sabato 11 settembre 2010

La verità ambigua di Soldati, non togliattiana

Non c’è nessuno spettro, queste non sono storie di fantasmi. Giusto la sospensione davanti alla realtà che costituisce la cifra di Soldati, la cosiddetta ambiguità. Col limite delle sei cartelle da trenta righe, la lunghezza obbligata dell’elzeviro, due colonne con mancanze, che per un secolo ha aperto la terza pagina dei grandi quotidiani - il secolo nefasto della terza pagina, ghirigoresco, che ancora informa la cultura nazionale. Si vorrebbe leggere di più.
L’ambiguità di Soldati i (troppi, ma non più dirimenti, se Dio vuole) malevolenti attribuiscono all’educazione gesuita, per dire deviata o contorta. Mentre qui si tratta di conoscenza e non di morale – “Chi sa dire qualche cosa di ciò che tutti, fra poco, saremo o potremo?” Giacomo Jori lo spiega acuto nell’introduzione a questa raccolta: “Non sarà un caso che due degli autori della letteratura italiana più competenti e hantés dagli spettri, il Tasso e Mario Soldati, siano entrambi, a secoli di distanza, allievi dei gesuiti, se la spiritualità e la pedagogia ignaziane istruiscono ad abitare la psiche per sostituire gli spettri, l’«idolo» o immagine mentale che coincidono col nulla («idolum nihil est», Prima lettera di San Paolo ai Corinti 8,4), con la realtà viva dell’Incarnazione”.
Come di tutti i racconti di Soldati, in cui l’io narrante è lo scrittore, senza finzioni, la lettura è semplice. E lo scrittore è uno che vive emozioni semplici, anche quando le sa contestabili. Non si nasconde, non si camuffa. Soldati è del resto uno dei pochissimi intellettuali del secondo Novecento dalla schiena dritta - ci furono undici obiettori a Mussolini su mille professori universitari, ma un giorno, se si farà la conta, la proporzione non sarà minore tra gli intellettuali repubblicani nei confronti di Togliatti?
Mario Soldati, Storie di spettri, Oscar Mondadori, pp.210, € 9

Un Ciancimino accusava il Pci e Andreotti

Un altro Ciancimino si era offerto “dichiarante” quindici anni fa, l’ex sindaco di Palermo e mafioso acclarato Vito, il padre di Massimo. La Procura di Palermo stava istruendo il processo a Andreotti, e l’ex sindaco fanfaniano faceva intravedere golosi scenari - il suo concorrente Lima, neo andreottiano, non potendo ribattere essendo stato assassinato. Merita rileggere quanto “don” Vito diceva, che il lettore non trova nel best-seller dall’omonimo titolo, un brano specialmente pregno nello stile:
“Il 30 aprile 1983 venne ucciso Pio La Torre. Se ne discusse anche negli ambienti politici della Dc, in occasione del congresso nazionale svoltosi al Palasport di Roma. Si diceva che era un delitto di mafia, ma con le illazioni contenute nell’istruttoria. C’erano (e lo ricordo nel mio libro-bozza) mormorii. Voce comune era che non fosse un delitto di mafia.
“A me personalmente i motivi per cui la mafia l’avrebbe ucciso sembravano banali. Riuscii a formulare una diversa ipotesi di matrice basandomi sul sentito dire e sulla considerazione che aveva molti più nemici dentro che fuori il partito. Era stato mandato in Sicilia in una maniera abnorme. Per bonificare il partito o si manda uno del posto gradito ai locali oppure uno di fuori: La Torre era del posto e qui aveva forti opposizioni interne. In sostanza mi sono convinto che la decisione di ucciderlo sia stata presa dal partito Comunista, cui non mancavano i mezzi per un’impresa del genere.
“Quando Dalla Chiesa venne ucciso subito si disse che era stata la mafia, ma i mormorii erano diversi. Dopo qualche tempo ebbi un incontro con Salvo Lima presente Nino Salvo. Non riesco a precisare meglio il momento di tale incontro, ma ricordo bene che ci fu un accenno specifico al Generale. Io dissi: ma se già era liquidato a tutti i livelli e lo sapevano anche le pietre perché ucciderlo? Lima, con gli occhi arrossati di odio, venendo meno al suo naturale riserbo, disse: «Per certi romani era più pericoloso da pensionato in malo modo che non da prefetto con poteri speciali». Lima proseguì dicendo: «Quelli che la piglieremo in culo saremo noi (intendeva noi siciliani) e chissà per quanto tempo». Nino Salvo assentiva col capo, anche lui con il viso stravolto. Cercai di dire qualche parola ma Lima mi interruppe e proseguì dicendo: «Questo e quello di qualche mese fa (intendeva La Torre) avranno un effetto devastante, molti di noi e la Sicilia continueranno a pagare prezzi di altri». Lima disse inoltre: «Molte cose sembrano fatte di no, e invece è sì; questo è sì e non solo questo».”
Il Procuratore capo di Palermo Caselli raccolse la dichiarazione, ma non ritenne di avvalersene (i verbali della dichiarazione furono resi pubblici da altri, probabilmente dai Ros dei CC). Caselli, “violantiano” di stretta osservanza, cioè Pci-pidiessino, voleva processare Andreotti ma non la politica di Andreotti . Le allusioni al caso La Torre, cioè a responsabilità del Pci nell’assassinio di La Torre, palesemente ricattatorie, erano peraltro risibili: don Vito non era scaltrito quanto il figlio Massimo – o quanto i referenti giudiziari del figlio (se non quanto i redattori della casa editrice Feltrinelli che ne hanno confezionato l’agiografia, a firma di Massimo e del giornalista La Licata).

venerdì 10 settembre 2010

Chi ha detto che il Sud vota per Fini?

