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giovedì 31 maggio 2012

Letture - 97

letterautore

Agiografia – Prevalentemente di se stessi, in forma di diario, confessione, memorie, ricordi, erratici o coltivati, è genere italiano fin dai primordi, dal “libro della memoria” di Dante – che D’Annunzio, cultore del genere, dice anche “libro della memoria che vien meno”.
L’artista si nasconde (presenta) nell’opera. Il letterato elabora, e con lui molti artisti in Italia, autorappresentazioni (celebrazioni). Secondo i canoni dell’agiografia sempre: predestinazione, genio represso, traversie, grazia. Per confluire nella santificazione spirituale, fosse pure nella sconfitta.
Una letteratura della superbia.

B - È il crimine che tratta il romanzo moderno più tipico, quello di Dostoevskij, confessione del suo e nostro tempo. È vero che già Petrarca, uomo affaccendato, per ritrovarsi dovette scriversi una lettera - era affaccendato soprattutto a scrivere, una cinquantina di libri e innumerabili lettere sostanziose, più spesso in latino, nonché a viaggiare, dove non fu? Era anch’egli, si conosceva, “più brillante che costante”, e letterato vero: sapeva costruire. Rousseau si scrisse di più. In gara con Casanova, che meglio seppe raccontarla, nel tempo libero dalla traduzione dell’Eneide, dai massicci romanzi, e dalle guerre-di-successione-al-trono-di-Polonia.
La confessione è il Concilio Lateranense del 1252, la confessione obbligatoria, alto Medio Evo. Una disgrazia, da cui il buon cristiano ha in cuor suo rifuggito, praticandola. Finché Freud non l’ha imposta quale medicina, terapeuta taumaturgo – i santi un solo vero miracolo fanno, soggiogare le coscienze, anche a fin di bene.

La confessione può essere il peggior peccato, Soldati lo spiega nel suo racconto. Artur London, la cui confessione Costa-Gavras ha magnificato al cinema, è per questo l’unico comunista che meritasse la forca a Praga. Ma si può prenderla alla larga con Zambrano, c’è un mondo fuori dalle questure. Prima di Petrarca il debutto dell’Occidente è un’opera di autoanalisi, la Vita Nova - si sottovaluta Dante. Successivamente, fu di confessione obbligatoria che Erasmo dibatté con Lutero, e non di esame di coscienza. Postillando: “La verità va detta, ma non serve in ogni circostanza”.
Sarà questo il “dovere della memoria” di Primo Levi, che il buono non sempre è il vero. Canetti distingue un “diario genuino” dai “diari falsificati”. Che sono però a volte “avvincenti” – “la loro attrattiva dipende dalla capacità del falsario”. Ancora prima c’è il solito Agostino, con i classici e il torbido Tucidide. E prima ancora Delfi e il “conosci te stesso”, la scrittura dell’io è nelle origini. Comprese le Scritture, che “conosci te stesso” dissero non si sa se prima o dopo Delfi. Ma forte avevano il senso dell’orgoglio, il peccato rimosso.

Dante – È un innovatore. Il “Purgatorio” fu la novità dell’epoca, da poco tempo creato dalla chiesa. Una novità non da poco, spiega Jacqueline Risset in un saggio del 1988, sull’autorità di Jacques Le Goff, che la novità ha studiato in profondità:: “La nuova istituzione… non costituisce una semplice aggiunta all’edificio religioso dell’epoca”, giacché fa saltare “lo schema binario( bene/male, inferno/paradiso)”.
Dante innova anche, seppure nel senso più vero della nobiltà introdotta col secondo concilio di Lione nel 1274, rispetto alla rappresentazione in uso, facendone la scala al paradiso. “Quando Virgilio e Dante, all’alba della domenica di Pasqua dell’anno 1300, discesi tutti i cerchi infernali, giungono sulla spiaggia dell’Antipurgatorio…. il senso di felicità è intenso, quasi paradisiaco”, esordisce Risset. Mentre “i racconti di viaggi nell’aldilà dello stesso periodo descrivono, invece, purgatori che sono dei veri e propri inferni”.

È uomo della speranza, come si confà a un politico.

Dante islamico 2 - La traduzione della “Escatologia” di Asín Palacios vent’anni fa, con annesso volume di polemiche, ha potuto giovarsi di un’introduzione di Carlo Ossola, che ne aggiornava la tematica fino agli anni 1990, e di una presentazione di Cesare Segre sul “Corriere della sera”. Non convinte, malgrado il plauso al lavoro del filologo iberico e alla traduzione – il giornale titolava “La Commedia di Maometto”. La lettura delle settecento pagine è una smentita alla tesi.
Gli editori italiani cauti presentavano l’“Escatologia” come “Dante e l’islam”. Un titolo sicuramente vero. Ossola si limita all’auspicio “di riaprire l’inventario della cultura romanza e neolatina disponibile a Dante” - che altro può auspicare un filologo? E di “Dante e l’islam” dice in sordina – in nota – che “il libro va letto oggi come un quadro, non come una radiografia”.

Asín Palacios non conosceva il “Kitāb al-Mirāj”, noto dalle traduzioni in latino e francese come “Libro della Scala”, che Cerulli ha tirato fuori nel dopoguerra – l’ha pubblicato nel 1949 ma l’ha rinvenuto “nei primi anni Quaranta”. Tuttavia, buon filologo, non escludeva modelli comuni, a Dante come a Maometto (p.126): “Senza grandi sforzi si potranno trovare elementi comuni tra la leggenda islamica e le ascensioni giudaico-cristiane apocrife di Mosè, Enoc, Baruch e Isaia”. Cerulli, che non conosceva Asín Palacios, non lo cita, ma era esperto di letteratura etiopica e diplomatico (governatore per alcuni mesi nel 1939, subito dopo l’occupazione italiana, dello Scioà, e poi per un anno dell’Harrar, bandito dall’Etiopia indipendente come criminale di guerra), praticava il Vecchio Testamento e si chiede anche lui quanto del “Libro della Scala” non fosse stato mediato dalle letture sacre. E dall’immaginario medievale che su di esse riccamente si è innestato. Dalle fonti sicure di Dante. Di cui qualche nome ancora si legge: la “Navigatio Sancti Brandani”, Giacomino da Verona, Bonvesin de la Riva, lo stesso Brunetto Latini, in molti viaggiavano nell’aldilà. E magari anche, perché no, dai classici latini, ben noti in Africa e nel Levante. Come le “Metamorfosi” di Ovidio, il maestro letterario di Date – Virgilio è il maestro politico del Dante ghibellino neofita. O come Enea e Paolo, di cui Dante dice in premessa: “Io non Enea, io non Paulo sono!”. L’Enea di Virgilio che negli Inferi prende visione della grandezza di Roma a cui è chiamato, e dell’unità nella giustizia dell’impero, e san Paolo che nella “Seconda lettera” scrive ai Corinzi di aver ricevuto gli “arcania verba” in un rapimento paradisiaco. La prima “Scala” di cui si ha notizia è quella di Giovanni Climaco, il “Κλίμαχ του Παραδείςου”, “Scala del Paradiso”, un santo del secolo settimo, di entrambe le chiese, latina e greca.

Il problema dell’islamismo di Dante è il problema della filologia delle fonti: come si forma il sapere? Va’ a sapere.
Oggi è comunque superato: oggi c’è solo da espurgare l’“Inferno” del canto XXVIII.

Piacere – Alla scrittura, e alla lettura, è diverso? E da che? Lacan ha il “godimento altro”, non sessuale cioè, per i mistici, gli artisti, letterati compresi, e le donne. In realtà il piacere resta indefinito. Ci provò a definirlo anche Manzoni, con risultati modesti. Ma Julia Kristeva, nel libro su Colette, azzarda l’ipotesi che il godimento altro non sia che “il segreto di ogni scrittura” o espressione artistica, di identificazione, come avviene per la donna, in “un piacere inumano, cosmico” – naturale, naturalistico. Il piacere della scrittura sarebbe dunque femminile – dell’onnifemminismo? letterautore@antiit.eu

mercoledì 30 maggio 2012

Milano roccia dello scandalo

Dunque, anche il cameriere del papa rubava per conto di Comunione e Liberazione, il movimento ex catecumenale milanese. Che gli aveva procurato il posto – per poter ricattare il Vaticano? Rubava Ponzellini, presidente della Banca Popolare di Milano. Rubava e corrompeva Daccò, faccendiere all’orecchio di Formigoni, altro ciellino, molti milioni. Rubavano un po’ tutti alla Lega, il finanziamento pubblico. Rubavano non si sa più, le notizie di reato si affollano, quanti consiglieri regionali, provinciali e comunali a Milano, con qualche assessore. Magari per il Partito, come l’ex presidente della Provincia e sindaco di Sesto San Giovanni Penati – un po’ come fa Cl. Paradossalmente, solo Berlusconi non ruba, ma aspettiamo gli eventi.
Gli scandali sono quotidiani a Milano e non sono una novità. Sarà questa la famosa flessibilità, il segreto – la magia – dei buoni affari del millennio? Ma Milano meglio si profila come una roccia: non ha perso infatti il vizio di fare la morale al resto dell’Italia, e un po’ anche al mondo - da ultimo il presidente del consiglio Monti a Bergamo (“solo noi paghiamo le tasse”). Come se fosse ipocrita oltre che ladra, come dev’essere un buon tiranno, capo del governo, maggioranza, giudice, e propaganda. A proprio vanto, e discolpa, allegando che Milano persegue il malaffare, mentre altrove non si fa. E Napoli allora, altra capitale morale d’Italia? E gli scandali che a Milano non si propongono, in casi anche celebri, dalla Rcs a Telecom alla Saras, e al San Raffaele, il traffico di obbligazioni false alla Bocconi, la Milano-Serravalle, tangente grandiosa e impunita? Per non dire delle migliaia, i milioni, di patrimoni spariti a Piazza Affari. Con dispendio di grassazioni, mazzette, fondi neri, evasione fiscale, e con l’impunità. È facile così fare i tiranni.

Il mondo com'è - 96

astolfo

Antipolitica - Simone Weil scrisse nel 1943 un pamphlet contro i “partiti totalitari”, cioè contro il partito Comunista Francese che voleva monopolizzare la Resistenza. I lettori del sito lo sanno - il pamphlet è stato tradotto quattro anni fa, con singolare nontempismo, da Castelvecchi:
http://www.antiit.com/2008/05/sione-contro-i-partiti-comunisti.html
Emanuele Trevi ci fa ampio riferimento sul “Corriere della sera” oggi come di un saggio anti-partiti, premonitore dei movimenti antipolitici italiani. Senza mai dire l’occasione che propiziò il “Manifesto” né dare le sue argomentazioni.

Arianesimo 4 - Savitri Devi, teorica dell’animalismo, ha sostenuto ultimamente l’origine polare degli “ariani”.

“Noi, gli Aria” Bontempelli trovò, che pure non era fascista, nella pampa maestri del vento.

L’Ahnenerbe, il centro genealogico di Goebbels, arruolò duecento scienziati, per cercare, in missione spesata con amante, gli “ariani” nel mondo. Prima che nel Tibet l’archeologo Altheim li aveva trovati in Val Camonica, in compagnia della fotografa Erika Trautmann, donna che dava grandi soddisfazioni ai capi nazisti. Concludendone che l’antica Roma era “ariana”, anche se ciò sconfessava Arminio.
La coppia Altheim-Trautmann ripetè la vacanza in Siria, Iraq e Romania. Qui, trovandosi sul Mar Nero, propose di ripopolare di “ariani” la Crimea, ripulendola degli ebrei. Hitler vi destinò i tirolesi di Bolzano che avevano optato per la Germania nel ‘39, “i goti sopravvissuti alle glaciazioni”. Altri invece, nell’ottica di elevarsi in altezza come in Tibet, scoprirono gli “ariani” in Bolivia.

S’impone con la “storia della Grecia”. La quale nasce nel 1840, quando la filologia critica interruppe il filone della storia provvidenziale e se ne fece giudice, libera quindi d’inventare l’“arianesimo”. Che l’università Georgia Augusta di Gottinga veniva elaborando da un secolo. A un certo punto, dice il modello “ariano” della storia greca, dal Nord arrivano gli elleni, parlanti indo-europeo, e soggiogano la cultura egea.
Rinata dopo la disfatta nel ‘18 a centro meritorio della fisica, con la meccanica quantististica di Heisenberg, Pauli, von Neumann, Oppenheimer e Born, Gottinga è stata per due secoli la culla della storia eretta a scienza grazie all’invenzione della filologia. Con gli “ariani” e la Grecia fu tedesca pure Roma, la letteratura romanza, la storia, la chimica, la filosofia. Incluso il Giordano Bruno italiano, riportato in vita quattro volte nel solo Ottocento, da Adolf Wagner, Lagarde, Lasson, Kühlenbeck – dopo essere stato salvato ai posteri dai re di Francia e d’Inghilterra. Nel 1770 Blumenthal aveva imposto la prima graduatoria delle razze, inventando il caucasico. Winckelmann la Grecia delle statue patinate quale ideale di bellezza. Tra il 1820 e il 1840 Karl Otfried Müller, il filologo di Gottinga, dà significato culturale e politico alla storia “antica moderna”, con la scoperta dei dori. Era la filologia dei primati – di Ariano vero c’è solo il santo a Venezia, all’isola dei Morti.

