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venerdì 13 marzo 2020

La scommessa perduta di Prometeo

Nell’Ipernéfelo (mondo sopra le nubi) di Giove, il collegio delle Muse bandisce un premio, invitando a partecipare “tutti gli Dei maggiori e minori”, per il “ritrovamento più bello e più fruttuoso”, indifferentemente “dipinto, scolpito, inciso, gittato (colato in una forma)”. I voti vanno a Bacco per l’invenzione del vino, a Minerva per quella dell’olio, e a Vulcano per la pentola di rame. I tre però si defilano, hanno altro di cui occuparsi. E sono per questo ulteriormente apprezzati, dai giudici e dal pubblico. Eccetto che da Prometeo, concorrente deluso, che si era proposto in quanto creatore del genere umano.
Prometeo se ne lamenta con l’amico Momo. Che però, dio dello scherno, lo sfida a provare il suo primato. Prometeo accetta, si fa una scommessa, e i due cominciano a perlustrare il mondo. Partono dal mondo nuovo, e ci trovano i cannibali. Non meglio va nel mondo antico: le donne si bruciano o sono bruciate per onorare gli uomini.  “Avresti tu pensato”, celia Momo con l’amico Prometeo, “quando rubavi con tuo grandissimo pericolo il fuoco dal cielo per comunicarlo agli uomini, che questi se ne prevarrebbero, quali per cuocersi l’un l’altro nelle pignatte, quali per abbruciarsi?”
Non meglio va “dagli inciviliti”, presso i quali Prometeo infine propone di provare la sua pretesa. A Londra, dove scendono, è il caso di un uomo che ha ucciso i figlioletti e si è ucciso. Momo decide comunque di “congratularsi con Prometeo sopra i buoni effetti della civiltà”. Ma Leopardi taglia corto: “Prometeo lo prevenne; e senza curarsi di vedere le due parti del mondo che rimanevano, gli pagò la scommessa”.  
Uno dei brevi apologhi, dialogati, delle “Operette morali”. Partendo da Luciano, “Ermotimo”, e il concorso a premi degli dei inventori.  
Giacomo Leopardi, La scommessa di Prometeo, free online

giovedì 12 marzo 2020

La morte come cura

La dottoressa professoressa Flavia Petrini, romagnola di 65 anni, consiglia di lasciar morire gli anziani per risparmiare energie, posti letto in rianimazione e bombole di ossigeno per i più resistenti al coronavirus.
Sembrerebbe una fake news ma non lo è. Sembrerebbe uno scherzo ma non lo è. La prof.ssa è la presidente della Siaaarti, Società italiana di Anestesia, Anelgesia, Rianimazione, Terapia Intensiva. Dei medici oggi in prima linea contro il virus. E parla con un comunicato ufficiale della Società. Il cui punto principale è la distinzione, “da un punto di vista etico oltre che clinico: quali pazienti sottoporre a trattamenti intensivi quando le risorse non sono sufficienti per tutti”. Il documento, spiega la stessa Siaaarti, “privilegia la «maggiore speranza di vita»: questo comporta di non dover necessariamente seguire un criterio di accesso alle cure intensive del tipo «first come, first served»”.
L’appello suona specialmente sinistro perché gli anestesisti sono i medici della “buona morte”, quella indotta come cura. E riporta a una tradizione che si penserebbe estinta da millenni, quella di uccidere i vecchi.
Non una novità. In Germania da almeno tre decenni non si operano di tumore gli ultrassettantacinquenni, per economizzare. Sulla traccia aperta ormai un secolo fa da due personalità molto liberali – oggi si direbbero di sinistra: Alfred Hoche e Karl Binding, un medico e un giurista, pubblicavano nel 1920 un “Via libera all’annientamento della vita priva di valore vitale”. Un volumetto che è quasi una guida, spirituale e materiale alla “buona morte”.
Ma in Germania la pratica non è dichiarata. La Siaaarti lo fa, richiamando un’antica usanza.
Uccidere i vecchi
Sull’esigenza di liquidare i vecchi c’è una pagina precisa nel romanzo di Astolfo, “La gioia del giorno”:
“Abbie Hoffman e Jerry Rubin propongono di uccidere i padri e cancellare all’anagrafe chi compie trent’anni - l’età è discriminante, ai tavoli negoziali operai-studenti oltre che a mensa all’università. Un governo vogliono di Roboam, dove, dice la Bibbia, i giovani comandano sui vecchi. Un limbus patrum. La vecchia pratica degli svedesi trogloditi, dei nomadi dell’antico Egitto, dei sardi, di uccidere gli anziani a colpi di clava o pietra. “Tra l’antichissima popolazione di Sardegna, i sardi o sardoni, vigeva l’uso di uccidere i vecchi”, spiega Propp, l’analista delle fiabe”, “e mentre uccidevano i vecchi, ridevano sonori”.  Alcune tribù del Brasile uccidevano gli infermi. I massageti e i derbicciani gli ultrasettantenni. I càtari pii di Monforte d’Alba o Asti le endura abbreviavano alla fine, i suicidi dei saggi anziani per digiuno, per evitare loro i patimenti dell’agonia. Gli abitanti dell’isola di Choa, dove l’aria pura dà lunga vita, ci pensavano invece da soli: prima dell’ebetudine o la malattia i vecchi prendevano la papaverina o la cicuta. Analogamente l’eschimese che, prossimo alla fine, inutile alla famiglia, esce dall’iglù e si perde nel pack. Fra i batak di Raffles, esploratore fededegno, che sarebbero i dagroian di Marco Polo, i vecchi erano mangiati: “Un uomo che sia stanco di vivere invita i figli a divorarlo nel momento in cui il sale e i limoni sono a buon mercato”. Limbus patrum, o sinus Abrahae, è nella scolastica il posto sottoterra, non paradiso né inferno, dove chi ben meritò in base al futuro Nuovo Testamento, patriarchi, profeti, restò fino alla vittoria di Cristo su Satana, distinto dal limbus infantum, dei neonati non battezzati. Il consiglio di Roboam è nel libro dei Re”.
Resta il problema di deterrminare l’età giusta – sempre da Astolfo, “La gioia del giorno”:
“Nietzsche afferma che ognuno fa la filosofia caratteristica della sua età, l’età anagrafica. Una filosofia, quindi, della maturità e una di gioventù – e dell’infanzia? Ma l’età può non essere quella anagrafica, del numero degli anni. Il prezioso Cerruti-Rostagno, il vocabolario della scuola media, il primo, calcolava sei età: infanzia fino ai sette anni, fanciullezza fino ai dodici, adolescenza fino ai diciotto, giovinezza fino ai trenta, virilità fino ai cinquanta, e oltre, improvvisamente, vecchiaia. La tendenza va a semplificare, con un’età di mezzo e una terza età, il resto come se fosse fuori del tempo. Una volta si era tassonomici: i venticinque anni erano richiesti per la maggiore età in Italia fino alla prima guerra, eccetto che per fare la guerra: chi si sposava di ventiquattro doveva esibire un paio di tutori. I turkmeni tuttora prolungherebbero l’adolescenza ai venticinque, dopo una infanzia stiracchiata fino ai dodici, e la gioventù ai trentasette. Possono così oziare la metà della vita, e l’altra metà godersela: la maturità è breve, dodici anni, fino ai quarantanove. Dopodiché diventano profetici per dodici anni, fino ai 61, ispirati fino ai 73 e saggi fino agli 85. Passati gli 85 possono morire. Anche i romani antichi avevano sette età, e se la prendevano comoda come i turkmeni, spostando l’età attiva verso i quaranta”.
Eutanasia eugenetica
L’avviso della Siaaarti. minimizzato e anzi occultato in Italia, nelle pur interminabili maratone mediatiche sul virus, è ripreso in grande dai media Usa, dove è forte la teoria (e forse la pratica) della “buona morte”, o “morte misericordiosa”, in greco eutanasia – la morte con una spintarella, medica. Nella tradizione eugenistica, ormai secolare, della purezza della razza. Opera dell’avvocato Madison Grant, che la teorizzò in “The passing of the Great Race” - non di una corsa, automobilistica o podistica, ma della “razza grande”, nordica – nel 1916, e la mise in pratica promuovendo una serie di leggi: per l’immigrazione negli Usa, restrittiva per i latini, gli slavi e gli asiatici neri; contro la misgenation, i matrimoni interraziali; e per la “morte misericordiosa” dei poveri. Con l’amico e socio Theodor Roosevelt,  poi presidente Progressista e Nobel per la pace, col quale fondò nel 1895 la New York Zoological Society, al fine di bloccare l’emigrazione dall’Est e Sud Europa e sterilizzare gli immigrati da quelle zone: italiani, iberici, balcanici.
Il blocco divenne legge, e la sterilizzazione fu libera fino a tutti gli anni Venti, fino a che la Depressione non la rese onerosa. La sterilizzazione dei poveri fu invece coatta e si praticò su larga scala, diecimila casi nella sola California. Il giudice Oliver Wendell Holmes jr., pilastro del liberalismo americano, e per trent’anni della Corte Suprema, fino ai suoi novant’anni, la autorizzò nel 1927, quando di anni ne aveva 86, anche per i “mentalmente disabili”. Bisogna temere i vecchi?
Le leggi americane in tema di immigrazione, razze, procreazione e “buona morte” furono studiate da Hitler, prima di varare le leggi razziali di Norimberga, contro gli ebrei e altre minoranze, e la Aktion T 4, per l’eliminazione indolore dei minorati, fisici e mentali. Molto “Mein Kampf” si rifà esplicitamente a “The passing of the Great Race”. Nell’autunno del 1935, dopo l’emanazione delle leggi di Norimberga, una delegazione tedesca di 45 professori di diritto sbarcò a New York per approfondire le leggi selettive americane, accolta con grandi onori. 