Non si è ancora ripreso, Berlusconi, degli uppercut di Fini, pur zavorrato dalle storie di famiglia non esemplari. Ma è bastato che il fedele Confalonieri gli ricordasse “le aziende”, e l’ex imprenditore, se non il politico piacione, è tornato fuori: nessuna novità senza di me. La confusione è la stessa dei due mesi del solleone traditori, ma, ricondotto sul suo terreno, Berlusconi ha subito individuato i dati risolutivi. Uno, famosissimo, è che chi chiede le elezioni anticipate perde. Gli elettori votano per essere governati. L’altro, meno scontato, è che il Sud non è affatto per Fini.
Fini non raccoglie consensi né in Campania né in Sicilia, dove sono i suoi colonnelli. Gli ex missini nel napoletano e i lombardiani nell’isola se ne guardano bene. Neppure in Puglia Fini raccoglie consensi, nel movimento della sua ex fedelissima Poli Bortone. E il motivo è semplice: il presidente della Camera fa concorrenza politica diretta, Berlusconi è invece federatore, consente a ognuno il suo spazio.
Fini senza il Sud non appare più temibile. Col neo liberalismo e il rinnovato giustizialismo dovrebbe teoricamente raccogliere consensi al Centro-Nord, e nei bacini elettorali democratico, dipietrista, extraparlamentare. Ma si tratta di aree saldamente presidiate. Al Nord, secondo alcun i sondaggi, dove la politica del fare più riscuote consensi, la sfida di Fini potrebbe anzi accrescere i suffragi al centro-destra.

Alle elezioni, ma senza il governo di Fini

Governare, il tanto che sarà possibile, in vista delle elezioni, che ora si vorrebbero in primavera. Ma arrivarci con questo governo e non con quello di Napolitano, cioè di Fini. La nuova strategia, enunciata da Berlusconi, è stata elaborata d’accordo con la Lega nel vertice di Arcore. Bossi riservandosi il ruolo, che elettoralmente gli piace di più, di cane che abbaia. Nulla di specialmente ingegnoso, ma un ritorno alla ragione dopo le liti e le offese reciproche tra Berlusconi e Fini. Il che vuol dire anche, per la verità, che Berlsuconi torna a guidare e Fini fa la ruota di scorta.
Il percorso individuato da Berlusconi alla fine è stato quello che, senza le sue ire, era apparso ai più l’unico fin dall’inizio. Prendere per buone le assicurazioni dei finiani, governare, e lasciare a loro la responsabilità di una rottura. Mantenendo la litigiosità a un livello in grado di mobilitare gli aderenti e i simpatizzati, ma al di sotto della guerra totale (dimissioni, elezioni).
In un primo momento Berlusconi ha tentato l’affondo contro Fini sicuro che il presidente della Repubblica non sarebbe intervenuto. Napolitano si è sempre tenuto caro il governo eletto, e non ha corrisposto alle pressioni dell’opposizione per un ruolo attivo. Questo fino alla vacanza di Stromboli. Il terremoto nell’isola ha coinciso con una sorta di terremoto presidenziale: Napolitano non perde giorno né occasione per far sapere che è deluso dal governo, e Berlusconi infine ha capito
e deciso che doveva rendere impossibile la sua evizione da palazzo Chigi.

giovedì 9 settembre 2010

Battone in Parlamento

Angela Napoli dice che parecchie battone siedono in Parlamento. Un tempo lo dicevano i deputati, i maschi, ora le donne.
L’onorevole è una delle diciotto, o ventotto, deputate che si erano querelate l’altro anno contro Beppe Grillo che aveva anticipato la notizia delle battone – il comico veramente le aveva dette zoccole, ma non per questo le querele presentate dall’avvocatessa Bongiorno erano andate a buon fine.
"Il Secolo d'Italia", il giornale dell’onorevole Napoli, dice il Parlamento “maschilista”, anzi “il più maschilista d’Europa”. Quella dell’onorevole è una reazione, dunque, un’assunzione di responsabilità. Ma non doveva dire marchettari i suoi colleghi maschi?
L’onorevole denuncia le battone in Parlamento da deputatessa finiana, quindi qualcosa deve sapere – il presidente della Camera saprà bene chi si porta in casa. Ma non dice chi, e questo è male: se la prostituzione è un delitto, qualche procuratore della Repubblica dovrebbe farsi dire i nomi dall’onorevole.
Non hanno protestato le prostitute, che in genere protestano sempre contro chi le critica. Saranno finiane anche loro, napolitane?
Non è da ora che le battone, variamente denominate, vanno alla Camera. Qualcuna anche dichiarata. E tutte, purtroppo, di sinistra. Ma dirsi reciprocamente “troia!” è, si vede, prerogativa della destra.
Si capisce allora che la destra vinca le elezioni: parla il linguaggio della gente.
Ma il problema del Parlamento resta che parla tanto e fa poco o niente. Casi celebri dimostrano che, per eccitarsi, i deputati devono imbottirsi di coca. Il problema è dell’intendenza, che una volta voleva anche le puttane, mentre ora le esclude.
Il presidente Fini non era per la case chiuse regolate? Potrebbe cominciare dalla Camera, previa rigorosa selezione: meglio le lingue esperte che la droga, costano meno, infettano meno.

