sabato 7 novembre 2009

L'amore è sordido tra poeti

La scopata è quella che Manganelli si prese in testa, da parte di uno zio spazzino di Alda, uscendo dall’albergo dove faceva l’amore con la poetessa “minorenne”. Giorgio, racconta Alda, scappò in Lambretta.
È una storia d’amore atipica, sotto forma di racconto di Natale, che Alda Merini detta a Giuseppe D’Ambrosio Angelillo, nella proliferazione purtroppo incontrollata da ultimo dei suoi testi, nell’ansia del riconoscimento. La storia è vera: Manganelli si portava la sedicenne Alda, già da quindicenne, anche nel pied-à-terre di Maria Corti, coltre che in camere a ore, ed è per più aspetti una violenza, seppure consensuale, della “ragazzetta” già ricoverata per disturbi mentali.E tuttavia dà l’immagine più viva che resista di Giorgio Manganelli, il grande amore di ragazza di Alda, bello perfino, anche se “non è che brillasse per potenza”.
È anche un ritratto malinconico di un modo d’essere tra poeti di nessuna attrattiva e letizia, anzi sordido, con compiacimento. Con un dato autobiografico infine certo e importante: la giovane poetessa che i poeti si scopavano e magari amavano, ma non abbastanza da fare con lei famiglia, che per questo allora si scelse un operaio – “un uomo del tutto simile a Quasimodo, nero di capelli, con baffi e passo spedito”, ed è tutta qui la disgrazia della poetessa morta.
Alda Merini, La scopata di Manganelli, Acquaviva, pp. 95, € 11

Letture - 19

letterautore

Alvaro - “Gente in Aspromonte” racconto riuscito, con successo immediato e durevole, fissa il poliedrico Alvaro e la Calabria tutta in quelle pagine, li ingessa, anzi li ghiaccia.

Il ritorno a casa può essere fonte di vita. La superintellettuale Lou Andreas-Salomé così lo ricorderà di sé e del sensitivo Rilke in morte di quest’ultimo, con il quale si era accompagnata amante, lei di cinquant’anni, lui della metà, in un lungo viaggio di ritorno in Russia, la sua patria, aprendolo all’amore (“Aprile”, pp.10-11): “Molti anni dopo…. Mi dicevi talvolta del tuo sforzo per raggiungere, in qualunque cosa o circostanza, la dimensione mitica, mistica, cercata in modo simile ad un tentativo di anestesia, per far scivolare i dolori e le angosce. E pensavi a quei comuni accadimenti come fossero stati dei miracoli mancati, che pure avrebbero potuto essersi prodotti. Così assolutamente certi e tangibili si produssero per noi, per niente mistici, più reali anzi di ogni realtà, tanto che, anche quando volevamo allontanarcene, dovevamo poi sempre farvi ritorno come ad una casa” . La casa dell’amore ma anche la natura comune. Che Rilke, continua Lou, siglò con queste “felici parole”, una volta che sul Volga avevano rischiato d’imbarcarsi su due battelli diversi: “Anche navigando su due navi separate, avere una medesima via a ricondurci indietro – perché comune è la sorgente”.

Ogni scrittore ha un luogo. Alvaro, scrittore prolifico e polimorfo, non ce l’ha. Ha la montagna, che però non nomina, e in “L’amata alla finestra” il mare chiaro, lo Jonio. Ha anche la Calabria, dove è nato e cresciuto, e dove ritorna periodicamente per trovare la madre. Ne scrive anche, ma in una serie di sei o sette corrispondenze che non raccoglie in “Itinerario italiano” – le recupera nel 1958 Arnaldo Frateili nel volume postumo “Un treno nel Sud”. Racconta l’Aspromonte in “Gente in Aspromonte”, ma allora con cattiveria, quasi con astio.
Il suo ritorno è un rifiuto delle origini. Rifiuto dei luoghi e della gente. Molte visite sono di una notte, dopo un viaggio che durava un giorno. Incluso per il funerale del padre, a esequie già fatte. Nessun ritorno reale: non c’è un contatto, la sintonia è con l’infanzia costruita, il passato supposto, la natura peraltro sconosciuta. Compresa la famiglia: il legame è fisico e non affettivo. Freddo è il funerale del padre in “L’amata”. Orribile il contrasto fra la casa a piazza di Spagna e la casa paterna, di assi scricchiolanti, donne scalze, vetri rotti. Un solo viaggio fa alla casa dell’infanzia col figlio Massimo.

Si possono dire “Gente in Aspromonte” e “L’amata alla finestra” un ritorno “mitico” alle origini – San Luca, lo Jonio, l’Aspromonte. Ma sulle tracce di “Strapaese”.
Alvaro ha lavorato alla “Stampa” negli anni in cui Malaparte dirigeva il giornale. Malaparte sarà un forte creatore di miti, specie della toscanità. Ma simpatetico, e anzi trionfante.

Cocteau – Plurale di coc(k)tail?

Don Giovanni - La seduzione è femminile. E mediterranea, spagnola o italiana. Non può essere protestante: non può esserlo, la donna non c’è fra i calvinisti, non c’è il sesso, non c’è il genere.
Come nel femminismo.

E – Tra virgole - ,e, - è insensata e immorale. Forza la grammatica e il senso comune per ragioni incomprensibili di ritenzione del giudizio. Esiste solo nella lingua italiana, e in quella colta, cosiddetta manzoniana. Dice l’insulsaggine del nostro Ottocento. La letteratura è una delle forme della felicità. Felicità di dire, non di far finta di dire.

Fantascienza – È ripetitiva, e inerte. È arido il futuro immaginato, cioè l’immaginazione. L’effetto è analogo all’altra sbandata della fantasia, quella romantica: piena di ondine, silfidi, folletti, uniformi e senza gusto.

Freud – Perché è piatto: è confessore per turbe laiche. Senza grandiosità, senza drammi reali. Solo perturbazioni a un ordine abitudinario, difetti di razionalità piatta.
Molto teutonico e niente ebraico: ha il gusto del paradosso macabro, ma senza il lume dell’ironia.

Giallo – Quello deduttivo si apparenta, non per erudizione ma per il metodo espositivo (e quindi di ricerca), all’epigrafia, la filologia, la semantica, la storia, le storie, interstiziali e a volo d’uccello. Alla filosofia. All’antropologia. Alle scienze naturalmente,sempre come metodo. Le regole della retorica vi sono celebrate in entrambe le sue forme come stabilite dall’antichità greco-romana, quella razionalistica o formale di Aristotele, Orazio e del Cinquecento, e quella che non si nasconde l’inafferrabilità della parola, dei sofisti e dei contemporanei.
Quello nero e d’azione ricomprende anche il filone che alla scuola media è chiamato epico. La poesia nel giallo? Ragioniamo. Gli ingredienti del sublime ce li ha tutti: la fantasia, l’imitazione dei classici, le passioni elevate, gli ideali e il fato, l’amplificazione degli stessi. Manca il lirismo (ma non in Chandler), che però dov’è oggi? Manca il mito. E la violenza? La violenza, l’assassinio, sono d’obbligo. Ma si fa molta suspense senza. Mentre quante sono oggi le storie che ne fanno a meno, vite dei santi comprese?
L’handicap vero è che il genere ha una tradizione recente. Per quanto, una storia molto lunga del giallo si potrebbe fare senza stiracchiamenti. È un genere da riconsiderare nella storia della letteratura, come formula se non come risultati,. Questi inaridiscono proprio perché soverchiati dalla formula, per caratterizzarsi cioè come gialli. Turata fuori da questa secche indubbiamente la formula narrativa della contemporaneità.

