sabato 12 febbraio 2011

Problemi di base - 50

spock

Com’è perfetto Dio, se ha fatto il mondo tutto imperfetto?

È il paradiso eterno, o solo immortale? L’eternità sembra piuttosto una condanna – Di Pietro direbbe: buttare le chiavi

Quando si farà il giudizio universale? Quanto dobbiamo aspettare?

Perché Gesù è ottimista e i credenti pessimisti?

Se il presente non c’è, perché tutto è già passato, o non è ancora, chi è Ruby? E Sara Tommasi?

Perché le puttane sono emigrate da Roma, dove erano di casa, città di uomini, a Milano?

Il fronte anti-Berlusconi è gestito da De Benedetti, Di Pietro, Boccassini, Fini: dove si pone la questione morale?

Perché i generali in divisa sarebbero migliori di quelli in borghese? In Egitto e altrove.

spock@antiit.eu

Céline paranoico con ironia

È presentata come la terza parte, non rifinita, di “Pantomima per un’altra volta”. Ma si legge come una riscrittura ironica, in chiave distaccata e perfino allegra, della stessa narrazione. I fatti sono sempre gli ultimi giorni di Céline a Parigi, a Montmartre, nel 1944 prima della fuga in Germania e poi in Danimarca, marchiato da “collaborazionista”. Una delle prime riscritture, nel secondo semestre del 1947 in Danimarca dopo la prigione, pezzo forte il bombardamento di Parigi visto da Montmartre, tra le pale vorticose dei mulini alla “Chisciotte”, che si pubblicò postuma, dopo un difficile esercizio di lettura dell’autografo, nel 1985, e ora si riedita per i cinquant’anni dalla morte.
Sul bombardamento si esercita in più occasioni il virtuosisimo di Céline – in attesa di diventare una pietra d’inciampo della storia revisionata? Quello di Parigi è già materia delle prime “Pantomime”. Il più celebre bombardamento di Amburgo è la materia dell’ultimo “romanzo” finito, “Rigodon”. Ma qui c’è di più: Céline si diverte alla propria paranoia. Il vocabolario sfavillante senza essere artificioso - la chiave del celinismo - in ragione dei suoi ritmi canzonettistici, della sua “musichetta”, è qui perfino sorridente. La visita di Clémence, la moglie di un compagno d’arme in trincea e all’ospedale militare nel 1915, che viene col figlio a chiedergli di autografare i suoi libri, scatena ogni sorta di sospetti, volutamente incongruenti. Esca all'odio, corrisposto, dei vicini. Che finirà in un tentativo di seduzione-violenza da parte di una ragazzina, ennesima apoteosi del grottesco. E un pretesto per rivedere, ancora una volta, il ribaltamento di una vita. Con un senso di rassegnazione: “Che sbarchino, mio Dio! Che sbarchino…”. Ma ancora, malgrado l'internamento e il carcere in Danimarca, con ironia.
Nel mezzo delle bombe Céline improvvisa una uscita a Montmartre, per mettere in salvo i suoi manoscritti in casa dello zio Èmile, non altrimenti noto (sarà lo zio Èdouard immortalato in “Morte a credito”), e scambiare la sua razione di due pacchetti di Gitanes con cinque litri di benzina, forse sette, con un crucco. È dunque colpevole di “commercio col nemico”. Ma la benzina gli serve per andare a Bezons, in periferia, dove ha la condotta, con la bici a motore, da 1 cavallo. Una uscita che è pretesto a incontri con una folla variopinta di amici, artisti, musicisti, ballerini, comici, letterati, tra essi il “tartarugone” Marcel Aymé, non disperati, malgrado la guerra e le accuse di collaborazione (Aymé, che a differenza di Céline scriveva su “La Gerbe” e “Je suis partout”, giornali dell'occupazione e antisemiti, ne uscirà indenne). E con gli animali, cani, gatti, per Céline sempre animati, personificati. Gen Paul (“ha del genio, gli devo enormemente”) fantasticandolo “demiurgo”, che sulla sola gamba che gli è rimasta, dall'alto del mulino dove abita, dirige di notte i bombardieri, ora non più nemici. Di Max Revol, cantante e intrattenitore, notando: “È come me, scherza facilmente”. Una compagnia della buona morte, “banda Céline” per i vicini, e cioè condannata a pronta esecuzione, che sbevazza per i posti segreti di Montmartre, il cimitero Saint Vincent, il palazzo liberty, il caffè “Au reve”. Ferdinand (Céline) fa pure, al cimitero, la danza dell’orso. E non hanno pensiero, i “vecchietti”, che per le settebellezze di “Tourbillon”, la quindicenne che va a scuola di danza da Lucette, “l’amore vergognoso delle ragazzine” - ma “genere mistico in un senso”.
Clémence, conosciuta per trent'anni, da quand'era ragazza, che viene a chiedere l'autografo, col figlio poi, a cui mostrare il “mostro”, qualcuno che si vede eccezionalmente, è tuttavia presagio di morte. A più riprese Céline si vede già, "si sente", spargere odore di morte. Come medico, “ce ne sono di medici ammazzati!” Come scrittore invidiato. Come “mangiatore di bambini ebrei”, come vicino, come uomo di sostanza da depredare. E questo sarà il segno della sua narrativa dopoguerra, quando le passioni si saranno spente: la tragedia dei perdenti, dei perduti. Ma qui con un'importante differenza: Céline non odia, e non teme, i combattenti della Resistenza, bensì la cattiveria di quella che allora si chiamava la piccola borghesia.
Nella portineria, dove vive la prima fase del bombardamento, Céline esibisce deferenza per la coppia di coinquilini del piano di sotto, “Charmoise”-Chamfleury, che sa essere della Resistenza e che spesso ne ospitano una cellula. In particolare per la moglie, alla cui bellezza tributa un omaggio per una volta non avvelenato (lei ritorna anche in un romanzo a caldo, 1945, di Roger Vailland, non tradotto, “Drôle de jeu”, come padrona di casa che nelle riunioni clandestine nel palazzo della rue Girardon raccomanda di non gridare: “Non così forte, disse Chloé. Céline abita di sopra. Ogni volta che c’è rumore in casa crede che si tenti di ucciderlo”, mentre il marito vorrà partecipare nel 1972 alla monografia de L’Herne per attestare: “Céline non ci ha mai traditi” – Vailland invece onestamente aveva riconosciuto che Céline, se fosse rimasto a Parigi, non “sarebbe stato più risparmiato” dalla Resistenza).
La prima metà del libro, prima della fuga, è farcita di note insistite sulla microgeografia di Montmartre, i vecchi e i nuovi numeri civici, le vecchie e nuove piazze, i negozi, i caffè, le trattorie eccetera – la pubblicazione si vuole un ritratto di Montmartre com’era. Ma facendone a meno (le geografie disturbano e non aiutano la narrazione, dal viaggio di San Brandano a Robinson Crusoe) il racconto è ben celiniano, sempre avvincente benché sul nulla. In aggiunta alle note escandescenze contro i signori delle lettere che lo odiano - tra essi pure Paulhan, che invece lo sta recuperando alla “Nrf” proprio mentre Céline scrive, per portarlo in Gallimard già nel pieno dei processi a suo carico. È la prima rivisitazione, ancora distaccata, dell’abiezione – che sarà materia dello studio di Julia Kristeva, “Poteri dell’orrore”: il genere “vedo il male, anche il danno che esso mi procura, ma lo faccio lo stesso”. Tutta puntata ancora sulla missione del dotto, dello scrittore. Di cui Céline dà, a p. 228, verosimile ricetta, la più rifinita fra le tante che poi darà in chiave difensiva, dalla condizione di nemico dell'umanità nella quale si rinchiuderà. Merita riportarla per intero.
Il cruccio di Céline nel 1947, dopo il carcere e in attesa dell’estradizione, è il ritrmo: “Mi defenestrerebbero, se fossi ancora lassù… Defenestrerebbero… Penso… Defenestrerebbero mi disturba… Defenestrino, mi defenestrino, basta, tanto peggio…Defenestrerebbo taglia il ritmo”. I suoi racconti, spiega qui una prima volta, nella maniera forse più compiuta, vuole “rese emotive”, trasposizioni commosse della realtà. Céline cerca di salvare le sue minute: “Le mie minute… insomma note… meglio! Delle rese… rese emotive!... già quasi in forma… dalle dieci alle ventimila ore di lavoro. Sono delle messe a giorno le opere. Si disbosca come il tempio di Angkor. È accanimento da sterratore…. Da sterratore di onde… un colpo di scalpello per quanto piccolo, il tempio sfrigola, sbriciola, svanisce… Non acchiappate più niente, niente viene. È la magia… La penna è uno scalpello da mago… da mago in scavo… Tutto è infossato nell’atmosfera… Bisogna scavara piano piano… soffiare, oh con dolcezza… che la sabbia voli via… è orribile vero, è orribile…. Voglio dire di delicatezza di sfioramento… è un lavoro da fata questo è, in cui l’uomo perisce dannato, perde l’anima, la buona gentilezza, la coda, tutto… torcistracci, cencio da sogno, consunto strofinaccio, sterratore torvo selvaggio feroce”.
Guardando la paranoia a distanza, come Céline fa in questa narrazione con se stesso, se ne capiscono, benché non dette, le ragioni profonde. Céline è la disperazione coerente, che non può scusarsi. Come il declassamento, che rinfocola il sospetto e l’odio: è una condizione a forte introversione. In termini di colpa è il buono malvagio, il puro impuro. La coerenza non è il silenzio (lo è in uno dei personaggi del “Viaggio”, ma fa ridere): è la disperazione stessa, la distruzione. Céline, che vive la vita tragicamente, troppo abile scrittore, troppo conseguente moralmente, va fino ad autodistruggersi. Seppure qui col sorriso, Céline si conferma lo scrittore tragico del Novecento, avendo scritto un “Inferno”, l’infamia dell’universale.
Louis-Ferdinand Céline, Maudits soupirs pour une autre fois, Gallimard, p.284, €8

