venerdì 30 luglio 2010

Una Bella e un Signore mostruosi

La storia, venuta dall’India, l’autore carica di disprezzo. La vicenda è due volte dolorosa, per essere il romanzo, scritto da un ebreo, un concentrato di antisemitismo. Caso non isolato, tra i letterati ebrei usò fino al 1940, Th. Lessing, Némirovski, Feuchtwanger – l’editore americano che fece il successo di “Süss l’ebreo”, Ben Huebsch, l’aveva intitolato “Power”. Ma questo viene dopo. “Bella del Signore” richiama “Rachel du Seigneur”, l’aria della “Juive” pezzo forte di Gigli e Caruso. La “Juive”, capolavoro di Fromental Halévy, figlio di Élie Lévy, fondatore nella Rivoluzione dell’“Israélite Français”, è il grand opéra dell’ebraismo rinnegato. L’incapacità d’amare, non c’è vizio peggiore - e miglior tema di romanzo, Flaubert, Proust, Joyce ci hanno fatto fortuna, anche Svevo, due ebrei e due no. Geneviève, figlia di Fromental, sposata Georges Bizet, e da vedova Émile Straus, avvocato dei baroni Rothschild e ministro, che fu patrona di Proust e si dice modello di Oriane de Guermantes, era vivace, figura accattivante nel ritratto giovanile di Delaunay, ma ordinaria, e vestiva sciatta come la mamma di Proust sua coetanea – le foto deprimono le lettere. Daniel, nipote di Fromental, fu a scuola il primo amore di Proust, senza estri né sviluppi: Proust quarantenne ne dirà i versi “penosi, noiosi, inezie talvolta esecrabili”. Quanto lontani dal Jehuda ben Halevy del poemetto di Heine: “Alla vita come al canto\ è la grazia il più gran vanto”.
Cohen avrà voluto scrivere il romanzo d’una triplice impossibilità, di amare, di essere, di essere ebreo. Ma ha costruito una somma terrificante dell’odio di sé ebraico. In forma di parodia dell’amour fou, o dell’amore, il riconoscimento, l’attesa, l’amplesso. Che, si sa, in sé è ripetizione. Protagonista un ebreo di Salonicco, non altrimenti caratterizzato che per gli improbabili parenti che fioriscono in caffettano a Ginevra. Personaggio d’ignobile sadismo, e improbabile gelosia, incapace di apprezzare la musica e ogni bellezza, che la politica riduce alla conventicola. Condannato a non amare per una colpa non detta, quindi per la sua condizione esistenziale, anagrafica. Negli anni di Hitler, di cui non c’è ombra.
Una rilettura non ha mutato la percezione. Cohen ha scritto un libro d’amore, è stato detto, per la madre. Nasce nel mammismo l’insolenza contro la donna? Per un bastardo è un’aggressione alla stessa madre, in idea certo.
Un romanzo comunque mostruoso. Incontinente, come Proust – qui si fanno telegrammi di quattro pagine, la durata è l’incontinenza verbale. Imponendo un’attesa di seicento pagine prima che l’eroina, moglie di modesto impiegato svizzero in viaggio, dopo una serie di entrate e uscite dalla vasca da bagno, si faccia un paio di settimane di scopate in albergo – si va avanti col bagno per un centinaio di pagine pure in “Franny & Zooey”, ma sono adolescenti e non scopano, è solo lo scrittore che vuole dirci che è bravo. Le scopate sono inframezzate da geli subitanei: i baci sono per il seduttore “ventoserie boccali”, che lasciano disgusto. Il “Concerto brandeburghese” è “implacabile”, tra “scieurs de long et pompiers de l’Éternel”, segherie e giaculatorie. Un paio di pagine riducono l’amata a gorgogli ventrali, scrosci, tonfi e altri rumori puteolenti nel bagno, nonché a tamponi invisibili a grande assorbimento. Viene quindi una gelosia lunga cento pagine, duecento a corpo leggibile, forse per rifare la gelosia di Proust, volgare, nauseante. Di un tipo, l’eroe, che lascia all’alba il letto d’albergo e se ne torna furtivo al suo appartamento, per non essere visto non sbarbato e non docciato. “Era per sentire dei borborigmi che aveva rovinato la sua vita”, si compiange. Il tutto intervallato da sciocchi dialoghi con i parenti dementi.
Potrebbe essere una tragedia, ma non ne ha l’intenzione. Espone anzi la stessa tela di fondo, a Ginevra, di ghenghe, massonerie e ruffianerie che perdettero l’indignante Céline, spingendolo a vomitare scemenze, e si perpetuano nel subitaneo premio dell’Accademia Francese, luogo eminente di entrature, e nella gaffe solo apparente di “Le Monde”, la recensione ripetuta, che a tale eminenza ha dovuto piegarsi.
Cohen è stato funzionario al Bit di Ginevra negli anni in cui Céline lo era nell’organizzazione che oggi è l’Oms. L’eroe viene “escluso”, cioè privato della naturalizzazione francese, nel 1936. Dunque dal Fronte Popolare. E si vergogna dei parenti. Il disprezzo è comune fra gli ebrei assimilati, c’è in Babel, e perfino in Kafka. Ma Cohen stesso è nativo di Corfù. Quindi sa che i corfioti, se non altro per l’influenza degli ebrei italiani, di Venezia, Ferrara, Ancona, non sono quelli che spregia, eccessivi e sporchetti. Lo stesso nome del protagonista, Solal, è di famiglia rispettabile, per censo e cultura – una Cohen-Solal è ultimamente biografa di Sartre ed esponente socialista.
Fa colpo il libro ma per la vivezza della perversione, più espressiva che in Céline. Non ci sarà un dover essere ebreo, ma c’è un dover essere, il peso di ciò che si fa e si dice. Ogni romanzo è ipotiposi, tenta di creare con parole ciò che parola non è, gli intenti reconditi dell’autore. Ma la vita è ipotiposi, anche se fiacca. Scrivere è portare al presente il passato, incluso l’inesistente. E al passato il presente, inesistente incluso. La storia si scrive.
I Cohanim, custodi del tempio, la stirpe dei Cohen, vantano un apparato genetico diverso tra tutti gli ebrei - c’è sempre una razza migliore delle altre. I Cohen, Kahan, Khan, sono diversi sia tra i sefarditi che tra gli ashkenaziti. Così hanno sempre creduto, e controllando geneticamente l’ascendenza sono ora risaliti fino a Aronne, il fratello di Mosé. Ma esitano, il Mosè egiziano li turba – era l’unico nella Bibbia ad avere parlato con Dio. Per di più i lemba del Sud Africa, il cui mito delle origini li accomuna agli ebrei, hanno lo stesso cromosoma y dei Cohanim. Lo shakeraggio della storia sempre disturba le coscienze. Albert Cohen s’è fatto in “Bella del Signore” l’autoritratto? Sarebbe una salvezza: Cohen ha scritto quattro libri cattivi sui suoi corfioti, e uno adorante sulla sua mamma. I brutti corfioti potrebbero essere il popolo errante della barzelletta di Mosé - “Perché Mosé ha vagato per quarant’anni con gli ebrei nel Sinai?” “Perché si vergognava di portarli in città”.
Albert Cohen, La bella del Signore