Nella storia, ricostruire un fatto attraverso un processo è smarrirvisi – vedi le prove di Ginzburg, Toaff: sempre ce n’è per tutti. Perfino nei casi confessi o di flagranza. Un processo non è l’accertamento della verità ma una confessione a più voci, comprese quelle degli accusatori. A meno che la verità non si limiti a queste evacuazioni collettive.
Lo stesso vale per il giallo. Il giallo – che non è ovviamente l’atto giudiziario per eccellenza, come comunemente s’intende, l’atto della Giustizia - non appassiona per la soluzione ma per l’intensità delle passioni che coinvolge, odio, orgoglio, perfidia, invidia, avidità, indifferenza anche. A partire dal giallo classico, alla Sherlock Holmes. Il fatto astratto, di giustizia, può far gridare di indignazione ma non è buona lettura. È questo intreccio che appassiona in Sherlock Holmes. È l’assenza di questo intreccio, se non nella forma generica del sospetto, che rende indigesti gli eventi italiani, i terrorismo e di mafia, pur così cruenti e inviluppati.

letterautore@antiit.eu

venerdì 6 novembre 2009

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (46)

Giuseppe Leuzzi

Fuori l’Italia dal Sud
Una notte di dicembre i carabinieri in assetto da guerra assaltano la casa in campagna a Castellace. Papà e mamma restano per ore col cuore in gola. I carabinieri non hanno un mandato, ma il maggiore D. che li comanda urla come un ossesso che li sbatterà in prigione perché tengono nascosti dei latitanti. La casa è grande ma d’impianto semplice, con pochi mobili, si vede in pochi minuti che non c’è nessuno. Il maggiore però è inflessibile, vuole i latitanti, e la perquisizione dura fino al mattino. A Pasquale e Domenica non è concesso neppure di vestirsi.
Un anno dopo Domenica, 67 anni, sarà morta. Ma forse il tumore si sarebbe manifestato anche senza l’eroico maggiore D.
La casa in campagna rimarrà per sempre chiusa.

Oggi, trent’anni più tardi, sappiamo che i capi-mafiosi M. di Castellace, gli stessi che hanno organizzato l’esproprio dei (piccoli) proprietari, erano confidenti dei carabinieri.
Opera dei pupi? Ma tragica, purtroppo.

L’esattore inflessibile riceve al motel. Quando riceve informalmente: al motel prende i pasti, è di fronte al palazzo dove ha l’ufficio. È sardo, l’hanno mandato di fuori via perché sia inflessibile.
Il palazzo dove ha l’ufficio è noto come palazzo Mammoliti. Il motel sarà confiscato con tutte le proprietà dei Piromalli.

Si recava da papà qualcuno che aveva deciso di partire per le Americhe per i soldi del biglietto. Si partiva attorno al 1950 per l’Australia, il Canadà, l’Argentina e l’Uruguay. Se papà rispondeva: “Ah come mi dispiace. E perché parti? Certo, quando c’è il bisogno… Ora mi trovi in difficoltà, ma fra un paio di mesi sicuramente qualcosa ti potrei mettere insieme”. Un paio di mesi era quanto il richiedente non poteva aspettare, avendo ottenuto il visto o ricevuto l’atto di richiamo, ma si creava con quella risposta una sintonia e quasi un’amicizia, e l’emigrato, quando tornava, volentieri veniva a fare visita a papà, e spesso gli portava un regalo. Se invece papà anticipava i soldi, in tutto o in parte, si creava un nemico. Il beneficato o dimenticava di dover restituire i soldi, seppure con comodo, con piccole quote, naturalmente senza interessi, o comunque veniva a concepire una sorda antipatia, che i suoi parenti avrebbero effuso con voci malevole. La buona razza di un uomo sta nella generosità naturale, che non si nota. Ma a volte bisogna far pesare il bene, se non si vuole creare il male.

Camorra è dunque spagnolo: lite. Camorrista pure: litigioso.

Sempre più s’incontra fuori “Fuori l’Italia dal Sud”: burocrazia, inefficienza, corruzione. Burocrazia che vuole dire sbirri e prevaricazione, ipocrisia anche. Si veda la Germania, scossa da Duisburg, da cui però si ritiene immune, isolando il caso, mentre celebra una riunificazione che è tutta una matrice dell’eccidio. Di intenzioni magari buone, perché no, che però sono sommerse dal fallimento. Perché la sostanza della riunificazione era bacata
(http://www.antiit.com/2009/11/la-riunificazione-bacata-in-germania.html).

I mafiosi hanno macchine tedesche. Prima avevano le Alfa. Ma quando la Fiat ha preso l’Alfa ha rivisto la lista dei concessionari. Le Alfa le ha volute anche pagate.

Non sono ancora accessibili (2009) gli archivi del ministero della Difesa sulla repressione del brigantaggio.

Anna Castaldi, esperta di diritti dell’infanzia, madre di Jacaranda Caracciolo-Falck, nel 1995 in Cecenia, dov’era funzionaria Onu, sotto i bombardamenti russi, veniva commiserata in ogni villaggio: “Poveretta, come fate a vivere in un paese così crudele e violento!”. I ceceni vedevano “La Piovra”.

Carlo Levi ha l’aneddoto del medico torinese confinato in visita dal vecchio prete. Che gli offre il vino in un bicchiere sporco. Questo è il problema di conoscere il Sud: rifiutare a causa del bicchiere immondo il vino genuino – la verità del vino?

Il Sud è il Nord, non c’è altra spiegazione: la “questione meridionale” è l’effetto del patto tacito, d’interessi, per l’unità d’Italia, tra la monarchia e la borghesia produttiva del Nord e il notabilato possidente, o borghesia rurale, del Sud. Soddisfatta, dice Guido Dorso, “La rivoluzione meridionale”, p. 217, del suo “feudalesimo municipale”.

Il Regno si diceva stretto “tra l’acqua benedetta e l’acqua salata”. Per questo isolato. Ma infertile in realtà per la solitudine dell’ultimo colonizzato: il Sud interno sostituisce nell’Occidente il Sud del mondo indisponibile.