venerdì 11 febbraio 2011

Il mercato? È medievale

La natura del liberalismo è ancora da scoprire, in Italia, travisata tra l’idea della libertà di Croce (che la trovava in Hegel, in Spaventa…) e l’azionismo di Gobetti, che la trovava in Lenin. Una tradizione italiana recente tutta in linea col germanesimo, per il quale non gli scozzesi esistono, anche se Kant per metà è scozzese (quella buona?), né gli inglesi. Soprattutto estranea l’idea vera del liberalismo è rimasta alla Destra dopo il fascismo. Riccardo Paradisi, cha introduce questa antologia del 2004 con un ampio saggio, la recupera. Ma il concetto stesso evoliano di apolitìa ne è prodromo, se non è già un fondamento.
L’apolitico è chi vive fuori dalla storia e la società, quello del “particolare”. L’apolitìa è invece una dichiarazione di dissenso, di chi porta un giudizio anzi appassionato sulla politica, e se ne esclude per meglio incidere – o almeno sperare: è una forma di critica radicale. Ben diversa dall’impolitico di Thomas Mann - un ammontare lurido di pregiudizi, seppure scusato dallo stato di guerra - l’apolitìa è la condizione cui la politica politicante costringe l’uomo onesto, non ipocrita cioè né violento – l’apote a Evola contemporaneo di Prezzolini. Tanto più oggi, che la politicanteria assume le forme abiette dell’antipolitica: virtuista al meglio alla Gobetti, nei fatti una consorteria ribalda, di giornali, giudicature e baroni della finanza, che tiene sotto tiro ogni ipotesi di governo, o di autonomia del politico, di destra e di sinistra indifferentemente.
Evola, a suo modo ribaldo, vedeva già nel 1957, “Cavalcare la tigre”, la verità: “Oggi non esistono idee, cause e fini degni di un impegno del proprio vero essere”. Il vizio è antico, se lo stoico di Seneca (“De Otio”, XXIII) sapeva che “non a qualsiasi repubblica deve il sapiente partecipare”. Ma in certi momento non c’è rimedio.
Su questa base Paradisi tenta un innesto ancora più interessante. Del mercato, il mondo qual è. Partendo dall’innesto dell’individuo nella tradizione. Individuo che Evola nega ma per eccesso di egotismo, senza argomenti, né storici né filosofici. Il presupposto è semplice: la teoria politica evoliana fa riferimento a un modello di unità di altra, remota, epoca storica. “Si comincia a ragionare secondo un principio di realtà”, dice Paradisi, “se si è coscienti che con la modernità nasce l’individuo”. Che peraltro nasce col primo pensiero politico e filosofico occidentale, cioè greco, nel IV secolo a.C., Paradisi fa dire a Scaligero - se non già con Erodoto. Il Super-Io traditore di Evola Paradisi fa criticare anch’esso da Massimo Scaligero, con la consueta bonomia: gli evoliani tradiscono quella che dovrebbe essere la pre-condizione di Evola, svuotarsi del proprio Io. Meglio lo avrebbe aiutato la tagliente Yourcenar, che pure da Evola prese molto, e molto se ne attese, trascrivendone in abbondanza “Lo yoga della potenza” in italiano e commentandolo nella prima pare di “Sources II”: “Il barone Julius Evola, che nulla ignorava della grande tradizione tantrica tibetana, non s’è mai dotato dell’arma segreta dei lama, il pugnale-per-uccidere-l’Io”.
Il mercato non è solo monetario o mercantile, argomenta Paradisi, e quindi mercantilista e imperialista: “La società di mercato è un modello di civiltà che, come l’ordine medievale, è fondato su rapporti volontari e comunitari, coincide cioè con quell’ordine naturale basato sulla proprietà e sulle libertà di contratto, contro il quale, con particolare accanimento, hanno portato il loro attacco Marx ed Engels”. Può essere. Il mercato potrebbe portare a quel recupero di Auctoritas di cui hanno utilmente discusso Alessandro Passerin d’Entrèves e Hannah Arendt, in una funzione di potere che si è ridotta alla Potestas. Per ora non si vedono che dei poteri, più o meno manifesti o dichiarati, ma tutti esclusivi e invasivi: la guerra umanitaria, o diritto d’intervento, la cancellazione della tradizione (fede, storia, cultura), da parte di quegli stessi organismi sovranazionali che solo qualche decennio fa ne ordinavano il censimento a Jeanne Hersch, e la Nuova Conformità del politicamente corretto, che non si sa che cosa è e a cosa serve ma è una salda leva di potere.
Ammirabilmente, anche negli scritti qui raccolti, Evola pensa e scrive da solo pensò e scrisse da solo quanto il Collège de Sociologie, Bataille, Caillois, e anche Dumézil, e mezza Germania, in testa Jünger, Gottfried Benn e il confuso Heidegger sono andati almanaccando: una società di anime nobili, integre, spietate, che salvi l’umanità dalla glaciazione, o desertificazione, che il denaro e la ofidica tecnica minacciano, e dalla decimazione ugualitaria. Con la contrapposizione geniale tra “mondo della storia” e “mondo della tradizione”, ossia tra azione nella storia e azione metastorica, che distingue, questa sì, l’uomo superiore. Ma pensiero antimoderno e antiliberale, e antipopolare. Radicale, viscerale, logico, e quindi disumano. Esoterista mirabile, avendo scoperto la forza demoniaca, la “magia nera”, della pubblicità e della propaganda. Con Plotino e lo yoga consigliando: “Non andare verso Dio con impazienza, ma attenderlo”. Ma il precetto ha dimenticato di dare ai suoi allievi. Se Massimo Scaligero, che pure gli era amico, lo chiamava da ultimo “il cattivo maestro di corso Vittorio”, alla Chiesa Nuova. Dove formava i giovani, suo ultimo motivo d’interesse, tra imprendibili Graal, ghibellino in terra santa, riconciliando le sparse origini cristiane - giudaiche, iraniche, elleniche - coi fratoni celtici, e i cavalieri medievali con celata e corazza che vedevano la Madonna. E dove certo, se guardava fuori dalla finestra, sarà soffocato dalla collera, al sesso finito laico in spasmo breve. “Prendere sempre, per principio, la linea di maggior resistenza” è precetto prioritario del suo yoga della potenza: “Non fare ciò che ti piace, fa’ ciò che ti costa”. Etica santa, o della rinuncia. Ma dov’è la massima resistenza, o eroismo, se “la violenza è l’unica soluzione possibile e ragionevole”? Questo è pentirsi o piangersi addosso, di uno che dicesse: “Scusatemi, ho messo le bombe”. A disagio tra le caste inferiori dei vaisha-mercanti e dei sutra-operai - a disagio nel mondo. Non c’è maestro senza speranza. “Indianista”, lo bollavano gli sbirri di Mussolini, sprezzanti con ragione: il viaggio in India è contagioso. Maestro tuttavia dei tempi.
Julius Evola, Apolitìa

Secondi pensieri - (63)

zeulig

Abisso – È in alto o in basso? È in alto, dove c’è quiete e silenzio – la storia immota, tanto è antica. Ma l’impressione è di cadere, precipitare, come se il nulla fosse in basso.

Femminismo – È – è stato ? – un movimento spiritualista. Le leggi, la medicina, il potere (l’utero è mio”), il calcolo sono aristofaneschi Oppure portano al corpo disseccato: nell’ambito della Grande Paura detta ecologia, che è il rifiuto di vivere. Il profondismo dell’utero abortisce naturalmente in un’oggettivazione sterile e asettica, sotto l’ombrello scientista o della giustizia.

Heidegger – Allo “Spiegel” dice: “(I francesi) quando cominciano a pensare parlano tedesco”.
Hans-Georg Gadamer ha questo dialogo con Angelo Bolaffi (“la Repubblica”, 7 ottobre 1889):
D.: Molti dei discepoli di Heidegger erano ebrei…
R.: Naturalmente, perché erano i più intelligenti.
D.: Ma Heidegger sostiene che per pensare filosoficamente bisogna pensare in tedesco…
R.: Infatti gli ebrei parlavano tedesco. Dirò di più: nella maggior parte dei casi il tedesco era la loro madrelingua.
Grossolanità da nuovi ricchi. Nella lettura della Germania da Wagner in poi si sottace questo ingrediente: il nazionalismo. Che è quello principale, se non unico: l’orgoglio di chi pensa di avere inventato il mondo, un complesso popoviano. Ma già Fichte (“Discorsi alla anziona tedesca”) rimproverava Carlo Magno e i Franchi di avere tradito la lingua, le tradizioni e il carattere del popolo teutone, facendosi colonizzare e corrompere dalla cultura latina.