Islam – Si legava alla poesia, e alla socievolezza, ancora quarant’anni fa. Ancora trenta, prima di Khomeini. Pur nell’inevitabile terrorismo palestinese. Un mondo a parte, ma non ostile. Dominato da usi e valori “incomprensibili” (sorpassati, improduttivi: diversi), ma di buon gusto. La cerimoniosità, la cura della cucina, il culto dell’ospite. In tutto il Maghreb, inclusa la insocievole Algeria, al Cairo, in tutto il Libano e a Damasco, e massimamente tra i Palestinesi e in Iran. Dove il poeta Ahmed Shamlù teneva recital allo stadio, e incideva long-playing, che venivano acquistati. Um Khaltum al Cairo, Feiruz a Beirut soggiogavano le platee con canzoni d’amore lunghe ore.

Occidente – “Senza cristianesimo non ci sarebbe l’Occidente”, l’ha detto T.S.Eliot, cristiano cattolico romano, ed è per questo sospetto. Ma è vero che l’Occidente non è risorto sull’impero romano, bensì sulla chiesa. È un papa che, dopo aver addomesticato gli unni, risuscita l’impero, ponendolo in capo a Carlo Magno, che non sapeva leggere.

Usa dire di san Paolo che fu l’agente dell’impero romano. O viceversa un infiltrato dell’Oriente per conquistare l’Occidente, che sarebbe stato l’impero romano. Ma l’Occidente che abbiamo vissuto e conosciamo non è paolino – non potrebbe esserlo, san Paolo è un missionario, incolto e un po’ confuso come tutti i missionari, tra l’altro di una chiesa che lui stesso andava creando, se non di una verità. L’Occidente è piuttosto agostiniano, tutt’altra roba – sarà allora africano?

Opinione pubblica – Sempre più si vuole controinformazione, con l’informazione libera in rete e nei nuovi movimenti informali o di base. Ma ora sempre più spinta ai bordi, l’informazione assorbendo lestamente – dopo il lungo e perdente contrasto degli anni 1970-1980 - ogni forma di controinformazione, fino a twitter.
Dopo le fiammate è tornata al brusio di fondo che regola internet. Dove nulla, si può dire per esperienza, è perduto, ma poco è rilevante. L’opinione di rete: 1)tende anzi a privilegiare lo statu nascenti, una forma di mercato libero ad accessi aperti - come una forma di “Voci nuove” o di “Corrida”, non escluso chi fa le faccette dietro il cronista della diretta - in cui chiunque può mostrarsi, e poi qualcuno o qualcosa rimane; 2)sempre più in questa opera di selezione ad accessi aperti la rete serve da fondale per i media tradizionali, su carta e su radiofrequenze, che sono i giudici e i consacratori. Una informazione inattendibile per la massa a cui si rivolge, la sua attendibilità essendo quella degli interessi proprietari non dichiarati, la manipolazione. Il vecchio tema si materializza della tecnica scatenata che chiude l’uomo in gabbia piuttosto che liberarlo.

Già negli anni 1930 l’esigenza di una “controinformazione” si era fatta forte. Mass Observation, il centro di ricerca sociale britannico dell’università del Sussex, fu lanciato nel 1937 dall’antropologo Tom Harrisson e un gruppo di amici artisti per ovviare all’informazione inattendibile. Si costituì e fece controinformazione espressamente per il 12 maggio 1937, per l’abdicazione di Edardo VII. Ma la risposta, dei volontari che racoglieano le opinioni e dei lettori, fu tale che il gruppo di diede un minimo di organizzazione e analizzò fatti meno banali. Per esempio le abitudini di risparmio britanniche, una ricerca su cu Keynes impiantò la revisione del sistema fiscale.
Soppiantata dai successivi centri di ricerca demoscopica, sebbene a fini privatistici, Mass Observation è rinata negli ultimi trent’anni come memoria collettiva.

Storia - La statua di Condillac, cui il filosofo immesse i sensi, non aveva la storia. La lacuna fu colmata, in un volume successivo, da suo fratello, l’abate di Mably: la storia si fa fare.

La storia sarà già adulta ma è breve. Il maresciallo duca Richelieu sposò a 84 anni, nel 1780, in terze nozze una ragazza di sedici, Jeanne de Lavaulx, con la quale convisse per altri otto. La marescialla, a Napoleone III che attorno al 1860 la interpellava, rispose esordendo: “Come disse una volta Luigi XIV a mio marito…”.

Negli Usa la storia è diversa, chiosa Majakovskij: “Non c’è paese che riesca a tirar fuori così tante idiozie morali, nobili, idealistiche e bigotte quanto gli Stati Uniti”. Per l’ultimo bootlegger che presero lavoravano 240 poliziotti. Per prenderlo o proteggerlo, qual è la storia giusta?
Almeno 99 lo sono, secondo Queneau – cento con la sua.

Signor contadino, diceva La Pira, la stagione la fa lei? Ecco, la storia ha le sue stagioni. E questa, che stagione è?

astolfo@antiit.eu

Il suicidio non è eutanasia

Biathanatos non è una doppia morte ma una sorte di morte vissuta. Il suicida può pensare, come John Donne in un momento difficile per la carriera: “Possiedo le chiavi della mia prigione”. Dopo un esame accurato del fatto - cui Donne non fu incline, malgrado un periodo di “malinconia”, l’odierna depressione. Su basi teologiche e legali, parte della controversistica, allora, 1607, contro la chiesa cattolica.
L’esito è all’inizio: “Questo peccato non è irremissibile”. Tesi dimostrata col ricorso a molteplici autorità, dai padri ai santi Agostino e Tommaso, e a Eusebio, Flavio Giuseppe, Baronio, Bellarmino, numerosi causidici castigliani e catalani. E riferimenti agli eretici, i geroglifici, le stelle, la medicina antica, l’ermetismo, i veleni, i sogni, la demonologia. Non noioso. E tuttavia non tradotto, se non ultimamente per servire all’eutanasia. Ma non risolve: il suicidio è ammesso (perdonato) anche dalla chiesa, il problema è la morte procurata da altri.
John Donne, Biathanatos. In difesa del suicidio, SE, pp. 168 € 20

Fisco, appalti, abusi – 2

L’abuso è la regola, soprattutto in materia di tassazione, puntigliosa, eccessiva, e spesa, incontrollata. Altri esempi.
Via delle Fornaci è una strada a Roma che porta dal Gianicolo a san Pietro. Stretta nella parte alta, fra le mura dell’ambasciata russa e quelle di un istituto religioso. Dove da tempo immemorabile un limite di velocità impone i 20 km. orari. Una miniera per vigili urbani, carabinieri e guardia di Finanza, che allo sbocco della strettoia fanno a turno, a volte in concorrenza, a multare chi nel breve tratto non ha frenato. A tutte le ore, tutti i giorni, è la strada più presidiata a Roma.
Tutti i giorni lavorativi – via delle Fornaci dà l’accesso a mezza città. La domenica no, si può andare liberamente dal papa, anche i tutori dell’ordine tengono al pranzo fuori porta.

Non c’è la polizia, sotto via delle Fornaci. Un’assenza casuale? Piace immaginarla polemica, ideologica: i vecchi sbirri si sono stancati di fare gli sbirri. O magari rincorrono qualche delinquente.

Sesto San Giovanni ha sancito il 21 maggio che rubare - per il partito naturalmente - è lecito e anzi da premiare. Hanno votato non in massa. Ma in massa, al 70 per cento, hanno votato per la delfina di Penati, l’ex sindaco della megatruffa Milano-Serravalle..

Paolo Conti tiene sul “Corriere della sera-Roma” una rubrica di favori. Ogni giorno risolve il problema di un lettore. Che più spesso è qualcuno che lamenta fatturazioni anticipate ed esose del gas e della luce. Benché le abitazioni siano fornite da tempo di contatori elettronici, rilevabili a distanza eccetera. Le lettere lamentano cioè delle truffe. Che non riguardano il singolo lettore, ma l’insieme degli utenti. Conti non fa, non fa fare, un indagine e non sancisce le aziende. Graziosamente, di volta in volta, fa rimettere il (non) dovuto al lamentatore, Tramite l’ufficio stampa dell’azienda. Naturalmente felice di risolvere il caso di quel singolo utente.

Le Autorità o la corruzione legale

Volendo andare a fondo nella pratica indiscriminata delle società di servizi pubblici di fatturare in anticipo i (mancati) consumi, si scopre che la pratica è garantita da regolamenti, codici, interpretazioni autentiche delle varie Autorità di settore. Che erano state create, e si pagano molto lautamente, per proteggere gli utenti nel mercato libero, del gas, l’elettricità, i telefoni, le assicurazioni, le autostrade, le banche, la Borsa, la privacy… Sono una dozzina. Paghiamo invece questi carrozzoni, fra i 100 e i 300 milioni l’anno, per essere jugulati dai soprusi. Per nessun’altra ragione che la forza contrattuale, cioè corruttiva, delle aziende di settore.
Soprusi di ogni genere: fatturazioni anticipate, sovraffatturazioni, contratti rubati (ci si trova clienti di questo o di quello per aver risposto al telefono), tariffazioni abusive (una società elettrica fa pagare il “risparmio” di anidride carbonica). E le tariffe biorarie, ora triorarie? Nessuna capacità di capirle, nonché di controllarle, sempre più criptiche a ogni fattura. Il mercato vero è la corruzione, fra chi paga di più e meglio - le aziende s’intende. Legale.
E non ci sono solo le Autorità: non si è mai sentito di un giudice che se ne occupi.

martedì 29 maggio 2012

Le mille e una notte di Lodovico

La felicità del narrare, anche in lingua italiana: Terzi, esploratore di altre letterature, la sa trasporre nella sua. Nei “Racconti ronchesini”, la prima parte della raccolta, il mondo visto dal mare sotto le Apuane, troppo forte per qualunque spirito. E nelle “Storie di un bambino”, la seconda parte, purtroppo solo cinque, un’entrata delicata e angosciante nel mondo dei bambini – veri, non quelli di maniera. Partendo da un accettabile, infine, uso dell’alluvionale autobiografismo, come dice altrove: “Chi fa autobiografia non deve mai parlare di sé. Nulla che suoni come un’apologia e nulla che suoni come un’autocritica”. Niente orazioni e niente lagne, né neo realiste né post neo realiste, un giglio sul letamaio. Col piglio da “Mille e una notte”, del meraviglioso semplice.
Lodovico Terzi, Un’occasione d’amore, Nottetempo, pp. 116 € 13,50

Problemi di base - 102

spock

Perché non ci sono Procuratori Capo uguali a noi? È l’eredità del Procuratore di Giudea?

Anche Pilato era sannita: devono i giudici essere campani?

Gli occhi si vogliono lo specchio dell’anima. E se portano gli occhiali?

Se la psicologia è senz’anima, è l’anima senza psicologia?

La burocrazia è tutta memoria e niente anima, e dunque? È la memoria (la storia) burocratica?

Giacché la burocrazia prospera senz’anima, è l’anima inutile, o la burocrazia?

Se non c’è peggior pazzo di chi vuole sembrarlo, Grillo è o sembra?

Non c’è dubbio che l’Europa lavora per distruggersi, ma per masochismo o per stupidità?

spock@antiit.eu

Il reality degli abusi in famiglia

L’indicibile di Rignano Flaminio sono i video dei genitori (almeno due coppie) sulle violenze sessuali, fatte mimare ai propri bambini. Una violenza morbosa – dove, come, i bambini hanno imparato a mimare? E inattaccabile purtroppo, la stupidità lo è: si arriva a Rignano agli abusi ai minori partendo dalla “modernità” dei genitori, che essi intendono come un reality. Basta essere stati a Rignano per vederlo – anche gli avvocati sono da reality.
In Francia, nell’analogo processo a Outreau, la “Cernobyl della giustizia francese”, la verità venne fuori quando la coppia che ne era all’origine si divise, e i due coniugi presero ad azzannarsi a vicenda, incuranti dei tre figli che avevano coinvolto. Anche a Rignano il processo non ci doveva essere e l’assoluzione arriva perciò comunque tardi. Ma evita di procedere contro i genitori, e questo lascia purtroppo l’orrendo reality aperto.
Nei diritti dell’infanzia l’area meno esplorata è quella domestica, dove avvengono inevitabili invece le violenze. Almeno fino a che il bambino resterà dipendente giuridicamente, oltre che fisiologicamente ed emotivamente, dai genitori. Siano essi malati “solo” di reality.

Ombre - 132

Marco Mansi, il Procuratore di Tivoli che ha montato lo scandalo della pedofilia a Rignano Flaminio sei anni fa, è intanto felicemente approdato a casa, alla Procura di Castellammare di Stabia. Non si potrebbero accelerare i rimpatri dei giudici napoletani, e ridurre così i danni?
È vero che i giudici italiani essendo soprattutto napoletani è difficile accontentarli tutti.

“Un avviso di garanzia non è niente, è solo un avviso a qualcuno che sarà indagato”: il Procuratore di Cremona Di Martino rotea la testa in tv per mostrare a tutti che ghigna dietro la barba. Ha mandato l’avviso di “garanzia” a Conte, che lui sa che non c’entra nulla, alle sei del mattino con la polizia armata per perquisirlo, con l’abitazione. Il Procuratore deve’essere gaglioffo.

Sulla Lazio invece, che il suo mandato di perquisizione dice “probabilmente coinvolta” nelle scommesse, il Procuratore glissa: “Vi è un elemento che è suggestivo, che però è ancora da verificare. Così com’è non è di grande rilevanza”. Suggestivo? I Procuratori non dovrebbero sapere l’italiano?