Il Sud è la mancanza d’identità. In questo senso la sua condizione, malgrado la costituzione e la libertà, è quella del colonizzato, indotta dalla cultura dominante. La sua storia comincia e finisce con Cavour, Garibaldi e i Savoia. La sua letteratura nasce con Verga. Senza un Monteverdi, un Giotto, un Galileo. Senza nemmeno un santo degno.
Particolarmente sprezzante è la cancellazione della donna, in una società per più aspetti matriarcale - molto più che nelle campagne e le città del Nord Italia. Una bella ragazza del Sud è sempre incerta, sui tacchi o nella pronuncia, una scorfana di Lodi si sente piena di sé.

Bisognerebbe rigirare la carta, e la storia. Non rivoltando i luoghi comuni (anche se in "Giù al Nord" si ride con piacere) , ma proprio con l’“e se?”, e con fini spettacolari: e se Annibale avesse vinto a Canne? E se i bizantini, i normanni, Federico II…? Rigirare la storia anche con argomenti seri: l’opera a Napoli, e la musica italiana, la filosofia, il barocco e l’architettura in genere, la ricchissima pittura meridionale.
Basterebbe un diverso approccio nel narrare storie. Per esempio un non Alvaro in Calabria.
In vacanza nel Salento, tra pietre, borghi e spiagge cristalline, s’incontrano molti giovani lombardi, forse emigrati di seconda generazione, con fidanzati egualmente del Nord, entrambi normalmente brutti al confronto dei lussureggianti locali, le ragazze soprattutto, che fissano la bellezza dei luoghi. Ma non complessati e nemmeno interessati, sicuri anche nel oro pallore, che le salentine inutilmente scrutano ansiose.

Dove manca il senso della giustizia manca quello dell’estetica (è argomento del giurista e ellenista Saverio Siciliano). E viceversa. È concetto greco.

Portati dal Levante, o dal grecale, i forti venti di Est-Nordest, i greci passarono in Magna Grecia, in Sicilia, nella Provenza, nella Spagna del Sud, ma non nell’Illiria, appena sopra l’Epiro.

leuzzi@antiit.eu

La riunificazione bacata in Germania

La riunificazione tedesca si è fatta ufficialmente con un atto di generosità, il cambio alla pari del marco orientale. Che invece nascondeva l’ingordigia di piccoli e grandi imprese occidentali, di liberarsi dei fondi di magazzino, facendoseli comprare “alla pari” dai venti milioni di orientali affamati di shopping. Dopodiché, finita la festa, la disoccupazione è cominciata, con il dissanguamento delle casse dell’Ovest, per gli ammortizzatori sociali ormai non più sostenibili ma non eliminabili pena la pace sociale.
Pensare a una buona riunificazione non era difficile se solo si fosse superata l’avidità, bastavano tre iniziative. Dare una riconoscimento di eguaglianza all’Est, ma sotto forma di stipendio, sufficiente, con reale potere d’acquisto. E a questo scopo dare un’occupazione onorevole e sufficiente all’Est. Due soli strumenti sarebbero bastati: a) assumersi per un periodo predefinito, poniamo trent’anni, le pensioni della Germania Est, fiscalizzando gli oneri sociali, in modo da farne la nuova frontiera tedesca e europea del lavoro, la Polonia, l’Ungheria e la Romania messe assieme; b) concentrare all’Est per un periodo (quindici anni? trent’anni?) le risorse federali per il disinquinamento. Le due misure non avrebbero contrastato la normativa europea a protezione della concorrenza, e avrebbero portato la Germania Est al livello dell’Ovest in due-tre generazioni. A un costo che si può stimare un terzo di quello che la Germania ha sopportato nel decennio 1990 senza costrutto. Ogni anno sono finiti nel baratro all’Est fra i dieci e i venti miliardi di euro. Con molto meno si sarebbe finanziato il punto a), a un costo sempre decrescente, e attivando un sostanzioso rifinanziamento degli ammortizzatori sociali.

giovedì 5 novembre 2009

Problemi di base - 20

spock

Perché la poesia è scomparsa con le donne?

Perché Dio non parla? Non ha un’opinione? Nemmeno di Berlusconi?

Immagazziniamo miliardi d’immagini ma solo rispuntano quelle tristi – noiose, squallide, angosciose: perché? “Perché la sofferenza passata, aggiungendosi di continuo alla sofferenza presente”, dice Balzac, “opprime l’anima con un peso schiacciante”. Ma anche la letizia allora, specie per l’artista, che ne trova molta nei suoi mondi, per l’opera stessa della creazione, anche nel tragico. La paura è risposta più pertinente: perché la vita è paura?

La vita è a ogni istante un atto di fede, oppure di coraggio?

Perché il borghese è antiborghese?

Perché la religione è sul campo di calcio più che in chiesa?

Perché Di Pietro è un politico, se è un antipolitico?

Viene il credito dal “Credo”?

Se il mondo fosse vergine (creato increato) dove sarebbe?

spock@antiit.eu

Balzac in giallo

Da tempo indisponibile (tradotto da Editori Riuniti e da Theoria), un racconto mozzafiato su un albergo al bordo del Reno dove s’intrattengono in lieta conversazione gli avventori occasionali, due giovani francesi e un ricco mercante tedesco. All’alba, il mercante è rinvenuto decapitato.
Dedicato a Astolphe de Custine, l’autore del brillante “La Russia nel 1839” e di non brillanti “Lettere dalla Calabria", “L’auberge rouge” è una storia vera, assicura la sorella dell’autore, Laure Surville: “L’argomento gli fu suggerito da un ex chirurgo militare, amico dell’uomo ingiustamente condannato, mio fratello si limitò ad aggiungere l’epilogo”. Una lezione doppia allora, come romanzare un fatto di cronaca, come montare un giallo prima del genere.
Honoré de Balzac, L’auberge rouge, Folio, pp. 67, € 2

mercoledì 4 novembre 2009

La pastetta Opel

Il parcheggio di Opel col consorzio canadese-russo (canadese-russo...) Magna-Sberbank ha esaurito la sua ragione d’essere e General Motors si riprende il gruppo tedesco. Si sapeva (vedere http://www.antiit.com/2009/08/ombre-25_19.html e http://www.antiit.com/2009/05/con-opel-o-meglio-senza.html), anche se non diceva, e quindi la novità è relativa. Se non che si è trattato di una vera e propria pastetta, la quale però, essendo opera della General Motors e del governo tedesco, non ha suscitato le sopraccigliose ire delle vestali del buon capitalismo, gli “Economist”, “Financial Times”, “Wall Street Journal”.
Non c'è nessun ragione per fare oggi quello che Gm non ha fatto un anno fa. Ma un paio di obiettivi la finta cessione li ha ottenuti: è stata una pastetta ingegnosa, più che vergognosa. La parte vergognosa, l’iniezione gratuita di liquidità da parte del governo tedesco, ben tre miliardi di euro, infatti non è passata al vaglio dell'Unione Europea. Ma Opel e le banche tedesche ne hanno beneficiato come ombrello in questi difficili dodici mesi, evitando di dover proclamare il fallimento. I capitali necessari saranno reperiti ora da General Motors. Ma il fabbisogno intanto si è ridotto, da tre a due miliardi. Perché, secondo effetto positivo della pastetta, i no pasaràn con cui i sindacati e alcuni paesi (in particolare il Belgio) avevano affrontato i piani di ristrutturazione di General Motors prima e poi di Fiat si sono addomesticati. Almeno quattro impianti, chiusi temporaneamente, non riapriranno. E la forza lavoro si ridurrà del venti per cento, diecimila unità, entro questo anno. Grazie a un accordo raggiunto la mattina di martedì – è nel pomeriggio che il board di Gm ha reintegrato Opel. Magna, che vive di General Motors, si ritira in buon ordine: “Continueremo a sostenere Opel e Gm”.

