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giovedì 18 novembre 2021

Ombre - 588

Marco Pannella boicottava (chiedeva di boicottare) la Rai perché non dava spazio alle sue ragioni. Conte chiama i 5 Stelle alla rivolta perché non ha ottenuto posti, o non ne ha ottenuti abbastanza, ai vertici Rai: “5 Stelle esclusi, disertiamo le reti pubbliche”. Questo significa che non avremo più nei Tg Rai le dichiarazioni d’obbligo di un o due 5 Stelle a edizione? È un male?
 
Si divide la destra, in Italia e in Europa, sul vertice organizzato dal governo polacco a Varsavia ai primi di dicembre. Ci vado o non ci vado, si chiedono in Italia (Meloni) e altrove i vari leader dei vari partiti – in chiave Nanni Moretti di “Ecce bombo”, “mi si nota di più se vengo….”. Le destre europee si caratterizzano sempre, dopo i fascismi degli anni 1920-1930 (29 regimi fascisti nel
continente), per essere movimenti di ducetti.
 
Si va verso la quarta ondata, con grave sacrificio di tutti, perché i no vax vogliono propagare il virus, con le manifestazioni di piazza, per lo più “selvagge”. Se è una battaglia di libertà, perché non vaccinarsi e stare tranquilli? È libertà fare da untori? No, è un “battaglia” politica. Con danni per tutti, no vax compresi, enormi (sanità, lavoro, reddito).
L’opinione pubblica è debole e manipolabile. Anche da pochi, incapaci. Ci vogliono leggi. Costituzionali ma obbligatorie.
 
“La quarta ondata in Europa e in Usa: nessun altro continente così colpito”. Nelle patrie della libertà? Insensato, ma non inspiegabile: la libertà è concetto scivoloso, anche se l’Occidente (Europa e Usa sono l’Occidente) ne vanta il brevetto. Libertà non è individualismo.
 
Il presidente Mattarella, accompagnato dalla figlia, va in visita a Madrid. La foto lo mostra insieme con il re e la regina di Spagna. I reali seduti compostamente, come di rito. Mattarella e la figlia con le gambe accavallate. O della politica inutile – la politica è istituzione e rispetto delle forme.
 
Buccini celebra “Il tempo di Mani Pulite”, raccolta di articoli, memorie, personaggi. il libro. Con Di Feo maneggiò il “falso” avviso di garanzia a Berlusconi presidente del consiglio messo su dalla Procura di Milano d’intesa col Quirinale ala vigilia di un Forum mondiale a Napoli sulla giustizia. Falso perché rivelatosi inconsistente. E perché fatto uscite proditoriamente, forse dal Quirinale, forse dal capo della Procura  Borrelli, il giorno prima del Forum.
 
È stata, è, terribile la simbiosi giudici-cronisti giudiziari, cui i direttori di giornale hanno dovuto con Mani Pulite vendere l’anima. E tuttora continuano, i giornali riempiendo di veline, confidenze, carte più o meno segrete, anche se le copie vendute, dopo Mani Pulite, si sono più che dimezzate, da sei milioni giornalieri a poco più di 2,5 milioni. E non per effetto dei social – non c’è crollo analogo altrove: è in Italia che il giornale non è credibile.
 
Paolo Mieli, che di Buccini e Di Feo fu il coordinatore, ha voglia e fama di storico. Ma di questo “episodio” della guerra di Borrelli e Di Pietro contro Berlusconi (con che titolo? non lo hanno fatto condannare mai) non ha mai voluto dire nulla. È un attore e non un testimone?
 
“Ora solo gli uomini bianchi possono essere cattivi, senza che nessuno si debba offendere”, Igino Straffi, il Walt Disney italiano. Dove soprattutto conta il “si debba”: si va per categorie, il politicamente corretto va per astrazioni.
 
Il ricordo che di Roma ha l’attore Bill Murray, che pure nella capitale è stato premiato alla carriera,  è del 2004, quando ci ha girato il film “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”: “Eravamo a Cinecittà, ma ogni week-end la troupe scioperava: un incubo, a volte dubitavo che avremmo mai finito le riprese”. La troupe scioperava per farsi il week-end. Come si perde un capitale. Col patrocinio del sindacato.

Il dolore del lutto

Un ragazzino, l’unico figlio, morto per scarsa sorveglianza cadendo dalle scale, una coppia amorevole e avventurosa che si divide, una piccola speculazione che si monta sul loro dolore. Fino a far credere il bambino in qualche modo ancora presente nella loro vecchia casa.
Rivisto, il film di Mordini che evoca le atmosfere morbide di David Lynch in Twin Peaks”, non  è quello delle critiche negative che si è attirato all’uscita. Ha visi ed espressioni (Maya Sansa, Serena Rossi, Valeria Golino, Stefano Accorsi) tutti congrui e in palla, nella felicità e nel dolore. Una sceneggiatura solida. E un tema angoscioso: l’elaborazione del lutto. Un fatto con cui ognuno a una certa età deve confrontarsi.
Elaborazione del lutto è termine anodino. Ma Roland Barthes, “Dove lei non è”, in morte della madre, pure anziana, ne ha mostrato la difficoltà: amore e dolore tendono a eternizzarsi.   
Stefano Mordini,
Lasciami andare
 Sky Cinema

mercoledì 17 novembre 2021

L’impotenza e il sovranismo

Cina e Stati Uniti si confrontano (trattato Aukus, Formosa) e dialogano (rinvio per il clima, scambi) senza più l’Europa di mezzo. Washington usava informare le capitali europee delle sue iniziative, soprattutto se di peso, da qualche anno non più, a partire dalla seconda presidenza Obama.
L’Europa non ne prende atto, fingendo che la Nato e le relazioni euroamericane siano quelle di sempre, del lungo dopoguerra con la cortina di ferro. Inattiva e incapace per le piccole e grandi crisi transnazionali al suo interno,  con la  Bielorussia (migranti) come con la Russia (Crimea, Ucraina, gas). E per quanto concerne la nuova Cina formato gigante si limita alle politiche mercantilistiche, di Merkel o Macron a Pechino per vendere qual che euro in più – e di alcuni 5 Stelle.
Una Europa unita, con una sola voce cioè, sia pure solo commerciale, avrebbe a Pechino come a Mosca, e a Washington, altro peso contrattuale e altri benefici, sia pure solo commerciali, ma non lo è. È questa inconsistenza alla radice degli istinti sovranisti? Il sovranismo nasce con la incapacità della Unione Europea di confrontarsi con la crisi del 2007 - unica grande area economica al mondo: una Europa del poco e tardi, di ogni Paese membro attento al suo piccolo beneficio, che di quella crisi, che ha buttato fuori mercato un paio di generazioni, porta ancora le cicatrici. 

Chi lavora non vota – o gli operai non votano Lega

Un riesame del voto delle amministrative conferma che il centro-sinistra, aggiudicandosi dieci capoluoghi di provincia su quindici, ha raddoppiato il risultato del voto precedente, da cinque a dieci città, con Roma e Torino nel numero. Ma il. centro-destra è cresciuto ancora al Nord, nei centri urbani di media grandezza, sopra i 15 mila abitanti. Città a sinistra, provincia a destra, dunque? Si e no.
Il centro-sinistra ha vinto dove l’astensione è stata maggiore. Superiore al 50 per cento nelle cinque maggiori città: Milano (53,3 per cento), Roma (53,0), Napoli (55,4), Torino (53,7) e Bologna (50,1), a fronte di un’astensione nazionale del 45,3 per cento. E nelle grandi città l’astensione è stata soprattutto “operaia”, nei quartieri popolari. A Milano: Quarto Oggiaro 62,8 per cento (più 10,3 per cento sul 2016), Comasina 59,4 (+ 9,7), Bovisasca 58,7 (+ 10,5), Baggio 57,2 (+ 10,0). A Torino: Vallette 64,8 (+9,8), Falchera 62,0 (+ 12,3), Mirafiori Sud 61,4 (12,3), Barriera di Milano 60,2 (10,8).
Consegue chiaro da questi numeri anche che gli “operai” non votano Lega. La Lega alle amministrative ha preso nelle grandi città – pur non tenendo conto di Napoli, dove non aveva presentato liste – solo un quarto del voto ultimo alle Europee del 2019. Gli “operai” non vanno a votare.  

Dio avido, del Male

La cena delle bombe c’è, ma non finisce lì. Il ricchissimo dottor Fischer riunisce periodicamente una banda di persone alle quali infligge una cena disgustosa, godendosene l’avidità: tutti fanno finta di nulla perché sanno che saranno premiati con un regalo di gran valore. Un’idea di commedia realizzata poi in racconto.
Un racconto iterativo, ma non senza sorprese. Il dottor Fischer è un ricco misantropo, spregiatore del genere umano. Nel quale ha però incluso la moglie, per una piccola passione che lei aveva, da lui non condivisa, per Mozart, per la musica: un astio che l’ha uccisa. È dunque persona astiosa,  ma ha generato, con la moglie, una figlia. Che è in tutto uguale alla moglie, e in più decide ora di sposare un inglese spiantato, con un piccolo lavoro di traduttore a Ginevra, ha più del doppio della sua, ed è monco di una mano. E non c’è salvezza – questo si può dire, anche se della bomba all’ultima cena non è opportuno. Se una felicità si schiude, una morte sopraggiunge quasi annunciata – una offesa al lettore, un suo lutto personale.
Una storia di fatto di sadismo e masochismo, volendo chiamare le cose col loro nome. Anche nei personaggi buoni e bene intenzionati. Ma una proposta al solito penetrante del fatto religioso, del Dio soprannumerario. Fino al Dio malato di avidità: “Mi piace pensare che la mia avidità è un po’ come quella di Dio”, può argomentare il dr. Fischer: “I credenti e i sentimentalisti dicono che è avido del nostro amore. Preferisco penasare che, a giudicare dal mondo che è supposto avere creato, può essere avido solo della nostra umiliazione, e quella avidità come si può mai esaudire? È senza fondo”.
Uno dei racconti di Greene inflessibile: il Male c’è. Ma una storia di fede, malgrado  tutto, la preghiera è ancora salvifica, benché disperata.
Graham Greene,
Il dottor Fischer a Ginevra, ovvero la cena delle bombe

