mercoledì 28 giugno 2023
L’economia del buonsenso
Sembra dire l’ovvio il presidente dell’Antitrust Rustichelli, che l’inflazione colpisce i ceti deboli e non i forti, che anche i risparmi sono stati intaccati dall’inflazione, per almeno una famiglia su due, e che il rispamio andrebbe in qualche misura remurato e protetto e non castigato. Ma lo deve dire l’Autorità Antitrust, non ci sono più giornali in grado di saperlo e di spiegarlo. Di sapere l’ovvio. In materia di interesse per tutti.
Meloni cresce, viva Mitsotakis
Meloni
vince anche in Molise - poco, ma buttalo via. Nomina Figliuolo alla
rcostruzione in Romagna. Nomina Panetta alla Banca d’Italia. E niente, resta
sempre, come si vuole, quella di destra. Ma si celebra curiosamente Mitsotakis
in Grecia, uno di destra, come se fosse il nuovo vento di soave. Curiosamente per
i giornali Pd professi, “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “la Stampa”, il
Messaggero”. Che lo celebrano come fanno in parallelo per Elly Schlein. Che
invece è, o sarebbe, di politiche diametralmente opposte, e perde le elezioni,
non le vince.
Uno
strabismo non nuovo, che porterebbe (dovrebbe portare) il Pd a interrogarsi su
tanti amici nei media.
A meno che il Pd non sia
altro che quei giornali, quelli che si professano suoi sostenitori. Che però
tutti insieme non arrivano a mezzo milione di lettori. E poi, perché no, non lo
diceva anche anche
Bersani, che sempre si aggirano gli “amici del giaguaro”, e bisogna stare in
guardia?
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Com’era nuovo il calcio 50 anni fa
Il
personaggio è semplice e attraente, il regista garbato e rispettoso, ma la vita
di Gigi Riva non è scontata come lo spettatore presupporrebbe. Sì, le immagini
sono quelle attese di questi biopic: dai primi calci da bambino alla forza e intelligenza
sui campi di calcio, alla dirittura morale eccezionale, da calciatore, da dirigente,
da fumatotre incallito, da anziano malato. Ma le immagini del suo calcio sono
una novità.
È
una novità il calcio dei suoi tempi, cinquant’anni fa: atletismo, forza,
istinto, prodezze e errori. Invece del solito tic-toc tattico cui il calcio si
è ridotto. Dove si risparmiano le forze (il calcio in tv è esoso, molto
ripetitivo), si corre poco, non si inventa nulla, e si vince epr caso – il tic-toc
del Barcellona di Guardiola, che l’aveva inventao per addormentare gli avversari
e scatenare Messi all’improvviso – serpentine, tagli, invenzioni, suggerimenti.
Immagini di un calcio giocato con piacere – rabbia, agonismo, intelligenza,
voglia di vincere. Un calcio di calciatori. Non indagata, ed è un peccato, la rivelazione di Massimo Moratti che suo papà, il creatore di Saras Petrolchimica, a quei tempi la sola industria della Sardegna, col carbone del Sulcis, era di fatto il padrone del Cagliari, e pagò il non trasferimento di Riva alla Juventus - anche questo un altro mondo, quando i ricchi scendevano nel calcio per passione.
Riccardo
Milani, Nel nostro cielo un rombo di
tuono, Sky Cinema, Streaming Now,
On demand
martedì 27 giugno 2023
Se l’eroe dell’Occidente è Prigozhin
È sconfortante leggere nei
giornali italiani e in quelli americani il tifo per Prigozhin. Che è un brigante
– un fatto ben presente oggi ai iministri degli Esteri della Ue riuniti,
perfino al parolaio Borrell, la Farnesina non ha avuto problemi a mettere la cautela
in agenda.
Si potrebbe pensare che è
per l’abitudine ormai ossificata alle “notizie di guerra”. Artefatte per natura;
un genere d’informazione che accompagna in guerra le operazioni militari,
notizie di battaglia. Specialmente insistenti e anche brillanti in questa guerra,
ogni giorno due e anche tre, un grande sforzo che gli inviati si limitano a
sceneggiare - allungare, adattare, caricare di aggettivi e innuendo. Ma Prigozhin,
che fino a ieri era un macellaio, quello che fece fuori la brigata Azov
“martire”, quello di Bakhmut. E lo è in effetti, perché il suo più ricco business è da una decina d’armi, insieme
al traffico d’armi, un esercito di mercenari – come al tempo di Machiavelli.
Che si fa ben pagare dai cacicchi africani e arabi, e ora, in questa guerra,
dalla Russia.
Tutta ignoraza non dev’essere,
i media sono mezzi collettivi, gerarchizzati, non li indirizza un inviato, che
si limita a riscrivere le agenzie, che mediano le notize di guerra. Un Prigozhin
al posto di Putin non è una prospettiva buona per nessuno. Va bene odiare i
russi, se il direttore comanda, ma senza juicio?
La sinistra bancaria
Il Mes dopo il Pos? L’ultima
battaglia della cosiddetta sinistra politica sembra inventata dai suoi nemici,
tanto è bizzarra.Tutto si fa, anche scendere in piazza, per far guadagnare le
banche?
Per il Pos obbligatorio si
sono escogitati il riciclaggio di denaro sporco e le mafie, ma tutti sapevano e
sanno che non è vero. Tutti eccetto i giornali, è vero. Ma questi perché hanno
perso il senno, infatti non li compra nessuno – di Grillo è meglio non indagare,
ma lui si accontenta di poco, qualche presenza pagata, a convegni, inaugurazioni,
piani naturalmente verdi. Il Pos obbligatorio è solo un pizzo sui negozianti,
doppio: l’affitto del terminale e una percentuale degli incassi.
Ora si replica col Mes,
Meccanismo Europeo di Stabilità. Il Mes è in funzione, da anni – anche se
nessuno vi ha fatto ricorso. Quello che non entra in funzione, finché l’Italia
non lo vota, è un allargamento dell’ombrello Mes dal debito pubblico alle banche.
È lecito? No, sono problematiche diverse. Si dice: ma gli altri membri Ue hanno
votato la modifica, perché l’Italia non lo fa? Perché dovrebbe farlo? L’Italia
non ha problemi con le banche, la Bce con le banche italiane non ha mai avuto
riguardi, ha imposto cure pazzesche a Unicredit e voleva il fallimento di Mps.
Non ha fatto l’analogo in Germania, e Francia, dove ora quattro grandi banche,
almeno quattro, hanno problemi, Deutsche, Commerz, Société Générale, Bnp Paribas
- e anche, anche se non si dice, la olandese Abn Amro.
L’Italia può far mancare la
sua solidarietà? Certo che no. Ma non è una cosa di sinistra, anche se è la destra
a chiedere chiarezza - una parola chiara non è troppo chiedere, e sarebbe di
sinistra, l’Europa (l’Italia) ha già pagato troppo l’asse franco-tedesco.
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Un film lungo la colonna sonora
Un
po’ troppo lungo, due ore e mezza, e un po’ troppo scontato: L’adolescenza, i
genitori, l’amica, il talent scout, e poi, onnipresente, il manager, l’arcangelo salvatore, dal padre
padrone, dal marito fedigrafo, dalla tossicodipendenza. Ma i due protagonosti,
la britannica Naomi Ackie nei panni di Whitney, e Sanley Tucci in quelli del
manager, calibrati probabilmente sugli originali, quindi non di repertorio,
tengono desta l’attezione. E come già per “Elvis”, altra sceneggiatura non appassionante,
anche questo “Whitney” è un’occasione per ascoltare molte belle canzoni,
ancorate a un filo narrativo, per quanto scontato.
Kasi
Lemmons, Whitney – Una voce diventata
leggenda (Whitney Houston – I wanna dance
with Somebody), Sky Cinema
lunedì 26 giugno 2023
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (529)
Giuseppe Leuzzi
Flannery
O’Connor ha, nel romanzo “Il cielo è dei violenti”, il “Christ-haunted South”,
un Sud (degli Stati Uniti) ossessionato dal Cristo. Analogamente, il nostro Sud
si dovrebbe-potrebbe dire ossessionato dalla Madonna, innumerevoli sono le sue
facce e i suoi riti. Materno, seppure non matrilineare. Quindi non violento?
Bastianich
evoca su “Repubblica-Gusto” le vigne di cui Catania si attorniava. Che erano
scomparse e ora sono ricomparse. Attorno all’Etna in realtà, più che attorno
alla città, ma non importa. Sono ricomparse, fiorenti produttivamente ed
economicamente, con vini di grande qualità, a opera di non catanesi. È così.
Altre
colture, di bianchi robusti e saporosissimi, sono state abbandonate, negli
stessi anni 1950-1960, sulla Costa Viola, i costoni terrazzati tra Scilla, Bagnara
e Palmi in Calabria. E lì il tesoro sembra perduto per tutti – non sono in
vista vignaiuoli dell’Alto Adige, esperti in terrazzamenti.
Erano,
sono, incoltivabili? Nelle Cinque Terre no, dove pure erano soggetti a
dilavamento, non sono stati abbandonati. Con profitto (enorme) di tutti.
Il
Sud è probabilmente l’area europea a più forte consumo pro capite di antibiotici,
calcola l’Agenzia del Farmaco. In Europa i paesi nordici consumano pochi antibiotici,
il consumo pro capite più elevato è in Francia, Grecia, Cipro e Italia, nell’ordine.
Ma in Italia è al livello nord-europeo nelle regioni del Nord, mentre al Sud è
quasi il doppio. Al Nord si registra un consumo di 8,7 “dosi al giorno” per mille
abitanti, al Sud e nelle isole di 15,3 “dosi al giorno”. Per nessun motivo specifico.
Sudismi\sadismi
“Fuori uso il bancomat della
cortesia”: domenica l’altra in prima pagina sul “Corriere della sera” Aldo
Grasso irrideva Musumeci, l’ex presidente della Regione Sicilia ora ministro della
Protezione Civile, delegato agli interventi in Romagna dopo l’alluvione:
“«Questo governo non è un bancomat». Con queste sprezzanti parole … ha
liquidato le richieste che gli amministratori locali di Emilia e Romagna gli
avevano rivolto per far fronte all’alluvione….”. Parole, aggiunge Grasso,
“dette da uno, poi, che ha governato la Sicilia, una regione dove strade e
ferrovie frenano e franano”.
Non è vero, e il giorno dopo
il giornale ha pubblicato la smentita. Musumeci non ha detto “questo governo” ma “il
governo”. Lo ha detto all’intenzione di “un amministratore invitato per mera
cortesia” (il sindaco di Rimini, n.d.r, Jamil Sadegholvaad, del Pd), che “non
può….presentarsi al tavolo e contestualmente alimentare sulla stampa una subdola
campagna di disinformazione e di denigrazione ai danni di un governo che … ha
fatto tutto il possibile, con un impegno senza precedenti per celerità e
quantità”.