La caduta del Muro sia cosa tedesca

Decollano infine le celebrazioni della caduta del Muro. Con brio anche. Ma limitandole a cosa tedesca. Nessuna revisione storica, non solo in Italia, in tutta Europa. E non solo a sinistra, che pure in Europa annaspa, anche a destra. Specie a Roma, dove il sindaco Alemanno soprattutto lavora a presentarsi vergine, se non di sinistra – non ci sono stati neofascisti in Italia, nonché comunisti. Non si dice male, pensare, nemmeno dell’Unione Sovietica, che pure nessuno difende, o del solito Stalin – Stalin lo condanna Medvedev ma tra gli sghignazzi: il presidente russo essendo un putiniano non ha diritto di pensare. La caduta del Muro si celebra come una partita di calcio, che la Germania dell’Ovest ha vinto sulla Germania dell’Est.
Dove c’è materia a qualche fotoreportage, la questione viene al più relegata al caso personale. Ceausescu era una belva umana – che era l'unica cosa che non era. Gorbaciov era un sincero democratico – cosa che assolutamente non era, era un burocrate di partito. I capi comunisti tedeschi erano marionette del Kgb – mentre erano tedeschi molto impegnati, sia pure per il totalitarismo alla 1984. Non c'è la Resistenza europea, che ha lottato per cinquant’anni contro il sovietismo: nessun libro, nessun film, nessun documentario, nessuna testimonianza. O anche semplicemente il ruolo dei polacchi, degli ungheresi, dei cecoslovacchi, nel crollo del comunismo. Non c'è il Diamat, il grossolano materialismo storico che ha infettato per mezzo secolo la migliore intelligenza europea. Non c'è il sovietismo perdurante, fino all’ultimo minuto, del Pci, con Berlinguer e dopo, per ragioni di cassa, e per opportunismo. Pur nell’attualità, nell'angoscioso interrogarsi dove va oggi l'Italia, non un'indagine sul perché, tra destra e sinistra, un italiano su tre, e forse uno su due, si sia lasciato attrarre dal totalitarismo – o forse questo c'è, nel silenzio perdurante: non c'è mercato per chi volesse denunciarlo.

L'aprile crudele di Moretti

Resta il monumento a Berlusconi, mai così bello, persuasivo, perfino onesto - nessun regista di casa Fininvest è stato così bravo. Anche, indirettamente, per l’addomesticamento di Bossi, che qui si vede trionfante senza contrappunto a Venezia proclamare la Padania indipendente – vezzeggiato allora, si sa, da Scalfaro e dalla sinistra. Non c'è molto altro da vedere in questo film del 1998, nella restrospettiva che Sky (Murdoch...) dedica a Moretti: un anticipo del Caimano, anche se con siparietti più vivaci.
Moretti cresce e scopre che non sa niente di politica (in realtà che non gli interessa). Ma esita (paura? opportunismo?) a farne un film. Costeggia la verità ma si ritrae (nella piccola gag delle lettere non spedite al partito, conferma il feroce antisocialismo del Pci, cioè la faziosità, la politica come assolutismo – ancora non c'erano da digerire i democristiani nel Pd...). Anche in questo anticipa il "Caimano": qui nel chiamarsi fuori, lì nell'invettiva. Ma sempre nell'ambiguità. Entrambi i film - veniva da dire entrambe le operazioni - sono berlusconiani: pamphlettistici, ma senza fantasia né ispirazione, e per questo berlusconiani, per l'opportunismo commerciale e la prevalenza del marketing (i tempi di uscita, le molte copie, i suggerimenti di lettura...).
La vita col figlio, alla nascita e di un anno, che è il suo lato migliore, resta un fatto privato - tutte le famiglie ormai si fotografano a ogni momento. Per il resto poco di memorabile: il viaggio nel deserto a Brindisi dove sono morti gli albanesi, un'ottantina di persone (non si sa nemmeno quanti sono stati i morti...), della Kater I Rades, speronata dalla Marina italiana, il giornale unico, e il mambo finale in pasticceria – un’altra eco del Moretti che avrebbe potuto e non è stato. O sarà aprile, come vuole Eliot, il mese più crudele.
Nanni Moretti, Aprile

martedì 3 novembre 2009

Ombre - 33

Un commento del "Corriere della sera”, a firma Aldo Grasso, colonna del giornale, cita con accuratezza di riferimenti (giorno, ora, serie, numero della serie, titolo dell’episodio, minuto, attori, attrici, regista, produzione, canale) un telefilm in cui una signorina si presenta in maschera per Halloween in costume da bagno rosso, “praticamente nuda”, e dice: “Capite? Sono un senatore italiano!”. Il “Corriere della sera” è per questo triste: “In certi ambienti, dunque, si pensa che il nostro Parlamento sia frequentato da persone, alla lettera, «scostumate»”, scrive Grasso.
Ma la ragazza è nuda o in costume da bagno? La differenza è importante. E siamo sicuri che la signorina non dicesse governatore: “I’m an Italian Governor”?
Beh, se non altro il giornale lombardo ha fatto un po’ di propaganda gratuita – gratuita? – alla serie della signorina.

Michele Placido indossa la maschera dell’onorevole ispirato sul palco di “Baarìa” e le spara grosse dalla tv di Fazio contro i piemontesi che l’unità d’Italia nella sua Lucania fecero coi moschetti: pallottole e baionette contro l’imberbe gioventù locale. Fazio annuisce. È così che due ignoranze fanno un sapere.
Ma il pubblico, retribuito, applaude: segno che si è accesa la lampadina. Non è ignoranza dunque, ma un effetto del programma. È la Rai dell’odio – ora sfrontata, senza ipocrisia.

Si dà un premo de Sabata per la direzione d’orchestra. Ma non si assegna. Non il primo posto, si assegna un secondo e un terzo posto. Il premio è una condanna, alla mediocrità? O non s’intende un premio tra i concorrenti, bensì un premio alla qualità astratta? Chissà se de Sabata l’avrebbe avuto, mancando per dire un Furtwängler.