Il ministro Giarda infine si sveglia, va alla radio, e annuncia 100 miliardi di tagli, anzi 300, oppure 400. Alla radio vaticana. Per farsi perdonare? Giarda ha le orecchie lunghe, o il naso?

“Chi si vuole colpire con questa triste vicenda?”, s’interroga il Tg 1 a proposito dell’arresto del cameriere del papa. Essendo il Tg 1 un’emanazione diretta del Vaticano, è possibile che si tratti di poca professionalità. Ma la realtà della Rai è questa: l’a chi giova, il capro espiatorio, il chi c’è dietro. Che può essere la nemesi della controinformazione, finire in sacrestia. O la vittoria, postuma, del togliattismo: la doppiezza sempre.

Ferragamo, scarpe e accessori, “vale” più di Mediobanca in Borsa, spiega “Affari & Finanza” di “Repubblica”. Luxottica, occhiali da sole, quanto Generali. Pirelli due volte e mezza Finmeccanica, che vende, e guadagna, molto di più. Le logiche d’investimento dei grandi attori di Borsa, fondi e banche, sono insondabili. Ma per i risparmiatori, che pagano il conto, la differenza la fa l’informazione (economica) infetta.

Sembra “l’Unità” il supplemento del “Sole 24 Ore” domenica. In prima pagina Berlinguer dà la ricetta per la crisi. Una pagina su Gramsci lo decreta “classico” in Usa – per una citazione in Edward Said. Al festival di Cannes il giornale della Confindustria premia ritratti di “capitalisti canuti”, senza denti. È la sinistra che ha conquistato la destra? La destra la sinistra?

È vero che Napolitano ha imposto all’Italia il governo più straordinariamente affarista della Repubblica. Il primo presidente ex Pci. Ma quando c’era il Pci lui non era gramsciano.

Il programma di sala dei concerti di Santa Cecilia, a Roma, celebra il giovane (43 anni) pianista: “Dopo i premi prestigiosi, ha intrapreso una carriera intelligente, senza disperdersi un un’attività frenetica ma privilegiando orchestre e direttori di rango, un repertorio stimolante, e persino alcune passioni extramusicali, come quella del volo, che testimoniano una grande apertura mentale”.

Agiografia insistita su “Sette” di Angela Merkel: prepara la colazione al marito la mattina prima di uscire, fa la spesa al supermercato, porta le buste personalmente, ed è simpatica a tutti. Non è detto che perde tutte le elezioni regionali dopo le politiche tre anni fa. I tedeschi ci credono meno dei lombardi?
Magari la cancelliera avrà una colf. O è spilorcia?

Ei son grilli o son grulli
che l’Italia infiammano,
o è l’ignavia, o l’otaria,
quest’Itaglia che incaglia
e mai non muore,
un altro partito per dire
che non ne vogliamo sapere?

Fini-Fli, che dal Msi, An e Berlusconi era passato al centro-sinistra via grande centro con Casini, abbandonato da quest’ultimo si proclama nel logo “il vero centro destra”. Al posto di chi?
Corre veloce, questo non si può negare. E da solo, coraggioso.

Due casi dal robusto odore di corruzione a Milano e a Roma: la svendita del San Raffaele e la vendita “obbligata” dell’Acea. Entrambi sfruttando al questione morale, cioè le Procure.

lunedì 28 maggio 2012

Il viaggio in Africa, genere elementari

Un diario, genere elementari – “ieri mi sono alzato”. In Africa, luogo di meraviglie, Celati fa incontri come il pendolare metropolitano al semaforo: seccanti.
Tara etnica? Ci hanno provato Moravia, Pasolini, Germano Lombardi, e niente, il racconto di viaggio sfugge agli italiani – riuscì a De Amicis, ancora lui, ma non ne nacque un genere.
Celati lo riconosce, che si promuove in copertina: “Non capiremo mai come vanno le cose da queste parti”?
Gianni Celati, Avventure in Africa

Swift tradotto in fuffa

Come s’“incarta” la satira, che però puzza avariata. A opera del più lieve forse, se non il più illuminato, dei redattori e consulenti editoriali. Sulla perfidia di Rochefoucauld, che ci vede sollevati alla morte di un amico, sopravvissuti, Swift si anticipa le gratificazioni dei conoscenti alla sua propria morte. C’è da ridere. Terzi ci impianta una piccola enciclopedia: sull’arte del tradurre, la psicologia, la necrologia come genere letterario, la cortigianeria… Del genere: “La metrica non fa parte dello stile? Direi di no”. Come di no, se ha prodotto himalaia di ottima poesia? Salvo salvare l’inutile: “C’è un solo vincolo… Ogni verso dev’essere tradotto con un verso, e il numero totale dei versi nella traduzione dev’essere uguale a quello del testo originale”. Per concludere al contrario: “La metrica di Swift... è molto semplice: versi di otto sillabe in distici a rima baciata. Questo dà luogo a un verseggiare energico…” - o scuola di scrittura o fuffa?
Il gusto è intatto, e la versatilità. Ma proprio per questo il risentimento monta: qui Terzi tradisce il suo Swift – che invece rivive altrove, nei racconti.
Lodovico Terzi, L’autonecrologia di Jonathan Swift, Adelphi, pp. 101 € 9

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (129)

Giuseppe Leuzzi

Ci ricopre il gran Milano
di pii istituti, trote, legati,
coi formiconi e i penati,
e le turbe degli intercettati,
di morale come il guano

Il professore milanese Mario Monti va sabato a Bergamo, si rivolge ai “cittadini dell’Italia settentrionale”, e dice: “Spesso noi settentrionali e lombardi siamo penalizzati a causa di sacche di evasione che si annidano forse in altre aree del paese”.

C’è – c’era – un’aria bokassiana, apprezzata nella Lega, di smargiassate non sempre innocue o per ridere. Con precedenti. La famigerata Legione autonoma Ettore Muti che impaurì la città nel 1944, torturando e assassinando, aveva un comandante, Francesco Colombo, che era un sergente dell’Esercito, autopromosso colonnello all’8 settembre. E un vicecomandante, Ampelio Spadoni, che da caporale si era fatto tenente colonnello.

Dario Di vico si meraviglia sul “Corriere della sera” che un grande gruppo cinese abbia fatto la vacanza premio per i suoi quadri e dirigenti, 2.800 persone con il coniuge, a Milano. E si congratula che la Lega avesse negli stessi giorni altri problemi. Dario non è milanese, e il “Corriere della sera” è il maggior giornale italiano, ma il provincialismo è d’obbligo a Milano.

Si fa sempre l’editoria e l’opinione a Milano, e non è un bel vedere.
Sempre vi si è fatta, è la prerogativa di Milano e la sua dote costante, dacché l’Italia esiste. E non è una bella storia.

“La Storia della colonna infame” non piacque quando uscì, nel 1842. Lo racconta Croce in “Alessandro Manzoni”: Manzoni vi sostiene, dice Croce, che “nonostante le leggi e i pregiudizi del tempo, nonostante la tortura”, i giudici avrebbero potuto assolvere i rei predestinati, se “avessero accettato l’evidenza dei fatti, senza lasciarsi traviare, come fecero, da passioni e interessi”. La cosa non piace a Corrado Stajano, che in “La città degli untori” addebita l’insoddisfazione allo stesso Croce.

È sempre Mani pulite a Milano, la città se le lava in continuazione, igienista. Buttando la merda al piano di sotto”, diceva Malaparte.
Stajano, pur viaggiando in “La città degli untori” nelle infamie di Milano, tortura e opportunismo compresi, salva la giustizia politica.

Il Sud all’opera
Non c’è. C’è molto Medio Oriente all’opera, c’è anche la Spagna, ma non il Sud. “Cavalleria Rusticana”, novella di Verga e ottima musica, è di Mascagni musicista toscano, ed è un caso unico.
Il “Sud” sembrerebbe più di tutti melodrammatico, di trasporti, collere, incantesimi estremi. Ma Bellini, Cilea, Mercadante, Cimarosa, Pergolesi, Paisiello, gli operisti meridionali l’ hanno evitato, i grandi operisti italiani e europei lo hanno ignorato. Non era abbastanza esotico.
Oppure: l’opera essendo genere borghese, il Sud non rientra in quell’immaginario. Se non ne è il fondo nero, la persistenza di ciò che non deve esistsre, non ha titolo.

Breve storia del Nord – 5
Il Nord nasce sassone, all’università Georgia Augusta di Gottinga, fondata nel 1734 fondata da Giorgio II, Elettore di Hannover e Re d’Inghilterra, per fare la classifica delle razze. Primi i sassoni, i popoli del principe.
Karl Ottfried Müller vi rifece la storia antica, l’inevitabile sancendo dai “Prolegomena”: “Pelasgi, dori e achei, al pari dei goti, sassoni e franchi, costituirono a lungo una nazione per via della loro natura fisica e spirituale”. Non per ridere: K.O.Müller resta colui che “gettò la base incrollabile per la ricostruzione della storia antica” per Wilamowitz-Moellendorf incontestato. E non è molto che Dumézil, allievo di Mauss, francese, ha coronato con Marc Bloch, ebreo e francese, il sogno dei tedeschi, trasformandoli in dei, dai beserkir d’Islanda sbollentati alle SA, e guerrieri, atleti tarzaniani con mustacchi, i poignets d’amour stirati ai manubri.

“Da dove viene?” è quesito razzista. Il razzismo nasce quando i nordici, fatti ricchi e potenti, non avendo altro passato che carne cruda, capanni di frasca e giacigli di sterco, chiedono: “E gli altri, da dove vengono?” E si arriva, girovagando, al logos greco che, non potendo che “venire da fuori”, viene dal Nord, schiuma di renna e albe iperboree, essendo il Sud e l’Oriente noti. E all’esclusione. “Bianco è il colore della virtù?”, si chiede il nero del “Flauto magico”, ed ecco, bianca è l’Europa, candida. Il bianco è Navigatore, Conquistatore, Creatore, Eroe di cappa e spada, penna, canto, di più al Nord estremo, dov’è esangue, e Virile, a fronte dei neri sterili, seppure macrofallici.

Corrado Alvaro
R.Bilenchi, “Amici”, p. 14, che nel 1931 risiedette a Torino per collaborare con Maccari al “Selvaggio”, ricorda che Malaparte, direttore della “Stampa”, impertinente col fascio e con la proprietà, aveva creato un premio letterario intestato al giornale “e, per fare dispetto a Mussolini, lo aveva fatto assegnare a Corrado Alvaro, che non era iscritto al partito ed era un noto, irriducibile, antifascista”.
Lo stesso Bilenchi, in udienza a Roma a palazzo Venezia con altri giovani intellettuali fascisti, ricorda, p. 74, che Mussolini, “quando riceveva una personalità del mondo cattolico”, nominava Papini “il più grande scrittore italiano” vivente, e quando invece aveva un colloquio con qualcuno “notoriamente laico e poco entusiasta del regime”, o con uno straniero, nominava Corrado Alvaro, perché “conosciuto da tutti come democratico e antifascista”.
Ma di Alvaro non si parla da alcuni decenni se non per dire che elogiò la bonifica delle paludi pontine. Bisogna negare la realtà: è il principio della “questione meridionale”. Sovrapporle l’idea o il “discorso”.

leuzzi@antiit.eu

domenica 27 maggio 2012

La trappola Facebook non è scattata

È finita male per Facebook in Borsa, e non è finita. Troppi titoli sono stati incettati al collocamento da uno dei collocatori, se non da tutt’e tre, Goldman Sachs, Morgan Stanley e JP Morgan (Citygroup), nella previsione di un rialzo, che ora dovrebbero essere liquidati. Inoltre, nella imminenza della quotazione è filtrato che Facebook ha difficoltà con le connessioni mobili (iPad), che sono quella che monopolizzano sempre più le connessioni - sono già un terzo degli accessi internet e saranno la metà fra un paio di anni al più.
Il caso Faceboook non è quello Google, cui viene apparentato. Per stabilire il prezzo di Google si fece un’asta online, virtuale ma efficace, conclusa con una valutazione - 23 miliardi – che è meno di un quarto di quella di Facebook. Mentre i fondamentali di Facebook non sono buoni, commercialmente non è un successo - fatto non ignoto:
http://www.antiit.com/2012/03/ritardi-e-deviazioni-del-supertreno.htm
Il piano di collocamento di Facebook richiama quello di Tiscali tredici anni fa a Milano. Un’azienda di forte richiamo ma in rosso, venduta a un prezzo alto (per Tiscali 46 euro, oggi vale pochi centesimi). Con un flottante ristretto rispetto alla domanda, tale da ingenerare un rialzo fino a dieci volte il prezzo. Una trappola, che questa volta è scatta per i collocatori.