La Germania nemica dell'E uropa

Si scandalizza Fubini sul “Corriere della sera” della sufficienza tedesca, della cancelliera Merkel, per il problema del virus in Italia.  Non ricorda la proibizione tre settimane fa di esportare in Italia materiale sanitario contro il virus. Ma ne evoca la famosa citazione da Goethe con cui la cancelliera nel 2008 mise in quarantena l’Italia: “Se tutti spazzassero di fronte alla propria porta, ogni quartiere della città sarebbe pulito”. 
Merkel, curiosamente molto popolare in Italia mentre non lo è in Germania, dove è nota come quella del “troppo poco troppo tardi”, con  Goethe ha fatto arretrare l’Europa in questi dodici anni post-crisi 2007 di molte posizioni nell’economia e nella ricchezza mondiali, unica grande area economica al limite della stagnazione mentre Cina e Stati Uniti hanno ripreso quasi subito a galoppare. Senza colpa di Goethe, che anzi fuori della Germania si divertiva, non ne era annoiato.
Ma tutto era stato detto da Alberto Savinio, lo scrittore. Che nel suo tono semiserio la Germania dice non “collaborativa”, e anti-europea - alla voce “Germanesimo” della sua “Nuova Enciclopedia”. Ragionando sulla “guerra che da venti secoli gli europei combattono contro il germanesimo”. Che, insiste, “non è se non la fatica ininterrotta che gli europei sono costretti a fare per riaccendere la luce che i tedeschi tentano ogni volta di spegnere”. Evocando la lotta di Indra contro Arimane, Savinio sospetta che “Arimane non muore, solo cambia nome e ora si chiama Attila, ora Alarico, ora Barbarossa, ora Guglielmo II, ora Hitler. Ed è sempre di razza tedesca” – “arianismo”, opina, come “arimanismo”?
“Germanesimo” è la voce più lunga della “Enciclopedia” di Savinio, è anzi doppia - la seconda è in realtà un excursus su Mussolini e i complessi del fascismo. Savinio non era antitedesco, la sua prima emigrazione “in Europa” dalla Grecia è stata in Germania. Della Germania dà però peculiare inquadratura: come di una forza, al centro dell’Europa, antieuropea.
I nemici dell’Europa, sostiene lo scrittore, sono le chiese – teosofia e massoneria incluse,  “qualunque istituzione (che) ha il fine di imporre l’idea di dio”. Ma, aggiunge, “l’europeismo ha in Europa un nemico più forte delle chiese, il germanesimo. Il popolo tedesco è in mezzo all’Europa un popolo non europeo. L’«Asia dell’Europa» è per Michelet la Germania”. Che Savinio assimila alle “antiche civiltà orientali come l’assira, la babilonese, l’egizia”. Di cui ha spiegato che “erano civiltà chiuse in sé e di carattere divino (teocratico)”. Civiltà che “potevano insegnare – l’Egitto  infatti insegnò alla Grecia – ma non potevano collaborare”. L’opposto del’europeismo: “L’europeismo invece è una forma di civiltà collaborativa. Questa è la sua qualità fondamentale”. 
Il germanesimo? “La civiltà tedesca non fonde i caratteri del germanesimo nel comune crogiolo in cui si fondono gli elementi che tutti assieme compongono l’europeismo: è una civiltà essenzialmente teocratica”, etc.  Di una religione nazionale: non che “il germanesimo sia dominato dall’idea di un dio. Dio, nelle civiltà teocratiche, non è condizione sine qua non. Si dice Dio per intendere una idea centrale e assoluta. Il dio della teocrazia germanica è la Germania stessa: è il ‘mito tedesco’”.
L’affinità della Germania con le antiche civiltà “teocratiche” Savinio dice testimoniata “da esempi spaventevoli”. Uno, “il più spaventoso e ‘probante’”, è la deportazione di interi popoli: “Le deportazioni  di popoli praticate dalla Germania nel secolo XX” nessun altro “aveva nonché osato neppure pensato di praticare dopo la fine di Babilonia, di Ninive, di Memfi”. Un altro è la guerra all’Europa, “i ripetuti tentativi della Germania di colonizzare  l’Europa: mentre altri popoli colonizzatori, Inghilterra per prima, colonizzano ‘fuori dell’Europa’”. Un’“altra prova è questa”, aggiunge, “che il popolo germanico è il solo grande popolo dell’Europa che non è mai intervenuto né con le armi né in altro modo a favore della indipendenza di un altro popolo europeo o comunque per il suo bene”. E conclude: “La Germania non solo è una nazione non europea in mezzo all’Europa, ma è la nemica dell’Europa, la nemica dell’europeismo”.
In precedenza ha fatto i pesi: “Il germanesimo può insegnare agli altri popoli europei, può arricchire il comune patrimonio culturale e scientifico dell’Europa con elementi a lui appartenenti, ma non può collaborare con gli altri popoli dell’Europa né contribuire attivamente e positivamente alla costituzione e al progresso dell’europeismo. La Germania ha una idea europea: ma di un’Europa sua propria, di un’Europa germanizzata, di un Europa costruita con materiali germanici e animata da spirito germanico”. Obiezioni? “La Germania non capisce una Europa ‘europea’”.