Andreotti qui sembra Berlusconi

Fini viene accreditato come un secondo Andreotti. Anzi, c’è chi vuole che Andreotti in persona, dopo aver mandato Moro a morte con i dossier del 1974, sconfitto Berlinguer alle elezioni nel 1979, e annientato Craxi con Mani Pulite, con le carte del tangentone Enimont, ora stia per sgonfiare Berlusconi. Anche se da lontano, stanti i problemi di salute, e per procura, via appunto il Fini-Andreotti numero 2. Prima coi busillis della sua avvocatessa Bongiorno, poi coi pronunciamentos dello stesso Fini, in mancanza di solidi dossier. E qualcosa di sudamericano nella fine del partito di Berlusconi in effetti c’è, ma poco di andreottiano. Se non per lo stesso Berlusconi.
Dall’altra parte infatti c’è Berlusconi che va dicendo in giro che Fini, Bongiorno, Granata, Bocchino, che nomi, gli hanno impedito la legge sulle intercettazioni. Non dispiaciuto, anzi a cuor contento. Perché sa che sulle intercettazioni stravincerebbe eventuali elezioni? È possibile, in questa fase conquisterebbe anche il voto d’opinione, che si è più volte astenuto o ha votato il Pd come speranza, e che è quello che “sposta” l’esito del voto, con 4-5 puti percentuali. Ma il vantone Berlusconi questa volta non lo dice, ecco dove Andreotti si annida: la lezione è portare l’avversario nella sua trappola, non esporsi, anzi non esserci.
Andreotti non ha mai detto la volpe nel sacco prima di avercela messa. Mentre Fini lo ha fatto più volte. Nella famosa alleanza elettorale con Segni contro Berlusconi. Nell’alleanza con Fazio contro Tremonti alla Banca d’Italia. Nell’esultanza non appena Caselli da Palermo cominciò a far dire che Andreotti era un mafioso: “È la fine del regime”. Era il 1991, quindi Fini ha fatto da allora vent’anni, quasi, di lista d’attesa.

giovedì 29 luglio 2010

Amazzoni di qual verità?

“Chi ti ha messo all’“Unità?” Giuliano Ferrara, che non è un collerico (in tv lo faceva per stare alla parte), questo ha voluto dire interpellando Claudia Fusani. In una conferenza stampa che non era la sua, anche se Verdini è suo socio. Sottintendendo che c’è chi smista le reporter giudiziarie per smistare le sue verità. Vecchio canovaccio di cui entrambi, Giuliano e Fusani, sono stati giovani routier, sul cui svolgimento non c’è quindi da farsi preoccupazioni, loro sanno meglio di tutti come affrontarlo. O non affrontarlo: il canovaccio non prevede infatti colpi mortali, solo banderillas (nel gergo mafioso “avvertimenti”). Ma queste “verità” sono da qualche anno giudiziarie, e questo invece è materia delicata: il Grande Vecchio gestisce anche i giudici?
Dalla conferenza stampa di Verdini mancava peraltro Fiorenza Sarzanini, che ogni giorno per una settimana gli ha dedicato una pagina “bene informata” sul “Corriere della sera”. Mancava il giorno, e per questo Verdini ha chiamato la conferenza stampa, in cui ha toppato: ha fatto la sua prima pagina su una cosa che Verdini non ha detto al giudice (scaricare Dell’Utri), facendo quindi capire che la sua manina non è il Procuratore Capaldo. La manina politica, insomma, in queste cronache giudiziarie, se non quella giudiziaria, è accertata.
L’imbarazzo del “Corriere” è solo evidente. La replica di Verdini ha avuto poche righe in prima pagina, a fronte dei titoloni d’accusa – a questo punto di fonte ignota. Il giornale cioè è controllato. L’onesto De Bortoli ha voluto indirettamente scusarsi con Verdini dell’assenza della cronista, mettendogli a disposizione tutta la redazione per sentire le sue ragioni. Un’esagerazione. Ma non ha trovato uno spazio in prima, ha dovuto accontentarsi di un corsivetto in cronaca.