Le giustizia nel letto

Due processi in copia, a Lille e a Milano. Nel dispiego di mezzi e personale per l’investigazione, eccezionale. Nel genere: processi di donne, le giudici, contro uomini. Nelle imputazioni: prossenetismo in prima istanza, complicità in prossenetismo in subordine, sesso a pagamento in terza ipotesi. Nella natura: processi politici, nell’impianto e la gestione dell’informazione, a carico di politici. Il colore però cambia: a Milano contro la destra, a Lille contro la sinistra. Una discrepanza che, nel comune furor politico, espone la radice dei processi: Berlusconi e Strauss Kahn sono rei di andare a puttane. Fatto che i loro avvocati si affrettano a negare, i soldi vogliono regali, confermando il vero vulnus: c’è concordia nella discordia, andare a puttane è non solo un peccato ma anche un reato.
Le differenze sono marginali. La prostituzione è autorizzata in Francia - le prostitute devono pagare l’imposta sul reddito, sulla base di “studi di settore” e “classi di reddito” – e la giudice Ausbart ha dovuto correggere l’imputazione a Strauss-Kahn, seppure aggravandola col delitto associativo (non sesso a pagamento ma “prossenetismo aggravato in banda organizzata”). A Milano la giudice Boccassini si può basare sul divieto di prostituzione minorile, ammesso che di Ruby si dimostri l’età, e che andasse a letto con Berlusconi. A Lille la giudice ha “fermato” Strauss Kahn – a febbraio, quando era ancora utile per la campagna di Sarkozy – e lo ha liberato su cauzione. Ha subito una censura dal capo della Procura – in Francia il potere è ancora sacro: Sarkozy ha potuto fare ministro anche qualche ragazza che aveva messo incinta, fuori del matrimonio. Ha cambiato appunto il capo d’imputazione. E ha a collaboratore Mathieu Vignau, uno dei giudici a latere nel famoso processo d’Outreau, la “Cernobil della giustizia” francese: un processo per pedofilia celebrato dodici anni fa con apparato circense, di parapazzi, tribune Innocenti, etc., e pensose consulenze, lunghe carcerazioni preventive, condanne severe, suicidi, che cinque anni dopo si rivelò invenzione di una coppia pervertita.
È, a Lille come a Milano, benché celebrato da donne togate e non dal re, un “letto di giustizia”. Uno di quei pronunciamenti della giustizia sovrana quale si poteva avere prima della Rivoluzione in Francia, indipendente dalla legge. Un letto di giustizia all’aperto, tra avvocati barbuti e donne squillanti: il diritto come “potere del diritto”. In un’altra scena si direbbe il diritto totalitario, ma non si parla di totalitarismo nei regimi veramente totalitari – qui si fa chiamare senso civico, popolo, uguaglianza, e appunto giustizia, il “braccio severo della legge”. È piccola politica, anche se con dispendio di risorse a attenzione. È l’Italia (Lille copia Milano), ridotta al buco della serratura. È teatro. Le puttane che moraleggiano contro il puttanesimo sono repertorio vecchio. Si fanno sfilare testi rotte a tutto, pur di andare sui giornali e in tv, dove sono libere di pontificare, e più sono sguaiate più hanno titolo.
Non tanto tempo fa questo circo sarebbe stato impossibile, l’epoca era alla libertà. Da vent’anni, con la religione del mercato, il proibizionismo è la regola: del fumo come del sesso, e della privacy (legificare la privacy nel mentre che la si oblitera, è il pattern dell’epoca). Per mano di donne. Ilda Boccassini a Milano, giudice istruttore e procuratore della Repubblica, con le giudici Giulia Turri, Orsola De Cristofaro e Carmen D’Elia, e Stéphanie Ausbart a Lille. Ma con invadente voyeurismo dell’orecchio, e poco senso morale. E a Milano con distinto becerismo maschilista, dietro la parata antiberlusconiana, delle poverette smandrappate che ghignano, cui il tribunale delle giudici fa da passerella. Le cronache francesi, che “Le Monde” affida a due croniste, sono invece esemplari, sapide proprio per essere attente alla vera legge.

Colette, l’amore inafferrabile assassino

“Avevo ventidue anni, un’aria da gatta anemica, un metro e cinquantotto di capelli che in casa portavo sciolti fino i piedi, come una cascata”. Daccapo: con “la faccina a punta, le trecce che mi sferzavano i garretti”. In ritardo sulla moda: “I miei lunghi capelli, sia che me li attorcigliassi «alla Cerere» attorno alla testa, sia che li lasciassi sciolti fino all’orlo della gonna - «a fune di pozzo» come diceva Jules Renard -, mi rovinavano l’esistenza”. In un mondo remoto e anzi tradizionale, di Sido, la madre inarrivabile, cui si deve il copyright di “Minet-Chéri”, il vezzeggiativo che poi diventerà distinti personaggi di lunghi racconti, e dei fiori, gli odori, i colori – in “Duo” il viola dei tramonti. Che però è un bicchiere d’acqua nel deserto della contemporaneità - di più a chi se ne fa ardito o avanguardista, nelle sabbie mobili dell’infernale chiacchiericcio. Colette è quella del fermo immagine. Qui perfino nella vena dei giornali femminili: i primi amori, gli amori impossibili, il ritorno di fiamma dei quaranta-cinquantenni verso i quindici-ventenni. Ma, svanito il (piccolo) glamour, si rilegge con sorpresa.
I quattro racconti del “Kepì”, 1943, sono anche una coda del “Mio noviziato” sette anni prima, la vendetta su ”Monsieur Willy” appena morto, il marito “grande scrittore” di Colette a vent’anni, “un uomo calvo che a quarant’anni ne dimostrava il doppio”, grasso, barbuto, pieno di amanti (ma allora?), mallarmeano, che alla giovane moglie scrive in caratteri greci con citazioni in tedesco. In un mondo editoriale già industriale, coi “generi” e i “negri”, collaboratori a un tanto a riga, chi più, gli addetti al finissage, chi meno, quelli della sgrossatura – fu così che Willy risultò all’inizio coautore delle “Claudine” e delle “Minne”. Cattiverie che Colette si fa raccontare da Paul Masson, alias Marcel Schwob, letterato perfido e in età che le faceva compagnia a casa, malata di gelosia. Da gatta golosa in realtà, di feroce possessività. Che il racconto “La gatta”, 1933, aveva esposto e spiegato: una passione di sé che, incontrollata, distrugge. In”Duo”, il romanzo breve scritto l’estate successiva a Saint-Tropez, la “gatta” si trasfigura in “lui”, tanto bello quanto esposto senza difese, che il tormento divorerà anche fisicamente.
L’amore amato è passione coltivata, malata anche o cinica, di altra natura che le voglie della vita in sboccio – dell’adolescenza, l’età dell’attesa. Anche l’amore divorante, è in cronaca ogni giorno, e se si potesse ricavarne una statistica sarebbe probabilmente la causa più diffusa di morte, anche fisica, tra suicidi e assassini. Nell’intervista con W.Benjamin, in “Strada a senso unico”, alla proposta di ridurre con la Kollontàj il sesso a “bagattella” Colette risponde: se queste bagattelle vengono sanzionate, ogni giorno, con l’assassinio, che strumenti dobbiamo immaginare per le cose di prim’ordine, come gli affari di Stato? Niente di più scontato. Eppure funziona. Perché il personaggio – che è lei e non lui – e il tema – sottinteso - sono in effetti scabrosi. Normalmente inconfessati cioè: la donna (che) non ama.
Il tema dichiarato è “i sensi sono più intolleranti del cuore”. Ma l’adulterio è, al fondo, quello che è sempre stato, un tradimento. In tutte le forme, di più semmai nella disattenzione, o nella noia. I sensi vanno col cuore, o il cuore con i sensi. Mariolina Bongiovanni Bertini, che introduce queste edizione Marsilio di “Duo”, vi oppone “il punto di vista femminile”, della “breve avventura” fine a se stessa. Che però è più “maschile”, e non risolve. Il “punto di vista femminile” alla lettura viene fuori agghiacciante – “capriccioso”. Lei “disprezza” lui, nel mentre che lo riconosce vittima, “Michel (il marito) mi sta proprio scocciando”, è andata a letto con l’amico del marito per distrazione, così pretende, s’infuria che il marito resti in confidenza con l’amico, ha una vita “sua”, con le “sue” sorelle, nel “suo” appartamento, mantenendo estraneo tutto ciò che è del marito, la casa, le conoscenze, gli interessi, gli impone da leggere le lettere dell’amante, con i disegnini delle “altre” sue “abitudini voluttuose”, gli indica le parole “crude”. Non sappiamo cosa pensi della morte dell’“amato” marito che chiude il racconto, niente presumibilmente (lo sapremo in un altro racconto, stando alla cronologia in questa edizione di Paolo Vettore). L’amore coniugale è tema irto. Ma in “Duo” è tagliato con decisione, un sottotitolo sarebbe incontestabile: dell’amore inafferrabile, quello della donna.
Colette, Il kepì
Duo

sabato 26 maggio 2012

Colette, il genio della vita in boccio

Lieta celebrazione, riuscita in ogni parola (più leggibile della monografia maggiore di dieci anni fa, “Colette. Vita di una donna”, che completava la trilogia kristeviana di donne eccezionali, dopo Hannah Arendt e Melanie Klein), di una scrittrice nella quale la psicanalista del genio si identifica. Benché alle femministe minacciasse “l’harem e la frusta”. Per la libertà del corpo e della mente, e le sue rivolte da santa prostituta - ma più per l’“impudenza nell’enunciare” (© Hegel, a proposito del “Nipote di Rameau”) che per trasgressioni o eccessi (“più birichina che perversa”, © Apollinaire): “uno dei geni femminili del XX secolo”. Per “la forza, la magia e la polifonia della scrittura”, scrittrice “golosa della lingua madre”. Esperta d’aromi, cucine sapide, sapori di erbe e frutti, ognuno nel suo proprio territorio (“antiglobal”), oltre che di gatti e mariti, e della Francia sotterranea, nelle pieghe delle campagne remote. Specialista di “un solo tempo, quello dello sbocciare”, che è però il tempo lungo della vita – “la morte”, dirà nel 1954, alla prima de “Il grano in erba” poco prima di morire, “non è altro che una banale disfatta”. Tanto più apprezzabile nel secolo, il Novecento, “della guerra e della follia”.
Julia Kristeva, Colette un genio femminile, ObarraO, pp.62 € 6

Fisco, appalti, abusi

L’abuso è la regola, soprattutto in materia di tassazione, puntigliosa, eccessiva, e spesa, incontrollata, corrotta. Istituzionale e quasi costituzionale, sebbene della costituzione materiale o prassi, in urto con la costituzione formale. Senza controlli, ne formali né sostanziali. Alcuni casi spiccioli.

Si faccia un’analisi del Colesterolo Hdl. Privatamente costa € 8,50. Si faccia col Ssn, costa € 7,75. Ma lo Stato vuole un tassa di 10 euro (questa la dobbiamo a Tremonti), e la Regione Lazio di 4 (la dobbiamo a Marrazzo): 14 euro di tasse per un’analisi che ne costa 8.

Sui circa 250 decreti promulgati negli ultimi dodici mesi, 96 sono di aggravio delle procedure fiscali. Al coperto della semplificazione, di cui anche questo governo mena vanto.

Sabelli Fioretti scopre oggi che l’Agenzia delle Entrate (lui la chiama Equitalia ma è l’Agenzia delle Entrate, Equitalia è solo il gabelliere) non c’entra con la lotta all’evasione fiscale. La mamma, o la nonna, che affittava a 500 euro, pagandoci le tasse, deve continuare a pagarle anche dopo che ha deciso di non affittare. Perché non l’ha comunicato al fisco. E pagarci sopra gli interessi, la multa, e l’aggio di Equitalia.

Sulla benzina, la lettura del sito Finanza Utile è perlomeno esilarante:
http://www.finanzautile.org/benzina-nuovi-record-ecco-lelenco-delle-vergognose-accise-sui-carburanti.htm
Paghiamo tasse di settant’anni fa. Soprattutto paghiamo la guerra del Libano, che in teoria non abbiamo fatto (quella di Spadolini, 1983, non quella di D’Alema, 1998). Il terremoto più caro è quello del Friuli.
Queste le cosiddette accise – imposte nominalmente di fabbricazione, ma nel caso italiano imposte teoricamente di scopo, in aggiunta alla vera e propria imposta di fabbricazione:
Guerra in Abissinia del 1935 1,90 lire
Suez , 1956 14 lire
Vajont, 1963 10 lire
Alluvione di Firenze, 1966 10 lire
Terremoto del Belice, 1968 10 lire
Terremoto del Friuli, 1976 99 lire
Terremoto in Irpinia, 1980 75 lire
Missione in Libano, 1983 205 lire
Missione in Bosnia, 1996 22 lire
Contratto autoferrotranvieri, 2004 0,020 euro
Beni culturali, 2011 0,0073 euro
Immigrati dalla Libia, 2011 0,040 euro
Alluvione Liguria e Toscana, 2011 0,0089 euro
Salva Italia dicembre 2011 0,112 euro sul diesel
0,082 euro sulla benzina
Imposta di fabbricazione propriamente detta 0,725 euro
Per un totale di circa 0,750 euro.
Sul quale va sommata l’Iva, al 21 per cento: l’Iva si paga, oltre che sul prodotto industriale, anche sulle accise, la famosa tassa sulla tassa.

venerdì 25 maggio 2012

Secondi pensieri - (101)

zeulig

Anima – Psiche, l’anima, Rohde figurò nella sua celebre opera filologica nella farfalla. Ossessionando l’amico Nietzsche, il quale finì per trovarle entrambe al bordello, Psiche e la farfalla, la volta che vi s’avventurò a Lipsia – prima quindi della prescrizione criminale dei medici a Torino. L’anima sant’Agostino inventò per la storia, per farne l’anima del mondo, o Hegel – nulla di personale.
È l’autentica dimora del tempo, dice sant’Agostino, e in questo ha una sua autonomia. Perché si darebbe altrimenti un’anima senza una fede?