L'africano triste e solitario

Un classico, all’uscita nel 1962, e purtroppo ancora oggi. Il “lonely” del titolo originale è più che solitario: è isolato, e un po’ triste. L’africano, anche oggi, anzi oggi più di sessant’anni fa, quando Turnbull pubblicò la sua ricerca antropologica, è isolato, nella sua stessa patria, o tribù, e malinconico.
Lanternari, aggiornando il quadro nell’introduzione a fine 1993, lo rilevava: l’Africa non si è liberata con le indipendenze. Non si è liberata da se stessa. Anzi, cinquant’anni di malgoverno generalizzato l’hanno lasciata – l’Africa a sud del Sahara – nell’arretratezza. Malgrado gli aiuti internazionali. In un quadro globale che l’etnologo vede, curiosamente, come un rischio: “I rischi ecologici, la minaccia nucleare, il pericolo dei fondamentalismi e del terrorismo incombono a livello planetario. E a livello planetario si dispiega l’emergenza droga, l’emergenza Aids, l’emergenza criminalità organizzata e la stessa emergenza immigrazione dal Terzo Mondo”. Questa soprattutto: “In questo quadro d’assieme, gli incontri fra popolazioni, le grandi ondate immigratorie, le mescolanze di etnie e di gruppi religiosi costringono l’Europa ad assumere coscienza del fenomeno migratorio nel suo complesso, e delle realtà etniche che sopravengono nei nostri territori”. Turnbull non fa che “annunciare quanto ora”, 1993, “vediamo accadere, con la seconda «fuga» dell’africano, dopo fallita la prima con l’abbandono del villaggio per la città”.
Tutto prevedibile? “Vuoto psicologico e culturale , solitudine”, insiste Lanternari, “erano, già allora, i connotati della crisi dell’africano, trapiantato”. E lo sradicamento non ha fine: “Vuoto psicologico e culturale più profondo, solitudine più desolante  sono i connotati del neo-immigrato in Europa, data l’enorme differenza d’ambiente e di civiltà”.
Resta, ma di questo non si sa con quanta persistenza, il “punto di vista” dell’africano, come Turnull lo propone nella prefazione: come l’africano si pensa e pensa il mondo. Ordinato per analisi tematiche, ognuna corredata di una testimonianza dal vivo, “in un villaggio del Congo orientale, all’epoca del regime coloniale belga” – l’indipendenza del Congo ex belga si ebbe a metà 1960. Allo spartiacque fra le contraddizioni coloniali europee e il rigetto da parte dell’Africa. L’Europa aveva introdotto in Africa l’alfabetizzazione, un minimo di convivenza tribale, e la medicina, con il concetto di lavoro esterno e di lavoro retribuito, ma non teneva l’africano per uguale, e il lavoro pagava poco più di niente. “L’africano solitario”, il capitolo finale, fa un quadro pessimista all’avvio delle indipendenze: per la detribalizzazione incompiuta e ardua, il senso comunitario di nazione estraneo, l’integrazione o modernizzazione contrastata dalle contraddizioni del cristianesimo – un messaggio arduo, e in contrasto con i comportamenti.
Notevoli i ritratti dal vivo di Nkrumah, il capofila delle indipendenze africane nel 1957, un africano ben europeo, e di un  leader dei kikuyu in Kenya di minor fortuna politica, che Turnbull chiama “Edward” – allora la gran Bretagna era in guerra con i Kikuyu, gli indipendentisti del Kenya -  ben a suo agio quando studiava a Londra, con lo stesso futuro antropologo. C’è la durezza coloniale belga, e inglese. Soprattutto dei tempi più recenti, quando i coloni erano migranti per bisogno. Un’accorta analisi del tribalismo, che avrebbe infettato il Congo ex belga ancora per un sessantennio. Fino a oggi. Della tradizione impossibile – al cap. “I maestri” – accanto all’urbanizzazione disgregatrice.
I racconti e le testimonianze sopravvivono come scene di vita quotidiana. Uno o due episodi ambientati a Bukavu, sul lago Kivu, evocano un modo paradisiaco, per la bellezza naturale e la relativa affluenza, la stessa gente e la stessa bellezza del confinante Ruanda che trent’anni dopo sarebbe stato la scena del più crudele e immotivato crimine umanitario dopo l’Olocausto – dell’Africa come avrebbe potuto essere e non è stata. Un mondo labile in tutto, a partire dalle frontiere: la ricerca dice Turnbull svolta nel Congo orientale, ma molto succede a ‘Ndola, che sarà Rhodesia e poi Zambia, mentre Bukavu è, tribalmente, Ruanda. 
Un libro – una  ricerca sul campo – della speranza, della fiducia. Sul fondo dell’uguaglianza di principio. Ma forse è qui il nodo dell’Africa: la sua storia a venire, fino a oggi, sarà diversa perché il passato e la sua eredità sono diversi
La storia dell’Africa è diversa, anche prima del secolo coloniale. E non ha mutato corso. Tribale, incapace di distinguere tra pubblico e privato (corruzione), tradizionalista a perdere. Con incredibile intuito Turnbull anticipa lo sviluppo, pur escludendolo dalla prospettiva politica, che vuole beneaugurante, “un terribile vuoto spirituale e un’esistenza priva di scopo” rilevando, “o la disperazione di un materialismo assoluto”. In una prospettiva desolante: “Soltanto il tradizionalista, con la sua duplice vita, oppure il sedicente cristiano, che interpreta le credenze della sua tradizione secondo un rituale cristiano, mantengono ancora alcune radici spirituali e morali: e pur essi debbono lottare per sopravvivere in un terreno che è divenuto sterile intorno a loro. Perfino gli africani musulmani, la cui fede è infinitamente più forte di quella degli africani cristiani, soffrono a causa di questo conflitto”. Le testimonianze, pur registrate dall’antropologo con intento empatico, sono di un indomabile devastante tribalismo. Si può dire dell’africano che nasce sradicato, in un ambiente che non è più ambiente.