Intercettazioni, indiscrezioni, verbali, interrogatori, indagini, sembra che di via Gradoli sappiamo anche troppo. Poi viene una cronista della “romana” del “Corriere della sera” e racconta come Natalia, quella di Marrazzo, sia un magnaccia: “Ci fa pagare il pizzo”, dicono i viados. Il prossenetismo è penale in Italia. Ma evidentemente non fa notizia.

Le solite due pagine su Marrazzo “la Repubblica” illustra ogni giorno con un grande Berlusconi al centro, ora con Marrazzo ora senza, in coppa alla smandrappate vergini di via Gradoli. Giornalismo? Certo. E odio.

Protestano i giudici, chiamati a raccolta dal sindacato contro “le ingiuriose accuse” di Berlusconi. Che li dice politicizzati. Protestano anche i giudici di Roma, il giorno in cui danno un permesso di soggiorno a Natalia, dopo vent’anni di attività clandestina, per così dire, in quanto “testimone di giustizia”. Berlusconi ha accusato i magistrati di essere “comunisti”. Loro dicono di no, e non può che essere vero, Berlusconi sempre sbaglia e comunista è una parola che ha un senso. Mentre invece loro non hanno senso nemmeno del ridicolo. Oppure ce l’hanno, e ci prendono in giro – non sono i meglio pagati della Repubblica? per non lavorare.

“Firenze, la cupola del cemento, arrestato ex capogruppo del Pd”, “Repubblica” ha perlomeno il titolo giusto. Il “Corriere della sera” neanche quello. Ma entrambi i giornali, la coscienza della nazione, confinano l'evento in pagine interne, taglio basso. Roba da poco. Uno scandalo che squarcia il business che tutti sanno, a Firenze e in ogni altra città gestita dal partito degli “amministratori che mantengono quello che promettono”. Un partito che ora evidentemente non “mantiene” più (delivers nel gergo delle mafie americane) - se non nei giornali.
Ma è anche vero che il capo fiorentino del Pd è scoperto e denunciato da un’indagine della Stradale. Della polizia Stradale.

Berlusconi interviene alla fine di “Ballarò” e ridicolizza i primattori di due ore di arrampicate sugli specchi. Per la diversa caratura con Casini, Rosy Bindi e i suoi ministri? No, per dire due cose che nessuno può contestargli. Che i giudici, finora 109, lo inquisiscono sempre – "sono l’imprenditore più criminale della storia?" E che le trasmissioni Rai sono di sinistra.
Sbaglia solo a dire i giudici comunisti. Sono borghesi, come lui, che si ritengono migliori di lui.

Marrazzo, dopo una serie di bugie, l’ultima il certificato medico, si dimette e si ritira in convento.
E questo è Boccaccio, rifatto tal quale. Poi dicono che l’Italia non c’è, s’è squagliata.

La pubblicità del “Dash” è immutata dopo cinquant’anni: “Signora, le do in cambio due fusti per uno”. È anche la pubblicità, benché à la page, anch’essa nuova-vecchia? Sono le “signore” che non sono cambiate in cinquant’anni?

Secondi pensieri (32)

zeulig

Borghesia e libertà - È borghese chi nobilita il denaro. Ma il denaro è come le funzioni corporali, soffre la poca considerazione che circonda i bisogni, rispetto agli umori, la fantasia, le passioni, l’ozio. Il mecenatismo riscatta, ma non basta: se vuole perdonarsi, il borghese deve dissolversi – è uno dei motivi della mortalità del capitalismo familiare sull’accumulo aristocratico, Dio e il mio diritto. Allora anche addio al mecenatismo, o generosità, ma così è: l’uomo si vergogna della sua parte animale. È questa la “contraddizione” vera del borghese: è un tentativo di accettazione della parte meno nobile dell’essere che non riesce.
Ciò non può essere per difetto del tentativo, poiché ad esso si lega la libertà. La contraddizione deve alimentarsi in un errore, o in mancanza di misura, o in un accidente. Altrimenti saremmo condannati in realtà, attraverso il trucco del sogno libero, alla servile irresponsabilità. Se si sottrae alla fisicità, l’uomo non è libero – Balzac: “Solo la realtà ammette l’inverosimile, a me è consentito solo il possibile”.
Petrarca era libero? Lui, forse, sì, i petrarchisti no. Bamboleggiano. Il senso critico è integrale. Chiudersi in uno stabbio è fare la scelta della non libertà. Che è solo apparentemente un paradosso (ma i paradossi sono apparenze): è una rinuncia.

Caos – Mentre si ricompone quello fisico (si analizza, si studia), quello sociale dilaga. Col nichilismo di comodo, l’essenza di ogni individualismo: la reazione è assoluta, totale, senza respiro. Partendo dall’opposto.

Fantasia - È limitata, la realtà creata dalla fantasia. L’immaginario può essere arido, si vede dalla fantascienza. Solo il reale è senza limiti, il mondo, la storia. Gli schemi della fantasia non sono numerosi – Popper dice quattro-cinque: solo quelli che abbiamo registrato. Non si può immaginare l’inimmaginabile: l’imprevisto può solo accadere.

Futuro anteriore – Strana invenzione, di chi non può stabilire neppure una briciola di presente: la pretesa di dire il futuro come se fosse. Ma è, per la stessa ingegnosità, la prova del nove della creatività, della fantasia, del potere del linguaggio.

Hegel – Il più pericoloso, suadente, cretino – anche se lo diceva Schopenhauer. Con la sua Storia bella si sono avute due delle più incredibili manifestazioni di violenza della storia, quella sovietica e quella germanica. Sull’onda della Rivoluzione francese, certo, filtrata da Napoleone: posticcio e quindi integralmente stolido, senza nemmeno il raptus rivoluzionario: Dio come Ragione (Nazione, Popolo, Stato, Storia) è un’equazione da Robespierre in ritardo.
Legare Dio alla politica è un filone luterano. Il Reich Gottes, l’impegno a fondare il regno di Dio sulla terra lo lega a Hölderlin, per il comune patto teologico giovanile. Ma che deliquio al confronto della sensibilità dell’amico – che era pazzo!

Illuminismo - È il linguaggio scientifico (chiamare le cose col loro nome) applicato ai fatti umani, della psicologia, la società, la politica. Della scienza si dice oggi, dopo la lunghissima stagione positivistica, che preferisce e i sentieri indefiniti, mentre non è vero, non vuole fare a meno delle definizioni – ciò che preferisce è, istituzionalmente, l’ignoto. Così dell’illuminismo: non si può fargli carico di limiti che non ebbe – se non nella misura (poco) in cui patrocinò il progresso “progressivo”. Aver chiamato le cose col loro nome, per quanto concerne la società, la libertà, il governo, la famiglia, etc., è una tale massa di novità che soverchia qualsiasi limite. L’anti illuminismo è solo senile, consolatorio, per stanchezza o mancanza d’impulsi.

