sabato 10 ottobre 2009

Non ci sono giudici a Torino

Non è una coincidenza, è un errore, e anche grave, avere una Consulta di dieci meridionali su quindici, nove di essi napoletani. Non c’è fra essi un giurista di Torino, che pure fu culla del diritto liberale e laico, da ultimo con Jemolo, Bobbio e Galante Garrone. Non c’è un padovano, o un veneto qualsiasi. E l’unico lombardo, Frigo, rappresenta gli avvocati. Il più a nord viene da Savona.
Una prevalenza che, sommata alla presidenza della Repubblica e a quella del Csm, con altri due napoletani al vertice, fanno un quadro non attraente. Si spiega pure così che la Lega abbia ragione, a volte. Anche perché ci sono al Sud sicuramente anche quindici giuristi veri, ma non sono evidentemente alla Consulta. Al posto per esempio del professor Cassese, che si rimangia nel 2009 quello che aveva scritto nel 2004 – per un posto da senatore Pd, d’accordo, ma senza sapere che il Pd non è più in grado di garantire i posti in Parlamento.
Bossi glissa sulla Consulta dei Masanielli. Cioè, ne chiede l’abolizione, ma - è perfino più elegante dei gravi giurisperiti, e dei loro presidenziali patroni – evitando di sottolinearne la forte etnicità. Una palla così per le regionali, però, nelle quali spopolerà in tutto il Nord, non gliel’aveva finora sollevata nessuno. Ed è la ragione non ultima per la quale Berlusconi attacca anche Napolitano - Mancino non ha nemmeno bisogno di attaccarlo. Tocca a Berlusconi “governare” Bossi, contenerlo cioè, indirizzarlo a fin di bene.

I corrieri del non governo

“Le inchieste di Bari sono state rivelate dal “Corriere”, rivendica a giusto titolo il direttore dello stesso giornale, Ferruccio de Bortoli. Che rivendica anche di averlo fatto “correttamente”, giusto e saggio quale è - è pure riuscito a pubblicare, nel suo “Corriere” dalemizzato, una pagina sulla caduta del Muro di Berlino. Ma lui ha “creato” D’Addario, letteralmente. Su sollecitazione del giudice Scelsi e della stessa escort, cui è bastata una telefonata al “Corriere”. Così perlomeno il “Corriere” scrisse all’epoca. Insinuando perfino il dubbio che la escort fosse altrimenti nota alla cronista giudiziaria Fiorenza Sarzanini.
Si può dire che il “Corriere” ha rilevato tutto correttamente se si prescinde dalla sua cronaca giudiziaria. Che però è ormai il cuore, l’unico pulsante, dei giornali italiani, per il resto spenti e in crollo di lettura, sotto la favola del gossip. Ingovernabile agli stessi direttori, si sa: gli uomini, e le donne, delle questure sanno farsi rispettare. Finché un’altra “questura”, un’altra cronaca giudiziaria, non li metta fuori, come Travaglio ha fatto a lungo con D’Avanzo, D’Avanzo (Noemi) sembra aver fatto poi con Travaglio, e ora Sarzanini (escort) con D’Avanzo. È la logica dei dossier, delle informazioni riservate.
Questo per l’attualità. Ma il “Corriere” è anche quello dell’avviso di reato a Berlusconi nel 1994, per costringerlo alla resa, pochi mesi dopo le elezioni. Auspice Scalfaro, certo, il presidente della Repubblica, e con un avviso di garanzia vero, ma che senza l’anticipazione e la prima pagina del “Corriere” sarebbe finito per quello che era, una delle tante iniziative antipolitica della Procura di Milano. Di questa anticipazione il “Corriere” non ha mai voluto fornire la fonte, e sono passati quindici anni. Venne dopo il governo dei banchieri e dei direttori generali, con la sorella Susanna a ministro degli Esteri. Che oggi sembra ridicolo, e invece è successo – ma i golpe si fanno così nell’era delle informazione, con gli avvisi di “garanzia”.
C’è un partito distinto, del non governo, che è lo stesso che propugna la stabilità di governo, ed è la cosiddetta antipolitica. Di Agnelli e Romiti un tempo, di De Benedetti sempre, di Bazoli e Montezemolo-Della Valle oggi. Divisi in tutto e concorrenti, ma in questo uniti, nell’affossare la politica, in quanto populista, avventurista, corrotta, vecchia, eccetera. Di cui i grandi giornali sono il braccio: i giornali in Italia sono padronali, questo è un fatto, e convergono sempre agli interessi dei padroni, è inutile illudersi, che non vogliono padroni politici. Ogni volta che c’è uno che sa governare, De Gasperi, Fanfani, Craxi, un vasto partito si mette in moto per farlo fuori, Dc, laici, padroni e, con Berlinguer e dopo, i comunisti, di cui grandi giornali sono gli alfieri, i migliori certo.

