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domenica 18 marzo 2012

Letture - 90

letterautore

Céline - Bernard Henri-Lévy, su “L’Espresso” 15 novembre 1981, ora in “L’ideologia francese”, pp. 119-132, dice Céline un iperprogressista, o progressista radicale, e uno tra i fondatori di un “socialismo alla francese”. Anche questa ci mancava, Céline socialista.
Cesare Cases criticava sullo stesso “Espresso” il ragionamento di Henri-Lévy. Riportando Céline all’“anticapitalista romantico”. Non feroce né specialmente antisemita, che in “Bagatelle” (“libro assai notevole, forse il migliore dell’autore dopo il «Viaggio al termine della notte»)” assembla “i vecchi e più plausibili oggetti del suo odio…: l’impero del denaro, la standardizzazione, la tecnocrazia, la burocrazia, l’America, l’Urss”.

Confezione – La Capria rispolvera, sul “Corriere della sera” di mercoledì 14, la nozione di “composizione” come opposta a “creazione”, la distinzione che Sedlmayr opera in “Arte e verità”, per spiegare il profluvio di grandi opere oggi illeggibili. Citati due giorni prima aveva lamentato sullo stesso giornale di non trovare più nulla da leggere.
Confezione è lo stucchevole di tanta pittura e statuaria che va sotto il nome di manierismo. Anche se con punte talvolta elevate di qualità nella replica, o di produttività, quale è il caso del Tintoretto nell’attuale mostra romana. È la differenza che corre – correva quando si poteva scegliere – tra il vestito del sarto e la confezione.
Con lo stesso rischio. Del sarto che diventa proibitivo, e suo modo, manierato, una sorta di confezione su misura – si fa anche a distanza. Mentre l’arte della confezione, prêt-à-porter, si impreziosisce. Che è l’essenza del manierismo (Tintoretto, “Guido” che Stendhal adorava).

Cose viste – È titolo di Victor Hugo, di un lungo diario in pubblico. S’impongono, dice Montale alla “Volpe” Spaziani (“Montale e la Volpe”, 73-74) per mancanza d’immaginazione. A proposito di Simenon, che sull’autorità di Gide Montale vuole dice “sottile pensatore, un poeta in prosa, un visionario del profondo, un maestro dello stile”, una vocazione poi tradita per accedere al successo: “Ha dovuto salire verso la superficie e sviluppare un’immaginazione di supporto”, mescolando “i frammenti variopinti” dell’osservazione esterna.
Montale include se stesso tra i non immaginativi: “Perché in un certo senso abito altrove. Ho scritto pochi raccontini… e sai come sono nati? Non invento niente ma mi guardo in giro con curiosità”. Con una ricetta: “Se ognuno di noi, la sera, pensasse a una cosa buffa vista nel corso della giornata avremmo una quantità di raccontini in nuce, anche se mancassimo d’immaginazione”.
“E perché la cosa vista dev’essere buffa?”, obietta Maria Luisa. “Perché concentra il suo senso in una situazione o una battuta”.

Dante - È matematico. Piergiorgio Odifreddi ne ha fatto tema di un saggio al festival dell’Aurora a Capo Colonna nel maggio del 2000.
Tutti i tempi della Commedia sono “calcolati”. Tutto è misurato nelle cantiche. La geometria dei gironi impressionò Galileo, che nel 1588 tenne due lezioni all’Accademia Fiorentina sulle misure dell’“Inferno”, rispondenti a precisi canoni geometrici. Ci sono Empedocle, Talete e Euclide nel limbo. Di Empedocle è la teoria delle quattro radici, che saranno elementi in Platone, e chiamate “forze” sono al centro dell’odierna Teoria Standard dell’universo. Di Talete e Euclide un teorema ciascuno è messo in versi. Dio è un cerchio di cui non si conoscerà mai la quadratura.

Destra-sinistra – Le riviste d’informazione e culturali erano in Francia negli anni 1930 di destra: vivaci, avvolgenti, innovative. Palestre ambite degli scrittori anche non di destra – un po’ come le riviste del Guf e i Littoriali, anche se in Francia non c’era il regime. Il caso di maggior rilievo è quello di Maurice Blanchot, che fu attivista culturale (editore, direttore, giornalista) di destra fino a guerra inoltrata. Riccardo De Benedetti, che questo primo Blanchot ha indagato (“La politica invisibile di Maurice Blanchot”) ha censito 252 suoi articoli “su quasi tutte le riviste di destra degli anni 1930”. Che lo storico Sternhell, studioso del fascismo, dice (“Né destra né sinistra. L’ideologia fascista in Francia”) “il perfetto esempio dello spirito fascista” in Francia in quel periodo.
Caillois e Bataille, che peraltro saranno icone nel dopoguerra della destra europea, non erano alieni dal fascino hitleriano. Anche se Bataille era sicuro comunista, dal 1936 troskista ma pur sempre comunista. Caillois e Bataille tennero al Collège de Sociologie, ha ricordato Carlo Ginzburg già nel lontano “Miti, emblemi e spie” (“Mitologia germanica e nazismo. Su un vecchio libro di Georges Dumézil”) “un atteggiamento estremamente ambiguo nei confronti delle ideologie fasciste e comuniste”. Di Bataille si ricorda anche la conferenza, tenuta il 24 gennaio 1939, su “Hitler e l’ordine teutonico”, la massima onorificenza nazista ricalcata sull’ordine creato in Terrasanta nella Terza Crociata. Di quell’anno al Collège de Sociologie scrissero criticamente sia Kojève che W.Benjamin. Il quale però, al momento del confino in Francia quale tedesco dopo la dichiarazione di guerra, e successivamente, dopo l’occupazione di Parigi, al momento di tentare la fuga in Spagna, confidò manoscritti e progetto dei “Passages” a Bataille.

L’ambiguità c’è stata, c’è, in politica. C’è stata anche in letteratura, per tutto il Novecento. In Italia come in Francia – e in Germania, Polonia, Romania eccetera. Di destra, anche accesa, prima della guerra, che diventa sinistra dopo. Di Malaparte e Ungaretti come di Pound e Céline, i casi di maggiore risonanza, e Blanchot, Caillois, lo stesso Bataille, la lista è lunga. Praticamente con le stesse parole, senza rinnegare niente.
In campo culturale, dalla letteratura alla storiografia e all’ideologia, c’è una sorta di rovesciamento a specchio, tra le due decadi 1930-1940, col discrimine della guerra, fra la destra e la sinistra. Che spesso si riduce a opportunismo, ma ha sicuramente un fondamento. Si vede ripercorrendo l’editoria, le riviste e i giornali degli anni 1930, che in Italia obbligatoriamente, in Francia per scelta, sono di destra ma sono anche vivi e innovativi. Per le stesse esigenze, d’innovazione e invenzione, che si troveranno dopo la guerra a loro agio nel (relativo) progressismo della sinisitra, mentre la destra, sconfitta in guerra, si faceva arcigna e, di colpo, invecchiata.

Riccardo De Benedetti ne tratta in un’altra prospettiva (“La politica invisibile di Maurice Blanchot”, 2004), quella dell’anticonformismo - Blanchot diceva dei “dissidenti”. Come di una iperpresunzione di sé che i “rivoluzionari conservatori”, in Germania e in Francia, esibivano: più che alla parola d’ordine “né di destra né di sinistra”, pronti a “essere realmente contro la destra e contro la sinistra” - dove quell’“essere”, per uno scrittore e filosofo forbito dei linguaggi quale Blanchot, è povera cosa, come povero è il concetto.

Italiano - “Come dobbiamo chiamala: baronetto?”, Fabio Fazio esordisce ironico con Anthony Pappano, che pure ha invitato a onorare la sua trasmissione. Il maestro capisce e si ritira in buon ordine, l’intervista sarà freddissima. Non prima però di avere detto: “È un riconoscimento. Che uno è fiero di poter comunicare alla mamma. È un riconoscimento all’opera educativa dei genitori”. La mamma, i sacrifici dei genitori: Pappano fa suo il linguaggio Rai. Senza naturalmente il sottinteso “Dio stramaledica gli inglesi”, o gli americani, che ne è parte costituiva.
È il limite dell’italiano oggi, di cui si riprende la discussione. Della sua inconsistenza. Del linguaggio parlato e scritto, e della pubblica opinione: giornali, media, politica, istituzioni, giustizia. L’italiano di oggi è Rai senza residui, ventiquattro ore di notiziari che non lasciano scampo, Orwell non l’avrebbe immaginato. Il linguaggio Rai è moralista. Cioè, ognuno lo sa, falso moralista, essendo la Rai la quintessenza del sottobosco politico, corrotto e corruttivo. Ma per questo stesso motivo aggressivo Una parte quindi accusa, non la migliore, l’altra parte si difende. Parlando poco, o non parlando.
Se Pappano fosse stato insignito del cavalierato del Lavoro, magari da Napolitano, della cui bandiera Fazio oggi trova comodo gloriarsi, grandi lodi al maestro. Poiché il cavalierato glielo ha dato la regina Elisabetta, sberleffi.

Traduzione - In Italia, dove usa doppiare i film, gli attori stranieri prendono la voce dei doppiatori. La cui voce finisce per identificarli, un doppiatore è Bogart, uno è Jean Gabin, una è Marilyn. Ma può capitare che un doppiatore richiesto, se il suo attore non lavora, è impedito, è malato, faccia parlare con le stesse sue cadenze, pause, ticchi altri attori, anche altrettanto importanti ma diversi dall’originale, per i personaggi che interpretano, il fisico, lo sguardo, e questo suona falso, senz’altra ragione. Così è per la traduzione. La traduzione non è solo arbitraria, è violenta: per la filosofia è un’insidia radicale, per l’espressione e lo stesso pensiero. Il traduttore sa che non c’è idea o concetto a sé stante, ogni lingua ha i suoi, che differiscono più spesso per gli attributi, direbbe Spinoza, ma talvolta per la sostanza. La linguistica, con le sue apparenti balordaggini, ne è il segno più evidente. Saussure lo dice chiaro, per quanto perturbante: “Se le idee fossero predeterminate nello spirito umano prima di essere valori di lingua, accadrebbe forzatamente che i termini di una lingua in un’altra corrisponderebbero esattamente. La corrispondenza esatta non c’è”.

letterautore@antiit.eu

Una diversa musica per i sonetti di Benjamin

Claudia Ciardi, già classicista e americanista, e ora germanista (ma in petto narratrice), pubblica le sue traduzioni di un paio di dozzine dei sonetti di Benjamin in morte dell’amico Heinle, il giovanissimo poeta suicida a vent’anni con al fidanzata. Curiosa riedizione, a pochi mesi dall’edizione Einaudi, e quasi un confronto con le traduzioni che, per la parte di quel’edizione qui ricompresa, sono da ascrivere a Claudio Groff. Meno manierate, più dirette. Più benjaminiane. A conferma dell’irresolubilità (inconsistenza) del problema “traduzione”, una volta che abbia assolto il compito primario di dare accesso a un’altra lingua. Le traduzioni Groff-Einaudi sono più costruite, danno spessore poetico a Benjamin. Che però non ne ha, non in versi, non in questi sonetti – a parte la capacità retorica.
Dieci anni di sonetti Benjamin praticò nel nome dell’amico. Anzi, Benjamin, che non scriveva poesie, diventa poeta quando Heinle si suicida, a vent’anni, con la fidanzata. Un esercizio da strizzacervelli, se non fu una posa. È una maniera di reagire allo sconforto, spiega al grande amico di una vita Gershom Scholem. E questa potrebbe essere una spiegazione: i dieci anni di sonetti hanno funzione apotropaica, di scongiuro, contro un cedimento, una tentazione analoga – “la fatica lieve dell’ora della morte”. La scelta del sonetto, forma da polire, di applicazione costante più che d’invenzione, confluisce in questa lettura, come un esercizio di attenzione prolungato, un’operosità scacciaumori – e scacciapoesia. Il canzoniere è una divagazione e l’edizione di Claudia Ciardi, senza riferimenti all’edizione Tiedemann (Einaudi), e senza originali a confronto, ne è materializzazione.Il rapporto di Benjamin con Heinle era stato sporadico, e non sempre concorde. Benjamin ne parlerà poco, a parte i sonetti. Una conferenza su Heinle tenuta nel dicembre 1922 a Heidelberg ridurrà a “un lavoro svogliato”, caduto per di più “nell’incomprensione e lo snobismo” dei frequentatori del salotto di Marianne Weber. Di Heinle, ora dimenticato, Benjamin voleva soprattutto dimenticarsi, e con lui della comune esperienza nella Jugendbewegung, il movimento giovanile che Gustav Wyneken creò all’insegna del “nazionalpopolare” di Stefan George: “Alla luce degli eventi successivi”, scrive in nota Claudia Ciardi, “Benjamin analizzo la morte di Heinle come il frutto malato di simili cattivi insegnamenti” – questo non c’è nei sonetti, ma il ripudio è vero, di George se non della Jugendbewegung.
Walter Benjamin, Liberami dal tempo e altre poesie, Via col Vento, pp. 33 € 4

sabato 17 marzo 2012

Ombre - 123

“Pianta una carota, sconfiggerai il cemento”. L’orto è di cavoli, ma non importa. Dell’orto, una piccola striscia contro una ventina di grattacieli, si fa il “simbolo della resistenza alla città che cresce”. A chi la raccontano? “Quale cane per quale casa”, consigliano poi. E informano: “I matrimoni affare per ricchi”. È meglio non comprare il giornale?

Vito Gamberale, facendo finta di difendersi dai sospetti di gara truccata per l’acquisto di una quota della Sea, la società degli aeroporti milanese, da parte del Comune, informa Mucchetti e i lettori del “Corriere della sera” che Malpensa pullula di lavoratori in nero, di una ditta subappaltatrice, contro la quale il Comune non agisce. Informazione?