La Calabria spiegata ai calabresi

Ci si può ritrovare a metà viaggio e chiedersi: “Chi me l’ha fatto fare?” È capitato a tutti: il viaggio per conoscenza è una fatica a volte insopportabile, il bello del viaggio è nel piacere. Il giovane ginevrino Charles Didier, che a 26 anni nel 1830 si è fatto quattromila miglia a piedi, a suo dire, in Calabria e in Sicilia, se lo chiede alla fine del suo periplo, stranamente, a San Lorenzo Bellizzi, tra pastori buoni ma puzzolenti, sotto un diluvio di pioggia, ospite di un parroco che in quel remoto villaggio è vessato dai Borboni come carbonaro. Le condizioni del viaggio più spesso sono ingrate. O il viaggiatore è sempre, al fondo, quell’inglese che Didier ha incontrato a Longobucco, un ingegnere che dirige una miniera, “non sa una parola d’italiano”, non gradisce la conversazione, e passa il tempo rosolando allo spiedo un capretto. L’occhio dello straniero insomma può essere traditore, specie se i suoi ricordi di viaggio si fanno leggere, e bisogna diffidare. Ma è un fatto che il forestiero molto spesso ne sa di più del locale.
Nel 1830 non era stato ancora creato il “Sud”, ma ce n’erano le premesse. “Non si parte da Napoli per la Calabria”, esordisce Didier, “come da Parigi per la Bassa Normandia, benché la distanza sia quasi uguale. Calabria è una parola nefasta che terrorizza anche a Napoli, vale a dire che terrorizza a Napoli più che altrove”. Di suo, nel suo periplo, Didier sentirà molte storie di rapimenti di persona a fini di riscatto, con taglio del naso o delle orecchie a scopo persuasivo. E di eccidi, a opera di briganti e di forze borboniche. Ma, benché viaggi a piedi senza coerente giustificativo, e possa quindi essere in sospetto ai molti, un carbonaro, una spia, un agente delle tasse, un antiquario ladro, un principe in incognito, fa le sue quattromila miglia senza incidenti. Più spesso oggetto di meraviglia, nei baraccamenti di pastori che accorrono a frotte a vederlo, compiangerlo, lodarlo, regalarlo. “Questi boschi così temuti, in effetti non lo sono poi così tanto”, scriverà. “e questi famosi briganti calabresi sono come i bastoni ruotanti di La Fontaine: da lontano sono qualcosa, da vicino non sono niente”. Che non è vero, ma è vero che da vicino sono solo briganti. Il timore-che- non-è-vero-timore non è però senza effetto: “Il terrore che ispira rende il calabrese cattivo, perché niente demoralizza di più popoli e individui del disprezzo e dell’odio pubblico”.
Questo diario di viaggio ignoto, ripescato da Saverio Napolitano per l’editore calabrese Rubbettino, ha una capacità di giudizio singolare. Su fatti forse non rilevati perché evidenti, come la natura che muta a ogni tornante: “In poche ore si passa in Calabria, come per incanto, per tutte le latitudini del globo, come se si andasse dagli aranceti d’Africa fino ai ghiacci della Lapponia”. E su punti di vantaggio e modi di essere che restano complessivamente ignoti alla pubblicistica locale centottant’anni dopo. Didier conosce, e valuta come ancora oggi nella stessa Calabria non si fa, i personaggi illustri dei luoghi che visita, Telesio, Campanella, Jerocades, Giglio, Mattia Preti, e Cicerone in fuga, braccato. Nota che si mangia pane raffermo e olio rancido in un paesaggio disseminato di ulivi e grano – la feracità della natura e l’arretratezza delle colture. “Lo Stretto di Messina è il Bosforo d’Italia,… Reggio è il paradiso della Calabria”, anche questo ancora non si sa: “I delfini saltano allegramente, di cui questo mare è la patria classica”. Esercita “il celebre eco di Condojanni”. Sa che, nella patria putativa di tutte le illegalità, Catanzaro ha avuto dal 1497 un habeas corpus, caso unico in Italia, imposto al sovrano assolutista di Napoli: un cittadino non poteva essere imprigionato fino alla pubblicazione della sentenza di condanna, la città non pagava le tasse che non aveva votato.
Charles Didier, Viaggio in Calabria, Rubbettino, pp. 107, €

martedì 7 settembre 2010

Montalbano, il fascistone comunista

Montalbano è qui più fascistone che mai, il fascistone meridionale. Con la fidanzata, con i subordinati, con i cittadini, con i superiori. Simpatico, e giusto – è veritiero. Il fascistone meridionale non è un reduce di Mussolini, anzi lo avrebbe disprezzato, ma è autorevole e autoritario, e tutto dice, sa, fa, e risolve. E non è di sinistra, come l’autore vorrebbe. Dev’essere il centro della simpatia, l’interprete del sentimento comune, quello che tutti vorrebbero essere – magari comunista, una volta, nell’intimo, poiché il Pci, che ha avuto al Sud breve vita, si è creata per quei lontani anni un’aura d’irenismo e giustizia, ma non del Partito.
La stessa concezione che Camilleri ha del Pci e del movimento è di destra: del galantomismo, per l’ordine e il coraggio. Il che non vuol dire che lui stesso non possa essere stato del Pci fin da ragazzo, come pretende: il Pci si riconosce anche in Malaparte e Montanelli, perfino in Longanesi. È possibile. Ma, scrivendo, privilegia la verità: la spia è nell’assenza del “tutto mafia”, l’idiozia del Pci che lo ha sradicato presto dalla Sicilia.
Andrea Camilleri, La luna di carta