Il suo esistenzialismo è la tristezza da sazietà, di cibo, vino, conquiste, amori, ragionevolezza. Un gozzo pieno di sensiblerie. Fra il sociologema e la lirica, senza filosofia.
Heidegger è nazista perché la politica del “Discorso del rettorato” è nazista, più che per questioni di tessera: “sangue e terra”, campi di lavoro, mobilitazione.

Leviatano – È in Hobbes, con ogni evidenza, un essere buono: dio mortale, grande uomo, ammirato animale artificiale – automa, macchina – e governatore dalla ingens potentia. Ma i commentatori hanno bisogno di trasformarlo in mostro. I commentatori liberali, che vorrebbero, ma non sanno come, recuperare Hobbes. Ma anche gli statalisti si sbracciano a stabilire che è un mostro: Tönnies, Schmitt – che punta perfino sull’esoterico. Mostro dovrebbe essere, per queste anime candide, Hobbes, con la sua geniale intuizione di un collegamento necessario tra l’individualismo di ritorno e il sociale (statuale, trascendente), tra privato e pubblico.
Dice Schmitt (“Scritti su Hobbes”, 126) che il Leviatano divenne un mostro a iniziativa degli inglesi: pubblicato nel 1651 insieme con il Navigation Act, che sanciva la libertà dei mari, fu sa questi sconfitto. Popolo marinaro, di spazi aperti e di commerci, gli inglesi rifiutarono l’assolutismo incipiente nel continente. Schmitt dice anche (id., 124) che gli inglesi rifiutarono Hobbes per averlo associato alla restaurazione stuartiana. E questo è più vero che non la preclusione ideologica, o caratteriale. Lo “spirito inglese ” non è “contrario al decisionismo del pensiero assolutistico”. Lo concilia col dissenso, e con i diritti dell’individuo, canonizzando le due opposte espressioni nella forma. È bizzarro che proprio questo sia sfuggito a Carl Schmitt – a meno che egli non sia altro che un giurista kelseniano, e un antidemocratico.
Restando per mare, la democrazia inglese è molto simile alla gestione di una nave, in cui tutto è definito nei minimio particolari, con regole ferree: l’autorità è indiscussa, la divisione dei compiti è solo funzionale, prevaricazioni o abusi vanno puniti e non tollerati. Tra un’elezione e l’altra, il governo inglese è da quasi due secoli quello che ha la maggiore autonomia. Compresa la decisiva competenza di sciogliere il Parlamento.

Libertà – “Uno dei doni più preziosi che gli uomini diedero ai cieli”. Conservata per anni come un’ambigua verità di Cervantes, per averla letta in una biografia dello scrittore, la frase originale configura invece, a una ricerca che ne consenta una citazione, la libertà come il solito modesto “regalo dei cieli”. Però: Dio non è libero, essendo eterno, l’uomo chissà. La libertà nasce dall’incertezza.

È misteriosa perché Dio ha lasciato la scelta all’uomo, sia nel paradiso terrestre che dopo il peccato? O non sarà la libertà una lusinga del demonio?
A meno che la libertà non sia, come tutte le creature, imperfetta. Quindi anch’essa divina ma dai modi incerti e misteriosi, occasionali, tra lampi originari, e campi magentici, polveri, gas, vermi.

Ha un senso se c’è il rifiuto della morte. È uno spreco, e come tale può apprezzarla chi ha spiccato l’edonismo. Cioè la non attesa della morte.

Linguaggio – Esclude o collega? Fa la differenza o la comunicazione? Fa l’una e l’altra. Ma l’innatismo è per l’esclusività. E per il Vangelo: il segno s’indirizza unicamente agli adepti, e da essi soltanto è riconosciuto – “una generazione perversa e senza fede chiede un segno, ma nessun segno sarà dato loro”.
Un’esclusività che si applica alla fede, e alla comunicazione.

Nietzsche – La grecità dionisiaca è un Mediterraneo ottenebrato, un Walhalla al sole (come poi la contesa nazi-fascista su grecità vs. romanità, o Heidegger vs. i “South Winds”).
Discende dall’Apollo iperboreo. Che non è invenzione di Nietzsche. Ma contrasta con l’evidenza, dei testi e della storia.

Utilità – Non si esprime con una relazione diretta, la quale spesso può essere meno utile, o perversamente utile, e ha valenza diversa per l’individuo (privato) e per il mondo.
L’Algeria che rifiuta trent’anni fa l’automobile per puntare sull’edilizia rifiuta in realtà lo sviluppo. Finanziando l’automobile avrebbe finanziato la meccanica, la chimica, la gomma, le strade e le case – attraverso i prelievi fiscali su tutte le altre attività. Avrebbe anche ricostituito la dote iniziale, anzi moltiplicata. Puntando sulla casa ha messo in moto, se l’ha messo, un meccanismo riproduttivo sclerotico: quando l’edilizia va tutto va è assioma vecchio di due secoli.
Ogni azione va al suo obiettivo per vie diverse. Tutta la civiltà dei consumi è mandevilliana: la sua unica ratio è l’occasionalità, il superfluo, e al solito il vizio – si prende la protezione dell’ambiente, il più sicuro affare, privato di questi ultimi decenni. Come la razionalità, l’utilità si definisce per vie traverse.
Il moralismo dei classici, da Adam Smith a Galbraith, è un monito politico. Anche economico, ma limitatamente all’interesse privato e individuale. Con la razionalità del minimo sforzo (costo) per il massimo rendimento (utile), non con l’espansione e la diffusione della ricchezza. O meglio: l’utile si protegge con la legge, la ricchezza dei molti può esserci – c’è, c’è stata – ma in nessun modo protetta.

zeulig@antiit.eu

giovedì 10 febbraio 2011

Milano si perderà un pezzo

“Chissà se le parole del “Times” riflettono i pensieri della classe dirigente britannica o se sono una vendetta nell'ambito dello scontro fra Murdoch (padrone del “Times”) e Berlusconi per il controllo del mercato televisivo (pay tv)”: il corrispondente del “Corriere della sera” da Londra, Fabio Cavalera, si tutela. Ma il giornale la spara grossa: il “Times”, venerabile per antonomasia e autorevole agli orecchi di molti, critica Berlusconi in un editoriale. Lo scontro a Milano si conferma questa volta senza remissione. I giudici condanneranno Berlusconi per imputazioni ignominiose. Berlusconi non potrà limitarsi alle solite intemperanze teatrali.
Che sia “guerra aperta” a Milano lo dice lo stesso Bossi, e dunque è un fatto. Con molte remore residue, molto “milanesi”. Il “Corriere della sera” spara contro i berlusconiani notizie false di ogni tipo, dagli affari con Putin alla prostituta napoletana che telefona a mezzo mondo. Ogni volta poi pubblicando rettifiche incontestate, di Romani, La Russa, Marina Berlusconi. A loro volta contenute, quasi cerimoniali. Ma a questo punto appare inevitabile che Milano debba perdere almeno un pezzo del suo predominio a tutto campo, dalle prostitute (modelle, veline, show-girls, attricette) all’Opera delle chiese, dalla finanza alla politica, dalla criminalità impunita al moralismo: lo scontro si conferma cruento, questa volta, e o Berlusconi o i giudici di Milano, Bruti Liberati, Magi, Gandus, dovranno sgomberare il campo.

Verso una camicia di forza tedesca all’euro

È dubbio che la cancelliere Merkel abbia abbandonato la candidatura tedesca alla presidenza della Bce. Resta sempre vero che a Berlino importa avere “una presidenza non tedesca ma affidabile”. Ma a questo è espediente candidare un tedesco. Anche se non necessariamente Weber, candidato di matrice bancaria, quindi non della cancelliera, e un autocandidato. Mentre resta certo che la Germania, anche senza Weber tra i piedi, intende assoggettare i paesi membri a ulteriori dure restrizioni, quali il pensionamento per tutti a 67 anni, e la costituzionalizzazione del divieto di deficit di bilancio. Tutto questo nell’ambito della Efsf, European facility a protezione del debito, e dell’euro, di cui Angela Merkel è, e si ritiene, il nucleo fondamentale, anche se ne è il finanziatore alla pari degli altri paesi membri. E già il prossimo mese, all’Eurogruppo.
La Germania è sempre contro il consolidamento di parte del debito dei paesi più esposti con l’emissione di eurodebito (proposta Tremonti-Juncker). E anche contro l’abbandono di alcuni debiti al loro valore residuo, un terzo, un quarto, un quinto di quello nominale, cioè al fallimento di alcuni paesi membri (banche d’affari anglo-americane, “Economist”, “Financial Times”). Berlino vuole proteggere tutto il debito europeo, attraverso la Efsf, ma con ulteriori condizioni restrittive.
In pratica, si dice a Berlino, è come applicare all’Europa la lezione della riunificazione tedesca. Ma partendo subito dalla condizioni finali, che infine si sono cioè imposte, molto più restrittive, e socialmente costose, di quella dell’allegra galoppata di Kohl vent’anni fa: partendo appunto dall’obbligo del pareggio di bilancio e dell’alleggerimento della previdenza.