Occidente - È andare più in là. Verso il tramonto? La presenza costante della morte lo caratterizza, continuamente respinta – lo ricarica?

Politica – Non si esercita senza retorica. Il linguaggio politico è tutto figurato: allusivo, doppio, eccessivo, incitatorio, demagogico, understated, lugubre, violento. Non riguarda le cose da fare, se non indirettamente, le parole non vi hanno una valenza fissa, ferma.
È il campo della fantasia di tutti, non più unicamente degli artisti? S’innesta su un accumulo pregresso di tutti. Ma è falsa. Sono veri gli ingredienti, la violenza e i suoi derivati: potere, menzogna, lusinga, impegno, generosità, avidità. Il cocktail, invece, ha regole non vere.

Tecnica – Quella che si condanna è il fantastico del Ventesimo secolo. Il Novecento è stato animato da una profonda tendenza al fantastico, di origine scientifica. L’Ottocento aveva reintrodotto il fantastico-fantastico. Il Novecento ha abbandonato il soprannaturale per il meraviglioso elaborato scientificamente. C’è una differenza di linguaggi tra i due secoli, ma un compiacimento consimile per l’istintuale. Il Novecento non è il secolo della tecnica: coltiva l’eccesso, senza limiti. L’ebrietà da esiti tecnici ha influito, ma l’eccesso è stato soprammesso alla tecnica. Come uno che voglia aggredire il vicino e dica che è tutta colpa dei perfezionamenti del coltello. Quale intensità devono avere avuto l’odio e la paura per portare alla Bomba? O non fu mero compiacimento?

zeulig@antiit.eu

lunedì 2 novembre 2009

Il mondo com'è - 25

astolfo

Antipolitica – È la politica del più forte. La politica è la leva della giustizia, naturalmente democratica, l’antipolitica è la giustizia della forza.
Coltivata in Italia per decenni in ambito liberale e radicale come critica della partitocrazia (Maranini, Scalfari, Ronchey), è diventata negli anni Ottanta scudo e punta di lancia dei “padroni”. Cefis ha aperto la strada solitario negli anni Settanta, Romiti (Agnelli), De Benedetti e poi Berlusconi hanno fatto la corsa e infine l’hanno vinta. Con i media, e il sottile controllo degli apparati della legalità. All’insegna della semplificazione della politica (bipolarismo) e della governabilità. In realtà al solo fine di “occupare la politica”, non di renderla efficiente – e anzi sempre contrastando ogni autonomia della politica.
Successivamente, dissolvendosi la critica laica nel compromesso storico, vi ha inoculato il veleno dell’antipolitica. Per cui il partito Comunista, che aveva un terzo degli amministratori pubblici in Italia, li ha abbandonati al discredito preconcetto, lieto come un qualsiasi partito d’opinione di fare la lezione di morale alla storia. Gli amministratori pubblici comunisti, un esercito, si trovarono esposti al discredito non per colpe specifiche ma in quanto professionisti della politica – a opera del loro stesso partito, dei compiaciuti salotti romani del loro partito.
Rapidamente ha poi elaborato un’antipolitica di secondo grado, quella delle caste, non dipendenti dalla politica ma ad essa non estranee. che denuncia nel mentre che le pratica, in una sorta di gioco dell'oca.

Antipolitica è anche la faziosità, che connota tutta la storia della Repubblica. Lo storico De Felice la addebita all’antifascismo. Non in quanto fenomeno storico della resistenza al fascismo e in guerra, ma in quanto categoria costituzionale, della Costituzione materiale del dopoguerra: la demonizzazione dell’avversario politico, la conflittualità sociale esasperata, sempre e comunque, l’assemblearismo inconcludente, che si soddisfa nel rendere impossibile il governo (il “governo attraverso la crisi”). Ma essa è comune, si può aggiungere, oltre che alla galassia ex comunista, anche a quella ex confessionale. Di cui sono espressione i gestori dell’opinione pubblica, la Rai e i grandi giornali. Che in Italia sono tutti padronali, e quindi estendono la faziosità - l’impossibilità di governare - a un fronte non più antifascista ma di interessi costituiti. Interessi economici e – chiudendo il cerchio con De Felice – anche politici, i cosiddetti feudi confessionali e postcomunisti.

Comunismo – È, è stato, la crisi della ragione. La riduzione della ragione a tecnica del potere, cioè del desiderio, del consenso. Il settarismo ne era, e ne è, il pilastro: indistruttibile. Sempre trucemente vivo, contro i socialisti e ogni altro riformista. Lo è stato e lo è pure nel terrorismo: da Guido Rossa e Tobagi a D’Antona e Biagi. Altrove, in Germania, in Francia, il terrorismo brigatista dichiarò guerra ai “padroni” e a nazisti, in Italia ai socialisti e ai riformisti.

Dopo il crollo di fine 1989 si realizza quanto esso abbia imposto d’abietto all’Europa: non trova un solo difensore. Ma resta forte nei cuori, perché ha monopolizzato la protesta e la speranza, la critica, l’opposizione, il chiamarsi fuori, che si lega alla speranza. Ha inflitto più sofferenze di qualsiasi altro regime o ideologia, con pochi o nulli benefici, ma resta nei cuori perché ha il monopolio della protesta radicale, del rifiuto. La sua forza è il chiamarsi fuori.

Germania – Dopo vent’anni si vede, con la riunificazione tedesca l’Europa è tornata indietro di un secolo. Alla Mitteleuropea pantedesca delle buone intenzioni. Al concerto delle potenze europee: Merkel, Sarkozy, Brown sono patetici, eppure si concertano. Alla “Germania grassa ma impotente” di Churchill. Dentro la One World Vision di Roosevelt.

Musei ovunque e per tutto, per ogni specie di ricordi: popolari, sociali, materiali (di arti e mestieri, di oggetti, di condizioni di vita), zoologici, botanici, sempre nazionali, archeologici, etnologici, militari, letterari, politici. È un’ansia curiosa – patologica? – questa ricerca oggettivizzata di identità. Voler riempire un’incertezza (vuoto?) con serie ed elenchi di oggetti classificati e autenticati professionalmente (scientificamente).