Marco Lodoli lamenta su “Repubblica” giovedì l’incapacità dei suoi allievi a scuola “di sviluppare un ragionamento scritto”. Non dice di che ordine e tipo di scuola. Ma è radicale: “I ragazzi della scuola… vivono la vita senza parole e senza sintassi”.
Poiché questo non è possibile, anzi è impossibile, non sarà che – a parte uno scatto di malumore di Lodoli – la scuola è come suole in ritardo, sui nuovi linguaggi? “Non c’è più fiducia e confidenza nel pensiero”, o nel pensiero della scuola?

Il Procuratore di Firenze Quattrocchi dice “probabile”, “verosimile”, “possibile” che una qualche trattativa fosse avviata tra lo Stato e la mafia dopo l’attentato e Falcone e prima di quello di via dei Georgofili nella città toscana. E ci scrive oltre mille pagine.

Lo stesso Procuratore Quattrocchi, finiano molto antiberlusconiano, dice che “le gravi affermazioni” di Spatuzza sui legami con la mafia di Dell’Utri e Berlusconi “non hanno ricevuto una verifica giudiziaria neppure simbolica”. Ma Spatuzza non processa per calunnia, come sarebbe suo dovere.
Spatuzza resta anzi un pentito accreditato, al quale paghiamo protezione e pensione.

Al confronto è un capolavoro, non solo di arte retorica, la requisitoria del PG della Cassazione Iacoviello contro la sentenza d’Appello al processo Dell’Utri:
http://blog.panorama.it/italia/files/2012/03/requisitoria-iacoviello.pdf
Magari Dell’Utri sarà un mafioso, ma Iacoviello sa quello che dice, è padrone della grammatica e della sintassi, logica e materiale.

Non si discute dei rilievi gravi del procuratore Iacoviello alla sentenza d’Appello Dell’Utri. In fatto e di diritto. Magari per contestarglieli. Tace l’ineffabile Vietti con tutto il suo Csm – ma chi è questo Vietti? È distratto Napolitano col suo buongoverno delle tasse.
Iacoviello denuncia la “teoria del caso” invece dell’analisi del caso che competerebbe al giudice. E il “processo a imputazione diffusa”, che è tutto il contrario del processo penale. Con “cripto-imputazioni”, “imputazioni implicite”, “imputazioni vaghe”. Tutto ciò la magistratura, il Csm, Napolitano ritengono normale?

Due pagine di Aldo Cazzullo su Bari piene all’inverosimile di levantinismo, “tangenti umane”, ricattatrici, partite vendute, supermarket di cocaina, “corti fameliche di vendoliani”, Petruzzelli commissariato. Nonché affaristi in giunta, al Comune e alla Regione, che Cazzullo trascura.
Titoli trionfalistici del giornale, il “Corriere della sera”: “La «capitale» degli scandali ha sfrattato mala e scippi. Punta su scrittori e cantanti”. Su Carofiglio cioè, si scopre leggendo, e Caparezza.
Il “Corriere del Mezzogiorno” si deve pur vendere. Ma a chi?

Bari il cui sindaco, un giudice, ha tentato di liberarsi di un giudice che non controlla, Laudati. Facendolo denunciare al Csm dal compare Scelsi, il giudice che l’aiutò a riconfermarsi alle elezioni perdute nel 2008, scatenando la riserva della Repubblica contro lo sprovveduto baüscia Berlusconi - una donzella che Cazzullo così descrive: una “con la mania di registrare tutti gli incontri e le conversazioni. In procura e al commissariato se la vedevano arrivare di continuo, sempre pronta a denunciare qualcuno”.
A meno che l’esemplarità non sia questa, aizzare i cani randagi.

Caso, lo Scelsi-Laudati, in cui il Csm ha scelto di non scegliere. Si vede che Scelsi l’ha fatta grossa anche per le facce di bronzo del Csm.

Si discute l’art. 18, l’illicenziabilità del lavoratore, senza dire l’essenziale. Che un’azienda può licenziare chi vuole, le basta dichiarare lo stato di crisi – dichiararlo, senza provarlo: hanno licenziato grazie allo stato di crisi aziende sanissime. Che l’art. 18 protegge contro i licenziamenti “politici”, o ritorsivi. Ma anche contro il lavoro: chi non ha sofferto per compagni di banco illicenziabili ma lavativi, assenteisti, privilegiati a vario titolo?

Pentamerone a Vigata

La seconda infornata, a un anno dal “Gran Circo Taddei”, di storie di Vigata. Camilleri è riuscito a creare, anche grazie ai film riuscitissimi di Degli Esposti, un “mondo di Vigata”. Affascinante, anche per i foresti, che popola instancabile di vicende. Tutte sfiziose, mai malinconiche, col piglio veloce della serializzazione da feuilleton. Anche se a volte fiacche, prevedibili. E di aneddoti e spirito borghesi, da circolo degli sfaticati, i vecchi “don” di paese, per i quali imbastire “farfanterìe” è l’occupazione principale, e un’arte.
Anche l’incomprensibilità gioca a favore: il misto dialettale ha l’effetto di annullare le distanze e le diversità. Stare in un collegio “sguizzero” per una ragazza non è come stare in un collegio svizzero. È una chiave d’accesso e di complicità.
A rate, e forse senza disegno, Camilleri configura una sorta di “Decamerone” in dialetto siciliano. Realistico-irrealistico come l’originale. Con lo stesso approccio teatrale, visivo – che fa la felicità di tutta la sua narrazione. Un mondo corrivo, ma non piatto: vivente, fatato nell'ordinarietà. Non una cosa alla moda, leghista (strapaese, rancorosa. bozzettista): riproducendo in piccolo la grande narrativa tre-cinquecentesca, del piacere di narrare.
Andrea Camilleri, La Regina di Pomerania, pp. 305 € 14

venerdì 16 marzo 2012

Il porto delle nebbie è a Milano

Esemplare ampia mezza pagina del “Corriere della sera”, per reticenza, sulla vendita della Sea a Gamberale, la società aeroportuale. Un articolo obbligato, dopo che “Il Sole 24 Ore” e “L’Espresso” hanno pubblicizzato la cosa, cioè l’insabbiamento della pratica alla Procura di Milano. Che Luigi Ferrarella, il cronista giudiziario, assolve surrettiziamente, in una riga delle centocinquanta, come “scarsa fluidità di comunicazioni” tra il pool dei reati societari e quello di reati contro la pubblica amministrazione – pool come piscine? Leggere per credere:
http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_16/vendita-sea-fascicolo-sparito-ferrarella_deabbf08-6f33-11e1-8ee0-fb515f823613.shtml
L’articolo è anche una testimonianza sul modo d’agire della Procura di Milano, Che persegue solo i nemici degli amici. Dei migliori della Procura, da Bruti Liberati a Francesco Greco. Compreso il Vice-Procuratore Robledo, uno capace d’incastrare un berlusconiano per diecimila euro che però evita – non sa, non ricorda – di procedere per il sospetto sfioramento sui 400 milioni, poco meno, pagati per la Sea.
La sola informazione non reticente del pezzo è che il Vice-Procuratore Greco vide la pratica e la cestinò. La scomparsa della pratica, che verrà certamente ritrovata ad horas, è da ritenersi un siluto a Greco? I Vice Procuratori diventano cannibali quando entrano in gara per una Procura.
La cosa nasce dalla Procura di Firenze, che cinque mesi fa, imbattutasi in un’intercettazione in cui l’acquirente Gamberale mostrava di sapere che il capitolato di gara per la Sea “gli fosse stato cucito addosso”, vi ravvisava la turbativa d’asta e lo comunicava a Milano per competenza. Essendo la Procura di Firenze di stampo finiano, c’è nel fatto anche una possibile incrinatura tra Fini e il suo nuovo schieramento a sinistra? La giustizia italiana è anche questo – è altro oltre questo?

L’America alla corte di Hitler

È la storia, falsata, di William Dodd, ambasciatore americano a Berlino, nominato da Franklin Roosevelt all’accesso di Hitler al potere, e di sua figlia Martha. Sullo stile di “Addio a Berlino” di Isherwood, il ricordo nostalgico della Berlino ruggente anni Trenta, sia pure con le guardie rosso-bruno per le strade. La vera storia è diversa. William Dodd è quello del libro, un professore di storia, forse non molto sveglio. Martha invece, la sua giovane figlia, che lo segue a Berlino già divorziata, ne fa la scena dei suoi piaceri, dal 1933 fino a fine missione, a fine 1938. Con una serie di relazioni da Messalina, copulando indistintamente tra gli altri col capo della Gestapo, nonché con Luigi Ferdinando, il nipote nazista dell’ultimo kaiser, e insieme col primo segretario dell’ambasciata dell’Urss, che era una spia. Ma le sue simpatie andavano al regime, antisemitismo non escluso, e ne lasciò traccia nei ricordi che, solo in parte purgati, volle pubblicare nel 1939, “Through Embassy Eyes” – il padre Hitler lasciava perplesso più che critico, secondo l’“Ambassador Dodd Diary” che nello stesso anno Martha editò col fratello (all’ambasciata gli succedette per due anni e mezzo Joseph “Joe” Kennedy, il padre dei fratelli, filotedesco convinto).
Dopo la guerra Martha risulta invece folgorata dal comunismo sovietico, che servì come spia, col suo nuovo marito Alfred Stern - uno che si era arricchito sposando e divorziando l’erede dei magazzini Sears Roebuck. A suo dire anzi ne era spia fin dagli anni Trenta a Berlino, e aveva utilizzato le avventure coi capi nazisti e lo stesso libro di ricordi come copertura. Quando fu convocata dalla commissione McCarthy per le attività antiamericane fuggi col marito in Messico, e quindi a Praga, dove è morta dimenticata nel 1990, con lunghi intervalli randagi a Mosca e a Cuba. Una di molte vite perdute, donne per lo più, nei paradisi comunisti – la più famosa sarà stata Anna Louise Strong, “Anise” (1885-1970), anch’essa americana, che tradirà Mosca per Pechino, dove morirà ospite da ultimo nell’ex residenza italiana; o Klara Blum, che a Pechino morirà l’anno dopo dimenticata, dove s’era esiliata in cerca dell’amore sconosciuto, ribattezzandosi Zhu Bailan, orchidea bianca, che di sé diceva essere scrittrice tedesca, ebrea, sovietica, cinese, emigrata in un primo tempo in Palestina e poi a Mosca.
Erik Larsen, Il giardino delle bestie, Neri Pozza, pp. 560 € 18

Il mondo com'è - 87

astolfo

Afghanistan – È il retroterra della Cina. Così lo configurava l’impero britannico e così lo configurano gli Usa. Per assurdo che possa essere – il Pamir non è un passo, è piuttosto una barriera invalicabile – non c’è altra spiegazione di una guerra che tra poco compirà i dieci anni. A nessun altro effetto cioè che a prolungare l’occupazione.
La guerra non si sta facendo per conquistare l’Afghanistan. L’islamismo che si voleva punito dopo l’11 settembre è forte come prima. Né l’Afghanistan ha alcun rilievo nella geopolitica dell’energia.
È uno Stato-cuscinetto. Ma non più contro il fianco meridionale dell’Unione Sovietica. Contro la Cina ha invece ancora un ruolo: se non geografico, religioso e culturale.

Imperialismo – Gli Stati Uniti vi si trovano a loro agio perché sono una nazione cresciuta con l’impero. Come l’antica Roma e poi l’Inghilterra. Non la Francia, nata da una guerra di resistenza. Né la Germania, nata militarmente con le guerre della Prussia, contro Napoleone e contro l’Austria.
La Germania ha fallito l’impero per averlo concepito nella stessa ottica della battaglia campale, a spese dei paesi limitrofi – l’impero concepisce come allargamento, e quindi come occupazione, su base etnico-biologica, della nazione come tribù, creandosi necessariamente nemici incondizionali. La morfologia dell’impero vuole invece una proiezione a distanza. Nel nome di interessi che possano essere condivisi (libertà, modernizzazione, ricchezza), elevando i popoli sottomessi ad alleati – foederati – e amici.
Gli Usa vi si trovano per questo a loro agio anche nelle guerre all’apparenza inutili o dannose,che periodicamente rinnovano - da ultimo Grenada, la Somalia, l’Iraq.

Sinistra –Destra - Prototipo ne fu Parvus, il finanziere di partito stretto collaboratore di Lenin. Lenin sbarca alla stazione Finlandia dalla Scandinavia neutrale, dopo il tentativo abortito col treno diretto dalla nemica Germania, grazie a “Parvus”, l’umile, Israel Lazarevic Helphand, che aveva circuito l’ambasciatore a Istanbul von Wagenheim, ottenendone i fondi segreti del ministero tedesco degli Esteri e dello Stato Maggiore, venti milioni e mezzo di marchi oro e un milione di rubli. Lo stesso Parvus che, sempre con i soldi dello Stato maggiore tedesco, aveva dissuaso i compagni tedeschi dalla rivoluzione.
Parvus è il prototipo del sinistra-destra, l’affarista idealista che i bolscevichi finanziò con l’oro teutonico e dei nazionalisti balcanici. Ed è l’uomo di mano in banca che affascinava i progressisti, per il gusto della cospirazione, del segreto. Sulle sue tracce verranno Stavisky, banchiere in Francia dei radicalsocialisti, prima della puntatina fatale, come Alberto Sordi, a Chamonix, e l’editore fantasista Maxwell, il bancarottiere che affascinava il laburista Wilson. Tenne a lungo corte al Wannsee, nello stesso palazzo che sarà poi delle SS, dove nel 1942 verrà decisa la Soluzione Finale, ricevendo ministri, diplomatici, industriali, socialisti, con servi, cuochi, segretari, attrici e squillo. Predicendo modi e tempi della seconda guerra mondiale.

