giovedì 25 marzo 2010

La guerra giusta non è filosofica

Non c’è guerra umanitaria. Non c’è un diritto d’intervento. “La guerra preventiva non è giustificabile, la forza preventiva sì”. Sotto forma di embarghi, divieti, controlli. E ancora: “Il ricorso alla forza «fuori guerra» è ammissibile a due condizioni”: la cooperazione di numerose nazioni, cosa purtroppo impossibile per le renitenze europee, e un intervento circoscritto.
Si ripubblica con la prefazione post-Iraq questo testo ormai classico sulla guerra giusta del 1977. Ma eliminando quella ben più preziosa della riedizione 1991, sulla guerra del Golfo, successiva alla prima traduzione italiana, uscita nel 1990 presso Liguori. Nel saggio in tempo reale sulla guerra del Golfo, il filosofo di Princeton arguiva, contro il pacifismo, soprattutto delle chiese, che anche una guerra moderna può essere giusta. A condizione che abbia una base giuridica, che sia di “ultimo ricorso”, e che sia proporzionata all’offesa. Benché più massiccia, può essere meno distruttiva che un assedio di mille o duemila anni fa, che mirava a sterminare la popolazione. Non c’è invece un diritto di liberazione degli Stati. Non c’è un “diritto d’intervento” come è stato richiesto da Clinton (guerra alla Serbia) e anche da papa Giovanni Paolo II, in difesa dei diritti umani. Un regime di libertà ha bisogno di uomini e donne che lo apprezzino tanto da rischiare la vita per crearlo e difenderlo, ora come ai tempi di John Stuart Mill: “La forza «fuori guerra» non permette la democratizzazione forzata”.
Walzer ammette la guerra (la guerra giusta) in più casi. Ma per un caso come quello iracheno, e domani chissà iraniano, auspica “una politica non coercitiva che riposi sul lavoro di organizzazioni non governative come Human Rights Watch o Amnesty International”. Come dire che la filosofia è di poco aiuto contro la guerra.
Michael Walzer, Guerre giuste e ingiuste, Laterza, pp. XX-427, € 24

L’aggressione “desiderante” al piacere

Un dizionarietto non più simpatico, queste 46 voci, per argomentare la scoperta della jouissance, che si traduce godimento, da distinguere dal piacere. Un ammasso di paralogismi. Fatalmente ossidato. La doxa direbbe lo stesso Barthes, l’opinione magisterialmente frusta dei “desideranti” anni Settanta.
Barthes è con noi, per il piacere del testo, “eppur si gaude” galileianamente concludendo, nel suo incerto italiano. Ma egli stesso schiavo della Moda di cui è insofferente. Anzi vittima: “Si rappresentava il mondo del linguaggio (la logosfera) come un immenso e perpetuo conflitto di paranoie”.
Roland Barthes, Il piacere del testo

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (55)

Giuseppe Leuzzi

Ritorna insistente nelle narrazioni in Sicilia e Calabria l’anacoluto. In due regioni in cui il dialetto è peraltro un calco dell’italiano – se non ne è all’origine (la Calabria non ha autonomia linguistica rispetto alla Sicilia, che l’ha latinizzata, due volte: nel 200 a.C. e coi Normanni – i Normanni hanno veramente conquistato la Calabria dopo la Sicilia, dalla Sicilia, per un secolo sono stati in Calabria a guardare la Sicilia). È l’asintatticismo una persistenza greca?
Lo è l’ellissi, altra figura sintattica muta, della comunicazione corrente e della scrittura. Ricorrente questa in Calabria, ne è una sorta di koiné, dove c’è meno enfasi e più riserbo (anarchismo, insociabilità), non avendo avuto né corti né feudo.
L’ellissi “naturale”, non artefatta alla D’Azeglio o alla Gadda, negli exempla dei manuali di retorica. Né sfuggente o omertosa – è ben affermativa. È come la configura la retorica antica: concisione, detractio del noto.