Il mondo com'è - 44

astolfo

Cina – Il regime di massimo comunismo: controllo sulle migrazioni interne, controllo delle rivendicazioni salariali, pena di morte per i delitti contro la proprietà. E di massimo capitalismo: orario lungo, lavoro notturno, lavoro, senza igiene, senza aria, quello che una volta si diceva sfruttamento. Con uno sforzo massiccio e decisivo per salvare il “mondo”, il capitalismo, dalla crisi: il capitalismo morente salvato dal comunismo, non è una novità.
Ma, con tante fini del capitalismo, fino alla caduta del Muro, ora che la verità è manifesta nessuno che osi dirla. Nel campo (ex) marxista naturalmente, ma anche in quello liberale: una Trilaterale rediviva ci vorrebbe che rianalizzasse lo stato del capitalismo. Un nuovo Huntington ci troverebbe non più tanto disordine, anzi perfino un eccesso d’ordine – ammesso che per un liberale la pena di morte per un furto sia un eccesso d’ordine. E apprezzerebbe il comunismo meglio dei generali che quarant’anni fa avocava.

Figli – La famiglia è filiocentrica, quella del figlio unico come della figliolanza plurima, dal punto di vista dell’equilibrio affettivo generale, del rapporto di coppia, dell’organizzazione familiare, della spesa. Lo si vede dalla filmografia americana, è così anche in un paese tradizionalista quale è l’Italia. Mentre i genitori continuano a non essere nulla per i figli: non lo erano quando la prima ambizione era di liberarsene, non lo sono ora che volentieri rimangono nel nido.
La famiglia filiocentrica è sbilanciata. Questa concentrazione degli affetti sui figli dentro il nucleo familiare rifletta una doppia delusione, verso una prospettiva di sviluppo (ruolo paterno) e verso l’etica sociale (ruolo materno). Ed è concitata: esaltata, viscerale, eccessiva. E organizzata su un asse sbagliato: l’incertezza generale pesa, senza più dighe o ombrelli, direttamente sui figli (lavoro, casa, reddito) e ne rafforza l’insensibilità generazionale. Tonnellate di affetto che moltiplicano l’insicurezza.

Germania – Pensare che l’hanno riunificata i polacchi!

Un paese di passaggio. Germanico, romano, goto, franco, feudale (principi e vescovi in quantità industriale), prussiano, weimariano (disinibito), hitleriano, renano. Ancora alla ricerca di una radice solida. E la più antica è la più ridicola, quella greco-pelasgica: Heidegger-Nietzsche come Snorri Sturluson, che fa discendere il suo Thor da Ettore.
Non si è reinventata dopo l’hitlerismo. Nel quale ha culminato, lo diceva Nietzsche, l’irresistibile ascesa prussiana-bismarckiana. Liquidando l borgehsia “goethiana” del ’48, tradizion alista e moderna, eticamente e psicologicamente solida, colta. Cioè aperta. La Germania renana e questa sono un pulviscolo piccolo borghese, disorientato e non aggregante – G.Grass ne è epitome. Buona forse, ma amorfa.

Giustizia – Quella politica, alla Borrelli-D’Ambrosio, o alla Castro-Khomeini, è in realtà politicva poliziesca o repressiva. È un uso violento della politica, nulla a che vedere con la giustizia, quale che essa si voglia.

Gramsci – Se ne sa tutto, eccetto che cosa pensasse dei grandi fatti degli anni 1930: il nazismo (e lo stesso fascismo), lo stalinismo e le purghe, la Guerra d’Africa, la rivoluzione spagnola. Autocensura? Non era il tipo. Censura del carcere? Ma passò quasi un anno libero, fra il 1936 e il 1937, malandato ma in continui conversari con Piero Sraffa, uomo di fiducia di Togliatti, e la cognata tatiana, e non è immaginabile che parlassero solo di problemi pratici.

Italiani – Per secoli sono stati caratterizzati per essere anarchicamente umani, e quindi liberi. Da vent’anni sono avidi. Lo sono? O lo sono per i Procuratori della Repubblica, avventurieri d’ogni bordo, e per gli antropologi che hanno perduto la guerra?

Vincono solo negli sport di squadra – in atletica nella difficilissima staffetta. E negli sport individuali vincono solo nelle specialità di fondo – di fatica.

Leggi – Si fanno per dare sicurezza. Ma sono state trasformate in veicolo d’incertezza e paura. Sino nate per regolare la libera iniziativa, he tende alla prepotenza, ma si usano oggi per la schermaglia politica, per scardinare le convenzioni sociali di base, per allargare la sopraffazione. V. le leggi elettorali cambiate a ogni elezione, e perfino a elezione aperte, le innumerevoli leggi sul lavoro, la legge sull’immigrazione, e le applicazioni volutamente distorte della legge da parte dei giudici.

Par condicio – La lottizzazione dell’opinione. Si potrebbe dire geniale, se non fosse fascista: sono ammesse solo le opinioni che hanno il 4 per cento in Parlamento.

