sabato 12 giugno 2010

Quanto dureranno gli Usa in Afghanistan?

Si celebra la guerra degli Usa in Afghanistan come la più lunga mai attuata, più del Vietnam. Ma non è finita, come si vede. E potrebbe non finire presto. Gli Usa si apprestano anche a battere il record dell’Urss, che occupò l’Afghanistan per nove anni e due mesi, uscendone distrutta – dal 27 dicembre 1979 al febbraio del fatidico 1989. Gli Usa sono in Afghanistan ormai dal novembre 2001. Combattono questa guerra nel nome delle Nazioni Unite, con l’appoggio di una serie di paesi Nato, tra essi l’Italia. Che hanno tutti, come gli stessi Usa del resto, buone intenzioni. Ma, come gli stessi Usa per la verità, gli alleati si battono al minimo, sapendo che comunque è una guerra che non si può vincere. Si fanno forti della guerra tecnologica o chirurgica, che non esiste. O si dicono in missione umanitaria, o per i diritti civili. Ma sanno che sono in guerra, in una guerra che non possono vincere.
I morti per terrorismo sono in Afghanistan meno della metà che nel "pacificato" Iraq. E infinitamente meno che nell'indipendente e democratico Pakistan: il terrore è dell'islam contro gli islamici più che contro gli Usa. E tuttavia le truppe Usa (Onu, Nato) restano asserragliate nei loro quartieri, e la loro guerra poco o nulla ha della liberazione, piuttosto dell’occupazione, ne sono coscienti i governi dell'alleanza e i comandanti sul campo. La società afghana che si sente liberata e confida negli alleati è sempre minoritaria, è presente solo a Kabul, poco, senza presa nel paese e fra le tribù e, più spesso che non, è corrotta. Gli alleati peraltro non hanno nessuna voglia di combattere questa guerra, sia pure di liberazione: si avvalgono delle regole d’ingaggio Onu, che essi stessi fanno restrittive, per non fare nulla.
Il Pentagono e le agenzie Usa preparano una guerra molto lunga e molto più costosa, accreditando un Afghanistan mitico, favolosamente ricco dei minerali più pregiati, un altro paradiso terrestre sudafricano in terra. Di nuovo. Dieci anni fa lo accreditarono pedina determinante di un Grande Gioco Petrolifero, per i buoni uffici di un certo Ahmed Rashid, un pubblicista pachistano-americano. Una cosa insensata, che tuttavia, tradotta da Feltrinelli, ha venduto moltissimo e ancora tiene banco. Dunque sarà lunga. Ma come finirà?
Gli Usa non ne usciranno certamente distrutti: se impongono la propaganda come verità, non ne restano però prigionieri. Almeno finora non è mai successo, se ne sono sempre sganciati in tempo. Come, ancora non si vede: la soluzione non è certo retrocedere il paese ai talebani, che sono estremisti e quindi inaffidabili. Gli Usa dovranno riconoscere che una terza via è possibile tra l’inimicizia e la sudditanza, e crearla. Quanto prima, forse, tanto meglio: gli Usa hanno il vezzo di abbaiare, Obama compreso, ma gli afghani sono abituati ai cani, seppure con la faccia feroce – dove non c’è opinione pubblica, la minaccia è solo boomerang.

Dateci i nomi delle giornaliste

C’è un aspetto ludico, goliardico, ma non da poco. Quella del colonnello della Finanza che si vendeva le telefonate di Berlusconi a tre giornaliste, solo giornaliste femmine, è la storia più sapida di tutte le intercettazioni. Alle giornaliste il colonnello inviava anche piogge di sms, con richieste pressanti e profferte. Se i giornali si vendono col gossip, perché censurare proprio la storia che avrebbe fatto vendere copie a sfare?
Ma il fatto è anche serio. Berlusconi a Bari non si è reso colpevole di nulla, trombare non è reato. Il colonnello invece sì, è agli arresti. Ha diffuso informazioni di cui era l’ufficiale giudiziario, e per le quali era tenuto alla riservatezza. È un segreto di Pulcinella che alcuni ufficiali giudiziari (non della sola Finanza, per la verità) “confidano” con alcun i giornali o giornalisti. Questo non è ammissibile, anche se viene ammesso. E per una volta che questo reato viene punito, ogni giornale che si rispetti avrebbe dovuto darne compiuta notizia: una storia come questa non può essere minimizzata come è stato fatto.
Inoltre, le tre giornaliste, benché non soggette a provvedimenti penali, e anzi nemmeno nominate dai giudici, che tendono a considerarle vittime, sono in realtà corree. C’è già un reato di diffusione illegale di notizie, prima ancora che di diffamazione - o di semplice reato d’opinione, quello a cui indulgono gli scandalisti. Sono le tre giornaliste così amorosamente protette le referenti, o le corrispondenti, o le inviate, dei quotidiani che fanno l’opinione?