Alda scolpisce la poesia

Della sensibilità poetica che può non essere sentimentale (morale). Ha il dono della parola come se dipingesse. O scolpisse. Pensa a se stessa di se stessa come il ricettacolo dei dolori del mondo, da vecchia adolescente, e invece scalpella tornito.
È l’effetto della malattia, questo superamento della sensiblerie? O è questa, semplicemente, un a macerazione di cultura – il Weltschmerz è senz’altro una Zeitgeschichte?
Alda Merini, La presenza di Orfeo

mercoledì 28 luglio 2010

Ombre - 57

Fa pena Mercedes Bresso, e fa diventare simpatico il suo rivale Cota, uno della Lega. Fa pena la presidente uscente del Piemonte che ha fallito la riconferma, ma gioisce perché il Tar del Piemonte sancisce una cosa illegale, che chi vota per la lista non vota anche per il candidato presidente a cui la lista si collega. Fiduciosa, con questa illegalità, di ridiventare presidente del Piemonte, magari per una diecina di voti. La grande colpa del partito Democratico sarà stata di legittimare un partito come la Lega, non solo sul piano legale.

Oh, sorpresa, Milano non cessa di stupirsi dopo la chiusura di due discoteche per droga. Una cosa che in città sanno anche i muri, solo i carabinieri e la Procura ne erano all’oscuro. Milano che, anche questo lo sanno tutti, è la capitale della droga. Della cocaina, certo, “la droga invisibile”.

Fabrizio Corona dice che si sniffa a Milano ovunque, “a palazzo di Giustizia e in tutti i locali”, facendo inorridire il virginale “Corriere della sera”. È per questo che Milano lo odia, e l’avrebbe voluto ar gabbio, perché dice la verità?

A Brescia si “celebra” il processo per la strage di piazza della Loggia, dopo trentasei anni. Ma Di Pietro è prosciolto in due settimane dall’accusa di appropriazione indebita. Senza peraltro infierire sull’accusatore. Poi si dice che non c’è giustizia.

Verdini è stato con Spadolini fino all’ultimo, fino alla legge che condannava la P 2, cioè le logge segrete. E ora è accusato di averne fondato una, una P 3. Tra l'altro convitando a cena gli altri golpisti - è questo l'unico capo d'accusa dell'inverecondo giudice Capaldo. La “manina” in questi scandali si diverte: è più feroce per essere ironica.

Verdini dev’essere obiettivo facile. Pur avendo accompagnato Spadolini fino all’ultimo, non ne ha capito la solitudine. Il feroce isolamento in cui la Dc prima e poi gli homines novi di Mani Pulite l’avevano confinato, i suoi nuovi compagni Segni, Berlusconi, Fini. Dopo che aveva messo fuorilegge la P 2, e mandato Dalla Chiesa a ripulire Palermo..

È felice in foto Margherita Hack diciannovenne che gareggia nel 1941 ai Littoriali sportivi. Pur essendo, dice oggi, già profondamente antifascista. Anzi, aggiunge, è stata antifascista dalle leggi razziali, quando aveva sedici anni.

Democratico all’antica, cioè buon comunista, Enrico Rossi approfitta della manovra Tremonti per tagliare enti inutili (essenzialmente uffici del turismo retribuiti) e consulenze per cento milioni. Nella sola Toscana – Rossi è il presidente della Regione.

Per effetto della manovra Tremonti, “il Tirreno” dà l’allarme in prima, i Comuni dovranno tagliare le spese per la cultura. Un primo elenco comprende una serie di concerti dei Jethro Tull e di Vasco Rossi. Ma in tutte le città si annunciano tagli alla cultura. Ai concerti cioè di popstar famose. Tutti gratuiti.

Passerà molto tempo prima che si riconosca che la Dc è finita uccidendo i suoi, a cominciare da Moro - dopo aver ucciso sindacalisti e dimostranti in quantità. Eleonora Moro ne era convinta. Ma è la verità.

Si arresta il direttore del carcere di Massa, Salvatore Iodice, uno molto in alto nella stima deo carcerieri-educatori, con trentacinque capi d’accusa. Trentacinque. Che non vuolle dire niente, solo che non si potrà mai difendere.

Borsellino si sarebbe indignato – Paolo Borsellino aveva cattivo carattere – all’uso fazioso del suo nome da parte della sorella Rita, eterna incumbent del partito Democratico (e si capisce perché, l’ambizione non basta). Una diecina di “manifestanti” per il suo anniversario a Palermo, benché forniti di casacche e inni, anzi proprio per questi, avrebbero indignato qualsiasi morto.
Si fanno ancora “manifestazioni” in divisa?