Il Berlusconi furioso

A che scopo la furia del Berlusconi? Perché la migliore difesa è l’attacco: è, era, la tattica del suo Milan che tanto ha vinto, e non si cambia schema in vecchiaia.
Un’altra ragione, lapalissiana per chi al Nord ci passa anche soltanto il week-end, è la paura comune. Che il ministro Sacconi bene spiega a Cazzullo sul “Corriere”: “Una sentenza come quella del tribunale civile di Milano contro Fininvest induce una tremenda insicurezza in tutti, anche il più piccolo imprenditore, il quale ha la percezione che possa accadere l’imponderabile, che pure la richiesta più assurda possa essere accolta”. Per il peso schiacciante della giustizia, sia pure il giudice di parte, o pazzo, o incapace.
Ma non basta, il Pdl non è il Milan, un’azienda di atleti ben pagati, che riconoscono il merito – l’impegno – del Principale. In politica tutti i giocatori sono allenatori, e Berlusconi sa che deve prima di tutto tenere serrate le fila, e nel Pdl ha per di più una squadra non omogenea. Si ritrova ferreamente legata la Lega, che grazie all’alleanza con lui è tornata d’improvviso ai vecchi fasti, col 30 per cento del voto in Lombardia e nelle Venezie. E una serie di giocatori intelligenti, gli ex socialisti e la Gelmini, che gli inventano delle giocate. E va avanti. Ma si trascina tutta la zavorra dei Letta, Pisanu, Fini, Casini, il democristianesimo storico e quello di complemento, che gli ha fatto fallire i cinque anni di governo nel 2001, fortissimi nello spogliatoio al Sud, che demolirebbero ogni squadra, e quindi da tenersi buoni con pacche e regalie. Il democristianesimo della Consulta non gli sarà parso vero di poterlo azzannare.

Il Bersani dimezzato

Ha vinto facile ma è come se avesse perso: il 55 per cento di tutti i circoli del Pd è solo due terzi del peso relativo dei partiti d’origine dei due candiati, Bersani e Franceschini: nel Pd si accreditano tre diessini per ogni popolare o laico. La vera campagna di Bersani comincia adesso, convincere i suoi compagni che vale la pena partecipaare alle primarie, per lui beninteso: hanno votato infatti poco più della metà degli iscritti ai ricoli, i cosiddetti tesserati.
Il vero risultato è d’altra parte 55-45, e questo indica che Franceschini ha qualche possibilità di vincere le primarie. I non diessini, popolari, repubblicani, socialisti, radicali, sentono il partito Democratico più dei diessini, che sono evidentemente quelli che si astengono.
Bersani ha ridotto Franceschini al 37 per cento col vecchio trucco di candidargli contro uno del suo stesso schieramento, il candidissimo dottor Marino, l’epitome della furbizia, cattolico,non cattolico, primario non primario, eccetera. Ma fra un mese, alle primarie-ballottaggio, il divario potrebbe tornare più o meno alla pari.

Moggi verso la prescrizione

Che ne è del processo a Moggi a Napoli? Le udienze vengono rinviate di sei mesi in sei mesi, e la prescrizione è non più solo la speranza dei suoi avvocati, che comunque si pagheranno. Sembra essere anche l’attesa dei giudici, un collegio che è stato difficile da costituire e che si ritrova per le mani un processo inconsistente, con tutte le diecine di migliaia d’intercettazioni. E, chissà, forse della stessa Procura. Che da un paio d’anni ormai non aggiunge più carte né altri deflagrati segreti, non convoca giornalisti, non indica tracce.
Pubblicati i famosi verbali del colonnello Auricchio, con tutti gli articoli dei giornalisti interisti contro la Juventus, la Procura di Napoli sembra anzi presa da afasia. Nuovi elementi si sono manifestati che è difficile tenere fuori del processo, quali il costoso spionaggio dei nemici dell’Inter da parte di Telecom. E la morte non accidentale ma non indagata di Adamo Bove, un commissario di polizia e un onest’uomo, che pure aveva collaborato proficuamente con i giudici. Un processo penale è insidioso - solo a Milano si possono negare i testimoni e le prove a discarico.
Si tratta della procura anticamorra di Napoli, è bene ricordarlo. Che su altri terreni è stata ed è molto più prudente, quello “Gomorra” per intenderci, dove ancora insegue il libro di Saviano, o dei rifiuti.