Henri-Lévy, Sternhell e altri hanno censito negli anni 1930 un “socialismo alla francese” che è in realtà una forma di fascismo senza le camicie nere. E che comunque confluirà nel regime di Vichy.
Della “Cagoule”, soprannome dell’Organizzazione Segreta d’Azione Rivoluzionaria Nazionale , un’organizzazione terroristica che fra le sue tante imprese annovera l’assassinio di Carlo e Nello Rosselli il 9 giugno 1937, fu parte anche il giovane Mitterrand.
Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl è il caso più clamoroso di passaggio da uno schieramento all’altro. Uomo d’affari, laureato a Harvard nel 1909, dove fece amicizia con Walter Lippman e John Reed, uomo d’affari fortunato, tornò in Germania nel 1922. E divenne immediatamente uno dei più stretti collaboratori di Hitler. Partecipò al putsch della birreria nel 1923, finanziò la pubblicazione di “Mein Kampf” e del giornale del partito Nazista, il “Voelkischer Beobachter”, ebbe Hitler padrino del suo primogenito. Cadde in disgrazia nel 1936, su denuncia di Unity Mitford, che era sua amica ma più nazista di lui. Tornò negli Usa e collaborò col presidente Roosevelt.
Unity Mitford era una delle due sorelle Mitford ultranaziste, inglesi, belle e nobilissime, l’altra era Diana. La sorella minore Jessica era invece fervente comunista.

Widerstand (resistenza) 2 - Si vogliono i tedeschi remissivi, ma molti si opponevano. Anche gli artisti: qualcuno preferì emigrare, ripartire da zero. Stefan George, pur reazionario, volle morire a Minusio di Locarno, per evitare il funerale nazista. Al totalitarismo non si sfugge, a meno dell’esilio. Per quante difese si elaborino, sempre si è coinvolti.
La Resistenza dichiarata fu in Germania aristocratica: Circolo di Kreisau, Circolo Solf, Rosa Bianca, Orchestra Rossa. Anche se prudente: “Meglio esaltare la vittoria che andare in giro senza testa”, annotava nel diario il barone von Hassell, ambasciatore a Roma, uno dei capi della congiura. Dopo l’attentato del 20 settembre 1944, Hitler impiccò cinquemila nobili e generali, e i loro figli e parenti prossimi volle deportati, sotto nomi falsi, in lontani villaggi in Turingia o nei lager, altre settemila persone – von Hassell, uno dei capi del congiura, fu impiccato, sua figlia Fay deportata (in treno: ci passò un lungo inverno su e giù per vari campi di concentramento, con una qualificata compagnia di oppositori, di cui ha tenuto un esilarante diario, le Ss badavano a tagliare la corda).
Ma fu anche popolare, la resistenza contro Hitler, e vasta, benché non si dica, la Germania non ama gli esiliati e gli oppositori in armi - se non sono nazionalisti, contro i nemici di fuori. Una parte fu socialcomunista, il che è stato – e continua a essere - anatema nella Repubblica Federale, una parte fu cattolica, e questo non si può dire in nessun posto. I mille lager non bastarono, Hitler dovette moltiplicare le esecuzioni. A un certo punto il Plötzensee, il carcere presso Berlino dove sono state eseguite un quarto delle 16.560 condanne a morte accertate nel dodicennio, fu attrezzato per esecuzioni simultanee, otto alla volta per impiccagione. Più tecniche sperimentali varie: la ghigliottina piacque a Hitler che la sostituì all’ascia. Il record fu stabilito la notte del 7 agosto ‘44 con trecento ghigliottinati. Tutti i detenuti del Plötzensee, per il timore che scappassero dopo il bombardamento del 3 agosto.

Molti i vescovi, nella resistenza dichiarata. Quella del cardinale di Sant’Anastasia Michael von Faulhaber, quarto dei sette figli d’un fornaio e una contadina malgrado la particella, arcivescovo di Monaco, amico del futuro papa Pacelli quand’era nunzio a Monaco, autore nel ‘34 del libro della tolleranza “Judentum, Christentum, Germanentum”, fu costante fin dal ’23, dal putsch fallito nella birreria. Quando in Baviera si dispose la rimozione del Crocefisso a scuola la protesta fu tale che il decreto fu lasciato cadere.
Il vescovo di Berlino, Konrad Graf von Preysing-Lichtenegg-Moos, parte della congiura del ‘44, Hitler non osò impiccarlo, nemmeno imprigionarlo. Il conte Konrad, quarto degli undici figli di Kaspar von Preysing e della contessa Hedwig von Walterkirchen, aveva avuto tardi la vocazione, a ventott’anni, dopo una formazione giuridica. Meno di vent’anni dopo, nel fatidico ‘33, era già vescovo di Berlino, benché critico dell’antisemitismo e l’eugenetica, alla morte del nazionalista Christian Schreiber, che aveva retto la diocesi per tre anni. Animatore del Circolo di Konnersreuth, un gruppo di resistenza della prima ora, il conte vescovo non si scoraggiò quando Hitler fece uccidere nel ‘34 Erich Klausener, che dirigeva l’Azione Cattolica di Berlino, e Fritz Gerlich, che l’aiutava a redigere la rivista “Der gerade Weg”, la retta via, e mise personalmente in salvo in Svizzera l’altro redattore, Ingbert Naab. Al culmine della potenza nazista ispirò l’enciclica “Mit brennender Sorge”, con bruciante preoccupazione, con cui Pio XI condannò nel marzo ‘37 le violazioni ripetute del Concordato, e ne curò la stesura e la diffusione clandestina in Germania.
Oltre che di Hitler, il vescovo di Berlino s’era assunta la funzione di oppositore esplicito del cardinale decano Adolf Bertram, che passò dalla netta opposizione al nazismo al silenzio, e infine, a guerra perduta, all’elogio personale a Hitler. Prima del 1933 il cardinale Bertram aveva più volte dichiarato il nazismo “eretico”, a motivo delle sue teorie razziali e nazionalistiche, e in materia di religione. In particolare era stato intransigente alla Conferenza episcopale di Fulda nel ‘32, quando proibì ai cattolici l’iscrizione al partito Nazista, col sostegno di Faulhaber e dei vescovi di Fulda, Johannes Dietz, di Münster, Clemens August Graf von Galen, un altro conte, di Colonia e di Paderbon. Hitler si vendicò accusando i preti di scandali finanziari e sessuali, e carcerando i giovani della Azione Cattolica, ma non osò attaccare i vescovi. Dopo la guerra von Preysing fu nominato cardinale, vescovo a Roma di Sant’Agata dei Goti.

astolfo@antiit.eu

giovedì 15 marzo 2012

Demografia carente nel quindicennio citatiano

Ma chi aveva in mente Pietro Citati sul “Corriere della sera” una settimana fa indicando “la generazione letteraria del 1910-1924” come “la più ricca e feconda apparsa da secoli nella letteratura italiana” (venerdì 9 marzo, “Dan Brown, Coelho, Faletti: bestseller da non leggere”)? Stando alla fede, finora incontestata, di Wikipedia sulle date di nascita, non molti sembrano quelli che Citati includerebbe in un’antologia del secondo Novecento, o in una storia della letteratura. In dettaglio:
1910: Flaiano, Tobino, Annie Messina.
1911: Irene Brin, Camilla Cederna, Alba De Céspedes, e Scerbanenco.
1912: Italo De Feo e David Lajolo, con Guido Morselli e Elsa Morante, è vero – che però non rientrano nel pantheon di Citati.
1913: Vittorio Sereni e il quasi centenario Boris Pahor, con Piero Chiara e Pratolini – neanch’essi nella chiave di Citati.
1914: Luzi, Ortese, Berto.
1915: Giancarlo Fusco?
1916: Bassani.
1917: Cassola, e Milena Milani, Fernanda Pivano.
1918: Bianca Garufi, autrice in parte con Pavese.
1919: Primo Levi, scrittore suo malgrado, e Gianni Brera – nonché Stefano D’Arrigo.
1920: Michele Prisco, Gesualdo Bufalino, Biagi, Bocca.
1921: Pomilio, Rea e Luisa Adorno, con Sciascia. Qui ce n’è uno, ma dopo dodici anni.
1922: Gina Lagorio. Ida Omboni, Meneghello, Fenoglio, Bianciardi, Manganelli, La Capria, Luciano Erba. Con Pasolini.
1923: Del Buono, Salvalaggio, Zavoli. Con Calvino, Cristina Campo e Testori. Quell’anno è andata meglio. Ma il quindicennio finisce in pesce.
1924: Bonaviri, Strati, Volponi, Scalfari - e il nostro amico di Positano Gustavo Tomsich.

Problemi di base - 94

spock

I genitori amano i figli, i figli non amano i padri, e dunque l’amore funziona solo in discesa? In folle?

Formica ci aveva arrestato Sofia Loren con le manette a Fiumicino, trent’anni fa, Monti ci esibisce Befera: che lotta è questa all’evasione fiscale?

Ci vorranno nuove tasse perché le vecchie hanno indotto la recessione, che ha ridotto le entrate fiscali: non sarà questo il moto perpetuo?

La Germania vuole il nostro pareggio di bilancio, noi che cosa vogliamo dalla Germania?

Se dobbiamo sacrificare periodicamente alla Dea Germania, perché ce la propongono in forma di Merkel? Non hanno più walchirie?

Se Dio s’è ritirato dal mondo (Hegel), dove si sarà nascosto?

Come un barbone di strada che avesse casa e famiglia: gli piacerà bere?

E se sta in ogni luogo, sta pure all’inferno?

spock@antiit.eu

Marina cerca il passato al Sud, e non lo trova

“Come è possibile conciliare l’ordine in cui sei cresciuto, e l’armonia civile che pure hai conosciuto, con una società che oggi pare dominata dai fuorilegge, dove violenza, dolore e morte sembrano imporsi incontrastati?” Dove “l’unica regola è il sopruso”, la violazione sistematica di ogni norma di convivenza civile prima che di ogni legge? Marina Valensise si pone infine da studiosa non pregiudicata l’interrogativo che tutti si pongono in Calabria, a Reggio Calabria, nella provincia di Reggio, e più in particolare nella Piana di Gioia Tauro dove lei è nata e cresciuta, da un paio di generazioni. Da quando la mafia fu installata. Proprio così.
Il lettore non sa, come fa a saperlo se nessuno glielo dice, che quando Marina Valensise nasceva, non sono molti lustri, non c’era la mafia in Calabria. L’onorata società forse sì, quella dei santini e dei giuramenti di sangue, ma non la criminalità organizzata, con ottimi consigliori e referenti politici, non dissuasa dall’apparato repressivo, e ora dominante e totalitaria. Specie nella sua terra d’origine, oggi la più infestata, una borghesia industre operava. Talmente aliena dalla violenza, purtroppo, dei nuovi criminali e delle istituzioni, da arrendersi senza combattere. Tale fu la sorpresa della forza della mafia delle campagne – presto estesa al commercio e alla banca.
Ma, purtroppo, Marina Valensise non glielo dice, dopo il grido di dolore. Pur avendone gli strumenti, da studiosa di storia: “scopre” il Sud, cioè lo riscopre dopo un’esistenza negli alti luoghi della cultura a Parigi e a Roma, essendosi liberata, ma si limita a una rimpatriata. Tra i buoni residui, il prete antimafia, la onlus, la cooperativa, l’imprenditore antimafia. Per il resto cantando le bellezze dei luoghi, sulla scorta delle solite letture, Alvaro, Lear. L’azione di contrasto che non c’è stata? L’ostracizzazione delle forze dell’ordine? L’invadenza e la perversione della politica, a partire dalle parrocchie? La sovversione (debasement) della vecchia classe dirigente? Con quella di Marina, sono due generazioni che sono mancate alla Piana. E poi non è vero che il sole sorge a Sud.
Marina Valensise, Il sole sorge a Sud. Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento, Marsilio, pp.363 € 22

L’impegno è sdegno in Simone

All’Avvento del 1934 Simone Weil avviava alla fabbrica elettrotecnica Alsthom di Parigi l’agognata esperienza operaia. Dove fu infelice. Non resisteva i ritmi di lavoro, non sperimentò alcuna forma della solidarietà operaia di cui nei libri, nemmeno sotto l’aspetto sindacale. Un’esperienza che dice disumana, anche se era la vita di milioni di persone. Che aveva voluto perché era la sua maniera di conoscere: fare esperienza. Stare nel mezzo – un po’ come il suo adorante traduttore, Franco Fortini.
Il libro è una raccolta di testi diversi, articoli, lettere, abbozzi inediti, frammenti, assemblata postuma, nel 1951, nella collezione “Espoir” di Gallimard che Camus dirigeva, con criterio tematico e non cronologico. Testi vivi, voleva Camus, di pensiero attivo, e non, per allora, di riassetto critico, da opere complete. Mantengono un interesse storico, più di molti saggi di sociologia del lavoro all’epoca. E, come sempre per Simone Weil, di testimonianza di uno spirito irrequieto: generoso e sempre partecipe, perfino invadente.
Il curatore della riedizione francese della raccolta dieci anni fa, Robert Chenavier, apre la presentazione con l’orrore delle retrovie che la filosofa sempre attesta, con Bernanos e altri corrispondenti, in guerra, in politica, nel lavoro, nell’esperienza religiosa, nella vita. Attiva in tutti i fronti di resistenza, dalla Spagna al gollismo, Sempre impegnata e sempre critica. Filosofa informata e acuta del presente, e tanto più a distanza di tempo, ma esempio vivente dell’irrilevanza, forse, della critica nell’azione, sia pure ragionata e vera.
Simone Weil, La condizione operaia

mercoledì 14 marzo 2012

Lo jus romano nacque dal crimine

Il “viaggio” di Simone Weil nella Germania di Hitler è in realtà una sintesi micidiale della “civiltà romana” come allora si praticava. Mussolini vi s’identificava in superficie, Hitler nel profondo: il segno della civiltà romana, nella storia e nella cultura, è la crudeltà. I romani per primo passano sopra con determinazione, con costanza, a ogni impegno d’onore e a ogni senso dell’onore, e se ne fanno vanto: “I romani godevano di quella soddisfazione collettiva di se stessi, opaca, impermeabile, impenetrabile che consente di conservare in mezzo ai crimini una coscienza perfetta tranquilla”. È vero – e , si può aggiungere, è il punto che manca a H.Arendt nella “banalità del male”.
I romani erano però anche cultori del diritto. Weil non lo ricorda, se non di sfuggita. Mancando un punto ancora più appassionante: è la crudeltà (la forza), invece della giustizia, la base del diritto? La crudeltà vera e non la reazione, la collera fredda e senza limiti, che nasce dall’indifferenza.
Simone Weil, Sulla Germania totalitaria

Secondi pensieri - (94)

zeulig

Decostruzione - Costruzione e decostruzione, struttura e sovrastruttura negano il reale e la storia - Deleuze e Derrida ci resteranno male quando scopriranno che non hanno decostruito nulla, solo scemenze. Mentre la proprietà pedagogica del meccano è nota, era nota a tutti i bambini, da tempo. Rovesciare la realtà è prova d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre, dire bene il male e male il bene. La sua logica è quella di Epimenide, il cretese per il quale tutti i cretesi sono bugiardi, o di Amleto – sarebbe già meglio, credibile, funzionale, effettiva, quella del bugiardo attore: Pinocchio.