Colin M. Turnbull, L’africano solitario, Dedalo, remainders, pp. 223 € 7,50

mercoledì 11 marzo 2020

Problemi di base virali - 545

spock

Dal male aspettarsi il bene?

Si chiude la stalla, anche ora, quando i buoi sono scappati?

Non si poteva prima, per non offendere chi?

Si aprono fuori stagione le seconde case di Romagna, Levante e Versilia per diffondere meglio l’infezione?

Non c’è rimedio, Manzoni non ha insegnato nulla?

Chi ha paura di Milano?

Si fosse diffuso il coronavirus da Napoli?


E da Palermo?
spock@antiit.eu

Il Millennio cinese

Fanno capo alla Cina le due “catene di valore”, i due mercati, più nuovi e più ricchi, di questo e del prossimo decennio: la mobilità elettrica e, con il G5, il digitale. Gli Stati Uniti e l’Europa tentano di contrastarne la leadership – l’Europa in ritardo forse irrecuperabile su entrambi i fronti. Ma la Cina non lo prende come un atto di ostilità: sta alle regole della concorrenza.
Al tentativo americano di destabilizzare la leadership Huawei nel 5G Pechino risponde con promozioni, dossier difensivi, in tribunale e sui media, e controdestabilizzazioni - il classico armamentario degli affari. E ha accettato la richiesta di americana di bilanciare gli scambi con gli Stati Uniti aumentando le importazioni. Un impegno molto importante – celebrato alla presenza del quasi centenario Kissinger, precursore e fautore dell’apertura della Cina al mondo, o viceversa. L’accordo conferma il proposito fermo del regime comunista cinese di operare nel mercato secondo le regole del mercato, della massima convenienza.
La pronta delimitazione dell’epidemia virale ne conferma l’organizzazione monolitica. Ma anche la capacità tecnica e l’expertise scientifica, in questo caso nella sanità. Senza rimettere in discussione l’impegno appena prima firmato con gli Usa per l’aumento delle importazioni.
A breve sarà la Cina anche la prima potenza economica mondiale. Che è il campo su cui Pechino si misura. Un regime comunista che è tutto l’opposto del regime sovietico, e della stessa cupa chiusura della Russia di Putin, che solo si sa reggere sulle armi: agile, rapido, diplomatico.  

La Bomba ha reso possibile la distruzione dell’umanità

Una commissione scientifica fu creata tre decenni fa dal Congresso americano per elaborare un linguaggio o dei simboli per un sistema di allarme che fra diecimila anni metta in guardia i viventi dai depositi di scorie nucleari. La commissione fu composta con i migliori specialisti: fisici, neurologi, antropologi, linguisti, psicologi, biologi molecolari, antichisti, artisti…. E non seppe che dire, diecimila anni sono un orizzonte imprevedibile – ci saranno gli Stati Uniti, l’inglese, i segni grafici? L’unica certezza è che le scorie nucleari sono attive per diecimila e più anni – senza contare l’armamento atomico ancora attivo, non decommissioned, non ancora dismesso.
Al tempo di Elizabeth Anscombe questo chiaro problema ancora non si poneva. Ma altri sì.  “Nel 1939, allo scoppio della guerra, il presidente degli Stati Uniti chiese impegni ai belligeranti che le popolazioni civili non sarebbero state attaccate. Nel 1945, quando il nemico giapponese gli risultava aver fatto due tentativi di pace negoziata, il presidente degli Stati Uniti diede l’ordine di sganciare una bomba atomica su una città giapponese”. E “tre giorni dopo una seconda bomba, di un tipo diverso, su un’altra città”. Il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki come un’esercitazione di materiali dal vivo, fredda, cinica.
Elizabeth Anscombe, la filosofa allieva di Wittgenstein a Cambridge, pubblicò questa lettera aperta nel 1957 contro i colleghi del Senato accademico di Oxford che premiavano con una laurea l’ex presidente americano Truman, quello della Bomba. Dilungandosi sulla procedura. E sulla filosofia morale espressa da Oxford nella prima metà del Novecento. Che, spiega, arriva a concedere ogni male. Sia per il “motivo del dovere”, che ha “valore supremo”. Per cui Himmler sarebbe stato giustificato nei suoi sforzi per eliminare gli ebrei dalla terra. Sia per una concezione del bene “non «descrittiva», ma espressiva di un atteggiamento favorevole da parte dell’agente”. Come dire che non si possono avere regole generali, che ognuno si regola da sé, e anche il male può fare del bene.
Anscombe si deve inoltre difendere dall’accusa di pacifismo. Una cosa insoma molto oxoniana. Ma l’impianto è di contestazione dell’uso della Bomba, in sette punti. Nella più generale contestazione dei due criteri base della guerra. La mobilitazione totale, che implica che gli obiettivi sono indiscriminati, bambini e vecchi compresi. E la resa incondizionata. La condanna è semplice: “Scegliere di uccidere gli innocenti come mezzo ai fini di qualcuno è un delitto”.  Specie nei casi di Hiroshima e Nagasaki, non implicate nello sforzo bellico: “Nel bombardamento di queste città certamente si decise di uccidere gli innocenti come mezzo per un fine. E in gran numero, tutti insieme, senza preavviso, senza possibilità di fuga o di rifugio”.
Ampia materia per la revisione della storia della guerra, nel Novecento e dopo. A proposito della guerra aerea, poco onorevole e forse di necessità indiscriminata. E della Bomba.
Il rischio nucleare è da tempo dimenticato. È il più impensabile: la Bomba - la concezione della Bomba, la sua costruzione, il suo impiego – ha reso possibile la distruzione dell’umanità. Non è successo, e non se ne prevede l’uso, ma non si può escludere. È uno dei “rischi della modernità”, della razionalità a basso voltaggio, e il più grave. Dimenticato nella passione attuale per l’ecologia, la protezione dell’ambiente. Ma una minaccia attiva, e ben più radicale e efficace dell’inquinamento.
G.E.M. Anscombe, Mr Truman Degree, free online

martedì 10 marzo 2020

Letture - 413

letterautore
Alfabetizzazione – Era alta in Italia nel Cinquecento. Alla fine del secolo il 33 per cento degli uomini e il 13 per cento delle donne risultavano alfabetizzati, in grado di leggere e scrivere. Le percentuali corrispondenti in Inghilterra erano il 12 e l’1 per cento.