L’accoppiata Bazoli-D’Alema

Il “papa straniero” c’è già, e non è Fini come si pensa - come Ezio Mauro che lo propone pensa. E'Bazoli, il patron di Intesa e del “Corriere della sera”. E ha già un segretario di Stato, Massimo D’Alema - Montezemolo, di cui il "Corriere della sera" registra i respiri, è solo l'uomo dello schermo. Sta finendo nel Pd come nelle farse, o nelle antiche corse ciclistiche, che i più generosi e avventati tirano la volata a quelli che controllano il gruppo, che poi sono i campioni veri: il ticket Bazoli-D’Alema non è scritto in nessun posto, ma è stato deciso a Milano nella primavera del 2009, per rilevare l’accoppiata stanca ex Ulivo, Prodi-Veltroni, e si sta guadagnando sul campo i galloni di padrone della corsa.
Bazoli e D’Alema sono due cavalli di razza, come usava dire, e non hanno bisogno di scalciare. Fanno sempre la mossa giusta, che per il momento è mandare allo sbaraglio tutte le ballerine del Partito, avendo il senso della strategia e della tattica. La strategia è la candidatura di Bazoli alla presidenza della Repubblica in fine legislatura fra tre anni, quando l'avvocato avrà gli stessi anni che il presidente Napolitano aveva nel 2006, quando assunse la carica. Il posto tocca ai cattolici, nell'alternanza non dichiarata ma ferrea che sovrintende al Quirinale, e Bazoli è un candidato cui nessuno potrà opporsi. Forse nemmeno, in ragione della milanesità, lo stesso Berlusconi.
D’Alema sarà allora il leader alle elezioni politiche: quello che non gli è riuscito nel 2006, quando si inventò Napolitano presidente, perché la piazza era occupata da Veltroni, non avrà problemi a realizzarlo fra tre anni. La psoizione che si è assunta, di presidente della commissione sui servizi segreti, gli consente il massimo della discerzione con il massimo del potere. Che D'Alema mostra di saper usare con perizia. La sua scelta, da parte della Milano che conta, si è avuta nelle more della deflagrazione giudiziaria a carico di Berlusconi che D'Alema preannunciava e poi realizzò a Bari. Tra l'altro salvando anche il posto al suo sindaco, il giudice Emiliano,che aveva perduto il primo turno delle comunali - D'Alema è uno che "mantiene" le promesse.
Il nuovo ticket è l’unico in grado di tenere unite le tante anime del Pd, il frazionismo cattolico e quello ex Pci. La fortissima insoddisfazione dei cattolici è già stata un paio di volte tenuta a bada da Bazoli, specie in occasione della scissione operata da Rutelli. D'Alema non ha lo stesso ruolo nel Pd. Ma guarda ai suoi come Moro guardava ai Dc: dirigendoli col non fare e non dire, sicuro che al tirare delle somme faranno capo a lui.
Il ticket è anche editoriale: Bazoli e D'Alema fanno coppia sul "Corriere della sera", in antitesi netta col "partito" del gruppo L'Espresso-Repubblica, cioè contro Ezio Mauro e Carlo De Benedetti. E si battono sullo stesso terreno di Mauro e De Benedetti, quello della ex Dc: Mauro a torto è stato associato, col suo "papa straniero", a un personaggio laico o a se stesso, ma è De Benedetti che detta la linea, e l'editore è sempre stato ed è con gli ex Popolari - fu con Veltroni, a suo tempo, in funzione di vice-Prodi.
Effetto curioso, ma non secondario, di questo schieramento è vedere sul "Corriere della sera" una inconsueta presenza confessionale, perfino parrocchiale. La dirigenza laica della casa editrice, e quella ex Pci del quotidiano mettono sempre più in pagina omelie cardinalizie, commenti di storici della cheisa, presentazioni e interviste dello stesso Bazoli, e perfino le lettere pie delle elementari calabresi per la bontà e la pace nel mondo.

venerdì 11 giugno 2010

Ombre - 52

“Se i conti peggiorano, necessari altri interventi”. È il ragionamento lapalissiano: se piove, aprire l’ombrello, eccetera. Lo fa il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Ma Draghi non è stupido: vuole agevolare altri attacchi alla lira?