Piccolo borghese – È quello che ha un’opinione su tutto, anche sui calzini del vicino di tram, ed è polemico e permaloso, per distinguersi, sottrarsi in qualche modo alla massa ci è destinato. Ma vi s’impiglia, benché senza colpa, non sapendo pensare. L’individualità è un bene da conquistarsi e un’arte, non viene assegnata – non è un diritto.

Polonia – Ha abbattuto il comunismo e dissolto l’Unione Sovietica. Ha riunificato la Germania. Che grande generosità verso le due potenze che hanno tentato di annientarla ancora per metà Novecento.

Prussia – Quando il carattere nazionale, posto che ce ne sia uno, è figlio del caso e della propaganda. Federico II, il padre della Prussia, debutta scappando alla prima battaglia, di fronte a truppe austriache grandemente inferiori per numero. Per poi scoprire, dopo aver vagato nella notte per ottanta miglia, che il suo generale Schwerin alla fine ha vinto. Conclude la guerra ingannando le alleate Inghilterra e Francia con un accordo segreto con Maria Teresa: “Per ingannare gli alleati della Prussia”, scrive lo storico Ritter, “le avanguardie dei due eserciti avrebbero finto delle schermaglie” – Federico il grande è l’Anti-Machiavelli ma nel senso del principe che il fiorentino criticava. Poi ripudia l’accordo con Maria Teresa. Anzi no, fa con lei una pace separata. Tutto questo in pochi mesi. Poi s mette con la Francia contro l’Inghilterra, l’Austria, i principi tedeschi. Il coraggio, la lealtà, l’onore, la fierezza, la durezza?

Rai – Fa il coverage delle notizie come copertura, seppellendo le notizie stesse e la verità sotto la ripetizione e il minutaggio parlamentare. Ma non solo in politica, il suo linguaggio è, vuol essere, insignificante, cioè una copertura del potere in essere, soprastante. Ha inventato la lottizzazione, delle assunzioni e delle carriere, anche minime, e l’ha perfezionata nella “par condicio”, la lottizzazione delle opinioni politiche. Ha impoverito il linguaggio, dapprima la sintassi, ai tempi di Bernabei e Guglielmi, ora il vocabolario, stantio, ripetitivo. Ha imposto l’etica dell’irresponsabilità: sono cattivo perché sono povero, lo Stato non mi dà abbastanza, la colpa è della Fiat, e degli Usa, la mafia sono gli altri. È l’ultimo “bene pubblico”.

Sesso – Non mai stato così diffuso, e inutile. Senza figli (continuità) e senza affetti è pura ripetitività, alla Sade. Una forma di masturbazione.
Non è affermazione ma attenuazione dell’identità – per la ripetitività, che sterilizza. Un succedaneo, Che può anche incidere profondamente, nel senso dell’egoismo, fino alla violenza, o dell’indifferenza, gaia o triste. La licenza di massa, la novità dell’epoca, porterà a una nuova umanità (sensibilità)? Potrebbe aiutare la sterilità “sociale”, di cui la terra sovrappopolata ha bisogno.

astolfo@antiit.eu

lunedì 6 settembre 2010

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (67)

Giuseppe Leuzzi

Un deputato aborigeno è stato eletto in Australia a centodieci anni dalla Costituzione. Al Sud è andata meglio.

“Alcuni boss praticano regolarmente l’omosessualità”, assicura il Procuratore aggiunto di Reggio Calabria Gratteri. Non ci lasciano scampo.

“È innegabile che gli arresti ci siano, ma la mafia se la ride”, aggiunge Gratteri. Dobbiamo dunque non arrestarli?

Lo stesso Procuratore aggiunto critica il papa: “Papa Ratzinger sta troppo zitto sulla mafia”. L’antimafia ha bisogno che se ne parli?

Però il dottor Gratteri ha perso una battuta, o i boss: quest’estate vanno i trans - fully functional, non opérés, assicura “Sette-Corriere della sera”.

Sempre il Nord si è incivilito al Sud, in Europa e anche in Asia nell’emisfero Nord (i mongoli in Cina),
Mentre il Sud s’incivilisce a Nord nell’emisfero Sud (in India, in Africa). La civiltà è un fatto di zone temperate?

Si bevono al Sud normalmente bottiglie degradate, vini inaciditi o liquorosi di annate vecchie. I produttori destinano al Sud le rimanenze, che dovrebbero ritirare dal mercato o liquidare a sconto. Al Sud le vendono a premio, come bottiglie d’annata. Al Sud, che il vino lo produce anche per il Nord, non c’è evidentemente neppure questa nozione semplice della cultura del vino: si pensa che un anno remoto sia indice d’invecchiamento, e quindi di qualità.

“Forza Inter” scritto a “Quelli che il calcio” pare che volesse dire: “Ammazza il tale”. Lo assicura un “pentito” che naturalmente è creduto. Ma la cosa non è inverosimile: Moratti e la sua squadra hanno qualcosa del killer.