Diotima – La platonica teorica dell’amore della bellezza di una persona come amore dell’idea di bellezza del mondo è elevata da Marsilio Ficino, nella lettura-interpretazione dei dialogo platonico, a metro dell’amore, con la “scala d’amore” - una misurazione dell’amore. L’identificazione non è immediata, arguiva, ma progressiva, dall’amore terreno alle sfere celesti, e senza interruzione o conflitto.

Fahrenehit – La distruzione dei libri è ricorrente. Si può dire che ogni “futuro” è previsto senza libri. Nievo non manca, nella “Storia filosofica dei secoli futuri”.  Il prototipo – anche di Nievo – è probabilmente Louis Sebastien Mercier, “L’An 2440”, 1770. Che comunque correttamente antevede la distruzione del libro: nell’ambito di una educazione di tipo russoviano - la natura non contempla cultura.

Femministo – Si disse di Alessandro Dumas jr., quello della”Signora delle camelie”, l’uomo che elogia e promuove la donna. Protofemministo si può dire Ariosto, al canto 37 dell’ “Orlando Furioso”, quello che celebra “le valorose donne” – in particolare le guerriere Bradamante e Marfisa, vittoriose sul tiranno Marganorre. Introducendo il canto, il poeta lamenta quanto sia difficile per le donne avere riconosciuti i loro meriti: “Non le vorrian lasciar venir di sopra,\ e quanto puon fan per cacciarle al fondo: \ dico gli antiqui” – anche se a seguire fa una lunga lista di celebrate grandi donne nell’antichità. In particolare ne difende l’eccellenza come scrittrici. Tante, dice, che non sa come procedere: “Ho da tacer d’ognuna,\ o pur fra tante sceglierne sol una?\ Sceglieronne una”, decide. E fa seguire sette ottave in lode di Vittoria Colonna. Concludendo: “Donne, io conchiudo in somma ch’ogni etate\ molte ha di voi degne d’historia avute”. Misconosciute finora “per invidia di scrittori”, ma “il che più non sarà, poi che voi fate\ per voi stesse immortal vostra virtute”.

Prima di Vittoria, eccellente in poesia, Ariosto elogia un’altra Colonna, eccellente in virtù: Isabella Colonna, la principessa di Sulmona, sposata Gonzaga. Una cugina di secondo o terzo grado di Vittoria.
Isabella era figlia di Vespasiano Colonna, duca di Traetto e conte di Fondi, figlio di Prospero dei Colonna di Traetto e Fondi, secondo cugino del capocasato Ascanio – di cui Vittoria era sorella. Sposato due volte, dapprima con Beatrice Appiani, madre di Isabella, e poi, da vedovo, con Giulia Gonzaga, un matrimonio senza figli, Vespasiano aveva legato tutto in morte, nel 1528, all’unica figlia. Ma Ascanio contestò la disposizione. Per decidere la lite dovette intervenire il papa, Clemente VII, col quale peraltro Ascanio era in lite, che ne tacitò le pretese passandogli la fortezza di Paliano.

Gran Premio della Crusca – Fu attribuito nel primo Ottocento, con periodicità variabile, sui fondi elargiti da Napoleone con decreto del 1809. Il decreto concedeva alla Toscana l’uso dell’italiano invece del francese, negli atti pubblici come nelle scritture private. E istituiva un premio letterario: “Fondiamo col presente decreto un premio annuale di 500 napoleoni, i di cui fondi saranno fatti dalla nostra lista civile e che verrà dato, secondo il rapporto che ci sarà fatto, agli autori le cui opere contribuiranno con maggiore efficacia a mantenere la lingua italiana in tutta la sua purezza”.
Resta famoso quello del 1830, che fu assegnato a Carlo Botta per la sua “Storia d’Italia”. Costringendo Manzoni, che ci teneva, a ritirare “I promessi sposi”. Leopardi, che aveva estremo bisogno dei mille scudi in palio, ottenne per le “Operette morali” un solo voto.
Il napoleone o marengo era una moneta d’oro con un peso netto di oro puro di 5,805 grammi. Lo scudo una moneta d’argento 900 da 25 grammi.

Marchio di stampa – “Stigma of print” è nella storia letteraria inglese il riserbo di scrittori e poeti, che non gradivano e quasi temevano la stampa delle loro opere, cioè la diffusione generalizzata,  come un marchio di disonore. Ramie Targoff lo rievoca a proposito di Vittoria Colonna, di cui fa la storia in “Renaissance Woman”, che protestò, benché blandamente, contro le varie raccolte dei suoi sonetti e poemi che si fecero da parte di editori a lei sconosciuti, a fini venali, per capitalizzare sulla sua rinomanza di donna bella, colta e di principi. Lo “stigma” Targoff dice forte soprattutto nel Rinascimento inglese, di cui è studiosa: “Perfino un grande poeta come John Donne descriveva il suo rincrescimento di sentirsi «sotto una inevitabile necessità» di pubblicare i suoi versi, come se volesse fare qualsiasi cosa pur di evitare questa sorte (alla fine, Donne riuscì a resistere alla stampa se non per un piccolo numero di poesie  d’occasione, col risultato che la prima edizione dei suoi «Songs and Sonnets» apparve nel 1633, due anni dopo la sua morte)”. I componimenti venivano dedicati e avevano ristretta circolazione, tra amici, e solo per chiara fama, non indistintamente.

Milesio – Marco – Milesio o Milesi – era “un uscocco da lui spasiamto”, secondo il conte perfido Carlo Gozzi. “Da lui” Carlo Goldoni. A Roma nel 1759. In arte Marco si chiamava Fosildo Mirtunzio.
“Milesio” sarà in De Roberto a volte Giolitti, ne “I viceré”, a volte Depretis, ne “L’Imperio”. Cioè sempre il capo del governo, ma uno del genere “trasformista”, che raccoglieva voti a sinistra e a destra.