martedì 16 novembre 2021

Secondi pensieri - 462

zeulig


Critical  Race Theory
– La teoria critica della razza che divide l’America, impostasi nell’insegnamento e ora contestata (politici ed elettori, non solo bianchi, affermano che è un’indottrinazione anti-bianchi, i sostenitori affermano che questa è una caricatura delle Teoria Critica) si fa risalire a un saggio del professore Derrick Bell,1980, afroamericano, insegnante alla facoltà di Legge a Harvard, sulla decisione della Suprema Corte nel 1954 che metteva fine ala segregazione scolastica, “Brown vs. Board of Education”. Abolire la segregazione non aveva creato pari opportunità, spiegava Bell: mettere la discriminazione fuorilegge non è la stessa cosa che assicurare una vera uguaglianza. A prescindere dal fatto, argomentava polemico, che “i progressi razziali” si producono negli Stati Uniti quando i bianchi ne hanno bisogno – negli anni 1950 per confrontarsi con forti forze armate contro l’Urss.
L’analisi di Brown prese il nome di CRT, e lo statuto di insegnamento formale, nel 1989. Ma si è affermata lentamente, nelle ultime decadi del Novecento e nella prima del Duemila. La teoria si è fatto strada con alti e bassi. Clinton, per esempio, nel 1993 nominò alla divisione Diritti Civili del ministero della Giustizia la professoressa Lani Guinier, della facoltà di Legge dell’università di Pennsylvania, salvo rimangiarsi la nomina prima che andasse a effetto: Guinier fu criticata anche nel partito Democratico, per aver sostenuto l’esigenza di ridefinire i regolamenti elettorali in maniera da garantire l’accesso al voto anche alle minoranze.
L’esempio di disparità che si suole portare riguarda i redditi medi, le classi medie: la famiglia media americana bianca dispone di un reddito che è sette volte quello della famiglia media americana nera. Ciò soprattutto per l’effetto a rovescio della “rendita urbana”, il fattore a più vasto impatto dell’accumulazione: la politica governativa di segnalare i quartieri neri come aree a credito di rischio, con l’effetto, durato oltre quattro decadi, di rincarare o negare il mutuo ai residenti.  
Le teoria critica della razza
 è tornata sotto osservazione paradossalmente dopo l’assassinio da parte della polizia del giovane afroamericano George Floyd a maggio di un anno fa. Una campagna nei media si è elevata contro l’insegnamento della storia americana alla luce della Crt. Portando il presidente Trump due mesi dopo a un ordine esecutivo per porre fine alle pratiche di sensibilizzazione al razzismo dei dipendenti federali che facessero riferimento alla Crt, o al “privilegio bianco”,  comunque a “una propaganda divisiva, anti-americana”.
Il presidente Biden ha revocato l’ordine di Trump. Ma le ultime elezioni locali, in Virginia, New Jersey e altrove, si sono giocate con successo sul rifiuto della Crt. Almeno 28 Stati hanno introdotto o lavorano a introdurre norme che impediscano lezioni di discriminazione razziale o sessuale a scuola. In difesa della Crt nuove norme sono state introdotte o si studiano in tredici Stati.
 
Esilio
– È in connessione con il concetto di patria, che è labile. Ed è di per sé poco definibile se è una scelta. Sono esiliati gli scrittori anglo-indiana o indo-americani? O i tanti franco-rumeni – non escluso qualche italo-rumeno.  Parimenti è difficile definire la patria di uno scrittore afghano o iracheno che si vuole esiliato, o libico, o saudita – ora usa anche l’emiratino. Cioè di paesi che esistono per convenzione, anche recente, più spesso coloniale, con scarsi connotati patriottici. La delimitazione tra Siria e Iraq, tra Siria e Libano, tra Iraq e altri confinanti, Kuwait, Arabia Saudita è stata coloniale e geometrica, per sfere d’influenza, senza radici storiche o tradizionali. Essendo peraltro questa aree all’origine e tuttora tribali, dove cioè la tribù viene prima dello Stato. Lo stesso la divisone indo-pachistana, per quanto qui le radici culturali siano spesse: la divisione è stata artificiosa.
L’esilio volontario è parte del più vasto concetto dell’emigrazione. Che si dice (si vuole) dettata dal bisogno o costrizione (persecuzione), ma è una scelta di avventura, si sfida – anche sotto la costrizione: ci sono più vie di sottrazione, e una di queste è l’emigrazione – l’esilio. Che resta una decisione.
 
Meritocrazia
– È selettiva e antidemocratica – è autoreferente? Lo è per definizione, e finora con merito – le democrazie prosperano col merito (intelligenza, applicazione). Ora non più, per uno stato d’animo condiviso e per una serie crescente di critiche: è un processo elitario asfittico. Ha promosso una selettività eccessiva, anarcoide, e ha creato disparità insormontabili tra ceti – per censo, istruzione e, seppure in forme contorte, razza – o le ha fossilizzate.
Si moltiplicano nelle università americane le contestazioni al merito. Dapprima Daniel Markovits, giurista della Yale Law School, col voluminoso “The Meritocracy Trap”, sottotitolo “How America’s Foundational Myth feeds Inequality, dismantles the Middle Class, and devours the Elite”. Ora il filosofo di Harvard Michael Sandel, “comunitarista”. “The tyranny of Merit?”, sottotitolo “What’s become of the Common God”. L’ipotesi è che la meritocrazia sia una delle forme della crisi politica americana, all’origine di un processo elitario o di ascesa sociale chiuso invece che aperto, e plutocratico, il merito venendo a costituire titolo quasi feudale nelle attività pubbliche come in quelle private, di mercato.
Meritocrazia, che si fa risalire alla democrazia di Atene, a torto, è termine e concetto del 1958, di un romanzo satirico, “The Rise of Meritocracy” (“L’avvento della meritocrazia”), benché opera di un sociologo, il britannico Michael Young, laburista di primo piano, fondatore della Open University, e dell’Istituto di Studi Comunitari. Il premio all’intelligenza e all’impegno come base per il successo si stratifica in piani infine inaccessibili, soprattutto perché non tollerano critica – si autocelebrano. Lo stesso Young successivamente, nel 2001, spiegherà, non più in forma narrativa né satirica, che “è giusto affidare incarichi agli individui sula base dei loro meriti, ma è l’opposto quando coloro che si ritengono avere meriti si rinchiudono in una nuova classe sociale senza spazio per altri”, per nuovi entranti.
 
Post-umanismo
– In tema Alessia Rastelli su “La Lettura” interroga Timothy Morton, docente a Houston, autore di un “Dark ecology”, che sarà alla fiera dei libri di Milano, Bookcity, e così si spiega: “Dark, oscuro, è da intendersi in un modo che cambia via via che si acquisisce coscienza ecologica. La prima reazione è di tristezza, depressione per un mondo che sta morendo, poi si avverte stranezza, ambiguità, rispetto al nostro mondo reale posto sul pianeta e al rapporto con le altre specie e oggetti; infine dolcezza, alla maniera potremmo dire del cioccolato fondente; perché attraversando l’oscurità si può arrivare in un posto migliore”. Anche attraverso il cioccolato al latte, perché no. E il nocciolato? Dark cioè confuso? Non è l’uomo che sta fabbricando il post-umanismo?
Si spende molto il post-umanismo per cause non chiare. Per esempio, per far ricomprare a tutti un’automobile elettrica – invece di ridurre, o abolire, la circolazione. O come se si potessero regolare (modificare, irreggimentare) le realtà astrali, la “natura”. Forse sì - ma fino a un certo punto, come sempre.
Il post-umanismo come nuova frontiera di conquista? Che di più umano dell’intelligenza artificiale.
 
Religione
– È della carne e non dello spirito. Nasce dal corpo. Nel cristianesimo, con la Crocefissione e  poi  il culto delle reliquie, ossa, dita, la scheggia della Croce. In altre religioni comunque con la “storia”, di persone e eventi. La fede è corporea. Anche del qui e ora. È sensibile, sensitiva – per questo le dimostrazioni non la intaccano. La fede è corporea, sentimentale – dei sensi.


zeulig@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo (149)

Al processo Kily RitteNhouse, un adolescente che ha ucciso due persone e ferito una terza un anno FA durante le manifestazioni Black Lives Matter a Kenosha nell’Illinois, ma forse ha agito per legittima difesa (il verdetto è atteso oggi), il giudice Bruce Schroeder ha provato a stemperare la tensione con una battuta a una pausa pranzo: “Spero che il cibo asiatico non debba venire da quelle barche di Long Beach Harbour”. Un accenno alla congestione dei porti californiani, primo approdo dei grandi commerci con la Cina. La Cnn e i legacy media hanno bollato la battuta come razzista, anti-asiatica. Schroeder è il giudice di più lunga e apprezzata carriera e Chicago e in tutto l’Illinois.
I legacy media sono i media di più lunga tradizione, a stampa o anche via etere, una sorta di mass media istituzionali. In opposizione in genere ai new media, a partire dall’informatizzazione. È una suddivisione temporale (storica) e quasi tecnica, ma i legacy media sono ritenuti aprioristicamente ostili dalle destre americane, attorno al partito Repubblicano.
Edward “Edi” Durr, di professione camionista, che aveva accettato di fare lo sparring partner repubblicano alle elezioni contro il presidente del Senato del New Jersey, in carica da tre legislature, massima autorità politica dello Stato, in un voto cioè a esito scontato, è invece stato scelto dagli elettori. Durr non ha fatto nemmeno campagna elettorale – avrebbe speso, secondo le fonti, 1.813 dollari oppure 2.300. L’unica cosa che si sa di lui, da quanto (poco) scrive su social, è che è di estrema destra.     
Gli Stati Uniti, che con il Fatca, Foreign Account Tax Compliance Act”, hanno promosso dal 2014 una politica del “fisco aperto”, dello scambio continuo di informazioni con gli Stati esteri in materia di depositi e investimenti dei propri concittadini, ospitano sette paradisi fiscali al proprio interno, in altrettanti Stati (Delaware, Wyoming, Montana, South Dakota, Nevada, Montana, Mexico e Alaska), che garantiscono l’anonimità, anche ai cittadini e ai soggetti giuridici americani.