Alfano evita Palermo per l’anniversario della morte di Borsellino, che è il siciliano più alto in carica nel governo. Alemanno invece ci va, che è solo sindaco di Roma, Ed è bene accolto dai fratelli Borsellino. Perché è stato a lungo fascista, come il giudice assassinato? Per è un fascista pentito come i fratelli. Perché è uno che menava?

Secondi pensieri (48)

zeulig

Dio – Se la storia è ascensionale, non sarà un miglioramento del diavolo?
Si spiegherebbe anche meglio la Trinità, il Padre-Figlio.

Ermeneutica – Ha lo charme della scoperta della cantina, o del soffitto – del trovarobato. Ma è scientifica: è la persistenza del finito. Rinnova il senso delle cose.

Erotismo - È ripetizione, cioè esercizio. L’istinto ha breve durata, le polluzioni dell’adolescenza. Per questo negli animali non esiste. È creazione dell’uomo: l’uomo crea se stesso.
Nelle persone senza immaginazione è mera forza.

Eternità – Non è un tempo, poiché non ne ha coscienza. È un premio, e in quanto tale apprezzata. Il passaggio allo stato sovrasensibile.

Politica - È realistica, anche quando è utopica.
Per questo è refrattaria all’intellettuale? L’intelligenza si vuole razionale.

Possesso – Quello vero indubitabilmente è delle anime. Più di quello del corpo, infinitamente di più, e del comando (la legge). È del diavolo e dei santi.
Ci sono naturalmente infinite vie alla santità. Ma quelle che passano per leregole danno a chi le dispensa la felicità in virtù del possesso.

I barboni, che hanno rinunciato a tutto, non ci rinunciano, combattono feroci per un cartone, per un andito sporco: è parte della personalità, forse l’ultimo prima della dissoluzione, e per questo più urgente.
È vero che il possesso è carico d’ignoto: è una sfida che si rinnova.

Potere - È sopraffazione. Ma è la lusinga maggiore, anche in amore o nella carità. Viene dalla sopravvivenza?

Propaganda - È la verità del professionista della verità: convincere per essere convinti.
È un Ersatz, ma convincente

Puro – La parola, e anche il senso, almeno uno di essi, si accompagna ossimoricamente al suo opposto: la violenza, la forza, l’inganno, la malvagità. Un po’ in tutte le lingue conosciute (europee). Benché altri aggettivi di significato equivoco potrebbero sopperire. Si ama dire puro il male perché si ama il gioco di parole? O non perché non si crede nella purezza, la si spregia? È più questo che quello: l’inclinazione umana al bene (la storia ascensionale) è tutta da dimostrare. Anche nella forma petrarchesca del vedo il bene ma preferisco il peggio: vedere e preferire sono la stessa cosa.

Ragione – Acceca per troppa luce. Attrae, come il sole, ome la luce al gondo della galleria, ma confonde le idee. Veniamo dalle tenebre e ci siamo, non c’è logica di fronte alla lusinga del potere, della sopraffazione cioè e del denaro, della forza, e perfino delle idee, della tradizione, della fede.
Non c’è logica di fronte alla stessa ragione. Quant’è razionale l’eutanasia! O l’eugenetica. O anche la guerra al burqa. Quant’è razionale la guerra di liberazione, e ogni altra guerra. Quant’è razionale la ragione.
Si può dire demoniaca poiché presiede alla democrazia, che peraltro rende impossibile. Della specie più insidiosa di démoni, dovendo essere democratica, e quindi generica, adattabile – è generica, scusandosi col dover essere democratica.

Ripetizione – È, fa, la cosa: dall’incesso eretto all’abilità dell’artigiano, all’erotismo. Non c’è orgasmo, e nemmeno amore, senza esercizio – si spiega così la castità monacale. Non c’è istinto se non esercitato. La memoria è ripetizione, e dunque la storia. Lo è la tradizione, cioè il dna, l’imprinting.

Santità – È la celebrazione della libertà. Il Cristo è bello per questo, per la libertà che introduce: ha aperto strade infinite alla santità.

Scongiuro – È meccanismo di difesa, solido benché inconsistente. Anticipando la digrazia la esorcizza, anche quando essa dovesse poi ricorrere, ne limita le ripercussioni.

Solitudine - È fatta di ansia, e di continue delusioni. È una forma di disadattamento, non alla società e alla vita di relazione ma a se stessi. Il telefonino, che in teoria avrebbe dovuto eliminarla, l’ha moltiplicata: appunto perché è ansia di attenzioni esterne e mai appaganti, che il telefonino moltiplica.

Stupidità – La sua negazione è una delle grandi colpe della contemporaneità: ha reso la vita – già gaudiosa – impossibile agli stupidi.
Si vendica contagiando gli abolizionisti: psicologi, analisti, anime buone.

Tempo – È la coscienza che si ha della sua durata, compreso il fotofinish, più che la sua misura. Vedi in musica il tempo non tempo.

Termodinamica – È l’anti-Dio. Non lo è oil diavolo, che è Dio in cattività, creatore a suo modo. La termodinamica, il deperimento fisico, è l’opposto di Dio.

Universo – La nostra galassia ha quattrocento miliardi di stelle. E nell’universo ci sono galassie a centinaia di miliardi. Solo sulla Terra ci sono esseri umani. Che si eliminano tra loro come in qualsiasi catena ecologica. Più spesso senza mangiarsi: per un bisogno quindi non alimentare, e con la tendenza a farci sopra un sermone. La vita dell’universo non può essere quella terrena, troppa ansia.