Sepoltura congiunta – Esercitata in Inghilterra, fra uomini, è pratica che sir corda per i casi celebri di due religiosi letterati. Il cardinale Reginald Pole, che tornato in Inghilterra dopo una vita in Italia, chiese e non ottenne la dispensa papale per condividere la sepoltura col suo amico friulano di una vita, Alvise Priuli.  E il cardinale Newman, santo eccentrico, il cui motto era “cor ad cor loquitur”, i cuori si parlano: volle e ottenne di essere seppellito, 1890, insieme con Ambrose St.John, un frate suo amico dai tempi del collegio, “la cui morte”, disse, aveva pianto “più di un marito, o di una moglie”.
Pole, di famiglia di nobiltà, in contrasto con i Tudor, Enrico VII e, soprattutto, Enrico VIII, era sopravvissuto a vari tentativi di assassinio da parte di quest’ultimo. Uno in Veneto, a opera di un sicario inglese, nella villa di Priuli dove il cardinale riposava dalle fatiche del concilio di Trento.

letterautore@antiit.eu

La società virale

“Viviamo in una società mondiale del rischio, non solo nel senso che tutto si trasforma in decisioni le cui conseguenze diventano imprevedibili, o nel senso delle società della gestione del rischio”, che pullulano, business prolifico, “o in quelle delle società del discorso sul rischio”, che proliferano nei talk-show: “Società del rischio significa, precisamente, una costellazione nella quale l’idea che guida la modernità, cioè l’idea della controllabilità degli effetti collaterali e dei pericoli prodotti dalle decisioni, è diventata problematica”, p. 28. L’innovazione continua e radicale comporta uno strano senso di sicurezza, di dominio del “collaterale”, previsto o anche imprevisto. Mentre moltiplica di fatto il rischio.
L’innovazione incessante implica che “il confine tra sapere e non sapere si dissolve”. Si dissolve anche quello normativo, che è ancora statuale: “In riferimento alle sfide attuali – trasformazioni prodotte dall’ingegneria genetica e dall’ingegneria umana, flussi di informazioni difficilmente delimitabili, crolli del sistema finanziario, terrorismo, distruzioni ecologiche – vengono minati i fondamenti nazional-statali della logica convenzionale del rischio”, 47. I rischi si moltiplicano, le difese si assottigliano. Moltiplicando per contro i rischi politici: “I rischi globali producono «failed states» autoritari – anche in Occidente”, 129 – il populismo: la politica confusa ma sbrigativa.
È il 2007, le “pesti” non ci sono ancora state, la “mucca pazza” di origine britannica sembrava un evento eccezionale, ma la globalizzazione le comportava – Beck fa il caso della Cina che, grande consumatrice di energia, andava, e va, a carbone. Farsi globali è buono e giusto, argomenta lo stesso sociologo, ma comporta rischi: si perde, anche molto, di quello che si ha, venendo da una situazione di affluenza (ricchezza, anche economica, stabilità, futuro), e non si sa cosa si acquista. Restando nel mezzo indifesi.
Il rischio del contagio è a metà trattazione. Non propriamente dei virus letali, ma per la logica della mancanza di difese. Siamo in una società virale in senso proprio, non da social: dell’infettività. Senza difese precostituite, malgrado la presunzione o insolenza dei saperi. Si fa molto caso del coronavirus, che pure è blando. Ce ne sono di peggiori, nella finanza, nel commercio, nei saperi, e ipoteticamente nella sanità. Dove peraltro le pesti sono endemiche, a breve distanza di tempo, la “mucca pazza”, Ebola, l’“aviaria”, la “suina”, il coronavirus, un fiore. In questi ultimi trent’anni, del “never had it so good”, mai stati così bene, nel mondo aperto e operoso.
Un tipo di riflessione a cui purtroppo l’Italia si è disabituata, tutta puntata sul cazzeggio del “mercato” e delle “magnifiche sorti e progressive”. Beck non è di un altro mondo, insegna - ha insegnato - a Monaco di Baviera e a Londra. Dove questa riflessione si è sviluppata, tra lui, Anthony Giddens, e altri studiosi. Ignota all’Italia, che anche per questo è senza difese. Di una cultura disarmata - si spiega così che la ricerca di Beck non sia stata discussa e neanche, evidentemente, letta (proposta peraltro in modo ambiguo: il sottotitolo, “Il rischio nell’età globale” è il vero tema - meglio precisato nell’originale, “Weltrisikogesellschaft”, la società mondiale del rischio). Ma la superficialità pesa pure sul senso comune. Ogni cambiamento è chiaro che comporta un pericolo. Ci vorrebbe cautela.
L’ultimo, breve, capitolo, sulla desacralizzazione (disincanto) del mondo, il sociologo intitola “Come le crisi del Moderno nascono dalle vittorie del Moderno”. Il tema è semplice. “Le«voci più recenti» dell’apocalisse prossima ventura” sono un elenco terrificante: “moltiplicazione illimitata delle armi atomiche e dei mezzi di combattimento chimico-biologici, 11 settembre, tsunami, uragani, peste aviaria, Aids”, nel 2007 - e dimentica il surriscaldamento del pianeta.

Ulrich Beck, Conditio humana, Laterza, remainders, pp. 402 € 4,75 

lunedì 9 marzo 2020

Problemi di base - 544

spock

7,9 miliardi di persone al mondo e 7,9 miliardi di sim?

“  È bene ammazzare un assassino”, Max Scheler?

“Le civiltà sono come le donne, attraenti ma non uguali”, C. Lévi-Strauss, “Razza e storia”?

Gli uccelli cantano fuori tono - Serge Koussevitzky?

La vita è breve, la storia è lunga?

“Se uno ricorre al furto per salvare sé e i suoi da imminente pericolo di morire di fame merita punizione o pietà” - J.W.Goethe, “I dolori del giovane Werther”?

“Chi scaglierà la prima pietra contro il marito che in giusta ira  immola la moglie infedele e il suo miserabile seduttore”, Id., ib.?

spock@antiit.eu

Mamma Germania

Barthes fa meraviglie d’“un gesuita meraviglioso, Van Ginneken”, che “fonemi lattei poneva tra la scrittura e il linguaggio”. S’impara a parlare, a scrivere, a essere, col latte materno? Un Van Ginneken gesuita è esistito, e dal 1925 fino alla morte, nel ‘54, lavorò a una teoria biologica del linguaggio, dice la biografia. Era un femministo, inventò le Dame di Nazareth, suore laiche che ora si dicono del Sacro Calice, o Graal, per creare col talento femminile un mondo nuovo.
Qui è diverso: la “lingua materna” di cui Hannah Arendt tesse l’elegia, in un’intervista del 1964 alla tv tedesca, è il tedesco. Un’avocazione, di lingua e di cultura, sorprendente, e anche ambigua. Vale per per H.Arendt come per Celan e Nelly Sachs, perseguitati per essere ebrei, benché tedeschi o tedescofoni: il tedesco resta la Muttersprache, lingua materna, per i sopravvissuti e i morti, non solo per Hannah Arendt. E dunque la storia non c’è?
Ma l’intervista si ripropone perché è un atto di onestà – un po’ come Primo Levi si poneva nei confronti della Germania: la lingua, la cultura, sopravanza la storia. 
Il sottotitolo, “La condizione umana e il pensiero plurale”, è un po’ la sintesi del saggio introduttivo di Alessandro Dal Lago, che ha curato il volumetto: il “mito illuminista” è “tragedia o farsa”, senza “memoria culturale” Robinson non esiste. Arendt va oltre. Gli intellettuali “non erano assassini. Erano persone che si erano prese in trappola da sole”. L’imparzialità è in Omero anche in favore degli sconfitti, e in Erodoto anche per i barbari.
Alla conversazione è allegato un saggio intitolato “L’atto originario della filosofia politica è lo stupore”. Titolo editoriale da Jeanne Hersch - di cui però non c’è menzione - per un testo presentato come “ampio estratto” di una conferenza del 1954,  “Concern with politics in recent european philosphical thought”. Pieno di spunti, su Hegel, il nichilismo, l’esistenzialismo. E di un ritornello – che tornerà in altre opere di H.Arendt: la filosofia politica è lasciata ai cattolici, gli unici capaci di risvegliare un interesse per i problemi classici della filosofia politica. Ciò perché, fino a un certo punto, “sono ciechi di fronte alla storia”. Ma anche perché è “nella storia della Cristianità” che “la nozione di società universale (nelle diverse forme della civitas dei) sorse per la prima volta”.
Hannah Arendt, La lingua materna, Mimesis, pp. 114 € 10