Calvino innamorato

Pubblicata nel 1990 sul settimanale “Epoca” da Pasquale Chessa – che la ripropone su “Panorama” con i necessari riferimenti – a settembre del 1990, questa scelta di lettere d’amore dello schivo scrittore all’attrice e scrittrice Elsa de’ Giorgi, fra le più esaltate e eccitate che si possano leggere, suscitarono soprattutto polemiche. Come se la pubblicazione fosse rubata, ma più per il ritratto che danno di un Calvino all’epoca, 1955-1956, non propriamente impegnato o impelagato, non in modo esclusivo e non in primo grado - e non sposato naturalmente, alla vedova che nel 1990 se ne ebbe a male. Uno scampolo di lettere che soprattutto tessono le lodi di Elsa, di cui Italo apprezza tutto, anche il “ghiribizzo di civettare”: “Tu sei un’eroina di Ibsen”, “No, non hai nulla dell’eroina dannunziana”, una che dice sempre “cose così acute e sorprendenti quando parli di me con me che ti sto a sentire a bocca aperta”, per una “intelligenza delle personalità umane fatta di discrezione e capacità di intendere i tipi più diversi”. Ma erotico, inseguendo “la concretezza del tuo corpo nudo”. Per la capacità, dice citando Elsa, di “suscitare l’amore senza mai stimolare il vizio”. Elsa è come la guerra, partigiana: “È terribile come la guerra, la felicità che mi dai. E la cosa più esaltante di quello che provo fra le tue braccia è quando penso che chi ti abbraccia non è che sia un altro, sono io”.…
La raccolta delle fiabe italiane a cui Calvino stava attendendo al tempo della relazione esce con la dedica a Raggio di Sole, anagramma quasi perfetto di Elsa de’ Giorgi, “manca solo la «e»”. E quando “L’Espresso” vuole pubblicare la “scoperta” della dedica, Calvino si adopera per evitare la cosa - uno scandalo, Elsa essendo sposata, con Vittorio Contini Bonacossi. Elsa Italo eleva alla pari con Pavese, in quelle che chiama le sue “due conquiste fondamentali”: “Il mio rapporto con Pavese, o la coscienza della poesia, il mio rapporto con te, o la coscienza dell’amore”.
Lo scandalo stava nella scoperta che nel 1955 Calvino, personalità di punta nella strategia culturale del Pci di Togliatti, dell’apertura ai ceti e alle forme borghesi, mostra invece poca affezione per la politica, e opera la scelta per il Calvino che conosciamo, scrittore, e letterato acuto. Trascura la politica. Sceglie la letteratura, la poesia della vita.
Ma lo scandalo politico nasceva da uno scandalo giornalistico, che Chessa racconta qui. Elsa de’ Giorgi era stata insultata da Citati, nel necrologio di Calvino scritto per “la Repubblica” (non elogiativo, per la verità: Calvino ne esce come uno scrittore minore, un funambolo – Citati, recente vicino di casa dei Calvino a Roccammare, scriveva quello che della de’ Giorgi pensava la vedova dello scrittore, “Chichita”, ma non era mai stato un ammiratore di Calvino): “Spesso si innamorava… Si trattava di False Contesse” eccetera, che “lo obbligavano a frequentare ristoranti costosissimi o a bere Veuve Cliquot”, e quando capì “di avere buttato via il suo cuore e il suo tempo”, una della False Contesse “lo inseguiva attraverso l’Italia con la pistola nella borsetta, leggendo ad alta voce agli amici, con roucoulement di una colomba pugnalata, le tremila lettere d’amore che lui le aveva scritto”.
Elsa de’ Giorgi provò a rispondere, e fu ospitata da “Epoca”: “In quell’occasione”, spiega qui Chessa”, “vidi per la prima volta il carteggio. Le lettere non erano tremila e nemmeno trecento, ma esattamente 407 divise per argomenti in 11 cartelline azzurre”. È l’unica nota bibliografica accurata che si ha di questo carteggio.
L’epistolario di Calvino finora pubblicato, in un Meridiano, di circa mille lettere, non contiene quello con la de’ Giorgi, secretato dalla vedova di Calvino e sua erede, Esther Judith Singer. Uno scambio di 400 lettere, tra il 1955 e il 1960, più qualche cenno sparso successivo. Lui aveva 32 anni nel 1955, lei 40, sposata da sette con Alessandro “Sandrino” Contini Bonacossi, a Firenze, ma la coppia risiedeva a Roma, dove Elsa era attrice di cinema e di teatro, amica di Visconti e di Pasolini. Per incontrare Calvino, che lavorava a Torino, Elsa aveva preso casa fuori Sanremo sul mare.
È autrice apprezzata di due memorie, “I Coetanei”, sulla guerra a Roma, e “Ho visto partire il tuo treno”, sulla relazione con Calvino e sul mondo romano. Era attrice di nome,  col primo ruolo a diciotto anni in “Ti amerò sempre” di Camerini, poi specialista dei “telefoni bianchi”, ma anche attrice di teatro, con Visconti e Strehler. E al cinema con Pasolini da ultimo, nel suo ultimo film. Il rapporto con Calvino ruppe l’intesa con “Sandrino”, che ne derivò un forte trauma, tra sparizioni e riapparizioni, fino al suicidio nel 1975 in albergo a Washington.
Pasquale Chessa (a cura di), Amore e politica: le lettere che dividono l’Itali
a, “Panorama”, 12 agosto 2004, free online

lunedì 15 novembre 2021

Appalti, fisco, abusi (210)

Morgan Stanley modifica a settembre le condizioni contrattuali di alcuni fondi. Che l'investitore può accettare tacitamente. Oppure può chiedere il rimborso dell’investimento, ma deve farlo entro il 29 ottobre. La comunicazione di MS, data 30 settembre, viene però consegnata il 15 novembre. Ammesso che le modifiche siano sostanziali, si tratterebbe di una truffa.
 
Ma si tratta di modifiche assurde, per lo più illeggibili – avvocatesche (è consigliata la lettura del documento da parte di “consulente specializzato”). Un mezzo libro, che avrà richiesto l’opera di molte persone per mascherarne il senso, oltre al consumo di chili di carta per ogni sottoscrittore. Un “documento” della inverosimile inefficienza delle banche, ora sotto l’apparenza del dovere di informazione.
 
“Se il 21 per cento paga il 71 per cento dell’Irpef”: ritorna su “Affari&Finanza”, sotto forma di “analisi delle dichiarazioni dei redditi presentate nell’anno del Covid”, l’eterna questione delle molte tasse pagate dai pochi. Sottinteso: gli italiani evadono le tasse. Invece di dire quello che uno studente (non studioso) di Scienza delle Finanze sa; che lo squilibrio fiscale è dovuto all’eccessiva progressività, e alle troppe “erosioni” consentite.
 
Poste vanta un utile in crescita quest’anno del 50 per cento, ricavi in crescita del 20 per cento, margini in crescita, eccetera. Aumenta perfino i ricavi da corrispondenza. Che però non consegna – se non qualche volta, un giorno la settimana, o il mese.  Non sembrerebbe possibile, Poste è beneficiaria, in esclusiva, del Servizio Postale Universale – da ultimo per 15 anni a partire dal 2011. Per il quale riceve congrui conguagli dallo Stato.

Ritrovarsi ai settanta in leggerezza

Una commedia della terza età. Con tutti i luoghi comuni, la prostata, l’erezione, i Beatles e “all you need is love”, eccetera, che però non pesano.  Un film leggero, che approssima il cult - manca la convinzione? Quattro attori stagionati, Marco Paolini, Neri Marcoré,  Tirabassi e Giovanni Storti (Giovanni di Ado, Giovanni e Giacomo), cinque con Isabel Russinova, sono tenuti stretti da Ferrario fuori da ogni velleità mattatoriale,  eccezionalmente. Sono stati da ragazzi, prima di diventare chi notaio, chi ristoratore, eccetera, un gruppo musicale, e Paolo Giangrasso nelle vesti del giornalista sfigato appassionato degli anni Settanta li pilota in un tentativo di resurrezione. Ma quello che conta è ritrovarsi. 
Un film pop, anomalo per l’Italia. Con facce, ambienti, paesaggi, per grandi macchie geometriche di colore. Con un insolito effetto di legerezza, pur nella sceneggiatura carognosa, scontata.
Davide Ferrario, Boys – all you need is rock, Sky Cinema

domenica 14 novembre 2021

Appalti, fisco, abusi (209)

“Il Sole 24 Ore” assegna la palma di campione dell’anno a piazza Affari a Unicredit, “cresciuta del 50 per cento” al listino. Cioè rispetto ai 7,4 euro del 26 gennaio, minimo dell’anno. Perché no? Il titolo si può dire cresciuto anche di più, rispetto al minimo storico di 6 euro a metà maggio 2020. Ma basta un Orcel per cambiare le carte in tavola?
 
Non si saprebbe realizzare un’idiozia peggiore, se già non ci fosse, sacramentata dalla legge,di assegnare alle prefetture i ricorsi in materia di multe stradali. Che ora, fra una cosa e l’altra, non sono mai meno di 100 euro, e al passaggio in Prefettura diventano di 200. Perché la Prefettura, inderogabilmente, rifiuta il ricorso: non lo legge nemmeno, lo manda ai vigili che hanno stilato il verbale, i quali ribadiscono il verbale stesso, e la prefettura per questo semplice scambio raddoppia la sanzione. A un costo, certo: di un prefetto, in genere una prefettessa, appositamente delegata, con innumerevoli sottopancia, per compilare gli “atteso” di prammatica, “esaminato”, “considerato”, “ritenuto”, “visto”, e “vista” (vale la pena farsi fare una multa per leggere le delibere prefettizie), e  raddoppia così la sanzione.
 
Si capirebbe il raddoppio della sanzione per le multe stradali se l’incasso andasse allo Stato per pagare il prefetto addetto, o la prefettessa, e i loro sottopancia. Ma va al Comune - per un servizio non reso, un Comune normalmente opera per il benessere di chi amministra. Un tempo i Comuni avevano appositi uffici dei vigili urbani per accogliere e discutere i verbali: gente che sapeva di che si parlava e dedicava a ogni problema cinque minuti. Poi è tornata subdola l’Italia dei Prefetti (dei commissari, delle ingiunzioni esecutive). Come un secolo fa, fino a Mussolini.
 
Si faccia la Salerno-Reggio Calabria, che stenta a farsi chiamare autostrada del Mediterraneo, 442 km, cinque ore in media di automobile, e non c’è un solo ristorante. Anche in senso inverso, Reggio Calabria-Salerno, eccetto un autogrill con cucina a Rogliano, a due ore da Reggio Calabria. È questione di licenze? Anas non deve provvedere ai servizi delle sue strade?
 
L’Anas gestisce la Salerno-Reggio Calabria con curiosa noncuranza. Ora il percorso è tutto un seguito di aree cantierate (traffico ristretto a una sola corsia). Dove però non si vede un addetto, né una macchina all’opera. Ha segnali assurdi di limitazioni di velocità, p.es. 80 km|h, non ripetuti, in tratti rettifili,  ben pavimentati, che sfuggono all’occhio : per fare multe con autovelox incogniti? perché si è dimenticato il segnale da qualche cantiere storico?
 
L’autostrada Salerno-Reggio C. l’Anas ha costeggiato di segnaletiche grandi, gialle su fondo ocra, di “Vie della fede”, “Vie di Bacco e Cerere”, “Vie del vino”, “Vie dei Castelli”, fasulli peraltro, perché uscendo non si troverebbero castelli né vigne, forse solo qualche chiesa. Un appalto, a qualche amico cartellonista? Mentre non c’è un solo segnale utile – per esempio di un ristorante. Un segnale a pagamento, a favore dell’Anas, e utile. L’Anas è solo una centrale di spesa. Incontrollata? Una signoria.