Fra i tanti legami sotterranei fra italiani e tedeschi c’è il totalitarismo – la richiesta di totalità alla politica. I tedeschi li hanno avuti tutt’e due, il nazismo prima, lo stalinismo dopo. Gli italiani non ci sono riusciti. Ma non disperano: se in tutta la Germania, che è così grande, non si contano ora più di due milioni di comunisti, in Italia ce ne sono ancora più di dieci, in piena crisi del comunismo, e anzi la vocazione nazionale è al sovietismo, al potere insindacabile. Non per nulla gli italiani sono stati fascisti per un numero di anni doppio dei tedeschi,

Politicamente corretto – È l’eloquio dell’indistinzione, di generi, culture, confessioni, che s’impose alla fine del secondo millennio nel quadrante nord-occidentale, Usa-Europa. In contemporanea con la globalizzazione, che è l’assetto dell’economia imposto dal quadrante nord-orientale, Usa-Cina. Ma per un riflesso interno allo stesso Occidente: è la difesa, debole, della politica nell’età dell’antipolitica. Ne segna il disfacimento, dopo la delegittimazione dell’Auctoritas al tempo del Vietnam e di Praga, e ne tenta il recupero delle forme esteriori. In linea con la parallela falsificazione del sapere e della storia – ora nelle forme del relativismo e del revisionismo. È un surplace della politica, uno standstill, un segnare il passo, non ininfluente: la difende nel mentre che ne persegue e sancisce l’irrilevanza, è cioè la politica dell’antipolitica - indecisione, indistinzione, e quindi la forza invece dell’equilibrio (giustizia).

Priorità – L’Italia arranca da trent’anni, da quando ne perse dieci nei “nuovi modelli di sviluppo” che Moro e Berlinguer divisavano per sostenere con l’austerità (le urgenze, le priorità) la loro politica di compromesso. Sostenuti da Ugo La Malfa, l’economista, il quale vedeva il diavolo nella tv a colori. Come se agli italiani fosse mancato il pane. Senza capire che, al dieci o venti per cento degli italiani cui difettava, il pane poteva arrivare più abbondante e sicuro solo producendo e vendendo televisori e stereo, in maniera da assorbire i disoccupati (13 per cento) e incrementare le pensioni inferiori al minimo vitale (7 per cento – pensionati al minimo senza altri redditi).
Fuori dalla politica, questa è l’economia pensata in termini di sopravvivenza. Ma quanto c’entra in questa propensione il senso di colpa per i guasti e gi sprechi che accompagnano l’economia dei consumi di massa, e quanto invece l’ancestrale diffidenza verso la storia, verso ogni soluzione pratica? Che si dice utopia ed è voglia di dissoluzione?

Università – “Non avevo l’ulcera quando facevo la prostituta, mi è venuta all’università” (Kate Millet, “Prostituzione”, 29)

astolfo@antiit.eu

L'uomo è Dio contro Dio

È l’ultima, timida, apparizione di Jeanne Hersch dieci anni fa in Italia, senza seguito. Forse per l’introduzione disattenta di Starobinski, o la postfazione fin troppo densa di Roberta De Monticelli. Una raccoltina di saggi e racconti piena sempre d’interesse. Di una che non dev’essere stata facile, se, “giovane sola”, scriveva all’amato la “filosofia della finitudine”. La sua Eva di Autun “nasce” qui “contemporaneamente alla colpa, all’esilio, all’esistenza”.
Sulla traccia di Heidegger, che seguì a Friburgo dopo lunga e simpatetica frequentazione di Jaspers, al modo di Hannah Arendt, Jeanne Hersch scrive il disagio dell’epoca, la scissione, “la condizione della nostra realtà – del non essere”. Ma in tratti chiari e lievi (“Qui, nel dono d’essere a sé caduchi”), tanto quanto quelli di Heidegger sono sulfurei. Pieni di sorprese. Nella celebrazione della Festa. O della separazione. O del ricordo - “Per la colpa nell’addio, non c’è addio”. Una scrittura suggestiva, non irreale a freddo. La creazione è la creazione dell’Amore. È quindi “Dio contro Dio”: “L’uomo così fu campo di battaglia di Dio contro Dio”.
Jeanne Hersch, La nascita di Eva

Breve storia dell'unità - 10

In difficoltà a tradurre le ditirambiche “Memorie” di Garibaldi sui Mille, volendo restare fedele all’originale, fino alla “incoerente sintassi”, lo storico americano W.R.Thayer suggerisce “un interessante parallelo tra i migliori passaggi di Garibaldi e quelli di Whitman”, il poeta.

La spedizione dei Mille ebbe lunga e non segreta preparazione. Già in aprile Genova era piena di patrioti. Ma senza armi né fondi. A metà aprile Crispi andò a Milano, a chiedere del Fondo per un milione di fucili, come mai le promesse non venivano mantenute. Finzi spiegò che le armi erano state sequestrate al momento in cui, già disposte nelle casse, stavano per essere spedite. Crispi si rivolse allora a Farini, ma il ministro dell’Interno rispose che la questione doveva essere risolta da Cavour e Garibaldi. I radicali ne trassero motivo per incolpare Cavour del sequestro delle armi. Ma la decisione era del governatore di Milano, Massimo d’Azeglio. Che lo riconoscerà in questi termini, in una lettera un mese dopo: “Poiché ho la reputazione di uomo onesto da mantenere, a Milano seguo la mia propria politica. Ho rifiutato le armi a Garibaldi, ho dimesso un sindaco che invitava ad arruolarsi per la Sicilia, e ho notificato agli Italianissimi che, a mio avviso, si può dichiarare guerra a Napoli, ma non avere un ambasciatore lì e mandare armi ai siciliani”.
Aveva puntato su Milano fin da giovane, Massimo Taparelli D’Azeglio, per quella carriera di “artista e letterato e musico e scrittore di scienze politiche e condottiero di truppe e presidente di ministero” che si era presto disegnata. E di Milano aveva puntato al cuore, i “Promessi Sposi”. Al suo intendente a casa scrisse subito, quando a trentatrè anni, bello e ricco pittore bohémien, emerse a Milano: “La mia idea di diventar cognato dei promessi sposi potrebbe realizzarsi presto”. Dopo un mese era già nel cuore di Alessandro Manzoni, tutto quello che Manzoni non era riuscito e non riusciva ad essere, sfrontato, e dopo due ne aveva sposato la figlia Giulia. Da cui ebbe la figlia Alessandrina, Rina. E subito dopo mantenne in un certo senso anche l’impegno a diventare cognato. Alla nascita di Rina, infatti, seguirono la morte di Enrichetta Blondel e di Giulia. A meno di un anno dalla morte della moglie, D’Azeglio era già risposato con Louise Maumaray, una cugina di Enrichetta chiamata in casa Manzoni tante Louise. Manzoni reagì male, e fece anche causa a D’Azeglio per l’eredità della nipote Rina. Ma presto nuovamente soggiacque all’impeto del genero.

