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mercoledì 28 giugno 2023

L’economia del buonsenso

Sembra dire l’ovvio il presidente dell’Antitrust Rustichelli, che l’inflazione colpisce i ceti deboli e non i forti, che anche i risparmi sono stati intaccati dall’inflazione, per almeno una famiglia su due, e che il rispamio andrebbe in qualche misura remurato e protetto e non castigato. Ma lo deve dire l’Autorità Antitrust, non ci sono più giornali in grado di saperlo e di spiegarlo. Di sapere l’ovvio. In materia di interesse per tutti.
Così pure l’alternanza alla Banca d’Italia, dopo Visco il suo ex direttore genrale Panetta. I due uomini, massimi responsabili della politica monetaria in Italia, che criticarono il bail-in, introdotto proditoriamente (sbadatamente?) dai governi dem nel quadro europeo – lo criticarono da tecnici esperti, non da sovranisti. E da quasi un anno ormai non perdono occasione per criticare la dissennata politica monetaria della Bce di Lagarde, di colpire l’immobiliare e gli investimenti – la produzione – mandando alle stelle il caro-.denaro.
Non ci vuole molto: Lagarde è una controfigura, della modesta e povera politica tedesca anti-inflazione della Bundesbank – buttare il bambino con l’acqua sporca: mandare in recessione l’economia, quella tedesca  ma anche quella dei paesi più legati produttivamente alla Germania, come l’Italia. A nessun effetto contro il carovita. Ma dove l’abbiamo letto?

Meloni cresce, viva Mitsotakis

Meloni vince anche in Molise - poco, ma buttalo via. Nomina Figliuolo alla rcostruzione in Romagna. Nomina Panetta alla Banca d’Italia. E niente, resta sempre, come si vuole, quella di destra. Ma si celebra curiosamente Mitsotakis in Grecia, uno di destra, come se fosse il nuovo vento di soave. Curiosamente per i giornali Pd professi, “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “la Stampa”, il Messaggero”. Che lo celebrano come fanno in parallelo per Elly Schlein. Che invece è, o sarebbe, di politiche diametralmente opposte, e perde le elezioni, non le vince.
Uno strabismo non nuovo, che porterebbe (dovrebbe portare) il Pd a interrogarsi su tanti amici nei media.
A meno che il Pd non sia altro che quei giornali, quelli che si professano suoi sostenitori. Che però tutti insieme non arrivano a mezzo milione di lettori. E poi, perché no, non lo diceva anche anche Bersani, che sempre si aggirano gli “amici del giaguaro”, e bisogna stare in guardia?


Com’era nuovo il calcio 50 anni fa

Il personaggio è semplice e attraente, il regista garbato e rispettoso, ma la vita di Gigi Riva non è scontata come lo spettatore presupporrebbe. Sì, le immagini sono quelle attese di questi biopic: dai primi calci da bambino alla forza e intelligenza sui campi di calcio, alla dirittura morale eccezionale, da calciatore, da dirigente, da fumatotre incallito, da anziano malato. Ma le immagini del suo calcio sono una novità.
È una novità il calcio dei suoi tempi, cinquant’anni fa: atletismo, forza, istinto, prodezze e errori. Invece del solito tic-toc tattico cui il calcio si è ridotto. Dove si risparmiano le forze (il calcio in tv è esoso, molto ripetitivo), si corre poco, non si inventa nulla, e si vince epr caso – il tic-toc del Barcellona di Guardiola, che l’aveva inventao per addormentare gli avversari e scatenare Messi all’improvviso – serpentine, tagli, invenzioni, suggerimenti. Immagini di un calcio giocato con piacere – rabbia, agonismo, intelligenza, voglia di vincere. Un calcio di calciatori. Non indagata, ed è un peccato, la rivelazione di Massimo Moratti che suo papà, il creatore di Saras Petrolchimica, a quei tempi la sola industria della Sardegna, col carbone del Sulcis, era di fatto il padrone del Cagliari, e pagò il non trasferimento di Riva alla Juventus - anche questo un altro mondo, quando i ricchi  scendevano nel calcio per passione.
Riccardo Milani,
Nel nostro cielo un rombo di tuono, Sky Cinema, Streaming Now, On demand

martedì 27 giugno 2023

Se l’eroe dell’Occidente è Prigozhin

È sconfortante leggere nei giornali italiani e in quelli americani il tifo per Prigozhin. Che è un brigante – un fatto ben presente oggi ai iministri degli Esteri della Ue riuniti, perfino al parolaio Borrell, la Farnesina non ha avuto problemi a mettere la cautela in agenda.
Si potrebbe pensare che è per l’abitudine ormai ossificata alle “notizie di guerra”. Artefatte per natura; un genere d’informazione che accompagna in guerra le operazioni militari, notizie di battaglia. Specialmente insistenti e anche brillanti in questa guerra, ogni giorno due e anche tre, un grande sforzo che gli inviati si limitano a sceneggiare - allungare, adattare, caricare di aggettivi e innuendo. Ma Prigozhin, che fino a ieri era un macellaio, quello che fece fuori la brigata Azov “martire”, quello di Bakhmut. E lo è in effetti, perché il suo più ricco business è da una decina d’armi, insieme al traffico d’armi, un esercito di mercenari – come al tempo di Machiavelli. Che si fa ben pagare dai cacicchi africani e arabi, e ora, in questa guerra, dalla Russia.
Tutta ignoraza non dev’essere, i media sono mezzi collettivi, gerarchizzati, non li indirizza un inviato, che si limita a riscrivere le agenzie, che mediano le notize di guerra. Un Prigozhin al posto di Putin non è una prospettiva buona per nessuno. Va bene odiare i russi, se il direttore comanda, ma senza juicio?

La sinistra bancaria

Il Mes dopo il Pos? L’ultima battaglia della cosiddetta sinistra politica sembra inventata dai suoi nemici, tanto è bizzarra.Tutto si fa, anche scendere in piazza, per far guadagnare le banche?
Per il Pos obbligatorio si sono escogitati il riciclaggio di denaro sporco e le mafie, ma tutti sapevano e sanno che non è vero. Tutti eccetto i giornali, è vero. Ma questi perché hanno perso il senno, infatti non li compra nessuno – di Grillo è meglio non indagare, ma lui si accontenta di poco, qualche presenza pagata, a convegni, inaugurazioni, piani naturalmente verdi. Il Pos obbligatorio è solo un pizzo sui negozianti, doppio: l’affitto del terminale e una percentuale degli incassi.
Ora si replica col Mes, Meccanismo Europeo di Stabilità. Il Mes è in funzione, da anni – anche se nessuno vi ha fatto ricorso. Quello che non entra in funzione, finché l’Italia non lo vota, è un allargamento dell’ombrello Mes dal debito pubblico alle banche. È lecito? No, sono problematiche diverse. Si dice: ma gli altri membri Ue hanno votato la modifica, perché l’Italia non lo fa? Perché dovrebbe farlo? L’Italia non ha problemi con le banche, la Bce con le banche italiane non ha mai avuto riguardi, ha imposto cure pazzesche a Unicredit e voleva il fallimento di Mps. Non ha fatto l’analogo in Germania, e Francia, dove ora quattro grandi banche, almeno quattro, hanno problemi, Deutsche, Commerz, Société Générale, Bnp Paribas - e anche, anche se non si dice, la olandese Abn Amro.
L’Italia può far mancare la sua solidarietà? Certo che no. Ma non è una cosa di sinistra, anche se è la destra a chiedere chiarezza - una parola chiara non è troppo chiedere, e sarebbe di sinistra, l’Europa (l’Italia) ha già pagato troppo l’asse franco-tedesco.

Un film lungo la colonna sonora

Un po’ troppo lungo, due ore e mezza, e un po’ troppo scontato: L’adolescenza, i genitori, l’amica, il talent scout, e poi, onnipresente,  il manager, l’arcangelo salvatore, dal padre padrone, dal marito fedigrafo, dalla tossicodipendenza. Ma i due protagonosti, la britannica Naomi Ackie nei panni di Whitney, e Sanley Tucci in quelli del manager, calibrati probabilmente sugli originali, quindi non di repertorio, tengono desta l’attezione. E come già per “Elvis”, altra sceneggiatura non appassionante, anche questo “Whitney” è un’occasione per ascoltare molte belle canzoni, ancorate a un filo narrativo, per quanto scontato.
Kasi Lemmons, Whitney –
Una voce diventata leggenda (Whitney Houston – I wanna dance with Somebody), Sky Cinema

lunedì 26 giugno 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (529)

Giuseppe Leuzzi


Flannery O’Connor ha, nel romanzo “Il cielo è dei violenti”, il “Christ-haunted South”, un Sud (degli Stati Uniti) ossessionato dal Cristo. Analogamente, il nostro Sud si dovrebbe-potrebbe dire ossessionato dalla Madonna, innumerevoli sono le sue facce e i suoi riti. Materno, seppure non matrilineare. Quindi non violento?
 
Bastianich evoca su “Repubblica-Gusto” le vigne di cui Catania si attorniava. Che erano scomparse e ora sono ricomparse. Attorno all’Etna in realtà, più che attorno alla città, ma non importa. Sono ricomparse, fiorenti produttivamente ed economicamente, con vini di grande qualità, a opera di non catanesi. È così.
Altre colture, di bianchi robusti e saporosissimi, sono state abbandonate, negli stessi anni 1950-1960, sulla Costa Viola, i costoni terrazzati tra Scilla, Bagnara e Palmi in Calabria. E lì il tesoro sembra perduto per tutti – non sono in vista vignaiuoli dell’Alto Adige, esperti in terrazzamenti.
Erano, sono, incoltivabili? Nelle Cinque Terre no, dove pure erano soggetti a dilavamento, non sono stati abbandonati. Con profitto (enorme) di tutti.
 
Il Sud è probabilmente l’area europea a più forte consumo pro capite di antibiotici, calcola l’Agenzia del Farmaco. In Europa i paesi nordici consumano pochi antibiotici, il consumo pro capite più elevato è in Francia, Grecia, Cipro e Italia, nell’ordine. Ma in Italia è al livello nord-europeo nelle regioni del Nord, mentre al Sud è quasi il doppio. Al Nord si registra un consumo di 8,7 “dosi al giorno” per mille abitanti, al Sud e nelle isole di 15,3 “dosi al giorno”. Per nessun motivo specifico.
 