L’Europa comincia a pagare la transizione energetica

Il caro energia è qui per restare, luce, benzina e gas, e anzi si accentuerà, via via col passaggio accelerato alle fonti non fossili. Con effetti gravosi sul caro-bolletta, e di più sulla competitività economica.
Le aree come l’Italia e l’Europa, impegnate per un passaggio accelerato alle fonti di energia rinnovabili, perderanno ulteriore terreno, nell’ambito della globalizzazione, a favore delle produzioni asiatiche, che si sono riservate una transizione molto più a lungo respiro – a un orizzonte di quaranta e anche cinquant’anni, e non di dieci, come l’Europa.
Il conto è semplice. La produzione di idrocarburi, petrolio e gas (la fonte prevalente dei combustibili fossili, insieme col carbone) era stata incentivata fino alla metà degli anni 2010  da investimenti robusti, nell’ordine di 800-900 miliardi di dollari l’anno. Effetto della domanda in crescita abnorme, specie in Asia, e di prezzi elevati. Quando il mercato ha trovato un nuovo equilibrio tra domanda e offerta, gli investimenti si sono più che dimezzati, a 300-400 miliardi di dollari l’anno. La saturazione della domanda, con la compressione dei prezzi, e le politiche di decarbonizzazione, con gli accordi di Parigi sul clima, hanno indirizzato gli investimenti verso le fonti alternative. Che però sono di sviluppo lento.
Il blocco dell’attività produttiva per quasi un anno e mezzo a causa del covid ha ulteriormente compresso gli investimenti. La ripresa della domanda, sia domestica che industriale, resta quindi parzialmenrte scoperta. E più lo sarà nel futuro prossimo – gli anni della transizione accelerata alla neutralità delle emissioni zero di anidride carbonica.
Si può dire solo iniziato, con le nuove bollette, il salasso che il ministro della Transizione Ecologica Cingolani ha spiegato, in conseguenza del piano europeo di arrivare alle emissioni zero nel 2030.
Ne resteranno esclusi i grandi paesi industriali asiatici, Cina e India sopra tutti, che si sono riservati di ampliare il ricorso al carbone di cui abbondano. E in questo modo anche – non dichiaratamente – l’Australia e il Nord America, il Canada e gli stessi Stati Uniti. E la Germania, in parte. I paesi del carbone, l’inquinatore per eccellenza.

Mistero e felicità a teatro

Mistero e commedia dell’arte, come recita il sottotitolo. Mistero laico, dell’attore, uno, nessuno e centomila. E dell’arte teatrale, che s’inscena alla morte, o meglio prolungata agonia, del capocomico. L’Attore nn muore, non può morire, e De Simone lo fa rivivere in molti ruoli, anche sdoppiandosi – riesce a essere insieme Otello e Desdemona.
Una scorribanda, promette De Simone in avvertenza, “tra il tirso del riso atellano e il coturno letterario di Pirandello, il conflitto tra Prospero e la magia di Medea, tra il Commendatore e Don Giovanni”, con “gli insopprimibili servi padroni”. Ma il testo fila liscio, dopo questi fieri propositi. Evocando personaggi e memorie di testi, ma soprattuto inventando, grazie alla lingua. Che suona tutte le corde, alte, basse, madrigalesche, in castigliano anche, o con l’inglese di Keats, scurrilità, ferocia (verbale): un’inventiva lessicale trascinante. In napoletano naturalmente, ma anche in inglese (finto) d’accatto, in bolognese (il Dottore), in fiorentino (il Pittore). E in napoletano con dialoghi, invettive e elenchi, specie tra le donne “corifee” che faranno testo, oltre a concludere la commedia.
Il miracolo della “Gatta Cenerentola” di Spoleto 1977 si ripete: inventiva, forza, musicalità. Ma non con la stessa forza, restando confinato al testo. De Simone si è voluto fare un regalo per i suoi 86 anni due anni fa, e si può dire, come il testo vuole, che è morto il capocomico. Non si fa più teatro, se non al modo dei podcast, monologhi e primi piani, e comunque nessuno ci ha finora provato al posto di De Simone. Che pure provvede questa sua summa di felicità delle musiche.
Roberto De Simone, L’oca d’oro, Einaudi, pp. 137 € 12,50

sabato 13 novembre 2021

Il mondo com'è (435)

astolfo

Appennini – Nome di origine incerta, come si sa, ma più probabilmente celta, ritrovandosi anche nella non montuosa Inghilterra, i Pennini. In celtico, come in ligure, pen o ben è montagna, cima. Nome quindi rimasto nel Nord Italia dall’epoca dei Celti. Non registrato nella geografia antica, di Strabone et al., riemerso in epoca tardo-moderna, tra Sei e Settecento.
Lo scrittore Graham Greene, nell’autobiografia “Una specie di vita”, i Pennini vede “grigi, con un po’ di pecore vaganti su colline desolate deserte. abbozzi di mura di pietra e sparse capanne con un’aria irlandese di fatiscenza”.
 
Awoke-woke – Risveglio, nella pronuncia afroamericana del corretto “awake”. Detto dei movimenti periodici di rivendicazione delle minoranze “rivoluzionarie”, che si ritengono per qualche motivo danneggiate o coartate. Con significato ora, però, curiosamente sia elogiativo che spregiativo. Apprezzativo da parte dei movimenti di rivendicazione, radicali (liberal), nel senso di “svegliati!”. Spregiativo da parte di chi contesta la contestazione, anche solo per il suo radicalismo – che politicamente si direbbe di destra, ma è ora anche di centro. Possono così essere woke sia i movimenti Black Lives Matter e #metoo, che i critici degli stessi – sia gli oppositori frontali che i critici degli eccessi rivendicativi. Come già per le contestazioni precedenti del politicamente corretto e della cancel culture.
L’ambivalenza in particolare si produce per i prodotti culturali di massa, film, fumetti, serie tv, videogiochi, che abbiano tentato di cavalcare l’onda dei movimenti di rivendicazione, ma, prodotti di massa, inevitabilmente risultano indigesti al pubblico generalista – da qui il detto ora popolare, “get woke, go broke”, risvegliati e fallisci.
Discussa è l’origine del termine, se non che proviene dalla parlata afroamericana. I vocabolari la fanno  risalire alla canzone Master Teacher”, di Erykah Badu, una cantautrice, che reca l’espressione rimata “I stay woke’e”, sto in guardia. La canzone è del 2008. Ma era woke già il movimento dei diritti civili degli anni 1960, inizialmente nero poi misto.
 
Von Bernstorff – Un “conte von Bernstorff, primo segretario all’ambasciata tedesca a Londra”, arruola Graham Greene ventenne, nel 1924, come spia. Il futuro scrittore se lo trova seduto sulla sua poltrona nella sua stanza al college Balliol, “la mia sola bottiglia di brandy quasi finita”. Era successo che Greene, indignato dalla lettura di un libro di racconti, “Defeat”, di Geoffrey Moss, sui tentativi di creare un Palatinato indipendente, dentro o fuori della Germania, e forse dentro la Francia, subito dopo la guerra, aveva scritto all’ambasciata tedesca a Londra per offrire i suoi servizi come propagandista, accampando entrature in numerosi giornali. Pronta era arrivata la risposta, portata dal conte. Seguito da altri importanti e strani personaggi: una bellissima contessa von Bernstorff, cugina del conte. Un giovanotto dal lungo complicato tiolo, che vantava una più nobile e lunga discendenza dagli Hohenzollern, e uno strano Capitano P. Fino al giorno in cui, convocato all’ambasciata, il futuro scrittore ebbe dal conte un pacchetto, con l’istruzione di bruciare la busta – “che naturalmente ho conservato come ricordo”, scrive Greene. Dentro c’erano 25 sterline, “più che sufficienti in quegli anni per un lungo viaggio tra Reno e Mosella”, dove la repubblica del Palatinato doveva sorgere.
Col viaggio pagato dall’ambasciata tedesca, finì la collaborazione di Greene. Che però ricorda del conte: “Un uomo che amava il lusso e i ragazzi, e frequentava uno club equivoco chiamato L’Abissino  a Soho, Archer Street. Nessuno avrebbe previsto che, dentro quelle pieghe di carne si nascondeva un eroe che avrebbe gestito una via di fuga per gli ebrei dalla Germania alla Svizzera nell’ultima guerra, per poi essere giustiziato nella prigione di Moabit”.
Il Benrstorff di Graham Greenme, di una famiglia che contava molti diplomatici e anche un ministrod egli Esteri della Prussia, era Albrecht.  Che era familiare di Oxford preché ci aveva studiato, e prima di tornare  a Londra all’ambasciata, era sto all’Alta Commissione Interalleata per la Renania. Dopo Londra, nel 1933 fu espulso dal servizio diplomatico per non aver prestato giuramento a Hitlwer. Con la banca Wassermann,  lavorò a trasferire capitali ebrei all’estero. Fino al 1940, quando fu per questo imprigionato a Dachau. Presto liberato, entrò in contatto con alcuni circolik di opposizione, il circolo Solf e il circolo Kreisau. Con i quali collaborò al tentativo di colpo di Stato del 20 luglio 1944. Arrestato, fu destinato in un primo momento a una pena leggera, la detenzione nel lager di Ravensbrück. Ma a fine 1944 fu trasferito alla prigione berlinese di Lehrter Strasse, nel distretto di Moabit, sotto il controllo delle SS, che lo torturarono. Fu una delle ultime vittime di Hitler rinchiuso nel bunker, giustiziato il 24 aprile 1945 - otto giorni prima della capitolazione della capitale in mano ai russi.
 
Poor Laws – Il reddito di cittadinanza ha avuto illustri secolari antenati nelle Poor Laws inglesi – applicate anche al Galles, meno all’Irlanda e alla Scozia. Varie norme  per  il sostegno dei poveri risalgono all’epoca Tudor. Ma la prima Poor Law si fa risaalire al 1572, durante il regno di Elisabetta. Con riferimento soprattutto ai mendicanti e ai vagabondi. Nel 1834 una nuova Poor Law tentò una soluzione radicale del problema povertà. Oggetto presto però di ripulsa radicale.
La legge, promossa dal Parlamento, aveva il triplice obiettivo di ridurre i costi dell’assistenza ai poveri, i costi locali, di parrocchie e comuni, di eliminare dalle strade i mendicanti, e di spingere reg i poveri a lavorare in qualche modo per mantenersi. Sottraeva l’assistenza alle parrocchie, e creava della workhouses , case lavoro, una sorta di carcerazione benevola, senza sbarre, dove i poveri e le loro famiglie dovevano essere rivestisti, sfamati, e avviati al lavoro, anche se poco retribuito. Ai bambini veniva assicurata una formazione scolastica di base. Ma la legge durò poco, contestata da destra e da sinistra. La “workhouse” fu criticata come una “prigione dei poveri”. Ci furono anche rivolte degli assistiti –non a Londra ma nelle città del Nord dell’Inghilterra sì. I precetti della Poor Law 1834 non furono aboliti (si procederà all’abolizione solo nel1948, sostituendole con una legge di assistenza (sociale) nazionale, National Assistance Act. Ma le workhouses restarono sulla carta. Mentre si formavano nuove forme di assistenza, mutualistica fra lavoratori, e di volontariato, privato, delle parrocchie e laico.
 