La lettera è stata pubblicata integrale.
Con la giusta rivendicazione: “Confermo che il governo non può essere inteso
mai come un bancomat, cioè buono solo a erogare denaro a richiesta. E lo dice,
per rispondere al sottile riferimento di Grasso, un ex presidente che nella sua
regione, in questa materia, ha creato l’Autorità di bacino, attesa da trent’anni,
ha varato il primo Piano contro la desertificazione, ha speso cento milioni per
la pulitura dei fiumi, e destinato al contrasto delle frane circa mezzo
miliardo di euro”.
Aldo Grasso rimprovera Musumeci,
in prima pagina. Musumeci si difende in diciassettesima. Con una lettera al
direttore. Con replica di Grasso.
La scomparsa di
Palmi – un apologo
Sandra Misale, biologa, incaricata
dal dipartimento di oncologia di uno dei maggiori ospedali americani di creare
un Misale Lab per lo studio di nuovi farmaci, si schermisce con Paolo Bricco
sul “Sole 24 Ore” che la incontra a Torino, dove si è laureata: “La mia famiglia
è di Palmi, una città di quindicimila abitanti vicina a Gioia Tauro”. Quasi si scusa.
Anche se non ne avrebbe motivo: “A Palmi”, continua infatti, “mi sono diplomata
al liceo linguistico. Era una scuola sperimentale. Studiavamo tedesco, francese
e inglese e, in più, le materie scientifiche con i programmi del liceo scientifico”.
Lei poi ha studiato biologia
molecolare a Torino, abitando dai parenti emigrati per lavorare a Chivasso, alla
Lancia. La sorella, che lavora anch’essa
negli Stati Uniti, si è invece laureata a Cosenza. Bricco le trova “le
fattezze di chi arriva da quel pezzo di Mediterraneo scosceso e di montagna che
è la Calabria”, “piccola di statura”, che parla “con la vocalizzazione aspirata
di chi è cresciuto in Calabria”.
Però è anche vero che Palmi
era e non è. Era un mandamento-sottoprefettura. Con palazzo di giustizia e scuole
di tutti gli ordini e grado. Con un teatro, che faceva anche l’opera – sono di Palmi
Cilea a Manfroce. Tutte queste cose ce le ha ancora, ma in subordine. A cosa?
Alla sopravvivenza. Aveva ristoranti di culto in posti strepitosi. Aveva la
Marinella – che ha tuttora, ma di fatto impraticabile da mezzo secolo. Ha
ancora il miglio più bello di mare e di acqua di mare, trasparente. Con le
alici e il pescespada. Dall’Ulivarella alle Pietre Nere, un mondo omerico. Ma
non se ne occupa – da vent’anni è provvista di un porto da diporto, ma non lo
ha mai fatto funzionare (nemmeno per il piccolo business dei migranti). Sopravvive, e anzi arretra – la costa jonica
al converso, desertica e afosa, ogni anno si propone con nuove attrattive.
Dice: la mafia. Perché, c’è la
mafia a Palmi? C’è solo a Palmi? È il tradimento della borghesia. La Calabria
ne ha poca, e per di più pavida, cioè inerte – borghesia professionale, per lo
più, quale è tipica di una cittadina come Palmi, magistrati, avvocati,
insegnanti, impiegati della sottoprefettura. L’ultimo scrittore di Palmi, Domenico
Zappone, parliamo di cinquant’anni fa, satirico corrosivo, ne avrebbe ricavato
grande materia, se non avesse ceduto all’impulso di soccombere. I Manetti Bros, Antonio e Marco, nel millennio, avrebbero una miniera spalancata se osassero di più - lo scherzo e la satira sono campi fertili inesplorati, in questa Italia sotto correzione.
Il governo milanese del
non-governo
Milano, il “Corriere della
sera”, “Mani Pulite”, la trama svelata del governo del non-governo.
Mieli a La 7, alla maratona di
Mentana il giorno della morte di Berlusconi, aspetta notte inoltrata, le undici
di notte, quando gli spettatori sono pochi, ma alla fine lo dice. Fu la Procura
di Milano a dargli in anteprima, prima cioè che il destinatario lo ricevesse e
si consultasse con i legali, l’avviso di garanzia a Berlusconi, domenica 20
novembre 1994, che il giorno dopo doveva presiedere a Napoli un forum Onu sulla
giustizia, e invece perse il governo. Un avviso di garanzia per un’indagine,
che poi si rivelerà inventata (poichè la
Guardia di Finaza non aveva scoperto pratiche illegali nelle mille
perquisizioni ordinate nelle aziende di Berlusconi, Berlusconi aveva pagato la
Guardia di Finanza…).
Sulla vicenda, il ruolo di
Mieli, la rivelazione e l’indignazione tardive si può leggere in sintesi
http://www.antiit.com/2023/06/le-trame-non-tanto-oscure-di-mani-pulite.html
Il fatto curioso è che Mieli
non dice tutto – dice che non dice tutto. Per omertà? Per ricatto? Manda
infatti un “avvertimento”: “Non lo dirò qui fino in fondo….”. E dove? E quando?
Ma non c’è dubbio che “Mani Pulite” non solo è stata milanese, ma non poteva
non esserlo. Col “Corriere della sera” e “la Repubblica”, che Scalfari voleva
milanese di spirito. Contro Craxi. Non per fatti personali, o politici (contro il partito Socialista, per conto della Dc o del partito Comunista, le "due culture" celebrate da Scalfari), ma perché Craxi
voleva un governo che governasse, come a lui era riuscito per una congiuntura
rara – aveva vinto un referendum impopolare sulla scala mobile, abbattuto
l’inflazione dal 25 al 3 per cento (sic!), contrastato la strafottenza
americana, mentre schierava gli euromissili, portato l’Italia a competere con la Gran Bretagna per il quarto posto fra le economie mondiali. Craxi non era addomesticabile,
predicava la “governabilità”, e quindi andava abbattuto - era un fascista, un corrotto,
un ladro.
Si dice l’accoppiata giustizia-media,
giudici-giornali, ma no, è Milano – quella c’è, Mieli l’attesta, ma non decide.
Milano odisoamata
Giovanni Gavazzeni fa sul
“Venerdì di Repubblica” un Giacomo Puccini implume esule a Milano al
Conservatorio come un modesto studente
fuori sede vittima oggi nella stessa
città del caro-affitti. Rinchiuso nella “fredda cameretta” che condivideva con
lo scorbutico Pietro Mascagni, per riscardarsi reciprocamente col fiato contro
i geloni, s’immagina. “Lo stambugio di via Solferino” dove sicuramente, può
dire Gavazzeni avendo compulsato l’amplissimo epistolario del maestro,
“condivideva i fagioli mandati da casa”, sempre con Mascagni. Scrivendo di
Milano esacerbato alla mamma: “Città schifosa, sudicia, merdosa, putrida,
caliginosa, infame, scureggialla (?), bifolca, bianca di grappa (almeno fosse di
quella fina), con quel Duomo che pare un panforte di Siena ammuffito in
cantina,… con quei risotti che paiono cacca gialla di bimbi, con quelle
cotolette che paiono guance di parroci rifiorite dai ponci (…) quel parlare
poi! Pare un rutto dopo una sbornia da giovedì grasso”.
Ma, bisogna dire, non
dissuaso. Come gli odierni fuori sede: il caro-affitti non scoraggia le
iscrizioni alle università milanesi – sempre più private, peraltro, quindi molto
più care del letto-in-una-stanza. Puccini era a Milano, a 22 anni, con una
borsa di studio modesta, regalo dela regina Margherita e di un medico amico di
famiglia. E della città era anche entusiasta, sempre nelle lettere a mamma
Albina, al borgo in riva al lago: “Che meravigliosa città. E che gioventù!”.
Entusiasmo che il biografo ultimo Julian Budden condivide, facendo di Milano
negli anni 1880 la città-traino dell’Italia, soprattutto di quella musicale.
Questo non è vero, Milano
contava poco, ed era in crisi economica – in “recessione”. Ma non importa, è
vero che anche l’editoria musicale era già milanese, tra Sonzogno e Ricordi, e
l’editoria e la Scala attiravano i futuri operisti in misura maggiore che
Napoli o altre capitali della musica. Quanto alle lamentele, del cibo, e dell’aria,
si può testimoniare di persona in favore di Puccini. È dai tardi anni1960,
grazie ai fruttivendoli napoletani, che Milano ha cominciato a respirare in cucina: a riconoscere gli ortaggi e le insalate, a
cuocere la pastasciutta. Prima, per mangiare, andava alle trattorie toscane (dove però, ancora, le verdure si limitavano a lessarle).
leuzzi@antiit.eu
Il mondo nel mare, profondo
Nemo
è un bersaglio, più che il personaggio di Verne, delle “Ventimila leghe sotto i
mari”. Col quale il bambino si identifica, nei suoi viaggi, notturni per lo
più, lontando dall’uomo della foto col braccio sempre teso, il padre, benché ingolosito
della madre, e con qualche “zio” simpatico. Ma non è così semplice, non è la ricerca
di un padre piuttosto che di quello della foto, ufficiale, fascista fino a
Salò.
Queste
lettere, non spedite, sono un racconto metafisico, come da appunti manoscritti
inediti, qui riprodotti. Che lo vogliono tutto e niente, uno e diverso. Un caso
estremo, da Tabucchi stesso esemplato in un’intervista non pubblicata, “di quel
metodo ipotetico” che fa il suo narrare. E sono di più – di peggio: un metaromanzo,
un romanzo sul romanzo. Tanto più in questa edizione, curata da Thea Rimini che
le “lettere” aveva recuperate postume per i due volumi Tabucchi dei “Meridiani,”
e qui le riprende arricchendole di alcune appendici. Le riflessioni, da
prefazione-postfazione, sul racconto poi non pubblicato scritte in un’agenda
bancaria del 1977. Alcune lettere, a editori e amici, sul racconto. Alcune
interviste, pubblicate e non, sul racconto “di prossima pubblicazione”. E la
nota della curatrice sulle varie redazioni del racconto, nonché sugli “abissi
editoriali”, nei quali si è perduto - avrebbe dobuto essere pubblicato da una
mezza dozzina di editori, Einaudi, Mondadori, Saggiatore, Garzanti, eccetera, tavolta
con contratto firmato e poi abbandonato.
E
tuttavia, malgrado tutta questa metaletteratura, leggibile. Perfino godibile.