giovedì 8 ottobre 2009

La Corte di Di Pietro

C’è soddisfazione e anche paura nelle opposizioni dopo la bocciatura di Berlusconi alla Consulta. Viene consolidata la tattica dello sfiancamento, come si sono affrettati a dire Casini, Bersani e D’Alema: Berlusconi dovrà stare a palazzo Chigi ma senza poter governare, per le inevitabili indiscrezioni, anticipazioni, e comunicazioni di processi che si sostituiranno a ogni politica. Ma la maggioranza alla Consulta contro Berlusconi ha impaurito tutti: in particolare il cambiamento del giudice Grossi, che il presidente della Repubblica ha nominato, un buon cattolico e una colonnna del veterodemocristianesimo a Firenze, e del presidente Almirante, che ha smentito se stesso, la sentenza del 2004 sullo stesso tema.
Con Grossi, ha impautiro tutti anche la fuberia della Corte costituzionale. Di cui il meglio che si possa dire è che è goliardica. Un consensso di supermi giudici che fanno i furbetti del quartierino è qualcosa che toglie il respiro: diciamo che i giudici, benché con le rughe e le parrucche, sono ancora ragazzi. Ha impaurito tutti eccetto naturalmente Di Pietro, uno che è sempre più furbo.
Casini e D’Alema sanno che Berlusconi non può provocare le elezioni anticipate, perché si vuole uomo della stabilità. Ma sanno che se si facessero le stravincerebbe – in Lombardia, nelle tre Venezie e in Campania rifarebbe la Sicilia. E per questo si agita, per provocare uno showdown: un’incriminazione per esempio a Bari, una qualche iniziativa del Csm contro la riforma della giustizia, una iniziativa inconsulta di Napolitano. Consigliano perciò anche per questo prudenza, non solo a fini tattici, per “bollire” Berlusconi. E di questo avviso sembra il presidente della Repubblica, sebbene con difficoltà – avrebbe già dovuto reagire agli attacchi ingiuriosi di Berlusconi.
È che l’inatteso riallineamento della Consulta ha messo paura a tre quarti dei politici. Perché non è una Corte di comunisti, come dice Berlusconi, ma semmai di vecchi democristiani. E perché inatteso il riallineamento si è scoperto che non era per Di Pietro, di cui ora si capiscono gli attacchi spregiudicati negli ultimi giorni a Napolitano. Si parla di partito dei giudici ora apertamente, da parte degli stessi giudici come Violante. E si intende un sotterraneo potere di ricatto.

La Juventus e l'(in)competenza di Elkann

L’asset di questa Fiat è Marchionne, e non è una scelta sua – era la scelta in origine di un tesoriere fidato, che avrebbe dovuto salvare la Famiglia, il dividendo. Sua, di John Elkann, è per ora la Juventus, e qui dimostra di non capirci nulla. Anche alla “Stampa”, di cui ha fatto un “Manifesto”, che per Torino, nel 2009, non è una grande idea. Ma con la squadra ha già infilato una serie di errori, che lasciano perplessi analisti e operatori sulla capacità di giudizio del padrone della Fiat. L’ultimo, nel riassetto che si appresta a varare, è l’affidamento di tutti i poteri al manager che finora ha sbagliato tutto: Blanc sa forse fare il bilancio, ma si è dimostrato incompetente in fatto di acquisti, cessioni, allenatori, fidelizzazione, immagine.
Completa le perplessità la richiesta di patteggiamento, cioè l'ammissione di colpa, in uno dei tanti processi alla Juventus accesi dal famoso maggiore napoletano Auricchio, quello per il falso in bilancio. Che non c'è stato e su cui i giudici comopetenti, questa volta di Torino, si apprestavano alla assoluzione. Tanta cattiveria si può anche attribuire alla guerra continua dei fratelli Elkann ai cugini Agnelli, i figli di Umberto. Ma, poi, si deve agli Elkann della squadra di clacio, che pure è un asset della famiglia: la guerra alla gestione Giraudo-Moggi che invogliò il maggiore, con la coda della richiesta di retrocessione in serie B. E la mancata protezione della società in quel covo di furbi grassatori che è la federazione, tra arbitri, procuratori federali, e presidenti falliti. Si deve agli uomini di John Elkann l’altalena degli allenatori e le assurde campagne cessioni e acquisti, che in tre anni hanno oscurato la sinistra fama dell’Inter di Moratti (sinistra perché associata a presunti accordi di questo o quel dirigente con i procuratori dei calciatori, per provvigioni in nero). E una società dove, con tanti dirigenti e fuzionari, nessuno va nemmeno in ufficio, se non altro per aprire la corrispondenza. Mentre il record degli infortuni viene aggiornato di stagione in stagione, senza che nessuno ne chieda contro a preparatori e staff medici.
Il ribaltamento operato quest’anno dall’Inter peraltro, con i solidi Branca e Mourinho, evidenzia l’incompetenza del nipote dell’Avvocato: con la cessione di un solo giocatore, Ibrahimovic, l’Inter si è comprati Milito, Thiago Motta, Lucio, Eto’o, Snejder, l’ossatura di una squadra mondiale. Ibrahimovic, che era della Juventus, e altri assets mondiali invece la Juventus di Ekann svendette in fretta nell’assurda pretesa di espiare. E da allora non ha comprato che brocchi, alcuni a prezzo da campioni. Disperdendo un patrimonio di tifo che avrebbe arricchito qualsiasi altra squadra, e ora è confuso o contrariato.

mercoledì 7 ottobre 2009

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (44)