Dio – È consolatore, e vendicatore. Ma soprattutto è regolatore, anche lui, si pone dei limiti. In quanto Dio della Legge, e uomo di mondo.

Se Dio è morto – Freud “prima” di Nietzsche anche se dopo Hegel - niente è più permesso, perché niente esiste.
Freud sarà come Adorno dice, che niente in lui è vero, a parte le esagerazioni, ma in questo è grand’uomo, avendo capito che Dio è molteplice e mobile, come le figure del desiderio. Questo modo di essere della realtà che è il più solido – il più vero – e sempre sfugge: la proiezione.

Se Dio s’è ritirato dal mondo (Hegel), con la Tradizione (Evola) e la Filosofia (Heidegger), non si capisce cos’è avvenuto in questi due secoli, né dove la Storia si nasconda.

“Non esistono fatti, solo interpretazioni”, direbbe Nietzsche. Che sono però fatti, spesso non er-ronei. Nietzsche non lo sa ma ripete sant’Anselmo, la prova ontologica di Dio partendo dal salmista: “Lo stolto in cuor suo dice che Dio non c’è”. Bene, spiega il santo, l’ateo, il più stolto di tutti, non può pensare vero “qualcosa di cui nulla può pensarsi di più perfetto o più grande” e poi dire che questo esiste solo come sua propria idea e non nella realtà.

Dio ha creato l’eternità, il tempo è degli orologiai.

Esistenza - L’argomento ontologico non persuase Kant, per il quale l’esistenza “c’è”, e “si mostra” non “si dimostra”.

Futuro – Non può essere brutto - neanche quello del depresso, finché il depresso si pensa (vive). Perché il futuro in sé non esiste, è parte (proiezione) delle attese. Aspettarsi un futuro è di per sé presunzione positiva.

Gelosia – Tradizionalmente associata all’amore, è un’assurdità: in amore il dubbio (la deduzione) è un’assurdità.

Immaginazione – Può mancare? Manca, è un fatto, per un difetto organico.
Si po’ assentare (perdere)? Con l’età, si dice. Ma i giovani e gli anziani la esercitano senza freni, anche nelle forme “deviate”.
Montale, nei ricordi di Maria Luisa Spaziani (“Montale e la Volpe”, pp. 73-74) ne fa un fatto naturale: alcuni mancano d’immaginazione. E tra essi pone sé stesso, un poeta – di una poesia per tanti, che sempre se ne nutrono con profitto la propria immaginazione. Si confonde con la capacità d’affabulazione.

Mamma – Al tempo delle balie era la balia. Il bambino la chiamava mamma e con lei si identificava, più che con la mamma naturale. L’appartenenza – la vicinanza, la cura, e il legame d’istinto – andava col nutrimento più che col concepimento, la gravidanza, il parto. Anche il ruolo sociale, oltre che quello naturale, il nutrimento rovesciava: la balia, solitamente contadina (montanara, pastora) povera, sentita più mamma, o unica mamma, rispetto alla madre naturale borghese di città, di ceto professionale o mercantile.

Potere – Si vuole arcano per essere miserevole. Intrinsecamente debole: si autodistrugge più di quanto distrugge. In tutta la sua fenomenologia nota, dalla mafia all’impero. Peggio quando si nega, pretendendo di cancellarsi.
Le forme più durevoli di potere sono quella che meno ne hanno fatto uso, nemmeno come pezze d’appoggio: le faraonie egiziane, l’impero romano, e oggi gli Usa.

Scienza - Non ha il senso del ridicolo, con le sue miriadi di scoperte, le profondità della psicologia, per esempio, un gioco di specchi, o dell’astrofisica, così vuote, o della biologia, così piatte. Potrebbe essere una buona tecnica, e per tale va presa.

Storia – Riserva sempre sorprese, ma tutte prevedibili. Questo perché la si sottintende migliorativa (progressista). Per una pedagogia, sia pure errata? Per innatismo: la storia è parte della sopravvivenza, e la sopravvivenza è per natura migliorativa.

Quella del pensiero è piatta.

È segnata dall’eternità, da percorsi a noi esterni e ignoti – Nietzsche insomma: “Ogni desiderio anela all’eternità”.

È la fine che dà senso alla storia – poiché la storia deve avere un senso. Da recuperare successivamente.

Uguaglianza – Tucidide la fa chiamare giustizia da Pericle, e tale è nella sostanza, tutto il resto è contorno. L’uguaglianza della nascita, peraltro non contestata dalla reazione, da Antifonte nel Quinto secolo a.C. (ma anche da Platone, al cap. VIII della “Repubblica”) a Joseph De Maistre, ne è il presupposto, scrostando l’individuo dei privilegi o le servitù di censo o casato. Ma si realizza nella giustizia, l’isonomia di Aristotele, la gestione ugualitaria della società, per complessa o squilibrata che essa sia.

zeulig@antiit.eu

martedì 13 marzo 2012

Chi ha paura di Mani Pulite?

È stata la celebrazione meno sentita. Un’attesa montata, tanti preparativi, un fallimento: niente convegni, niente libri celebrativi, niente speciali. Niente tentativi di approccio storico. Si dice perché l’evento è recente, ma lo è meno del leghismo e del berlusconismo, sui quali invece tanti storici si esercitano. No, è che c’è un regime di opinione pubblica che prospera sulla giustizia politica, al quale non conviene sollevare il vaso di Pandora, tropi serpenti.
Mani Pulite non ha moralizzato la politica, ha solo distrutto alcuni partiti per favorirne altri. Si è detto nelle meste celebrazioni che non poteva moralizzare la politica, e invece avrebbe potuto. Avrebbe dovuto, come deve ogni magistratura inquirente: perseguire il crimine, tutto il crimine, senza favorire gli amici. La Mani Pulite di Milano ha arricchito gli avvocati, a partire dal famoso Lucibello, il sodale di Di Pietro. Ha premiato alcuni giudici con fulminee carriere politiche – Di Pietro dopo che aveva riconosciuto di avere preso in prestito cento milioni da un indagato che teneva in carcere, poi restituiti “in una scatola da scarpe” – cento milioni non c’entrano in una scatola da scarpe? La banca gli ha chiesto a che gli servivano cento milioni in contanti? Sembra di sognare…). Ha discriminato bassamente, a Milano e non solo. Tra i politici e tra gli imprenditori. Ne sono uscite indenni, anzi intonse, alcune delle più acclarate e sostanziose truffe, la Sme, la Rizzoli-Corriere della sera, la Milano-Serravalle, Parmalat quando si poteva evitare il crac. Perfino delle mazzette Montedison, ne furono indagate alcune e altre no.

La disattenzione

C’è una filippina alla posta, allo sportello delle raccomandate. Una signora in età? Una giovane? L’età è indefinita. Per un invio di cui non si conosce la procedura. In attesa della soluzione l’impiegata ogni tanto fa passare qualcuno della coda, tenendo la filippina da parte. Alla fine viene deciso che la filippina deve riscrivere su fogli carbone, a parte del plico, la destinazione e il mittente.
Mittente riesce arduo. La discussione si accende generale, anche per liberare lo sportello dalla filippina, sulla parola “sender” che ha pronunciato interrogativa. Che a qualcuno sembra tedesco e trova gli astanti impreparati. Mentre c’è chi ammonisce: “È inutile, sanno un po’ di spagnolo”. La donna però ha capito che deve lasciare libero lo sportello, e fa per sedersi, per scrivere, alla sua sedia. Qui s’accorge che non c’è più la borsetta. Ha lasciato la borsetta sulla sedia dove sedeva in coda, e ora non c’è più. Panico. Rammarico. “Brava!”, l’apostrofa l’impiegata, “telefona subito alla signora, magari l’hai lasciata a casa”.
La signora non si trova, né a casa, né al cellulare. La donna si aggira per ogni angolo, semmai la borsetta fosse caduta, e niente. Sette persone in attesa, nessuno ha visto. La partecipazione si fa generale. “Così s’impara”. “Ai loro paesi nessuno ruba, gli tagliano le mani, non sanno che qui scompare tutto”. “Stanno qui da una vita e non hanno imparato a parlare”. “Noi bene o male abbiamo fatto le guerre coloniali, conosciamo gli altri mondi, questi arrivano impreparati”. Si parla, si discute, si dibatte. “Siamo in sette, qualcuno passa e si porta via la borsetta, e noi non ce ne accorgiamo”. Finché l’impiegata dello sportello finanziario non solleva gli occhi, guarda la ragazza e la rimprovera: “Brava, hai lasciato pure tu la borsetta incustodita? Non sei la prima oggi. Guarda se è questa, un signore me l’ha portata, qualcuno l’ha dimenticata sulla sedia. Ma dove avete la testa!”.
La ragazza a momenti piange: è la sua borsetta. Si guarda attorno, dice che cosa la borsetta contiene e lo tira fuori, non vuole dare l’impressione di barare. E poi c’è il suo documento d’identità.
In sette, dunque, non hanno visto un cliente, così oggi la posta chiama le persone in fila, che uscendo ha trovato la borsetta incustodita, avrà pure chiesto “di chi è?”, e alla fine l’ha lasciata all’impiegata.

lunedì 12 marzo 2012

Proust Madre & Figlio

O la “Ricerca” di Maman. “«Alla ricerca della madre perduta», o «Lo scrittore ritrovato», questi titoli annuncerebbero il tema vero del lungo romanzo insieme incompiuto e finito che scrisse Marcel Proust” (p. 25). E: “Proust madre & figlio. Questa sarebbe a prima vista l’insegna sotto la qale fu fabbricato il romanzo” (p.46).
Era un punto fermo della biografia, la convivenza con la mamma, fino ai 34 anni e dopo. È un punto d’appoggio nuovo per la “Ricerca”. Diminutivo per il lettore - che comunque può prescinderne. Rivelatore per l’ispirazione, le tematiche, lo stesso linguaggio, molto materno, della propria madre di Proust, Jeanne Weil, e il teatro dei personaggi, di molte loro discrasie. Rilevato e redatto come una prova d’affetto, l’ennesimo libro di devozione ma perspicace: “La vita reale (è) così vicina talvolta al suo romanzo che la si crederebbe scritta dal narratore in una sorta di autobiografia” (p. 19). E della prove precedenti, tanti racconti, il “Santeuil”, il “Sainte-Beuve”.
Michel Schneider, Maman, Folio, pp. 322 € 7

Un diabolicchio di Narciso

Il solito Soldati narciso insoddisfatto, in questa che poteva essere la sua ultima narrativa – è la penultima. Della sua incapacità di amare. Anche le amanti che lo hanno fatto felice.
La morte di una di loro, di una malattia grave che non lo turba, gli suscita la rievocazione di una “infernale” crociera attorno all’Africa, con tanto di diavolo incontrato a Dakar – in un’orrenda parodia del folklore africano, ma il lettore non è tenuto a saperlo. In compagnia di chi, il lettore lo scoprirà alla fine. L’impegno di Soldati in tutta la narrazione è di convincersi, e di convincere la moglie, alla quale invia la solita confessione, suo genere preferito, questa volta con un nastro magnetico, che la colpa è della stessa moglie. Compresa la beffa finale?
Un Soldati che aderisce al suo personaggio televisivo. Non antipatico, benché lui intenda questo: ipocrita, opportunista, sempre per la storia dei tredici anni di scuola dai gesuiti. Con estenuanti prove di gelosia – meno fredde che in Proust, ma non una risorsa. Soffre “l’inerte gravità dei corpi” dopo l’amore, che sempre si accanisce a rifare. Con molte donne, in ogni luogo, con ogni sotterfugio. Più che un diavolo un diabolicchio, quello che astrae dal falso folklore che s’inventa, il diavolo Gobòi .
Con copiosa presentazione, di Giovanni Tesio, cronologia e bibliografia di Stefano Ghidinelli.
Mario Soldati, L’architetto, Oscar, pp. XLVI + 116 €9

sabato 10 marzo 2012

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (120)

Giuseppe Leuzzi

Anthony Pappano, ottimo musicista e gran lavoratore, neo baronetto per questo della Regina, indica a Fazio domenica nella fatica la qualità “italiana” che ritiene di avere ricevuto dai suoi genitori: “L’etica del lavoro. Molto mediterranea, direi. Passionale: non si è mai soddisfatti e si deve rendere al 150 per cento”.