Sudismi\sadismi
“Fuori uso il bancomat della cortesia”: domenica l’altra in prima pagina sul “Corriere della sera” Aldo Grasso irrideva Musumeci, l’ex presidente della Regione Sicilia ora ministro della Protezione Civile, delegato agli interventi in Romagna dopo l’alluvione: “«Questo governo non è un bancomat». Con queste sprezzanti parole … ha liquidato le richieste che gli amministratori locali di Emilia e Romagna gli avevano rivolto per far fronte all’alluvione….”. Parole, aggiunge Grasso, “dette da uno, poi, che ha governato la Sicilia, una regione dove strade e ferrovie frenano e franano”.
Non è vero, e il giorno dopo il giornale ha pubblicato la smentita. Musumeci non ha detto “questo governo” ma “il governo”. Lo ha detto all’intenzione di “un amministratore invitato per mera cortesia” (il sindaco di Rimini, n.d.r, Jamil Sadegholvaad, del Pd), che “non può….presentarsi al tavolo e contestualmente alimentare sulla stampa una subdola campagna di disinformazione e di denigrazione ai danni di un governo che … ha fatto tutto il possibile, con un impegno senza precedenti per celerità e quantità”.
La lettera è stata pubblicata integrale. Con la giusta rivendicazione: “Confermo che il governo non può essere inteso mai come un bancomat, cioè buono solo a erogare denaro a richiesta. E lo dice, per rispondere al sottile riferimento di Grasso, un ex presidente che nella sua regione, in questa materia, ha creato l’Autorità di bacino, attesa da trent’anni, ha varato il primo Piano contro la desertificazione, ha speso cento milioni per la pulitura dei fiumi, e destinato al contrasto delle frane circa mezzo miliardo di euro”. 
Aldo Grasso rimprovera Musumeci, in prima pagina. Musumeci si difende in diciassettesima. Con una lettera al direttore. Con replica di Grasso.
 
La scomparsa  di Palmi – un apologo
Sandra Misale, biologa, incaricata dal dipartimento di oncologia di uno dei maggiori ospedali americani di creare un Misale Lab per lo studio di nuovi farmaci, si schermisce con Paolo Bricco sul “Sole 24 Ore” che la incontra a Torino, dove si è laureata: “La mia famiglia è di Palmi, una città di quindicimila abitanti vicina a Gioia Tauro”. Quasi si scusa. Anche se non ne avrebbe motivo: “A Palmi”, continua infatti, “mi sono diplomata al liceo linguistico. Era una scuola sperimentale. Studiavamo tedesco, francese e inglese e, in più, le materie scientifiche con i programmi del liceo scientifico”.
Lei poi ha studiato biologia molecolare a Torino, abitando dai parenti emigrati per lavorare a Chivasso, alla Lancia. La sorella, che  lavora anch’essa negli Stati Uniti, si è invece laureata a Cosenza. Bricco le trova “le fattezze di chi arriva da quel pezzo di Mediterraneo scosceso e di montagna che è la Calabria”, “piccola di statura”, che parla “con la vocalizzazione aspirata di chi è cresciuto in Calabria”.
Però è anche vero che Palmi era e non è. Era un mandamento-sottoprefettura. Con palazzo di giustizia e scuole di tutti gli ordini e grado. Con un teatro, che faceva anche l’opera – sono di Palmi Cilea a Manfroce. Tutte queste cose ce le ha ancora, ma in subordine. A cosa? Alla sopravvivenza. Aveva ristoranti di culto in posti strepitosi. Aveva la Marinella – che ha tuttora, ma di fatto impraticabile da mezzo secolo. Ha ancora il miglio più bello di mare e di acqua di mare, trasparente. Con le alici e il pescespada. Dall’Ulivarella alle Pietre Nere, un mondo omerico. Ma non se ne occupa – da vent’anni è provvista di un porto da diporto, ma non lo ha mai fatto funzionare (nemmeno per il piccolo business dei migranti). Sopravvive, e anzi arretra – la costa jonica al converso, desertica e afosa, ogni anno si propone con nuove attrattive.
Dice: la mafia. Perché, c’è la mafia a Palmi? C’è solo a Palmi? È il tradimento della borghesia. La Calabria ne ha poca, e per di più pavida, cioè inerte – borghesia professionale, per lo più, quale è tipica di una cittadina come Palmi, magistrati, avvocati, insegnanti, impiegati della sottoprefettura. L’ultimo scrittore di Palmi, Domenico Zappone, parliamo di cinquant’anni fa, satirico corrosivo, ne avrebbe ricavato grande materia, se non avesse ceduto all’impulso di soccombere. I Manetti Bros, Antonio e Marco, nel millennio, avrebbero una miniera spalancata se osassero di più - lo scherzo e la satira sono campi fertili inesplorati, in questa Italia sotto correzione.
 
Il governo milanese del non-governo
Milano, il “Corriere della sera”, “Mani Pulite”, la trama svelata del governo del non-governo.
Mieli a La 7, alla maratona di Mentana il giorno della morte di Berlusconi, aspetta notte inoltrata, le undici di notte, quando gli spettatori sono pochi, ma alla fine lo dice. Fu la Procura di Milano a dargli in anteprima, prima cioè che il destinatario lo ricevesse e si consultasse con i legali, l’avviso di garanzia a Berlusconi, domenica 20 novembre 1994, che il giorno dopo doveva presiedere a Napoli un forum Onu sulla giustizia, e invece perse il governo. Un avviso di garanzia per un’indagine, che poi si rivelerà inventata  (poichè la Guardia di Finaza non aveva scoperto pratiche illegali nelle mille perquisizioni ordinate nelle aziende di Berlusconi, Berlusconi aveva pagato la Guardia di Finanza…).
Sulla vicenda, il ruolo di Mieli, la rivelazione e l’indignazione tardive si può leggere in sintesi
http://www.antiit.com/2023/06/le-trame-non-tanto-oscure-di-mani-pulite.html
 
Il fatto curioso è che Mieli non dice tutto – dice che non dice tutto. Per omertà? Per ricatto? Manda infatti un “avvertimento”: “Non lo dirò qui fino in fondo….”. E dove? E quando? Ma non c’è dubbio che “Mani Pulite” non solo è stata milanese, ma non poteva non esserlo. Col “Corriere della sera” e “la Repubblica”, che Scalfari voleva milanese di spirito. Contro Craxi. Non per fatti personali, o politici (contro il partito Socialista, per conto della Dc o del partito Comunista, le "due culture" celebrate da Scalfari), ma perché Craxi voleva un governo che governasse, come a lui era riuscito per una congiuntura rara – aveva vinto un referendum impopolare sulla scala mobile, abbattuto l’inflazione dal 25 al 3 per cento (sic!), contrastato la strafottenza americana, mentre schierava gli euromissili, portato l’Italia a competere con la Gran Bretagna per il quarto posto fra le economie mondiali. Craxi non era addomesticabile, predicava la “governabilità”, e quindi andava abbattuto - era un fascista, un corrotto, un ladro.
Si dice l’accoppiata giustizia-media, giudici-giornali, ma no, è Milano – quella c’è, Mieli l’attesta, ma non decide. 
 
Milano odisoamata
Giovanni Gavazzeni fa sul “Venerdì di Repubblica” un Giacomo Puccini implume esule a Milano al Conservatorio come un  modesto studente fuori sede vittima oggi nella stessa città del caro-affitti. Rinchiuso nella “fredda cameretta” che condivideva con lo scorbutico Pietro Mascagni, per riscardarsi reciprocamente col fiato contro i geloni, s’immagina. “Lo stambugio di via Solferino” dove sicuramente, può dire Gavazzeni avendo compulsato l’amplissimo epistolario del maestro, “condivideva i fagioli mandati da casa”, sempre con Mascagni. Scrivendo di Milano esacerbato alla mamma: “Città schifosa, sudicia, merdosa, putrida, caliginosa, infame, scureggialla (?), bifolca, bianca di grappa (almeno fosse di quella fina), con quel Duomo che pare un panforte di Siena ammuffito in cantina,… con quei risotti che paiono cacca gialla di bimbi, con quelle cotolette che paiono guance di parroci rifiorite dai ponci (…) quel parlare poi! Pare un rutto dopo una sbornia da giovedì grasso”.
Ma, bisogna dire, non dissuaso. Come gli odierni fuori sede: il caro-affitti non scoraggia le iscrizioni alle università milanesi – sempre più private, peraltro, quindi molto più care del letto-in-una-stanza. Puccini era a Milano, a 22 anni, con una borsa di studio modesta, regalo dela regina Margherita e di un medico amico di famiglia. E della città era anche entusiasta, sempre nelle lettere a mamma Albina, al borgo in riva al lago: “Che meravigliosa città. E che gioventù!”. Entusiasmo che il biografo ultimo Julian Budden condivide, facendo di Milano negli anni 1880 la città-traino dell’Italia, soprattutto di quella musicale.
Questo non è vero, Milano contava poco, ed era in crisi economica – in “recessione”. Ma non importa, è vero che anche l’editoria musicale era già milanese, tra Sonzogno e Ricordi, e l’editoria e la Scala attiravano i futuri operisti in misura maggiore che Napoli o altre capitali della musica. Quanto alle lamentele, del cibo, e dell’aria, si può testimoniare di persona in favore di Puccini. È dai tardi anni1960, grazie ai fruttivendoli napoletani, che Milano ha cominciato a  respirare in cucina:  a riconoscere gli ortaggi e le insalate, a cuocere la pastasciutta. Prima, per mangiare, andava alle trattorie toscane (dove però, ancora, le verdure si limitavano a lessarle).