Uomo – Crea se stesso. Tutto nell’uomo è esercizio, ripetizione, adattamento voluto, costruito, dalla démarche alla memoria, alla volontà, all’innamoramento. La natura è nell’uomo un residuo, racchiusa in un numero finito di codici.
Si può dire che l’uomo è artificio. Ma l’artificio è sua creazione, già probabilmente più complessa della sua natura, che pure è complicata, anche nella sola fisiologia. Sicuramente i suoi tempi, i tempi della storia, sono più veloci di quelli della natura.

Ma il maschio è un animale scioccamente raziona le. A fronte della donna cioè, che culla i misteri, attorno alla procreazione. La paternità è femminile, nella sua completa inafferrabile pienezza. Quella del padre è semplice, da maestro e amico. Bisogna ripartire dalla mamma, dalla procreazione.

Vanità – È salutare. Non fa male, e in tempi d depressione è segno di salute.

Verità – Dirla non può nuocere, ha ragione Kant. Anche se mette in pericolo di vita: filosoficamente non è la verità che mette in pericolo di vita, né il dire la verità. Ma la verità vuole accortezza.

zeulig@antiit.eu

lunedì 26 luglio 2010

Problemi di base - 33

spock

Cos’è una manifestazione popolare in divisa? Quale popolo si “manifesta” ordinato e con gli slogan pronti, in rima?

Perché il papa è simpatico?

La fisica dopo Einstein gira a vuoto: è la verità sterile? O la sterilità è indice di falsa verità?

Perché i collocamenti azionari in America sono un investimento sul futuro, dalla Coca Cola a Google, e in Italia una fregatura, da Tiscali a Saras?

Come mai la Guardia di Finanza non indaga faccendieri nullatenenti (Carboni, Lombardi…), invece d intercettare escort baresi e vendersi le intercettazioni?

E perché Carboni non c’entrerebbe con le stragi della mafia del 1992 e del 1993? Che loggia è questa?

Manca Corona. C’è Carboni con Lele Mora, perché manca Corona?

E le ragazze? Per questo i massoni sono antipatici.

Chi ha dato la patente a Asor Rosa?

È vero che Eichmann viveva a Buenos Aires, col proprio nome?

spock@antiit.eu

Il Sud di Flannery è poco cattolico

Con un’introduzione di Marisa Caramella, che ha tradotto anche i dodici racconti non compresi nelle due raccolte pubblicate dalla scrittrice in vita (e in italiano tradotti da Ida Omboni in un unico volume, “La vita che salvi può essere la tua”), inediti in Italia e mai pubblicati in volume negli Usa. Di cui i primi sei sono parte della tesi di master in scrittura all’università dello Iowa, e gli altri sono i primi abbozzi di capitoli dei due romanzi della O’Connor, “La saggezza del sangue” e “Il cielo è dei violenti”.
La fama della O’Connor è legata alla professione di cattolicesimo e al Sud. Ma la religione non c’entra nulla con la sua narrativa – che semmai ne è del tutto priva, più che in un Sade o Voltaire. Per una religiosità radicale, chissà, analoga alla teologia negativa di Barth o Guardini: il Signore è interpellato in continuazione, ma perchè è parte del "Sud". Mentre il Sud vero degli Usa è legato a una tradizione letteraria gotica, o di “Southern Degeneracy”, che la O’Connor nei suoi saggi rifiuta. E tuttavia è vero, è questo il suo “Sud”: un’idea del Tennesseee e dell’Alabama che è quasi un calco di Verga e Alvaro, di “brava” gente di campagna: fattori infedeli e rapaci (qui tradotti fittavoli, tanto quel mondo è estraneo alle traduttrici e alle redazioni), terre aride, debiti, sentenziosità, le giaculatorie delle donne, e naturalmente la “roba”, con l’eredità. In un quadro, anch’esso naturale, di violenza illimitata (è questa la famosa violenza pura, è in teologia che si dicono di queste cose?). C’è pure “la cricca del municipio”. E, pensare, l’esaurimento nervoso. Coi negri come cafoni, e la città sempre arcigna, incomprensibile. Sembra scritto - e per questo è ancora da leggere - come un manuale. Come se il Sud questo dovesse essere, anche negli Usa. Non quello di “Via col vento”. Né quello colorato della filmografia recente, “Pomodori verdi fritti”, “Rosa Scompiglio”, “Moonstruck”, “A spasso con Daisy” (il taglio “Nuovo cinema Paradiso”, per intendersi, “Ladro di bambini”), i tempi lenti, l’effetto serra, le forti passioni”. I figli sono anche qui dementi. Anche le figlie che vanno al Wellesley. E tutti vogliono fare lo scrittore.
Flannery O’Connor, Tutti i racconti, Bompiani, pp.606, € 14

domenica 25 luglio 2010

Letture - 36

letterautore

Dialogo – Non fissa la memoria. Nei processi, anche negli interrogatori, non c’è effettivamente dialogo, una verità che s’innesti cioè sulla contestazione, ma un rimestare di pietre d’inciampo. È un gioco sonoro degli scacchi.
Alla Margaret Millar sostituisce tutto, anche l’azione. Evita descrizioni e antefatti – i riferimenti. Esime dagli aggettivi e dagli avverbi. È evidente, e fortemente espressivo. Ma quanto a lungo, e quanto complessa, può incollare una vicenda?