Calabria
Si celebra “Reggio Capitale”, la rivolta di quarant’anni fa, con libro, dvd, convegni, seminari, manifesti, cerimonie diurne e notturne, una celebrazione favorita dal voto a destra della città nelle ultime due elezioni amministrative. Dal 1970 molto è cambiato: Reggio non è diventata capitale della Calabria ma sì la capitale della sua provincia. La provincia andava a Messina per gli studi, le cure mediche, gli acquisti, gli svaghi, ora tutto questo si fa a Reggio – solo il giornale resta ancora di Messina. Ma senza un progetto. Reggio non ha nessun collegamento con l’enorme ricchissima Piana di Gioia Tauro, che pure sarebbe facile da conquistare, coordinare, indirizzare, con i centri di sperimentazione agricole di cui la città (teoricamente) è dotata, l’informatizzazione, il marketing, la promozione commerciale, i controlli di qualità e garanzia, i consorzi di qualità. Né ha collegamenti col bacino ionico, un centinaio di km fino a Roccella Jonica di spiagge e di sole fruibili da marzo a ottobre. O col Parco dell’Aspromonte, il “bosco sul mare”, una miniera ancora intonsa. Come lo è la diffusa presenza di beni culturali di vario interesse nel territorio, tutti egualmente sconosciuti a Reggio – come del resto solitamente, nei luoghi di pertinenza, a parte i soliti imaginifici “professori”, gli unici cultori di storia locale.

La Calabria ha il record della spesa sanitaria pro capite, 3.100 euro l’anno, contro una media nazionale di 2.250 euro. E ha la sanità peggiore.
Un buon terzo della spesa (la differenza tra la spesa in Calabria e la media nazionale) va per ricoveri e interventi fuori regione.

La Calabria ha una gestione abbastanza oculata, anche se improvvida, della sanità, con 111 euro di sbilancio pro capite. Altre cinque regioni fanno peggio e molto peggio. Ma la sua sanità fa apparire la peggiore in Italia, e forse al mondo.

La scrittrice Angela Bubba lamenta sul “Sole” che si pubblichino “omogeneizzati spettrali, con gli ingredienti ben dosati e testati”. E porta a esempio “un tizio” che, alla sua intenzione di “esprimere un’altra nazione, un altro ambiente, una diversità”, gli ha obiettato: “Basta che non sia calabrese”. Ma è vero che ci vuole un minimo di appeal in ogni cosa, anche nelle diversità – non bisogna necessariamente essere simpatici, ma interessanti sì.

Le case tradizionali nei paesi di montagna in Calabria hanno stanze piccole, spesso con impiantiti in legno, a protezione dal freddo. Ora, grazie al riscaldamento, le cubature sono raddoppiate e triplicate: casone in cemento armato infilano stanze su stanze alte quattro metri, con ampie aperture. Ma il riscaldamento costa spese insostenibili.
Troppi soldi? È possibile: i consumo sono ostentati e suntuari, tanto più nel disordine urbanistico, che incupisce i segni esteriori della ricchezza, e la scontrosità sociale, se non l’asocialità.

È un mondo ricco, “oggettivamente”, che non ha nulla. Nemmeno i canti popolari. Nelle scampagnate e nei gruppi familiari si cantano le canzoni degli alpini, di Firenze, della Romagna, roba da militari con le servette. I matrimoni, l’unica funzione familiare residua, si fanno secondo un’etichetta “americana”, da emigrati. Con maestre di cerimonia. Abiti improbabili, di colore, taglio, tessuto, venduti come capi unici, di alta moda. Fuochi d’artificio. Tavolate milionarie. La tendenza a prolungare la festa per due, tre giorni..
La ricchezza è nella “testa”, come qui pure si dice.

La persistenza, che ne è il segno malgrado la malleabilità, e la pronta irriflessa adesione a tutto ciò che è nuovo e foresto, è una dote o un onere? Enst Jünger, “Entretiens” con J.Hervier, evoca il bisogno di precisione, di linea dritta nel ragionamento, per una sana argomentazione. Ma anche la ricchezza della plurivocità. Parlando bene una lingua “si guadagna sulla precisione delle parole, che sono più univoche, l’idea emerge con più nettezza. Ma la plurivocità è anche qualcosa d’importante nella lingua….”. La parlata calabrese, fatta anche di pause, silenzi, accenni di segni, Le “modulazioni poco percettibili ma estremamente significative” di Jünger , è una lingua a parte, non più in dialetto latino. Ardua da trascrivere in prosa, nessuno scrittore calabrese ci è riuscito. Né ci ha del resto mai provato, lo scrittore calabrese ambisce al riconoscimento nazionale, salvo Antonio Delfino. Pregnante, ma impreciso, E forse inconcludente.

È vero che la cifra espressiva locale, o linguaggio dominante, è il sarcasmo, verso di sé e il mondo.
In una serie numerosa e caratterizzante di scrittori, Delfino, Abate, Vollaro, Alberto Cavaliere, l’abate Conìa nel Settecento, Gian Lorenzo Cardone, autore dell’inno antiborbonico, “Il Te Deum dei calabresi”, il liberale Antonio Martino e il prete Vincenzo Padula, i primi pentiti dell’unità, e compreso, malgrado le sue intenzioni, Carmine Abate - solo escluso Alvaro. Non cinica, e semmai entusiasta, ma cattivissima.
Un altro filone etnico è la protesta, anarchica, anche violenta. Censita più spesso tra i “franchi narratori”, Luca Asprea (Carmine Ragno), Vincenzo Guerrazzi. Ma anche, a suo modo, di Leonida Repaci, e di Leonetti, Abate.
Quello che rimane, beninteso, tolte la bolsa retorica del conformismo risorgimentale e l’afflizione dei “vinti”.