domenica 8 marzo 2020

Il mondo com'è (397)

astolfo

Blitzkrieg – Non è invenzione tedesca. Il fuoco semovente fu invenzione di Machno, il capo dei Verdi del Diciassette, poi fatto fuori dai Rossi, che con le sue tačanke, i calessi da cavallo, portava mitra e cannoncini ovunque all’istante. Machno c’è pure in Babel’, nell’“Armata a cavallo”.
È tecnica da veri combattenti, le battaglie devono finire rapide. La guerra è limitata e deve terminare, lo sapeva perfino Napoleone, che non vinse tanto le guerre quanto le paci. Il 31 marzo del 1797 lo spiegò a Carlo d’Asburgo: “I buoni militari fanno la guerra e desiderano la pace. Alla fine di questa guerra noi avremo ucciso, da una parte e dall’altra, molti uomini. Ma bisognerà che finiamo per intenderci, tutto ha un termine, pure l’odio”.
Napoleone fu un diplomatico, si sa, sul campo vinse, può dire Marinetti, perché “in alcune battaglie ebbe tutti i suoi portaordini uccisi e quindi tutti i suoi generali autonomi”.

Duchessa di Castro – Oggi è Camilla di Borbone delle Due Sicilie, figlia di Camillo Crociani, amministratore delegato di Finmare e presidente di Finmeccanica, studi alla Marymount High School di New York, e alla New York University, sposa di Carlo di Borbone–Due Sicilie, madre di Maria Carolina, duchessa di Calabria e di Palermo (ma il titolo è contestato da un cugino Borbone-Spagna), e di Maria Chiara di Borbone.
La prima duchessa di Castro era stata Margherita d’Austria, figlia naturale di Carlo V con l’amante Giovanna van der Gheynst, di una famiglia di arazzieri. Maritata ad Alessandro “il Moro” dei Medici. Poi, assassinato Alessandro, a Ottavio Farnese, duca di Castro, lei di diciassette anni, lui di quindici. Un dissoluto lui, di passioni femminili lei, tuttavia fecero insieme due gemelli. Successivamente, assassinato Pier Luigi Farnese, padre di Ottavio, duca di Parma e Piacenza, la coppia ne ereditò il titolo, ma rimase a Roma, ai piedi di monte Mario, a Villa Madama che da lei ha preso il nome (la villa era di Alessandro Medici, il primo marito morto). I gemelli aveva voluto battezzati a Sant’Eustachio, di fronte al caffè, alla presenza di 19 cardinali, quasi un concistoro, padrini Carlo V e Caterina dei Medici regina di Francia. Assistita spiritualmente, i primi tempi dell’incerto matrimonio col ragazzo Farnese, da Ignazio di Loyola, questi ebbe da Madama, la duchessa di Castro, il patronato decisivo per l’apertura di Santa Marta, ora abitazione del papa Francesco, che era stata pensata e costruita per le prostitute pentite.
Stendhal, nelle sue avventurose “Cronache italiane”, ha voluto a Castro una badessa – il racconto della duchessa è a Paliano.

Islam - Michelet, lo storico romantico inventore del Rinascimento, ha scritto del patto Paolo IV-Solimano nel 1556 che, se i turchi fossero sbarcati in Italia, terra d’approdo di tutte le razze note, l’impero ottomano, e con esso forse l’intero islam, si sarebbe occidentalizzato.
Nel 1556 il papa Paolo IV, in guerra contro la Spagna di Carlo V, cercò l’alleanza dei turchi. Che in precedenza invece avevano agito, d’intesa con la Francia, in Italia contro la Spagna e anche contro il papato. Approfittandone per operare saccheggi e abduzioni delle popolazioni. Poche settimane prima del progetto di Paolo IV, la flotta di Dragut aveva operato una serie di sbarchi sulle coste del Tirreno - in Sicilia, a Ponza e a Pianosa - con esazioni contro la distruzione totale, e gran numero di schiavi e ostaggi.
La coalizione francese con i turchi era stata un’idea di Luisa di Savoia, l’intellettuale genitrice di Francesco I e Margherita di Navarra. Ma lo schema non era nuovo. Già nel 1158, racconta Bernard Lewis in “The Assassins”, si disse che i milanesi avevano assoldato un commando di terroristi del Veglio della Montagna per uccidere l’imperatore Federico Barbarossa che li assediava - talvolta le voci sono vere.

Pane sciapo – Nasce a Perugia nel 1540, per protesta contro la tassa sul sale che il apa Paolo III impose negli Stati pontifici – la tassa fu origine anche di una guerra, con assedio di Perugia.

Revisionismo 2 – C’è molta materia in attesa, sulla condotta della seconda guerra mondiale e dopo, per una revisione storica non più anglo-americana. Che la rapidissima evoluzione dei rapporti multilaterali in questi primi anni del Duemila potrebbe accelerare.
In Germania la liberazione si fece col fosforo. In Sicilia con bombardamenti quotidiani: la liberazione fu la vera guerra dell’isola, indifesa. A Formia con la marocchinate di Juin, che lasciava due giorni di orge ai suoi soldati se ne combattevano uno – “liberarono” con gli stupri le bambine e i ragazzi, tra Formia e Cassino, a migliaia.
Gli Alleati distrussero l’Abbazia di Cassino, dove i tedeschi non c’erano. Il primo atto del governo liberato a Palermo fu di tirare sulla folla che protestava alla prefettura, a Palazzo Comitini, trenta morti di cui non si parla.
Non si sono intestate piazze a Roosevelt, Churchill o Stalin. Neanche a Roma, che ha una piazza Elio Callistio e un largo, lungo, viale Pilsudski. Essere occupati dai tedeschi ed essere bombardati ogni giorno dagli Alleati non è sentita come una liberazione.