Scrive le lettere un vero ragazzo, nelle sue fantasie. Notturne e diurne. Delinea
un quadro familiare e di vicinanza perfino realistico, realistico. E non si
identifica in realtà col Capitano Nemo, il personaggio di Verne è piuttosto un
bersaglio, ma il mondo di Verne fa a suo modo rivivere, in questo caso il mare
sottosopra, per quanto profondo. Come il mondo che lo scrivente vive.
Antonio
Tabucchi, Lettere a Capitano Nemo,
Oscar, pp. 173 ill. € 13,50
domenica 25 giugno 2023
La guerra degli inganni – o il Pugaciov per burla
Una mattina al caffè in piazza, all’ombra,
nella città occupata, Rostov sul Don, caposaldo dell’esercito russo impegnato
in Ucraina, col capo dell’esercito russo sul fronte ucraino, in teoria
disarmato, e con il vice-ministro russo della Difesa: “Sappiamo di un tè a
Kiev”, “Beh, bisogna pur parlare col nemico in guerra”. Poi l’avanzata su
Mosca, pochi ma creduti fotogrammi. Poi il trionfo di popolo a Rostov, altri
pochi ma ben fatti fotogrammi. A seguire all’annuncio, improvviso, della ritirata.
Che però non avviene a Rostov sul Don, e nemmeno nel Donetsk occupato,
asseritamente con gravi sacrifici, ma in Bielorussia. Che non è all’angolo, ma
a 1.500 km. da Rostov: una fuga istantanea e sicura, con dieci o quindici o
venticinquemila uomini affardellati, passando per l’Ucraina compiacente - non abbiamo instagram in proposito? E la
Cia che vuol far sapere che sapeva tutto, su Prigozhin-Pugaciov, da almeno
quattro giorni? Sa pure degli attentati a Belgorod?
Sembra una commedia degli
equivoci, e tutto sommato, fino ad oggi, lo è. Ma all’improvviso al ministero
italiano degli Esteri, e probabilmente a quelli di tutta Europa, ha fatto venire
un brivido: che guerra stiamo combattendo, in che guerra siamo precipitati?
Prigozhin voleva indebolire
Putin? C’è riuscito. Resta da sapere per conto di chi. Se dello stesso Putin, come
avrebbe dovuto, oppure di Biden. Perché non è chiaro, per quanto assurdo possa
sembrare, se è sanzionato. Se lo è effettivamente, nei conti protetti. Dopotutto
è un affarista, come tutti i boiardi russi
- tanto più per essere a capo di un esercito di mercenari. Non un patriota,
tanto meno un rivoluzionario. Se è sanzionato nei conti correnti alle Cayman,
e nei titoli Usa. E come, o chi per lui, paga i 25 mila del suo esercito
privato.
Prigozhin è sicuramente un
prodotto dell’eccentricità russa – dei Pugaciov e dei Limonov di tanta
letteratura. Fino a qui la lettura diplomatica che se ne fa è sicura. Ma si sa
anche che Prigozhin non è solo colore. E che Biden non è un presidente pacifista –
è quello che ha legato gli Stati Uniti all’Ucraina, nella lunga vice-presidenza
di Obama. Non è necessario avere letto Machiavelli per sapere che i cuordileone mercenari si muovono sulla scia dei soldi. Le aspettative sono che non ne abbiamo ancora visto abbastanza.
Ombre - 673
Si lamentano le sue profferte avanzate dagli sceicchi,
dell’Arabia Saudita e della Gran Bretagna o della Francia, per allenatori e calciatori.
100 milioni ad Allegri in tre anni. Sessanta a Mbappé, in un anno. 150 chiesti per
Osimhen, 100 per Harry Kane. Un circo, un colosso per faraonici regimi
patrimoniali – dove lo Stato è proprietà privata, di famiglie tribali. Un calcio
fatto di “molti viaggi, poco riposo e settanta partite l’anno”, nel conto di
Simone Golia sul “Corriere della sera”. Per partite di 100 minuti invece di 90.
Per far pagare di più le tv. Non può essere sport, un’attività di resistenza e
abilità fisica.
La cosa più significativa della manifestazione della
Cgil per la sanità a Roma era ieri il numero sparuto dei partecipanti – quasi
meno delle bandiere, c’era chi ne aveva due. La Cgil ha certo la possibilità di
portare in piazza molte più persone, ma non lo fa. Si fanno manifestazioni al
risparmio giusto per avere l’immagine del segretario sui media, attorniato da
microfoni. La mobilitazione attraverso la televisione?
Matteo Di Pietro, indagato a Roma per la morte di un
bambino in un incidente stradale da lui provocato, di età incerta, 20nne o 21nne,
comunque abbastanza per noleggiare un suv Lamborghini da centinaia di cavalli col
quale ha provocato l’incidente, ha diritto alla privacy nella foto.
No, è che non ci sono più delinquenti, se non sono politici,
oppure mafiosi. E le aggravanti, “fumo”, alcol, etc, sono attenuanti.
Berlusconi è morto il 12 giugno. Le corrispondenze di
“la Repubblica” e i suoi settimanali, di Aspesi, Serra, Francesco Merlo, sono a
tutt’oggi piene di lettere livorose – evidentemente la gran parte della
corrispondenza del gruppo editoriale.
Berlusconi è anche odiato, come tutti. Ma tutti scrivono a “la Repubblica”?
“Perché papa Francesco è così restio ad incontrare i
cattolici perseguitati nel mondo”, o anche solo “a parlarne?”, si chiede il
vaticanista Di Giacomo. Già. Perché? A un papa cui non sfugge la minima
violenza da deprecare nel resto del vasto mondo.
Colpisce naturalmente l’arresto di Minenna. Ma nessun giornale
pubblica la nota difensiva, pur breve. Che a Marcello Minenna “viene contestato
un solo episodio nel marzo 2020: essersi adoperato in favore di un imprenditore
vicino alla Lega per sbloccare una sua fornitura di mascherine ferma alla
dogana di Milano in cambio di una entratura nel partito. L’indagato si
difenderà nelle sedi proprie”. Molte interpretazioni, invece, e deduzioni. Dei
procuratori come del gip, per la verità – i gip vogliono anch’essi andare in
prima, fanno il lavoro sporco per l’onore dei Procuratori.
Sono indignati i cronisti giudiziari per la condanna di
Davigo, loro fertile fonte – e naturalmente contro Nordio che vuole le
intercettazioni legali. Trema un impero informativo: la politica fatta dai
cronisti giudiziari, l’ultimo gradino, un tempo, nell’ordinamento dei giornali.
Ora ci sono solo loro, e le cronache rosa – anche di semplici figuranti. La
politica estera, con le guerre, l’Economia, la politica, l’informazione?
L’inviato del “Corriere della sera” a Bruxelles, al maxi-processo
senza processo per corruzione, apre la corrispondenza sulla “caduta del «duro»
Claise” con una frase di 31 righe, con tre, quattro, e e forse cinque, incisi.
Nessuno li legge? Legge gli articoli che vanno in pagina? Chi fa i titoli come
si regola?
Tutti italiani, compre i deputati “belgi” Tarabella e
Maria Arena, e in fondo la stessa vice-presidente greca del Parlamento,
inguaiata dal compagno italiano, gli indagati per corruzione a Bruxelles. Sono
corrotti solo gli italiani al Parlamento europeo? Tutti della sinistra,
democratico-socialista.
Si cerca dove non si può trovare la bambina peruviana
rapita a Firenze. Negli interstizi dei muri, nelle casse dismesse. Non dove la
bambina è – era al momento del rapimento: in una tribù di “rumeni”, per non
dire rom. Per fare i politicamente corretti, oltre che per dare ai Carabinieri
in camice bianco qualche giorno di lustro in tv?
Procura e Carabinieri sono impegnati a Firenze a
condannare Berlusconi per le stragi di mafia del 1993. Ne hanno la certezza,
anche qui, ma non trovano le prove.
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Il culto del teatro - passione crudele
Les
Amandiers è stata la scuola di teatro a Nanterre, Parigi, di Patrice Chéreau e
Pierre Romans, con annesso corso gemellato all’Actor’s Studio di New York, tra
fine anni 1970 e primi anni 1980. La scuola di teatro nella quale, all’ultima
sessione prima della chiusura, la giovane ricca Valeria ha trovato la sua
strada, dopo varie erranze - e dopo la quale
ha debuttato al cinema, regista lo stesso Chereau. Si concludeva in quegli la
sbornia dei tardi anni Settanta, della trasgressione come obbligo. Con l’eroina,
“tanto smetto quando voglio”, le morti quotidiane da overdose, la promiscuità
obligatoria, l’aborto libero, l’aids in agguato. La scuola vive intensamente i
suoi anni, nel mentre che si esercita al solito Cechov - nell’occasione all’insolito
“Platonov”, perché ha “molti personaggi”.
Un
amarcord, e un il film sulla passione teatrale. Non più del teatro-verità, allora
in uso, né di denuncia, ma l’adattamento che Chereau faceva del teatro della
crudeltà di Artaus, della spersonalizzazione dell’attore nel personaggio. Due
obiettivi pienamente raggiunti dalla regista, al suo quinto o sesto film. Già
in tema con “Actrices”, non visto in Italia, uan decina di anni fa, e tema ritornante
in altri suoi film – compreso il “Il capitale umano” di Virzì. Sia nel ritratto
degli anni, sia nella passione del teatro, che può essere devastante. Qui col
sostegno capitale di due sue fiamme: l’ex Louis Garrel nei panni di Chereau, e
l’attuale bel tenebroso Sofiane Bennacer (ora denunciato per violenza dalle ex
compagne) in quelli del partner e complice maudit
– il disperato ribelle, a fronte della protagonista con appartamento in villa e
maggiordomo.
Valeria
Bruni-Tedeschi, Forever Young - Les
Amandiers, Sky Cinema 2
sabato 24 giugno 2023
Siamo inglesi, by jingo
Fra le tante conseguenze della Brexit (inflazione,
burocrazia, isolamento) chiude la libreria italiana di Londra, per i
sopraggiunti costi doganali, di tariffe e di pratiche. Era l’unica superstite
libreria europea. Nel paese e nella città dove più si legge chiude l’unica
libreria europea superstite. È una sorpresa, e non lo è. Non si ricorda che il
colonialismo nazionalista e razzista, il “jingoismo”,
è stato cosa britannica – altrove i coloni, spagnoli, portoghesi, francesi,
anche italiani, non avevano “destini manifesti” o “eccezionali”.
Non si registra una sola conseguenza positiva della
Brexit. Non di quelle calcolabili, tutte negative, e nemmeno di quelle
incalcolabili – l’aria tira da tempo al depresso. La Gran Bretagna si regge sul
senso della differenza, dell’unicità.