Sostiene Foucault che “il genealogista ha bisogno della storia per esorcizzare la chimera delle origini, un po’ come il buon filosofo ha bisogno del medico per esorcizzare l’ombra dell’anima”

L’atleta è invaso dalla grazia, la sua anima è la Forza - lo Spirito Santo quando prende forma.

I carabinieri, direbbe Hegel, sono l’anima del mondo, la memoria elefantiaca della burocrazia.

Debito – È condizione metafisica – incolpevole – di colpa. Elettra Stimilli ne ha fatto l’anamnesi in “Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo”, ognuno lo registra con il governo “tecnico”. Apparentemente asettico, cioè non di parte e senza pregiudizi. Ma anch’esso di una cultura, quella della colpa – originale, perenne.

Informale - Non si fanno più partiti e sindacati ma reti, non si aspetta un programma ma lo si elabora, non c’è più organizzazione (gerarchia) ma movimento. È morfologicamente la situazione rivoluzionaria, degli atomi liberi di ricomporsi, ma in un quadro di controllo sociale totale. Anche dell’informale.

Morte - La morte è poco filosofica: sempre si è nati, e si è vivi. A prova del contrario il filosofo Antistene più volte tentò il suicidio, ma lo fallì. Il senso della fine è delle storie, nei romanzi, la politica, l’impresa, che sono un surrogato e non un quadro della realtà, e vanno a un fine, il premio, il primato.

“Lo scopo della vita è la morte” e “il non essere esisteva prima dell’essere” sono di Freud, di chi altri sennò, la cultura del lutto. Che Heidegger avalla: “La storicità autentica è l’essere-per-la-morte”. Ma filosoficamente l’essere, la vita, esiste prima dell’esserci, qui e ora, e continua dopo la morte. Il dottor Freud dice bene: “Ogni essere muore necessariamente per cause interne”. La realtà entra in noi, che la realizziamo, molto prima di essere. Come presagio, desiderio, rovina.

Potere - “È strano che la tesi del potere cattivo abbia cominciato a diffondersi a partire dal XIX secolo”, insinua Carl Schmitt nel “Dialogo sul potere”, 1954. con la morte di Dio. O non dal Settecento? Da Rousseau, a torto legato al’attivismo (efficientismo delle leggi, degli apparati) dell’illuminismo, di Montesquieu, Voltaire, Diderot, D’Alembert, Kant. Dal momento in cui, si corregge C.Schmitt, si è voluta l’umanizzazione del potere”: “Il detto «Dio è morto» e l’altro «Il potere è in sé cattivo» nascono nel medesimo tempo e dalla medesima situazione. E in fondo significano la stessa cosa”.

Raccontare – È utile, filosoficamente: forma il reale dall’irreale.

Storia – Alcuni storici la dicono un gioco. Di abilità per far combaciare gi interstizi, Ginzburg. Pirenne ha coperto che di testimoni non ce n’è due che diano identica versione dei fatti.

La storia è alla fine poesia. Perché no? È contemplazione del mondo, trovò Burckhardt, una serie di belle composizioni pittoriche. La storia è arte, dice Huizinga - e l’arte è storia in Gadamer. Musicale e plastica per Novalis. Tra divinazione e retorica per Arnaldo Momigliano. È “i balconi del cielo\dai quali gli anni trascorsi guardano\in abiti vetusti” di Baudelaire. La storia è un libro che siamo forzati a scrivere e leggere senza posa, e in cui siamo scritti, aggiunge Carlyle.
Già Quintiliano lo sa: la storia è vicina ai poeti e in certo modo è poesia senza versi. È poesia senza metro, dirà Pontano. Come a suo tempo Omero: gli dei mandano le sventure agli uomini affinché le generazioni future abbiano di che cantare. Non c’erano infatti storici in Grecia, nota Cristoforo Landino, quando Omero narrava eroi e battaglie attorno a Troia. La storia è letteratura. Nel Medio Evo era ancora fabula, attesta Chabod, da cui trarre voluptas e iucunditas. È il “romanzo che è stato” dei fratelli Goncourt – e il romanzo storia che avrebbe potuto essere: lo storico è un romanziere del passato, i romanzieri sono gli storici del presente, lo sostiene pure Samuel Johnson, e Duhamel. Con Vattimo: la storia è storie. Va per sue intime armonie, nell’insostanziabile arte del racconto.
Borges la vede allora dall’altro lato: “Forse la storia universale è la storia di alcune metafore, forse è la storia delle diverse intonazioni di alcune metafore”, e “oratoria”, e “una delle tre forme della narrazione”- e naturalmente una biblioteca, la solita storia di babele. Ma aggiunge: se non si legge la poesia con gli occhi della storia, ben poca sopravvive. La storia è confusione per Pasolini. Favola convenzionale per Fontenelle – accettata dirà Stendhal, che ne fu il romanziere. Sarà il grande aneddoto di Procopio, e di Novalis. Ma l’aneddoto di Procopio è cosa non vista, segreta. Sì, la storia è sempre sorprendente – sicuro, s-s-s. È ionica, dorica, romana, tartara, vichinga, ebraica, errante, classica, e modernista. Quella della Cabala è una casa con molte, moltissime, stanze, ognuna delle quali ha una chiave, ma non è quella giusta. È voglia d’immortalità. Lo dice subito Erodoto: il mio scopo è preservare dalla decadenza quanto gli uomini hanno fatto. E Omero, pure la poesia è voglia d’immortalità. Lo è ancora per Benjamin entusiasta: la storia è uno dei fiori che girano la corolla verso il sole. Benché, secondo Aristotele, la poesia narri il generale e la storia il particolare. Né si può confondere, spiega Weber: chi come infante entra nella ruota della storia finisce stritolato.
Ma per narrare, che è come scrivere, bisogna stare fermi. Mentre per la storia bisogna muoversi. Il passato è più arduo da scoprire dell’avvenire: a questo porta una sola traccia, al passato le tracce sono numerose e nessuna esclusiva, se non per l’albagia dello storico. Senza sua colpa, lui solo sa quello che sa. Ciò che si scrive, che è stato scritto da sempre, sempre si riscriverà. La storia è tecnica, cioè progresso, diceva Sterne, ma scrivere non è che un sinonimo di chiacchierare. Il libro è illusione che si perpetua. E la storia?

La storia non dà scampo all’uomo, la cui unica certezza è la morte, e in questo modo l’eternità si realizza nel tempo. Sarà “impenetrabile, e sommerge la ragione e ogni conoscenza”, come voleva Herder, ma è in realtà l’epifania del sacro: anche la storia profana, delittuosa, è sacra - poiché tutto è sacro, quello che l’uomo pensa.

Tempo - Il punto di partenza è Gioacchino da Fiore, la teologia trinitaria della storia. Secondo la quale il Figlio è succeduto al Padre e ora si attende lo Spirito Santo. Bisogna attendere, la verità fu all’inizio e poi non più.
Per fortuna? Se tutto fosse chiaro non ci sarebbe storia, né filosofia, neppure i sogni ci sarebbero, come nel paradiso terrestre, dove non si sapeva che fare.

Uguaglianza – Resta quella di Hobbes, “De Cive”, I, 23: del più debole che può nuocere al più potente. E della morte: chiunque può uccidere chiunque. Sempre in chiave di violenza.

zeulig@antiit.eu

Fango a Milano, la svendita del San Raffaele

Gotti Tedeschi viene cacciato dal Vaticano senza dubbi né cautele per un motivo preciso: la smobilitazione del San Raffaele a Milano a favore dell’uomo di paglia di Bazoli, Giuseppe Rotelli, l’azionista del “Corriere della sera”. Con l’aggravante di una campagna di stampa denigratoria per facilitare la svendita, continuata con le fughe di documenti. C’è anche il dubbio in Vaticano che sia stato lo stesso finanziere lombardo, col supporto del cardinale Nicora suo alleato, uno dei due “cardinali di Bazoli”- l’altro è il cardinale Re - ad alimentare la recente campagna di discredito sulle gerarchie vaticane, con indiscrezioni e documenti filtrati a fini tendenziosi.
Il finanziere ha buona stampa e fa passare l’allontanamento come un insabbiamento della sua politica della trasparenza, per portare la banca vaticana, lo Ior, nella white list degli operatori affidabili, in regola col fisco. Ma in Vaticano il passaggio dello Ior nella white listè dato per acquisito, seppure non ancora ufficiale.

Fango a Roma, la svendita dell’Acea

Il Pd ha raddoppiato il numero degli emendamenti in consiglio comunale, ora a 166 mila, contro la seconda privatizzazione dell’Acea. Sostenuto in questa impegno totale per l’ostruzionismo dall’editore Caltagirone. Che si porta acquirente dell’Acea. Dopo avere imposto al Comune, con diffide legali e reiterate interviste e interventi pubblici, l’obbligo di vendere. E aver indebolito il sindaco coi suoi media con una campagna colpevolizzante, dalla nevicata all’aumento del tram, o al non aumento.
Una vicenda assurda ma con un forte profumo di corruzione – che a Roma fa fede. Caltagirone fa campagna pro e contro per poter pagare meno. Il Pd romano impegna risorse enormi, finanziate nella migliore delle ipotesi dai soldi pubblici, a protezione dell’acqua pubblica in cui non crede – il Pd ha sostenuto il referendum per la ripubblicizzazione, ma crede che l’acqua sia meglio gestita industrialmente, e nei comuni amministrati l’aveva privatizzata.
La privatizzazione dell’Acea su cui è in corso la “guerra” riguarda la vendita di un 21 per cento dell’azienda da parte del Comune. Che passerebbe dal 51 al 30 per cento. Ma mantenendo il controllo – il potere di veto – nella gestione.

giovedì 24 maggio 2012

Il gabbiano al ristorante

Un gabbiano viene il primo pomeriggio alle tre a mangiare al “Cortile”, il ristorante sotto casa. Quando gli ultimi clienti se ne sono andati. Si posa sul tetto dell’automobile parcheggiata dove la siepe di bosso del “Cortile” ha un varco, che il cuoco egiziano usa per portargli i resti del pesce, e aspetta, roteando la testa a periscopio. D’inverno. D’estate viene alle dieci di mattina, all’apertura.
Oggi lì si trova la nostra macchina, e quando saliamo per andare via il gabbiano salta sul tetto della macchina davanti. Dopodiché si appresta ad attendere, roteando la testa. Sa tutto, ma non sa che oggi è giorno di chiusura per il “Cortile”.

La scoperta della Destra

Una miniera, ancora inesplorata benché aperta da quasi mezzo secolo: le sorprese sono innumerevoli per il conformismo postsovietico. Che Andrea Cavalletti riedita arricchita da tre inediti e un’intervista. E più del Novecento, dal “Rembrandt educatore” di Langbehn, l’ideologia della Germania di fine Ottocento eletta di cui fu aedo Thomas Mann (“Considerazioni di un impolitico”, “spettacoloso romanzo”, “Nobiltà dello spirito”), a Claudio Mutti e “Gheddafi templare di Allah”. Passando per Evola naturalmente (con molte tirate d’orecchi al traduttore disinvolto e approssimato) e Spengler, e De Madariaga, Eliade, Frobenius, Rilke, Stefan George, D’Annunzio, o la brutalità del gesto inutile, Pirandello, o il feroce nullismo, del testamento incluso, Marcuse. Con radici in Jean Paul e Bachofen – di cui Evola e Eva Cantarella hanno proposto spezzoni, delle “circa seimila fitte pagine in lingua tedesca, mai tradotte in alcuna altra lingua, se non per brevi frammenti””.e l’avvertenza che . Col culto anarchico della morte. E le spengleriane “idee senza parole”, tipiche del nazismo, scovate nella Resistenza e nelle Brigate Rosse.
Come uno studioso socialista vede la destra, senza paraocchi, nel 1979 ancora si poteva.
Furio Jesi, Cultura di destra, Nottetempo, pp. 297 € 17,50

Il potere è cattivo senza Dio

Il potere nasce dal bisogno di protezione – l’obbedienza, che il potere vuole, si dà in cambio di protezione. Si capisce subito con Schmitt il rifiuto cronico, da alcuni decenni ormai, di una politica che non risolve nulla, quando non è ladra. “Don Capisco” dialoga con se stesso alla radio, e il fatto è già di per sé straordinario, nel 1954 si faceva filosofia alla radio, seppure tedesca. Con arguzia e nitore. Con un’illazione insidiosa: “È strano che la tesi del potere cattivo abbia cominciato a diffondersi a partire dal XIX secolo”. Con la morte di Dio: “Il detto «Dio è morto» e l’altro «Il potere è in sé cattivo» nascono nel medesimo tempo e dalla medesima situazione. E in fondo significano la stessa cosa”.
La prima conversazione era stata tradotta dal Melangolo e dalla rivista “Behemot”, la seconda, su “terra e mare”, da Angelo Bolaffi nella raccolta omonima del 1986. Qui si aggiunge il “Prologo” dello stesso Schmitt all’edizione spagnola: il proposito è di riportare “l’attenzione da un ingannevole mondo à la Potemkin alla realtà dell’uomo e della sua terra”. Giovanni Gurisatti spiega nella postfazione e nelle note gli aspetti personali delle due trasmissioni, sull’infatuazione nazista del “giurista cattolico”, che aggiungono pregnanza ai brevi testi.
Carl Schmitt, Dialogo sul potere, Adelphi, pp. 124 € 7

Letture - 96

letterautore

Campanella – Barocco lo dice dice Carl Schmitt, “Il Leviatano”, p. 57. Confuso? Ma era e resta incisivo, nella fisica e nella metafisica – e nell’arte di cautelarsi. 