Giallo – Deriva da Kant, dalle esperienze e dalle categorie: gli eventi intenzionali sono soggettivi e non arbitrari. Il romanzo-narrazione, dapprima divagante, diventa concatenato. Le categorie principali, tempo, spazio, causalità, definiscono gli eventi e li esauriscono.

L’enigma ci vuole, con un delitto e un inquisito. Ma già la novella recava, alla fine, una novità, quindi non è la sorpresa l’essenza del giallo – lo è semmai di ogni narrazione. “Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero”, nella parole di Flannery O’Connor – “Naturalmente, può essere che lo riveli a se stesso, oltre che al suo pubblico. E può essere che non riesca a rivelarlo nemmeno a se stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza”.

Nasce il giallo e si sviluppa come letteratura surrogatoria della giustizia? È possibile, è così nella storia: il giallo si sviluppa – è così ultimamente in Francia e in Italia – quando una questione giustizia insorge. Non a supporto ma in opposizione, come antitesi e surrogato. Dove la giustizia perde rilevanza, in Inghilterra prima e poi negli Usa, evolve verso il noir.

L’indiretto libero è tutto giallo, lasciando all’autore un ruolo da Grande Inquisitore – il detective è un Grande Inquisitore alla mano.

Joyce – Per un cattolico, per un italiano – un latino – è tutto scontato, quel “pentimento di coscienza”. Sappiamo come prendere (ammorbidire) i “sensi di colpa”, è nel nostro patrimonio genetico. Il dottor Freud nella cattolicissima Austria prosperò proponendo trasgressioni: si voleva poter godere, come lui stesso, dei sensi di colpa, trasgressioni facili facili.

Kafka – Rappresenta i démoni dell’ordinario urbano, ripetuto, irriflesso – il démone travet. Con un linguaggio realistico e metafisico – effetto della ripetizione? Del dettaglio? – alla “Mille e una notte”. Un’indeterminatezza determinante, un profondismo di superficie.
È l’Oriente? È vero che Kafka ha il fascino dell’esotico.

Il suo segreto è la forma, la sua repellente attrattiva. Di cui non c’è mai abbastanza nei regimi formali, burocratici. La procedura essendo tutto, è un universo conchiuso in sé. Difficile romperne il fascino in un regime formale (procedurale), poiché tutto vi concorre, compreso l’apparato repressivo, quello giudicante, e infine il mercato o opinione, cioè la stessa scrittura.

Lettura – È aristocratica. L’aristocrazia si materializza come esercizio individuale, perfino eccentrico, a un fine ideale. Da qui il suo fascino, anche in tempi e in classi non intellettuali.

Montesquieu – Ha il credito del non essere letto. Non è niente di più di quello delle “Lettere persiane”, irridente. Se non che la superficialità avvelena l’ironia. Costeggia la storia del mondo, secondo il modello di cui Hegel segnerà, coi suoi eccessi, la fine, contentandosi di generalizzazioni lievi che purtroppo non sono senza effetti. Come un qualsiasi avvocato in panciolle (in vestaglia?) che giudica e manda affacciato al terrazzo di casa. I poteri, i climi, il Nord e il Sud, l’Oriente e l’Occidente: tanti luoghi comuni ha piantato, benché solidi, lunghi due secoli.

Pinocchio – È il romanzo del padre. Dell’assenza del padre.

