la sua promozione. Da un Csm soprannominato Consiglio degli Straccivendoli Magistrati, di cui ognuno dei membri ha fatto almeno un centinaio di telefonate per assicurarsi il posto. Non molto onorevole, anzi da boia giudiziario, ma per questo ambito. Giustizia, presidente Napolitano del Csm?
Volendoci trovare una logica, è tutto un gioco delle parti, o Forno contro Berlusconi. Ma più probabile è la solita comparsata ambrosiana, più stucchevole ormai di una sceneggiata di Merola,"Isso, issa e 'o malamente". Orrenda è poi la claque, i grandi giornali della capitale morale d’Italia.
Di solito, quando Berlusconi viene messo sotto pressione, il fido Confalonieri e la figlie maggiore, gli unici due “operai” del suo gruppo mediatico, intervengono sul “Corriere della sera” per difenderne l’integrità. Questa volta è intervenuto solo Fidel. I figli non hanno molta pazienza coi padri.
Non passa settimana che la Banca d’Italia non trovi un argomento contro lo Ior, la banca del Vaticano. Sul tema turpe del riciclaggio. Il Vaticano lamenta l’accanimento, e del resto nessuno crede al riciclaggio del Vaticano. Resta da sapere perché queste “notizie di reato” si accavallano. Non da parte della magistratura ma della Banca d’Italia. La risposta è che il governatore sente puzza di governo tecnico e aspira alla pole position. Ma governatore è il buon credente Draghi, educato dai gesuiti. Che dobbiamo pensarne? Che Draghi pratica il rovescio del noto “Parigi val bene una messa”, del miscredente Enrico IV di Francia? Che i gesuiti sono diventati antipapisti?
Maria Cassi, che per anni ha recitato incognita al suo Teatro del Sale di Firenze, tra l’altro ottimo ristorante, gestito dal marito Fabio Picchi, patron del celebrato Cibreo, diventa un must per Milano e i suoi giornali dopo che stata scoperta a New York e a Parigi. Provincialismo?
Carlo Vizzini, presidente Pdl della Commissione Affari costituzionali alla Camera, propone un referendum della maggioranza sul lodo Alfano – il referendum minacciato dall’opposizione. Sicuramente infatti lo vincerebbe. E questo ripropone il quesito: perché la sinistra, Napolitano in testa, fa quadrato a difesa di una casta, quella dei giudici, e dei suoi privilegi. Una casta per di più cinica e spesso corrotta. Non per senso dello Stato, fa ridere.
Alemanno concorda col Prefetto che d’ora in avanti si farà a Roma “un solo corteo al giorno”. E ne dà annuncio trionfante.
S’impone giustamente la raccolta differenziata della spazzatura. Roma ha esordito imponendo in Centro la raccolta in sacchetti di vari colori, ognuno dei quali andava lasciato in giorni predeterminati in un luogo comune, in genere non distante, se non nell’androne del proprio palazzo. Poi si è imposto di portare i sacchetti in luoghi di raccolta sempre più lontani. Ogni colore in un posto diverso. Ora s’impone di portarli in luoghi sempre lontani, in luoghi diversi e giorni diversi a seconda del colore, in orari diversi e tassativi. Come se Roma vivesse per la raccolta della spazzatura.
Piero Ostellino lamenta sul “Corriere” il finto giornalismo (scoop) delle ville di Berlusconi. Ma omette di dire che è il suo giornale ad averlo imposto, montando il debole servizio di “Report”.
Alfonso Marra, napoletano, 71 anni, della cui vita in magistratura a Milano tutte le correnti riconoscono “l’assoluta correttezza”, così l’impavido Ferrarella sul “Corriere della sera”, deve lasciare la magistratura perché in sospetto a un altro giudice, il dottor Capaldo, che a Roma si sta preparando la pensione da senatore della sinistra. Giustizia a Milano? E a Roma? Ma finisce sempre così, per i napoletani a Milano.
Marra doveva essere giudicato e condannato dal Csm per aver caldeggiato in un paio di telefonate la sua promozione. Da un Csm soprannominato Consiglio degli Straccivendoli Magistrati, di cui ognuno dei membri ha fatto almeno un centinaio di telefonate per assicurarsi il posto. Non molto onorevole, anzi da boia giudiziario, ma per questo ambito. Giustizia, presidente Napolitano del Csm?
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