In questo senso è
recepita in Italia dalle tv di Berlusconi - Canale 5 soprattutto non ci risparmia battito di ciglia della
corona britannica. E dai gionali e periodici del gruppo Gedi, di John Elkann –
ora intenti a “celebrare” i sette anni della Brexit (perché sette, c’entra l’arcano?).
Senza senso del ridicolo. Di cui ha fatto sfoggio l’ultimo Ascot – il bacio sulla
bocca della regina lungagnona al minuscolo Dettori, il fantino ambrosiano di
record, 55 kg. per 1,63, supera ogni obbrobrio. La forza del jingoismo è la
debolezza degli altri, dello snobismo.
Un effetto, curioso ma troppo, del jingoismo è che la
Gran Bretagna è governata da figli di indo-pakistani, cittadini a tutti gli effetti
perché ex del Raj, dell’impero, del Commonwealth. Mentre figli di italiani – o di
tedeschi, per questo - non hanno la cittadinanza e nemmeno la residenza
permanente, dopo cinquanta e sessanta anni. L’imperialismo non è razzista, ma
al modo britannico lo è.
Il sindaco di Londra Sadiq Khan, europeista acceso, ha
scoperto, sempre per il settimo anniversario della Brexit (perché è da ricordare
il sette, sono pratiche misteriosofiche?), che non può esporre la bandiera della
Unione Europea, né proiettarne i colori, azzurro e giallo. Può esporre
bandiere e proiettare colori di qualsi bandiera, ma non dalla Ue: una leggina
di Boris Johnson ne fa materia di codice penale.
Altrove questo Johnson, modi, attitudini, abusi, e
anche leggi, sarebbe stato detto un fascistoide. E lo è: il fascistoide tipo. Ma
è inglese e quindi non lo è.
L’Africa degli africani – non più schiava e non ancora colonia
Una narrativa
lunga – dettagliata - di una vita breve, tra il 1745, forse, e il 31 marzo
1797. Senza eventi eccezionali. Se non per la personalità e il destino del
narratore: rapito nel nativo Benin, sul golfo di Guinea, da due uomini e una
donna, insieme con una sorellina, passa di mano in mano molte volte per sei o
sette mesi, finché non arriva al mare, dove viene venduto a una nave
schiavista, trasportato fino alle Barbados, e qui rivenduto a un Pascal,
capitano di un mercantile inglese. Che lo “battezza” Gustavus Vassa, anche se
il ragazzo avrebbe voluto chiamarsi Jacob (il battesimo vero e proprio avverrà alcuni anni dopo, a Londra). E se lo porterà dietro nelle sue
tante altre destinazioni, al comando di unità britanniche militari, nell’Atlantico,
anche in America, nel Mediterraneo, a Gibilterra e forse in Turchia, e al Polo Nord. In
compagnia di un ragazzo americano quindicenne, avventuroso, contrario alla
schiavitù, figlio di amici del capitano-padrone, che gli terrà compagnia, e ne
allontanerà le paure, per molti viaggi e imprese. Finché non lo rivendera bruscamente, a Montserrat, nelle West Indies, a un imprenditore locale - che lo venderà a sua volta in Virginia. Dopodiché si affrancherà, e si stabilirà in una Inghilterra che lo accetta
con animo buono.
La “Narrativa”
fu pubblicata prontamente a Londra, nel 1789, l’anno della rivoluzione
francese. Ebbe nove edizioni fino al 1797, quando Equiano morì, e avrà un ruolo
nella promozione dello Slave Trade Act del 1807, la legge che aboliva il
commercio degli schiavi. La dedica, al Parlamento della Gran Bretagna, è di una
persona del tutto integrata e senza complessi. Non c’è aspetto inglese che non
gli risulti piacevole. In navigazione la prima volta dalle Barbados a Falmouth,
in Inghilterra, è terrorizato dall’equipaggio che minaccia sempre di
“mangiarselo”, per scherzo. A Londra ha i geloni e i medici minacciano di amputarlo
di una gamba, o di tutt’e due. Poi ha il vaiolo, e lo guariscono, qui senza
scherzo.
Dell’Africa,
della cui geografia mostra una buona conoscenza, rivendica una sorta di parità
o uguaglianza, di condizioni di vita e assetti sociali. La vita in Africa è un
paradiso, molto igienico al confronto con Londra, in una natura che dà tutto.
Facciamo schiavi ma li trattiamo alla pari. Coltiviamo le terre in comune,
lontano dai villaggi – uno dei motivi per cui si fanno guerre. Abbiamo
sacerdoti e maghi, ma crediamo in un solo Dio creatore. Siamo circoncisi come
gli ebrei. Siamo anche noi della stirpe
di Abramo. Siamo di colore diverso dagli
ebrei per effetto della luce, l’aria, il deserto, l’umidità – condizioni
climatiche estreme. La storia “incredibile” non è di fatti eccezionali.
Incredibile è l’autorevolezza acquisita da Equiano-Vassa nella Londra di fine
Settecento, per nessun altro motivo che le sue doti di socievolezza, e di
autoapprezzamento, senza complessi.
Sia gli eventi,
minimi e grandi, che racconta, sia le stesse coordinate personali che dà, sono oggi
contestate dagli storici. In particolare l’origine. Si accetta che sia stato
venduto come schiavo nei Caraibi, a un inglese comandante di navi, commerciali
e poi militari. Ma più probabilmente da figlio di schiavi, nato nelle Indie
Occidentali danesi, l’attuale Carolina del Nord – il nome Gustavus Vassa risulta
in un certificate di battesimo, e in un registro navale. Si sa anche che si
sposò in Inghilterra, con una inglese, con la quale visse a Soham, vicino
Cambirdge, ed ebbe due figlie. Fu negli anni 1780 uno dei più rinomati
abolizionisti della schiavitù, chiamato a parlarne in numerose città britanniche.
A partire da fine 1781, quando denunciò quello che passerà agli annali come lo
“Zong Massacre”, il massacro di oltre 130 schiavi africani sulla nave schiavista
“Zong”, di armatori di Liverpool, da parte dell’equipaggio il 29 novembre 1781.
Equiano portò a conoscenza degli abolizionisti in Inghilterra l’esito del
processo intentato in Giamaica, dove la “Zon” era giunta, dagli armatori contro
gli assicuratori, che si rifiutavano di pagare per gli schaivi massacrati. La
giuria diede ragione agli armatori: l’assassinio di africani schiavi era legale
sotto certe circostanze, e le assicuarzioni dovevano pagare il carico perduto –
il verdetto fu rovesciato poi in appello, a Londra, da un giudice monocratico,
nel nome del re, dopo la campagna avviata da Equiaio.
Di più viaggiò dopo la
pubblicazione della “Narrativa”, per promuoverne la diffusione, anche in Scozia
e in Irlanda. Avviò un progetto di sviluppo in Sierra Leone, la colonia fondata
nel 1792 per accogliere gli schiavi affrancati dell’Africa Occidentale. Operò con
Granville Sharp, lo studioso filantropo che aveva avviato il movimento
abolizionista – e lo concluderà con lo Slave Trade Act.
La “Narrativa” resta notevole,
oltre che come opera storica, per le conoscenze geografiche e storiche
dell’Africa Occidentale – solo di recente riemerse dopo le cancellazioni del
colonialismo. E per la primissima caratterizzazione dell’essere africano, al suo
terzo capoverso: “Siamo soprattutto una nazione di danzatori, musicisti e
poeti”. Che sarà il leitmotiv un
secolo e mezzo dopo della négritude,
il movimento di rivalsa culturale (Aimé Césaire, Léopold Sédar Senghor, Alioune
Diop, Cheick Anta Diop) che avvierà negli anni 1940 la decolonizzazione. Riferimenti
che saranno il fodamento dell’articolato saggio epocale “Orfeo Nero” di Sartre,
posto nel 1948 a prefazione dell’ “Anthologie
de la nouvelle poésie nègre et malgache”, a cura di Senghor, per ilcentenario
dell’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi.
A
cura di Giuliana Schiavi.
Olaudah Equiano, L'incredibile storia di Olaudah
Equiano, o Gustavus Vassa, detto l'Africano, Occam, pp. 328 € 20
venerdì 23 giugno 2023
Problemi di base poetici - 753
spock
“La poesia è un linguaggio a sé e andrebbe tradotta nella
propria lingua”, Cocteau?
“La traduzione di una poesia è una poesia, che ha in
un’altra poesia la sua ragione di essere”, Ottavio Fatica?
“Soffriamo tutti di sinestesie”, id.?
La traduzione è “transustanziazione in pillole”, id.?
Il traduttore è un poeta – ossia: il poeta è un traduttore?
Ermetico?
spock@antiit.eu
La scoperta della Persia
Le
civiltà e gli imperi persiani, dalle origini a Khomeiny. Lo zoroastrismo prima
dell’islam. Gli Elamiti, Susa, Babilonia, i Medi, gli Achemenidi, i Parti, i
Sasanidi. Fino a Maometto. Il quadro di un mondo che oggi perversamente si isola
dal mondo ma per millenni è stato al centro della storia e della cultura, dell’Occidente
come dell’Oriente. Il “primo popolo storico” di Hegel, e degli archeologi
successivi. Con le distruzioni operate da Alessandro Magno, e le sconfitte
patite dai tardi imperatori romani. Mostrati e raccontati attraverso le scritture
e i monumenti di tremila anni.
Fa
impressione vedere questa storia pure non ignota in tv. A opera di una
giornalista britannica originaria del
Nord dell’India, crescita nella lingua urdu, parente del farsì, con un
nome persiano, Samira. Le basta far vedere le innumerevoli tracce in pietra e
in pittura del passato, e scorrere le pagine di Firdusì e Khayyam. Senza le fanfare
che si vantano per Alberto Angela, ma lo stesso immaginativa ed evocativa.
Niente
di straordinario. Fa impressione sopravvenendo alla cancellazione, in Italia,
della geografia e la storia, dall’editoria, dalle scuole, da una generazione,
quasi due, a questa parte. Senza il passato, è un altro mondo.
Samira
Ahmed, I Persiani, Bbc-Sky Arte
giovedì 22 giugno 2023
Secondi pensieri- 517
zeulig
Animalismo –Si concentrano
le ricerche scientifiche o parascientifiche sul lato animale dell’essere umano.