leuzzi@antiit.eu


Il mondo nel mare, profondo

Nemo è un bersaglio, più che il personaggio di Verne, delle “Ventimila leghe sotto i mari”. Col quale il bambino si identifica, nei suoi viaggi, notturni per lo più, lontando dall’uomo della foto col braccio sempre teso, il padre, benché ingolosito della madre, e con qualche “zio” simpatico. Ma non è così semplice, non è la ricerca di un padre piuttosto che di quello della foto, ufficiale, fascista fino a Salò.
Queste lettere, non spedite, sono un racconto metafisico, come da appunti manoscritti inediti, qui riprodotti. Che lo vogliono tutto e niente, uno e diverso. Un caso estremo, da Tabucchi stesso esemplato in un’intervista non pubblicata, “di quel metodo ipotetico” che fa il suo narrare. E sono di più – di peggio: un metaromanzo, un romanzo sul romanzo. Tanto più in questa edizione, curata da Thea Rimini che le “lettere” aveva recuperate postume per i due volumi Tabucchi dei “Meridiani,” e qui le riprende arricchendole di alcune appendici. Le riflessioni, da prefazione-postfazione, sul racconto poi non pubblicato scritte in un’agenda bancaria del 1977. Alcune lettere, a editori e amici, sul racconto. Alcune interviste, pubblicate e non, sul racconto “di prossima pubblicazione”. E la nota della curatrice sulle varie redazioni del racconto, nonché sugli “abissi editoriali”, nei quali si è perduto - avrebbe dobuto essere pubblicato da una mezza dozzina di editori, Einaudi, Mondadori, Saggiatore, Garzanti, eccetera, tavolta con contratto firmato e poi abbandonato.
E tuttavia, malgrado tutta questa metaletteratura, leggibile. Perfino godibile. Scrive le lettere un vero ragazzo, nelle sue fantasie. Notturne e diurne. Delinea un quadro familiare e di vicinanza perfino realistico, realistico. E non si identifica in realtà col Capitano Nemo, il personaggio di Verne è piuttosto un bersaglio, ma il mondo di Verne fa a suo modo rivivere, in questo caso il mare sottosopra, per quanto profondo. Come il mondo che lo scrivente vive.
Antonio Tabucchi, Lettere a Capitano Nemo, Oscar, pp. 173 ill. € 13,50

domenica 25 giugno 2023

La guerra degli inganni – o il Pugaciov per burla

Una mattina al caffè in piazza, all’ombra, nella città occupata, Rostov sul Don, caposaldo dell’esercito russo impegnato in Ucraina, col capo dell’esercito russo sul fronte ucraino, in teoria disarmato, e con il vice-ministro russo della Difesa: “Sappiamo di un tè a Kiev”, “Beh, bisogna pur parlare col nemico in guerra”. Poi l’avanzata su Mosca, pochi ma creduti fotogrammi. Poi il trionfo di popolo a Rostov, altri pochi ma ben fatti fotogrammi. A seguire all’annuncio, improvviso, della ritirata. Che però non avviene a Rostov sul Don, e nemmeno nel Donetsk occupato, asseritamente con gravi sacrifici, ma in Bielorussia. Che non è all’angolo, ma a 1.500 km. da Rostov: una fuga istantanea e sicura, con dieci o quindici o venticinquemila uomini affardellati, passando per l’Ucraina compiacente - non abbiamo instagram in proposito? E la Cia che vuol far sapere che sapeva tutto, su Prigozhin-Pugaciov, da almeno quattro giorni? Sa pure degli attentati a Belgorod?
Sembra una commedia degli equivoci, e tutto sommato, fino ad oggi, lo è. Ma all’improvviso al ministero italiano degli Esteri, e probabilmente a quelli di tutta Europa, ha fatto venire un brivido: che guerra stiamo combattendo, in che guerra siamo precipitati?
Prigozhin voleva indebolire Putin? C’è riuscito. Resta da sapere per conto di chi. Se dello stesso Putin, come avrebbe dovuto, oppure di Biden. Perché non è chiaro, per quanto assurdo possa sembrare, se è sanzionato. Se lo è effettivamente, nei conti protetti. Dopotutto è un affarista, come tutti i boiardi russi - tanto più per essere a capo di un esercito di mercenari. Non un patriota, tanto meno un rivoluzionario. Se è sanzionato nei conti correnti alle Cayman, e nei titoli Usa. E come, o chi per lui, paga i 25 mila del suo esercito privato.
Prigozhin è sicuramente un prodotto dell’eccentricità russa – dei Pugaciov e dei Limonov di tanta letteratura. Fino a qui la lettura diplomatica che se ne fa è sicura. Ma si sa anche che Prigozhin non è solo colore. E che Biden non è un presidente pacifista – è quello che ha legato gli Stati Uniti all’Ucraina, nella lunga vice-presidenza di Obama. Non è  necessario avere letto Machiavelli per sapere che i cuordileone mercenari si muovono sulla scia dei soldi. Le aspettative sono che non ne abbiamo ancora visto abbastanza. 

Ombre - 673

Si lamentano le sue profferte avanzate dagli sceicchi, dell’Arabia Saudita e della Gran Bretagna o della Francia, per allenatori e calciatori. 100 milioni ad Allegri in tre anni. Sessanta a Mbappé, in un anno. 150 chiesti per Osimhen, 100 per Harry Kane. Un circo, un colosso per faraonici regimi patrimoniali – dove lo Stato è proprietà privata, di famiglie tribali. Un calcio fatto di “molti viaggi, poco riposo e settanta partite l’anno”, nel conto di Simone Golia sul “Corriere della sera”. Per partite di 100 minuti invece di 90. Per far pagare di più le tv. Non può essere sport, un’attività di resistenza e abilità fisica.
 
La cosa più significativa della manifestazione della Cgil per la sanità a Roma era ieri il numero sparuto dei partecipanti – quasi meno delle bandiere, c’era chi ne aveva due. La Cgil ha certo la possibilità di portare in piazza molte più persone, ma non lo fa. Si fanno manifestazioni al risparmio giusto per avere l’immagine del segretario sui media, attorniato da microfoni. La mobilitazione attraverso la televisione?
 
Matteo Di Pietro, indagato a Roma per la morte di un bambino in un incidente stradale da lui provocato, di età incerta, 20nne o 21nne, comunque abbastanza per noleggiare un suv Lamborghini da centinaia di cavalli col quale ha provocato l’incidente, ha diritto alla privacy nella foto.
No, è che non ci sono più delinquenti, se non sono politici, oppure mafiosi. E le aggravanti, “fumo”, alcol, etc, sono attenuanti.
 
Berlusconi è morto il 12 giugno. Le corrispondenze di “la Repubblica” e i suoi settimanali, di Aspesi, Serra, Francesco Merlo, sono a tutt’oggi piene di lettere livorose – evidentemente la gran parte della corrispondenza del gruppo editoriale.
Berlusconi è anche odiato, come tutti. Ma tutti scrivono a “la Repubblica”?
 
“Perché papa Francesco è così restio ad incontrare i cattolici perseguitati nel mondo”, o anche solo “a parlarne?”, si chiede il vaticanista Di Giacomo. Già. Perché? A un papa cui non sfugge la minima violenza da deprecare nel resto del vasto mondo.
 
Colpisce naturalmente l’arresto di Minenna. Ma nessun giornale pubblica la nota difensiva, pur breve. Che a Marcello Minenna “viene contestato un solo episodio nel marzo 2020: essersi adoperato in favore di un imprenditore vicino alla Lega per sbloccare una sua fornitura di mascherine ferma alla dogana di Milano in cambio di una entratura nel partito. L’indagato si difenderà nelle sedi proprie”. Molte interpretazioni, invece, e deduzioni. Dei procuratori come del gip, per la verità – i gip vogliono anch’essi andare in prima, fanno il lavoro sporco per l’onore dei Procuratori.
 
Sono indignati i cronisti giudiziari per la condanna di Davigo, loro fertile fonte – e naturalmente contro Nordio che vuole le intercettazioni legali. Trema un impero informativo: la politica fatta dai cronisti giudiziari, l’ultimo gradino, un tempo, nell’ordinamento dei giornali. Ora ci sono solo loro, e le cronache rosa – anche di semplici figuranti. La politica estera, con le guerre, l’Economia, la politica, l’informazione?
 
L’inviato del “Corriere della sera” a Bruxelles, al maxi-processo senza processo per corruzione, apre la corrispondenza sulla “caduta del «duro» Claise” con una frase di 31 righe, con tre, quattro, e e forse cinque, incisi. Nessuno li legge? Legge gli articoli che vanno in pagina? Chi fa i titoli come si regola?
 
Tutti italiani, compre i deputati “belgi” Tarabella e Maria Arena, e in fondo la stessa vice-presidente greca del Parlamento, inguaiata dal compagno italiano, gli indagati per corruzione a Bruxelles. Sono corrotti solo gli italiani al Parlamento europeo? Tutti della sinistra, democratico-socialista.
 
Si cerca dove non si può trovare la bambina peruviana rapita a Firenze. Negli interstizi dei muri, nelle casse dismesse. Non dove la bambina è – era al momento del rapimento: in una tribù di “rumeni”, per non dire rom. Per fare i politicamente corretti, oltre che per dare ai Carabinieri in camice bianco qualche giorno di lustro in tv?
 
Procura e Carabinieri sono impegnati a Firenze a condannare Berlusconi per le stragi di mafia del 1993. Ne hanno la certezza, anche qui, ma non trovano le prove.

Il culto del teatro - passione crudele

Les Amandiers è stata la scuola di teatro a Nanterre, Parigi, di Patrice Chéreau e Pierre Romans, con annesso corso gemellato all’Actor’s Studio di New York, tra fine anni 1970 e primi anni 1980. La scuola di teatro nella quale, all’ultima sessione prima della chiusura, la giovane ricca Valeria ha trovato la sua strada, dopo varie erranze  - e dopo la quale ha debuttato al cinema, regista lo stesso Chereau. Si concludeva in quegli la sbornia dei tardi anni Settanta, della trasgressione come obbligo. Con l’eroina, “tanto smetto quando voglio”, le morti quotidiane da overdose, la promiscuità obligatoria, l’aborto libero, l’aids in agguato. La scuola vive intensamente i suoi anni, nel mentre che si esercita al solito Cechov - nell’occasione all’insolito “Platonov”, perché ha “molti personaggi”.   
Un amarcord, e un il film sulla passione teatrale. Non più del teatro-verità, allora in uso, né di denuncia, ma l’adattamento che Chereau faceva del teatro della crudeltà di Artaus, della spersonalizzazione dell’attore nel personaggio. Due obiettivi pienamente raggiunti dalla regista, al suo quinto o sesto film. Già in tema con “Actrices”, non visto in Italia, uan decina di anni fa, e tema ritornante in altri suoi film – compreso il “Il capitale umano” di Virzì. Sia nel ritratto degli anni, sia nella passione del teatro, che può essere devastante. Qui col sostegno capitale di due sue fiamme: l’ex Louis Garrel nei panni di Chereau, e l’attuale bel tenebroso Sofiane Bennacer (ora denunciato per violenza dalle ex compagne) in quelli del partner e complice maudit – il disperato ribelle, a fronte della protagonista con appartamento in villa e maggiordomo.     
Valeria Bruni-Tedeschi,
Forever Young - Les Amandiers, Sky Cinema 2