Giuseppe Leuzzi

Una nota magistrale dello storico Macry sul “Corriere della sera” oggi a margine dei lavori della Consulta, ricorda che il consesso è “napoletano”, nove giudici su quindici. Lo storico riprende il nostro tema, del pagliettismo imperante che Napoli ha imposto, al Nord oltre che al Sud. Ma conclude positivo: “Pur in un territorio povero di Stato e spesso afflitto dall’abuso amministrativo, com’è il Sud delle cosche e degli scandali, la sapienza della legge sembra voler cocciutamente sopravvivere”.
No, purtroppo è questa “sapienza della legge” che immobilizza il Sud. Più che la prevaricazione, la pregiudizialità, la concussione, che metterebbero lo Stato al nostro livello, sfidabile, in rapporto dialettico, comunque in movimento, la burocrazia immobilizza il Sud. Che al meglio è “stupida”, cioè fuori dal mondo, e quindi dannosa. Fosse anche nell’accezione più alta, hegeliana, del termine, al vertice degli organismi autonomi dello Stato, dalla Consulta alle moderne Autorità e ai prefetti. Una burocrazia che è questo “diritto perfetto” napoletano.

Resistenza
La Calabria è stata tra il Sette e l’Ottocento la Vandea dell’Italia. Filomonarchica e antirepubblicana. Questo, alla fine, è vero. Ma la Calabria fu soprattutto antifrancese. Avendo sofferto le truppe d’occupazione francesi come nessun altro invasore prima – doveva ancora arrivare lo Stato italiano. E gran parte dell’attività antifrancese rientra fra quelle legittime e anzi necessarie della Resistenza.
Le truppe francesi introducevano la levée en masse, l’oscena leva obbligatoria dei maschi giovani di robusta costituzione fisica, per le loro guerre, si pagavano col bottino, e angariavano le donne. Prima che per il Re e per il Papa, i popolani calabresi si coalizzarono contro i repubblicani francesi per questi motivi, i massisti, per antifrasi contro la leva in massa, truppe a massa messe su come capitava, la brigata speciale Calabrian Free Corps, messa su dagli inglesi, e stipendiata, e gruppi isolati che i feroci generali di Napoleone e Vittorio Emanuele troppo sbrigativamente liquidano come briganti. Sicuramente non combattevano per i padroni, come si fa a dire simili scemenze, nei libri di storia?
Uno dei nuclei originari del paese, Paraforio (Paracorio), fu bruciato per rappresaglia dai francesi. Era stato ricostruito provvisoriamente in baracche dopo il terremoto del 1783 e fu bruciato il14 maggio 1797. Attaccata durante una fuoriuscita a fine 1806 dagli insorti, la guarnigione francese di stanza nella vicina Pedavoli aspettò il bel tempo, e a maggio mise a fuoco di nuovo tutta Paraforio.

Dopo quindici anni superleghisti, della superfirma Stella che implacabile fa articolesse da prima pagina su un’assunzione alla Asl di Palmi o una perdita all’acquedotto di Andria, il “Corriere della sera” ha cominciato il 7 ottobre 2009 a trovare che anche al Nord le cose non vanno molto bene. Un articolo di Sergio Rizzo, l’altra faccia di Stella, sul famoso raccordo stradale di Asti che costa cento miliardi di lire al chilometro si è meritato la prima pagina.
Un atto di onestà del nuovo direttore de Bortoli? C’è nuovo interesse alla questione meridionale - interesse in senso proprio, i progetti e fondi perduti?

Alvaro e l’odio-di-sé meridionale – 3
“Gente in Aspromonte” è la Calabria com’è – com’era. Risultato di una storia che comprende però anche l’unità d’Italia. Nella sua parte caratterizzante, la miseria, è anzi dettata dall’unità: c’era miseria come a San Luca in tutta l’Italia a fine Settecento, c’era solo nell’Aspromonte a fine Ottocento. In parte reale, in parte percepita. Non c’è scandalo particolare per come vive la Calabria tra i tanti memorialisti delle armate napoleoniche. Un secolo dopo la Calabria è quella che era, e forse peggio per le devastazioni del lungo stato d’assedio, e gli osservatori sono severi, se non prevenuti. Uno di questi è Alvaro.
È dell’unità, compresi i tanti patrioti che dal Sud provenivano, la squalifica del Sud e la creazione della questione meridionale. Per questo non c’è un equivalente di “Gente in Aspromonte” in Valtellina, in Garfagnana, o nel Casentino, dove pure le stesse condizioni, igieniche, alimentari, sociali di San Luca sono attestate dalla memorialistica popolare ancora durante la guerra, la seconda, e dopo – le fogne, gli acquedotti e le strade asfaltate arrivano una quindicina d’anni dopo. C’è il colore, il bozzetto, ma sempre simpatetico, e comunque non disgustato. Mentre “Gente in Aspromonte” c’è, continua a esserci, alla fonte di ogni leghismo – i leghisti sono sconcertati dall’odio-di-sé meridionale, per quanto possano essere facili al pregiudizio e forse razzisti, stentano a crederci.
Alvaro è un grande scrittore. Ma è un figlio infinitamente meno buon cittadino di suo padre, che, pur senza uscire da san Luca, volle e seppe dare ai suoi quattro figli un’istruzione e una sistemazione più che decenti per gli standard nazionale. Le caratterizzazioni semiserie – semiridicole – che il figlio ne fa in tanti racconti non ne scalfiscono la solidità. Di un figlio peraltro che non si applicava agli studi, malgrado l’impegno finanziario della famiglia: girò mezza Italia e si diplomò, molto tardi, in una scuola compiacente di Catanzaro.