Repubblica Palatina – O del Palatinato. È un progetto della Francia, tra il 1919 e il 1923, da potenza vincitrice, di creare uno Stato indipendente dalla Baviera, cioè dalla Germania, tra la Mosella e il Reno. Ne parla lo scrittore inglese Geoffrey Moss nel volume di racconti “Defeat”, 1924. Criminali ted schi detenuti in prigioni francesi, ladri, violenti, magnaccia furono liberati e deportati nel Palatinato per aizzar e alla collaborazione. La polizia tedesca comandata di intervenire dal Land di Monaco era stata brutalizzata. Il progetto non andò in porto per l’opposizione della Gran Bretagna e degli Stati Uniti – dove il progetto francese veniva labellato “Revolver Republic”. Ma in Germania gli elementi nazionalisti restarono a lungo allarmati dal progetto. L’occupazione militare francese del’area, e nel 1923 anche del bacino della Ruhr a Nord, confortava questi timori.
Nei fatti,. un primo tentativo separatista avvenne subito con l’occupazione francese a fine 1918: d’accordo col generale francese Gérard, un Eberhard Haas, di professione chimico, creò una Lega (Bund) del Libero Palatinato. A maggio del 1919 Haas intimò al presidente del Palatinato, Theodor von Winterstein, di pendere la guida del movimento separatista. Al rifiuto di Winterstein proclamò l’1 giugno la “Repubblica del Palatinato”, con capitale Spira. Proprio la città dove erano all’erta e protestavano gli unionisti, per il mantenimento dell’unione con la Baviera. Subito dopo Haas perdeva pure l’appoggio del generale Gérard, e il suo Bund finì nel nulla.
La Baviera corse ai ripari contro il separatismo del Palatinato creando degli uffici decentrati, a Mannheim e Heidelberg. E un apposito Commissariato per il Palatinato, di cui fu  a capo per periodo Winterstein.
Nel 1923, in connessione con l’occupazione franco-belga in primavera della Ruhr, con i conseguenti problemi d’inflazione e disoccupazione, la questione Palatinato ebbe una nuova insorgenza. A opera di alcuni socialdemocratici, che facevano capo a Johannes Hoffman, ex ministro del governo della Baviera, in rotta col partito su posizioni paracomuniste, ma d’intesa col comandante francese de Metz. Questa volta per un Palatinato indipendente confederato col Reich tedesco. Il tentativo socialista finì nel nulla. Mentre prendeva piede, in parallelo con l’iniziativa autonomista di Hoffman, un progetto di separazione totale del Palatinato dalla Germania, e per l’adesione alla Francia, promosso da un Josef Heinz, detto anche Heinz-Orbis dal suo luogo d’origine, che aveva formato in Corpo paramilitare del Palatinato. Heinz prese per cinque giorni, tra il 6 e il 10 ottobre del 1923, il controllo delle città palatine Kaiserslautern, Landau e Neustadt  an der Haardt. Il governo legittimo si arrese e il 12 novembre, a Spira, Heinz proclamò il Palatinato autonomo, in unione con una Repubblica renana, filofrancese, a occidente del Reno. Mentre Heins continuava a occupare nuovi territori nel Palatinato. Finché, con l’approvazione del governo bavarese, Heinz e i suoi prossimi collaboratori il 9 gennaio 1924, non furono trucidati, nel ristorante dell’albergo di Spira Wittelsbacher Hof, da un kommando di una ventina di uomini della lega Bundes Wiking, al comando di Edgar Julius Jung – “Tyll”, un pubblicista nazista antemarcia, che sarà liquidato nel 1934 con le Sa. La repubblica del  Palatinato sopravvisse ancora alcuni giorni, ma non era più nell’interesse francese – opponendosi Gran Bretagna e Stati Uniti.

astolfo@antiit.eu

Se la guerriglia sbaglia (ostaggio)

Che succede se la guerriglia – c’era la guerriglia in Occidente cinquant’anni fa - prende l’ostaggio sbagliato? Graham Greene cava il bello dal brutto, come diceva Soldati. Non dal “buono, il brutto e il cattivo” di Sergio Leone, con il terrorismo non si poteva, negli anni 1970 l’Europa ambiva a farsi America Latina. Ma dall’insignificanza, in un’area periferica, il Chaco, l’Argentina al confine col Paraguay, dove solo tre inglesi insabbiati esistono: il console onorario rapito per sbaglio dai terroristi, invece dell’ambasciatore americano, è uno dei tre, il più insignificante. Sua moglie, che ha preso al bordello, è l’amante di uno degli altri due, il protagonista della storia, un medico figlio di un inglese esule politico in Paraguay. Il quale è a sua volta legato al capo dei terroristi, suo compagno d’infanzia. Il terzo è un inglese magro, presunto dottore in Lettere, che insolentisce gli altri due. 
Un atto di coraggio: il romanzo esce nel 1973, su una cosa che pochi o nessun altro ha romanzato, il terrorismo si prendeva terribilmente sul serio, era il politicamente corretto dell’epoca, la rivoluzione. Oggi è quello che era al fondo, nell’intenzione di Greene: un vaudeville, una storia da ridere, di minuti equivoci. Anche se molto realistico, in quegli anni – si pensa sempre, da contemporanei, di vivere la storia peggiore, ma ce n’è sicuramente stata una peggio, almeno una. Questo nelle intenzioni, se c’erano – la storia sembra andare avanti senzo senso.
Un pasticcio, alla fine, un guazzabuglio. Che sembra a metà percorso - dopo molto dialogare, tanto richiesto dal genere giallo quanto più spesso superfluo - animarsi. I terroristi sono paraguayani, il presidente Stroessner è peggio di Andreotti con Moro, di un console onorario, inglese per giunta, e ubriacone, non gliene può frega’ de meno. E non solo l’amico d’infanzia pesa, che si era fatto prete, prima di farsi terrorista, ma anche il fantasma del padre emerge, che il protagonista non ricorda, essendosene separato con la madre da piccolo, per una vita comoda a Buenos Aires: è in carcere, torturato, morto, di malattia, sparato, deflagrato? E chi era, che voleva?
Ma è un falso scopo, non si viene a capo di nulla. Restano tre figure di inglesi insabbiati. Un ubriacone, il sedicente console, che si cerca la moglie al bordello. Il suo commensale al Circolo Italia, dove il cuoco ungherese propone ogni giorno il gulasch: un cosiddetto dottore in lettere, che lo disprezza. E un dottore in medicina che si fa tutte le donne, compresa la moglie del console. Tra gli entertainment, i divertimenti, di Graham Greene.
Ma non tirato via, non del tutto. Oltre che il terrorismo, racconta l’etilismo, che pochi o nessuno aveva ancora romanzato – l’etilismo diventerà “materia americana” ma qualche anno dopo, neanche di Hemingway, che pure in larga misura ne era morto, si diceva. Greene è persona colta e viaggiata, e in America Latina si trovava bene - meglio che in Africa, a giudicare dagli scritti che ne ha derivato. Per questo, in particolare, si dice grato a Victoria Ocampo, cui il libro è dedicato: “Con affetto, e in ricordo delle molte felici settimane che ho passato a San Isidro e Mar del Plata”. Una lumga vacanza, insomma. 
Con una robusta presentazione di Domenico Scarpa.
Graham Greene,
Il console onorario, Sellerio, pp. 440 € 15


venerdì 12 novembre 2021

Problemi di base (s)corretti - 670

spock


Russia vs. Occidente: prima l’uovo o la gallina?
 
Viene prima Timoshenko, una ladra vestita d’arancione, oppure Lukashenko?
 
Di un ladro si può dire che è rumeno, se è rom, ma non che è rom?
 
Anche se ruba milioni, all’Inps, grazie al patronato rom, sul reddito di cittadinanza?
 
Si può dire di un africano che è nero ma non negro, e meglio colorato che nero – fa differenza?
 
Per salvare i giornali, ripristinarne la lettura in ufficio che Mussolini ha proibito?
 
Si pensa sempre, da contemporanei (vivendo l’oggi), di essere nella storia peggiore, ma ce n’è sicuramente stata una peggio, almeno una?

spock@antiit.eu

Il giallo viene bene nei dettagli

La solita tresca, questa volta telecomandata, doppiamente, in videochiamata, dall’università della Calabria, Arcavata di Rende, dei quattro vecchietti del BarLume, più Massimo, con mamma, Alice e Tiziana. Come di un Malvaldi lui stesso stanco dei suoi, anche se non gli fa perdere una battuta. Si salva da chimico ricercatore, semplice allora, e breve. L’esponenzialità - nella pandemia. La ferrovia Paola-Cosenza, a cremagliera, la vecchia, un’ora e mezza per trenta km. E, magistrale, la lavanderia del denaro sporco.
La cosa funziona così. I miliardi incassati con i traffici non si possono spendere in contanti. “La cosa migliore è comprare un locale dove di solito si paga in contanti. Un bar, una discoteca, una pizzeria, un cinema”. Il cinema è meglio – ma ce ne sono ancora?: “In un cinema puoi tenere lontane le persone proiettando film muti di avanguardia svedese, e far finta di avere avuto la sala piena”.
Marco Malvaldi, Bolle di sapone, Sellerio, pp. 265 € 15

giovedì 11 novembre 2021

Ombre - 587

Passa il carovita negli Stati Uniti da zero al 6 per cento in un anno, meno di un anno, e i prezzi continuano a correre. Come non detto, nei giornali hanno posto solo gli immunologi - ma quanti sono, migliaia.  

“I magistrati rispettino le regole”, ha detto il giudice Greco dopo di “Mani Pilite” in pensione dopo 43 anni di attività. Come sarebbe a dire, a questo siamo ridotti?
 
Lo stesso giorno il Csm decide infine, dopo aver ponzato per tutti i suoi 62 anni di vita, di mettere fine ai “giudici lumaca”, che depositano le sentenze quando gli fa comodo. Agli incarichi extragiudiziari, molto appetitosi e molto appetiti. E anche alle toghe in cattedra e nei “comitati di sorveglianza”. Altro incarico appetitoso, questo, le amministrazioni straordinarie dei grandi gruppi in stato d’insolvenza, e dove non c’è nulla  da fare, giusto incassare le remunerazioni.
 
L’Italia, come si sa, è all’ultimo posto in Europa per la durata dei processi. Non per i troppi gradi di giudizio, come dicono i cronisti giudiziari, che sono boia mancati, o boia all’epoca della non-pena di morte. No, proprio per la durata dei singoli giudizi: il giudice in tribunale ci va nel tempo libero.
 
“Quattromila, esuberi possibili” nel nuovo piano di Mps per salvarsi, secondo il suo stesso management, impegnato a “salvare” l’indipendenza della banca – e il proprio posto, da qui il fallimento della trattativa con  Unicredit. Al costo di un miliardo, per lo “scivolo” dei dipendenti che si presteranno. Con almeno due anni di “sofferenza”, e un aumento di capitale subito, “nell’attorno dei 3 miliardi”. Niente, bruscolini.
 