sabato 24 giugno 2023

Siamo inglesi, by jingo

Fra le tante conseguenze della Brexit (inflazione, burocrazia, isolamento) chiude la libreria italiana di Londra, per i sopraggiunti costi doganali, di tariffe e di pratiche. Era l’unica superstite libreria europea. Nel paese e nella città dove più si legge chiude l’unica libreria europea superstite. È una sorpresa, e non lo è. Non si ricorda che il colonialismo nazionalista e razzista, il “jingoismo”, è stato cosa britannica – altrove i coloni, spagnoli, portoghesi, francesi, anche italiani, non avevano “destini manifesti” o “eccezionali”.
Non si registra una sola conseguenza positiva della Brexit. Non di quelle calcolabili, tutte negative, e nemmeno di quelle incalcolabili – l’aria tira da tempo al depresso. La Gran Bretagna si regge sul senso della differenza, dell’unicità.
In questo senso è recepita in Italia dalle tv di Berlusconi - Canale 5 soprattutto non ci risparmia battito di ciglia della corona britannica. E dai gionali e periodici del gruppo Gedi, di John Elkann – ora intenti a “celebrare” i sette anni della Brexit (perché sette, c’entra l’arcano?). Senza senso del ridicolo. Di cui ha fatto sfoggio l’ultimo Ascot – il bacio sulla bocca della regina lungagnona al minuscolo Dettori, il fantino ambrosiano di record, 55 kg. per 1,63, supera ogni obbrobrio. La forza del jingoismo è la debolezza degli altri, dello snobismo.
Un effetto, curioso ma troppo, del jingoismo è che la Gran Bretagna è governata da figli di indo-pakistani, cittadini a tutti gli effetti perché ex del Raj, dell’impero, del Commonwealth. Mentre figli di italiani – o di tedeschi, per questo - non hanno la cittadinanza e nemmeno la residenza permanente, dopo cinquanta e sessanta anni. L’imperialismo non è razzista, ma al modo britannico lo è.
Il sindaco di Londra Sadiq Khan, europeista acceso, ha scoperto, sempre per il settimo anniversario della Brexit (perché è da ricordare il sette, sono pratiche misteriosofiche?), che non può esporre la bandiera della Unione Europea, né proiettarne i colori, azzurro e giallo. Può esporre bandiere e proiettare colori di qualsi bandiera, ma non dalla Ue: una leggina di Boris Johnson ne fa materia di codice penale.
Altrove questo Johnson, modi, attitudini, abusi, e anche leggi, sarebbe stato detto un fascistoide. E lo è: il fascistoide tipo. Ma è inglese e quindi non lo è.

L’Africa degli africani – non più schiava e non ancora colonia

Una narrativa lunga – dettagliata - di una vita breve, tra il 1745, forse, e il 31 marzo 1797. Senza eventi eccezionali. Se non per la personalità e il destino del narratore: rapito nel nativo Benin, sul golfo di Guinea, da due uomini e una donna, insieme con una sorellina, passa di mano in mano molte volte per sei o sette mesi, finché non arriva al mare, dove viene venduto a una nave schiavista, trasportato fino alle Barbados, e qui rivenduto a un Pascal, capitano di un mercantile inglese. Che lo “battezza” Gustavus Vassa, anche se il ragazzo avrebbe voluto chiamarsi Jacob (il battesimo vero e proprio avverrà alcuni anni dopo, a Londra). E se lo porterà dietro nelle sue tante altre destinazioni, al comando di unità britanniche militari, nell’Atlantico, anche in America, nel Mediterraneo, a Gibilterra e forse in Turchia, e al Polo Nord. In compagnia di un ragazzo americano quindicenne, avventuroso, contrario alla schiavitù, figlio di amici del capitano-padrone, che gli terrà compagnia, e ne allontanerà le paure, per molti viaggi e imprese. Finché non lo rivendera bruscamente, a Montserrat, nelle West Indies, a un imprenditore locale - che lo venderà a sua volta in Virginia. Dopodiché si affrancherà, e si stabilirà in una Inghilterra che lo accetta con animo buono.
La “Narrativa” fu pubblicata prontamente a Londra, nel 1789, l’anno della rivoluzione francese. Ebbe nove edizioni fino al 1797, quando Equiano morì, e avrà un ruolo nella promozione dello Slave Trade Act del 1807, la legge che aboliva il commercio degli schiavi. La dedica, al Parlamento della Gran Bretagna, è di una persona del tutto integrata e senza complessi. Non c’è aspetto inglese che non gli risulti piacevole. In navigazione la prima volta dalle Barbados a Falmouth, in Inghilterra, è terrorizato dall’equipaggio che minaccia sempre di “mangiarselo”, per scherzo. A Londra ha i geloni e i medici minacciano di amputarlo di una gamba, o di tutt’e due. Poi ha il vaiolo, e lo guariscono, qui senza scherzo.
Dell’Africa, della cui geografia mostra una buona conoscenza, rivendica una sorta di parità o uguaglianza, di condizioni di vita e assetti sociali. La vita in Africa è un paradiso, molto igienico al confronto con Londra, in una natura che dà tutto. Facciamo schiavi ma li trattiamo alla pari. Coltiviamo le terre in comune, lontano dai villaggi – uno dei motivi per cui si fanno guerre. Abbiamo sacerdoti e maghi, ma crediamo in un solo Dio creatore. Siamo circoncisi come gli ebrei.  Siamo anche noi della stirpe di Abramo.  Siamo di colore diverso dagli ebrei per effetto della luce, l’aria, il deserto, l’umidità – condizioni climatiche estreme. La storia “incredibile” non è di fatti eccezionali. Incredibile è l’autorevolezza acquisita da Equiano-Vassa nella Londra di fine Settecento, per nessun altro motivo che le sue doti di socievolezza, e di autoapprezzamento, senza complessi.
Sia gli eventi, minimi e grandi, che racconta, sia le stesse coordinate personali che dà, sono oggi contestate dagli storici. In particolare l’origine. Si accetta che sia stato venduto come schiavo nei Caraibi, a un inglese comandante di navi, commerciali e poi militari. Ma più probabilmente da figlio di schiavi, nato nelle Indie Occidentali danesi, l’attuale Carolina del Nord – il nome Gustavus Vassa risulta in un certificate di battesimo, e in un registro navale. Si sa anche che si sposò in Inghilterra, con una inglese, con la quale visse a Soham, vicino Cambirdge, ed ebbe due figlie. Fu negli anni 1780 uno dei più rinomati abolizionisti della schiavitù, chiamato a parlarne in numerose città britanniche. A partire da fine 1781, quando denunciò quello che passerà agli annali come lo “Zong Massacre”, il massacro di oltre 130 schiavi africani sulla nave schiavista “Zong”, di armatori di Liverpool, da parte dell’equipaggio il 29 novembre 1781. Equiano portò a conoscenza degli abolizionisti in Inghilterra l’esito del processo intentato in Giamaica, dove la “Zon” era giunta, dagli armatori contro gli assicuratori, che si rifiutavano di pagare per gli schaivi massacrati. La giuria diede ragione agli armatori: l’assassinio di africani schiavi era legale sotto certe circostanze, e le assicuarzioni dovevano pagare il carico perduto – il verdetto fu rovesciato poi in appello, a Londra, da un giudice monocratico, nel nome del re, dopo la campagna avviata da Equiaio.   
Di più viaggiò dopo la pubblicazione della “Narrativa”, per promuoverne la diffusione, anche in Scozia e in Irlanda. Avviò un progetto di sviluppo in Sierra Leone, la colonia fondata nel 1792 per accogliere gli schiavi affrancati dell’Africa Occidentale. Operò con Granville Sharp, lo studioso filantropo che aveva avviato il movimento abolizionista – e lo concluderà con lo Slave Trade Act.
La “Narrativa” resta notevole, oltre che come opera storica, per le conoscenze geografiche e storiche dell’Africa Occidentale – solo di recente riemerse dopo le cancellazioni del colonialismo. E per la primissima caratterizzazione dell’essere africano, al suo terzo capoverso: “Siamo soprattutto una nazione di danzatori, musicisti e poeti”. Che sarà il leitmotiv un secolo e mezzo dopo della négritude, il movimento di rivalsa culturale (Aimé Césaire, Léopold Sédar Senghor, Alioune Diop, Cheick Anta Diop) che avvierà negli anni 1940 la decolonizzazione. Riferimenti che saranno il fodamento dell’articolato saggio epocale “Orfeo Nero” di Sartre, posto nel 1948 a prefazione dell’ “Anthologie de la nouvelle poésie nègre et malgache”, a cura di Senghor, per ilcentenario dell’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi.
A cura di Giuliana Schiavi.
Olaudah Equiano, L'incredibile storia di Olaudah Equiano, o Gustavus Vassa, detto l'Africano, Occam, pp. 328 € 20

venerdì 23 giugno 2023

Problemi di base poetici - 753

 spock
 
“La poesia è un linguaggio a sé e andrebbe tradotta nella propria lingua”, Cocteau?
 
“La traduzione di una poesia è una poesia, che ha in un’altra poesia la sua ragione di essere”, Ottavio Fatica?
 
“Soffriamo tutti di sinestesie”, id.?
 
La traduzione è “transustanziazione in pillole”, id.?
 
Il traduttore è un poeta – ossia: il poeta è un traduttore?
 