leuzzi@antiit.eu

L’ammiraglio catturato dalla Calabria

C’è anche l’invenzione del viaggio, come c’è, è accertata, quella della tradizione: è una specialità inglese, e il comandante in seconda della Royal Navy Elmhirst, naufragato a Bianco di Reggio Calabria nella guerra contro i francesi nel 1809, ne è uno dei primi autori. Il viaggio non è inventato come quelli del Cinque-Seicento, è anzi rispettoso della date e della geografia, è verosimilmente “raccontato”.
L’ufficiale di Marina Elmhirst non scrisse altro, ma quei sei mesi di “prigionia” (spartiva gli alloggi e le mense degli ufficiali francesi di cui era prigioniero) fino al riscatto, i mesi invernali del 1809, furono un’esperienza che evidentemente lo segnò: quella esperienza in un mondo che non avrebbe immaginato, di briganti violenti, di occupanti francesi più violenti dei briganti, e di gente indifesa, ricca e povera, sarà la cosa degna di nota della sua vita.
Il titolo originale era ufficiale, “Occurrences during a six months’ residence in the province of Calabria Ulteriore….”. E i ricordi sono scritti dieci anni dopo, quando Elmhirst era già tenente di vascello o comandante. Sono però dettagliati, al giorno e all’ora, e perciò “inventati”, anche perché talvolta scantonano (ne nomi dei luoghi, nelle coordinate) e insieme in certo senso nostalgici. Il futuro ammiraglio ricorda gente civile, paesini bianchi e puliti, benché poveri, e ospitalità sempre dignitosa e generosa.
Di Rosarno nota che, al centro di una plaga fertilissima e molto coltivata, è ancora un cumulo di macerie, a trent’anni dal terremoto del 1783. La storia pesa sull’attualità. Mentre quella dei Borboni rapidi ricostruttori dopo i terremoti è probabilmente solo un’invenzione.
Philip James Elmhirst, Nella terra dei “selvaggi d’Europa”, Rubbettino, pp.110, €7,90

domenica 5 settembre 2010

La grazia di Camilleri breve

Aneddoti noti e nuovi scritti in stato di grazia dall’“autore italiano più letto e amato degli ultimi anni”. La forma breve e brevissima delle raccolte come questa gli darà un posto anche nella letteratura. Nel dialetto agrigentino italianizzato che ha imposto ormai come una lingua. C’è il primo abbozzo di Patò, che scompare, non si dica, per amore. La statua di san Calogero che in processione ubriacano di vino. I delinquenti liberati da Garibaldi che tagliavano le teste ai cristiani e ci giocavano – il tema di “L’altro figlio” di Pirandello è storico, Camilleri ne ha la testimonianza. Con la sceneggiatura sorprende perfino il noto aneddoto del Cristo risorto al Sud, alle elezioni del 1948, con la Bandiera Rossa.
Andrea Camilleri, Gocce di Sicilia, Mondadori, pp. 93,€ 9

Letture - 39

letterautore

Céline, Hamsun, Pound – Furono criminali di guerra, non c’è dubbio. Ma perché i poeti sono così trasgressivi? Perché credono alle idee, fuori dai codici politici. Hanno la colpa di essere. E questo non è un bene?

Don Chisciotte – Saprofita della lettura. Essendo bersaglio (vittima) dell’autore.

Umberto Eco – Sparge buonsenso, ma ci copre punte velenose di sadismo. Contro l’univevrsdità di applicazione e ricerca un’iniezione di mediocrità, con ruoli aperti e ope legis. Contro la scrittura il fogliettone, o il gioco in forma di enigmistica. Contro il “dovere” dell’obiettività nell’informazione uno spreco di saggio pessimismo.

Fine Secolo – È realista. In letteratura e al cinema vanno i fatti. Fu così già nell’Ottocento, e nel Settecento. Poi ritorna la fantasia, il linguaggio. È un fatto scaramantico?-
Si fa nel rifiuto di sé, cioè dell’avvenire – è un fatto di paura? I progetta tori sono al meglio nel postmoderno, la copia, la conservazione, il restauro, il recupero. La filosofia è filologia, lo studio dell’origine e significato delle parole - un’ermeneutica come nostalgia, piccolo cabotaggio di consolazione. L’economia è avidità, arricchirsi, l’unica sua manifestazione sicuramente deteriore – l’economia è ambigua. E la religione spiritualità.

Freud – Bisogna in analisi far parlare il reale per eliminarlo? Dipende, più spesso succede il contrario. Quello che parla sempre di sé, e si atteggia nel teatrino dei sogni, è quello che si odia, che odia gli altri: più parla più s’incrosta. Parlare tradisce.
La sua realtà è iper, alla Warhol. E la verità è mito. Ben congegnato: proiezione di d esideri e racconto (favola, epos).

Germania – I poeti vi vogliono morire giovani, Günther, Novalis, von Kleist, Benjamin, Celan, Hölderlin a suo modo.