Il tutto, dice Bastianini, che di Mps è l’amministratore delegato, per un auspicio: “Se si otterrà un tempo abbastanza lungo”, per la riformina, “penso ad almeno due ani, le condizioni di cedibilità di Mps potranno migliorare”. Un buco enorme, e senza fine. Ma non è uno scandalo – scandalo bancario in Italia è solo la Banca Romana, 1892, tra poco 130 anni.
 
“Ricordo l’esperienza nelle istituzioni comunitarie negli anni ’80 e ’90 con nostalgia e elicità”, dice Silvia Calamandrei a Benedetta Tobagi su “la Repubblica”: “Nell’epoca di Delors, dopo la creazione del mercato unico, si aveva l’impressione di essere pionieri che stavano armonizzando la legislazione d’Europa su valori avanzati, innovativi, sul fronte ambientale, della protezione dei consumatori e della salute. Cera una carica positiva . Il punto di crisi è arrivato quando, invece di approfondire, si è allargata l’Unione”.
 
Romano Prodi, che venne dopo Delors (dopo la corsa Santer-Marin per essere precisi, che però non avevano modificato l’impostazione del socialista Delors), volle l’allargamento della Ue prima del consolidamento, come “un atto dovuto” diceva, ai Paesi che si erano “liberati” dal sovietismo. E come volevano gli Stati Uniti, che contemporaneamente allungavano la Nato. Chissà oggi se la penserebbe alla stessa maniera.  
 
“Negli ultimi 23 anni, dalla privatizzazione del 1998 in poi”, fa il conto Pons su “Affari&Finanza”, Telecom è diventata una nana –“solo il debito cresce” – “per valore di Borsa, perimetro di attività e redditività”. Era un gruppo leader in Europa. Stava perfino introducendo la rete in fibra, con 23 anni di anticipo, col progetto Socrate, Sviluppo Ottico Coassiale Rete Accesso Telecom, il cablaggio dell’intera penisola a fibra ottica, quello che poco e male si va facendo oggi. Un gruppo sacrificato all’ideologia della privatizzazione. In mani che si sono soprattutto impegnati a spolparlo, dagli Agnelli a Colaninno, Tronchetti Provera – il meglio della Nazione: niente investimenti, riduzione del personale, la solita ricetta.
 
Picasso non è mai riuscito a ottenere la cittadinanza francese? Sembra impossibile, ma è il tema di una mostra a Parigi. Che senso hanno le pratiche di cittadinanza, che senso ha la burocrazia?
E come faceva Picasso, viaggiava con passaporto spagnolo, franchista?
 
Ben più “ricca” del reddito di cittadinanza, la truffa su eco bonus e sismabonus al 110 per cento. Di cessione di crediti verso lo Stato per lavori inesistenti, anche su richiesta di persone ignare. Su iniziativa di imprenditori edili, veri e fasulli. Con complicità in banca. L’Agenzia delle  Entrate ne ha scovate, “sicure truffe”, per 800 milioni. E non c’entra la mafia.
 
A proposito del reddito di cittadinanza a ricchi e mafiosi, Antonio Mastrapasqua ricorda che durante la sua presidenza, dieci anni fa, l’Inps eseguì poco meno di un milione di verifiche sulle pensioni di invalidità civile, trovando che “più o meno una su quattro era stata erogata senza che vi fosse titolo”. È una pratica ricorrente fin da metà Ottocento, dalle politiche inglesi contro la povertà.

Pavese tragico e trasparente

“Ginia attraversa la sua prima estate di ragazza nel piacere e i guai senza misurare la portata dei suoi desideri, delle sue frequentazioni”. “L’ammirabile di Pavese è in questa sospensione del senso e in questa reclusione in un presente senza scampo”. Pavese è scrittore tragico, di scrittura essenziale.
In “Se perdre”, il racconto di un amore folle per uno sconosciuto russo, la narratrice s’immagina “quella festa in cui io non ci sarò. O Pavese…”. Pavese ritorna spesso in Annie Ernaux, pur non avendo un posto speciale oltralpe. Per la sua scrittura di “assoluta necessità”. Partendo dall’incipit famoso della “Bella estate”: “A quei tempi era sempre festa”. Che Ernaux vuole antifrastico: la festa non ha luogo, oppure finisce male. Come del resto nel racconto di Pavese. Il saggio inizia annotando, dopo apposita ricerca, che il 27 agosto 1950, quando Pavese decide di morire, è “giorno di festa”, una domenica.
Due i nodi pavesiani che Ernaux enuclea. “La festa è la forma del tragico di Pavese, forma dichiarata d’anticipo”. Un tragico che “sembra nascere dal funzionamento naturale della vita”. E la “scrittura trasparente, intesa, come Pavese dice, a «presentare senza descrivere»”, una scrittura che “mostra senza analizzare né giudicare”. Sospensione del senso e presente-prigione sono forse artifici tecnici, “ma si può bene impiegare questo termine, che è una impossibilità di raggiungere mai l’Altro (vedi il Diario: «La donna è un popolo nemico come il popolo tedesco»)”.
Questo è un breve saggio che la scrittrice ha ripreso, unico o quasi fra i tanti suoi scritti d’occasione, in “Écrire la vie” nella collezione Quarto Gallimard – le opere scelte di un autore. Ernaux apprezza Pavese - al contrario di Asor Rosa, che vuole Pavese scrittore manierista e datato.
Annie Ernaux, Cesare Pavese, “Roman”, IV trim. 1986

mercoledì 10 novembre 2021

Letture - 472

letterautore


Anglo-fiorentini
– Si dice – si diceva tra fine Ottocento e il primo Novecento, ancora negli anni 1930, degli scrittori e artisti anglofoni che avevano scelto Firenze come residenza. Ma era una moda ricercata, con code inaspettate ancora nei primi anni 1970, quando Graham Greene scrive “Il console onorario”, sul terrorismo tra Argentina, Paraguay, Uruguay: il dottor Humphries, uno dei tre inglesi del Chaco, il vasto territorio poco popolato al Nord dell’Argentina, al confine con Paraguay e Bolivia, “autopromosso dottore in lettere”, vive nel deserto come se fosse a Firenze: “Per quanto la giornata fosse calda vestiva sempre in giacca e cravatta, con gilet, come un uomo di lettere vittoriano che vive a Firenze”.


Bilinguismo
– Comporta (consente, può essere una dote) una doppia personalità. Silvia Calamandrei, nata in Italia ma cresciuta in Cina, Jia YiHiua (cioè Jia Italia-Cina), lo spiega a Benedetta Tobagi su “la Repubblica”: “È un malessere e un vantaggio: osservi dall’esterno diverse  identità possibili, di volta in volta scegli, ma ne sei anche critica”. Lo stesso, in senso inverso, nato in Cina e cresciuto in Italia, per Shi Yangshi, attore, che Tobagi cita: “l’“Arle-chino traduttore\ traditore di due padroni”.


Bloomsbury – “La piazza di Bloomsbuty con il suo vizio a buon mercato, i suoi indiani e la sua atmosfera di piovosa nostalgia” rimemora Graham Greene nel 1938 in viaggio per il Messico (“Le vie senza legge”). Rovesciando, senza volerlo, il mito che ancora si vagheggia della Bloomsbury universitaria, intellettuale, artistica.  

Cancel culture – È una forma letteraria? Gli storici di Cambridge Robert Tombs e David Abulafia, a colloquio con Ippolito su “La Lettura”, la spiegano così: “Gli studiosi di letteratura direbbero che la Tempesta di Shakespeare è un testo colonialista  perché è ciò che ci vediamo adesso, mentre gli storici direbbero: «C’è qualche prova che a quel tempo la considerassero a quel modo?» - Tombs. “Non ha senso applicare (al passato) gli standard politici e morali del XXI secolo. Un grande esempio è Edward Said, che era solo un ciarlatano: le sue vedute su come l’Occidente aveva interpretato l’Oriente non erano basate su nessuna prova storica”, Abulafia.
 
Conrad – A un certo punto divenne jamesiano? Nella prima parte delle sue memorie, “Una specie di vita”. Graham Greene si dice sotto l’influsso, dopo Swinburne, di Conrad. Ma in un momento e per un libro “pericolosi”: “Conrad era il nume ora, e in particolare per il più pericoloso di tutti i suoi libri, La freccia d’oro, scritto quando era caduto lui stesso sotto la tutela di Henry James”. Un romanzo disimpegnato dopo la guerra, pubblicato come feuilleton, sulla lotta dei “carlisti” nel 1870, i sostenitori del pretendente al trono spagnolo Carlo Maria di Borbone-Spagna. Anche Greene provava  a scrivere un romanzo sui carlisti a Londra, il suo primo romanzo – anche se non ne aveva mai incontrato uno, e poco o nulla sapeva del carlismo.
 
Di Conrad sotto l’influenza tardiva di Henry James ha scritto Pietro Citati sul “Corriere della sera” il 13 giugno 2013, recensendone “Il caso”. Rilevando dentro la “voce” del narratore conradiano, John Marlow, “la voce di altri due narratori minori”, e che “tutte queste voci formano una specie di brusio che non possiamo tradurre in affermazioni con un senso solo”, Citati conclude: “Questo falsetto può ricordare, alle volte, il falsetto di Henry James, il quale dedicò a «Il casoâ una recensione entusiastica, elogiando «l’arte di moltiplicare i narratori»”.
 
Gassman –Vittorio si tolse una “n” dalla grafia  anagrafica per “tedeschizzare” il nome. Dei figli, due ripetono la sua scelta, le femmine, Paola e Vittoria, mentre i maschi, Alessandro e Jacopo, si attengono al nome anagrafico. Per “sgassmanizzarsi”?
 
Lettura - “La lettura può avere un’influenza ben più durevole dell’insegnamento religioso”: Graham Greene lo nota (“Una specie di vita”) a proposito della lettura giovanile di Swinburne, di cui era avido, e dell’idea di Dio che Swinburne agitava.
 
Machismo – È l’equivalente della virtus latina? È l’azzardo di Graham Greene, all’avvio del “Console onorario”: “Machismo - il senso di orgoglio maschile – era l’equivalente spagnolo di virtus” – “la lingua spagnola è romana di origine, e i romani erano gente semplice”. Ma lo stesso Greene nei capitoli successivi lo riduce al maschilismo latinoamericano – accompagnatore di baffi, basettoni e capelli solitamente neri crespi.
 
Rimozione – La “manomorta del passato” è la fulminante definizione che Graham Greene ne dà in “Una specie di vita”, l’autobiografia del primo suo quarto di vita. In cura a vent’anni da un analista scelto dal padre, Kenneth Richmond, lo scrittore ricorda la terapia come  “forse i sei mesi più felici della mia vita”. Amante dei libri, di gusti anche lui letterari, Richmond, che non era medico, solitamente “si faceva raccontare i sogni, e controllava le mie associazioni con l’orologio. Dopodiché parlava in termini generali della teoria dell’analisi, della manomorta del passato che ci tiene in schiavitù”.
 