Lo sfavillìo di una moneta che si nasconde

Una pubblicazione d’altri tempi. Camilleri racconta la storia a Eileen Roman, direttrice di Skira. Che ne è affascinata, e se ne fa riscontro con amici e luminari – gli amici sono luminari: Salvatore Settis, gli archeologi Nicola Franco Parise e Maria Conconi, la numismatica Maria Travaini. È un ritorno della Marchesa Colombi, un Centopagine calviniano di “buone maniere”. Anche nelle illustrazioni a corredo: leziosi oli e guazzi di Houël, molto poco campestri, e le foto famose del terremoto di Messina. Ma Camilleri, sornione gatto di casa, è al suo meglio. Formidabile contastorie: anima una monetina che fa di tutto per scomparire, dal giorno in cui Akragas fu distrutta dai cartaginesi.
L’esito è più stimabile perché il dialetto che Camilleri intercala qui suona falso, gli interlocutori essendo contadini con la zappa e non sbirri: è l’ipostatizzazione di una realtà che avvince il lettore, più che il lessico e il linguaggio? Bisognerà tenerlo presente quando si analizzerà il dialetto quale strumento del successo, invece che dell’ostracismo, di Andrea Camilleri. Che ne fa anzi lo scrittore più amato e venduto per quasi vent’anni, un’epoca della letteratura e della storia.
Andrea Camilleri, La moneta di Akragas, Skira, pp. 118, € 15

mercoledì 9 febbraio 2011

Céline inedito – ma noto

Un omaggio inconsueto, per i lettori italiani, di molte foto e testi di autori diversi, Kristeva, che su Céline ha in centrato lo studio dell'abiezione, "Poteri dell'orrore", Arbasino, lo psichiatra Paolo Badellino, per i cinquant’anni della morte di Céline. Il quale certamente merita miglior sorte, come scrittore prima che come caso umano. La raccolta riproduce anche due testimonianze nuove per il pubblico italiano, quella di Marcel Aymé, che fu a lungo amico di Céline, e quella, ancora più rivelatrice, di Lucien Rebatet, uno dei condannati per collaborazionismo nel 1945, su Céline a Sigmaringen, la colonia degli sfollati francesi in Germania a fine 1944 – oltre ad alcune interviste dello scrittore, e a una polemica del curatore.
Céline merita sempre una lettura, le briciole comprese. Anche se il caso umano - l’antisemitismo dichiarato - monopolizza sempre l’attenzione. L’ultima novità sul caso Céline è che il governo francese post-gollista ha deciso di non ricordarne il cinquantenario della morte. Sempre s’impone il personaggio, anche tra chi ne sente la forza della scrittura, e l’attualità (onestà, verità). Ci sono e si ristampano grossi repertori di sue interviste – più che di Borges, che però era vanitoso. Che sono evidentemente lettura gradita, perché breve, urlata, gossippara. E molte biografie, ce ne sono in commercio almeno una diecina: Céline è lo scrittore più biografato. Anch’esse in qualche modo scandalistiche. Mentre si possono contare a memoria gli scritti critici, filologici, letterari, diacronici e sincronici, o anche solo un esame accurato della sua fertile corrispondenza, e della sua vera vita.
D'altronde è un dazio che s’impone: Céline si è voluto ed è scrittore realista. Delle “cose”, spiega nella fondamentale intervista a Zbinden (pp.175-185): visionario perché radicale – contro la guerra, contro il denaro, per i poveri, per la salute (bellezza), per la patria. E ne è vittima: la politica è esercizio di equilibrismo, e collettiva, non individuale - è passione radicale solo nel deserto, dove è inutile. Ci sono due tipi umani, dice: il voyeur e l’esibizionista. Chi osserva il mondo (“le cose”) e chi mette in mostra se stesso (psicologismo, memoria, flusso di coscienza, di parola, etc.). Céline ha preteso di parlare delle “cose”, non di tacerle, ha voluto mostrarci il mondo com’è, e questa passione ha pagato e paga. Anche se, quasi sempre, aveva ragione.
Si prenda ad esempio, ancora nell’intervista con Zbinden, l’Europa che non “ha sovranità”, cioè non è. Un tema di grande scienza politica, che Céline centra con acume: la sovranità è semplice ed univoca, è mentale e culturale prima che economica e politica, ed è etica. Non può cioè essere distruttiva, ingiusta, stupida. Né si salva col moralismo, appunto, con l’autoreferenzialità resistenziale. L’Europa oggi contesterebbe che non c’è, non solo nella politica e nella moneta, come si può vedere a uno sguardo anche casuale, ma nella cultura, nell’idea di se stessa. Il che è tanto più vero in quanto non se ne accorge nemmeno.
Andrea Lombardi, che ha creato e anima il sito celine.blogspot.com, un repertorio eccezionale nelle abitudini letterarie italiane, con spirito battagliero, ne lascia un’impronta anche in questa raccolta. Reagisce, anche lui confusamente, scompostamente, all’estremo conformismo di questi anni - eh sì, il dannato Céline di cui oggi in Francia è proibito parlare poteva invece andare in tv profusamente nel 1957, e nel 1961. Ma i celiniani si vogliono una setta, i Cahiers, etc., in lite col mondo, e questo non risolve e non aiuta.
Andrea Lombardi, a cura di, Louis-Ferdinand Céline in foto, Effepi, pp. 216 € 24

Il gendarme dell’Occidente è a Pechino

Salvatrice dell’America, apprezzata in Africa, dove è l’unica presenza straniera che ha prodotto sviluppo, la Cina si appresta a diventare patrona, in discreta misura, anche dell’euro e dell’Europa. Tre mesi di viaggi nel più profondo della crisi finanziaria ne hanno consacrato il ruolo. A ottobre il primo ministro Wen Jiabao ha visitato Atene e Roma. A novembre il presidente Hu Jintao è stato a Lisbona e a Parigi. A gennaio una lunga tournée ha portato il vice-premier Li Keqiang in Spagna, Germania, Gran Bretagna e Ungheria. I successi del presidente Hu Jintao negli Usa, di fronte a un impotente Obama, a fine gennaio hanno consacrato questo ruolo.
In Europa la Cina è, per ora, il solo vero baluardo contro il partito dei “defaultisti”. Che è “anglosassone”, fatto cioè di banche anglo-americane, e del vorticoso intreccio di professionalità e interessi che stanno sotto il nome di banche d’affari. Ma è sempre forte nell’amministrazione americana. E, non dichiarato, anche in Germania. È il partito di coloro per i quali la bancarotta di uno o più paesi dell’euro non sarebbe una disgrazia fatale e sarebbe anzi benefica.
Acquistando (avendo già acquistato secondo le banche) debito europeo a rischio, in Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna, per una ventina di miliardi (200 secondo le fonti bancarie), la Cina si vuole protettrice sicura dell’euro. Secondo le valutazioni di mercato, d’altra parte, la Cina è già il maggior creditore dell’euro, avendo acquistato debito europeo per 850 miliardi di dollari, poco meno degli acquisti di debito Usa, 900 miliardi. Che però è un “cliente” di vecchia data dei fondi cinesi, mentre l’euro è un fronte recente. Inoltre, mentre la protezione europea, del nuovo Fondo di garanzia, Efsf (European Financial Stability Facility), va soggetta caso per caso a una valutazione politica, prima che di merito economico, la Cina non pone condizioni.

Internet perde l’innocenza

Wael Ghonim si candida a succedere a Mubarak dopo avere agitato la sua “piazza”, che è Google, di cui è il manager in Egitto. Ha usato Google in tutti i modi per propagandarsi, comprese le lacrime mentre ammetteva l’uso di parte del motore di ricerca e se ne scusava con gli utenti - il messaggio è: “La libertà prima di tutto”. La Rete sta perdendo la verginità, che non aveva ma non si sapeva,il pensiero unico la vuole al di sopra delle parti.
Lunedì Assange ha del resto “annunciato” al Tg 3 che “fra qualche giorno” ci saranno sul sito Wikileaks “vari documenti sull’Italia, sulla politica, l’economia, e casi di corruzione”. Confermando, se ce ne fosse bisogno, che non c’è automatismo nella pubblicazione dei documenti: Wikileaks è un sito governato, con scelta dei tempi dei destinatari, della tipologia dei documenti. La sua informazione “aperta” è invece ad accesso limitato, sorvegliato, probabilmente anche “editato”.
La Rete non è neutra. La sua neutralità è stata, è tuttora, una forte ideologia. Di cui ancora non si studiano le motivazioni. Cioè non vengono spiegate, sicuramente sono state indagate e si conoscono.

È verde la corruzione

Sei miliardi quest’anno in bolletta, il costo di una “manovra”, per le fonti di energia rinnovabili: eolico, solare, fotovoltaico, bioetanolo. È il conto che il presidente uscente dell’Autorità per l’energia fa dei sovrapprezzi che il consumatore è tenuto a pagare per fonti di energia ritenute preziose perché ridurrebbero l’inquinamento e affrancherebbero l’Italia dalle importazioni. Nel 2010 il costo è stato di 3,5 miliardi. Negli ultimi dieci anni il maggior costo è stato di 23 miliardi. Senza effetti sull’ambiente o sulla bilancia dei pagamenti. E tra pratiche sicuramente corruttive, perché molta potenza risulta installata solo sulla carte, oppure installata ma non funzionante.
L’industria verde, o protezione dell’ambiente, si conferma essere la fonte privilegiata del sottogoverno: ciò che si è sempre saputo è ora cifrato e ufficiale. Le energie alternative sono peraltro uno dei filoni di una corruzione molto più vasta. Un altro è la depurazione delle acque. Che si paga anche quando l’impianto di depurazione non c’è, o non funziona: è una tassa, hanno stabilito i giudici. Poi ci sono gli infiniti adempimenti in materia di combustibili, del riscaldamento, delle automobili, di consumi elettrici e di gas, di sicurezza, che costano soldi e tempo, a tutti - a beneficio di una classe di tecnici di scarsa affidabilità, e comunque senza effetto per la proetzione ambientale. Il filone maggiore è naturalmente l’agricoltura biologica, organica, anti-Ogm. Una miniera, senza alcun costo. Che il consumatore paga direttamente al banco del fruttivendolo, e indirettamente attraverso il bilancio dell’Unione Europea. Ortis, del resto, ha reso pubbliche le cifre dopo aver lasciato l’Autorità, che da sola, e senza alcun beneficio per il consumatore, costa poco meno di un miliardo l’anno.
Quella verde è una corruzione diffusa, facile, garantita. E non solo legale ma apprezzata: politicamente corretta e anzi avanzata.