Gabriele “Lele” Oriali, per una dozzina d’anni factotum dell’Inter e suo volto buono, viene liquidato per fare posto a un uomo di Benitez. Nemmeno mezzo ritratto simpatico dei giornalisti lombardi, nemmeno mezza riga di critica dell’improvvisa e immotivata liquidazione. Moratti, che già s’era com portato alla stessa maniera con Mazzola, è quello che è. Ma i giornali? I giornalisti? È Milano: sempre sul carro del “vincitore”.

Sarzanini, inflessibile, ogni pochi giorni trova una casa nascosta a Bertolaso: a via Giulia prima, poi in Costa Azzurra, ora sulla costiera sorrentina. Questo è positivo: significa che la Guardia di Finanza, che la tiene informata, ha buon gusto, cerca le magagne di Bertolaso in posti belli. Ma perché non ci dicono subito, la Guardia di Finanza o Sarzanini, dove ha la seconda casa Bertolaso, che certamente ce l’avrà?

Il Pd ha chiamato a decidere sui massoni nel partito un comitato etico presieduto dal professor Luigi Berlinguer. Di una famiglia cioè che, diceva un tempo il loro cugino Cossiga, è di massoneria eminente.

Denis Verdini, spadoliniano (allievo e poi assistente del professore Spadolini al “Cesare Alfieri” di Firenze), è chiamato a dura prova, come il suo maestro, in tema di laicismo. Spadolini dovette provvedere, con qualche sgomento, alla legge contro le logge segrete. Verdini è vessato con cattiveria a Firenze, L’Aquila e Tempio Pausania da Procure della Repubblica molto laiche, anche se nel segreto: non c’è nulla di più vendicativo dei laici di logge diverse.
A Verdini all’Aquila contestano di avere favorito la mafia. E la Madonna no?


Unicredit fa fuori la Roma, la squadra di calcio. L’ultima concorrente da qualche anno dell’Inter verrà “ceduta al miglior offerente” dall’interista Profumo. Non è vero, ma è vero – il “Corriere della sera” lo dà per certo e normale: Milano non si vergogna di niente.

“Ho fatto incontrare D’Alema a Tronchetti Provera tramite Lucia Annunziata”, dice Tavaroli a “Repubblica”. Ma l’Annunziata non era di De Mita?

Michele Santoro si è fatto due prime pagine sui giornali “abbandonando la nave” di “Annozero”. E altre due prime pagine per il suo passaggio ai docufilm. Poi si è fatto due prime pagine annunciando la sua uscita dalla Rai, perché i docufilm costavano troppo, e altre due annunciando che (forse) sarebbe restato alla Rai. Infine, ancora altre quattro pagine, due e due, si è fatte su “Annozero” la prossima stagione, che non ci doveva essere e invece ci sarà. In totale, dodici prime pagine di giornale per niente, su un tema che non interessa a nessuno – Santoro non ha nulla a che vedere con la libertà d’opinione. È indigente il giornalismo? È troppo furbo Santoro?

Il giudice Spataro, famoso per le maglie larghe in alcune inchieste, tra esse quelle per l’assassinio di Fausto e Iaio (1978, centro sociale Leoncavallo) e dello stesso Walter Tobagi (1980), il giornalista del "Corriere della sera" oggi tanto celebrato, delitti maturati ed eseguiti nella sinistra, e per le maglie strette nell’inutile inchiesta su Abu Omar, sequestrato dalla Cia, pubblica un libro di 600 pagine di nessun interesse. Che si merita un pagina del “Corriere della sera”, anch’essa di nessun interesse. Il giudice è anche l’unico meridionale, negli ultimi cinque o sei anni, a meritarsi una pagina lusinghiera del “Corriere della sera”. C’è un’amicizia particolare tra Spataro e il giornalista Ferrarella? È lo splendore soggiogante della Procura della Repubblica?

Solo pagine interne, titoli in colonna, e poche righe di testo per colonnello della Guardia di finanza che a Bari è arrestato per aver diffuso verbali e altre carte segrete sulle puttane di Berlusconi. Silenzio totale invece sulle tre giornaliste cui il colonnello ha dato le carte. Una delle quali in cambio delle notizie avrebbe promesso di dargliela.
La giustizia non è uguale per tutti, certo. Ma dov’è il dovere di cronaca? Diteci il nome delle giornaliste, via. Diteci cosa scriveva loro e diceva al telefono il colonnello. Perché privarcene?