Candido – Ci sono 18 differenti edizioni, se non traduzioni, del racconto di Voltaire in libreria. Comprese le cinque maggiori collane di tascabili. Qualcuna con edizione multipla, commentata e no, e “per ragazzi”. È una ricerca di candore? È un lavacro, anche se ora più stizzoso che “candido”? È l’epoca che si sollazza di se stessa? È l’eroismo dei codardi? Altri “Candido” oggi si scrivono, in gran numero. A opera, prevalentemente, degli antipolitici, quelli della scorciatoia.

Conan Doyle – Fu medico e poi scrittore, molto è stato scritto sulla pratica diagnostica sulla formazione sherlockholmesiana. Corrado Tumiati, psichiatra e poi scrittore, posteriore di Doyle di una generazione, ne dà autonomamente testimonianza: “Alla medicina debbo molto. Le debbo lo spirito d’osservazione spregiudicato, il non fidarmi delle prime impressioni, il rispetto della verità e il riconoscimento dell’importanza del male, sia fisico che mentale, nella vita degli uomini” (cit. In “Zaino di Sanità”, Gaspari editore, p. 31).

Diario - “A giudicare dai libri di guerra”, notò a fine ‘41 l’antropologo Tom Harrisson sulla rivista “Horizon”, “la Gran Bretagna combatte per proteggere il mondo da Auden e Picasso, dagli ebrei e da ogni forma di collettivismo”. Harrisson sapeva, avendo creato nel 1937 Mass Observation, memoria collettiva di lettere, diari, testimonianze vocali. Mass Observation aveva inizialmente finalità di controinformazione (“che cosa veramente pensa il popolo”) e fu soppiantata nel dopoguerra dai nuovi centri di ricerca demoscopica, a uso commerciale o politico. È rinata trent’anni fa, all’università del Sussex, più propriamente come memoria collettiva. Antesignana della raccolta organizzata da Saverio Tutino a Pieve Santo Stefano. La raccolta di memorie e testimonianze è parte della microstoria, una metodologia di ricerca storiografica che ebbe una certa voga negli anni 1970. E in essa della testimonianza a preferenza del documento. Ma esemplifica soprattutto una partecipazione retrattile, se non chiusa in se stessi, alla vita comune – alla società, alla storia. Degli umili e indifesi ma non slo, anche protagonisti, veri o sedicenti, vi ricorrono. Per un rinnovato “disprezzo del mondo” medievale. Per essere respinti dal conformismo, dalla censura.

Intellettuale - Si dice che la Rivoluzione l’hanno fatta in Francia gli illuministi, mentre si sa che la fecero l’inflazione, la carestia, e il re imbelle. O che la rivoluzione d’Ottobre è di Lenin, che fino a pochi mesi prima era socialdemocratico, mentre l’hanno fatta i marinai teste calde, Trockij, e lo zar imbelle: un colpo di mano, di cui la città si accorse dopo qualche giorno, contro un Palazzo d’Inverno difeso da poche donne. Ora va di moda insolentire gli intellettuali, che in proprio sciamano a darsi identità e manuali. “Letterati della politica”, Max Weber li bolla sprezzante. L’intellettuale è solo. Nel Manoscritto trovato a Saragozza, libro pieno di donne ardite, si dava centocinquant’anni fa la scansione temporale dell’OPERA dell’uomo, perfetta, compiuta, in ore lavorate, giorni, settimane, mesi, anni e abitudini. A conclusione dell’OPERA c’era l’isolamento. L’insoddisfazione di tutto, e di sé. Ai tempi del Cid Corneille non era che “un buon uomo”, nota Stendhal, per l’aiutante di campo di Luigi XIV Philippe de Courcillon, marchese di Dangeau, che era invece membro dell’Accademia, autore di un Journal e di Mémoires che il duca di Saint-Simon prenderà con larghezza in prestito. La verità può essere modesta. O è che non inventa più nulla, l’intellettuale è decaduto. E non da anni o da decenni, ma da subito. “Non ci lasciano spostare un sasso”, lo constatava già Machiavelli. L’intellettuale-massa è solo. Non è adatto a governare, dice Gertrude Stein nell’intervista a “The New York Times Magazine” del 6 maggio 1934 per un motivo preciso: “Gli intellettuali hanno un’obliquità mentale. Con questo intendo che sono deviati, dalle loro intelligenze, dalle idee, dalle teorie, rispetto agli istinti che dovrebbero guidare il governo praticamente. I migliori governanti sono quelli che rispondono all’istinto, e nelle democrazie questo è più necessario che ovunque altrove”. 

Stein – Un altro “indubbio scrittore progressista” va aggiunto alla lista degli scrittori fascisti del Novecento, dopo Pound, Céline, Hamsun, Yeats e un po’ Eliot: Gertrude Stein. Si sapeva dell’inno a Hitler, ma era del 1934 e veniva etichettato come un errore. Ora uno studio esce negli Usa approfondito, Barbara Will, “Unlinkely Collaboration: Gertude Stein, Bernard Fäy and the Vichy dilemma”, di cui dà conto per esteso la “New York Review of Books”, che ne fa una collaborazionista, quasi.
Sua la rivitalizzazione della lingua letteraria, che ne fa la Grande Madre del secolo e americano, ben più attiva di Joyce, e anche di quello inglese. In aggiunta al suo gusto sicuro di collezionista intenditrice d’arte, che allevò e protesse Picasso, come si vede anche nel film di Woody Allen, “Midnight in Paris”. Segni di radicata apertura mentale, non di pregiudizi, non reazionari. Ma da una parte “arrivò a vedere la Cristianità come la salvezza della Francia”, annota Barbara Will, e questo imputa a un vecchio vizio, “il classico odio-di-sé ebraico”. Già da giovane, nota Will sulla testimonianza di Alice Toklas, Gertrude aveva sviluppo un “entusiasmo folle” per Otto Weininger. “L’unico ebreo decente” per Dietrich Eckart, nota Will. Che di Eckart fa “il mentore di Hitler”, e di Weininger, filosofo apprezzato da Wittgenstein, anticonformista, convertito al protestantesimo e infine suicida, a 23 anni, un antisemita sessuofobo.
Di più, Stein fu decisamente hitleriana. Non prematura né incostante, dice Will, poiché fu amica stretta fino all’ultimo di Bernard Fäy, noto antisemita e agente nazista. E fu protetta dai funzionari di Vichy durante l’Occupazione. Non pentita dopo.
Nell’intervista col “New York Times Magazine” del 6 maggio 1934, G. Stein esordisce con un “Hitler dovrebbe avere il Nobel per la pace”. Poi spiega: “Perché sta rimuovendo tutti gli elementi di contrasto e opposizione dalla Germania. Cacciando gli Ebrei e gli elementi democratici e della Sinistra, elimina tutto ciò che porta all’attivismo. Questo significa pace”. Miss Stein, nota ripetutamente l’intervistatore, non è una che parla a vanvera, che dica la prima cosa che le viene in mente col primo cha capita.
Non correlandolo a Hitler ma con insistenza diceva poi: “L’elemento sassone è sempre destinato a essere dominato. I tedeschi non hanno nessuna capacità di organizzazione. Possono solo obbedire. E l’obbedienza non è organizzazione. L’organizzazione viene da una comunione di volontà o da una comunità d’azione”. Senza essere razzista: “Non approvo le leggi che restringono oggi l’immigrazione in America. Lo stimolo di nuovo sangue ci è necessario”.
 
letterautore@antiit.eu

mercoledì 23 maggio 2012

Federatore cercasi in Europa

Ogni unione presuppone un unificatore, una forza di propulsione. È stato il caso dell’Italia, o della Germania. È sempre stato così nella storia, ed è il paradosso dell’Europa oggi: che il federatore recalcitra.
Jacques Le Goff prende a esempio l’Italia (in un’intervista con Dino Messina sul “Corriere della sera” di oggi) di come potrebbe essere l’Europa: unita dalla cultura. Che è “il suo punto di forza” nell’era globale, argomenta. In nessun’altra area del mondo “è così forte il legame culturale tra le nazioni”, dice: “ Solo in Europa le diversità nazionali si sono affermate, anche a costo di guerre durate sino alla metà del XX secolo, in un processo di unità culturale”.
Le guerre come fattore di unificazione, che Le Goff prospetta, sembrano un paradosso al quadrato. Ma rinviano alla forza unificante. Il caso italiano come esempio di unità nella diversità che lo storico presceglie su altre esperienze è anch’esso calzante. L’Italia è stata l’unica vera rivoluzione, senza residui, in Europa, questo sito ha argomentato (http://www.antiit.com/2011/03/litalia-unita-consolazione-delleuropa.html). Ma sempre col federatore esterno. Che oggi invece, in Europa, recalcitra – la Germania. Il problema dell’Europa è questo: che non si può fare l’unità se chi ne è il leader deputato non vuole.

Il mondo com'è - 95

astolfo

Destra-sinistra – L’ultima entrata è Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale francese, gemellato in Italia con La Destra di Storace. “Il Fronte Nazionale ha una vocazione di sinistra”, titola “Le Nouvel Observateur”, settimanale di sinistra. Soprattutto sulle questioni della “identità” nazionale. Dopo che Marine Le Pen ha raccolto alle elezioni presidenziali il voto operaio e piccolo borghese, delle periferie e dei centri di campagna in abbandono. Giovanili in gran parte e attivi.

Dipendenza – L’addiction sarà il marchio di questa epoca di liberazione. Una ricerca sulla dipendenza dell’Inserm, l’Istituto nazionale francese della sanità e della ricerca medica, ha prodotto questi dati, secondo criteri conservativi (su una popolazione analoga a quella italiana, 61 milioni di residenti):
Alcol. Due milioni di dipendenti, 35 mila decessi l’anno.
Droghe. Almeno 230 mila consumatori abituali. Trecento decessi annui per overdose.
Internet e smarthphone. Un 6 per cento si classifica ciberdipendente. Il 22 per cento è “nomofobo” – non può staccare per più di una giornata.
Scommesse. Seicentomila “giocatori eccessivi” ( più di 1.500 euro l’anno puntati su lotto, scommesse, gratta e vinci). Duecentomila giocatori compulsivi online.
Tranquillanti. Poco più di 130 milioni di confezioni consumate nel 2010. Il 35 per cento dei consumatori ne sono dipendenti.
Fumo. Fuma il 30 per cento della popolazione tra i 18 e i 75 anni. Con 73 mila morti l’anno.
Sesso. La dipendenza è stimata fra il 3 e il 6 per cento. Per l’86 per cento uomini.

Razzismo – Se ne fa colpa a Gobineau che invece, alla sommatoria, era contro. Prima si diceva che le donne nobili a Venezia fossero una razza a parte. Lo disse il Baffo, che ne apprezzava scurrile le grazie, e Kant la bevve, la registra nella “Antropologia”. E che le duegne di Tahiti fossero più grandi degli uomini. Questa sarebbe piaciuta al cavaliere di Brantôme, aedo delle donne abbondanti. Ma fra Nord e Sud, anche fra Est e Ovest, la cultura a lungo è stata fa-miliare, una partenogenesi da contatto e contiguità. Gli Eraclidi finivano in convento, nella storie di Taide la cortigiana, là dove Alessandro Magno aveva dormito – favolelli medievali, ma di un genere che non scandalizzava. Né il nero faceva paura né il semita.
L’umanità su basi zoologiche, come “l’Osservatore Romano” la bollò nei coraggiosi anni Trenta, fu tema del Settecento, che volle farne una scienza: i neri non lavorano, sposereste una nera, i neri puzzano, i neri non hanno anima (Montesquieu, “Lo spirito delle leggi”: “Non si può pensare che Dio, che è un essere molto saggio, abbia messo un’anima, soprattutto un’anima buona, in un essere tutto nero”), per non dire degli ebrei, impossibile rifare Voltaire, tutte queste domande le mise a punto il secolo dei Lumi, compreso Kant, malgrado la nota prudenza - Kant non sognava, e non sudava, ci stava bene attento, così pure a sputare e, pare, a eiaculare, per non sprecare energie.
La scienza veniva fornita dall’università Georgia Augusta, nel 1734 fondata da Giorgio II, Elettore di Hannover e Re d’Inghilterra, per fare la classifica delle razze. Primi i sassoni, i popoli del re. Contro di essa si batterà a vuoto il conte Gobineau, “geologo morale” di una “geografia umana profondamente varia”. Anticipatore del darwinismo, che è misgenetista e non esclusivo, selettivo ma non gerarchico - è descrittivo. Prendendo infine atto che “l’etnologia ha bisogno di sfogarsi prima di divenire seria”. Il conte, democratico e anzi progressista, ambiva alla storia del particolare, “in quei giorni d’infantile passione per l’uguaglianza” - mai appassionata abbastanza e purtroppo sempre infantile, anche presso i detrattori.