Perché “il mare colore del vino”, con cui Omero dà il mal di pancia ai traduttori, non sarebbe l’ebrietà? Una sensazione che a Omero dava il mare, perché no, oltre che il vino, di schiume fermentate, mostose? O il fruscio, se non un ubriacatura, della risacca?
È un problema che investe il Sud jonico, la Sicilia etnea, metà Calabria e il golfo di Taranto. Ci si è affannati inutilmente, Sciascia non ultimo, a gravare lo Jonio di colori o sfumature inadatte, che invece ha le trasparenze degli occhi “verdi”, o il Mediterraneo, che è semplicemente blu, talvolta azzurro.
Sì, Omero immagina i colori, non li “vede”, essendo cieco. Si sono anche gravati i greci di daltonismo. Che invece dipingevano perfino le statue, a colori vivaci e pertinenti, con molto oro, che da sempre ha valenza cultuale e suntuaria, ma anche con tante sfumature. Il problema si pone solo in poesia, dove davano colorazioni balorde, gli “azzurri” capelli di dei, il corpo “purpureo” di Afrodite? Perché il colore esprime in poesia uno stato d’animo. Non diciamo mielato o ambrato, due suoni e un sapore, di un bel corpo bruno? E sulfureo, un odore e un rumore (suono) più che un sapore, di un liquore bruciante? O perché la poesia si esprime con parole, con suoni: evocativi di uno stato, ma più di un fatto sonoro.

Breve storia del Nord
Himmler tentò un giorno d’annettersi la Sicilia in una coi Sudeti. In ferie a Taormina, individuò un’origine tedesca dei locali flauti a zufolo, subito confortato da germanici istituti di ricerca, e da torme di neo antiquari, tra essi il fotografo locale, signor Galifi Crupi. Nulla basta al Nord, se vuole annettersi pure il disprezzato Sud. Già nel sesto secolo la Cronaca di Jordanes eleggeva la Scandinavia a “fabbrica del genere umano e nutrice delle nazioni”. Lo stesso illuminismo è “aurora boreale” per l’illuminato Hamann - il barocco, che tanto ha creato, deve invece giustificarsi, roba di gesuiti, Controriforma, Sud. E trascurò Himmler, per la fretta, il fatto risolutivo: anche i siciliani mettono il verbo in coda.

Il Nord è nato con un falso, il falso Ossian, anzi con due, Ossian adottando i canoni epici, da Dante delle brume. Poi l’opera s’è riprodotta in multipli, inclusa l’invenzione dei celti in Scozia per il genio di Walter Scott. Ma la deriva parte da lontano, già a fine Seicento Huetius annotava: “Tutto il mondo antico è governato dai popoli del Nord”, l’antichista, poeta, filosofo, teologo Pierre-Daniel Huet, agostiniano allievo dei gesuiti, che fu ventenne alla corte di Cristina di Svezia, membro dell’Accade-mia delle scienze, editore di classici ad usum Delphini, autore di un Trattato sull’origine dei romanzi, nonché primo editor di Marie Madeleine Pioche de la Vergne, in arte madame de Lafayette. Per “il vantaggio della forza e della ferocia, al di sopra dello spirito, le buone maniere e il sapere”, spiega Rousseau. Il quale scoprì che al Nord “le passioni nascono dal bisogno”, e non i bisogni dalle passioni, per i “climi orribili in cui tutto è morto nove mesi l’anno”. La loro prima parola “non fu amatemi ma aiutatemi”. Parlano duro e si irritano: “Tutto ciò che si fa attorno a essi li inquieta: giacché sussistono a fatica, tengono al poco che hanno. Avvicinarli è attentare alla loro vita”. E sono collerici: “Con articolazioni forti che le rendono dure e rumorose”. Rousseau e l’abate Condillac.

Anche la libertà vi è infetta, la libertà del Nord. Compresa la tolleranza. Che a Amsterdam si esercita con le chiappe al vento attorno all’Oudekerk, la Chiesa Vecchia. E all’atto è la separazione, a Venezia detta ghetto, in Africa apartheid, dei Sud che stanno al Nord: ogni nazione, religione, tribù vive accanto e non con le altre. A Amsterdam, capitale della tolleranza, anche le squadre di calcio sono tribali: quella degli ebrei, dei massoni, dei socialisti, dei conservatori, dei cattolici. La Finlandia proibì una volta il vino per levare ai celebranti cattolici, due, il vino da messa - il divieto non andò a effetto perché l’illiberale zar di Russia lo bloccò. La rilevanza del vino negli scambi fu scoperta nel ‘33 da Pirenne, acuto storico nordico. Benché costituisse l’esempio cardine della teoria dello scambio di Ricardo dal 1815, e fosse un grande mercato già nell’impero romano. C’è sempre un nuovo inizio.

Mafia
Dunque, Borsellino l’ha fatto uccidere Mancino. Magari da Mori, il generale.
Mancano i pentiti, ma si troveranno.

“Ogni testa è un tribunale” è del resto la giustizia in Sicilia, il Procuratore Capo di Palermo lo ricorda nell’occasione. A prescindere dalle leggi e dai delitti.

“In quel momento storico ben era possibile una trattativa con Cosa Nostra”: questo il fulcro delle conclusioni della Procura di Caltanissetta, dopo un’indagine di trent’anni, sulla strage di via D’Amelio. E dunque via con la trattativa.
È una nuovissima filosofia: la possibilità come realtà.
E la scomparsa della mafia: è da un po’ che non si catturano e non si processano mafiosi nell’isola.
Non c’è per le Procure siciliane indagine di mafia che non sia politica. Di sinistra e ora, come sembra a Caltanissetta e come è giusto (la giustizia politica è la reazione), di destra – di centro-destra, diciamo: Scotti contro Mancino, i due vecchi marpioni Dc..

Tutto è possibile in Sicilia, isola di ogni meraviglia. Ma non si esagera? Tante direzioni antimafia, con centinaia di giudici in carriera, con macchina di servizio e attendente in forma di scorta, che non prendono un mafioso, uno solo?

Sui delitti di associazione in generale, e di più sul concorso esterno in associazione, era perplesso il Pci negli anni 1980, e in particolare l’onorevole Pio La Torre, poi vittima della mafia. Si potrebbe pensare questa fattispecie di reato di interesse della stessa mafia, come arma di ricatto.
La cosa è indimostrabile ma il fatto c’è. E sempre sotto le specie del ricatto più che del reato. Dovendosi processare Andreotti per concorso esterno, il processo si trascinò attorno all’esistenza o meno di una sua foto a un convegno di cui erano parte i fratelli Salvo. Che Andreotti ha invece certamente conosciuto, i maggiori esattori delle imposte in Sicilia, amici del suo amico Salvo Lima.
L’attività d’indagine e processuale si è concentrata sul concorso esterno. Trascurando la mafia - la caccia ai mafiosi è ferma a Provenzano.
Il concorso esterno non è comprovabile se non attraverso le testimonianze dei pentiti.

La mafia è politica può essere una pista corretta. Ma non se preclude l’accertamento dei fatti , lo evita: chi ha deciso o ordinato l’attentato, chi ha fatto gli appostamenti, chi ha confezionato gli ordigni, chi li ha collocati, chi li innescati. In questo caso è un diversivo. E la vera impunità della mafia.
Non si fanno in Sicilia, a differenza per esempio che a Reggio Calabria o a Napoli, indagini e processi contro i mafiosi, solo contro i politici. Può essere per carrierismo. Per essere invitati ai talk show, o diventare Procuratori Antimania Nazionali. E per farsi eleggere deputati o senatori - senza escludere la collusione, che basta e avanza.
Un giorno dovremo parlare di “Mafia e giustizia”: un altro Michele Pantaleone ci vorrà, quello che per primo scrisse “Mafia e Politica”.

leuzzi@antiit.eu

La vita e l’arte di Soldati, un “cinema”

Racconti adolescenziali, come “America primo amore” : racconti d’amore in chiave adolescenziale, di curiosità senza passione, una summa anzi del genere – c’era già in Italia il genere teen-ager? Come per “La busta arancione”, si tratta dell’icapacità di innamorarsi. La vaghezza che, generosa e avara, sempre si lascia fare. Sarà questa la cifra di Soldati, bamboccione di fatto prima della parola? Il segreto della simpatia: del giovane adulto ma istrione applicato, tutto indaffarato cioè, che si lascia sfuggire la realtà non a sua insaputa: un “cinema”.
Mario Soldati, Cinematografo

venerdì 9 marzo 2012

L’America è morta di Soldati

Curioso libro. Curioso che si continui a dirlo vivo mentre è ben morto. È l’Ur-libro dei luoghi comuni sull’America? Ma un capitolo come “Cinematografo” è disfattista, talmente è ridicolo. È l’antesignano – la chiave? – di Arbasino, il Grande Autore Padano. Della mistura reportage-invenzione, del faticoso impersonale (“si”), del comparatismo, della gaytudine.
Soldati lo disse “forse il mio libro più bello”, forse, per l’ineliminabile ironia (understatement)? Arbasino è più colto, se non più intelligente – ma è miglior narratore? E fa il contrario: Soldati elogia la piccola borghesia italica (“Cinematografo”) e dilania quella americana (“Italo-Americani”).
Mario Soldati, America primo amore

Letture - 89

letterautore

Céline – “Bagatelles” fu subito tradotto in Italia e in Germania, ai primi del 1938 è già in libreria.
Ma tagliato di un terzo, delle invettive contro Hitler e Mussolini, il nazismo e il fascismo. Era un resistente, anche lui?

Nelle recensione che il primo “Combat” quello di destra, dei trentenni Blanchot e Maulnier, fece di “Bagatelles” nel 1937, il prolisso pamphlet è ascritto al gusto ebraico, se non alla tradizione rabbinica, partendo dalla constatazione che è un romanzo e non un saggio, “un’invenzione soggettiva” più che lo sforzo di “esprimervi la realtà”. Il recensore René Vincent, direttore del mensile, conclude: “S’intende piuttosto male l’ispirazione di tanto furore”, se non associando “l’estetica di Céline” ai “procedimenti che l’influenza israelita ha introdotto nelle nostre arti, nella nostra letteratura. Questa dissociazione frenetica della personalità, questo freudismo latente, questa libertà lasciata all’istinto a spese di ogni sforzo di composizione nella creazione artistica, fino a questo tono di lamentazione che si carica nella prosa di Céline di accenti sboccati, sono tutti apporti di Israele alla tradizione francese”.
Céline ebreo mancava.

Dal 1937, dall’approssimarsi della guerra che lui vede con chiarezza, alla guerra, e negli inevitabili sospetti e processi successivi, vive in una sorta di schizofrenia. Uno stato dissociativo era affiorato nelle affabulazioni sulle persecuzioni in Danimarca. Le sue lettere ai giornali (“Céline ci scrive”) nei quattro anni tra l’occupazione e la fuga dalla Francia lo rendono evidente. Scrive lettere più spesso non richieste e talvolta imposte, fa discorsi, dà patrocini del tutto dissennati, a volte mettendo in imbarazzo fascisti e antisemiti dichiarati, i collaborazionisti e il governo di Vichy. Mentre scrive “Guignol’s Band” e altri testi narrativi di qualità.
Nei pamphlet c’è un filo razionale, seppure contestabile, da profeta inascoltato sull’ombra che si proietta della guerra, negli interventi degli anni di guerra solo escandescenze: la sconfitta e l’occupazione lo hanno ridotto al qualunquismo, il tipo che odia egualmente Hitler e gli ebrei, e odia i suoi anzitutto, i francesi, perché odia e basta. Che può essere un’insorgenza della condizione piccolo borghese familiare, dell’infanzia, una sorta di spirito della portinaia, della “signora mia” di Arbasino. Ma è anche una dissociazione marcata, con quanto riesce a scrivere nella sua personalità di autore riconosciuto. Il complesso del reduce, che ne aveva mobilitato le energie migliori nella prima guerra e tra le due guerre, ne mina il giudizio, lasciando intatta la capacità narrativa, di trasfigurazione.

Dante - Vive la politica, non la esercita.
È poliglotta. Cosmopolita poliglotta. E nazionalista.
È geografo preciso e storico attendibile.
È terzomondista, “vivendo” la politica. Da guerra di liberazione: in costante lotta per la libertà, di cui è insoddisfatto, la libertà politica essendo legata al potere – è esemplare (ispiratore) degli irlandesi in questo senso, Joyce, Beckett, Heaney, e ultimamente degli afroamericani, degli Usa e dei Caraibi – Walcott.

È europeista. Il tardo ghibellinismo di Dante nell’esilio è il superamento del nazionalismo gretto, campani misto e dinastico (della Francia che usurpava il potere universale del papato), in un’Europa saldamente mistica – mondo di “valori”, amore e libertà. Scrive allora il “De Monarchia”.

È imperialista, in questa seconda fase. L’impero è terreno ma è “universale e provvidenziale” (Nino Borsellino). Provvidenziale se universale, perché allora il dominio, senza più nemici esterni da combattere o spazi da conquistare, non avrà da esercitarsi che nelle forme della socialità e della libertà. L’unità garantisce la pace e apre i mondo alla felicità.,

È “iniziato” e mistico – l’iniziazione è sancita da Pascoli.

È pornografo – ci mancherebbe. Monsignor Della Casa, quello del “Galateo”, sconsiglia Dante ai giovani. Meglio per lui Boccaccio: che specie col “Decameron” è maestro di vita e di stile corretto.

Omosessualità – Al di fuori della letteratura di genere, si connota come incompiutezza. Di un desiderio insaziabile per la mancanza dell’ingrediente base, l’amore. Negli stessi gaudiosi celebranti, Isherwood, White, Whitman, Auden.
Nel dolore costante per la morte della madre Roland Barthes si trova “liberato” nelle abitudini sessuali ma sempre affettivamente inerte. Si dice, in “Dove lei non è”, “liberato dalla «paura» (dell’asservimento) che è all’origine di tante meschinerie”, dall’asservimento-paura della sessualità. Ma ci arriva a cannocchiale rovesciato, che restringe invece di allargare e spiegare. E infatti si sente sempre più chiudersi invece di aprirsi: continua a “preferirsi”, nell’“«aridità del cuore» - l’acedia”. E conclude: “Non riesco a investire amorosamente in un essere”. Se non evidentemente nella madre morta, cui tutto lo unisce, una foto, due parole della commessa in pasticceria, i sogni, i silenzi. La sua sessualità dice acculata al “Desiderio infantile”, continuando nel lutto “i flirts, gli amorazzi, …i «ti amo»” di un giorno, un’ora, una sessualità comunque onanistica. È il tormento che Pasolini sfiora in innumerevoli poesie e anche testi d’occasione, che Barthes non cita. E di Proust, cui invece Barthes fa ampio riferimento, nella “ricostituzione” della nonna, della madre, nella “Ricerca” e nelle lettere. Proust che fa dire ad Albertine dell’amore:”È una parte della nostra anima, più durevole degli io diversi che muoiono in successione in noi”.