Ermetico?


spock@antiit.eu

La scoperta della Persia

Le civiltà e gli imperi persiani, dalle origini a Khomeiny. Lo zoroastrismo prima dell’islam. Gli Elamiti, Susa, Babilonia, i Medi, gli Achemenidi, i Parti, i Sasanidi. Fino a Maometto. Il quadro di un mondo che oggi perversamente si isola dal mondo ma per millenni è stato al centro della storia e della cultura, dell’Occidente come dell’Oriente. Il “primo popolo storico” di Hegel, e degli archeologi successivi. Con le distruzioni operate da Alessandro Magno, e le sconfitte patite dai tardi imperatori romani. Mostrati e raccontati attraverso le scritture e i monumenti di tremila anni.
Fa impressione vedere questa storia pure non ignota in tv. A opera di una giornalista britannica  originaria del Nord dell’India, crescita nella lingua urdu, parente del farsì, con un nome persiano, Samira. Le basta far vedere le innumerevoli tracce in pietra e in pittura del passato, e scorrere le pagine di Firdusì e Khayyam. Senza le fanfare che si vantano per Alberto Angela, ma lo stesso immaginativa ed evocativa.
Niente di straordinario. Fa impressione sopravvenendo alla cancellazione, in Italia, della geografia e la storia, dall’editoria, dalle scuole, da una generazione, quasi due, a questa parte. Senza il passato, è un altro mondo.
Samira Ahmed,
I Persiani, Bbc-Sky Arte

giovedì 22 giugno 2023

Secondi pensieri- 517

zeulig


Animalismo –Si concentrano le ricerche scientifiche o parascientifiche sul lato animale dell’essere umano. Non nell’indirizzo di ricerca ch ha portato a Darwin e all’evoluzione, ma al contrario, per ridurre l’umanità il più possibile, se non soltanto, alla condizione animale. Ci operano i neuroscienziati e i biologi. Sulla traccia degli psicoanalisti, che vorrebbero liberar si della psicologia, ancorarsi a dati certi. Impegnati a trovare i luoghi dell’intelligenza e delle emozioni il più possibile condivisi dall’uomo con gli animali. Da ultimo Mark Solms, neuro psicoanalista, trova la radice degli affetti – “ciò che ci rende profondamente umani” – nel tronco encefalico, che l’essere umano condivide con rettili, uccelli, pesci.
È una ricerca, molto accreditata, che palesemente non può condurre a nulla. Solo indica la voglia di disumanizzare il mondo, di ridurlo allo stato animale, forse nemmeno, forse solo minerale – psicoanalizzare un animale, quando se ne sarà appreso il linguaggio, a occhio non sarà agevole, l’animale è naturalmente stubborn, poco condiscendente. . E a lume di logica nemmeno: anche i minerali avranno un’anima- sentiranno il tempo, non solo il suo trascorrere, anche il tempo atmosferico, le stagioni, avranno attrazioni, repulsioni. Forse non in un disegno, che non si vede, ma per épater le bourgeois, fare la differenza, singolarizzarsi, affermarsi. In un tempo della credulità totale. E a premio: credere “necesse est” – naturalmente in un’epoca di miscredenza. È come un vagare nel vuoto, riempiendolo di agudezas, trovatine. Anche senza cattiveria, solo per occupare il tempo: è il momento ci cui l’umanità per la prima volta più non muore di fame, e non è tarlata dal bisogno. Ma non sa come passare il tempo – si autopromuove a scuola, e vaga “libera”, cioè a piacimento, senza più esami, sono censura.
Perché il problema non è che gli esseri umani siano animali. Non sarebbe una novità e non è questa la novità. Il problema è che si voglia ridurli a animali. Con distinzioni minime, ininfluenti.
 
Femminicidio – Connesso al maschilismo della storia occidentale, di 2.500-3 mila anni di storia, si può legare al nomadismo che l’ha preceduta. Di quando, nella sintesi di Bachofen, la femmina “serviva” solo per uso riproduttivo, del maschio naturalmente, e di femmine quanto bastava per la riproduzione. È la connessione più ovvia. Ma non in natura, dove invece si può ipotizzare come una rivalsa. Di un’inferiorità biologica. E di una lunga storia, anche “naturale”, che invece è fatta di ominicidi, di uccisione del maschio a opera della femmina, una volta assolta la funzione riproduttiva. Da Primo Levi, “Ranocchi, etc.”: Si può pensare al femminicidio indotto, dalla protervia femminile? “È noto come molti ragni femmina divorino il maschio, immediatamente dopo o addirittura durante l’atto sessuale; così del resto fanno anche le mantidi, e le api massacrano con meticolosa ferocia tutti i fuchi dell’alveare”, dopo che uno di loro ha impalmato la regina – “l’uxoricidio, tra i ragni, è pressoché normale”, tutte le strategie del ragno maschio sono indirizzate a salvarsene. Primo Levi non lo dice, all’epoca i sessi non erano divisi, ma è come se il femminicidio cristallizzasse una frustrazione di lungo periodo, da selezione naturale. Anche le “superlucciole”, aggiunge dopo un ripensamento, hanno lo stesso vizio: imitano la luce delle femmine di lucciola propriamente detta, per attirare i maschi e divorarli appena si posano vicino.
Prima di quello giuridico, la cancellazione dell’uomo era dunque un fatto naturale. Ora si dice che l’uomo è cattivo e uccide le donne. Come se cristallizzasse una frustrazione lunga millenni, da selezione naturale.
 
Infinito – È un concetto e un fatto. È l’esplosione di una stella avvenuta centosettantaquattro milioni di ani fa e visibile dalla Terra un giorni di febbraio del 1987, a una certa ora della notte, nota e calcolata al minuto. La Supernova 1987, avvenuta nella Grande Nube di Magellano a 160.000 anni luce di distanza da noi, è stata individuata per la prima volta il 23 febbraio 1987, quando la sua luce è esplosa nel cielo notturno con la potenza di un centinaio di milioni di soli, per poi continuare a brillare per vari mesi. Non è l’unica, è stata l’esplosione stellare più vicina, e visibile a occhio nudo,  dopo la Supernova osservata da Keplero nel 1604.
La morte, il suo opposto, è anch’essa una presenza di questo tipo, l’idea che si sarebbe potuto non averne conoscenza.
 
Lusso – Ritorna senza limiti, in forma detta selvaggia, dei “crazy rich”, nelle capitali dell’esibizione del dispendio, Londra, New York, Parigi. La sociologa Caroline Knowles ne redige un esteso campionario in “Serious Money”.  “Londra ha generato un ecosistema unico per generare e consumare ricchezza”, nota, con un elenco di precondizioni che di farro si applicano, in forme forse solo meno vistose o numerose, ovunque, in Australia come in India, a Mosca, e nella stessa Cina comunista: “strumenti finanziari sofisticati”, con “tutti i servizi per eludere le tasse, delocalizzare e nascondere la ricchezza”, bei quartieri, riservati, belle case, buone scuole esclusive”. E molti maggiordomi, che sono una necessità (“secondo la Work Foundation in città ci sono due milioni di persone impiegate nei servizi domestici”, in un città di nove milioni di residenti). Il maggiordomo è necessario come le guardie del corpo, non necessariamente per ragioni di sicurezza ma per proteggere la privacy, la solitudine. I segni ostensivi in uso sono di tutto riguardo: “C’è chi compra casada 45 stanze  per 200 milioni di sterline (è successo a Knightsbridge), chi chiede che in hotel la moquette venga sostituita da un vero prato per le esigenze del cane”, chi non beve il tè se no in porcellane di Meissen. Tutti devono avere “un superyacht, uno status symbol dove il lusso non è negoziabile: scalinate di onice, bagni en suite, spa”, con “uno staff di decine di persone e continua manutenzione”.
I quarant’anni di thatcherismo-reaganismo, dell’ideologia dell’individualismo e del libero mercato quale maggiore veicolo di ricchezza per tutti, hanno riportato in auge la teoria del lusso, o del consumo ostensivo, come origine o matrice del capitalismo. L’origine del capitalismo nel lusso, nel dispendio, ha avuto molti e noti sostenitori: Sombart, Fourier, Colbert, Mandeville, gli stessi moralisti Rousseau, Montesquieu, Adam Smith, in parte anche Marx – fino a Rathenau, il liberale imprenditore tedesco ministro degli Esteri che i terroristi di destra assassinarono nel 1922, che in un paese nel quale non ci sono più ricchi ci sarà solo gente povera, molto povera, diceva. Senza razionalità, e agli antipodi di ogni pretesa virtuosa che il capitale si ricama addosso, d’industriosità, applicazione, efficienza, eguaglianza, merito, uso ottimo delle risorse scarse. Nel calendario di Kant l’età del lusso precede la morale - la cultura del lusso, talenti, abilità, gusto, che crea bisogni non tutti appagabili. Per l’antropologia la nozione di dépense caratterizza la mentalità primitiva e non economica.
Per la funzione economica, accumulatrice e non dispersiva, del lusso bisogna partire da Madame de Genlis, analista acuta: “Il lusso era grande perché era frivolo quello che meno poteva esserlo, e, non avendo nulla di falso, le fortune mediocri non potevano imitarlo”. Il lusso ha senso economico per l’effetto ostensivo, cioè se i mediocri lo copiano. I ricchi a Firenze nel Rinascimento portavano i cappelli che ora portano i pastori in Afghanistan.
Madame de Genlis se ne fece un mestiere: amante del duca d’Orléans, fu della fazione rivoluzionaria a corte, contro l’imborghesimento introdotto da Maria Antonietta, ma poi al duca tagliarono la testa, e lei si riciclerà insegnando l’etichetta alle sorelle di Napoleone.

zeulig@antiit.eu

Nel West all black a caccia dell’ufo

Un Western all black. Su fondo bianco: interni (case, uffici, stalle, cavalli) ed esterni (case, terreni, maneggi, strade). E tecnologico: il cattivo è un ufo, di difficilissima individuazione. I cowboy sono fratello e sorella. Che rilevano l’azienda del padre, prima vittima dell’ufo. Una ditta rinomata di cavalli addestrati per il cinema e la TV. Subiranno varie disavventure, ma alla fine avranno ragione del cattivo.
Lo schema è semplice, il trattamento lambiccato. La coproduzione giapponese necessita di una storia di contorno. Ed è quella di un imprenditore asiatico di un parco divertimenti equino che è stato famoso da bambino, protagonista di una sitcom, per aver visto la famiglia della sitcom decimata dallo scimpanzé di casa, disturbato dallo scoppio di un palloncino. Finirà anche lui male, ma dopo varie digressioni.
Jordan Peele, Nope, Sky Cinema

 

mercoledì 21 giugno 2023

Cronache dell’altro mondo - giudiziarie (236)

La maggior parte dei deputati e senatori Repubblicani al Congresso sono a favore della candidatura Trump alle primarie repubblicane per le prossime presidenziali dopo il rinvio a giudizio di Trump da parte del ministero della Giustizia.
La cadidatura Trump alle primarie repubblicane per le presidenziali 2024 raccoglie “oltre” il 50 per cento dei consensi degli elettori repubblicani, “percentuale insolita” nelle primarie. Il consenso è precipitato dopo il rinvio a giudizio di Trump da parte dell’amministrazione Biden.
La transazione di Hunter Biden, figlio del presidente, con il ministero della Giustizia sui suoi pregressi penali (riconoscersi colpevole di ritardato pagamento delle tasse in cambio dell’impunità) suscita perplessità anche fra i Democratici. Hunter Biden, drogato cronico, era accusato di detenzione illegale di armi, e di traffici illegali, con la copertura paterna, in Ucraina nei primi anni 2010.
(“The Atlantic Daily”, sito anti-Trump del magazine, 18 e 20 giugno)

Un pubblico accusatore accusato, e condannato

Giustamente il giudice pubblico accusatore Davigo s’indigna per la condanna: quando mai s’è visto. Per un giudice, poi, di Mani Pulite, cioè pulitissimo per definizione. Il suo compagno di merende Di Pietro, che pure non si voleva uno stinco di santo, ha vinto 250 o 300 cause, tutte quelle che ha intentato – “mi sono arricchito”, diceva con orgoglio delle provvisionali vinte, sempre per diffamazione.
Non si può nemmeno dire che sia una condanna politica. Perché il partito oggi al governo era quello, quando la fiamma era ancora viva e non spenta, del giudice.
E dunque? È proprio una condanna giudiziaria. Che semmai stride con l’assoluzione del giudice in carriera che lo ha indotto al crimine, il dottor Storari, tuttora in forza alla terribilista Procura di Milano.
Il dottor Storari prendeva per oro colato le fantasie di un certo Amara, uno che mandava esposti, anonimi e non, alle Procure meno indaffarate d’Italia, per esempio a Trani e Siracusa, sicuro che gli avrebbero dato credito. E invece non gliel’hanno dato, né Trani né Siracusa, ma il dottor Storari di Milano sì.