Danno anche netta la sensazione, asindeto e ellisse, in una con le anfibologie su cui si incentra lo humour, e con la frequente affermazione attraverso l'interrogativa negativa, di una espressione involuta perché a lungo inespressa o repressa. Come di un fondo di solitudine che teme o non sa rischiararsi. Non per un limite, o dei vincoli espressivi, del dialetto rispetto alla parlata italiana, ma per una sorta di complesso, di una insicurezza di fondo, fortemente radicata. Si vede anche nelle mininterviste che fanno la cronaca in tv, la difficoltà ad adattarsi alle frasi stereotipe, il vezzo di storiografare ogni evento piuttosto che di dirlo, di non "dire" (esprimere un parere).

Mafia
Il pizzo è la mafia, ne è il trademark. Ma è il principio della concussione, così diffusa.

Volendo sottilizzare, sotto la violenza, è una scienza esatta, ancorché informale, del potere. Sa come si articola, quali sono i suoi snodi, come si addomestica. Essenzialmente con la corruzione e la violenza. E questi sono i suoi punti deboli: i mafiosi sono Proci che tessessero da sé la loro tela di Penelope.
È – sempre che si ometta la violenza – un modello di potere veridico e di superiore razionalità. Rispetto a quello, per esempio, dell’antimafia, sia essa candida oppure opportunista. Ma primitivo e intuitivo, perciò quindi debole e ancillare in una società complessa.

L’ha creata l’Italia. L’ha creata la Repubblica in Calabria negli anni Sessanta e in Puglia negli anni Settanta (dopo Moro: c’è un perché?). Mafia in quanto organizzazione di sfruttamento economico, con i metodi criminali.
L’Italia ha creato i presupposti per cui la mafia è mafia. Organizzata cioè, violenta, impunita, brada in spazi aperti. Involontariamente, per la crescita dell’economia, e per l’ideologia delle opportunità e dello Stato debole. Ma colpevolmente, per la violenza e l’albagia con cui gestisce il Sud.
Il Sud naturalmente ne è colpevole, ma più di tutto per accettare supinamente l’ideologia italiana: l’indifferenza, il patronaggio, la concussione.

È la democrazia andata a male. La democrazia radicale, senza regole. La mafia è eversiva come la democrazia non governata. È il lato debole della democrazia, in cui inevitabilmente vince il peggiore, anche soccombendo. Anche soccombendo, agguanta e avvelena le forze migliori, necrotizza le energie costruttive.

Con la mafia non si tratta perché è anarchica. Per questo è sbagliato il controllo del territorio attraverso gli informatori (confidenti) in cambio di protezione. C’è sempre un altro boss, uno più potente, più assassino, più selvaggio. La lotta alla mafia è solo frontale, radicale.

È il nemico di dentro e di fuori. Lavora come un’infezione: la violenza non perseguita diventa peste. È un cavallo di Troia: mentre il Sud è assediato dal nord, ecco insorge la mafia. I mafiosi si fanno forti perché diventano collaborazionisti. Cattivi e determinati, ma anche brutti e sporchi. Vincono solo perché protetti, impuniti. Prosperano e impazzano grazie al nemico esterno, che senza far nulla per combatterli (per esempio arrestarli e condannarli), ne esalta con strilli e urla la potenza e la terribilità. Fiaccando la resistenza, che è spontanea, e ovvia.

È la minaccia quotidiana – la barbarie. Delitti avvengono ovunque, e quelli classificati possono essere più numerosi e anche efferati altrove che in aree mafiose. Ma sono delitti, infrazioni cioè riconoscibili, immediatamente definibili. La mafia è una rete, minacciosa anche quando non attua. Condiziona il modo di essere prima che gli eventi.
Una vera antimafia deve però attivarsi sugli eventi: impedendo, prevenendo, punendo il reato. Altrimenti aggiunge condizionamento a condizionamento. Tipica la condanna di chi si piega al pizzo piuttosto che del mafioso e dello spregevole collector che lo impongono: si toglie il respiro della libertà, riducendola al compimento di un obbligo procedurale, la denuncia (che come si sa è quasi sempre senza effetto). I vari movimenti che s’illustrano in piazza, così come le poesie di Violante distribuite nelle scuole, servono alla carriera politica ma non fanno crescere la coscienza civile e antimafiosa. Non possono: non c’è sentimento antimafia più forte di chi è angariato dalla mafia. Che i mafiosi vorrebbe stroncati e non materia di studio.