Il professor Sartori al talk-show

Gli specialisti della politica fanno i conti, nei fondi di giornale e in tv, capitanati dal decano emerito professor Sartori, di quanto Berlusconi ha pagato i transfughi in Parlamento a suo sostengo, Barbareschi piuttosto che Moffa. Ineccepibili, sempre nel solco del “sistema”corrotto. Specie a fronte degli specialisti, che si vogliono invece vestali incorrotte. Senza mai dire che molti dei finiani sono stai abbandonati dagli elettori, al Nord, a Roma e in Calabria, nei loro circoli in circoscrizione, nelle sezioni, nei comitati. Il che ha comportato delle resipiscenze.
I politologi di destra invece si dissociano. Quelli di destra professi, non come Sartori, che è di destra ma trova opportuno parlare a sinistra. Non si può supporre che i politologi supposti di sinistra non sappiano quelo che tutti sanno, e anche i loro colleghi finiani veri – sarebbero gli unici. E dunque dov’è il loro “tradimento”, degli specialisti della politica? Forse in una consulenza. Più probabilmente in un invito ai talk show, dove si accede solo col pensiero unico. Per alcuni di loro, per Sartori sicuramente, a quel che si vede, dev’essere l’unico modo per avvicinare le vallette, anche se in forma di giornaliste. Che è sempre meglio che dare loro settemila euro. Anche perché la Rai e Sky sicuramente non sono dei bordelli. L’esercizio del moralismo ha un prezzo, e bisogna contentarsi.

Ombre - 77

Bruti Liberati, il Capo della Procura di Milano, ha potuto fare per dieci giorni, ogni giorno, un annuncio del tipo: richiederemo il giudizio per Berlusconi, forse domani stesso. Che è una forma di condanna. Alternandolo, perché non cadesse nella disattenzione: un giorno lo ha rinviato per concussione, un giorno per traffico di minorenni, un giorno per tutt’e due i reati. Senza scandalo per nessuno, a Milano, al Csm.

A Milano un effetto il Procuratore l’ha prodotto: il “Corriere della sera” ha scoperto oggi “la notizia che crea il fatto”. Quando scoprirà la notizia che crea il danno?
A scoprirlo è peraltro, al giornale che è la coscienza del giornalismo, l’ex direttore Ostellino, da tempo “liberale allo zoo”, specie protetta – che l’“altra metà del cielo” a via Solferino vedrebbe comunque volentieri in manette, anche senza minorenni.

Napolitano, ex ministro dell’Interno, e Maroni, titolare ora del dicastero, dicono “inammissibili, preoccupanti”, le violenze nelle manifestazioni politiche. Ma il giudice di Milano subito scarcera i violenti. È ancora una volta il vecchio schema, dopo l’autunno caldo del 1969 a Milano: la polizia ferma i futuri terroristi, i giudici pronti li liberano. Seppure con la distinta percezione che la seconda volta della tragedia finisce in commedia – è una consolazione che i giudici milanesi non si siano inventati altro per distruggerci, in quarant’anni.
È però vero che Maroni, lombardo e leghista, ha successo a Sud e non a Nord. Che la lotta alla mafia è più produttiva (efficace, incisiva) di quella a “Milano”, alla violenza endemica della città: politica, finanziaria, di opinione pubblica.

Alla manifestazione milanese sabato contro Berlusconi due signore, una mamma e una zia, portano un bambino. Che gli organizzatori esibiscono sul palco. Il direttore dell'“Unità”, Concita De Gregorio poi ne farà l'elogio. E in effetti la tradizione è quella, dei bambini Morosov inventati da Stalin. Il cui compito era di denunciare i padri, non le madri.

C'era poca gente sabato a Milano contro Berlusconi. Malgrado vedettes di grido, come Eco e Saviano. Ma le cronache non lo dicono.
Ne aveva raccolti tre e quattro volte di più Borrelli dieci anni fa. Un Procuratore attira più delle vedettes televisive? Bisognerebbe dirlo alle vallette-veline-showgirls-minorenni.
O è perché Saviano dice cose di questo tipo: “Chiunque si espone pubblicamente sa che pagherà un prezzo in termini di diffamazione, di delegttimazione”. Per esempio Berlsuconi?

Nessun dubbio che il giudice per le indagini preliminari Cristina Di Censo non avallerà il processo immediato per Berlusconi. In altro sistema giudiziario il dubbio sarebbe d’obbligo, a Milano no.
I tempi sono stati scelti anche per far attendere Berlusconi al giudizio immediato da due suoi nemici dichiarati, i giudici Nicoletta Gandus oppure Oscar Magi.

Scomparse a Milano, le foto del Berlusconi nudo riappaiono a Napoli. Quando si dice le coincidenze – questo sito lamentava or non è molto il mancato collegamento di Berlusconi con la Gomorra che l’ha arricchito.

Non ricompaiono a Napoli le foto, ma i Procuratori e i loro giornalisti in cerca delle foto. Si può anche dirla così: esclusa la Procuratrice Boccassini, napoletana a Milano, dalla ricerca, la ricerca è stata riaperta dai Procuratori napoletani di Napoli. Sempre “Milano chiama, Napoli risponde” è, l’accoppiata che governa l’Italia. E questa è la giustizia: deposti gli ermellini della inaugurazioni, nell’ananke quotidiana si vuole nuda.

Lo schema però è sempre lo stesso: il giorno dopo scompare la notizia del giorno prima, scacciata da un’altra notizia. Scompaiono le foto e compare una prostituta. Poi scomparirà la prostituta e apparirà la droga. Poi scomparirà la droga e apparirà la camorra, etc.

La puttana, per darle peso, la si fa telefonare affannosamente a mezza Italia, mentre viene intercettata. E questo “il Mattino” e il “Corriere della sera”, che ce lo raccontano, dovrebbero risparmiarcelo: si sputtanano anche loro dovendo il giorno dopo pubblicare la rettifica di coloro che non hanno avuto il commercio vantato dalla puttana. Senza vergogna?

“Mafia pronta a un nuovo affondo”, annuncia il Procuratore di Palermo Ingroia domenica sul “Sole 24 Ore”: il passaggio alla terza Repubblica sarà una fase ad alto rischio, e il latitante Matteo Messina Denaro potrebbe diventare il regista di una nuova stagione stragista. Ma il Procuratore non dice che strage si prepara, o chi glielo ha detto, né cosa sta facendo per impedire questa catastrofe. E c’è una Terza Repubblica?
Il Procuratore di Palermo non sembra nemmeno preoccupato, nella bellissima foto a colori che illustra la pagina. L’Italia, dice a Galullo, inviato del giornale milanese, è una Repubblica fondata sulle stragi. Dei padroni, cioè del “Sole”? O di chi altro?

Il “Corriere della sera”, che si fregia di regalare ai lettori i classici del pensiero libero, e fa due pagine per Padoa Schioppa, l’ultimo uomo libero, cioè onesto, con se stesso e quindi con gli altri, confina sabato Piero Ostellino a un colonnino, tra le lettere. Che osa dire la violenza della Procura di Milano, nelle perquisizioni, nelle indiscrezioni - che non usa più nemmeno al Cairo. Liberali si vogliono ma di qualche secolo fa.

Morganti fa la partita anche tra Palermo e Juventus, dopo quella tra Lazio e Roma a novembre. Con tre errori ogni volta, tutti per la stessa squadra, il Palermo e la Roma, in modo cioè che siano condizionanti. È il miglior arbitro su piazza, quindi sa quello che fa.
Con uno così autorevole si può vincere molto, scommettendo. Per questo forse non lo si denuncia – la scuola di Collina e la scuderia sono sempre solide. Altrove il signor Morganti non avrebbe arbitrato più. Anche senza le intercettazioni.

Non c’è la prova tv per gli arbitri? C’è, ma non vale, il gioco arbitrale è superiore. Risponde ai Massimi Sistemi.

“Ingrato, gli ho pagato vent’anni di studio legale”: Antoine Bernheim, a lungo protettore di Sarkozy, si scaglia nelle memorie contro il suo protetto, benché presidente della Repubblica. Senza meraviglia, se ne riferisce anzi senza scandalo, come di normale amministrazione, che un uomo di finanza si crei un capo-partito e un presidente della Repubblica. Perché la politica è così, e semplice. In Francia naturalmente.

Un sindaco donna che a Milano si occupa di trovare, ristrutturare e assegnare abitazioni decenti ai padri separati dice molto. Non però per la legge, o i giudici, i quali hanno creato questi paria, e continuano indisturbati ad accrescerne le fila.

Aldo Nove celebra su “Repubblica” il “vivere vintage – la nostalgia come forma culturale”. Di chi? Un tempo si diceva della borghesia, con disprezzo. Oggi è patente di nobiltà?