Guerra giusta – La Libia è venuta dopo la Serbia, e sullo sfondo ci sono quasi dieci anni di Afghanistan. Due paesi confinanti (allora la Serbia era unita al Montenegro), con i quali l’Italia non aveva nessun contrasto, e anzi relazioni specialmente amichevoli, e ai quali ha fatto guerra. E uno remoto, conosciuto più che altro nei racconti di Kipling. Tre guerre che si vogliono giuste, per liberare i due paesi confinanti dai loro governanti, e l’Afghanistan dalla sua religione. Ma pur sempre guerre, questo termine non è stato camuffato nella generale mimetizzazione. D’Alema, che inventò nel 1999 la famosa furbata della “difesa attiva”, per sottrarre il Kossovo alla Serbia e darlo a un mafioso, non obietterebbe. E della guerra più disonorevole, i bombardamenti aerei. Necessariamente contro la popolazione – che le bombe siano “intelligenti”, cioè tralascino i civili, ormai l’hanno tolto dalla propaganda.

Entrambe le guerre guerreggiate, in Libia e Serbia, hanno a promotori e patrocinatori due personalità eminenti del Pci. Quella alla Serbia Massimo D’Alema, quella alla Libia Giorgio Napolitano. E in entrambi i casi il Nemico era un personaggio che il Pci aveva specialmente apprezzato e sostenuto, Milosevic e Gheddafi.

C.Schmitt l’aveva già detto nel “Leviatano”, p. 84 – sapeva dell’ipocrisia in agguato? “La guerra di stati non è né giusta né ingiusta. È un affare di Stato, e in quanto tale non le occorre essere giusta”. La “buona causa” è “un concetto discriminatorio di guerra (che) trasforma la guerra di Stati in una guerra civile internazionale”. Cioè una guerra di tutti contri tutti. Una guerra “totale”.
“Si è detto”, aggiunge Schmitt, p. 87, “che possono ben esistere guerre giuste, ma non eserciti giusti”. Non senza ragione sembra implicare il filosofo del diritto: “Quando in chiusura del «Principe» Machiavelli afferma essere giusta la guerra, se è necessaria per l’Italia, e umane («pietose») le armi, se in esse riposa l’ultima speranza, tutto ciò suona ancora umanissimo a paragone della completa oggettività delle grandi macchine il cui perfezionamento si è realizzato in modo esclusivamente tecnico”. Macchine belliche statuali.

Stato – “Ogni Stato è una dittatura”. Gramsci lo dice (“Capo”, in “Ordine Nuovo” dell’1 marzo 1924) in lode di Lenin ma è vero: non si disobbedisce allo Stato – la Bestia, leviatano o behemot che sia. Che però, se ha una componente stabile, istituzionale, ne ha anche una variabile, politica. Che lo modula e l’attenua – lo flessibilizza. Nei regimi costituzionali in senso democratico.
Non è azzardato vedere nell’assolutezza dell’enunciato di Gramsci la radice della debolezza del governo politico in Italia nella storia della Repubblica. Una delle radici, un’altra, più insidiosa, è la diffidenza confessionale verso l’autonomia del politico. La diffidenza, l’esproprio, l’uso privato della funzione di governo. Che finisce per operare come una reazione inversa, o una nemesi: contro lo Stato l’anarchismo diventa compiaciuta (privilegiata) forma di resistenza, ma con l’effetto di “liberare” lo Stato molosso, assolutista, libero ora dal condizionamento della politica. Contro cui i custodi del patto, la giustizia, l’opinione, si battono senza esito – ammesso che si battano e non facciamo ammuìna, da spalla del mattatore.

“Lo Stato è la società civile”, dice il giudice Falcone nella famosa trasmissione tv del 26 settembre 1991 in memoria di Libero Grassi, a “reti unificate”, tra il Maurizio Costanzo Show di Mediaset e “Samarcanda” (Michele Santoro) della Rai. Pochi mesi prima della strage. Falcone lo dice civilmente, all’avvocato Alfredo Galasso, esponente della Rete di Leoluca Orlando, che lo insulta: “Lo Stato è della società civile nella Costituzione”.
È un dialogo che Santoro ha tagliato riproponendo lo show in “Servizio Pubblico” due mesi fa. Privilegiando invece l’attacco dell’allora giovane Dc, futuro presidente della Sicilia, Totò Cuffaro. Ora condannato per mafia ma allora credibile - creduto - accusatore, invitato come tale.

astolfo@antiit.eu

Il racconto unico degli eroi decimati del ’15-‘18

“Il silenzio dei sardi è, sulle prime, un po’ indisponente”. Marcia allegro lo scrittore-psichiatra, medico di guerra fra le trincee del Carso. Il repertorio è sempre deamicisiano, “L’attendente sardo”, “Il caporale poeta”, muratore calabrese, “Il disertore”, ma lo spirito è diverso, niente inviti alle lacrime. E niente indulgenze. Con la guerra e coi suoi capi. Senza tacere anzi le vergogne, unico testimone nell’enorme letteratura sulla grande guerra della decimazione della Brigata Catanzaro, ordinata da Cadorna e eseguita dai carabinieri. Il gusto dell’inedito si rafforza all’occasionale lettura tra le annuali rituali celebrazioni della battaglia del Piave, “il 24 maggio”.
Le decimazioni che tanto orrore ancora suscitano nell’occupazione tedesca dell’Italia, furono sperimentate nel 1917 dai carabinieri. Contro la Brigata Catanzaro che sul Carso s’era rivoltata dopo dieci campagne di fila in prima linea: presero una trentina di fanti a caso e li fucilarono. Fu, è, un fatto topico della Grande Guerra, del quale però non si parla. Ne accenna commosso D’Annunzio nei “Taccuini”, giusto lui contro il quale, nell’adiacente suo “campo di aviazione”, i rivoltosi avevano tentato di dirigersi, e basta. Questo libro è un’eccezione: la testimonianza di Tumiati fa aggio sulla sua pur altissima capacità fabulatoria.
“Solo da poco”, dice l’editore, la vicenda è stata ricostruita. Nel 2007, da due giovani storici locali, Irene Guerrini e Marco Pluviano. In realtà, la sintesi che lo stesso editore fa della ricerca in premessa al volume chiarisce poco. Sui motivi della rivolta, e sul suo svolgimento. Solo l’esito è chiaro, non potendosi sottacere la relazione di Cadorna: “La rivolta è stata sanguinosamente repressa con la fucilazione di 28 militari e con la denunzia di altri 123 al Tribunale di guerra”. La Brigata Catanzaro, benché fosse ovunque nel Carso, è praticamente cancellata dalle storie militari.
Un altro saggio su questo fatto per la verità c’è, seppure anch’esso locale e eccezionale: su “Calabria Sconosciuta” n. 131 di fine 2011. Dove si spiegano anche i fatti. La Brigata Catanzaro aveva protestato a fine maggio 1917, dopo la decima grande offensiva. Era una protesta vocale e la cosa venne taciuta dai comandanti. La notte del 15 luglio, all’ordine di partenza in prima linea per l’ennesima campagna dell’Isonzo, i due reggimenti della Brigata, il 141mo e il 142mo, si ribellarono, con urla e tiri di mitragliatrice. Tre militari morirono, tra essi un ufficiale e un sottufficiale, e una ventina furono feriti. Dopo circa sei ora la rivolta si spense, verso le quattro del mattino. Si preparava l’XIma battaglia carsica dell’Isonzo, detta di Bainsizza (la XIIma sarà detta di Caporetto). La Brigata aveva ininterrottamente, per due anni, partecipato alle dieci precedenti. A Castelnuovo, Bosco Cappuccio, Oslavia, sul monte Mosciagh, durissimo, sul Cengio, sul San Michele, a Nad Logen, a Nova Vas, sul Nad Bregom e a Hudi Log. Non per punizione, anzi con grandi elogi e medaglie al merito. Ogni campagna implicava tre-quattro settimane di prima linea. Dopo Caporetto la Brigata Catanzaro combatté sul Pria Forà, in Val d'Astico e in Val d'Astico e in Val Posina. Sempre con impegno, e anche con successo: un mese dopo la rivolta la Brigata Catanzaro veniva nuovamente elogiata.
Nella terza battaglia, dal 18 settembre al 4 novembre 1915, la Brigata aveva perduto più della metà degli effettivi, 4.348 uomini (feriti 2.579, gli altri morti). Nel 1916 aveva subito perdite in varie battaglie, e in due era stata di nuovo annientata. In quella per Gorizia, nella seconda parte dell’attacco, nel mese d’agosto, aveva perso 3.496 uomini (2.484 feriti). Nelle tre battaglie successive era restata in linea dal 16 settembre al 7 novembre, perdendo i due terzi degli effettivi: 3.434 uomini (2.749 feriti). Secondo una remota pubblicazione dell’Ussme, l’Ufficio storico della stato maggiore dell’esercito, “Brigate di fanteria” (1928), vol. 6, p. 63, la Brigata Catanzaro ebbe nei primi due anni e mezzo della guerra (le perdite del 1918 sono dette irrisorie), 162 ufficiali morti e 281 feriti gravemente, 4.540 soldati morti, 12.500 feriti. Ma questo è il rovescio della medaglia, dei cafoni immolati.
Tumiati, che si trovò nel pieno della sedizione e della decimazione, ne fa nel racconto “Errori” una rappresentazione amareggiata. I fucilandi vengono scelti a caso, senza colpe specifiche. A lui, che ardisce difendere i portaferiti, avendoli visti al lavoro tutta la notte, viene opposto uno scaricabarile. Fino al generale, che lo tratta da intruso: “La notizia disturba, evidentemente, i giudici si guardano l’un l’altro seccati”. Il “giudizio” è veloce. Questo lo ha già scritto Hemingway in “Addio alle armi” , il romanzo della guerra, anche lui in difesa dei portaferiti. Lo ha scritto anche in dettaglio, ma senza averlo vissuto. Tumiati è testimone oculare: del “giudizio” sommario si conferma subito mentre si allontana, sentendo urlare dall’interno della baracca: “I trenta condannati avevano compreso d’un tratto la loro sorte e, dopo un attimo di stupore incredulo, avevano gridato. Che altro potevano fare?”. Forse per la fretta non ci sono agli atti i nomi di chi ha preso le decisioni e su quali criteri: “In un’ora il campo fu levato”, continua il racconto, “e i battaglioni, incolonnati, musica in testa, ritornavano in linea. Tararilla, tararà. Tararilla, tararà”. Il racconto angosciato degli eventi Tumiati fa precedere da uno ilare su un caporale calabrese in forza alla Brigata, giovane muratore biondo con “l’estro vivo del cantastorie”, che scriveva e gli portava da leggere per svagarsi poemi che ancora lo commuovono. Esca alla testimonianza: “La Brigata Catanzaro fu certamente una delle più gloriose e delle più provate nella grande guerra. Il suo proverbiale eroismo la condannò a due anni ininterrotti di guerra carsica. Stremata, mutilata, consunta, risorgeva dal sangue e dalla morte con energie nuove”.
Si leggono questi brevi racconti di morte, stupidità, insolenza, umana simpatia, con sorpresa. Per essere più o meno inediti forse, proibiti dal fascismo nel 1935, pubblicati semiclandestini nel 1947, in appendice ad altro più famoso titolo, “Tetti rossi” (ora li riprendono i figli dello scrittore, Lucia e Andrea Tumiati). Per la remotezza del loro mondo, gli eventi, le esperienze. Per l’attraente impaginazione di questa edizione. Con tante foto d’epoca a mezza pagina, una presentazione dei fatti storici a opera dello stesso editore Gaspari, un itinerario storico dei luoghi e uno escursionistico, i due saggi biografici di Arnaldo Cherubini e Carlo Cordiè del vecchio volume di ricordi redatto dai figli nel 1985 per il centenario della nascita, “Corrado Tumiati, medico e scrittore”, e un’invogliante bibliografia di Tumiati. Ma più per essere sopravvissuti, incongrui, al rifiuto.
La lettura è doppiamente confortante per essere proposta da Udine, dove l’italiano non veneto e non settentrionale si trova da troppo tempo ormai fuori posto. Che stiamo qui a celebrare il Carso, che è una giogaia di ortiche, se non è anche ostile (straniera), e ha ingoiato milioni di giovani inocenti, dopo averli dilaniati in mesi e anni di trincea, è oggi portato a chiedersi stupito il visitatore, sorpreso dall’indifferenza – quando c’è benevolenza. Una reazione non balorda, se non la sola possibile. Per “liberare” mezza Slovenia, e una Trieste che stava meglio come stava e non se ne dà pace. Come conquistare o difendere la luna, che sconfigge ogni retorica del bello.
Corrado Tumiati, Zaino di sanità, Gaspari, pp. 173 ill. € 18

martedì 22 maggio 2012

Il nuovo Pdl con Casini

Dove va Casini col maggioritario secco alla francese (su due turni, senza apparentamenti), e col rifiuto del Grande Centro? Verso la Grande Destra. Che pensa, gli viene proposto, di dirigere lui dopo Berlusconi. È l’ipotesi che Alfano gli ha fatto balenare. E sulla quale naturalmente Berlusconi si riserva il nulla osta. Ma che Casini giustamente ritiene sia stata avanzata da Alfano su richiesta di Berlusconi.
Bocche cucite per il momento, ma l’idea è questa. La prudenza è imposta dalla composizione variegata del Pdl, tra gli ex socialisti e gli ex missini, che hanno difficoltà a digerire Casini. Ma la coalizione s’imporrebbe andando al voto con questa legge. Dando per scontato il rifiuto - e comunque il riflusso - della Lega. E se si arriva a una legge elettorale senza apparentamenti sarebbe preceduta da una qualche forma di unificazione tra Pdl e Udc, di voto se non organizzativa.