Non nell’indirizzo di ricerca ch ha portato a Darwin e all’evoluzione, ma al contrario,
per ridurre l’umanità il più possibile, se non soltanto, alla condizione
animale. Ci operano i neuroscienziati e i biologi. Sulla traccia degli
psicoanalisti, che vorrebbero liberar si della psicologia, ancorarsi a dati
certi. Impegnati a trovare i luoghi dell’intelligenza e delle emozioni il più possibile
condivisi dall’uomo con gli animali. Da ultimo Mark Solms, neuro psicoanalista,
trova la radice degli affetti – “ciò che ci rende profondamente umani” – nel
tronco encefalico, che l’essere umano condivide con rettili, uccelli, pesci.
È una ricerca, molto accreditata, che palesemente non può condurre
a nulla. Solo indica la voglia di disumanizzare il mondo, di ridurlo allo stato
animale, forse nemmeno, forse solo minerale – psicoanalizzare un animale, quando
se ne sarà appreso il linguaggio, a occhio non sarà agevole, l’animale è
naturalmente stubborn, poco
condiscendente. . E a lume di logica nemmeno: anche i minerali avranno un’anima-
sentiranno il tempo, non solo il suo trascorrere, anche il tempo atmosferico,
le stagioni, avranno attrazioni, repulsioni. Forse non in un disegno, che non
si vede, ma per épater le bourgeois,
fare la differenza, singolarizzarsi, affermarsi. In un tempo della credulità
totale. E a premio: credere “necesse est”
– naturalmente in un’epoca di miscredenza. È come un vagare nel vuoto,
riempiendolo di agudezas, trovatine. Anche
senza cattiveria, solo per occupare il tempo: è il momento ci cui l’umanità per
la prima volta più non muore di fame, e non è tarlata dal bisogno. Ma non sa
come passare il tempo – si autopromuove a scuola, e vaga “libera”, cioè a
piacimento, senza più esami, sono censura.
Perché il problema non è che gli esseri umani siano animali. Non
sarebbe una novità e non è questa la novità. Il problema è che si voglia
ridurli a animali. Con distinzioni minime, ininfluenti.
Femminicidio – Connesso
al maschilismo della storia occidentale, di 2.500-3 mila anni di storia, si può
legare al nomadismo che l’ha preceduta. Di quando, nella sintesi di Bachofen,
la femmina “serviva” solo per uso riproduttivo, del maschio naturalmente, e di
femmine quanto bastava per la riproduzione. È la connessione più ovvia. Ma non
in natura, dove invece si può ipotizzare come una rivalsa. Di un’inferiorità
biologica. E di una lunga storia, anche “naturale”, che invece è fatta di ominicidi,
di uccisione del maschio a opera della femmina, una volta assolta la funzione
riproduttiva. Da
Primo Levi, “Ranocchi, etc.”: Si può pensare al femminicidio indotto, dalla
protervia femminile? “È noto come molti ragni femmina divorino il maschio,
immediatamente dopo o addirittura durante l’atto sessuale; così del resto fanno
anche le mantidi, e le api massacrano con meticolosa ferocia tutti i fuchi
dell’alveare”, dopo che uno di loro ha impalmato la regina – “l’uxoricidio, tra
i ragni, è pressoché normale”, tutte le strategie del ragno maschio sono
indirizzate a salvarsene. Primo Levi non lo dice, all’epoca i sessi non erano
divisi, ma è come se il femminicidio cristallizzasse una frustrazione di lungo
periodo, da selezione naturale. Anche le “superlucciole”, aggiunge dopo un
ripensamento, hanno lo stesso vizio: imitano la luce delle femmine di lucciola
propriamente detta, per attirare i maschi e divorarli appena si posano vicino.
Prima
di quello giuridico, la cancellazione dell’uomo era dunque un fatto naturale.
Ora si dice che l’uomo è cattivo e uccide le donne. Come se cristallizzasse una
frustrazione lunga millenni, da selezione naturale.
Infinito – È
un concetto e un fatto. È l’esplosione di una stella avvenuta
centosettantaquattro milioni di ani fa e visibile dalla Terra un giorni di
febbraio del 1987, a una certa ora della notte, nota e calcolata al minuto. La Supernova 1987, avvenuta nella Grande Nube di
Magellano a 160.000 anni luce di distanza da noi, è stata individuata per la
prima volta il 23 febbraio 1987, quando la sua luce è esplosa nel cielo
notturno con la potenza di un centinaio di milioni di soli, per poi continuare
a brillare per vari mesi. Non è l’unica, è stata l’esplosione stellare più vicina,
e visibile a occhio nudo, dopo la Supernova
osservata da Keplero nel 1604.
La morte, il suo opposto, è anch’essa una presenza di questo tipo,
l’idea che si sarebbe potuto non averne conoscenza.
Lusso –
Ritorna senza limiti, in forma detta selvaggia, dei “crazy rich”, nelle
capitali dell’esibizione del dispendio, Londra, New York, Parigi. La sociologa Caroline
Knowles ne redige un esteso campionario in “Serious Money”. “Londra ha generato un ecosistema unico per
generare e consumare ricchezza”, nota, con un elenco di precondizioni che di
farro si applicano, in forme forse solo meno vistose o numerose, ovunque, in Australia
come in India, a Mosca, e nella stessa Cina comunista: “strumenti finanziari sofisticati”,
con “tutti i servizi per eludere le tasse, delocalizzare e nascondere la ricchezza”,
bei quartieri, riservati, belle case, buone scuole esclusive”. E molti
maggiordomi, che sono una necessità (“secondo la Work Foundation in città ci
sono due milioni di persone impiegate nei servizi domestici”, in un città di
nove milioni di residenti). Il maggiordomo è necessario come le guardie del
corpo, non necessariamente per ragioni di sicurezza ma per proteggere la privacy, la solitudine. I segni
ostensivi in uso sono di tutto riguardo: “C’è chi compra casada 45 stanze per 200 milioni di sterline (è successo a
Knightsbridge), chi chiede che in hotel la moquette venga sostituita da un vero
prato per le esigenze del cane”, chi non beve il tè se no in porcellane di Meissen.
Tutti devono avere “un superyacht, uno status
symbol dove il lusso non è
negoziabile: scalinate di onice, bagni en
suite, spa”, con “uno staff di decine
di persone e continua manutenzione”.
I quarant’anni di
thatcherismo-reaganismo, dell’ideologia dell’individualismo e del libero
mercato quale maggiore veicolo di ricchezza per tutti, hanno riportato in auge
la teoria del lusso, o del consumo ostensivo, come origine o matrice del capitalismo.
L’origine del capitalismo nel lusso, nel dispendio, ha avuto molti e noti
sostenitori: Sombart, Fourier, Colbert, Mandeville, gli stessi moralisti
Rousseau, Montesquieu, Adam Smith, in parte anche Marx – fino a Rathenau, il
liberale imprenditore tedesco ministro degli Esteri che i terroristi di destra assassinarono
nel 1922, che in un paese nel quale non ci sono più ricchi ci
sarà solo gente povera, molto povera, diceva. Senza razionalità, e agli antipodi
di ogni pretesa virtuosa che il capitale si ricama addosso, d’industriosità,
applicazione, efficienza, eguaglianza, merito, uso ottimo delle risorse scarse.
Nel calendario di Kant l’età
del lusso precede la morale - la cultura del lusso, talenti, abilità, gusto, che
crea bisogni non tutti appagabili. Per l’antropologia
la nozione di dépense caratterizza la mentalità primitiva e non economica.
Per la funzione economica, accumulatrice e non
dispersiva, del lusso bisogna partire da Madame de Genlis, analista acuta: “Il
lusso era grande perché era frivolo quello che meno poteva esserlo, e, non avendo
nulla di falso, le fortune mediocri non potevano imitarlo”. Il lusso ha senso
economico per l’effetto ostensivo, cioè se i mediocri lo copiano. I ricchi a
Firenze nel Rinascimento portavano i cappelli che ora portano i pastori in Afghanistan.
Madame de Genlis se ne fece un mestiere: amante
del duca d’Orléans, fu della fazione rivoluzionaria a corte, contro l’imborghesimento
introdotto da Maria Antonietta, ma poi al duca tagliarono la testa, e lei si
riciclerà insegnando l’etichetta alle sorelle di Napoleone.
zeulig@antiit.eu
Nel West all black a caccia dell’ufo
Un Western all black.
Su fondo bianco: interni (case, uffici, stalle, cavalli) ed esterni (case,
terreni, maneggi, strade). E tecnologico: il cattivo è un ufo, di
difficilissima individuazione. I cowboy sono fratello e sorella. Che rilevano l’azienda
del padre, prima vittima dell’ufo. Una ditta rinomata di cavalli addestrati per
il cinema e la TV. Subiranno varie disavventure, ma alla fine avranno ragione
del cattivo.
Lo schema è semplice, il
trattamento lambiccato. La coproduzione giapponese necessita di una storia di
contorno. Ed è quella di un imprenditore asiatico di un parco divertimenti equino
che è stato famoso da bambino, protagonista di una sitcom, per aver visto la
famiglia della sitcom decimata dallo scimpanzé di casa, disturbato dallo
scoppio di un palloncino. Finirà anche lui male, ma dopo varie digressioni.
Jordan
Peele, Nope, Sky Cinema
mercoledì 21 giugno 2023
Cronache dell’altro mondo - giudiziarie (236)
La maggior parte dei deputati e
senatori Repubblicani al Congresso sono a favore della candidatura Trump alle
primarie repubblicane per le prossime presidenziali dopo il rinvio a giudizio
di Trump da parte del ministero della Giustizia.
La cadidatura Trump alle primarie
repubblicane per le presidenziali 2024 raccoglie “oltre” il 50 per cento dei
consensi degli elettori repubblicani, “percentuale insolita” nelle primarie. Il
consenso è precipitato dopo il rinvio a giudizio di Trump da parte dell’amministrazione
Biden.
La transazione di Hunter Biden,
figlio del presidente, con il ministero della Giustizia sui suoi pregressi
penali (riconoscersi colpevole di ritardato pagamento delle tasse in cambio
dell’impunità) suscita perplessità anche fra i Democratici. Hunter Biden,
drogato cronico, era accusato di detenzione illegale di armi, e di traffici illegali,
con la copertura paterna, in Ucraina nei primi anni 2010.
(“The Atlantic Daily”, sito anti-Trump
del magazine, 18 e 20 giugno)
Un pubblico accusatore accusato, e condannato
Giustamente il giudice pubblico accusatore Davigo
s’indigna per la condanna: quando mai s’è visto. Per un giudice, poi, di Mani Pulite,
cioè pulitissimo per definizione. Il suo compagno di merende Di Pietro, che pure
non si voleva uno stinco di santo, ha vinto 250 o 300 cause, tutte quelle che ha
intentato – “mi sono arricchito”, diceva con orgoglio delle provvisionali vinte,
sempre per diffamazione.