Caravaggio napoletanizzato

Un Caravaggio truculento. Molto sangue, molta sporcizia, molto sesso, in tutte le posizioni, anche con la Principessa Colonna a sessant’anni - povera Adjani, glielo avevano detto (magari ci avrà provato gusto)? Una specie di pittore “maledetto”, molto gridato, si direbbe napoletano, anche se era un lombardo. Fin dalla prima scena, tra le battone dei vicoli di Napoli, antri di brutture e coltelli. Buttato in mare alla fine in un sacco da una rupe a Porto Palo, dove però non ci sono rupi. Dall’“Ombra”, un investigatore inflessibile – e traditore - cui Placido dà il compito di “raccontare” Caravaggio inquisendolo. Su incarico del buon papa Paolo V Borghese – protettore di fatto, col nipote cardinale, di Caravaggio. A Roma negli anni del giocoso Filippo Neri. E non si capisce.
Le donne sono tutte molto generose con Caravaggio, anche nel film, di favori sessuali e per ogni altro capriccio: puttane, principesse, pittrici (Artemisia Gentileschi). I pittori concorrenti pure, lo sono anche nel film: Baglione, Gentileschi. I preti pure: Caravaggio ha lavorato, molto, su committenza quasi solo di preti, a Roma, Napoli, Malta, in Sicilia. E su soggetti sacri, dopo le fioriere e i bacchini di gioventù: non era un demonio, un posseduto. E lavorava più che fare baldoria: ha lasciato un’ottantina di dipinti, quasi tutti grandi, in meno di vent’anni di attività – morì che non aveva 38 anni. Era uno violento? No, si difese in una rissa, fu condannato per modo di dire, mai perseguito.
Con un cast di ottimi attori, oltre Caravaggio-Scamarcio: Isabelle Huppert, Louis Garrel, lo stesso Placido, Ramazzotti, Marchioni, Donadoni, Haber, Moni Ovadia, e “i figli”, Lorenzo Lavia e Brenno Placido.
Di bello c’è che si mostrano i quadri di Caravaggio. E questo al cinema è un miraggio.
Michele Placido,
L’Ombra di Caravaggio, Sky Cinema

martedì 20 giugno 2023

Problemi di base finali - 752

spock


“Quanto al giorno del Giudizio, disse lo straniero, ogni giorno è il giorno del Giudizio”, Frances O’Connor?
 
Bisogna vivere ogni giorno come l’ultimo, si può?
 
“Tante volte sconfiniamo e ci troviamo sotto un cielo privo di divinità”, card. Martini?
 
La fede non è semplice?
 
“Come nuvole alte nel cielo,\ i nostri pensieri muovono le loro molli forme dentro di noi:\ Domani odieremo quello che oggi amiamo”, Wilhelm Küchelberger?
 
“La cosa peggiore è non amare”. M. Duras?

spock@antiit.eu

L’irreligione che viene dalla Bibbia

Mason Tarwater, il prozio che si è impadronito con la forza del pronipote Francis Marion Tarwater, sottraendolo al nipote Ryber quando il bambino aveva quattro anni, orfano della madre, per crescerlo in una radura isolata dentro il bosco nel culto del Signore, del Secondo Avvento, e gli ha insegnato a leggere, scriver e fare di conto con la sapienza del profeta, muore. Il pronipote, ora quattordicenne, si ubriaca, al punto di non riuscire a scavare la fossa per la sepoltura: se la caverà dando fuoco alla baracca a due piani che era la loro casa, tra sporcizia e disordine, con dentro il vecchio prozio. Quindi, consigliato da un vicino di colore, saggio, e aiutato da un paterno commesso viaggiatore cui chiede un pasaggio, si trasferisce dalla zio Ryber, fratello della madre, che faceva la puttana. Anche su Ryber bambino il vecchio Mason Tarvater ha tentato la salvazione, ma il ragazzo gli si è ribellato, e ora fa il maestro, agnostico – tanto più perché ha avuto un bambino down, per quanto celestiale, di figura e attitudini. Siamo a un terzo del romanzo, la convivenza non sarà facile; il giovanissimo Frances Marion è altrettanto profetico (avventista) del prozio morto, e lo zio Ryber non intende dargli ragione, anche se non lo considera pazzo, come invece considerava - ed era, con quattro anni di manicomio – il vecchio Mario, e anzi gli vuole bene, come fosse il suo vero figlio.
Tra zii, prozii, pronipoti e nipoti, e tra prima e dopo, c’è un po’ di confusione. E questo è il senso che aggredisce il lettore. Ma è l’esito di una scrittura piuttosto semplice, e ripetitiva (la nuova traduzione di Gaja Cenciarelli la rende anche più fluida, meno irsurta, dell’originale). Ma è un effetto voluto. Su un mondo che si pretende di luce e invece è di tenebre. Quello del Sud-Sud-Est degli Stati Uniti, di protestantesimo radicale, che si salva con personalissime (salvifiche, profetiche) Bibbie – Bible Belt, l’area della Bibbia. E si appella, come da titolo, al profetismo radicale del Battista, Giovanni il Battista. “Violento”, come da titolo, sulla base del versetto apocalittico del vangelo secondo Matteo,11,12: “Dai giorni di Giovanni Battista il regno dei cieli si acquista con la forza, e i violenti se ne impadroniscono” (oppure: “Dal tempo di Giovanni Battista, il cielo è preso d’assalto e i violenti se ne impadroniscono”). Violento era lo “spirito “ del Battista, e quindi del prozio, il profeta dalla cui morte il racconto comincia.
Uno strano “romanzo del Sud”: niente realismo, solo visionarietà. O allora un realismo senza misura, di pregiudizi, capricci, solitudini - “confondere una follia con una visione”. E tanta superstizione, anche nelle persone ragionevoli – ce n’è: il vicino “negro”, che intanto ha provveduto a dare sepoltura al vecchio, benché carbonizzato, e i guidatori in genere, di macchine o camion, quelli che danno un passaggio al nipote perennemente fuggiaco. In un quadro da romanzo di formazione ma al rovescio. Non c’è saggezza che viene trasmessa ed appresa, ma violenza, dissoluzione. Come impadronirsi dell’altro. Sotto forma di amministrare il battesimo. Oppure all’opposto, d’impedire il battesimo, per “riportare alla ragione” il credente bigotto. In un crescendo di insensatezze – zio e nitpote, maestro e profeta in petto, fanno a gara a uccidere il bambino disabile, muto, albino, che altrove sarebbe un  angelo.  
“È dalla Bibbia che nascono le eresie”, le follie: Frances O’Connor non arriva all’estremo di Paolo V, il papa del giocoso Filippo Neri, immortalato da Caravaggio. Ma è come se: il mondo della Bible Belt, dell’evangelizzazione bizzarra, profetica, maniacale, è folle. Il contrasto tra religione e ragione non potrebbe essere più teso, per oltre duecento pagine, tra personaggi di poco o nessuno spessore, a aprte in fanatismo. Tra l’“entusiasmo” che lasciava perplessi i vecchi teologi, e il buonsenso, che lascia perplessa Flannery.
Qui il conflitto è tra religione e ragione, niente di meno. Che non è scontato o freddo, come apparirebbe. Perché Frances O’Connor è classificata, e lei stessa si vuole, cattolica, “una fiera cattolica”. Tanto più in partibus infidelibus, nella Bible Belt, arcignamente protestante, del Secondo Avvento. L’ottica è rovesciata, proprio da “fierce Catholic”: il buonsenso è qualità diabolica, gli eccessi e le stranezze sono accettabili. In un lugubre, ma non disperato, umorismo. Che infetta tutte le  figure che via via popolano la narrazione. Come di un mondo a parte, in cui il più pazzo, o il meno pazzo, dice pazzo agli altri.
È il secondo romanzo della scrittrice del Sud Usa, della Georgia. Che la confermava atipica nella letteratura americana primi anni 1960. Per la scrittura, all’apparenza weird,  da “Franchi Narratori” dirà un decennio dopo la collana Feltrinelli dedicata agli scrittori italiani atipici, ma nel suo caso costruita, anche molto, da scuola di scrittura nell’Iowa e in varie colonie per scrittori, e con esercizio costante dall’adolescenza. La scrittura è piuttosto, se se ne può fare una categoria, del tipo southern, meridionale, come in Faulkner, o Carson McCullers – anche questa, peraltro, come Frances O’Connor, passata per lunghi anni da Savannah (Georgia). Con una vena satirica irresistibile, per quanto sotterranea. Per l’occhio, che è invece metropolitano, newyorchese nel caso di Frances O’Connor, anche se visse ritirata nella campagna della Georgia: la corrispondenza, quotidiana e prolungata, la mostra attenta a ogni novità.  
Una irlandese, con tutte le stamina, nel deep South. Tra i “negri” che la confondono – quasi come i biblisti. Un re-appraisal dovrà tenerne conto. Aveva paura dei neri, che chiamava negri ma come tutti, senza disprezzo. Ma non si tiene conto che è poco americana, soprattutto nella scrittura. Inventiva, umorale, “senza peli sulla lingua”.
Una sorta di classico, alla terza o quarta riproposta in pochi anni. Già tradotto da minimum fax, che lo ripropone in una nuova traduzione, di Gaja Cenciarelli. Con una breve presentazione di Marco Missiroli, e una diffusa cronologia. Dopo essere passato per Einaudi, la severa collana iperletteraria Letture Einaudi.
Flannery O’Connor, Il cielo è dei violenti, minimum fax, pp. 240 € 15