Berlusconi ha criticato, tra i tanti serial di mafia, “Il capo dei capi”. Il “Corriere della sera” fa dire all’ex giudice Ayala: “Una volta ho parlato con insegnanti del quartiere Brancaccio infuriati per lòa serie”. Il “Corriere” da solo non ce l’avrebbe fatta a dirlo.

Quanto pesa la leggerezza di Calvino

Si conferma che Calvino è abile (piacevole) “ordinatore”. Migliore analista che scrittore: sa quello che vuole scrivere meglio di quanto lo sappia narrare, vivace nella critica, noioso nel racconto. Ma anche nella critica arriva “dopo”: non inventa ma ordina. È piacevole perché è colto (educato), preciso e chiaro, nelle schede, negli articoli-saggi, in queste letture. Più acuto che piacevole, anche in queste celebrate letture è faticoso: “Prima ancora che la scienza avesse ufficialmente riconosciuto che l’osservazione interviene a modificare in qualche modo l’oggetto modificato, Gadda sapeva....”, si potrebbe dire con maggiore esattezza, sicuramente con più presa, con metà delle parole. La leggerezza invocata è tematica, la scrittura resta pesante.
Italo Calvino, Lezioni americane

martedì 8 giugno 2010

La milanese di mamma bresciana

È solo “milanese” nel trionfo. Anzi “milanese di madre bresciana”. Non si dice di Francesca Schiavone, trionfatrice al Roland Garros, “di origini meridionali”, come sempre nelle cronache (nere). Anche se non solo il padre è emigrato da Avellino, anche la madre bresciana ha origini meridionali. Il che è ottima cosa, la mancata sottolineatura. Se non che, nel caso, si segnala come un’omissione voluta, del tipo “giù le mani dai nostri successi”. O un nuovo tipo di anagrafe, in una col regionalismo? La madre certo è dirimente, in tutte le teorie razziste – anche se, nel caso, si ritorna alla domanda che perseguitava gli ebrei che cambiavano nome e religione: “Sì, ma prima?”
La “milanese di madre bresciana” è del “Corriere della sera”, o della “Gazzetta dello Sport”. Ma non è un omaggio al patron dei due giornali, Giovani Bazoli, il primo dei bresciani. È la cancellazione del padre. La conquista di Parigi non è il trionfo personale di Francesca Schiavone. O di una latina, per la prima volta, in uno sport da (ex) grandi potenze. O del tennis italiano. No, sarà stata una vittoria della Lega. Cioè, diciamoci la verità, di una certa Milano, quella che ci malgoverna da vent’anni. Lei ha dovuto far tappa, nella difficile carriera, in molti altri posti, anche in Sicilia, e non si stanca di dirsi italiana, e ringraziare l’Italia e dedicare il suo trofeo all’Italia. Ma è, ogni due righe, un’atleta “milanese”.

Scalfari era De Benedetti

Paolo Guzzanti non è simpatico, ma è geniale. Ha fatto parlare un cardinale morto, ha distrutto Gaetano Caltagirone, senza nessuna colpa, e ora fa dire a Carlo De Benedetti che il vero Scalfari è lui – lui, De Benedetti. Cioè, non glielo fa dire, ma lo rappresenta nell’atto di fare il vero Scalfari. Di farlo con parole sue, senza forzature, senza interviste, questa volta, a futura memoria. L’antipatia per D’Alema, come già la simpatia per De Mita, nientedimeno, e l’odio per Craxi, insomma la bussola politica scalfariana, è tutta roba di Carlo De Benedetti.
Guzzanti non fa dire a De Benedetti come è diventato editore. Che sarebbe la parte più intrigante della storia. Ma è già abbastanza sconvolgente sapere chi dettava la “linea” di “Repubblica”.
Paolo Guzzanti, Guzzanti vs. De Benedetti. Faccia a faccia tra un grande editore e un giornalista scomodo, Aliberti, pp. 367, €18

Liberare Gaza, si faceva nel 1972

C’era di mezzo la Siria e non la Turchia ma per il resto era tutto scritto: mozzafiato come l’abbordaggio del “Mavi Marmara”, e non meno cruenta, questa spy story 1972 sembra la traccia dell’ultima battaglia tra Israele e il terrorismo palestinese. Mancano i volontari pacifisti, ma la navigazione a vista, benché di notte, le tensioni tra i naviganti, l’incontrollabilità, e perfino una italian connection, Ambler quarant’anni prima ne aveva scritto la storia. In un’opera del resto a suo tempo ben nota, premiata dalla Crime Writer’s Association.
Eric Ambler, Il Levantino, Adelphi, pp. 270, € 13