Milano
Assediata 48 volte, presa 28
Ha due nuovi contagi da Aids al giorno, tanti quanti New York, che è cinque volte più grande. Ha da sola 22 mila dei 60 mila contagiati italiani. Per la droga evidentemente. Ma non lo dice, e quindi non si dice. Ammirevole esempio di autostima - e di una informazione ridotta a Guareschi, al "compagni, "l'Unità" non lo dice".
Si dice che l’Italia sia da Terzo mondo, corrotta nell’animo, derisa perfino dagli spagnoli, e dai greci. Lo dicono i giornali di Milano. Dell’Italia governata dai milanesi. Alla maniera di Milano, tutta chiacchiere e buona coscienza. Che la colpa lascia agli italiani.
Si limita ad arricciare il naso. Per le operazioni sporche usa i napoletani, i maneggioni di Borsa e i dignitari che ardono di diventare consiglieri di corte d’Appello.
I napoletani buoni, quelli che hanno insegnato a Milano il gusto dell’insalata, non sono amati e non sono nemmeno temuti
La politica intende rapace. Mussolini e il fascismo. Gli affari di Cuccia: interessi privati con soldi pubblici (Montedison, Rizzoli, con legge apposita per prepensionamenti e carta, Sir, Liquigas, gli stessi Moratti). La "maggioranza silenziosa", non dei morti. Il leghismo. Mani Pulite: i più corrotti hanno cacciato i corrotti semplici (Rizzoli Corriere della sera, Telecom 1 (privatizzazione), 2 (razza padana) e 3 (intercettazioni). Berlusconi. I governi molto milanesi di Berlusconi.
Tutti gli italiani parlano in dialetto, a Venezia e a Napoli, a casa, in piazza e al lavoro. Si scrive anche in dialetto, Goldoni, imitato da Voltaire, Ruzante, Basile, Belli, Porta, Eduardo, eccetera Si scrive italiano a scuola, in azienda, e nei saggi, e lo si parla in pubblico, a scuola, in azienda. Ma i lombardi trovano che bisogna “imparare” il dialetto. Che senso ha? Vogliono adottarlo in vece dell’italiano? Dio volesse...
No, è la solita storia: Bossi che occupa l’estate, l’ultimo scampolo d’estate – Bossi cessa la campagna delle scemenze esattamente il 21 settembre. Ma i lombardi ci credono. In spiaggia in Versilia a fine settembre un signore milanese insegna ad altri lombardi le etimologie del lumbard, e l’esatta pronuncia dialettale. Le etimologie sono quasi sempre tedesche. La pronuncia invece non si sa se è di Milano, di Bergamo o di Sondrio. Ma nessuno ride.

leuzzi@antiit.eu

Ombre - 30

David Lettermann, divo di Fiorello e stella di Sky, si è fatto le collaboratrici del suo show, e lo dice. Ma resta simpatico a Fiorello, a Sky e ai compagni di strada di Murdoch.
Anche Polanski, che ha stuprato una tredicenne, la figlia della sua amante, resta simpatico da questo lato della strada.

Sorpresa, compiacimento, elogi per il “senso dell’onore” evocato da Roberto Saviano a piazza del Popolo.
Nello squallore della manifestazione Cgil per la libertà di stampa ci possono stare. Ma l’onore è il titolo del polpettone mafioso a grande richiesta di Canale Cinque, di Berlusconi cioè, che batte ogni martedì i record di ascolti, “L’onore e il rispetto”. Ed è la passione degli (ex) fascisti, che i writers di destra dispensano in formato gigante a Roma e nelle altre città.

Spiega con Max Weber il fenomeno delle veline e dei divi dei reality il professor Calabrese a Marianna Rizzini e al “Foglio”: “Weber insegnava che il successo va al merito”. E conclude: “Non a caso il trionfo del successo senza merito avviene soprattutto in paesi che non hanno mai avuto un capitalismo sviluppato: Italia, Spagna, Portogallo e Grecia”.
Sarà un tedesco questo professore, malgrado il nome – uno di quelli per i quali l’Europa finisce alle Alpi. Ma professore di che? Forse di retorica: fa fare a Weber due strafalcioni in cinque righe.
“El Paìs”, spiega “la Repubblica”, che col quotidiano spagnolo condivide l’antiberlusconismo, aspetta la salvezza da Telecinco, l’emittente tv leader in Spagna. La salvezza economica s’intende. Telecinco dovrebbe rilevarne, con le stazioni tv, buona parte del debito, 5,5 miliardi, che altrimenti porterà “El Paìs” al fallimento. Telecinco, cioè Berlusconi.

Siamo fobo-fobici, scrive Baumann su “La Repubblica delle Donne”, “adesso abbiamo paura della stessa paura”. Adesso no, l’ipocondria c’è sempre stata. “Adesso” abbiamo Baumann, che solo per questo può ben dire la modernità “liquida”.