Pasolini – Le lucciole sono, tra i suoi tanti temi quello che ritorna: ritracciandole, Didi-Huberman ha disegnato in “Come le lucciole” un suo più vero (realistico, circostanziato) ritratto. Le Madonne non piangono più, lamentava. E le lucciole sono sparite. Ripeteva Montale, le falene, le farfalle, i grilli – in aggiunta al troppo odio (l’odio in Pasolini è un tema da esplorare, la sua amicizia sempre difficile). Lucciole e grilli sono lasciti del marchesino De Pisis, che fu poeta. Ma bisogna farli partire dal secentista Biagio Guaragna Galluppo di Morano, barone figlio di baroni, sposato a una santippe “dal femmineo latrar”, che col titolo “Alle lucciole” rifà “A una zanzara” del Materdonna. Se non sono la luna di Alvaro, sparita e riapparsa, l’esercizio era comune al tempo del realismo magico.

Pound – È un esiliato volontario. A Londra, a Parigi e infine in Italia. Un vero emigrato, a differenza degli scrittori che si divertirono a Parigi per una stagione. Ma un emigrato americano in Europa, territorio di burocrazia e di trappole.
Una scelta non facile, che la forza dell’emigrante gli ha consentito, che sempre è superiore, moltiplicata per due e più volte.

Proust - Nella “signorina” Vinteuil, che oltraggia con gli amori saffici il ritratto del padre, e perché mai?, non si esprime in Proust, nella solita finzione del genere rovesciato (Albertine-Alfred), l’inconfessato ma ineliminabile senso di colpa verso l’amata genitrice?

letterautore@antiit.eu

giovedì 8 marzo 2012

Ombre - 122

Su che cosa si dividono e litigano i tre partiti che sostengono il governo? Sulle tasse? Sulle pensioni? Sull’Europa? Sulla recessione? Sul credito bloccato? Sul lavoro, che non c’è? No, sulla Rai.

Parlando a Ginevra del mercato dell’auto di nuovo in ristrutturazione, in cui “tutti parlano con tutti”, anche con i big Usa, o giapponesi, Marchionne specifica: “Vedo incompatibili con Fiat solo Volkswagen, Daimler e Bmw”. La Germania non è più quella. Cioè è sempre la stessa, non è più quella di Bonn. Perché l’Europa sarebbe tedesca?

Il presidente della Sicilia, Lombardo, Leoluca Orlando bolla come “un Cuffaro senza cannoli”, un mafioso. Col quale però il suo partito, il partito di Di Pietro, vuole fare il governo a Palermo e in Sicilia, tramite il Pd di cui è alleato elettorale e politico.

Orlando ha bruciato Rita Borsellino nelle primarie Pd per il Comune di Palermo, patrocinandola: “Se volete me votate Borsellino”. Gli hanno votato contro – contro la Borsellino. E ora: “Voglio giustizia”, dice. Vuole puniti coloro che non lo hanno votato – via Borsellino. Si conferma che a Palermo tutto è possibile.

Usando vecchie intercettazioni contro l’allora capo del Sismi, Pollari, in ben due puntate lunedì e martedì il “Corriere della sera” dice Tremonti artefice della destabilizzazione a Roma nel 2006 di Geronzi, allora capo della Banca di Roma, e Fazio, della Banca d’Italia. Col fine, non spiegato ma noto a tutti, di svendere la Banca di Roma a Unicredit. Tremonti non ha replicato. Non è più il Tremonti di una volta, così pignolo.

La domanda che Passera più sollecita dagli intervistatori è se passerà alla politica. Ci ambisce, e già si vede il nuovo capo del Grande Centro al posto di Montezemolo Strizzando l’occhio, come suole, a sinistra – lui che viene dai puri e duri di Fini del Msi e Di Pietro.

Criticando la “Certosa di Parma” di Rai 1, Aldo Grasso scrive che Stendhal è stato ridotto a “Grazie, zia”. Che evidentemente lui non ha visto – sì, si sono fatti in Italia dei film di rara consistenza.

“Villas Boas cacciato dal Chelsea: è pronto per l’Inter”, titola il “Corriere della sera”. Senza ironia.

Un Guido Viale scrive da Torino (allora è lui?) a “Repubblica” per elogiare “il ragazzo” No Tav che irride il poliziotto: meglio le parole che le bombe, dice. Anche se di un ragazzo che deve andare sui trent’anni, che si fa forte di essere laureato.Però, lo scambio è impari, il poliziotto non può obiettare, affardellato di scudo e casco.
Dobbiamo sempre complimentarci che non c’è il terrorismo? Che però ha un’anagrafe.

Il lungo muro in cotto che Napolitano ha dedicato al Gianicolo ai principi costituzionali della Repubblica Romana il 17 marzo 2011, per il centocinquantenario dell’Italia, recita al punto VII: “La più equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia con l’interesse politico dello Stato, è la norma del riparto territoriale della Repubblica”. È per questo che il suo governo si prende le tasse dei Comuni, invece di incrementarle – si parlava di federalismo fiscale quanti secoli fa?

Il mondo com'è - 86

astolfo 

Arianesimo - Nasce coi mugnai, in tedesco Müller. Fu il professor Max Müller che propose di chiamare “ariane” le lingue indogermaniche. Figlio di Wilhelm, il poeta della Bella mugnaia di Schubert, lo stesso che, avendo visitato Roma, ne aveva ricavato l’entusiasta “Roma, Romani e Romane”. Max Müller fu giovane professore di sanscrito a Oxford nel 1854, dove fondò la scienza delle religioni con cinquanta volumi di culti comparati. Un tedesco a Oxford oggi non sarebbe possibile, allora purtroppo sì. Tra il 1820 e il 1840 Karl Otfried Müller, il filologo di Gottinga, aveva dato significato culturale e politico alla storia “antica moderna”, con la scoperta dei dori, che venivano dal Nord ma anche, come l’indoeuropeo, dall’Est. Fu così che l’Occidente, per essere “ariano”, è Oriente, solo un po’ traslocato. “Biondo come Hitler, atletico come Göring, alto come Goebbels” era l’“ariano” delle facezie tedesche sotto il nazismo. Cina – È stabile politicamente per l’applicazione costante, con Mao e poi col suo magistero, del principio di Gaetano Mosca, della “forza inarrestabile delle minoranze organizzate”: farsi sempre l’avanguardia di se stessi. Con le Guardie Rosse, l’arresto della Banda dei Quattro, le Quattro Modernizzazioni di Deng, il mercato globale. I regimi, come le democrazie, si usurano periodicamente. La “Sociologia del partito politico” di Michels lo rilevava già cent’anni fa, dicendo “le correnti democratiche nella storia… come il battito continuo delle onde”, che “s’infrangono come contro uno scoglio, ma vengono incessantemente sostituite da altre”. Da scorie o gangli del vecchio regime democratico, che si ribellano. Poi, “coloro stessi che l’avevano accusata salgono a loro volta nella classe dominante per permettere a nuovi difensori della libertà d’insorgere in nome della democrazia”. 

 Democratico (partito) – Bersani, e prima di lui Veltroni, rivivono in piccolo, passivamente, lo stesso principio di Mosca, della forza delle minoranze organizzate: una minoranza organizzata ne vince sempre le primarie.

 Europa – “L’Europa non ha più misteri, nessuna profondità, è morta”, disse alla fine Lou Andreas-Salomé, filosofa settantacinquenne lucida e vigorosa, levatrice di pensatori e poeti. Era il 1936.

Indignazione – È oggi pratica: lavoro, alta velocità, speculazione. Per questo forse inefficace? A lungo l’indignazione è stata radicale. Anche pratica, ma nella “visione apocalittica” del mondo e delle cose. L’indignazione dei movimenti è caratteristicamente diversa e avulsa da quella intellettuale. Che invece volentieri fa leva sull’estremismo – l’apocalitticismo come rimedio fittizio. Facile ma inutile. Asor Rosa che accusa Berlusconi di fascismo invece che d’inettitudine. Settis che vieta l’autostrada mentre difende le seconde case. 

Sinistra-destra – Nella Repubblica di Weimar comunisti e nazisti litigavano in quanto concorrenti per il consenso popolare, ma s’incontravano. Goebbels e Ulbricht organizzarono insieme scioperi nel ‘32 contro il governo socialista. I casi di commistione sono troppi, tra le due guerre, Schlageter non è solo, nazionalista e bolscevico. È anzi storia nota, anche questa, la staffetta partigiana che amoreggia col biondino SS, gli ebrei salvati dai cristiani, e i papi comunisti, in petto. Si può dire il sinistr-destr anzi usuale, non solo nell’addestramento in caserma. È il “Destra e sinistra” del romanzo di Joseph Roth, che è morto nel ‘39. È Merlino, il fascista anarchico di Piazza Fontana, il nazimaoismo planetario. È l’entrismo, e il calcolo delle carature nella Prima Repubblica in Italia. Prima del mite Roth, il feroce Ernst von Salomon l’ha sceneggiato nel 1930, nel best-seller che abbagliò Cantimori, I proscritti. Giaime Pintor lo fece tradurre a Einaudi nell’inverno ’40-41 in cui rinnovò la casa editrice, quando da sottotenente fu membro a Torino della Commissione per l’armistizio con la Francia, che lo zio generale Pietro presiedeva, con “stupenda sovraccoperta illustrata a colori” del celebrato pittore Guttuso. Ernst von Salomon, cadetto nei Corpi franchi a sedici anni, fu molto legato a due dei suoi fratelli, il maggiore Bruno, operaio per scelta a Amburgo, agitatore politico con un giornalino per il movimento di solidarietà contadina, poi membro attivo della Kpd, il partito Comunista, e il minore Günther, precoce nazista. Erwin Kern, “Edi”, il terrorista assassino di Rathenau, era apparso a Ernst quale Dio giovane, possente, che da solo umiliava la Francia nella Ruhr occupata: teneva sul co-modino cento boccette d’acque odorose, scriveva versi ermetici, centrava con la pistola l’asso di cuori da cinquanta metri, ricavava esplosivi dai rifiuti, organizzava reti terroristiche separate, in contatto con l’organizzazione segreta del disciolto esercito, e voleva il comunismo. Ernst von Salomon e Kern si fecero membri di diciotto gruppi eversivi, di ogni orientamento. Iniziarono in modo convenzionale, abbattendo un ufficiale francese donnaiolo. Poi s’allargarono ai Sudeti e all’Alto Adige. E quando crearono il proprio gruppo lo divisero in due: cinquanta nazionalisti e cinquanta comunisti, con a capo “Edi”. Von Salomon resterà legato a Edi anche dopo l’assassinio di Rathenau, in carcere e fuori.

Widerstand – La Resistenza, Widerstand, fu in Germania vasta contro Hitler, dagli inizi. Non celebrata dalla Repubblica di Bonn negli anni della guerra fredda per non aprire varchi alla Repubblica Democratica di Pankow, il Nuovo Nemico. Ma fu la più vasta di tutta l’Europa. All’interno della destra: Hitler eliminò, anche fisicamente, migliaia di camerati. E più all’esterno. Un campo di concentramento, lager, era aperto già il 10 marzo 1933, quaranta giorni dopo l’accesso di Hitler al cancellierato, pubblico e vicino, a Dachau fuori Monaco. Pochi giorni dopo se ne aprivano a Bade, sobborgo di Friburgo, a Messkirch, nella frazione di Heuberg, auguste residenze filosofiche, e a Buchenwald, cioè a Weimar, che è stata la Firenze, o l’Atene, della Germania. Gli attentati a Hitler furono numerosi, reali e non inventati, e anche ben eseguiti. Alla vigilia della guerra c’erano in Germania sei campi di concentramento, con ventunmila tedeschi prigionieri politici. Nel 1944 si contarono 1006 lager, in Germania e nei paesi occupati. Non si celebra la Resistenza forse per pudore. O per rifiuto della politica, sia pure buona. O per l’idea, non inconscia, che non c’è colpa se c’era una giustificazione. C’è una resistenza che piace, quella di Schlageter. Mentre è socialista ed ebreo il “colpo alla schiena” nel ‘18, ebreo e socialista il “complotto” che tenne la Germania in miseria per i quindici anni successivi. Il che forse non era vero, anzi senz’altro non lo è, ma tutti lo credevano, compresi i socialisti e gli ebrei. Il diritto alla Resistenza è però in Germania teorizzato, e in passato anche codificato. Teorizzato da Jünger (“Teoria del partigiano”) e Carl Schmitt, i pensatori della destra conservatrice. Schmitt anche teorico, non critico, del nazismo nel 1933, con un’opera che fu ristampata più volte fino alla (relativa) disgrazia nel 1935, “Stato, Movimento, Popolo. Le tre membra dell’unità politica”, pubblicato in Italia nel 1935 da Gentile nella raccolta intitolata “Principii politici del nazionalsocialismo”. Schmitt si rifà al sorprendente Editto prussiano sulla milizia territoriale o Landsturm, “recepito quale legge dall'ordinamento interno, con tanto di firma del primo ministro”, del 1812-13, della terra bruciata attorno a Napoleone: “Ogni cittadino ha il dovere di opporsi al nemico invasore con qualsiasi tipo di arma.[...] Scuri, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati.[...] Ogni prussiano ha il dovere di non obbedire ad alcun ordine del nemico, bensì di danneggiarlo con ogni mezzo possibile. Anche se il nemico volesse ristabilire l'ordine pubblico, nessuno è autorizzato a obbedirgli, perché così facendo si finirebbe per facilitarne le operazioni militari.[...] Gli eccessi di una canaglia sfrenata sono meno nocivi di un nemico nelle condizioni di poter disporre liberamente di tutte le proprie truppe.[...]Rappresaglie e azioni terroristiche a protezione dei partigiani sono garantite e promesse al nemico”. Ma l’Editto prussiano inquadra in un excursus di tutta la storia nota, compresa Giovanna d’Arco e fino a Mao – e Raoul Salan. Recuperando al concetto di Resistenza la guerra classica di von Clausewitz, in una concezione aggiornata del suo “politico”.

mercoledì 7 marzo 2012

Problemi di base - 93

spock

Perché l’uomo sarebbe indistruttibile, che è così distruttivo?