Verga – La maniera occasionale come arrivò ai grandi racconti “veristi” – a un certo epos del Sud, primitivo, naturale e mitico (mitico perché “naturale”) – dice la creazione letteraria in buona misura casuale, qui dettata dal mercato. Lo stesso è per la formazione del linguaggio: si deve a Verga l’italianizzazione del dialetto, con effetto drammatico nei suoi racconti, mentre è un vezzo della borghesie delle professioni, come si vede in Camilleri.
Verga lasciò giovane Catania per poter diventare grande scrittore, riconosciuto cioè. Al fratello, e all’amico Capuana, sempre consigliò questo primo passo. Andò a Firenze, la capitale d’Italia, dove pubblicò opere che gli diedero fama ma non lo soddisfacevano. Quando la capitale fu trasferita a Roma, Verga si trasferì a Milano, capitale dell’editoria. E qui scoprì presto “la potente carica simbolica che la Sicilia rurale aveva per la borghesia italiana”, che riscrisse sulla base della “fosca, antipittoresca visione” che ricavò da “La Sicilia nel 1876” di Franchetti e Sonnino ( v. “La poetica geografica di Giovanni Verga” di Nelson Moe, un capitolo esemplare dell’italianistica, ora ultimo capitolo di “Un paradiso abitato da diavoli” dello stesso autore). Sono tre anni feraci-feroci per il “Sud” nella storia d’Italia. Nel 1873 Verga è ancora a “Eva”. Al sapido romanzetto di costumi o alla francese, il genere “Signora delle camelie”, già insistentemente tentata con “Una peccatrice”, “Eros”, “La lupa”. Il genere tra verismo alla Capuana e scapigliatura che esaurisce la letteratura della seconda o terza Italia, insomma i decenni 1870 e 1880, monotematico: storie di trappole sempre all’integrità di una donna, nell’attesa di portarla a letto (Chelli scrive “Fabia”, Capuana “Giacinta, Tarchetti “Fosca” e “Paolina”, Verga “Narcisa” (meglio nota come “La fuggitiva), Faldella “Tota Nerina”, De Marci “Arabella” - mentre in Europa si scrivevano “Madame Bovary”, “Effi Briest”, “Anna Karenina”.
L’anno dopo il personaggio femminile è siciliano, “Nedda”, il cui bambino muore di fame tra le braccia della madre malnutrita. Il successo è folgorante, di pubblico e di critica, di Torelli-Viollier, ancora all’ “Illustrazione Italiana”, Emilio Treves, Ferdinando Martini, la contessa Maffei, Angelo De Gubernatis. E nasce il “Sud”. Verga, che aveva già scritto in chiave idilliaca di Acitrezza (lo stesso “Nedda” è sottotitolato “Bozzetto siciliano”), richiesto dall’editore Treves di “qualcosa di pittoresco”, ne fa ora il mare “livido”, benché “levigato e lucente”, “abisso nero e impenetrabile”, l’ombra del castello “malinconica”, le persone vinte. Prima viene “Padron ‘Ntoni”, con l’uso espressionistico del dialetto italianizzato. “Rosso Malpelo” e “I malavoglia” maturano nel 1877-78 con Franchetti e Sonnino, cui Verga invia “Padron ‘Ntoni”, e con la scelta monarchico-crispina. Verga fissò così il "Sud" – incontrando quasi un secolo di “preparazione”, tra il pittoresco e l’abominio. Tracciando la strada a Alvaro e ai facili epigoni neorealisti, specie napoletani. La Sicilia come metafora trasponendosi per il lettore, e per l’editore, in un quadro mesto, irrimediabile, della Sicilia stessa. Che al meglio può essere un destino senza colpa, il destino dei vinti, ma normalmente è vittima di se stessa – non senza verità, Verga incluso.
Con “Jeli il pastore”, “Cavalleria rusticana” e “La Lupa” un altro pittoresco s’imporrà, folkloristico, una sorta di bozzetto del bozzetto (il folklore come scienza era allora passione siciliana) – in “Cavalleria rusticana” trionfa il fico d’india. Ma si deve a Verga l’unico epos letterario generato (maturato) nell’Italia unita – sul cui solco si muove Pirandello, in grande parte, e Sciascia, in buona parte. Che sembra affermazione temeraria ma non c’è altro, l’Italia ha inventato solo il “Sud”. A costo terribile per il Sud.

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A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (63)

Giuseppe Leuzzi

Al famoso libro XIV, della civiltà che va col ghiaccio, Montesquieu dice la sua verità assoluta: “Troverete nei paesi settentrionali popoli che hanno pochi vizi, parecchie virtù, molta sincerità e franchezza. Avvicinatevi ai paesi meridionali, e vi sembrerà addirittura di allontanarvi dalla morale: passioni più vive moltiplicheranno i delitti: ciascuno cercherà di prendersi sugli altri tutti i vantaggi”.
Ora che siamo andati a Nord sappiamo di quante castronerie è imbottito Montesquieu. Senza contare i delitti. Nei quali, malgrado le mafie che infestano il Sud (cioè malgrado i Carabinieri), il Nord arriva sempre primo.

C’è un comune di 34 abitanti, si chiama Pedesina, ed è in provincia di Sondrio. Non ha abbastanza abitanti per fare due liste comunali in lizza alle elezioni. E ce n’è un altro di 36 abitanti, Morterone, in provincia di Lecco. Ma nessuno ne ha mai parlato, non sono nel Sud.
Lo si viene a sapere perché a Morterone hanno il record dei trasferimenti pubblici per abitante, diecimila euro a testa. Una delle solite statistiche senza senso. Ma lo si viene a sapere senza acrimonia, senza nemmeno ironia.

Il Sud è l’unica grande invenzione, letteraria e storica, dell’Italia unita – piemontese, risorgimentale. Perfida, distruttiva, durevole. Vera? L’opinione pubblica ha persistenze insospettate, ci sono voluto due-tre secoli a Gesù Cristo per farsi conoscere nella sua vera natura. In questo caso la sua persistenza è l’interiorizzazione: la creazione del Sud da parte del Sud stesso.

L’odio-di-sé meridionale
Molto folklore del Sud nasce con i viaggiatori, italiani, europei, del Sette-Ottocento. Ma i viaggiatori facevano riferimento alle borghesie meridionali, le sole in grado di ospitarli e indirizzarli, e ne riflettono, osserva Piero Bevilacqua, “il calco negativo di un idealtipo settentrionale rielaborato dagli intellettuali meridionali” (Prefazione a Nelson Moe, “Un paradiso abitato da diavoli”).

La frase più nota di Gladstone, la più citata in Italia, è dalle sue “Lettere” da Napoli, dove viaggiò con l’amico, economista celebre, William Nassau Senior, ed è una citazione: del regime borbonico “ho visto e sentito usare questa forte e vera espressione: è la negazione di Dio eretta a sistema di governo”. La peggiore condanna di Napoli, insomma, è creazione di Napoli.