“Ci sono settantuno testate di gossip in Italia”: Gianni Ippoliti, che le ha contate per la sua rassegna stampa, lascia così sbalordita Marianna Rizzini, che ha inquisito il “pubblico” (la audience) per “il Foglio”. Beh, si spiega la “civiltà” della società. E la conversione dei francescani?

La grancassa contro Obama, per i morti in Afghanistan, per la riforma sanitaria, per la bomba iraniana, e ora per il fallimento di Copenhagen, la suonano negli Usa Fox, la catena tv di Murdoch, e il “Wall Street Journal” – che, incassati i soldi per le banche, di cui vive, è tornato all’assedio del presidente del miracolo. Anche il “Wall Street Journal” è di Murdoch.
In Italia Sky, la tv di Murdoch, fa campagna invece contro Berlusconi, e per Franceschini. Chi è a destra, e chi a sinistra?
O non sarà che Murdoch dice la verità? Ma questa è dura da far passare.

Obama è stato battuto a Copenhagen senza rispetti da un mondo che l’America non controlla - il calcio, l’Olimpiade – ed è corrotto. È stato battuto senza riguardi dai due dioscuri di questo sport, Samaranch e Havelange, spagnolo l’uno, brasiliano l’altro. Che lo governano malgrado la tarda età, con un sistema di cooptazioni che da solo la dice lunga sulle loro qualità. Ma la sconfitta dura Obama, non ammesso nemmeno alla finale, lui, il padrone del mondo, la deve ai delegati africani. Loro si pagano più facilmente, questa non è etnologia.
Non è la prima volta, i delegati africani si erano fatti pagare per l’Olimpiade invernale in Utah, Usa, quindici anni fa. Obama pensava di non doverli più pagare?

Un certo Bill Emmott, che si qualifica ex direttore dell’“Economist”, la bibbia di Ronchey, si ricrede sull’Europa: “Meglio il sì” ai referendum, “l’Ue va fatta funzionare”. Ha ora un contratto milionario col fraterno giornale “Corriere della sera”, e ha scoperto che gli italiani non contano le bevute che offrono – forse per aver perduto, come lui da “direttore” aveva scoperto, il senso morale. Senza contare il prestigio: un giornalista inglese che in Inghilterra nessuno si fila diventa un’autorità in questo paese, sia pure di merda.

Logica mariniana da Vespa, del candidato democratico che piace agli intellettuali democratici. Il Censis, dice, ha “accertato” che il 60, il 70, o l’80 per cento delle scelte, non ne è sicuro, si determinano alle elezioni con i telegiornali, “il Tg 1 e il Tg 5”. Vuole dire che il Tg 5 è meglio fatto del Tg 1, poiché Berlusconi ha stravinto le elezioni? O che senza il Tg 1 Veltroni non sarebbe arrivato al 30 per cento?
È anche vero che il Censis non censisce i flussi elettorali.

La Cariplo di Giordano Dell’Amore, banchiere devoto, si calcolava nel 1990 che avesse “creato” nel dopoguerra 350 mila aziende, nella sola Lombardia. Che si raffrontavano alle diecine “distrutte”, in tutta Italia, dal mago della finanza Cuccia. Ora Bazoli, altrettanto devoto, fa come Cuccia: a capo della maggiore banca italiana si limita a “fare il bilancio”, non ha creato uno spillo - al più salverà Zunino, un amico.
Non è questione di devozione, allora, ma di dimensioni. Di potere.

Tavaroli patteggia e i giudici chiudono lo spionaggio Telecom, senza danni possibili per le parti lese. Uno. Due: come hanno fatto Telecom, Tronchetti Provera e Pirelli a restare fuori dal processo e dallo scandalo? Pur avendo speso per le intercettazioni 36 milioni in cinque anni. Tre: perché la Consulta ha ritardato e pasticciato la decisione sulle intercettazioni abusive, che invece si presentava semplice? Non per avvicinare la prescrizione e indebolire i reati?

“Oggettivo” è anche Fini, dopo il dottor Marino: “anomalie oggettive” rileva il presidente della Camera nell’iter parlamentare del decreto del governo contro la crisi e per la sanatoria fiscale, e “situazione oggettive” create dai dipietristi al voto finale. È il linguaggio della “nuova classe” politica, che sempre s’inventa quando muoiono i regimi - anche i dipietristi criticano oggettivamente il presidente della Repubblica? O la Nuova Oggettività che si crea sulle macerie? Non può essere il Diamat staliniano – chi era Stalin? È forse la fresconaggine?

Assenteismo monstre di deputati della maggioranza alle votazioni sullo scudo fiscale: avevano dubbi? Ma ancora più vasto tra i casiniani e i democratici: non avevano dubbi.