Heidegger - O della filosofia come sociologia, con le difficoltà della scienza positiva. I suoi ragionamentoi sulla teologia come scienza positiva si possono rovesciare sulla fenomenologia. Con la fenomenologia oggetto della filosofia diventano le sue categorie e il suo modo di essere. Metodologia e morfologia, non fatti, concetti – i escludono le cose dell’esistenza: cosmo, materia, tempo, passioni, politica… Che inevitabilmente (e il linguaggio ne è monstruum) prendono il cammino della “sistematizzazione (generalizzazione) incerta” proprio della sociologia. La quale se ne fa titolo, di ricerca e innovazione, ma dopo centocinquant’anni si può ben dire che non porta in nessun posto, se non a serie statistiche. Il nichilismo di Nietzsche e Overbeck è chiarissimo. Contestabile (perfezionabile), ma non ne è Heidegger l’interprete finale, il suo è il profondiamo dell’uomo di fumo, o imprecisione.

Un nazionalista culturale. Perfino limitato – è ben più liberale Gioberti, in fatto di ideologie nazionali e di primati. La filosofia tedesca è l’orizzonte e l’obiettivo, incorporandosi un po’ di filosofia greca. Non procede per innesti ma per chiusure, non una specificità o novità emerge dai suoi “Nietzsche” o “Hölderlin”, se non un senso di grandezza che è potenza.
La specificità culturale è tradita non dal cosmopolitismo ma dal nazionalismo. Il nazionalismo ne tradisce la fertilità, murandola in se stessa, la specificità culturale fiorisce nel pluralismo.
Ma è improprio parlare di specificità culturali per nozioni e scienze astratte, la matematica come la filosofia. Riferirvisi è già un primo limite.

Giallo – Parte con l’handicap, il morto. A un certo punto all’inizio bisogna metterci il morto, cioè un non personaggio. E attorno a questa zavorra far ruotare la vicenda. È inevitabilmente un genere cerebrale.

Illuminismo – Non avrà stufato perché troppo rimasticato? Sono brutte le idee di seconda e terza mano, tutte parole chiave e niente intelligenza. L’intelligenza vuole souplesse.

Joyce – È nella tradizione irlandese dell’oralità, dai “Dubliners”all’ “Ulisse” e a “Fnnegan’s Wake”.
“Finnegan’s Wake” è un a ricostituzione del vocabolario,sulle stesse tracce che hanno
Portato all’inglese quela è oggi, latino, sassone, francese, germanico, comprese le parole composte. È un tentativo, freddo come ogni sistemazione: in particolare per le parole composte alla tedesca.

È un esercizio in glossolalia, più esattamente in xenolalia. Nel gusto degli anni Venti: la realtà fatta dai suoni. Più he un eserizio babelico, di creazione attraverso la traduzione, è un composto fonetico. È sempre un’opera scrittain inglese, con incursioni relativamente modeste in altre lingue, ma è un inglese decomposto foneticamente e poi ricomposto.
In questo senso è anche una furiosa rivendicazione ariana (celtica) e materialista di una cosmogonia fonetica le cui origini sono invece esoteriche (mistiche), misteriche (Steiner e l’euritmia), semiitiche (Cabbala).

Nell’“Ulisse” dà corpo (materia) alle evaporate passioni urbane: vite coniugali, appartate e isolate, chiacchiere da pub, tempi e metodi della sopravvivenza organizzata, senza passato e senza futuro. Il mondo per il quale la storia è ridotta a genealogia.

Leopardi – Non fu felice perché lesse e scrisse molto? Il padre, la gobba, la campagna non gli impedirono versi di un a serenità ineguagliabile. Ma era troppo impegnato e non fu sereno. La frequentazione dei classici può essere sconvolgente, vedi anche Nietzsche.

Nietzsche – Un critico culturale – un giornalista quale era Dante per Joyce, inconclusivo quindi. Che ama l’espressione forbita e la stessa retorica. In cerca del sublime, che tanto spesso o evoca e auspica. Una miscela deflagrante.

Come Goethe che, dice in “Wagner a Bayreuth”, poetò per non essere riuscito come pittore, o Schiller che trasferì in teatro l’eloquenza popolare, e Wagner in musica un originario talento di attore, Nietzsche porta in filosofia un talento musicale. La sua logica è la musica, lo stile.

Pivot – Funzionava perché, oltre che ottimo attore-regista, alla Santoro,, coi tempi e i registri sempre giusti, usava il francese nella sua principale caratteristica, l’unità del linguaggio. Corrispondente all’unità (all’orgoglio) della nazione, attorno alla quale le distinzioni e perfino le polemiche, si propongono come aggiunte, si ricompongono. Si continua a ragionare anche in presenza di preconcetti evidenti e faziosità, come se si contribuisse alla verità: nel senso del’aggiungere (dell’arricchire) e non del togliere. Che è poi l’unico senso possibile della letteratura, sia esso uno stato di grazia o di fatica.

Proust – “Osare dichiarare” la propria critica a Proust, s’incitava D’Annunzio (“Di me a me stesso”, p. 195), uno che leggeva, annotava, ammirava.

“Ah, potessi scrivere come voi, Mme Straus!” – detto a quarant’anni. E giù pettegolezzi su come i “le” non possono vedere i “le”, e non li ammettono nel loro salotto, tutti personaggi “ini”, in un mondo “demi”, mondane, vergini, ricchi, nobili, ricostituito con lo psicologismo di cui s’ammantava la scrittura fine secolo. Uno stile cioè adeguato al mondo, che si richiama alla “petite” musica. È un Saint-Simon della borghesia delle professioni, come distinta da quelle della terra, del commercio, dell’industria, del denaro. Imitazione più ridicola che tragica: dei borghesi che non avendo il titolo si apparentano alla nobiltà che non ha le rendite.

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