Non si può nemmeno dire che sia una
condanna politica. Perché il partito oggi al governo era quello, quando la fiamma
era ancora viva e non spenta, del giudice.
E dunque? È proprio una condanna giudiziaria. Che semmai stride con l’assoluzione del giudice in carriera che lo ha
indotto al crimine, il dottor Storari, tuttora in forza alla terribilista Procura
di Milano.
Il dottor Storari prendeva per
oro colato le fantasie di un certo Amara, uno che mandava esposti, anonimi e
non, alle Procure meno indaffarate d’Italia, per esempio a Trani e Siracusa,
sicuro che gli avrebbero dato credito. E invece non gliel’hanno dato, né Trani
né Siracusa, ma il dottor Storari di Milano sì.
Caravaggio napoletanizzato
Un
Caravaggio truculento. Molto sangue, molta sporcizia, molto sesso, in tutte le posizioni,
anche con la Principessa Colonna a sessant’anni - povera Adjani, glielo avevano
detto (magari ci avrà provato gusto)? Una specie di pittore “maledetto”, molto
gridato, si direbbe napoletano, anche se era un lombardo. Fin dalla prima
scena, tra le battone dei vicoli di Napoli, antri di brutture e coltelli. Buttato
in mare alla fine in un sacco da una rupe a Porto Palo, dove però non ci sono
rupi. Dall’“Ombra”, un investigatore inflessibile – e traditore - cui Placido
dà il compito di “raccontare” Caravaggio inquisendolo. Su incarico del buon
papa Paolo V Borghese – protettore di fatto, col nipote cardinale, di
Caravaggio. A Roma negli anni del giocoso Filippo Neri. E non si capisce.
Le
donne sono tutte molto generose con Caravaggio, anche nel film, di favori
sessuali e per ogni altro capriccio: puttane, principesse, pittrici (Artemisia
Gentileschi). I pittori concorrenti pure, lo sono anche nel film: Baglione, Gentileschi.
I preti pure: Caravaggio ha lavorato, molto, su committenza quasi solo di preti, a
Roma, Napoli, Malta, in Sicilia. E su soggetti sacri, dopo le fioriere e i
bacchini di gioventù: non era un demonio, un posseduto. E lavorava più che fare
baldoria: ha lasciato un’ottantina di dipinti, quasi tutti grandi, in meno di
vent’anni di attività – morì che non aveva 38 anni. Era uno violento? No, si difese
in una rissa, fu condannato per modo di dire, mai perseguito.
Con
un cast di ottimi attori, oltre
Caravaggio-Scamarcio: Isabelle Huppert, Louis Garrel, lo stesso Placido,
Ramazzotti, Marchioni, Donadoni, Haber, Moni Ovadia, e “i figli”, Lorenzo Lavia
e Brenno Placido.
Di
bello c’è che si mostrano i quadri di Caravaggio. E questo al cinema è un
miraggio.
Michele
Placido, L’Ombra di Caravaggio, Sky Cinema
martedì 20 giugno 2023
Problemi di base finali - 752
spock
“Quanto al giorno del Giudizio,
disse lo straniero, ogni giorno è il giorno del Giudizio”, Frances O’Connor?
Bisogna vivere ogni giorno come
l’ultimo, si può?
“Tante volte sconfiniamo e ci
troviamo sotto un cielo privo di divinità”, card. Martini?
La fede non è semplice?
“Come nuvole alte nel cielo,\ i
nostri pensieri muovono le loro molli forme dentro di noi:\ Domani odieremo quello
che oggi amiamo”, Wilhelm Küchelberger?
“La cosa peggiore è non amare”. M. Duras?
spock@antiit.eu
L’irreligione che viene dalla Bibbia
Mason
Tarwater, il prozio che si è impadronito con la forza del pronipote Francis
Marion Tarwater, sottraendolo al nipote Ryber quando il bambino aveva quattro
anni, orfano della madre, per crescerlo in una radura isolata dentro il bosco
nel culto del Signore, del Secondo Avvento, e gli ha insegnato a leggere,
scriver e fare di conto con la sapienza del profeta, muore. Il pronipote, ora
quattordicenne, si ubriaca, al punto di non riuscire a scavare la fossa per la
sepoltura: se la caverà dando fuoco alla baracca a due piani che era la loro
casa, tra sporcizia e disordine, con dentro il vecchio prozio. Quindi,
consigliato da un vicino di colore, saggio, e aiutato da un paterno commesso
viaggiatore cui chiede un pasaggio, si trasferisce dalla zio Ryber, fratello
della madre, che faceva la puttana. Anche su Ryber bambino il vecchio Mason
Tarvater ha tentato la salvazione, ma il ragazzo gli si è ribellato, e ora fa
il maestro, agnostico – tanto più perché ha avuto un bambino down, per quanto celestiale, di figura e
attitudini. Siamo a un terzo del romanzo, la convivenza non sarà facile; il
giovanissimo Frances Marion è altrettanto profetico (avventista) del prozio
morto, e lo zio Ryber non intende dargli ragione, anche se non lo considera
pazzo, come invece considerava - ed era, con quattro anni di manicomio – il
vecchio Mario, e anzi gli vuole bene, come fosse il suo vero figlio.
Tra
zii, prozii, pronipoti e nipoti, e tra prima e dopo, c’è un po’ di confusione.
E questo è il senso che aggredisce il lettore. Ma è l’esito di una scrittura
piuttosto semplice, e ripetitiva (la nuova traduzione di Gaja Cenciarelli la rende
anche più fluida, meno irsurta, dell’originale). Ma è un effetto voluto. Su un
mondo che si pretende di luce e invece è di tenebre. Quello del Sud-Sud-Est
degli Stati Uniti, di protestantesimo radicale, che si salva con personalissime
(salvifiche, profetiche) Bibbie – Bible Belt,
l’area della Bibbia. E si appella, come da titolo, al profetismo radicale del
Battista, Giovanni il Battista. “Violento”, come da titolo, sulla base del
versetto apocalittico del vangelo secondo Matteo,11,12: “Dai giorni di Giovanni
Battista il regno dei cieli si acquista con la forza, e i violenti se ne
impadroniscono” (oppure: “Dal tempo di Giovanni Battista, il cielo è preso
d’assalto e i violenti se ne impadroniscono”). Violento era lo “spirito “ del
Battista, e quindi del prozio, il profeta dalla cui morte il racconto comincia.
Uno
strano “romanzo del Sud”: niente realismo, solo visionarietà. O allora un
realismo senza misura, di pregiudizi, capricci, solitudini - “confondere una follia
con una visione”. E tanta superstizione, anche nelle persone ragionevoli – ce n’è:
il vicino “negro”, che intanto ha provveduto a dare sepoltura al vecchio, benché
carbonizzato, e i guidatori in genere, di macchine o camion, quelli che danno
un passaggio al nipote perennemente fuggiaco. In un quadro da romanzo di formazione
ma al rovescio. Non c’è saggezza che viene trasmessa ed appresa, ma violenza, dissoluzione.
Come impadronirsi dell’altro. Sotto forma di amministrare il battesimo. Oppure
all’opposto, d’impedire il battesimo, per “riportare alla ragione” il credente
bigotto. In un crescendo di insensatezze – zio e nitpote, maestro e profeta in petto, fanno a gara a uccidere il
bambino disabile, muto, albino, che altrove sarebbe un angelo.
“È
dalla Bibbia che nascono le eresie”, le follie: Frances O’Connor non arriva
all’estremo di Paolo V, il papa del giocoso Filippo Neri, immortalato da
Caravaggio. Ma è come se: il mondo della Bible
Belt, dell’evangelizzazione bizzarra,
profetica, maniacale, è folle. Il contrasto tra religione e ragione non
potrebbe essere più teso, per oltre duecento pagine, tra personaggi di poco o
nessuno spessore, a aprte in fanatismo. Tra l’“entusiasmo” che lasciava
perplessi i vecchi teologi, e il buonsenso, che lascia perplessa Flannery.
Qui
il conflitto è tra religione e ragione, niente di meno. Che non è scontato o
freddo, come apparirebbe. Perché Frances O’Connor è classificata, e lei stessa
si vuole, cattolica, “una fiera cattolica”. Tanto più in partibus infidelibus, nella Bible Belt, arcignamente
protestante, del Secondo Avvento. L’ottica è rovesciata, proprio da “fierce Catholic”: il buonsenso è qualità diabolica, gli eccessi e le
stranezze sono accettabili. In un lugubre, ma non disperato, umorismo. Che
infetta tutte le figure che via via
popolano la narrazione. Come di un mondo a parte, in cui il più pazzo, o il
meno pazzo, dice pazzo agli altri.
È
il secondo romanzo della scrittrice del Sud Usa, della Georgia. Che la
confermava atipica nella letteratura americana primi anni 1960. Per la
scrittura, all’apparenza weird, da “Franchi Narratori” dirà un decennio dopo
la collana Feltrinelli dedicata agli scrittori italiani atipici, ma nel suo
caso costruita, anche molto, da scuola di scrittura nell’Iowa e in varie colonie per scrittori, e con esercizio costante dall’adolescenza. La scrittura è piuttosto,
se se ne può fare una categoria, del tipo southern,
meridionale, come in Faulkner, o Carson McCullers – anche questa, peraltro,
come Frances O’Connor, passata per lunghi anni da Savannah (Georgia). Con una
vena satirica irresistibile, per quanto sotterranea. Per l’occhio, che è invece
metropolitano, newyorchese nel caso di Frances O’Connor, anche se visse
ritirata nella campagna della Georgia: la corrispondenza, quotidiana e
prolungata, la mostra attenta a ogni novità.
Una
irlandese, con tutte le stamina, nel deep
South. Tra i “negri” che la confondono – quasi come i biblisti. Un re-appraisal
dovrà tenerne conto. Aveva paura dei neri, che chiamava negri ma come tutti,
senza disprezzo. Ma non si tiene conto che è poco americana, soprattutto nella
scrittura. Inventiva, umorale, “senza peli sulla lingua”.
Una
sorta di classico, alla terza o quarta riproposta in pochi anni. Già tradotto
da minimum fax, che lo ripropone in una nuova traduzione, di Gaja Cenciarelli.
Con una breve presentazione di Marco Missiroli, e una diffusa cronologia. Dopo
essere passato per Einaudi, la severa collana iperletteraria Letture Einaudi.