Mezzo milione d’italiani hanno preferito tenersi l’indispensabile badante a rischio espulsione piuttosto che denunciare un reddito di ventimila euro l’anno.
Ma non è solo antropologia negativa. Molti di quelli che “lavorano” col fisco forse non avrebbero altrimenti di che vivere. Sia pure con la badante.

martedì 6 ottobre 2009

Il fantasma di Scalfaro incubo di Napolitano

Il settennato di Scalfaro è l’incubo di Napolitano: Parlamenti disciolti appena eletti, governi del presidente, intrighi - una pratica e un periodo golpisti, si può aggiungere. Per prevenirlo lui per primo sta prendendo le misure, non escluso l’esercizio dell’autonomo potere d’influenza, per bilanciare la decisione della Consulta sul lodo Alfano. Personalmente il lodo – l’immunità processuale per le quattro più alte cariche dello Stato – non gli piace. Ma sa che la decisione della Consulta può consentire l’ennesima campagna eversiva ai nemici dell’autonomia della politica, e non intende favorirla.
Il presidente vede, come tutti, il rischio dell’ingovernabilità. Che, come quasi tutti, intende a ogni costo evitare. Sa che non esiste un’opposizione in grado di sostituirsi alla maggioranza berlusconiana, in questo Parlamento o in uno rinnovato. Sa che la consistenza politica è debole del centrismo di Letta, Casini, Tabacci (Montezemolo, Passera), Rutelli, Fini, e la capacità di governare di questo orientamento nulla e anzi negativa, fra rinvii e compromessi. E sa che nella crisi politica il lepenismo italiano, oggi contenuto e riciclato da Berlusconi, e limitato alle frange dipietriste, grillesche e in parte leghiste, rischia di sommergere l’Italia. Da qui la decisione di tenersi il governo che ha.
Napolitano ha un concetto fortemente impegnato della politica. Per questo è il solo politico, probabilmente, non compromesso con i gruppi di interesse, che, seppure nobili, sono antipolitici. E sempre si è trovato a disagio nella canea antidemocratica degli ultimi venti anni. Degli anni di Mani Pulite, quando era presidente della Camera dei deputati, ha ricordato con terrore in vari libri la violenza degli attacchi contro le istituzioni, con gli avvisi di garanzia (che come si sa sono atti d’accusa) indiscriminati e le indiscrezioni.

L'agitazione dei berlusconiani

I berlusconiani hanno paura. I giornali, le televisioni, e molti politici. Lo stesso girovagare di Fini è un segno di nervosismo e non di forza – se il presidente della Camera s’illude, tutti i suoi sanno che fuori della coalizione non hanno voti, nemmeno quelli dell’ex Fuan, la gioventù missina di Fini. Temono D’Addario, che da Santoro è apparsa una poveretta in cerca di serate, temono la Consulta, il giudice Mesiano, e perfino Santoro.
Non ce ne sarebbe motivo, i nemici di Berlusconi sono in declino: il dipietrismo, i preti, i giudici pe le maestre. L’opposizione poi non sa nemmeno organizzarsi: è molto divisa, e non per tattica, tra diessini e popolari, e all’interno dei due vecchi raggruppamenti. Mentre il Centro di cui si parla è il nemico che ogni governante vorrebbe, se non se lo sta costruendo: dove si muovono Casini e Montezemolo non succede niente, la loro produttività è zero, indecisi a tutto.
C’è un ritorno dei bancari, Passera, Bazoli, Profumo, che poi sono i veri padroni dei giornali, attraverso i quali fomentano l’instabilità. Nella restaurazione obamiana sono tornati all’utile, e che utile, già nel primo semestre di questo anno di crisi, e non c’è nulla che Tremonti possa fare per obbligarli a prestare i soldi invece che investirli in futures, oggi proficuamente. La piega ironica di Draghi, che protegge la speculazione, la dice tutta sulla loro forza. E tuttavia i bancari, per quanto forti, e i loro giornali non fanno l’opinione – è dimostrato. Sono un tassello di un puzzle che deve essere più ampio e solido e non c’è.
Il teatro vuole nervi saldi, i Dc sono deboli
Cosa origina allora il nervosismo dei berlusconiani? La mancata legittimazione, non c’è altra risposta. Reagiscono sempre scompostamente e sempre in eccesso, come il capo. Come nei reality: per la visibilità bisogna gridare più forte e più sporco. Sembrava un modulo che Berlusconi possedesse e imponesse. Ma evidentemente, se non lui, i suoi non hanno la freddezza necessaria a gestire il teatro della finta politica.
Lo stesso Berlusconi, che pure si rende conto che domina la politica da quindici anni, e lo dice anche, si comporta come se fosse l’ultimo arrivato, che deve spararle sempre più grosse. È un gioco, si è detto, che ne favorisce il successo politico. Ma è un gioco che vuole nervi saldi, quali si hanno normalmente in un’azienda e non in un partito soggetto al voto. Ora, o l’inquietudine dei berlusconiani è il tipico difetto di trasmissione, che i dipendenti hanno solo un’idea vaga del capo. Oppure Berlusconi non controlla del tutto il gioco del rilancio – nessuno lo controlla mai del tutto – o comunque non più. Non più dopo l’attacco feroce della moglie e della figlia.
Debole è peraltro, nervosa, impaurita, la parte democristiana dei berlusconiani. Che è consistente e grossa beneficiaria del berlusconismo, ma come su tutto tituba. Mentre i bossiani si segnalano per giganteggiare in questa fase per la necessaria freddezza, anche nella scompostezza, che deve caratterizzare il politico. Di Bossi si dice perfino il grande saggio e il grande vecchio. I bossiani sono forti del quasi trenta per cento della Lombardia e del Veneto. Ma sanno pure che lo hanno acquisito grazia all’alleanza con Berlusconi, come voto utile per il federalismo, e difendono la governabilità – l’obbligo per un governo di governare.
Queste sono le due evidenze. Ma un paio di ipotesi non sono da sottovalutare. Una è che i berlusconiani lavorino anche loro a trucco, creando dei fantasmi che poi diventa loro agevole abbattere - è difficile, ci pensano a questo gli oppositori, ma è possibile. L’altra è che il giornalismo D’Avanzo (per aggiramento, insinuante) sia più efficace, coinvolgente, di quello Travaglio (di annientamento, frontale).