Rivoluzione – È il motore del capitale? “Io credo nella rivoluzione”, dice a Graham Greene (“Le vie della legge”) un dentista svanito, tedesco-americano insabbiato da sempre nel Messico: “Dà ambizione alla gente. Mette in circolazione denari”.
 
Viaggio – Libera la confidenza? È il suo unico vantaggio secondo Graham Greene, viaggiatore peraltro compulsivo (“Le vie della legge”): “Questa è veramente l’unica cosa che un viaggio vi dia: la conversazione. Vi è tanta stanchezza e tanta delusione nel viaggiare che la gente ha bisogno di sfogarsi; nei treni delle ferrovie, nel cantuccio di un focolare, sui ponti dei piroscafi, o nei cortili adorni di palmizi di una giornata piovosa”.

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Al centro, in periferia

Una vita periferica, “alla periferia di tutto”, in un paese straniero, in una lingua acquisita? Niente di tutto questo – e poi, straniero a che cosa, a chi? La narratrice del suo vissuto quotidiano, trama e tema del racconto, è una scrittrice e una insegnante come l’autrice, gode a Trastevere, beata lei, della vecchia romanità, sorniona e lieta, amichevole, e può vivere il quartiere come un’avventura, piazza san Cosimato, il viale, il barista, l’oste, su su fino a villa Sciarra, con l’uccelliera, le grottesche, gli alberi specialissimi. Fa incontri graditi mentre passeggia. Di qualcuno anche si innamora, per un tempo. Quindi, periferica a quale centro?
Vive sola, è vero, degli amichi e le amiche, che pure ha, come tutti, anche socievoli e servizievoli, racconta con distacco. La sua è una solitudine di scelta, “stare all’ombra” piace alla narratrice, per ascoltarsi, vedersi, rivedersi. Soprattutto negli anni della crescita: non nella situazione attuale, ma nel rapporto con il padre e con la madre, e con se stesa adolescente. Con un senso però generale di liberazione, anche se molti ricordi sono costrittivi. Da qui anche la scelta dell’italiano, un’altra lingua da quella anagrafica o di cittadinanza, come veicolo “liberatorio”, una lingua propria solo a se stessa.
Dopo gli scritti d’occasione, pubblicati per lo più su “L’Internazionale”, Jhumpa Lahiri, la scrittrice americana di successo che ha scelto l’Italia e l’italiano per  una “rigenerazione”, debutta in italiano col romanzo (siamo nel 2017). Con un personaggio “alla finestra”, si potrebbe dire con un autore che Lahiri ama, Corrado Alvaro. Con un che di personale – i luoghi, le ore, gli interlocutori occasionali che fanno la giornata della protagonista-narratrice. Ma sempre laterale, anche con gli uomini con cui ha avuto una storia. Del potere liberatorio dell’isolamento? Anche di essere stranieri in patria – questo si nota di più nella traduzione dall’italiano in inglese, che la scrittrice vorrà professionale,  non fatta da sé: c’è una libertà nell’emigrazione.
Si procede per lampi, schizzi, abbozzi, disegni, anche sovraccaricati ma brevi, che alla fine compongono un tela di solitudine, di estraneità. Di una presenza che è anche assenza. Dell’incertezza – nel rapporto ingombrante con la madre come con gli amici e gli amanti, nessuno dei quali lascia traccia. Di estraneità non al mondo quotidiano, nel quale appunto la narratrice è integrata con sua felicità, ma a quello che si è, che si sarebbe voluto essere e non si è, al cosa fare (futuro) – domanda che però non si pone.
“Da nessuna parte” sarà la riposta. Alla domanda: “Esiste un posto dove non siamo di passaggio?”. Non infrequente probabilmente in America, un continente più che un paese - Lucia Berlin, una scrittrice anni 1960 che ora si ripubblica, ha una situazione analoga in più racconti, e in uno, “So Long”, fa così parlare una americana che ha messo su famiglia a Città del Messico: “Naturalmente ho una me qui, e una nuova famiglia, nuovi gatti, nuovi scherzi. Ma provo sempre a ricordare chi ero in inglese”. Che può essere una scelta, un programma di vita, per una scrittrice nata in India, educata in Inghilterra, autrice in America, che infine ha scelto l’italiano. Ma il cui girovagare non è disadattamento ma dominio, di forme varie di vita: una vita che non si vuole uniforme, questo il segreto – non un messaggio, la narrazione è lieve, volante (episodica), svagata: “Sono io e non lo sono, vado via e resto sempre qui. Questa frase scompiglia brevemente la mia malinconia come un sussulto che fa oscillare i rami, che fa tremare le foglie di un albero”.
Il bilinguismo, che Jhumpa Lahiri ha cercato e costruito, per scelta quindi, è una sorta di creazione di una diversa identità, italiana, romana, trasteverina. Un’esplorazione, che premia la curiosità, l’innovazione, ma vuole coraggio, e pazienza. Notevole, in filigrana, il gusto di scrivere l’italiano, lingua acquisita per programma. Si assaporano le parole - “portagioie, se ci penso la parola più bella che ci sia”. Le pratiche vanno col linguaggio: il tu confidenziale degli sconosciuti di pratica quotidiana: il fruttivendolo, il droghiere, il barista; il  tepore del quartiere (non ci fa freddo, e nemmeno caldo), come una  casa, un rifugio. Notevole, in questa lingua “imparata”, il non detto, implicito, alluso, che di una lingua si direbbero il segreto.
Il nodo “classico” che emerge è della madre, lontana, ostile, rivista da un paese a lei estraneo, in una lingua non compartecipata. L’inevitabile (?) rapporto ostile della figlia con  la madre, anche in età matura: una insofferente alla solitudine, una (anche per questo?) che si vuole sola e solitaria. Alla psicoanalista che per un breve periodo ha frequentato raccontava di lei, della madre, “come e quanto mi sciabolava” - “la madre ingombrante che oggi non pesa quasi nulla, la madre invadente”.
Jhumpa Lahiri, Dove mi trovo, Guanda, pp. 163 € 15

martedì 9 novembre 2021

Ombre cinesi – 2

Il plenum del Comitato Centrale del partito Comunista Cinese, la riunione annuale, si tiene a porte chiuse.
Il plenum è chiamato il conclave del Pcc, di 376 membri. Eletti, ma di fatto cooptati dal presidente in carica, Xi Jinping.
Il “pensiero del presidente Xi” è, come già quello di Mao, nei libri di testo a scuola, e anche nella Costituzione.
Il linguaggio veicolato dal presidente Xi nella presentazione del plenum fa dire di stesso: “Il plenum che porterà il Partito verso un nuovo viaggio, determinato e d’azione, dai sentimenti e dai pensieri profondi, che lavora senza mai fermarsi”. Il culto della personalità, nel 2021.
Zero covid è la politica della Cina. Come anche dell’Australia, la Nuova Zelanda e Singapore, ma inflessibile. I viaggiatori in entrata  vengono anche fotografati.
Il primo ministro Li Keqiang ha ordinato alle due regioni produttrici di carbone, Shanxi e Mongolia Interna, di “fronteggiare la crisi di approvvigionamento energetico del paese”. Cioè di incrementare la produzione. Ufficialmente la Cina è impegnata negli accordi internazionali alla “neutralità carbonica” entro il 2060, progressivamente a partire dal picco di emissioni previsto nel 2030. Ciò comporterebbe la chiusura di 600 centrali elettriche a carbone. Ma il programma di decarbonizzazione non è una priorità del governo.

La prima memoria di uno schiavo americano

Una primizia, poi restata solitaria, della voga di scrittori americani neri a metà Novecento, tradotta nel 1962, cioè 125 anni dopo la sua pubblicazione, dal Saggiatore - una delle vecchie considerate Silerchie, presto nuovamente dimenticata. La “Narrativa” è stata materia, cento anni dopo, di Toni Morrison, “Beloved”, sulla vita impossibile degli schiavi fuggiaschi, “cacciati” come delinquenti - tanto che gli stessi non rifuggivano dalla peggiore violenza. Ma neanche il successo della Nobel le ha giovato. Ritorna con la polemica aperta negli Stati Uniti contro la Critical Race Theory, la revisione della storia americana come una storia di oppressione, e il movimento woke, o wokeness, le periodiche insorgenze delle minoranze, ora attorno alla questione nera e a quella femminista, dei movimenti black lives matter e #metoo.
Douglass è personaggio polytropos  direbbe Omero, multiforme: scrittore, editore, riformatore, abolizionista naturalmente, femminista (per il diritto di voto alle donne), candidato nel 1872 alla vice-presidenza degli Stati Uniti, candidata alla presidenza Victoria Woodhull, la prima e per un secolo e mezzo la sola candidata donna, di 34 anni, più giovane di una generazione del suo vice, per un Partito dell’Uguaglianza dei Diritti. Schiavo, in condizioni di durezza, fino ai vent’anni, che finirà colto educatore, ammiratore della Costituzione, “glorioso documento di libertà” – una difesa dei marginali, neri, schiavi.  
Ma l’abolizionismo era ancora  un movimento “bianco”, spiegava Bruno Maffi alla prima edizione: Douglass “apre il moto di riscatto delle popolazioni di colore”, in America e altrove. La New England Anti-Slavery Society di Boston (1832) e un anno dopo l’American National Anti-Slavery Society raccoglieva un gruppo di politici di base, non in carriera, beneducati che si ponevano il problema di cosa farsene dei neri schiavi. Un passo precedente, che le due nuove leghe sostituivano, era stato nel 1816 l’American Colonization Society, che aveva come obiettivo di favorire il rimpatrio dei neri in Africa, il progetto che nel 1847 porterà alla creazione della Liberia, un colonialismo di ritorno non fortunato. Douglass avvia un movimento afroamericano di resistenza – che arriverà fino a John Brown, alla resistenza armata. o, uno stato di tensione perenne. Tale che i fuggiaschi non rifuggivano dalla peggiore violenza, la violeza della disperazione.
La memoria si apre col ricordo di un padrone sadico, “un uomo crudele inasprito da una lunga esistenza di negriero”, alla cui frusta Douglass bambino si svegliava – “ero apena un bimbo, me lo ricordo bene”: “Mi è spesso accaduto di essete svegliato, all’alba, dalle urla strazianti di una mia zia ch’egli soleva legare a un palo, e menare con lo staffile sulla schiena nuda finché non era letteralmente coperta di sangue… Più lei gridava, più lui menava la frusta”, finiva solo quando era stanco. Dal padrone dipendeva la razione giornaliera di cibo. Si mangiava per terra. Non c’era diritto a un letto. Nell’ignoranza: la colpa peggiore era imparare a leggere.
Si formerà politicamente leggendo testi a favore dell’emancipazione, di cattolici irlandesi e dei cattolici irlandesi. I metodisti, invece, pastori e fedeli, erano i più feroci.  Lo stesso gli operai bianchi, fra i più duri. Nei tanti cambi di padrone – gli schiavi erano comprati e venduti, l’esperienza più dura fu con un Mr.Covey, che era povero, cui Douglass era stato affittato: “Un povero diavolo di affittuario, che noleggiava sia la terra sulla quale viveva sia le braccia con le quali la coltivava, ma si era fatto una grande nomea come «raddrizzatore» di schiavi”. Un sola schiava Mr. Covey si era potuto comprare, “perché figliasse”, e a questo fine la faceva accoppiare ogni sera a un altro schiavo noleggiato, sposato con figli” – dopodiché, dopo il parto, “nulla di quanto lui e sua moglie poterono fare per Caroline (la schiava, n.d.r.) risultava troppo buono o troppo costoso”. Mr. Covey sfruttò Douglass fino a tramutarlo, in sei mesi di affitto, in un bruto, una piccola macchina. 
Nato schiavo, figlio forse del padrone della madre, e passato da vari padroni, a dodici anni Douglass imparò a leggere e scrivere grazie alla moglie dell’ultimo padrone, e forse di più, racconta, guardando e imparando come i ragazzi bianchi imparavano. Sull’istruzione si giocava lo statuto della schiavitù:  i padroni perseguivano con la maggiore violenza ogni tentativo, personale, familiare, parrocchiale, di imparare a leggere, sia pure soltanto la Bibbia. La sola via d’uscita era la fuga, per quanto pericolosa, verso gli Stati dove la schiavitù non era la regola, e a Douglass questo riuscì al terzo tentativo, nel 1838, quando aveva vant’anni: riuscì a sbarcare a Filadelfia, e da qui a recarsi a New York e poi nel Massachusetts. Dove riuscì a integrarsi nel movimento abolizionista, della American Anti-Slavery Society.
La pubblicazione della “Narrativa” nel 1845 fece scandalo, non si pensava che uno schiavo fosse capace di scrivere. Fu anche un successo di vendite, con traduzioni in francese e olandese. Se non che il successo lo mise a rischio di tornare schiavo, se il suo ultimo padrone avesse chiesto in giudizio di riprendersi “la sua proprietà”. Si mise in salvo in Irlanda per un periodo, grazie ai contatti con gli ambienti irlandesi americani che lo avevano fromato culturalmente: era il Ferragosto del 1845, l’inizio della Grande Carestia. Ma in Irlanda e in Inghilterra ebbe occasione di scrivere e parlare, anche in conferenze, diventando un personaggio pubblico. Riprenderà un paio di volte la “Narrativa”, ampliandola. Ma soprattutto farà della sua condizione di ex schiavo un laboratorio politico.
Col testo originale a fronte.
Frederick Douglass, Narrazione della vita di Frederick Douglass, Marsilio, pp. 313 € 18