Si perquisisce l’ufficio, l’abitazione, i cellulari, la persona stessa di un onorevole membro del Csm. Su indicazione di due testimoni che l’avrebbero visto frugare in carte segrete. Che invece non ci sono. Si perquisisce in realtà su intercettazioni telefoniche, operate senza alcun indizio di reato. Ma non c’è scandalo, Milano lo può fare, Tace pure il consesso dei magistrati, che parla per ogni quisquilia. Così come i suoi augusti patroni, dal vicepresidente Vietti in su.
La Procura di Milano li tiene per le palle? Magari sono solo incapaci: lottizzati per essere inetti.

Elisa Benedetti può morire di freddo a Perugia, dopo avere chiesto aiuto per mezz’ora al 118 – esattamente per ventisette muniti, che sono un tempo enorme al telefono, spropositato a un numero di emergenza. Nel suo caso non si sono attivate le cellule Telecom, le reti, la tracciabilità. Non era berlusconiana.

lunedì 7 febbraio 2011

Il pensiero era unico già col bolscevismo

Americanismo e bolscevismo si somigliano, e minacciano l’Europa – col “cavallo di Troia” dell’americanizzazione più che del comunismo. Sotto la superstruttura, direbbe Marx, dei diritti individuali e della libertà di opinione, o “apparenza di democrazia”, la struttura è la stessa: la meccanizzazione, la standardizzazione, e l’uomo-massa suddito, di un’idea che per lui è solo organizzazione, sottomissione. Queste considerazioni che si rieditano, costanti in Evola in tutta la sua vita di pubblicista, sono naturalmente datate (“Scritti sugli Stati Uniti 1930-1968”), ma, sullo sfondo de “Il cerchio si chiude”, il quaderno della Fondazione Evola che raccoglie il saggio “Americanismo e bolscevismo” in tre delle sue quattro redazioni, 1929, 1934 e 1969, propone una traccia interessante del passaggio senza residui dal mondo bipolare al pensiero unico.
L’America, dice Evola, è anticartesiana, che il “penso, dunque sono” traspone in “non penso, eppure sono”. In “Americanismo e bolscevismo”, nelle varie edizioni, ripeterà: “Stalin e Ford si danno la mano e il cerchio si chiude: la standardizzazione inerente a ogni prodotto meccanico e quantitativo determina e impone la standardizzazione di chi lo produce e lo consuma, l’uniformità dei gusti, una progressiva riduzione a pochi tipi… Tutto in America concorre a questo scopo: conformismo, likemindedness, è la parola d’ordine , su tutti i piani”. Che non è una posizione antindustrialista, o non di mero antindustrialismo: denuncia lo svuotamento dell’individuo, il suo declassamento a produttore massificato.
“Civiltà americana” (qui in edizione ampliata rispetto alla prima vent’anni fa) testimonia un interesse costante, seppure pregiudizialmente critico, verso gli Usa come potenza antioccidentale. Proprio così: antieuropea. Ostile, perlomeno, all’idea che Evola aveva a avrebbe voluto dell’Europa. Che non è quella della baronessa Ashton e di Bruxelles, che pure è governata da democristiani e conservatori. In “Civiltà americana” la critica, sempre insistita, è diversificata. In “Americanismo e bolscevismo” è sistematica. Benché il saggio sia una lettura in parallelo di due opere del 1927 ancora “nuove”, quella di René Fülop-Miller, “The Mind and Face of the Bolshevism”, sul bolscevismo, e quella di André Siegfried, un Tocqueville del Novecento meno accomodante, “Gli Stati Uniti di oggi”. Con l’aggiunta, per il freddo tecnicismo di Lenin, dei due scritti di Malaparte, “Lenin Buonanima” e “Tecnica del colpo di Stato”.
Più che antibolscevica, come ci si aspetterebbe da un filosofo che si vuole di Destra, la critica di Evola è antiamericana. Perché già ottant’anni fa “esisteva”, a suo parere, un solo sistema, produttivo e concettuale, quello americano. E perché l’America è ben Occidente, e pertanto insiste sulla tradizione europea che invece Evola vuole tutta all’opposto dell’americanismo. Di cui anzi l’americanismo (Evola ha difficoltà a togliere le virgolette alla parola “civiltà” accostata agli Usa) sarebbe il cavallo di Troia, per una conquista e un immiserimento da parte delle potenze della meccanizzazione, funzionale all’arricchimento. Il marketing spinto è l’applicazione del behaviorismo, l’onnipotenza del training. La libertà dal bisogno un mero auspicio, ipocrita, che Evola apparenta a “Mahagonny”, l’opera di Brecht e K.Weil, alla “disperazione bianca” che l’opera inscena, di chi ha donne, giochi e whisky, e tuttavia gli manca sempre qualcosa, “und doch es fehlt etwas”. Il sesso vi è sterile, dominio della contrattualistica matrimoniale – anche nella verginità, e nell’adulterio. Il fordismo è come il bolscevismo, dentro e fuori della fabbrica: “Non vi è aspetto dell’esistenza e della psicologia del lavoratore che venga trascurato, e l’indagine non si restringe alla vita di fabbrica ma investe anche il suo ambiente sociale e il complesso delle sue relazioni”. Il sistema produttivo nel suo complesso è una forma di “autocrazia”, managerial autocracy. Nel quadro di una democrazia che Evola vede solo negativamente: “La democrazia, in America come altrove, è solo lo strumento di un’oligarchia sui generis, la quale segue il metodo dell’«azione indiretta», con cui si assicura possibilità di abuso e di prevaricazione assai maggiori di quelle che comporterebbe un giusto sistema gerarchico lealmente riconosciuto”.
Per “azione indiretta” è da intendersi il circolo vizioso dell’opinione pubblica. In “Americanismo e bolscevismo” Evola si rifà al “Tao Tê Ching” che aveva tradotto, alla massima “Buon imprigionatore chiude senza sbarre,\ buon vincolatore lega senza corda né nodi”, per affermare: “Il più profondo grado d’intossicazione non è in colui che ancora riesce a sentirsi piegato ed inane, ma in colui che è privo della stessa coscienza di essere schiavo, ed agendo pensa di essere autonomo e spontaneo”. Nella stessa opera ha molte definizioni ultimative, solo apparentemente riduttive, sulla “diversità” dell’America. In particolare, essa non codifica l’uomo-massa “perché di fatto se lo reca contessuto nella sua anima: l’oro, la forza mostruosa ed impersonale di quella finanza senza patria che guida la rete inesorabile dei trusts d’America…se ne può dire il corpo, in cui vive invisibilmente la «Bestia senza Nome»”, la Bestia dell’Apocalisse. Il femminismo è, nella redazione del 1934, un “processo per cui la donna degenera, da personalità diviene «tipo» in contraffazione di uomo, tende quindi al neutro…”
Al sovietismo sono riservate poche considerazioni. È una realtà solo militaresca, non c’è una cultura “comunista”, non c’è una “civiltà proletaria”. In “Americanismo e bolscevismo” c’è di più: il bolscevismo è “meccanizzazione, disintellettualizzazione e «razionalizzazione» di ogni attività, su tutti i piani”. La libertà liquidando, con Lenin, come “pregiudizio borghese”. Nulla di originale, se non appunto l’appaiamento all’americanismo, sin dai tempi di Lenin, Majakovskij, dell’arte costruttivista, e poi di Stalin. Gianfranco de Turris, curando vent’anni fa il quaderno su “Americanismo e bolscevismo”, appare testimone sconcertato, da giornalista, dell’accettazione supina dell’“americanismo” da parte di Gorbacev. Nei rapporti con gli Usa, e con la Germania - Kohl a Mosca compra la riunificazione da Gorbacev con contratti vantaggiosi, il giorno anniversario della caduta del Muro, il 9 novembre 1990.
Questo “destra-sinistra” dell’analisi non è isolato e anzi è diffuso nell’Europa degli anni a cavaliere del 1930, che teme di essere “sommersa” da Oriente e da Occidente. Da destra (Pound, Céline) e da sinistra (ancora Céline, Brecht). Brecht irriconoscente annota nel suo “Diario di lavoro” il 7 febbraio 1942, al tempo della guerra contro l’Asse e di F.D.Roosevelt, esule confortevole negli Usa: “Un fascismo americano sarebbe democratico”. Heidegger lo rileva, benché poveramente, gravandone l’ignaro Hölderlin, nello stesso 1942, quando ancora la guerra era vinta: “Il mondo anglosassone dell’americanismo è deciso ad annientare l’Europa, cioè la patria, l’inizio dell’Occidente”. Ma già per Hegel l’America non esiste, non entrando nella triade, di tesi, antitesi, sintesi. E questo è più vero: l’America non è un’altra Europa - Tocqueville ha visto tutto, ma non che l’America non è Europa. Mentre l’Occidente è l’America: è nella costituzione americana, il Western Hemisphere. La frontiera cioè, il nemico. L’americano è uno attorniato da nemici, cattivi, infidi - Evola ne fa un cardine ribadito di “Americanismo e imperialismo”: la self-righteousness, l’autorappresentazione dell’americano come il giusto, da moralista senza morale.
Evola resta un personaggio scomodo, anzi “sulfureo”. Antifascista (da destra), che però curava “Diorama filosofico”, una pagina periodica su “Il Giornale Fascista”, di Farinacci – con contributi peraltro egregi, di Gottfried Benn, Valéry, Guénon, e l’attenzione ammirata della giovane Yourcenar (alla quale si dovrà l’acuto epicedio: “Il barone Julius Evola, che nulla ignorava della grande tradizione tantrica tibetana, non s’è mai dotato dell’arma segreta dei lama, il pugnale-per-uccidere-l’Io”). Un antirepubblicano che aderisce alla repubblica di Salò, per un suo senso dell’eroismo. Né fascista né antifascista, “l’antifascismo” considerando “nulla, il fascismo troppo poco”. Un antirazzista di lungo corso, nella lunga stagione dell’antisemitismo, molto vocifero anche contro il razzismo biologico e l’eugenetica, che si vuole orrificato, negli anni Sessanta, dalla parificazione dei “negri”. Il suo nome, prima che i suoi scritti, sono oggetto di anatema: l’Anpi e Rifondazione Comunista si sono mobilitate nel 2008 per impedire che un convegno di studi su Evola si tenesse. In un’Italia, peraltro, in cui gli ex neofascisti di Fini sono gli alfieri del partito Democratico.
Un altro siciliano “estremo”, come Scelsi, come Pirandello. Anticonformista, in un paese “cattolico” in questo senso, che non accetta l’anticonformismo, in assenza di delitti (Evola fu pure processato, nei primi anni Cinquanta, per gli atti di terrorismo delle Far neofasciste, ma assolto in istruttoria): l’anticonformismo non si vuole far perdonare.
Evola, studioso orientalista, riporta quello che sarà il pensiero unico a radici ahrimaniche, dell’“Ahriman” Angra Mainyu, il dio del male dello zoroastrismo. Ma, sotto l’apparenza esoterica, ne individua connotati storici e psicologici congrui e sempre attivi. Comprese le insorgenze democratiche (il politicamente corretto, le forme di diritto eccezionali, femminili, razziali), solo espedienti al principio sovrano dell’interesse. Si dice dell’utilità, ma l’utile è concetto molto ampio, e soprattutto non è del più forte abile, furbo, potente). Che gli interessi degli Usa e dell’Europa siano più conflittuali che convergenti, una volta finita la guerra fredda e la necessaria “interdipendenza”, è sotto gli occhi di tutti a ogni evento importante che implichi gli interessi primari dell’Europa. Dalla crisi del petrolio alla creazione dell’euro, alla pacificazione del Medio Oriiente, a quest’ultima crisi nel Mediterraneo. Dove l’apparente politica ondivaga di Washington non nasconde un intersse al tanto peggio tanto meglio, col sostengo, malgrado l’inafferrabile Al Qaeda e l’11 settembre, all’islam radicale, in Pakistan, Iran, Afghanistan, Algeria, perfino in Turchia, e ora in Egitto (il mezzo passo indietro di Obama e Hillary Clinton è dovuto alla fermezza dei generali). Sulla base, dottrinale e politica, enucleata da Kissinger nei primi anni Settanta a partire dal Pakistan di Zia ul Haq – ma in una visione geopolitica anteriore, fin dalla crisi di Suez nel 1956, se non dal protettorato saudita a inizio Novecento, o dall’invio delle corazzata e Tripoli da parte di Jefferson antimperialista. Si parla qui di interessi economici e geopolitici. Che però hanno anche una distinta matrice culturale: l’assolutezza (la purezza, l’inattaccabilità) del modello americano, in nessun modo compromissorio - l’americano, dice Evola, si ritiene sempre nel giusto, anche quando è violento e non committed o dedicated, compassionevole.
Il succubismo europeo è d’altra parte più spesso “volontario”, frutto dell’ignoranza progressiva che sta invadendo il continente. A fronte – per restare all’attualità – delle cognizioni che l’America ha di ogni angolo del mondo, e dei continui aggiornamenti, la superficialità si può dire copra il 90 per cento, se non il 99, dell’informazione che l’Europa si dà del mondo circostante. Dall’“extracomunitario”, che non vuole dire niente, all’indistinto arabo, per cui Mubarak e Gheddafi sono la stessa persona, o Ben Alì, l’Egitto è la Libia, e nel Libano ci sono strani cristiani. Totale è, e non da oggi, l’identificazione acritica, anzi ancillare, sul fronte culturale: la musica, pop e no, l’arte, la letteratura, l’architettura, e ogni concettualità, se non si può più parlare di filosofia. Che riguardi le leggi elettorali e la rappresentanza politica, o la giustizia, o l’informazione come pettegolezzo, gossip, e la stessa aberrante e falsa dottrina del mercato quale fonte di democrazia, oltre che di ricchezza per i pochi. È il mercato, la concorrenza, la società pulviscolare, che ci riporta dritti a Evola, o all’Europa come ottant’anni fa non avrebbe voluto essere.
Julius Evola, Civiltà americana, Quaderni di testi evoliani n. 45, pp.83, €10
Il cerchio si chiude. Americanismo e bolscevismo, Quaderni di studi evoliani n.24, pp. 63,€ 7