domenica 4 ottobre 2009

I prestiti di De Benedetti si chiamano chance

“Un patto siglato nel 1986 tra i Formenton e la Cir”, scrivono i giornali di De Benedetti, “impegnava gli eredi a cedere quel pacchetto alla finanziaria dell’Ingegnere entro il 1990”. A cedere la quota Formenton, che invece il figlio Luca, editore molto di sinistra, troverà più conveniente cedere a Berlusconi. Facendo perdere a De Benedetti “una chance”, statuisce ora il dottor Mesiano del Tribunale di Milano. Che la colpa dà a Berlusconi e non a Luca Formenton, ma questo è il meno - è il giorno della difesa della libertà contro Berlusconi, e la vigilia del voto alla Consulta sulla immunità per Berlusconi, questo basta per un giudice a Milano.
È una partita fra gentiluomini: giudici De Benedetti, Berlusconi, Formenton. Non è possibile metterci becco, e non ne vale la pena. Ma perché Mario Formenton impegnava la moglie e il figlio a vendere a De Benedetti? Ammesso che un impegno del genere possa essere vincolante. Per simpatia? Perché era indebitato con De Benedetti. Ma come?
Mario Formenton aveva condotto la Mondadori a mali passi, costringendo parte della famiglia a separarsene per salvare il salvabile. La sua Mondadori fu salvata da Berlusconi e da De Benedetti. Berlusconi acquistò, pagandola, Rete Quattro. E De Benedetti?
Nel 1978 De Benedetti aveva dato tre miliardi a Scalfari e Caracciolo, facendo firmare delle note di pegno, per salvare il gruppo L’Espresso. Note che sono apparse - incautamente? - nel bilancio di gruppo dello stesso anno. Poi sono scomparse, ma dopo alcuni anni De Benedetti era proprietario del gruppo. Un giudice coraggioso a Milano chiama questo sistema una chance, ma per la verità esso ha un altro nome. Che non si può dire, evidentemente - e perché, non c’è la libertà di stampa?

L'opinione è del padrone

Non c’è nessun argomento contro il piano sanitario di Obama. Questo è tutto.
Ma non c’è nella discussione nessun argomento dalla parte della ragione. Si contesta tutto del piano, e lo si fa contestare anche dai beneficiari. Con abbondanza di pagliettismo. Qualificato, di professori, giurisperiti, luminari della medicina e della deontologia. Capzioso, che ora sfronda il gigante Obama a tronco minuto, se non secco: non vince le guerre, è venduto all’islam, ha quella moglie inelegante. Becero, di chi non vuole pagare per il vicino, e ride al presidente e sua moglie, due neri, che per l’Olimpiade si sono fatti snobbare nel cortile di casa, dagli straccioni latini. Non è difficile, è anzi facile fare presa sull’incoercibile competizionismo degli americani, che ne fonda la libertà ma anche la stupidità, lo spreco.
In questo caso di tratta di spreco di vite. Se ogni anno centomila americani muoiono per non potersi curare. Più di tutti i morti di tutte le guerre. Di cui l’America non sa privarsi, dacché nel 1941, faticava a entrare in guerra contro Hitler e il Giappone: da allora non c’è anno che gli Usa non abbiano avuto morti in guerra. Per ogni genere di motivo: contro il sovietismo, in difesa d’Israele, contro il terrorismo arabo, per i diritti umani, per e contro il diritto internazionale. Con un ammontare di risorse cumulativamente inimmaginabile – è inimmaginabile la spesa militare americana. Ma questa è l’America, e si può solo saperlo.
Il problema è che questa America fa l’opinione, e il modo di fare l’opinione. Cioè “ci” fa. E con poco: gli stipendi dei giornalisti. Che paga peraltro tutto compreso, con la pubblicità, che è un costo obbligato. L’opinione, se lo è mai stata, non è libera e non è critica. È pubblica solo nel senso che è giocata scopertamente.