La pace anglosassone è specialmente disonorevole, arrivando sempre dall’alto, dai bombardamenti, indiscriminati. Elizabeth Anscombe, inglese, cattolica, allieva e esecutrice letteraria di Wittgenstein, lo spiega in “Mr Truman Degree”, 1958: la guerra diventa ingiusta quando la Gran Bretagna prima e poi gli Usa rigettano la convenzione di Ginevra del 1923 che vieta di bombardare le opere non militari e la popolazione.

Il revisionismo si può dire inevitabile. Ai vincitori va il rispetto. Tanto più all’America, che ha poi salvato l’Europa dal sovietismo. Ma non si viene per questo a capo dei risentimenti, per gli atti disonorevoli in guerra. Le navi della Croce Rossa affondate nel Baltico a guerra finita, piene di tedeschi profughi. O gli emigrati italiani che in Inghilterra furono arrestati (confinati) – in Italia non si arrestarono gli inglesi a Firenze  o a Capri, né gli americani.

Gli ebrei tedeschi fuggiti in Francia vi trovarono l’antisemitismo con la xenofobia, Benjamin, Joseph Roth. Hannah Arendt dopo la guerra è tornata in Germania ma non a Parigi.
I rifugiati spagnoli in Francia dopo il 1938 ebbero il timbro “non può lavorare” e ogni mese dovevano andare alla polizia, una pagnotta veniva loro buttata la mattina dai vigilanti francesi, oltre il filo spinato. Le loro figlie erano invece apprezzate: si vendevano ai bordelli di Algeri e Marrakesh, prezzo medio duemila franchi, con guadagno anche per i sindaci e i gendarmi. C’è in Koestler, la “Schiuma della terra”: al Fernet era come a Dachau, incluse le percosse e i lavori umilianti. La Francia è paese di asilo, tutti le vogliono bene, tutti quelli che emigrano in Francia si sentono francesi, gli italiani prima della guerra, gli spagnoli e gli slavi dopo, i catalani e i baschi, nazionalisti in Spagna, in Francia si sentono francesi, ma ogni tanto le saltano i nervi: i compagni del Fronte popolare volevano cacciare gli italiani nel ’36.
A Parigi nel 1939, mentre Hitler ammassava le truppe, il “Crapouillot” illustrava i casini. I migliori, con foto e glossario. Non è deterrente che non se ne parli.

 astolfo@aniit.eu

Cronache dell’altro mondo – matriarcali, censorie (58)

Si censura un libro, di Woody Allen, impedendone l’uscita. Non si critica, si impedisce che venga stampato. A New York, nel nome della libertà.
Conduce l’operazione contro Woody Allen un suo figlio, Ronan Farrow, che in realtà non è figlio suo: la madre Mia Farrow ha sempre preteso, anche quando era sposata con Woody Allen, di averlo fatto con Frank Sinatra. Del quale Ronan Farrow oggi imita la démarche (pettinatura, sorriso ambiguo, occhio ladro), pur esibendo chioma ossigenata, e professandosi gay. 
Nella guerra ormai ventennale di Mia Farrow contro Woody Allen, il “figlio” Ronan ha scelto la madre per capitalizzare, oltre che sugli alimenti, anche sull’istinto matriarcale americano. Si è inventato per questo le molestie sessuali di Woody sulla figlioletta Dylan di sette anni – fantasia di Mia Farrow che il tribunale ha giudicato opportuno non giudicare. E continua a spendere il nome della sorella anche se questa ha ora 34 anni: la capitalizzazione della vicenda è tutta sua. È già premio Pulitzer e si sente il nuovo Mailer. Senza cinismo, è America.
Nessuno crede in America alle accuse di Ronan Farrow contro Woody Allen, si dà per scontato che lo fa per visibilità (promozione, ospitate, soldi). Ma non c’è una sola critica alla censura preventiva del libro.

Nietzsche contro Marx

L’edizione adelphiana delle opere di Nietzsche come operazione politica: sostituire Nietzsche a Marx, imporre Nietzsche e le tematiche nietzschiane nel dibattito culturale invece della lotta di classe. Un po’ di colore a pensarci oggi, ma negli ani 1960, quando l’operazione fu avviata, in quel clima culturale, era una sfida contro Golia, avventata anche per i costi, non indifferenti per una casa editrice quale l’Adelphi, allora agli esordi.
Giametta, fresco di laurea in legge ma germanista compito, collaborò all’avvio dell’opera, per quattro anni, fra Firenze e Weimar. Oggi, a novanta e passa anni, si diverte a celebrarla, soprattutto nei suoi due curatori, Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Due personaggi in proprio, che l’opera di Nietzsche ha oscurato, riducendoli e meri nomi.
Anche come sfida a Marx, Giametta meglio definisce il senso dell’operazione non tanto per la superficie politica quanto per il tessuto culturale. In un dibattito stinto fra struttura e sovrastruttura, in una sociologia politica appiattita, Nietzsche faceva irruzione non tanto per la finezza o definitezza delle posizioni, che erano e restano elusive, tanto più dopo la edizione critica Adelphi, quanto per la carica dirompente e espressiva. Un modo di pensare diverso: aperto, ampio, problematico, innovativo invece che dogmatico.   
Giametta si diverte a evidenziare i marxisti che si fecero, dionisiaci, nietzcheani. Roba del passato. Ma evidenzia anche, oggi e in prospettiva, la melassa marx-nietzsche-benjamin-heideggeriana sull’essere e il divenire, e il futuro o collasso del capitalismo - oggi mercato. 
La memoria è però di Colli e Montinari, che qui emergono in rilievo, non stinti: due curatori che si annegarono nell’opera di Nietzche da non nietzscheani, ed erano due personalità. Colli con una sua propria filosofia , radicata e più a suo agio nei presocratici che in Nietzsche. Nei cui riguardi anzi, come Giametta ricorda in epigrafe, richiedeva severità: “La medesima spietata severità con cui egli ha guardato al suo passato e al suo presente va rivolta contro di lui”. Mentre il marxista per eccellenza tourné nietzscheano malgré lui è proprio Montinari, di cui Giametta si professa allievo: “Nietzsche era una natura eminentemente intellettuale e Montinari una natura istintiva. Nietzsche era complicato, orgoglioso, aristocratico, grave, ascetico, selettivo e facile al disgusto. Montinari era semplice, umile, popolare, impulsivo, epicureo, allegro, con gusti larghi fino al plebeo, democratico, di bocca buona”. Studioso e curatore dei classici del marxismo, fino a Stalin e compreso Lukáks. 
Una scommessa da tutti i punti di vista, quella di Luciano Foà e Roberto Olivetti, i creatori di Adelphi, costola di Einaudi, per tutto quello che Einaudi, editrice allora di partito (di regime, sia pure culturale) ometteva.
Sossio Giametta, Colli, Montinari e Nietzsche, BookTime, pp. 169 € 16