Flannery
O’Connor, Il cielo è dei violenti,
minimum fax, pp. 240 € 15
lunedì 19 giugno 2023
La sagra della giustizia
Cresce a sinistra il numero e la qualità dei giuristi favorevoli
alla riforma Nordio della giustizia, Flick, Cassese, Mirabelli - praticamente il solo Zagrebesky, Gustavo, è
contro, ma è un democristiano non pentito e petulante, al quale Ezio Mauro ha
messo la maschera del rivoluzionario a oltranza. Ciononostante i giornali che li ospitano sono neutrali, e
anzi contro. Pensano di vendere una copia in più con le intercettazioni e le
confidenze dei giudici, invece che con un’informazione “corretta”?
Singolare è la posizione degli avvocati, per i quali l’abolizione
dell’abuso d’ufficio significherà il crollo degli onorari senza lavorare. Vale
la vignetta di Giannelli sul “Corriere della sera”, con l’indecisa a tutto Schlein
che dichiara: “Abolizione del reato di abuso d’ufficio. Noi siamo contrari. E d’accordo
con noi è la totalità degli avvocati”.
Schlein è suffragata subito poi dal principe del foro
Franco Coppi, il difensore della miniera Berlusconi, quello del “processo nel
processo” (“i giudici sono galantuomini”) – non per caso tripolino di origine: “Toglierlo”,
togliere l’abuso d’ufficio, “vorrà dire che i Pm procederanno per corruzione, non
mi pare una grande alzata d’ingegno”. Come dire: i sindaci vanno comunque
perseguiti, vera logica tripolina, con processi più lunghi e più costosi.
Ogni Comune ha decine e anche centinaia di notule
avvocatesche pendenti. Quasi tutti procedono periodicamente, ogni venti o trent’anni,
a liquidazioni “a cottimo” – un tanto a testa per ognuno degli avvocaticchi del
paese in attesa.
Letture - 523
letterautore
Aida
–
Si dirà l’“Aida” di Coda, quella allestita all’Arena di Verona per il
centenario. Anche di Mariette, l’egittologo, che è l’autore dell’intreccio
(Ghislanzoni si limitò a ridurla per il libretto, fra i “deh!” e i “lai”). Una
storia d’amore. E la più consona alla vicenda se non al libretto, e alla
musica. Dell’amore tra nemici (la vecchia freccia all’arco del pacifismo), e
dell’amore non riamato. A partire dalla “Celeste Aida” che la caratterizza.
Assegno
in bocca -
“Dovevo fare lunghe file per seguire le pratiche e passare da un ufficio all’altro
con l’assegno in bocca”: così Berlusconi a un forum sula Pubblica Amministrazione,
il 9 maggio 2003. “Assegno in bocca” era all’Eni nei primi anni 1970 l’allora segretario
di Aldo Moro, Sereno Freato – così in Astolfo, “La gioia del giorno”.
Italia
–
Fu patria di elezione per molti intellettuali e artisti fino al primo Novecento:
Michels, o Sorel “fortunato” solo in
Italia, Leo Spitzer, Ernst Robert Curtsius, Edward Lear, Norman Douglas, D.H.
Lawrence, Gorkij, Gore Vidal. I tanti artisti russi che prima e dopo la Grande
Guerra si trasferirono in Italia, della letteratura, del cinema, del teatro, del balletto. Poi non più – sono invece intellettuali
italiani di prestigio a scegliere la patria fuori. Si è cominciato con le leggi
razziali e si è continuato dopo la guerra, per tutta la storia della
Repubblica. C’è il regista italiano naturalizzato britannico, o francese, svedese,
le tante scrittrici naturalizzate francesi, l’artista naturalizzato americano,
ce ne sono in Germania, anche in Svizzera.
Jaccarino
–
Linda Jaccarino, la nuova Ceo di twitter, è variamente declinata, benché vip e anche
molto vip: Yaccarino, Yakkarino e Jakkarino. Ci vuole un y o un k, a preferenza
di una j, per essere veramente americani? Forse perché nell’ispanoamericano, la
seconda lingua degli Stati Uniti, dalla Florida e il Texas alla California, e a
New York, la j” ha un altro suono. Lei stessa comunque non si cura delle radici
campane – cura il futuro, ora, dalla presidenza e la gestione di twitter, se
rende di più con la pubblicità oppure con gli abbonamenti.
Kissinger
–“Kissinger
a volte, sentendosi uno straniero, cedeva al volere di Richard Nixon” - Luigi R. Einaudi, il diplomatico americano
nipote del presidente Einaudi, a Viviana Mazza su “La Lettura”, a proposito del
Kissinger “italiano” di Oriana Fallaci, il Kissinger “cowboy”. Non si pone mai
mente al fatto che Kissinger è un immigrato, uno che “si sente” immigrato. Con
un accento tedesco che suona accentuato, anche ora che ha cento anni. E un
tedesco ebreo per giunta. A un tassista che gli diceva di sperare che diventasse
presidente Kissinger avrebbe risposto, dice Einaudi: “In che caos dev’essere
questo paese per chiederlo a un grasso ebreo tedesco!”. Della politica di
Kissinger dice: “Era più conservatore di me, anche reazionario!”, ma “sapeva
che l’innocenza americana è una sciocchezza, che sono stai commessi abusi dei
diritti umani… In America c’è una
tradizione di violenza preventiva, come con Bush jr., ma non credo che
Kissinger l’avrebbe condivisa”.
Machismo
– Le
coppie classiche sono poco galanti, premettono sempre l’uomo alla donna: Romeo
e Giulietta, Cupido e Psiche, Amore e Psiche, Aci e Galatea, benché Aci fosse
un pastorello, doveva puzzare, Filemone e Bauci, Ero e Leandro, Deucalione e
Pirra, Piramo e Tisbe, Teseo e Piritoo, Pan e Dafni – che però è maschio all’anagrafe.
Nazionalpopolare
–
Il contributo forse maggiore di Gramsci, più del concetto generico di “egemonia”,
ritorna da destra. Dimenticato dalla sinistra che, seppure per la voce di
Baudo, eterno democristiano, l’aveva rivendicato per decenni, e le sagre dell’“Unità” celebravano. Abbandonato, ora che paga politicamente, a favore
della destra, che se ne è impadronita – mentre la sinistra si fa fastidiosa (radical chic). Se ne è fatta la
celebrazione a Verona, per i cento anni dell’Arena, con l’Aida. Uno schieramento
“italiano”, col sorvolo delle Frecce Tricolori, per la contemporanea celebrazione
dei cento anni dell’Aeronautica, inno di Mameli. Supportato da presenze forti:
Sofia Loren sempre diva, al bracco di Sangiuliano, napoletano ma ministro della
Cultura, e poi tutti quanti: Matt
Dillon e Gigliola Cinquetti, Baricco e Sgarbi, Jerry Calà e Lino Banfi,
Malvaldi e Placido, Mogol e Morgan, Alberto Angela e Luca Zingaretti, Iva Zanicchi
e l’Amadeus di casa. Personaggi anche di sinistra, si suppone. Ma con l’assenza
del primo sindaco di sinistra della città, l’ex calciatore Tommasi.
Ottocento
– Si
vuole affumicato. Bellocchio (“Rapito”) dopo Pupi Avati lo fa domestico, di
interni, grigio brunito, di voci soffocate.
Singolare seppia di un tempo che invece era rivoltoso, molto
sentimentale, individualista. Era fumoso, questo è vero, per l’industria
illimitata e anzi urbanizzata. Ma anche dentro casa? Gli uomini si può capire,
avevano barba e baffi e portavano le ghette. Ma le donne, vestivano anche loro
sempre di grigio?
Roma
–
Rimandano a Roma le cinque pagine di malumori che Marguerite Duras dedica a
Parigi nel libro-confessione “Vita materale” di quarant’anni fa. Le automobili,
la maleducazione, le scuole inerti, i turisti maltrattati, la ristorazione
precotta. E gli “stagnanti”, a ogni angolo del quartiere, alla chiesa, all’edicola,
al bar, sul marciapiedi: “Che non fanno niente. Che essere vivi. E guardare” –
in più sono ora al telefonino.
Scrittori – “Gli uomini
amano le donne che scrivono – anche se “non lo dicono” (Marguerite Duras, “La
vita materiale”). Ma anche i maschi: “Gli scrittori provocano la sessualità nei loro confronti.
Come i principi e le persone di potere”.
Sono però a rischio se amano il sesso,
dice sempre Duras (per esperienza?): “Ho notato che gli scrittori che fanno
superbamente l’amore sono molto meno grandi scrittori di quelli che lo fanno
meno bene e nella paura”.
Teatro di donne - “Dal 1900 non un solo testo di
donna è stato rappresentato alla Comédie Française, o da Vilar al T.N.P. né
all’Oéon, né a Villeurbanne, né alla Schaubühne, né al Piccolo Teatro di
Strehler, di un autore donna o di un regista donna”, Marguerite Duras, “La vita
materiale”. Per sessant’anni, fino all’irruzione della stessa Duras, e di Nathalie
Sarraute.
letterautore@antiit.eu
Storia pruriginosa di un falso piccante
Il
film di una beffa letteraria particolare, di un’adolescenza tra il lubrico e la
violenza. Un fim dal vero: oggi usa chiamarli docufilm, ma questo è
sceneggiato, e recitato, con un cast di nome, Kirsten Stewart e Laura Dern tra
gli altri, una vera storia.
Una
scrittrice, Laura Albert, ha avuto finalmente successo dandosi uno pseudonimo, J.T.LeRoy,
criptico ma maschio, e un passato tormentato, perduto giovanissimo, fra stupri,
marchette, droga, nelle stazioni di servizio del West Virginia, dove si
prostituisce insieme con la madre, e altrove. Il filone della violenza sui
minori caricando di ogni eccesso. Il primo successo replicando, con “Ingannevole
è il cuore più di ogni cosa” dopo “Sarah”. Entrambi i romanzi presentando come
storie dal vero.
I
romanzi fecero epoca, una dozzina d’anni fa, nella critica, anche internazionale,
oltre che tra i lettori – tra gli ammiratori dichiarati molte star, Toma Waits, Bono, Suzanne Vega. Alle
sollecitazioni del pubblico e della stampa Laura Albert e gli editori risponsero
con la “creazione” anche fisica del falso LeRoy: un’occasionale conoscenza della
scrittrice, giovane, androgina, si presta a impersonare il dissoluto giovanotto
sulla via della redenzione. Dapprima con
“foto
dello scrittore in varie occasioni”, poi con letture in pubblico, a distanza,
infine con una conferenza stampa – a Parigi, dove naturalmente una bella parigina
s’infatua del bel dissoluto. Fino a quando “New York”, il settimanale, e il
“New York Times” ne rivelarono l’identità – per prolungare il successo con lo
scandalo.