Uno dei mezzi del nemico esterno è la teoria dell’omertà. È come il concorso esterno in associazione mafiosa: non si sfugge.

Milano
“Stranezza del sangue spagnolo in alcuni grandi artisti europei”, nota Curzio Malaparte in uno dei suoi primi “Battibecchi”. E contunua perfido: “Ad esempio (per parte di madre) in Alessandro Manzoni. Le pagine della Monaca di Monza, quelle della peste, rivelano il sangue spagnolo; a tacere di alcuni tra i più singolari personaggi manzoniani”.

Milano è la capitale morale d’Italia in quanto profondamente immorale.

Da tempo ha cancellato la geografia, capitale metropolitana di un paese continentale.

Protesta tanto, ma è Berlusconi: sensibile alle foglie, ai bimbi rom, e alle donne segregate, insensibile sui conflitti d’affari. Si pretesta lieve ma è sempre padrona di sé e degli altri.

Si presenta illuminista. Per qualche anno, forse – a fine Settecento, fino al 1814? Era stata nel Seicento città di untori e colonne infami, nonché di bravi, seimila o sessantamila, una cifra enorme. Nel Cinquecento cuore della Controriforma.

Giuseppe Bono è un bravo ingegnere e ha salvato la Fincantieri dalla chiusura, anzi l’ha rilanciata, con un successo che dura ormai da una dozzina d’anni. Ma è calabrese. Il ministro Bossi ha accettato di figurare accanto a lui in una manifestazione della Fincantieri in un albergo a Milano il 9 ottobre, scrive Dario Di Vico (“Piccoli. La pancia del Pese”, p. 122). Ma ritiene di dover esordire puntualizzando: “Giuseppe Bono è un calabrese, un terrone, ma è bravo. Ogni tanto un’eccezione c’è”.

Di Vico partecipa a un’assemblea della Life (Liberi imprenditori federalisti europei), un’associazione leghista, a Santa Lucia di Piave. Si lamentano tutti, “e persino i proprietari di bed & breakfast” (p. 72). Questi in particolare “si lamentano dei clienti che scappano prima dell’alba per non pagare il conto”. Tutti del Sud?

leuzzi@antiit.eu

martedì 23 marzo 2010

L'odio della chiesa tra i non credenti

In dieci righe di giornale Galli della Loggia accusa la chiesa d'una ventina di turpitudini nel “Corriere della sera” di domenica: “Il celibato, il maschilismo, la pedofilia, l’autoritarismo gerarchico, la manipolazione della vera figura di Gesù, l’adulterazione dei testi fondativi, la complicità nella persecuzione degli ebrei, le speculazioni finanziarie, il disprezzo verso le donne e la conseguente negazione dei loro «diritti », il sessismo antiomosessuale, il disconoscimento del desiderio di paternità e maternità, il sostegno al fascismo, l’ostilità all’uso dei preservativi e dunque l’appoggio di fatto alla diffusione dell'Aids, la diffidenza verso la scienza, il dogmatismo e perciò l’intolleranza congenita: la lista dei capi d’accusa è pressoché infinita, come si vede, e se ne assommano di vecchi, di nuovi e di nuovissimi”.
Una “lista perfetta”, che viene da lontano: seppure scriva da opinionista, Galli della Loggia è sempre uno storico. Perché l’odio di religione è forte anche tra i non credenti. È questo anche, in parte, l’assunto dello storico. Che soprattutto però ce l’ha con chi questi argomenti adopera come chiacchiere da bar. E per questo assunto viene ripreso integrale oggi dall’“Osservatore Romano”. Che bar frequenta Galli della Loggia? E anche la curia romana: frequentano i bar di Pannella? Tra le colpe della chiesa Galli della Loggia non ha elencato la dissimulazione: di chi a volte non vede-sente, e sempre fa finta di non aver visto-sentito.