I Mille del Granicolo sono tutti vecchi. Presero i Borboni per stanchezza?

domenica 1 novembre 2009

Italia e Spagna: l'odio e la divisione

Non c’è paese più diviso della Spagna da un paio d’anni a questa parte. Tra cattolici e laici, tra destra e sinistra, tra affaristi, che più spesso sono di sinistra, e non, tr catalani e spagnoli, o baschi e spagnoli, ora tra ricchi e nuovi poveri, e ancora tra franchisti e repubblicani. Il governo Zapatero ha accentuato in ogni sua singola espressione la divaricazione con la Spagna tradizionale, conservatrice, religiosa, unitaria. A ogni sua iniziativa anzi dando sempre un significato polemico, e perfino estremista, dal matrimonio omosessuale al cambiamento di sesso e all’aborto libero per le adolescenti, molto concedendo agli indipendentisti catalani, radicalizzando perfino la storia della guerra civile, con l’esumazione di fosse comuni e la ricerca di questa o quella vendetta “non giustificata”. Su questa base ha vinto ancora recentemente la riconferma alle elezioni.
La crisi dell’economia lo ha ora messo in difficoltà. E le manifestazioni di protesta del partito Popolare e delle autorità religiose s’intensificano, anche nella partecipazione. Ma non c’è in Spagna l’odio che c’è in Italia. Dove nessuno peraltro estremizza le scelte politiche, e anzi destra e insita pascolano allo stesso centro informe. Gli stessi giornali spagnoli che, in chiave italiana, sanciscono e fomentano l’odio, specie il gruppo Prisa (“El Paìs”), in politica interna sono considerati e mai indulgono all’odio. Lo stesso Zapatero, ospite di Berlusconi recentemente, ha mostrato di non capacitarsi di un odio verso un personaggio da cui pure tutto lo divide, politicamente e caratterialmente.
La ragione può essere che in Spagna di discute e si decide di politica, mentre in Italia no. Non si decide, e non si discute nemmeno. Ma questo è il problema, non la spiegazione. La spiegazione più probabile è che gli organi d’informazione, giornali e televisioni, non sono infetti in Spagna di odio vecchio e mai vaccinato come invece lo sono in Italia, dove anzi le proprietà lo trovano conveniente. Se non in termini di copie vendute e di ascolti, che sono in crisi, in termini di pubblicità e di potere. Il gruppo spagnolo nel quale solo si riscontra l’odio italiano, quello del “Paìs”, è quasi italiano: si aspetta il salvataggio dal fallimento (ha debiti più che doppi del fatturato) da Berlusconi.

Breve storia dell'unità - 9

Per un periodo, Cavour fu irritato ma non preoccupato dall’inerzia seguita alla vittoria di Solferino: non immaginava che Napoleone III potesse venire meno agli impegni, e ai suoi stessi interessi. E quando seppe della “mezza pace”, quasi ne fece colpa a Vittorio Emanuele, che aveva solo la colpa d’averlo saputo tre giorni prima di lui, trovandosi sul fronte delle operazioni. Il telegramma del principe Napoleone, che la mattina del 9 luglio gli annunciò l’armistizio, lasciò Cavour ancora incredulo. Ne discusse tutto il giorno col segretario privato Costantino Nigra e solo la sera si decise a prendere il treno. A Desenzano, la mattina dopo, la gente alla stazione già sapeva che i due imperatori si stavano per incontrare e firmare la pace.
Cavour arrivò a Villa Melchiorri, a Mozambano, dove Vittorio Emanuele aveva i suoi quartieri, come una furia, su una carrozza di piazza. Di una furia che il re incredulo prese per insolenza. E ai suoi, dopo il lungo colloquio, di cui non si conoscono gli esatti termini, spiegò: “Cavour vorrebbe che facessi questa guerra da solo. Ma io non ho perso il lume della ragione”. Il giorno dopo, al generale Solaroli, aggiunse: “Napoleone dice di avere più di un motivo di dolersi di Cavour, ma doveva proprio sacrificare una nazione per un uomo?”

Dopo il re Cavour cercò Napoleone III. Ma l’imperatore non lo ricevette. Con Vittorio Emanuele Napoleone III si era lamentato delle intromissioni di Cavour in Romagna, come se fossero esse all’origine del cessate il fuoco e l’armistizio. E alla richiesta di Cavour fece rispondere: “Il Conte vuole mettermi in cattiva luce, un incontro nelle condizioni attuali non ha senso”. Non ci fu però altro motivo per l’armistizio se non la decisione di Napoleone III di fermare la guerra: il suo obiettivo era solo d’indebolire l’Austria. In nessuna alleanza si fa la pace senza consultare l’alleato. Lo stesso Vittorio Emanuele Napoleone III non trattava come un partner ma come un vassallo.

Cavour ebbe accesso solo al principe Napoleone. Il principe Napoleone Giuseppe Carlo, figlio di Girolamo, ufficiale dell’esercito del Württemberg, cugino di Luigi Napoleone III, attempato dongiovanni a cui si era pensato di dare in sposa la principessa Clotilde, la filia prediletta di Vittorio Emanuele. Ma, questa è la storia, il rubizzo principe non stimava né temeva Cavour, per cui ebbe con lui uno scambio franco: Napoleone III aveva deciso e non c’era nulla da fare. Quel 10 luglio Cavour lo passò come una furia. A La Marmora, il suo sodale più stretto nell’esercito, fece capire che, se non c’era altra soluzione, allora bisognava “ricorrere”, rimettersi in guerra. La Marmora disse che l’Inghilterra comunque li avrebbe sostenuti, anche senza la Francia. Ma che Cavour era un pazzo a rifiutare la Lombardia, poiché Napoleone e Francesco Giuseppe sicuramente si sarebbero messi d’accordo.
La sera tardi di giovedì 11 luglio Cavour tornò a Villa Melchiorri. Verso mezzanotte il re, scortato da Nigra e dal generale Solaroli, vi rientrò da Valeggio. Lamentando, lungo la strada, i termini dell’armistizio: “Siamo rovinati! Ci diedero di più nel 1848, quando eravamo soli, che oggi. Ci danno la linea del Mincio, senza Mantova né Peschiera, senza il ducato di Modena…”. Ma all’incontro con Cavour a mezzanotte prese le escandescenze del capo del governo come un altro segno d’insolenza. Cavour insisteva per una guerra da soli, alla fine annunciò che si sarebbe dimesso, e si alzò per andarsene. Vittorio Emanuele fece chiamare La Marmora e si raccomandò: “Portatelo a dormire, ha bisogno di riposo”. Vittorio Emanuele diceva che una guerra avrebbe potuto cancellare anche il Piemonte.
Un altro colloquio la mattina alla sette non mutò le reciproche posizioni. Il re andava ripetendo a tutti che si era trovato in guerra, e ora in questa difficile situazione, per iniziativa del solo Cavour: “Lo compiango ma non può più essere insolente”. E tuttavia, al momento della messa a punto dei preliminari dell’armistizio con Napoleone III, fece valere una serie di riserve attraverso La Marmora. Al punto che lo stesso imperatore convenne con la formula poi famosa: “Firmo per quanto mi concerne”.
Era il 12 luglio. Cavour rientrò a Desenzano con Nigra e la sera riprese il treno per Torino. Subito crollando in un sonno profondo. Sbarcò a Torino all’alba del 13 “invecchiato in tre giorni di molti anni”, secondo Nigra e Isacco Artom.