lunedì 19 giugno 2023

La sagra della giustizia

Cresce a sinistra il numero e la qualità dei giuristi favorevoli alla riforma Nordio della giustizia, Flick, Cassese, Mirabelli  - praticamente il solo Zagrebesky, Gustavo, è contro, ma è un democristiano non pentito e petulante, al quale Ezio Mauro ha messo la maschera del rivoluzionario a oltranza. Ciononostante  i giornali che li ospitano sono neutrali, e anzi contro. Pensano di vendere una copia in più con le intercettazioni e le confidenze dei giudici, invece che con un’informazione “corretta”?
Singolare è la posizione degli avvocati, per i quali l’abolizione dell’abuso d’ufficio significherà il crollo degli onorari senza lavorare. Vale la vignetta di Giannelli sul “Corriere della sera”, con l’indecisa a tutto Schlein che dichiara: “Abolizione del reato di abuso d’ufficio. Noi siamo contrari. E d’accordo con noi è la totalità degli avvocati”.
Schlein è suffragata subito poi dal principe del foro Franco Coppi, il difensore della miniera Berlusconi, quello del “processo nel processo” (“i giudici sono galantuomini”) – non per caso tripolino di origine: “Toglierlo”, togliere l’abuso d’ufficio, “vorrà dire che i Pm procederanno per corruzione, non mi pare una grande alzata d’ingegno”. Come dire: i sindaci vanno comunque perseguiti, vera logica tripolina, con processi più lunghi e più costosi.
Ogni Comune ha decine e anche centinaia di notule avvocatesche pendenti. Quasi tutti procedono periodicamente, ogni venti o trent’anni, a liquidazioni “a cottimo” – un tanto a testa per ognuno degli avvocaticchi del paese in attesa.

Letture - 523

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Aida – Si dirà l’“Aida” di Coda, quella allestita all’Arena di Verona per il centenario. Anche di Mariette, l’egittologo, che è l’autore dell’intreccio (Ghislanzoni si limitò a ridurla per il libretto, fra i “deh!” e i “lai”). Una storia d’amore. E la più consona alla vicenda se non al libretto, e alla musica. Dell’amore tra nemici (la vecchia freccia all’arco del pacifismo), e dell’amore non riamato. A partire dalla “Celeste Aida” che la caratterizza.
 
Assegno in bocca - “Dovevo fare lunghe file per seguire le pratiche e passare da un ufficio all’altro con l’assegno in bocca”: così Berlusconi a un forum sula Pubblica Amministrazione, il 9 maggio 2003. “Assegno in bocca” era all’Eni nei primi anni 1970 l’allora segretario di Aldo Moro, Sereno Freato – così in Astolfo, “La gioia del giorno”.
 
Italia – Fu patria di elezione per molti intellettuali e artisti fino al primo Novecento: Michels, o Sorel  “fortunato” solo in Italia, Leo Spitzer, Ernst Robert Curtsius, Edward Lear, Norman Douglas, D.H. Lawrence, Gorkij, Gore Vidal. I tanti artisti russi che prima e dopo la Grande Guerra si trasferirono in Italia, della letteratura, del cinema, del teatro, del balletto.  Poi non più – sono invece intellettuali italiani di prestigio a scegliere la patria fuori. Si è cominciato con le leggi razziali e si è continuato dopo la guerra, per tutta la storia della Repubblica. C’è il regista italiano naturalizzato britannico, o francese, svedese, le tante scrittrici naturalizzate francesi, l’artista naturalizzato americano, ce ne sono in Germania, anche in Svizzera.
 
Jaccarino – Linda Jaccarino, la nuova Ceo di twitter, è variamente declinata, benché vip e anche molto vip: Yaccarino, Yakkarino e Jakkarino. Ci vuole un y o un k, a preferenza di una j, per essere veramente americani? Forse perché nell’ispanoamericano, la seconda lingua degli Stati Uniti, dalla Florida e il Texas alla California, e a New York, la j” ha un altro suono. Lei stessa comunque non si cura delle radici campane – cura il futuro, ora, dalla presidenza e la gestione di twitter, se rende di più con la pubblicità oppure con gli abbonamenti.
 
Kissinger –“Kissinger a volte, sentendosi uno straniero, cedeva al volere di Richard Nixon” -  Luigi R. Einaudi, il diplomatico americano nipote del presidente Einaudi, a Viviana Mazza su “La Lettura”, a proposito del Kissinger “italiano” di Oriana Fallaci, il Kissinger “cowboy”. Non si pone mai mente al fatto che Kissinger è un immigrato, uno che “si sente” immigrato. Con un accento tedesco che suona accentuato, anche ora che ha cento anni. E un tedesco ebreo per giunta. A un tassista che gli diceva di sperare che diventasse presidente Kissinger avrebbe risposto, dice Einaudi: “In che caos dev’essere questo paese per chiederlo a un grasso ebreo tedesco!”. Della politica di Kissinger dice: “Era più conservatore di me, anche reazionario!”, ma “sapeva che l’innocenza americana è una sciocchezza, che sono stai commessi abusi dei diritti umani… In America c’è una  tradizione di violenza preventiva, come con Bush jr., ma non credo che Kissinger l’avrebbe condivisa”.
 
Machismo – Le coppie classiche sono poco galanti, premettono sempre l’uomo alla donna: Romeo e Giulietta, Cupido e Psiche, Amore e Psiche, Aci e Galatea, benché Aci fosse un pastorello, doveva puzzare, Filemone e Bauci, Ero e Leandro, Deucalione e Pirra, Piramo e Tisbe, Teseo e Piritoo, Pan e Dafni – che però è maschio all’anagrafe.
 
Nazionalpopolare – Il contributo forse maggiore di Gramsci, più del concetto generico di “egemonia”, ritorna da destra. Dimenticato dalla sinistra che, seppure per la voce di Baudo, eterno democristiano, l’aveva rivendicato per decenni, e le sagre
dell’“Unità” celebravano. Abbandonato, ora che paga politicamente, a favore della destra, che se ne è impadronita – mentre la sinistra si fa fastidiosa (radical chic). Se ne è fatta la celebrazione a Verona, per i cento anni dell’Arena, con l’Aida. Uno schieramento “italiano”, col sorvolo delle Frecce Tricolori, per la contemporanea celebrazione dei cento anni dell’Aeronautica, inno di Mameli. Supportato da presenze forti: Sofia Loren sempre diva, al bracco di Sangiuliano, napoletano ma ministro della Cultura, e poi tutti quanti: Matt Dillon e Gigliola Cinquetti, Baricco e Sgarbi, Jerry Calà e Lino Banfi, Malvaldi e Placido, Mogol e Morgan, Alberto Angela e Luca Zingaretti, Iva Zanicchi e l’Amadeus di casa. Personaggi anche di sinistra, si suppone. Ma con l’assenza del primo sindaco di sinistra della città, l’ex calciatore Tommasi.

 
Ottocento – Si vuole affumicato. Bellocchio (“Rapito”) dopo Pupi Avati lo fa domestico, di interni, grigio brunito, di voci soffocate.  Singolare seppia di un tempo che invece era rivoltoso, molto sentimentale, individualista. Era fumoso, questo è vero, per l’industria illimitata e anzi urbanizzata. Ma anche dentro casa? Gli uomini si può capire, avevano barba e baffi e portavano le ghette. Ma le donne, vestivano anche loro sempre di grigio?
 
Roma – Rimandano a Roma le cinque pagine di malumori che Marguerite Duras dedica a Parigi nel libro-confessione “Vita materale” di quarant’anni fa. Le automobili, la maleducazione, le scuole inerti, i turisti maltrattati, la ristorazione precotta. E gli “stagnanti”, a ogni angolo del quartiere, alla chiesa, all’edicola, al bar, sul marciapiedi: “Che non fanno niente. Che essere vivi. E guardare” – in più sono ora al telefonino.
 
Scrittori – “Gli uomini amano le donne che scrivono – anche se “non lo dicono” (Marguerite Duras, “La vita materiale”). Ma anche i maschi: “Gli scrittori  provocano la sessualità nei loro confronti. Come i principi e le persone di potere”.
Sono però a rischio se amano il sesso, dice sempre Duras (per esperienza?): “Ho notato che gli scrittori che fanno superbamente l’amore sono molto meno grandi scrittori di quelli che lo fanno meno bene e nella paura”.    
 
Teatro di donne - “Dal 1900 non un solo testo di donna è stato rappresentato alla Comédie Française, o da Vilar al T.N.P. né all’Oéon, né a Villeurbanne, né alla Schaubühne, né al Piccolo Teatro di Strehler, di un autore donna o di un regista donna”, Marguerite Duras, “La vita materiale”. Per sessant’anni, fino all’irruzione della stessa Duras, e di Nathalie Sarraute.

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Storia pruriginosa di un falso piccante

Il film di una beffa letteraria particolare, di un’adolescenza tra il lubrico e la violenza. Un fim dal vero: oggi usa chiamarli docufilm, ma questo è sceneggiato, e recitato, con un cast di nome, Kirsten Stewart e Laura Dern tra gli altri, una vera storia.
Una scrittrice, Laura Albert, ha avuto finalmente successo dandosi uno pseudonimo, J.T.LeRoy, criptico ma maschio, e un passato tormentato, perduto giovanissimo, fra stupri, marchette, droga, nelle stazioni di servizio del West Virginia, dove si prostituisce insieme con la madre, e altrove. Il filone della violenza sui minori caricando di ogni eccesso. Il primo successo replicando, con “Ingannevole è il cuore più di ogni cosa” dopo “Sarah”. Entrambi i romanzi presentando come storie dal vero.
I romanzi fecero epoca, una dozzina d’anni fa, nella critica, anche internazionale, oltre che tra i lettori – tra gli ammiratori dichiarati molte star, Toma Waits, Bono, Suzanne Vega. Alle sollecitazioni del pubblico e della stampa Laura Albert e gli editori risponsero con la “creazione” anche fisica del falso LeRoy: un’occasionale conoscenza della scrittrice, giovane, androgina, si presta a impersonare il dissoluto giovanotto sulla  via della redenzione. Dapprima con “foto dello scrittore in varie occasioni”, poi con letture in pubblico, a distanza, infine con una conferenza stampa – a Parigi, dove naturalmente una bella parigina s’infatua del bel dissoluto. Fino a quando “New York”, il settimanale, e il “New York Times” ne rivelarono l’identità – per prolungare il successo con lo scandalo.
Una storia di successi piramidali del falso. Il film punta sulla vicenda a due, autrice e amica impersonatrice. Nella chiave dell’ambiguità di genere, e forse per questo il film è presto passato all’archivio – o perché è uscito in prossimità del covid. Ma è una storia a più strati e molto curiosa, dell’editoria, e dell’opinione pubblica, nel Millennio: il bisogno di violenza, il bisogno di depravazione, il gusto voyeuristico dell’infanzia o adolescenza abusata, l’androginia, la creazione del best-seller, l’anonimo.
La vicenda di “J.T.Leroy” è doppiata dalla storia del film. La soggettista e sceneggiatrice, nonché coprotagonista del film, è la stessa “amica” che si prestò a impersonare J.T.Leory, Savannah Knoop. Che sulla vicenda aveva imbastito il suo proprio best-seller,  “Girl Boy Girl: How I became JTLeroy”. E in parte sulla intervista-confessione, in parallelo, della stessa  Laura Albert, “Essere J.T.LeRoy”.
L’intervista è più sapida del film, per la verità, sullo stesso versante piccante: il godimento a inventarsi maschio, benché sposa e madre, la progressiva identificazione col maschio J.T.LeRoy anche dell’amica giovane impersonatrice, un set di “Ingannevole è il cuore” dove la coca gira come l’insalata. “Ingannevole è il cuore” è il film americano di Asia Argento, con un cast rispettabile e perfino venerabile, presentato alla Quinzaine des réalisateurs a Cannes nel 2004. I rapporti fiammeggianti di Asia col lui\lei che impersonava J.T.Leroy, col vero impersonatore, la propria cognata di Laura. La verità è una buona vendita.
Justin Kelly, J.T.Leroy, Sky Cinema