In un saggio su Verga, “La poetica geografica di Giovanni Verga” (compreso in “Un paradiso abitato da diavoli”), l’italianista americano Nelson Moe ricostruisce, con la corrispondenza dello stesso Verga, la genesi del suo speciale verismo nel gusto lombardo, dei lettori de “L’Illustrazione Italiana” e degli editori Treves e Torelli-Viollier, per un Sud pittoresco e primitivo, pittoresco perché primitivo. Verga prontamente si adeguò. Ne nacquero capolavori, è vero. Ma quanto pesano.

A Firenze 30 mila metri quadrati, tre ettari di cemento, alti una decina di piani, 130 miliardi di quindici anni fa, che dovevano essere la sede dell’Agenzia delle Entrate, non sono mai stati utilizzati e giacciono abbandonati. Sul Lago di Como è stato costruito un insulso muro frangiflutti, a un costo inferiore, certo, ma che bisognerà abbattere. Sul Lago Maggiore un grande impianto natatorio è crollato prima del collaudo, migliaia di tonnellate di cemento armato. Chi ne sa nulla? In compenso, ogni opera, anche minuscola, abbandonata al paesello natìo viene prontamente e insistentemente segnalata dai civilissimi meridionali ai Giannistella e Sergirizzi, a “Report” e a “Striscia la notizia”.
O il Pala Babele di Cantù, capitale dell’operosa Brianza, un palazzetto dello sport disegnato dall’archistar Gregotti e irrealizzabile, che ha richiesto venticinque anni e molti milionimiliardi per poi essere demoli to – una catastrofe di cui, quando (poco) se ne parla è per dire “un altro porto di Gioia Tauro”, “un altraSalerno-Rc”. Per non dire di Malpensa, lo scandalo più grande e più lungo della Repubblica di cui mai si parla.

Il controllo del territorio
Si viene fermati, viaggiando per l’Aspromonte, praticamente a ogni partenza in automobile. Da carabinieri puntigliosi – anche da poliziotti, ma questi lo fanno per farlo. Tutti comunque segnalano la vostra presenza, all’ora X del giorno X nel posto X, in compagnia di un presumibile X o una Y, a un cervellone centrale. Che non saprà che farsene, ma è triste, è come essere pedinati.
Lo stesso è triste entrare da un conoscente, o anche soltanto in un negozio, sapendo che si sarà ascoltati dalla Dia, dai Ros, o da qualche malevolente (anche dalla Dia contro i Ros, e viceversa). Che tutte le scemenze che capiterà di dire verranno registrate, catalogate, e un giorno in qualche modo imputate, sicuramente in privato, nelle note di servizio dei brigadieri. Grazie anche ai rigori della leggi incerte tipo l’associazione esterna. Combattono l’umanità per non prendere i mafiosi, che tutti conoscono?

Pentiti
Nel racconto di Flannery O’Connor “Un buon uomo è difficile da trovare” il male svanisce. “Uccidere un uomo o rubare un copertone”, il delinquente abituale non ne ha ricordo, “Ho scoperto che il delitto, in sé, non conta. Puoi fare una cosa come un’altra, uccidere un uomo o rubargli un copertone della macchina, presto o tardi te ne dimentichi, ti prendono e amen”.
L’argomento è trattato di striscio dalla letteratura del pentimento (che non è molta: Theodor Reik, "Mito e colpa" e "L'impulso a confesare", e Cesare Musatti, "Psicologia della testimonianza"), l’indifferenza etica del criminale, l’insensibilità. Ed è trascurato dalla normativa sui pentiti, che fa del ricordo un dato euristico, come il giorno e la notte, o le stagioni. Del ricordo di un criminale, per il quale i fatti della vita che per una persona civile sono eccezionali, il pizzo, i dispetti, le bastonature, gli assassini, sono il normale soffio della vita. No, i pentiti della legge sono solo un utensile nelle mani del giudice. Tanto più, curiosamente, quanto più sono numerosi: i 25 di Mannino o i 28 di Giacomo Mancini. E hanno presa principalmente in chiave politica – nessuno ricorda i pentiti di Mancini, che pure ci sono stati, concordi al solito, riscontrati, veridici, e poi azzerati dal processo. Anche quelli che hanno detto qualche verità, come Buscetta o Brusca. Nessun pentito (italiano, mafioso) ha portato all’intercettazione di un’azione delittuosa in corso, alla cattura di un latitante, allo smantellamento di una rete mafiosa in atto. Nel loro universo di mafie vincenti e perdenti, seppelliscono i perdenti.
L’infamia è nota della legislazione premiale. I pentiti parlano per gli sconti di pena. E per la pensione, il premio di reinserimento, la protezione (un mafioso è sicuro di morire comunque ammazzato per mano di altro mafioso, la protezione gli allunga la vita), e perfino (Saro Mammoliti in Calabria, i Piromalli), per mantenere proprietà e capitali estorti. Ma c’è di più: il carattere indistinto dei loro ricordi, a monte della strumentalità, è tema ancora intonso. Un killer come Spatuzza, autore riconosciuto di un centinaio di assassinii, nel mezzo di altre centinaia, migliaia, di azioni delittuose (minacce, vessazioni, esazioni, attentati, bastonature, ferimenti) nell’arco di un decennio, non può ricordare, se non ricostruendo. In sé è un archivio vuoto. Non può avere avuto alcuna coscienza (sensibilità) nel corso di questa attività: il delitto di mafia, quotidiano, non è dostoevskjano ma meccanico, istintuale. Come mangiare, andare di corpo.

leuzzi@antiit.eu