Letture - 28

letterautore-

Aristotele – E se non avesse scritto la filosofia della commedia perché insensibile al comico? Così serio e posato, è possibile: c’è chi non ama il comico, e anzi lo disprezza. Autore – È anche i suoi critici, si sa. Ma alcuni autori sono tutto critici. Proust per esempio, Joyce e Musil, autori di un’“opera sola”, più o meno riuscita, ma molto programmata e aperta, stimolatrice cioè della creatività dei critici. Ci sono autori per critici, quelli che si fanno precedere e accompagnare dalle poetiche, e altri che restano misteriosi, Céline, Pirandello, anche Kafka malgrado tutto. Borges ne ha uno come refuso, “La fame della gloria (con Bioy Casares): “Nostalgie ebbre” essendo diventate “nostalgie ebree”, l’autore diventa ebreo, folklorista e coloniale. 

Dante - La “Divina Commedia” è un romanzo storico. E politico. 

Filosofia – Distintamente regredisce con il cristianesimo, a bamboleggiamento d’infante, ripicca, sghignazzo, buoni propositi. Con la secolarizzazione della storia, o desacralizzazione, introdotta dal cristianesimo. Sant’Agostino fa eccezione perché era di formazione pagana. Non c’è che Kant che stia a pari con gli antichi – e ancora abbuonandogli molte sciocchezze. 

Freud - È Casanova che forza le anime, inesausto. Col gergo fisiologico, quindi complessato. Se il mistero è la copula, l’orizzonte è basso. Da qui l’impressione di sulfureo, invece che di ridicolo – la terapia, se non la filosofia, sarebbe da camionista: nell’astinenza l’oggetto della privazione diventa irresistibile. È ancora positivista, si sa, ma nel solco lamarckiano, dell’evoluzione progressiva dell’umanità L’esercizio che propone è in egoismo. Una “ricostruzione” forsennata dell’ego, accentuando la separazione dagli altri, dal mondo, dall’essere. Tacendo che ognuno è sempre se stesso, purtroppo, seppure a ogni istante diverso. L’oggetto della sua analisi è la psicologia. Dell’individuo (ogni terapia è individuale, anche l’aspirina), ma in quanto è nella psicologia. Nel linguaggio, le posizioni, la (a)valutazioni, la casistica. All’origine e per lungo tempo. Poi il suo oggetto è stata la stessa analisi, morfemi, mitologemi, paradigmi, paradossi. Si capisce che l’analisi si sia inselvaggita. Da che voleva scappare, dalla cristiana confessione? 

Gadda – Non ha scritto una riga sui malfatti della Repubblica, lui così sensibile e reattivo alla volgarità. Quanto della nevrosi è dovuto alla necessità di camuffarsi politicamente? O viceversa: quanto la nevrosi l’ha reso, al momento del successo, conformista? Gay – Pasolini, Arbasino, Ginzberg, Vidal, White, gli innumerevoli francesi, da Gide a Barthes. Solo storie di sesso, Sade piccolo borghesi, ognuno con le sue marchette proletarie a buon mercato. è letteratura monotona, e non innovativa. Fa solo porno, un po’ 

Giallo - C’è il tipo deduttivo, enigmistico, privo di spessore umano, le passioni sostituite dai tic. Che fa grande uso della psicologia. E c’è il giallo cruento, macabro, innaturale, perfino soprannaturale. Senza psicologia. Come quello rapido, d’azione. La psicologia è necessaria dove manca il fattore umano? Gli indizi non portano in nessun luogo. Se non per l’effetto sorpresa. Nemmeno la razionalità (logica, psicologia). Il colpevole è come l’innocente, è questo il suo “segreto”. Solo che ha commesso il delitto. Come tale dev’essere denunciato e descritto appositamente, gli indizi essendo disseminati ugualmente a carico degli innocenti e dei colpevoli. E talvolta dev’esserlo con spiegazioni forzate, contro ogni verosimiglianza: l’assassino può essere perfino l’innocente. Ironia – Rientra nell’apparato della dissimulazione, del negarsi. Che è “naturale” per l’autore: prendere le distanze dalla cosa, la narrazione. Barthes dice che non c’è scrittura che non sia, qua e là, ironica: “La causa è cancellata, sussiste l’effetto: questa sottrazione definisce il discorso estetico”. Il mobile, il motore più che la causa, sarebbe una paranoia discreta. 