Se i numeri hanno una logica, perché danno risultati inconcludenti e contestabili?

Se l’amore consuma, gli uomini e gli animali, fin dal tempo di Virgilio, perché la terra è così abitata?

Perché il cane dovrebbe assomigliare all’uomo? E il gatto?

Perché i libri costano in Francia e negli Usa la metà che in Italia?

Ma il fisico Tamburini, che ha moltiplicato all’infinito le frequenze tv, non lavorerà per Berlusconi?

La cassa integrazione è aumentata a febbraio del 50 per cento rispetto a un anno prima: perché Camusso non lo sa?

spock@antiit.eu

Il Meridione nacque con la rivolta

Avrebbe potuto essere un’altra storia, questo lo sappiamo per certo, ma non ce lo vogliamo dire, forse per non dover rimediare. La storia di Molfese fa cinquant’anni, ed è l’opera non di uno storico, di un bibliotecario della Camera dei Deputati, ma resta l’unica vera storia. Che tra l’altro non si ripubblica – salvo per una ristampa anastatica alla macchia. Neppure per i centocinquant’anni la vicenda è stata indagata (gli archivi ricomposti, le fonti interrogate, i fatti ricostruiti), non con lo stesso solido impianto, seppure, come nel caso di Guerri (e Pino Aprile, e altri), con intento polemico. Benché la questione sia “centrale”, come usava dire. E Molfese abbia aperto promettenti orizzonti all’indagine. Anche nella storia canonica dell’unità, una porta poi non aperta: l’intervento dell’esercito sardo è deciso da Cavour quando l’impresa garibaldina è indebolita in Campania dal ribellismo contadino, e più forti sono le richieste di protezione a Torino da parte dei borghesi delle Due Sicilie.
Il segreto del brigantaggio è semplice: al Sud la rivoluzione nazionale si sarebbe voluta sociale. Fu invece di polizia, con un uso sproporzionato dei mezzi e dei metodi repressivi. Dieci anni di occupazione militare e di terrore, nei quali al Sud non si fece praticamente nient’altro. E questi sono gli anni di formazione dell’unità d’Italia. Napoli è presto popolata da “ufficiali, sottufficiali e militari borbonici congedati, privi di occupazione e di paga, ostili”. Ci sono rivolte nelle zone liberate da Garibaldi attorno a Napoli già a fine 1860. “Contemporaneamente si inasprisce il carovita”. Mentre la Guardia Nazionale viene costituita al Sud con lentezza, e con poche armi, vecchie, “evidentemente con l’intento di piegare le resistenze democratiche e autonomiste, e con la diffidenza” per le popolazioni meridionali. All’inizio del 1861 il brigantaggio era già attivo in tutti gli Abruzzi, dal confine con lo Stato pontificio fino al Molise, comprese le Mainarde, nonché in Basilicata a opera di Carmine Donatelli (“Crocco”), che in estate si era battuto con le formazioni liberali, nonché in Calabria e in Puglia “nelle sue forme diffuse, endemiche, di ladroneccio e di ricatto, di vendette personali e di «vandalismo agrario»”. Vi confluivano “ex soldati borbonici congedati o «sbandati», disertori, evasi dalle carceri, elementi compromessi nelle «reazioni» dell’autunno, contadini e montanari ansiosi di libertà, di bottino e di vendetta”.
Il panorama è quello, non c’è indulgenza. Ma il fatto fu cruento, cruentissimo. E marchiò l’Italia a venire, come una sorta di nascita di fatto. Il capitolo secondo di Molfese è intitolato “La rivolta contadine del 1861”. Gli altri capitoli sono “Lo stato d’assedio”, “La legislazione eccezionale”, “Attacco e liquidazione”. Parlano da sole anche le cospicue appendici. La prima è l’indice dell’archivio della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul Brigantaggio (CPIB) del 1863, rimasto a lungo segreto e poi negletto, che spesso è solo un elenco, una buona metà dei titoli non ha più testo. La seconda riporta le cifre dei morti e dei reati denunciati, con l’elenco delle bande – un’infinità.
La copertina della vecchia edizione Feltrinelli, 1964, dice: “Il brigantaggio che flagellò il Mezzogiorno continentale, dal momento stesso dell’unificazione fin verso il 1870, costituisce una delle pagine più fosche e meno note della storia d’Italia”. La storia è ferma ancora là. Queste le tracce aperte da Molfese, poi inesplorate. “Gli spontanei movimenti contadini”, in Sicilia, Calabria, Basilicata, nel Salernitano, in Irpinia e nel Molise. Lo scioglimento dell’esercito borbonico e di quello garibaldino. La “sorda e, talvolta, concreta lotta per la conquista e la difesa degli impieghi pubblici e delle posizioni di potere locali”. Il revanscismo dell’ex sovrano borbonico – e prima di lui, con perspicacia e buoni risultati, al confine con l’ascolano e più in là, dal papa.
Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’unità

martedì 6 marzo 2012

La Spectre è sul “Corriere” – contro Tremonti

Verrà archiviato fra i casi di pettegolismo: è scommessa facile, non è la prima volta e non sarà l’ultima. Ma questa volta la Spectre che controlla l’Italia ha fatto un passo falso, intercettando senza finte ipotesi di reato nientemeno che il capo del controspionaggio, e dando l’intercettazione, senza cautele, alla sua voce di sempre, il “Corriere della sera”. Che ne fa il pezzo di lancio de “I segreti di Don Verzé”, l’ultima delle sue stanche celebrazioni della marcia questione morale ambrosiana. Un’operazione che ha tutto del falso scopo, per colpire forse Tremonti.
La spia spiata potrebbe essere aneddoto esilarante. Ma il fatto è l’ultimo di una serie ormai lunga d’illegalità. Il 13 gennaio 2006 don Verzé non è più indagato. Ma i suoi colloqui continuano a essere registrati da una microspia piazzata in precedenza. Non è tutto. Di quei colloqui uno viene diffuso ora, del 13 gennaio 2006, col capo del Sismi Pollari. Il colloquio, dice il giornale, è durato un’ora. Fa 100 pagine di trascrizione. Con un addebito improbabile a Pollari.
Il generale, spiega più volte il quotidiano milanese, dice a don Verzé che ha dovuto difendere il presidente della Banca di Roma Geronzi, e il governatore della Banca d’Italia Fazio, dalle mene del ministro Tremonti. Ma spiega di averlo fatto con la sola dissuasione, parlandone al ministro. Tremonti invece ne esce come il politicante che trama contro una banca privata, da ricondurre gratis a Milano, a Unicredit, poiché di questo si tratta anche se non si dice, e contro il governatore della Banca d’Italia che si oppone.

Nella “Certosa” spettri borghesi

Curioso effetto d’insostenibilità di questo che ancora trent’anni fa Calvino diceva “il più bel romanzo del mondo”. Settecentesco, a ruota libera cioè, di intrighi, sorprese, tesi. Ma come un “Candide” stirato, e tirato via, per ottocento pagine, complicato nelle minuzie, da fogliettone a puntate. Non più satirico quindi, prolisso e inverosimile per lo più. Lasciando per dopo – al retrogusto? – il sapore delle invenzioni, il romanzesco.
Il primo capitolo è un proclama napoleonico, storico-ideologico. Nel secondo c’è la celebrata lacrimevole iniziazione di Fabrizio alla guerra. Si finisce con la storia ridicola, neanche melodrammatica, del voto di Clelia, di non guardare più Fabrizio, col quale fa l’amore, e della morte del loro figlietto per averlo intravisto alla luce di una candela… Nel mezzo un’improbabile carriera ecclesiastica del giovane giacobino. E una Clelia di cui è impossibile innamorarsi, nell’immagine, le parole, il rapporto col padre. In chiave romantica, di superstizioni, amori impossibili e segrete dedizioni, ma fuori quadro.
È un romanzo a metà strada anche col futuro romanzo borghese. Clelia ne è un’anticipazione, un’eroina spenta, la Bovary ragazza. Sanseverina è l’ancien régime, ed è molto meglio - anche Mosca rispetto allo scioperato Fabrizio: un romanzo di spettri senza di lei.
Stendhal, La Certosa di Parma

Secondi pensieri - (93)

zeulig

Amore – Se ne è fatto grande uso nella seconda parte de “La certosa di Parma” in tv. A un Fabrizio Del Dongo ritagliato sulla bellezza dei mannequin, tanto più nelle sequenze finali in abito talare, facendo recitare come sermoni in chiesa dei passi tratti da “Dell’amore” – tutti convergenti sulla vita che è amore, e che non c’è vita senza amore. Per una versione così popolare della “Certosa”, con colori pop e inquadrature da fotoromanzo, il “discorso” dell’amore è dunque ritenuto il motore dell’audience. In un’epoca che a tutti gli effetti (giuridici, sociali, letterari) è invece segnata dall’amore-sesso, e da una concezione concorrenziale dei rapporti personali, anche d’amore (di coppia, familiare, parentale) – di dare e avere, diritti e doveri.

Confessione – Ci si conosce per sommatoria: cosa s’è aggiunto, cosa distrutto. Ma non a torto i bogomili dicevano la natura opera del diavolo, che tormenta beffardo l’uomo e gli sottrae forze e desideri. Conviene concentrarsi su di sé, si scrive pure per il bisogno che si ha di esprimersi. Come Tolstòj, che gira su se stesso. Che anzi, come Turguenev ha intuito, il terribile segreto opprime di non riuscire ad amare altri che se stesso. Ma bisogna essere corazzati, tali il pedagogo Rousseau che i figli crebbe al brefotrofio – uno che ama l’infanzia ma non i suoi figli è un altro discorso: se l’uomo moderno è scisso, l’intellettuale è fangoso, ma “Rousseau mentiva e credeva alla sua menzogna”, nota Tolstòj. E questo chiude il discorso, o lo riapre. “L’anarchica onnipotenza della personalità è un lapsus”, dice ancora Tolstòj, “bisognerebbe dire monarchica”. Per quanto, i russi non sono affidabili: “Parlo a nome mio”, dice Sklovskij, “ma non di me. Inoltre, quel Viktor Sklovskij di cui scrivo probabilmente non sono io e for-se, se ci incontrassimo e prendessimo a parlare, sorgerebbero tra noi dei malintesi”.
La confessione esce dalla testa di sant’Agostino, per il quale Dio sta sopra di noi ma va cercato dentro di noi. Ma ha una parentela. È Giobbe l’antenato della confessione. Come in Giobbe, la confessione risuona della viva voce dell’autore. Questa è la confessione: parole a viva voce. La confessione è parlata, è una lunga conversazione, in tempo reale. Ma, come un romanzo, ci trasporta in un tempo immaginario, creato dall’immaginazione, in circostanze anche immaginarie. Il romanzo ha origine nella lanterna magica, nella soffitta abbandonata, nella natura vergine. In un tempo diverso da quello della vita. Quando il tempo del romanzo è quello della vita - Proust, Joyce – si ha una confessione.
Ma dire Giobbe è dire pena, e dunque senza lamenti l’uomo non uscirebbe da sé: la confessione apre la speranza. È l’uscita dal sé in fuga, come buttarsi fuori dall’auto impazzita - si esce da sé perché non piace ciò che si è. Sempre ricordando che le identità plurime o scoppiate sono un gioco e non un fiasco, meno che mai della contemporaneità: Pirandello è un tragediatore siciliano, uno che si diverte a vedere gli spettatori e i lettori imbizzarrire di fronte agli ostacoli che lui solleva. Già Ulisse s’inventava con gaudio le identità, o Giove – per non dire Dio, per non essere sacrileghi, che è molti dei nella Bibbia. La coerenza è del ragionamento e non della persona, è una sintassi. La persona è felice d’essere libera, o il cane, il gatto. Sant’Agostino si confessò per convertirsi, per levarsi vizi che non amava. Rousseau per esibirsi, è un Casanova sentimentale.
Questi allora i fattori della confessione: lo sconforto, la fuga da sé, la fiducia di ritrovarsi. Non si vede come: è soggettivismo che vuole emanciparsi secondo una certa oggettività. Ma ha effetti pratici: è un metodo attraverso cui la vita si libera dai paradossi e tende a coincidere con se stessa. Sant’Agostino parte da un’inimicizia tra sé e la divinità, o realtà superiore. Anche se questa, si sospetta, permane nel mondo: la confessione è trama di luci e ombre, di reminiscenza platonica e oblio, del conoscere come ricordare e dell’ignorare come dimenticare. Provvisoriamente, ma senza disonestà, non obbligata.
Altro è l’autobiografia: chi si racconta rende oggettivo il proprio fallimento, ma romanzarsi è tra i peccati più gravi che si possano commettere. È narcisismo puro: Narciso allegoria del conosci te stesso è superato, essendo stato barocco, ogni narcisismo è gioco con se stessi. Per occultarsi a se stessi e agli altri. L’arte invece salva dal narcisismo. L’arte sa sempre di confessione distorta. È il dispendio della creazione, essendone il gioco. È il lusso che Dio, misericordioso, lasciò agli uomini dopo averli dannati alla fatica e al dolore.