Una
storia di successi piramidali del falso. Il film punta sulla vicenda a due,
autrice e amica impersonatrice. Nella chiave dell’ambiguità di genere, e forse per
questo il film è presto passato all’archivio – o perché è uscito in prossimità
del covid. Ma è una storia a più strati e molto curiosa, dell’editoria, e dell’opinione
pubblica, nel Millennio: il bisogno di violenza, il bisogno di depravazione, il
gusto voyeuristico dell’infanzia o adolescenza abusata, l’androginia, la creazione
del best-seller, l’anonimo.
La
vicenda di “J.T.Leroy” è doppiata dalla storia del film. La soggettista e sceneggiatrice,
nonché coprotagonista del film, è la stessa “amica” che si prestò a impersonare
J.T.Leory, Savannah Knoop. Che sulla vicenda aveva imbastito il suo proprio best-seller, “Girl Boy Girl: How I became JTLeroy”. E in
parte sulla intervista-confessione, in parallelo, della stessa Laura Albert, “Essere J.T.LeRoy”.
L’intervista
è più sapida del film, per la verità, sullo stesso versante piccante: il godimento a inventarsi
maschio, benché sposa e madre, la progressiva identificazione col maschio
J.T.LeRoy anche dell’amica giovane impersonatrice, un set di “Ingannevole è il
cuore” dove la coca gira come l’insalata. “Ingannevole è il cuore” è il film
americano di Asia Argento, con un cast rispettabile e perfino venerabile,
presentato alla Quinzaine des réalisateurs a Cannes nel 2004. I rapporti
fiammeggianti di Asia col lui\lei che impersonava J.T.Leroy, col vero
impersonatore, la propria cognata di Laura. La verità è una buona vendita.
Justin
Kelly, J.T.Leroy, Sky Cinema
domenica 18 giugno 2023
Ombre - 672
“Nella nuova geografia di serie A e serie B proprietà
estere al35 per cento”, calcolano Bellinazzo e Giardina sul “Sole 24 Ore”. È una
cosa buona? Per lo sport no: sono investimenti finanziari a fini fiscali o di speculazione.
A volte canali di guadagno: il padrone indonesiano dell’Inter, prima dei
cinesi, prestava denaro al club all’8 per cento, in anni di tassi zero.
A Terni l’avvocato Amara è condannato per diffamazione
contro l’Eni, per “una serie di esposti anonimi alla Procura della Repubblica
di Trani e, poi, una denuncia alla Procura della Repubblica di Siracusa – al
cui interno poteva contare sulla complicità del PM Dott. Longo”. Tutti risultati
falsi, “per stessa successiva ammissione dell’Amara”. L’Amara che ha tenuto impegnata
la Procura di Milano – non quella di Trani, che non ha niente da fare, stando
così vicina a Bari, un poltronificio - per un decina d’anni. Per stupidità o
per cattiveria? S’intende della Procura di Milano.
Non si può dire che niente sia migliorato a Roma,
nella città, con il Pd al governo. Nel primo bilancio l’addizionale Irpef è ai
massimi consentiti dalla legge, e anche le multe stradali, sono aumentate del
50 per cento, poco meno. Quando si vuole, si può governare – è la pulizia che
dev’essere indigesta.
Il capo ufficio studi della Danske Bank, che non è la
banca centrale danese ma una banca, ipotizza, “probabilmente”, che il tour di Beyoncé, la cantante texana, abbia
incrementato il tasso d’inflazione in Svezia di 2-3 decimali di punto – anche
se nel mese in questione, tra aprile e maggio, il tasso d’inflazione è sceso
dal 10,5 al 9,7 per cento. Dopodiché tutti a calcolare di quanto i fan della diva si spostino, in Svezia e da fuori, o a
Cardiff, o, altrove dove lei è in tour,
spendendo in panini, bevande, pernottamenti, biglietti, trasporti, eccetera.
Una tesi ridicola, ma una promozione eccezionale del tour e della cantante. Forse anche
gratuita. Poiché la ripropongono con dovizia e serietà i giornali Usa, e anche
il “Corriere della sera”, “Il Messaggero”, “Il Giornale”, “Il Fatto Quotidiano”.
In un’intervista a Luciano Fontana il 24 marzo 2011,
ripresa da “7”, Berlusconi dava il caso Libia risolto: “Abbiamo ottenuto il coordinamento
Nato di tutte le operazioni. La coalizione è impegnata a difendere la popolazione.
L’Italia non è entrata in guerra e non vuole entrarci. Ne ho parlato con il
premier inglese Cameron e con il segretario di Stato Hillary Clinton, ed erano perfettamente
d’accordo”. E sempre viene il dubbio se Berlusconi in politica estera di era o
ci faceva – come già a Pratica di Mare, dove in teoria aveva ottenuto una
bellissima cosa, l’Europa in pace con la Russia, e di nuovo con un futuro. Ma
chiaro e semplice è che, a parte Berlusconi, l’Italia non è considerata, a
Londra come a Washington: è un cuscinetto, morbido.
La guerra in Libia non aveva altro obiettivo che disastrare
l’Italia. Anche se gli americani fanno guerre strane, guerre per fare la guerra
– da ultimo chiamandole per la democrazia, o per i diritti (di chi?).
“Piovono bombe, ma mancano i rifugi. A Kiev solo il 10
per cento trova riparo. Alcuni bunker sono privati, per altri i costi sono
gonfiati dalla corruzione”, Battistini sul “Corriere della sera”. In sedici mesi
di guerra la prima notizia vera. Non “di guerra” cioè, manipolata, che gli
inviati firmano. Gli inviati italiani, non c’è nulla di simile sui giornali
americani o inglesi, di paesi che pure sono in prima linea nella guerra.
Bce insensibile, malgrado le riserve della Banca
d’Italia, e aumenta i tassi d’interesse ogni tre mesi. Non si capisce, in
questa congiuntura, se per abbattere l’inflazione o non per accrescerla – chi
paga gli aumenti dei tassi? i consumatori-utenti finali, quelli su cui si calcolano
gli indici d’inflazione.
I banchieri centrali bisogna guardarsene: un vecchio
banchiere centrale, l’americano Greenspan, diceva che l’aumento dei tassi era
come tagliare capelli con una motosega.
L’avvocato Coppi, ultimo avvocato di Berlusconi nei
processi Ruby, intervistato dalla “Stampa”, dice che bisogna avere fiducia nella
giustizia, “difendersi nel processo e non dal processo”. E certo, gli avvocati
ci stanno per questo. Poi dice: “Sull’unica condanna ci sarebbe da
discutere”. Quisquilie.
È difficile credere che il processo a Trump non sia
politico. Anche perché azionato dal ministero della Giustizia e non da un
giudice indipendente. Ma non per i giornali – il “Corriere della sera”, che ci
fa una pagina, si limita a comunicare che “il 74 per cento dei Repubblicani
ritiene che il processo sia politico”. Poi si dice l’America.
“Tre cose mancano nella politica estera americana”,
spiega a Viviana Mazzi su “La Lettura” l’ex diplomatico americano Luigi R.
Einaudi, il nipote del presidente Einaudi: “La capacità di ascoltare gli altri,
di rispettarne la sovranità, e di capire che la democrazia si costruisce non solo
dentro i Paesi ma tra di essi”. Niente.
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L’etica del lavoro, o dello sfruttamento
Ci
sarà un “dopo il lavoro”, un’era del tempo libero? Forse c’è già. Il lavoro a
lungo è stato deprecato, era condizione servile. L’“etica del lavoro” nasce col
tardo calvinismo, nei tardo Seicento – agli albori, andrebbe aggiunto, della
rivoluzione industriale. E dunque si può cambiare.
Gandini,
l’italo-svedese narratore documentarista di altre realtà, specie della “Videocracy”,
prima del grillismo e dei talk-show tv,
ci prova. Con semplici interviste, tagliate come se fosseri narrazioni degli intervistati,
ma appassionanti.
Si
parte col lombardo che a quaranta o cinquant’anni scopre che non gliene frega
nulla della censura paterna, “datti da fare”, “non avrai un futuro”, e fa quello
che sempre gli sarebbe piaciuto, potare. L’ereditiera, che cura i fiori, ferra
il cavallo, fa sgambare il cagnetto, e beve volentieri un bicchiere sui bei
divani della bella casa patrizia, con compagno altrettanto nullafacente, e entrambi
sanno che non rubano nulla e semmai danno un contributo, piccolo, all’ambiente
e alla società. Tra gli opposti. I coreani, vecchi e giovani, che lavorano
sedici ore al giorno, sei giorni la settimana, due ore le perdono per il
pendolarismo, una per mangiare e i bisogni, e dormono, male, cinque ore. O gli
americani workaholic. Il promoter, motivazionista,
che si sganascia dalle risate all’idea di sei o anche cinque settimane di ferie:
un americano impazzirebbe, l’americano ama lavorare, l’etica è del lavoro – e
ad altri aspiranti gestori del personale spiega che ai rilevamenti demoscopici
nessun manager o imprenditore privilegia l’istruzione, pochi la puntualità e la
socievolezza, mentre tutti vogliono dedizione. Con una filosofa, sempre americana,
che spiega l’etica del lavoro calvinista. Per subito poi riposare su una poltrona
soffice snodabile, che la mette comoda senza alcuno sforzo personale, con marito
compiaciuto, tutto molto americano. All’altro
estremo i koweitiani, che sono pagati - tutti i cittadini koweitiani hanno
diritto a un “lavoro” statale - anche quando non hanno nulla dafare, per
giorni, settimane, anni.
Insomma,
il lavoro se ne parla tanto da tanto, da un paio di secoli, ma non si sa che
pensarne. Luca Ricolfi fa vedere in tabella che l’Italia ha il record dei fannulloni
– ufficialmente neet, i “giovani”
venti-trentenni che non lavorano, non studiano, non imparano un mestiere: sono uno
su tre. E lancia un’ipotesi, che non è quella solita dell’Italia matrigna, che
non offre un’opportunità ai suoi figli, ma esito della natalità bassissima da
un trentennio: nelle famiglie ormai “cinesi” da due generazioni i figli, eredi
di due genitori e quattro nonni, fanno gli “ereditieri”, anche se non hanno una
magione di campagna, o non sanno accudirla.
Materiali
ovvi, perfino scontati. Ma montati con sapienza, e con tagli, scorsi, illuminazioni
invoglianti. C’è perfino Elon Musk, che si penserebbe uomo d’affari e di soldi,
a ipotizzare “inevitabile, necessario”
un salario minimo mondiale. Che è, a ripensarci, non un’elemosina coatta, alla
koweitiana, ma un misura minima contro il dumping
sociale, di cui molte economie beneficiano, in Asia, in Africa e in America
Latina, lo sfruttamento del lavoro.
Erik
Gandini, After Work
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