Lettore – Il lettore di Barthes è il contro-eroe che salta le barriere, logiche e perfino grammaticali. O il simulatore di Bacone, dalla forte divida: “Mai scusarsi, mai spiegarsi”. Un anarchico qualunquista. Un imbroglione purtroppo. Ma nessuno è tenuto all’eroismo.

Nomi – Del genere i nomi sono cose: che c’entra “The Red and the Black” con “Le Rouge et le Noir”?

Savinio – È traduttore di Luciano e Brantôme. Albert Savine, da cui ha preso il nome, è autore di fogliettoni, e notevole traduttore egli stesso, dall’inglese e dallo spagnolo. Ma non fu sempre svagato. Collaborò con Pirandello al Teatro d'Arte. E aveva ambizioni in teatro, non soltanto come scenografo. Per il teatro di Pirandello scrisse “Il capitano Ulisse”, opera non fortunata, ma un personaggio di cui avrebbe ambito a essere il doppio. 

Sherlock Holmes – È Auguste Dupin che ha prodigiosa memoria analitica, Sherlock Holmes ne è la caricatura. Involontaria: Conan Doyle è tanto simpatico quanto stolido. Volendolo definire, è un pazzo. In termini clinici è un cocainomane, ma la sua consequenzialità resta del tutto inconsequenziale. Senza complessi: è così, non si giustifica. Volutamente artefatto: propone l’attraente gioco intellettuale della deduzione, la combinazione, la psicologia, la rozza violenza lasciando in subordine – che invece sarà l’arte del delitto, seppur semplice, nel successivo noir, o hardboiled. 

letterautore@antiit.eu

Il potere dittatoriale dell'opinione

“La Doxa è l’Opinione pubblica, il Consenso maggioritario, lo Spirito piccolo-borghese, la Voce del naturale, la Violenza del Pregiudizio”, annota arrabbiato Roland Barthes nel suo autoritratto, “Barthes di Roland Barthes”. È il 1974, e il tormento è la piccola borghesia. Poi il semiologo popone di chiamare “Doxologia (parola di Leibniz) ogni modo di parlare adattato all’apparenza, all’opinione o alla pratica”. La Doxologia sarebbe oggi in Italia di chi?
La Doxa, aggiunge Barthes, “non è che un «cattivo oggetto»”. Non per i contenuti, si giustifica per la forma. E questa forma è “la ripetizione”. La fama si diceva una volta, uno strumento senza vita (intelligenza): “La Doxa è un cattivo oggetto perché è una ripetizione morta, che non viene dal corpo di nessuno – se non forse, appunto, da quello dei Morti” – per corpo Barthes intende la mente.
“La Doxa”, dice ancora Barthes, “è l’opinione corrente, il senso ripetuto, come se non si trattasse di niente. È Medusa: pietrifica quelli che la guardano”. I sondaggisti, i giornali. Medusa era bellissima, per il fulgore della sua chioma. Fu Minerva, l’intelligenza, a trasformarne i capelli in serpenti, gelosa dell’amore di Nettuno. Minerva-Atena Barthes dice la dea della saggezza, ma è invece dell’intelligenza – Minerva non è quasi mai saggia.
“Medusa, o il ragno, è la castrazione”, dice infine Barthes. Lo dice per sé, ma anche per tutti. E si chiede: “La Doxa è oppressiva, si sa. Ma può essere repressiva?” E si risponde con “La Bouche de Fer”, foglio rivoluzionario del 1790: “Bisogna mettere al di sopra dei tre poteri un potere censorio di sorveglianza e d’opinione, che apparterrà a tutti, che tutti potranno esercitare senza rappresentazione”.