Vuole Maria Zambrano che la confessione, sia pure al terapeuta, è espressione di qualcuno che non ha azzerato la sua condizione di soggetto. Benché, manifestandosi in essa il carattere frammentario d’ogni vita, il destino venga compartecipato: è un modo d’essere. E può essere filosofia, è esercizio gnostico - è la gnosi conoscenza di se stessi: “La più grande di tutte le scienze è conoscere se stessi”, ammoniva Clemente Alessandrino, dopo Delfi e Giamblico. Ma la confessione, a differenza della filosofia, vuole attuarsi, è azione, l’azione massima che alla parola è dato attuare: tenta di riconnettere vita e verità. Rimediando ai tre orrori di quando l’uomo esce da sé: della nascita, la morte, l’ingiustizia. Dopo che la filosofia si tradì, sostituendo la sincerità alla verità. Anche nell’idealismo, spiega Zambrano: è la vita che trapianta i suoi caratteri nello spirito assoluto di Hegel. Con l’esito, si aggiunga, di cassare il piacere della filosofia, della scrittura e della vita, se la scrittura è vita, la vita è filosofia, e filosofia è scrivere, di se stessi. Una sconfitta anch’essa triplice.

La confessione è esercizio di verità, quindi di eternità. Se la verità non c’è, ce n’è però bisogno. Lo stesso per il tempo, ce ne vuole uno permanente, senza l’angoscia del presente inafferrabile. Da qui il futuro e la storia. Non è la sincerità che legittima la confessione, non si parli di verità, ma l’atto di offrirsi. Maria Zambrano ne sa di più, e non di peggio: “Ogni azione nata dalla solitudine è distruttrice. La verità è sempre condivisa”. “Cosa sono?”, si chiede sant’Agostino, e si risponde uscendo dall’inganno: “Mi conosco e mi amo”.“Ma a chi racconto queste cose?”, si chiede poi, benché pieno di grazia. La ebbe tardi, carica di frutti.

Religione – È stata a lungo l’innesco della violenza. Lo è ancora ma non per i cristiani. Che sono quelli che hanno portato la formula del potere religioso alla dignità della teoria e delle istituzioni, a Roma e anche a Costantinopoli, malgrado le distinzioni formalmente nette tra potere laico e potere religioso.
Non lo è più per i cristiani dopo il concilio Vaticano secondo, ma non per il concilio. Si trova ora (si apprezza) nelle chiese, con la fede e senza, l’assenza di violenza. Di “concorrenzialità” in termini contemporanei, del vecchio orgoglio, dell’invidia, dell’ira. La fede degli uni non preclude la fede degli altri.

Storia – Resta, incancellabile, seppure una e varia. La discrezione di Guicciardini, la sensibilità di Chabod, la congiura di Patrizi. La dialettica della durata di Bachelard, il quadro incerto di Braudel, “la storia anonima, profonda e spesso silenziosa” nella quale “l’individuo è troppe volte un’astrazione”. La spinta alla fama di Coluccio Salutati. L’effetto della posizione verticale, che Herder scoprì.
È come le lucciole la notte, che brillano e non illuminano. È pure abitudine, dice Febvre. E casalinga, si consuma di solito dietro le porte: “Quel che nella storia c’è di più ignoto potrebbe essere quello che c’è di più certo”, disse una volta l’ateo Voltaire. È scelta: “Per la felicità degli uni contro la felicità degli altri”, filosofano le Demi-vierges. E la complicità ci vuole, non si conciliano altrimenti tante storie.

Il rifiuto della storia va invece con la delectatio. Sulla traccia di Kierkegaard, il filosofo dell’adolescenza: “La memoria è parte dell’immediato e viene soccorsa nell’immediato, la rimembranza, invece, si avvale solo della riflessione”. O: “L’arte della rimembranza non è semplice, può mutare nel suo farsi, mentre la memoria oscilla solo tra il ricordo giusto e uno sbagliato”. Il solito passo sghimbescio del filosofo, il ghirigoro quale dev’essere d’ogni labirinto, accentuato dalla presunta ebbrezza notturna del vino, seppure placato, in traduzione, dalla rimembranza leopardiana: “Rievocare il passato come per magia non è così difficile come scacciare, per magia, il presente nella lontananza. In sostanza, è questa l’arte della rimembranza e la riflessione alla seconda potenza”.

zeulig@antiit.eu

lunedì 5 marzo 2012

Personaggi e luoghi dell’anima della “Ricerca”

In ordine alfabetico, dallo zio Adolfo alla principessa Yourbeletieff, tutti i nomi della “Ricerca”, anche i figuranti. In allegato il calendario, e nel secondo volume la minuta geografia. Erman, che ha esordito venticinque anni fa col saggio “L’Oeil de Proust”, ne ha poi scritto una biografia.
Il Bottin dei luoghi è freddamente enciclopedico: quelli di Proust sono “luoghi dell’anima”, con una storia beninteso. Coi personaggi si rinnova l’effetto del vecchio “Dizionario delle opere e dei personaggi” Bompiani, di vite autonome una volta sradicate dal contesto. Ma riflettendo sull’opera una curiosa sensazione di vacuità: i nomi si riempiono in queste brevi biografie più che alla lettura, ma di modesta consistenza – le loro vite vere, nella “Ricerca”, sono le “intermittenze della vita”, l’essere del non-essere di tanta filosofia successiva (“né carattere né sostanza”, dice Erman – Odette non cambia più volte d’identità?).
Michel Erman, Bottin proustien, La Table Ronde, pp. 139 € 6
Le Bottin des lieux proustiens, La Table Ronde, pp. 117 € 7

Vittorini e Bachmann consiglieri di Kissinger

Finalmente un primo approccio al ponte che il recente immigrato Kissinger, giovane dottore a Harvard, lanciò verso la cultura europea nei primi anni 1950. Con la rivista “Confluence” e gli Harvard International Seminar ogni estate per due mesi. Il segretario di Stato del multilateralismo e della globalizzazione nasce su un solido impianto di filosofia della storia. La tesi di laurea di Kissinger, pubblicata nel 1951, a ventotto anni, è “The Meaning of History: Reflections on Spengler, Toynbee and Kant”. Una riflessione che gli valse l’assistentato al suo direttore di studi, William Yandell Elliott, con l’apprezzamento “una mente insolita e originale”. Elliott nello stesso anno gli confidò l’organizzazione dei seminari e l’anno successivo la direzione di “Confluence”, una rivista scritta in larga parte da intellettuali europei (Moravia e Alvaro tra gli altri). I seminari riunivano ogni anno d’estate, per due mesi, “un nutrito gruppo di eccellenti studiosi, politici e giornalisti stranieri (ma quasi tutti europei, n.d.r.), ospitati a Cambridge, sulle sponde del Charles River, dove avrebbero discusso di storia e di filosofia”. Non se ne sa molto. Anche se i seminari ebbero successo: riservati a giovani fra i 25 e i 40 anni, ebbero molte domande di partecipazione e Kissinger dovette incaricarsi di selezionare i candidati. Nei suoi ricordi di Montale, “Montale e la Volpe”, Maria Luisa Spaziani, allora studiosa di letteratura francese, menziona di aver partecipato al Seminario del 1955, insieme con Ingeborg Bachmann. In passato ha fatto velo l’inevitabile finanziamento della Cia. Di cui Kissinger si è sempre detto all’oscuro, spiega Iurlano, pur riconoscendo che “nessun comunista era mai stato contattato per il seminario – gli stesso si occupava dei contatti”, e che Elliott collaborava in più aree col governo federale a Washington. La rivista e i seminari erano peraltro intesi a dibattere “dei valori comuni della civiltà occidentale”. Ma in Italia Kissinger si indirizzò per primo a Vittorini, come Enrico Mannucci ha messo in luce già nel 2010 sul “Corriere della sera” (15 aprile), sia per un suo contributo sulla forza delle ideologie, sia per avere lumi su possibili collaboratori e partecipanti ai seminari. Vittorini rispose con una congrua lista, che non escludeva i comunisti. Giuliana Iurlano, Henry Kissinger e la guerra fredda, in “Nuova rivista di storia contemporanea”, nov.-dic. 2011, pp. 87-110

domenica 4 marzo 2012

Napoleone s’è fermato a Bolognini

Chi s’è perso i titoli di testa della nuova “Certosa di Parma” su Rai Uno, e ha chiesto lumi su regista e attori al tasto Informazioni, ha saputo di assistere alla miniserie di Bolognini trent’anni fa, con Marthe Keller e Andrea Occhipinti, che ricalcava il romanzo. Nostalgia? Napoleone non è più quello. Anche “Viva la libertà! Abbasso i tiranni!” si dissolve nell’epoca della liquidità. Che è quella dei vecchi fotoromanzi, nelle inquadrature e i dialoghi di Cinzia Th Torrini.

Il bamboccione Montale

Montale al mare a Cervia fa la corte a Maria Luisa sulla spiaggia in giacca e cravatta. E non dice mai nulla di personale, nulla che Maria Luisa ricordi dei quindici anni di “affettuosa relazione”, a partire dal 1949. Che s’era votata a lui diciottenne, quando a Capri nel 1942 rischiò di affogare in mare, e sarà studiosa proustiana, appassionata. Forse distratta dalle relazioni successive – “estraggo a fatica dei ricordi”: in quegli stessi anni la poetessa era fidanzata con Elémire Zolla, col quale nel 1958 anzi si sposò (per poco, nel 1959 Zolla si era già legato a Cristina Campo, ma questo non fa parte della storia).
Sono ricordi sparsi, ammonticchiati a caso, “parziali, divertiti e brillanti”. Per dare del monumento una dimensione privata, che poi è taciuta - la Volpe è Spaziani nei versi di Montale. Sono però un’altra Italia, seppure selezionata ad arte. Di compagnie straordinarie, ed era appena l’altro ieri. Montale per il primo contratto dovette aspettare i 52 anni, nel 1948 – e lo ottenne per il naso di Guglielmo Emanuel, direttore del “Corriere della sera”. Lusinghiera la foto di copertina: la “relazione sentimentale” non poteva durare perché Montale aveva “più del doppio” degli anni di Maria Luisa, ma non si vede – anche lei sembra contenta, che vezzeggia l’anello all’anulare sinistro.
Maria Luisa Spaziani, Montale e la Volpe, Oscar, pp.114 € 12

La democrazia non è filologica

Piovono pietre sulla Grecia. Dopo tante appropriazioni (identificazioni) indebite. In attesa che qualcuno ne smonti la filosofia, la poesia e l’arte, Canfora ne smonta la democrazia. Non da ora – era l’idea dell’ormai classico “Ideologie del classicismo” di trent’anni fa, spogliare i miti - ma qui con impegno. C’è un “enigma Atene” di cui il filologo ha trovato la chiave: era “governo di popolo e dominio di signori”. Assumendo come fededegni i nemici del regime democratico, del “patto tra signori e popolo”: Isocrate, Platone e Crizia. E Aristofane. La pietra d’inciampo è la spedizione fallita contro Siracusa, l’imperialismo manifesto cioè, che avrebbe poi condotto Atene, con le altre città, a consegnarsi al Macedone - il “Macedone alle porte” hantait già Ranuccio Bianchi Bandinelli, succede nelle crisi: “Ogni volta che il Macedone è alle porte risorge la domanda sulla giustificazione dell’otium filosofico e letterario, e ogni volta Diogene cade nella tentazione di lasciarsi andare all’attivismo”.
Gli incipit sono promettenti: “La morte politica domina l’esperienza ateniese fin dal principio”, “Il conflitto domina la vita ateniese sotto ogni aspetto”, solo quella ateniese?, “Due pensatori sono stati messi a morte dai tribunali ateniesi: Antifonte e Socrate. Entrambi erano settantenni quando bevvero la cicuta”. Il piglio narrativo dello speciale filologo che è Canfora è sempre forte. Ma non evita di pensare che il conflitto non è particolare alla società ateniese, e che Atene ebbe al governo due pensatori, due tra tanti – alla sola pagina 68 anima i complotti di Canfora una platea di personaggi da levare il respiro: Tucidide, Sofocle, Aristofane, Socrate, Antifonte, il giovane Platone, Alcibiade, Crizia, Carmide, Lisia, Fedro, Senofonte, Euripide. Il revisionismo (de-costruzionismo) dopo un po’ stanca – meglio delle tattiche, si direbbe nel calcio, giocano i fondamentali.
È come se Canfora commettesse la stessa prevaricazione della filologia tedesca – è questa la materia della sua interminabile biliocomiomachia – in senso inverso: riverberando a ritroso a carico di Atene le colpe, invece che i meriti, della nostra storia, per esempio l’Afghanistan, l’Iraq. Nel mentre che presenta nobilmente ai lettori del “Corriere della sera” la “Costituzione degli ateniesi” di Aristotele, i due libri sono usciti a distanza di quattro mesi, maestro è vero di Alessandro il Macedone ma anche buon filosofo, che del “patto tra signori e popolo”, signori di censo e di spirito, faceva dipendere la buona politica, ad Atene e fuori. O come se esercitasse, da virtuoso certo, “l’esercizio sofistico” che depreca, di “mettere in crisi”, da democratico buono, “le certezze consolidate della città che si reputa democratica”.
L’acribia filologica in tema di storia politica, di un rigore peraltro che dà pari dignità a tutte le fonti – come nelle alluvioni, dove anche i rifiuti vengono a galla? – è un grimaldello più fastidioso che sorprendente.
Non si può fare colpa alla Grecia della filologia tedesca dei primati nazionali – che ne sapevano i greci dei “Dorier” di Karl Otfried Müller, e di tutto l’“arianesimo” incrostato dall’università anglo-tedesca di Gottinga dal 1740? Il titolo vero di Canfora è “Contro il mito di Atene”. Cioè contro il mito della democrazia: perché, se la democrazia non è quella di Atene nel secolo di Pericle, non è nemmeno un mito o un'utopia.
Luciano Canfora, Il mondo di Atene, Laterza, pp. 518 € 22