Ingeborg, Paul, Max, scoprirsi raccontandosi

La migliore (più ambiziosa, più rapida, più sapida) narrativa di Ingeborg Bachmann si lega anche qui alle cose viste, e anzi all’autobiografia, seppure analitica. Nel racconto più lungo, che dà il titolo alla raccolta in italiano (il titolo originale è quello del primo testo, “Simultaneo”), tratteggia con rispetto il padre, pure in pubblico rifiutato per le sue vecchie simpatie naziste – il padre come avrebbe dovuto o voluto essere. E accenna la tentazione dell’incesto, l’amore del fratello, di cui lascerà tante pagine confuse, poi confluite ne “Il caso Franza”. Nel “Latrato” tratteggia la madre, di cui il figlio si occupa poco e male, da lei peraltro non amato – come tra la stessa Ingeborg e la propria madre. Nell’innominata interprete di “Simultaneo”, nella Beatrix di “Problemi problemi”, e nella Miranda di “Occhi felici” è la Ingeborg che la convivenza con Max Frisch a Roma negli anni attorno al 1960 ha portato a nudo. Una figura curiosa e divertente, e poi drammatica, che Ingeborg scopre essa stessa sorpresa (era ben la musa di mezza letteratura tedesca) e, apparentemente, divertita, negli occhi di Frisch diversificato in vari partner: dormigliona, demi-vierge, indecisa a tutto, eccetto che nelle frivolezze, a cui lui paziente fa “sempre notare tutti i suoi errori di ragionamento”. O dell’irresolutezza in amore, la poltroneria, se non l’ipocondria, e la mancanza del senso del tempo, il rifiuto della realtà. A dieci anni dai fatti, a otto dalla versione che Frisch ne ha rappresentato in “Il nome sia Gantenbein”, e dopo un doloroso e alla fine irreparabile crollo fisico.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta in italiano è peraltro notevolissimo per il ricco ritratto di Paul Celan, “Franz Josef Eugen Trotta”, i mitici nomi “cacanici” di Paul a Vienna quando ancora poteca scherzare, che risvegliò Ingeborg all’amore e all’intelligenza della vita, e qui, da ultimo, ritorna in tutto il lungo racconto: il “lieve sarcasmo” che mai lo abbandonava, il “dissolvimento” conseguente a Parigi al perfetto bilinguismo, il possesso geloso della lingua, il tedesco, anche contro i tedeschi. Notevole pure l’intelligenza della storia e la politica che la poetessa manifesta dal fondo della remota provincia: la sofisticata lettura della Colpa collettiva, diversa per i tedeschi e per gli austriaci, nonché delle guerre del Terzo mondo (Ingeborg si accredita una partecipazione all’insurrezione algerina, con l’aiuto ad alcuni ribelli a passare “in un luogo sicuro, soprattutto in Italia”), della rappresentazione della guerra che i giornali fanno, e dello stesso impegno politico – “molte riviste si pubblicavano a Parigi sul Terzo mondo, che sapevano tutto sui problemi della Bolivia e niente dei normali problemi che toccavano direttamente i parigini”. Se non è fiabesca o d’invenzione(azione, avventura, sentimenti, storia, crimine), il racconto che si vuole di verità, psicologico, d’introspezione, dev’essere di cose viste e vissute. È anche una consolazione: Ingeborg poi chiuderà male la sua storia, morendo pochi medi dopo la pubblicazione nell'incendio del suo appartamento a Roma, ma qui si diverte.
Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago

Il mondo com'è - 55

astolfo

Antiamericanismo – È “una malattia psicologica” per Massimo Teodori, “Raccontare l’America. Due secoli di orgogli e pregiudizi”. O al contrario, non è una “malattia” politica, un residuato della guerra fredda? L’America è stata liberatrice per tutti, finché non sono intervenuti i blocchi – l’antologia di Piero Craveri e Gaetano Quagliariello, “Destra, sinistra, cattolici: il pregiudizio antiamericano nel Novecento”, lo spiega, che dal titolo sembra una quasi unanimità, destra, sinistra e cattolici lasciano poco fuori in Italia, ma conferma che il pregiudizio è politico, è illiberale.
Diversa è invece la posizione del tradizionalismo, la corrente di pensiero europea così forte tra il 1920 e la guerra. L’antiamericanismo (l’antioccidentalismo di marca anglosassone) è centrale nella rivoluzione conservatrice tedesca, di Spengler, Möller van den Bruck, Schmitt, Heidegger, per quel poco che capiva di politica, e in Italia di Evola. E sarebbe rimasto radicato anche fra quelli di loro che nel dopoguerra si faranno scudo degli usa contro Mosca, Schmitt o Evola. Perché è una visione del mondo che essi respingono, livellata dal materialismo nella non-entità. Ritenuta più insidiosa nel caso americano perché coperta dalla libertà di espressione, benché pleonastica.