domenica 18 giugno 2023

Ombre - 672

“Nella nuova geografia di serie A e serie B proprietà estere al35 per cento”, calcolano Bellinazzo e Giardina sul “Sole 24 Ore”. È una cosa buona? Per lo sport no: sono investimenti finanziari a fini fiscali o di speculazione. A volte canali di guadagno: il padrone indonesiano dell’Inter, prima dei cinesi, prestava denaro al club all’8 per cento, in anni di tassi zero.
 
A Terni l’avvocato Amara è condannato per diffamazione contro l’Eni, per “una serie di esposti anonimi alla Procura della Repubblica di Trani e, poi, una denuncia alla Procura della Repubblica di Siracusa – al cui interno poteva contare sulla complicità del PM Dott. Longo”. Tutti risultati falsi, “per stessa successiva ammissione dell’Amara”. L’Amara che ha tenuto impegnata la Procura di Milano – non quella di Trani, che non ha niente da fare, stando così vicina a Bari, un poltronificio - per un decina d’anni. Per stupidità o per cattiveria? S’intende della Procura di Milano.
 
Non si può dire che niente sia migliorato a Roma, nella città, con il Pd al governo. Nel primo bilancio l’addizionale Irpef è ai massimi consentiti dalla legge, e anche le multe stradali, sono aumentate del 50 per cento, poco meno. Quando si vuole, si può governare – è la pulizia che dev’essere indigesta.
 
Il capo ufficio studi della Danske Bank, che non è la banca centrale danese ma una banca, ipotizza, “probabilmente”, che il tour di Beyoncé, la cantante texana, abbia incrementato il tasso d’inflazione in Svezia di 2-3 decimali di punto – anche se nel mese in questione, tra aprile e maggio, il tasso d’inflazione è sceso dal 10,5 al 9,7 per cento. Dopodiché tutti a calcolare di quanto i fan della diva  si spostino, in Svezia e da fuori, o a Cardiff, o, altrove dove lei è in tour, spendendo in panini, bevande, pernottamenti, biglietti, trasporti, eccetera.
Una tesi ridicola, ma una promozione eccezionale del tour e della cantante. Forse anche gratuita. Poiché la ripropongono con dovizia e serietà i giornali Usa, e anche il “Corriere della sera”, “Il Messaggero”, “Il Giornale”, “Il Fatto Quotidiano”.
 
In un’intervista a Luciano Fontana il 24 marzo 2011, ripresa da “7”, Berlusconi dava il caso Libia risolto: “Abbiamo ottenuto il coordinamento Nato di tutte le operazioni. La coalizione è impegnata a difendere la popolazione. L’Italia non è entrata in guerra e non vuole entrarci. Ne ho parlato con il premier inglese Cameron e con il segretario di Stato Hillary Clinton, ed erano perfettamente d’accordo”. E sempre viene il dubbio se Berlusconi in politica estera di era o ci faceva – come già a Pratica di Mare, dove in teoria aveva ottenuto una bellissima cosa, l’Europa in pace con la Russia, e di nuovo con un futuro. Ma chiaro e semplice è che, a parte Berlusconi, l’Italia non è considerata, a Londra come a Washington: è un cuscinetto, morbido.
La guerra in Libia non aveva altro obiettivo che disastrare l’Italia. Anche se gli americani fanno guerre strane, guerre per fare la guerra – da ultimo chiamandole per la democrazia, o per i diritti (di chi?). 
 
“Piovono bombe, ma mancano i rifugi. A Kiev solo il 10 per cento trova riparo. Alcuni bunker sono privati, per altri i costi sono gonfiati dalla corruzione”, Battistini sul “Corriere della sera”. In sedici mesi di guerra la prima notizia vera. Non “di guerra” cioè, manipolata, che gli inviati firmano. Gli inviati italiani, non c’è nulla di simile sui giornali americani o inglesi, di paesi che pure sono in prima linea nella guerra.
 
Bce insensibile, malgrado le riserve della Banca d’Italia, e aumenta i tassi d’interesse ogni tre mesi. Non si capisce, in questa congiuntura, se per abbattere l’inflazione o non per accrescerla – chi paga gli aumenti dei tassi? i consumatori-utenti finali, quelli su cui si calcolano gli indici d’inflazione.
I banchieri centrali bisogna guardarsene: un vecchio banchiere centrale, l’americano Greenspan, diceva che l’aumento dei tassi era come tagliare capelli con una motosega.
 
L’avvocato Coppi, ultimo avvocato di Berlusconi nei processi Ruby, intervistato dalla “Stampa”, dice che bisogna avere fiducia nella giustizia, “difendersi nel processo e non dal processo”. E certo, gli avvocati ci stanno per questo. Poi dice: “Sull’unica condanna ci sarebbe da discutere”. Quisquilie.
 
È difficile credere che il processo a Trump non sia politico. Anche perché azionato dal ministero della Giustizia e non da un giudice indipendente. Ma non per i giornali – il “Corriere della sera”, che ci fa una pagina, si limita a comunicare che “il 74 per cento dei Repubblicani ritiene che il processo sia politico”. Poi si dice l’America.
 
“Tre cose mancano nella politica estera americana”, spiega a Viviana Mazzi su “La Lettura” l’ex diplomatico americano Luigi R. Einaudi, il nipote del presidente Einaudi: “La capacità di ascoltare gli altri, di rispettarne la sovranità, e di capire che la democrazia si costruisce non solo dentro i Paesi ma tra di essi”. Niente.


L’etica del lavoro, o dello sfruttamento

Ci sarà un “dopo il lavoro”, un’era del tempo libero? Forse c’è già. Il lavoro a lungo è stato deprecato, era condizione servile. L’“etica del lavoro” nasce col tardo calvinismo, nei tardo Seicento – agli albori, andrebbe aggiunto, della rivoluzione industriale. E dunque si può cambiare.
Gandini, l’italo-svedese narratore documentarista di altre realtà, specie della “Videocracy”, prima del grillismo e dei talk-show tv, ci prova. Con semplici interviste, tagliate come se fosseri narrazioni degli intervistati, ma appassionanti.
Si parte col lombardo che a quaranta o cinquant’anni scopre che non gliene frega nulla della censura paterna, “datti da fare”, “non avrai un futuro”, e fa quello che sempre gli sarebbe piaciuto, potare. L’ereditiera, che cura i fiori, ferra il cavallo, fa sgambare il cagnetto, e beve volentieri un bicchiere sui bei divani della bella casa patrizia, con compagno altrettanto nullafacente, e entrambi sanno che non rubano nulla e semmai danno un contributo, piccolo, all’ambiente e alla società. Tra gli opposti. I coreani, vecchi e giovani, che lavorano sedici ore al giorno, sei giorni la settimana, due ore le perdono per il pendolarismo, una per mangiare e i bisogni, e dormono, male, cinque ore. O gli americani workaholic. Il promoter, motivazionista, che si sganascia dalle risate all’idea di sei o anche cinque settimane di ferie: un americano impazzirebbe, l’americano ama lavorare, l’etica è del lavoro – e ad altri aspiranti gestori del personale spiega che ai rilevamenti demoscopici nessun manager o imprenditore privilegia l’istruzione, pochi la puntualità e la socievolezza, mentre tutti vogliono dedizione. Con una filosofa, sempre americana, che spiega l’etica del lavoro calvinista. Per subito poi riposare su una poltrona soffice snodabile, che la mette comoda senza alcuno sforzo personale, con marito compiaciuto, tutto molto americano.  All’altro estremo i koweitiani, che sono pagati - tutti i cittadini koweitiani hanno diritto a un “lavoro” statale - anche quando non hanno nulla dafare, per giorni, settimane, anni.
Insomma, il lavoro se ne parla tanto da tanto, da un paio di secoli, ma non si sa che pensarne. Luca Ricolfi fa vedere in tabella che l’Italia ha il record dei fannulloni – ufficialmente neet, i “giovani” venti-trentenni che non lavorano, non studiano, non imparano un mestiere: sono uno su tre. E lancia un’ipotesi, che non è quella solita dell’Italia matrigna, che non offre un’opportunità ai suoi figli, ma esito della natalità bassissima da un trentennio: nelle famiglie ormai “cinesi” da due generazioni i figli, eredi di due genitori e quattro nonni, fanno gli “ereditieri”, anche se non hanno una magione di campagna, o non sanno accudirla.
Materiali ovvi, perfino scontati. Ma montati con sapienza, e con tagli, scorsi, illuminazioni invoglianti. C’è perfino Elon Musk, che si penserebbe uomo d’affari e di soldi, a ipotizzare “inevitabile,  necessario” un salario minimo mondiale. Che è, a ripensarci, non un’elemosina coatta, alla koweitiana, ma un misura minima contro il dumping sociale, di cui molte economie beneficiano, in Asia, in Africa e in America Latina, lo sfruttamento del lavoro.
Erik Gandini, After Work