lunedì 8 novembre 2021

Milano si appella all'Ocse, contro la corruzione

Fallito un processo sbagliato, il giudice di Milano De Pasquale, totem cittadino perché dovrebbe occuparsi della corruzione in affari, mobilita quindici colleghi europei che chiedono all’Ocse “regole più dure”. Contro la corruzione? Ma la corruzione è d’obbligo fuori dell’Ocse, l’organizzazione dei paesi industriali – in Africa, in America Latina, in Asia. De Pasquale è debole in geografia? Dentro è diffusa, ma non è obbligata.
De Pasquale, giudice anticorruzione, resterà negli annali per essersi fatto abbindolare da un avvocato Amara, notorio mediatore di affari - dopo avere inguaiato l’Eni ci ha provato con l’Ilva. Ci sono i pentiti anche in affari? Ma non è da escludere che, essendo De Pasquale e Amara entrambi siciliani, non facciano i “tragediaturi” del Camillerindex, gli attori in commedia –la loggia segreta “Ungheria” è un discreto colpo di teatro dei due (certo, non sono Proietti o Gassman).
De Pasquale era diventato famoso trent’anni fa per non aver voluto firmare la promessa di arresti domiciliari all’allora presidente dell’Eni Cagliari, rinchiuso da quattro mesi e mezzo a San Vittore. Preferendo andarsene in vacanza – era suo diritto, certo. Per una lunga estate nella quale Cagliari trovò il tempo e il modo di suicidarsi, benché ben guardato nel “canile di san Vittore”.
Non è mai venuto a De Pasquale il dubbio che gli si faccia trovare davanti il gruppo energetico pubblico – dove si maneggiano miliardi senza tracce di corruzione, non personale (la “mediazione d’affari” è taglia inevitabile nell’ex Terzo mondo) - per assorbirne le energie mentre la corruzione dei “privati” impazza? Non c’è altra corruzione a Milano se non c’è di mezzo l’Eni? A Milano? Il giudice non si fa mai una passeggiata?

Il sogno americano annegato nell’alcol

Una scrittura barocca dapprima, poi rabdomantica. Con molta chiesa e profumo d’incenso, le stagioni e le cose da fare scandite col calendario liturgico. Le storie del signor Nailles dapprima, considerato e uomo di fede, e poi del cattivissimo Hammer - chiodo e martello. Insomma, storie disinvolte. Nate  e nutrite. E dalla condizione borghese, alienante, come usava dire. Uno di quegli esercizi in media borghesia suburbana, che lega questo Cheever al filone allora dominante, anni 1960-970, Richard Yates, con code nei 1980: il primo Styron, Richard Yates, anche Philip Roth, Ellroy, lo stesso Bukowski, perfino Dick, e poi Franzen.  
Una storia disinvolta, attorno al nucleo critico, sociologico. Con molta Italia. Roma, dove il fglio del signor Nailles nasce, senza ragione specifica, all’American Hospital, e Orvieto, dove il giovane ricco Hammer ha infine trovato il nido, le due stanze dipinte di giallo che ha cercato in mezzo mondo, se non che il padrone non gliele cede, si sposa e vuole abitarci. Nailles è buon marito e buon padre, amoroso e sollecito, sensibile - “riconosce i rumori che fanno i vari alberi scossi dal vento: un acero, una betulla, una tulipifera, una quercia”. Hammer si porta dietro Montale, che intende tradurre, e quando infine l’ha tradotto, scopre che qualcuno lo ha già fatto, senza dolersene, prende e lascia le donne, è qui e là e in ogni dove – è insensibile. Entrambi sono figli di madri stravaganti, e di padri assenti.
Tutti sono ubriachi, sempre, molto, a tutte le età, mentre i più giovani si fanno le canne. E riflettono: “Mai, dico mai”, riflette una delle due mamme alcolizzate, “nella storia di una civiltà si è visto una grande nazione così pervicacemente votata a drogarsi” - o anche un “esempio di incuria suicida, corruzione amministrativa e pervertimento delle risorse naturali”. Non sono personaggi, per quanto strani, sono prototipi, dell’America urbanizzata, in condizione suburbana: “Bullet Park” non è un luogo specifico, è il quartiere suburbano prototipo, ora fuori Chicago ora fuori New York, dove si gioca a bridge, ci si dedica alle opere pie, si va a messa la domenica, si danno feste per i vicini, le donne non sanno che fare, e si beve – a ripensarci, l’alcol è la spina dorsale del Sogno Americano nel Novecento. Dove tutte le derive della narrazione si possono raggrumare, anche il delitto inconsulto, le armi non difettano.   
John Cheever,
Bullet Park, Feltrinelli, pp. 232 € 8,50

domenica 7 novembre 2021

Problemi di base d'autore - 669

spock

“L’infelicità è una pratica giornaliera”, G. Greene?
 
“Ascoltare è quasi rispondere”, Marivaux?
 
“Lo scherzo non conosce altro tempo che il suo proprio esistere”, Jean Paul?
 
“La vera vita è altrove”, Rimbaud?
 
“Eros non è affatto bello”, R.M.Rilke?
 
“I ricordi, a partire da una certa profondità, sono sogni”, Rilke?
 
 “Sono i dilettanti a fare i sognatori”, Gottfried Benn?

spock@antiit.eu

Ecobusiness

Si moltiplicano gli allarmi, con congressi, conferenze e impegni mondiali,  e si moltiplicano i consumi di carbone, il primo ammorbatore dell’universo, in India e Cina, le “fabbriche del mondo”. Di cui si vorrebbe anzi aumentare produzione e produttività, tanto consentono guadagni lauti ai facili importatori. Mai il mondo fu più unito di ora, dal profitto.
Le passeggiate spaziali ai Elon Musk o di Bezos, anticipazioni del glorioso futuro intergalattico, con un po’ di intelligenza artificiale, hanno prodotto più inquinamento di quanto ne possono produrre un miliardo di poveri in tutta la loro vita? E allora?
Quanta CO2 si produce nelle manifestazioni di Greta, specie le adunate oceaniche, i centomila di Glasgow?
Se l’inquinamento è all’80 per cento il prodotto dell’eccessiva mobilità (mobilità vissuta come libertà?), il metaverso della realtà virtuale ci terrà finalmente a casa, comnque stabili se non immobili, come gà un poco Facebook, a fantasticare su se stessi?
La realtà virtuale nasce come nuovo spazio di vendita della pubblicità. Senza concorrenti, in una prima, lunga fase. Ma a che prezzo per il mondo, per gli addict? Nasce una nuova umanità, carbon free, human free?

La traduzione è un’avventura, linguistica

Un estratto della nota al testo che Jhumpa Lahiri pospone alla sua traduzione di “Confidenza”, l’ultimo (ora penultimo, prima di “Vita mortale e immortale della bambina di Milano”) romanzo di Starnone – il terzo Starnone che la scrittrice indo-americana-italiana traduce. Una spassosa, ma molto interessante, divagazione su “invece”, “anzi”, “amare” e “voler bene”. Con i riferimenti classici, soprattutto al latino, per “invece”, a Ovidio e Catullo, e a Shakespeare, con i latini, per amare - ma anche a Omero per la multiformità d’ingegno, che Odisseso presenta come “polytropos”, di ingegno versatile, o meglio di molte pieghe e trasformazioni.
Divagazioni d’autore sulla traduzione. Che, poi, di fatto è un mestiere, ma può prestarsi a utili viaggi. Questo è molto immaginativo, e insieme dotto, considerato. Con questa perla, a proposito del non dire tutto, lasciare intendere, che sarebbe al centro del romanzo di Starnone – arrischiata, Lahiri, che insegna a Princeton oltre che scrivere, è diretta nelle sue “scoperte”, ma tutto sommato vera: “Possiamo tracciare una costellazione da Dante a Manzoni a Hemingway a Starnone che fa luce su come gli scrittori usano il linguaggio per parlare del silenzio e l’importanza del discorso ritentivo”, del detto non detto.
Ma, a proposito: “Il libro che mi ha insegnato che cosa era la traduzione” o n
on “che cosa è la traduzione”?
Jhumpa Lahiri, The book that taught me what translation was, “The New Yorker”, free online