Germania – La riunificazione era nei fatti, anche dovuta, ma è stata, è, “diversa” – da questo punto di vita è la Germania il paese che non riesce a essere “normale”: la Germania è sempre quella del Nullpunkt, il punto zero del 1945. Si controlla, lavora, si affanna a rassicurare, magari pagando, ma non ha un senso e una prospettiva del suo essere al centro dell’Europa e al mondo. Perché non ha elaborato un’analisi vera della tragedia, malgrado i tanti Mea Culpa, non si è ribattezzata, non si è liberata.
Il senso tribale è sempre prevalente. La Dieta di Francoforte ha fatto un censimento che né gli anni, né le sconfitte, né le trasformazioni del mondo intaccano. Da duecento e più anni i tedeschi a Ekaterinenburg gli Außiedler continuano a parlare tedesco. Male, malissimo, ma si sentono tedeschi in terra straniera. E così pure in Ucraina- o nel Kazakistan, dove Stalin li aveva confinati. E si censiscono. E la Germania ha pagato e paga per essi, come il riscatto ai saraceni, come se fosse in terra ostile e non di emigrazione o occupazione, come se fosse in un armistizio nel corso di una interminabile guerra. Il sogno è sempre quello del Großdeutschland: il nazionalismo dell’Ottocento con la lavateriana Schwärmerei (patetismo). La dote nobile e minacciosa del “Tedeschi di tutto il mondo, unitevi!”.

Il complesso di colpa non c’è – non opera – perché non è introiettato, vissuto, capito (c’è solo Norimberga). Mentre ci sono tanti buoni motivi per la revisione, per una critica della sconfitta e degli assetti assurdi del dopoguerra, peraltro fondata. Della Polonia, colonizzata (russificata) a Est e colonizzante a Ovest, della Bessarabia, degli immarcescibili Außiedler e Einsiedler, e delle origini e le responsabilità della guerra, delle sue atrocità. Dopodiché? Si potrà razionalmente procedere al riassetto (revisione) della storia contemporanea. Dopodiché? Non ci potrà più essere, per quanto la Germania diventi ricca, un impero tedesco. È allora un problema di quando: quando la Germania accetterà la “normalità”?
La storia si può anche dire così: il tedesco è un popolo appassionato. Perché “giovane”, non ha ancora avuto la sua maturità, un primato. I latini l’hanno avuto, e sono più scettici. Gli anglosassoni pure, e sono pragmatici. Gli slavi lo hanno tentato con grandi ambizioni, e si sono ricreduti. I tedeschi lo cercano, lo cercano come popolo, malgrado una politica ora prudente. Se con Hitler hanno definitivamente perduto l’occasione, dove deborderà tutta questa energia? Quali sconquassi dobbiamo attenderci prima che i tedeschi diventino ragionevoli? Un popolo che per metà (la metà celtica?) è bon vivant, di arcigni, modesti, conservatori, bevitori, cantori. È contadina la metà Sud, con molte aree del Nord. Traumatizzata a sua volta dal destino imperiale. Questa metà non ha ceduto, nella psicologia, la sociologia, l’economia, al contrario della campagna italiana, non si è dissolta, ma è diventata schizofrenica.

Occidente – È quello che ha perduto la fede, unico al mondo. Anche nel comunismo. Nel nome del quale però si fa grande, Stalin è l’ultimo conquistatore europeo.

L’Occidente è l’America, è nella costituzione americana, il Western Hemisphere. La frontiera cioè, il nemico - l’americano è uno attorniato da nemici, cattivi, infidi.

È evidente che l’Occidente ha molti nemici, ebrei, musulmani, induisti, buddisti, arabi, africani, asiatici, latinoamericani, che ne minano le basi morali e culturali, di libertà, democrazia, carità. Ma i suoi peggiori nemici, i più duraturi e devastanti, sono gli occidentali stessi, gli unni un tempo e le chiese, poi i fascisti e i comunisti, e la buona volontà disarmata. Hegelianamente l’Occidente, cioè l’Europa, è l’antitesi, che fa passi avanti grazie a nuove sintesi, ma si tiene su con affanno. Geograficamente è una deriva dell’Oriente, le migrazioni, le invasioni, si fanno da Est a Ovest. L’Europa non ha mai mandato la peste a Oriente. Religiosamente è l’area mitraico-ebraica, quindi cristiana, dall’Oxus in qua - a Babilonia comincia l’Oriente. Storicamente nasce al primo rigo di Erodoto, dopo il mito la storia, e con Francesco Saverio, che inventò l’Oriente metafisico, inesistente se non in funzione antioccidentale, una reazione all’inizio degli stessi occidentali. L’Oriente è creazione dell’Occidente, l’Occidente pure, e così tutto ciò che è anti, imperialista, europeo, occidentale. In una sommatoria, di segni più con segni meno, è già scomparso.
L’Occidente si può dire nervoso per costituzione, essendo altro nome per caduta: da qui l’irrequietezza, per uscirne o, temendola, andarle incontro o affrettarla. È cagionevole. Ogni tanto si salva, a Salamina, o a Maratona dove combatté Eschilo, a Granada, a Lepanto, a Stalingrado, per un miracolo. L’Occidente miracolato da Stalin non è male. O da Franco a Hendaye. L’Occidente è una spugna: coltiva l’ozio e la guerra, lo sport e il cavillo, imita le orde per farsene una colpa, e si ubriaca. Ma filosoficamente si nutre di se stesso, checché esso sia, genealogia, filologia, epica, ermeneutica, vino d’annata, invenzione della tradizione. Con la fissa, ora, delle donne senza tette - “Quando le mosche per il mondo andavano\con le cicale mostrando le tette” si ricorda in qualche ciclo di Bertoldo. E questo è quanto, quanto è rimasto: no bra perché non ce n’è più bisogno, anoressici perché obesi, afflitti dall’abbondanza.

Già per Evola, quindi almeno cinquant’anni fa, è la negazione (deiezione, rovesciamento) della tradizione europea. “L’uomo occidentale moderno (che per noi è un tipo regressivo) lo si può paragonare, sotto molti riguardi, a un crostaceo: tanto è «dura» la parte esteriore nei comportamenti dell’uomo d’azione, dell’imprenditore senza scrupoli, dell’organizzatore ecc., altrettanto è «molle», inconsistente, e senza forma la sua sostanza esteriore. Ciò è vero in grado eminente per l’Americano, in quanto egli rappresenta il tipo occidentale portato all’estremo”. Qui poi Evola trascende nel razzismo – questa critica è compresa nell’articolo “Negri americani” (1957), contro l’ipotesi d’integrazione razziale. Ma è chiaro che gli Usa sono l’Occidente dell’Occidente, e non solo per la posizione geografica.
L’Occidente anglosassone è già criticato, prima di Evola, da Th.Mann con violenza (per la Germania evocando un “destino” non europeo, salvo finire esule volontario, proprio negli Usa, sebbene ancora irriconoscente), Spengler, Möller van den Bruck, Schmitt. Cioè da una tradizione europeista che di fatto è in contraddizione con la guerra del 14-18 che essa idealizza, ed è perdente. Su tutti i fronti, il primo in difesa di se stessa – Evola è, come tutti, meno convincente sulla tradizione e l’Europa che invoca.

Rinascimento – È innovazione tecnica. Il Rinascimento si caratterizza per la ricerca del nuovo, geografico, tecnico (militare: fortificazioni, esplosivi, armatoria), finanziario (banca). Prevale il desiderio di saperne di più, piuttosto che di compiangersi.

astolfo@antiit.eu

La scuola inetta e ignorante, non solo alla Rai

Lo sceneggiato “Fuoriclasse” di Rai Uno, campione di audience nel prime time la sera di domenica, si segnala per alcune vistose, insistite, incongruenze. Per essere una produzione, anzitutto, fuoriclasse, con un cast di prim'ordine, su testi di Starnone e sceneggiatura di Piccolo. Ma con personaggi ridicoli - forse per volerli fare realistici? Gli insegnanti, di liceo classico, vi sono vanitosi, inetti, fannulloni, incolti. Le ragazze sono ignoranti e capricciose, più stupide che non. I ragazzi invece sono tutti buoni, e in parte anche gli insegnanti maschi: lo spacciatore per soldi si limita all’erba, quando deve passare alle droghe forti si ribella; il cattivo dà vita alla poliomielitica, difende il compagno di scuola nero, non infierisce sul gay; sono maschi gli unici studenti e insegnanti ragionevoli. Non sono eccezioni al politicamente corretto, e al politicamente corretto della Rai, sono “errori” apparenti di sceneggiatura: la scuola che si rappresenta ha una sola chiave di lettura, la risata.
Poi si leggono le cronache di Roma, di una diciassettenne polacca molto bella, Dominika, che s’impicca nel bagno della scuola a Monterotondo, e si è trasposti tal quali nella realtà. I suoi compagni e gli insegnanti parlano come in “Fuori classe”, lei stessa, nelle immagini di sé postate su Facebook, si rappresenta come una delle ragazze dello sceneggiato. La scuola di Monterotondo ha anzi due psicologi, mentre quella di “Fuori classe” ne ha una. E loro non si sbilanciano, sono tenuti alla privacy, afferma il preside – che anche lui sembra uscito dallo sceneggiato.