Non è più monolitica la giustizia a Milano

Ci sono crepe nella giustizia milanese. Sicuramente nella giudicatura, i giudici sono sempre più esterrefatti dalla disinvoltura dei colleghi della Procura, e forse nella stessa Procura. Si rompe il solido unanimismo che ributta da anni il marcio sul resto d’Italia, coprendo il marcio milanese, e ciò che resta del Pci. I giudici che chiedono “un po’ di indagini” alla Procura sullo spionaggio Pirelli-Telecom potrebbero avere aperto una falla. La mossa era stata giudicata difensiva, un mettere le mani avanti di fronte al vuoto di indagini che la Procura ha presentato, a parte la condanna anticipata dei cattivi designati dell’affare, Tavaroli, Cipriani e Mancini. In quasi dieci anni di indagini, non si sono fatte intercettazioni, non si è analizzato il traffico telefonico tra la Sicurezza di Telecom-Pirelli e le aziende, si è volutamente omesso di analizzare la posta elettronica della Sicurezza stessa, non si è indagato in alcun modo il pur trasparente Oak Fund, il Fondo Quercia, nel quale i venditori di Telecom a Pirelli, Gnutti e Colaninno, gestivano parte delle enormi plusvalenze. Insomma, Telecom-Pirelli intercettava mezza Italia, ma questo solo per far divertire i tre cattivi - non è stata documentata alcuna attività estortiva. In Pirelli c’era un “conto del Presidente” Tronchetti Provera, attraverso il quale sono passati diecine di milioni, di cui il presidente disse di non sapere nulla, che non è stato indagato: niente irruzioni in questo caso della Guardia di Finaza, ma nemmeno la curiosità di sapere chi spendeva quei soldi senza giustificativo e perché.
Quanto è immorale la questione morale
Lo scandalo delle intercettazioni private è enaurme, ubuesco. Per due ragioni. Per quello che dice il giudice che condanna Tavaroli, Maria Panasiti. E perché, lo dice di passata lo stesso giudice ma ora è un fatto, la Procura non si muove. Il signor Terribilista Minale è come se non ci fosse, e i suoi collaboratori fanno finta di niente, pur di non indagare gli interessi che contano. Non è il solo scandalo acclarato infatti che la Procura di Milano non indaga. E non da ora, già dai tempi di Borrelli e della sua pretesa di agitare la questione morale. Il collocamento Saras. Il collocamento Tiscali. L’ammanco stratosferico Rcs. Dice: bisogna proteggere le aziende. Che azienda era Tiscali? Che azienda è Saras? E perché per molto meno Berlusconi invece è stato letteralmente seppellito da indagini e processi – parliamo di prima del 1994, poiché da allora Berlusconi, più furbo di loro, s’è messo a capitalizzare anche lo strabismo di questi giudici.
L’uscita di Tavaroli sabato su “Repubblica” ha aperto però un altro fronte: una parte dell’establishment giudiziario contro un’altra parte. Sicuramente la magistratura giudicante, forse anche una parte della Procura, se Edmondo Bruti Liberati, collaboratore di “Repubblica”, sarà il vice capo della Procura, ruolo al quale è stato già designato. All'apparenza non è così. Tavaroli, che ribadisce le solite accuse a mezzo mondo, patteggia una pena pesante, oltre quattro anni, rinunciando a difendersi nel processo. E il patron di “Repubblica”, Carlo De Benedetti, è un dichiarato avversario di Marco Tronchetti Provera, il padrone di Pirelli e, un tempo, di Telecom. Ma l’intervista si segnala per un mutamento di ottica: Tavaroli e “Repubblica” puntano sulla Milano che conta. Lo scandalo del calcio, dicono, è stato preparato nel 1992 dal bergamasco Facchetti, con un arbitro bergamasco suo amico. Inoltre, dicono, l’inchiesta sullo spionaggio è stata avviata subito dopo che Pirelli ha rilevato Telecom, nel 2002, ed è stata abbandonata subito dopo che Tronchetti Provera ha accettato di trattare con Bazoli la vendita di Telecom.
Prevale sempre il detto del non detto. Ma ora dal lato di Moratti e di Bazoli. Cioè della Milanno della Procura. Tavaroli qualcosa del resto la dice pure in chiaro, pur dichiarandosi colpevole di truffa e associazione per delinquere. Ora comincia il vero processo, dice, quello per rito ordinario a Cipriani.