Bersani non ha vinto, Berlusconi non ha perso

Alla fine ognuno ha riportato a casa i suoi. A parte gli astenuti. E quelli di Grillo. Nella stessa proporzione di prima, se si contano i voti e non i sindaci.
Bersani ha messo in carniere 14 città. Per metà strappate al centro-destra. Ma dopo la festa d’immagine i conti sono più sobri: 1) In questa ampia rete solo due sono le vittorie, a Rieti e Lucca, significative per i candidati vincenti ma di poco peso elettorale. A Rieti peraltro ha vinto un vendoliano. Le altre sono situazioni particolari: ad Alessandria, Asti, Como e Monza ha pesato il momento della Lega (a Chiavari ha vinto il Pdl contro la Lega), all’Aquila il sindaco del terremoto Cialente ha tenuto grazie al voto Udc. 2) È illusorio valutare la percentuale dei voti Pd su quelli espressi, le astensioni, fino al 74 per cento, sono di voti non Pd. 3) A Genova e Brindisi il Pd ha perso voti, anche se ha determinato la vittoria del sindaco. A Genova ha un sindaco ostico se non ostile. Mentre ne ha uno dichiaratamente ostile nell’altra grande città, Palermo. Di più: col manovriero Orlando di nuovo in pista il Pd rischia di scomparire di nuovo dalla Sicilia.
Berlusconi conta danni limitati. Avendo dovuto correre da solo, dopo l’estromissione dal governo, scontava più della perdita di Palermo, Parma e Lucca per la cattiva amministrazione dei suoi sindaci, e delle città lombarde senza la Lega. Invece ha tenuto nelle altre città – compresa Agrigento. Con due piccoli ribaltoni a Cuneo e Frosinone. Berlusconi ritiene anzi Bersani indebolito dal consenso per i vendoliani - Doria a Genova, Petrangeli a Rieti, e Consales a Brindisi dopo Pisapia, oltre ai casi di Rapallo e altri minori: questo dovrebbe facilitargli la mobilitazione del voto alle politiche.

Ecco le coordinate del terremoto

Discrete doglianze del “Corriere della sera” per il blog a seguire dopo "Ombre". Che però non è inventato, né sbocco di malumore. Per i dieci lettori, sparsi, del sito valgano questi riferimenti:
http://www.corriere.it/editoriali/12_maggio_21/stella-fatalita-prevedibili_b53b52dc-a304-11e1-a356-c1214eb8d3f7.shtml
http://archiviostorico.corriere.it/2012/maggio/21/Nord_trema_100_volte_giorno_co_9_120521019.shtml
http://archiviostorico.corriere.it/2012/maggio/21/Vittoria_era_sotto_mattoni_mano_co_9_120521005.shtml
http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_21/morte-turnisti-pasqualetto_45aeaf60-a307-11e1-a356-c1214eb8d3f7.shtml

lunedì 21 maggio 2012

Ombre - 131

Marta Herling, storica, contesta a Saviano un’imprecisione storica. Saviano si querela. È la nuova filologia. Ma antimafiosa o mafiosa?

A una giornalista del “Corriere della sera” è arrivato l’“accertamento” del fisco. Panico. Ne scrive indignata, avendo scoperto nell’occasione che lo Stato vuole tanti “documenda”. E sfotte la funzionaria che cerca di calmarla: “Tranquilla, sono solo controlli a campione”.
Ne scrive prolissa ma non si chiede come mai lo Stato voglia solo “documenda” che non gli bastano mai. Impiegandoci giornate di funzionari che lei paga. Invece di assemblare gli iperconsumi (barche, palazzi, supercar, suv, superbike, gioielli) di tanti nullatenenti. Il giornalista si vuole suscettibile.

Un grande gruppo cinese decide di fare la vacanza di lavoro per i suoi dirigenti e quadri a Milano. Sono tanti, 2.800, riempiono sette alberghi. Dario Di Vico si congratula, e si chiede sul “Corriere della sera” se sarebbe andato tutto liscio con la Lega, se la Lega non avesse avuto i problemi che ha. Avremmo avuto la guerra della Lega contro la Cina? Questa Milano è proprio temibile.

Quattro ladri-ricettatori inseguiti dalla polizia uccidono a un incrocio il guidatore di un’altra auto che aveva la precedenza. Il guidatore è perseguito e condannato per omicidio colposo, i due di dietro per omicidio volontario, il quarto uomo davanti non è perseguito. Leggere per credere:
http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_19/stesso-incidente-sentenze-opposte-i-passeggeri-puniti-piu-del-pirata-luigi-ferrarella_3d8edd94-a174-11e1-8681-fb83092733eb.shtml

Il caso avviene a Milano. La differenza di trattamento è dovuto a due diverse giustizie: quella della Procura ordinaria e quella della Procura minorile – i due di dietro erano minori. La giustizia minorile è più severe di quella ordinaria, dunque, a Milano. Se non sono politici, Milano non si scomoda?

“Se la Germania è una democrazia lo deve anche alla nostra resistenza”, dice Glezos, il novantenne capo della Resistenza greca a Vittorio Zincone su “Sette”. Non è sbagliato, Ma soprattutto è più elegante della minaccia dei governanti tedeschi: “Finirete come la Grecia”.
È anche vero che la Germania non ha pagato nessun danno di guerra alla Grecia. Solo alla Grecia tra i tanti paesi occupati.

Il Tar del Lazio che annulla il divieto di vendere alcolici in cassetta dopo le 23 è più politico o cialtrone? Lo fa contro il sindaco Alemanno, cui si deve l’ordinanza, un berlusconiano. E quindi dovremmo dire il Tar del Lazio un avamposto della Resistenza. Ma stabilisce che “non c’è emergenza alcol”. E lascia il divieto dalle 24. Poi dice che lo sciopero fiscale non è giustificato.

Il pentito del calcio Carobbio accusa Conte, l’allenatore della Juventus, a cadenza, ogni volta che Conte deve affrontare un match importante. Un mese fa contro il Milan, questa settimana contro il Napoli. C’è un risultato cui Conte deve contribuire? E i giudici, che allenano ora Carobbio, sono anch’essi della combinazione?

“La Lettura”, il supplemento domenicale del “Corriere della sera” diretto da Antonio Troiano, classifica i saggi recensiti con tre criteri: stile, rigore e copertina, ognuno dei quali con cinque caselle. C’è chi quattro caselle per la copertina, in cui per i saggi c’è solo il titolo, e due per il rigore.

Il terremoto del “Corriere della sera”

In prima pagina gli italiani non “prevengono” i terremoti perché sono superstiziosi. In seconda “il Nord trema cento volte in un giorno”, trema “tutto il Nord Italia (da Milano a Bolzano)”. E i pompieri sono eroi – questo è lo schema 11 Settembre. Ce n’è uno “a terra, sporco di sangue, come morto”, i colleghi impietriti, che ha battuto il naso. Mentre Angela non è stata salvata via New York, da “un Pedrazzi, Pedrazzini” allertato per caso dalla madre digitando furiosamente i numeri di emergenza senza averne risposta. No: è stato un parente che a New York, saputo via internet del terremoto, ha chiamato la madre della bambina, e saputo dell’emergenza, ha chiamato i vigili del fuoco, che “prontamente accorsi”, eccetera. Tre fabbriche si sono accartocciate, uccidendo quattro operai, e la domanda è: “Come mai sotto i capannoni alle quattro del mattino”? Non manca la profezia Maya, allegramente evocata, purtroppo, da Carioti.
Le fabbriche che crollano, l’ospedale che crolla, il municipio, nell’Emilia al di sopra di ogni sospetto, fra le tante costruzioni del Due e Trecento? Quella è roba da L’Aquila in giù. Uno ha l’impressione di avere per le mani uno scemenzario e invece è il “Corriere della sera”. L’unico problema del giornale è che all’Aquila ci furono 308 morti e qui 7: dobbiamo prenderlo per un titolo di merito, o sennò come equiparare i cataclismi?
Si può pensare a un caso di cattivo giornalismo, non isolato. Ma il “Corriere della sera” è il giornale che ha più giornalisti, più selezionati, e più articolata e collaudata struttura redazionale. Si può pensare a un riflesso condizionato leghista. Ma il direttore de Bortoli è persona equilibrata. È Milano: supponenza e indigenza.

domenica 20 maggio 2012

Problemi di base - 101

spock

Abbiamo vissuto il 99 per cento del tempo della storia umana in tribù, sarà qui il successo di Facebook?

Se ognuno ha bisogno degli altri, perché gli altri non hanno bisogno di noi?

C’era il verum factum di Vico, c’è il verum fictum, la fiction: la verità dunque si fa, oppure s’inventa.

Nelle tribù della Mead, Mundugunor, Iatmul, Ciambuli, l’uomo è ornamentale: dipinge, scolpisce, recita, fa festa. Perché nella “Bibbia” deve lavorare?

Se ogni cosa ha un genere, non bisogna cominciare a fare distinzione anche nella “Bibbia”?

Se nel paradiso terrestre si sbadigliava, perché ci manca?

Dio già non c’era qualche secolo fa, perché continua a perseguitarci?

spock@antiit.eu

Il debito è solo europeo, cioè “tedesco”

L’indebitamento russo è l’8 per cento del pil, quello giapponese il 230 per cento, ma non c’è dubbio quale delle due economie sia la più forte e prospera. E di gran lunga: di fronte all’alternativa nessun investitore preferirebbe la Russia al Giappone.
Il debito è un concetto più che un fatto. È l’insostenibilità del debito stesso. È ovvio che se tutto il debito giapponese dovesse essere rimborsato alla scadenza il Giappone non esisterebbe più. Ma allora anche la Germania, che il debito contiene all’80 per cento del pil. L’economia si regge sulla fiducia. Con ancoraggi solidi, ma fra essi la fiducia stessa: non c’è ancoraggio, neanche l’oro di cui l’Italia abbonda, che sia solido se manca la fiducia.
E questo è il bene che manca all’Europa, la fiducia. Per un motivo preciso: perché l’uomo della strada tedesco non ci crede. Non crede ai greci – né agli italiani, o agli spagnoli, o ai portoghesi, quelli di tutti quei posti lì che se la spassano nell’eterna vacanza e a lui gliela fanno pagare. Sembra una scemenza, e lo è. Ma è anche il problema sociologico delle piccole borghesie, che non sanno quello che vogliono e spesso sbandano. Che la politica contemporanea, dei partiti, dei parlamenti, è nata per convogliare e portare a buon fine. A meno di cavalcare il populismo, adagiandovisi sopra. È quello che ha fatto e fa la cancelliera democristiana Merkel coi suoi due governi, coi socialdemocratici prima e ora coi liberali. È “il Michel” semplicione di G.Grass e della vecchia tradizione burlesca che fa la politica oggi in Germania.
“Salvare” la Grecia diciotto mesi fa sarebbe stato facile. Dodici mesi fa possibile. Ora è una ricostruzione, dopo la demolizione della stessa Grecia e molti danni inflitti da nove mesi ormai a una mezza dozzina di altri paesi, tra essi l’Italia. Senza nessuna ragione, se non la ricerca del consenso del “Michel”, che non sa cosa vuole. È assurdo, ma non c’è altra spiegazione. Il fiscalismo della Bundesbank è isolato nella cultura economica tedesca. Ma i politici, sia il governo federale sia l’opposizione, non sanno che cavalcare il benpensantismo spicciolo di chi vorrebbe “imparare ai greci a lavorare”.

Lo scippo dell’antimafia

A lato delle “celebrazioni” di Falcone e Borsellino vale rileggere quanto si poteva scrivere dodici anni fa, giorno per giorno:
“Exit Andreotti, si prosegue con Dell’Utri: lo scippo dell’antimafia non ha dunque esaurito le sue – misteriose – ragioni. Ché di scippo si tratta: continua paradigmatica la storia della Repubblica anche dopo l’uscita di scena della vecchia classe dirigente, collusa o corrotta. Anzi si approfondisce, come in una guerra di mafia: i vincenti sono i peggiori. Lasciando prosperare, in tanto frastuono, indisturbata la mafia (gli appalti, la droga, la finanza).
“Tutto l’apparato che era stato messo su faticosamente, da Craxi, dallo stesso Andreotti, per combattere la mafia, leggi speciali, Dia, corpi speciali, cervelli elettronici, banche dati, Superprocura e Procure speciali, è stato dirottato da ormai dieci anni su assurde guerre politiche: di Dc camuffati contro i Dc perdenti, Contrada, Andreotti, Mannino, nell’isola e fuori, e contro gli usurpatori Berlusconi, Dell’Utri, Forza Italia. La Repubblica avrà tolto al Sud la politica, e anche l’antimafia.
“Abbiamo ora centinaia di dossier a carico di Contrada e Berlusconi, centomila pagine su Andreotti, quante ne conta la Treccani, e la mafia circoscritta a Riina, un assassino come tanti. Questa è la verità, anche a voler assolvere le intenzioni. Ma i veri Dc alla Leoluca Orlando, signore delle prepotenze, che nella mafiosissima Palermo prendeva tre voti su quattro, e in alcune sezioni, sovvertendo le leggi della probabilità, anche quattro su quattro, sanno quello che fanno, oggi come ieri. Con la copertura al solito grillesca di Violante, Caselli e i resti del Pci, eterno comprimario. Per la carriera? Per nascondere le loro debolezze? Per debito verso la mafia? Questo lo sostenne Chinnici, e fu assassinato – non vendicato”.