sabato 30 aprile 2011

Il Csm, Centro Studi Manovre

Il vice-presidente Vietti non è certo capace di aprire un’inchiesta sull’utilizzo di Ciancimino. È stato allora il presidente Napolitano, che è anche presidente del Csm? Fervono le ipotesi e le scommesse sul Csm che osa fare un’inchiesta sulla giustizia a Palermo, e su come andrà a finire. Se l’inchiesta non si fa per liberare il posto di Grasso, a capo della Procura antimafia, dopo tanti anni. O se non è una resa dei conti anticipata tra il partito Democratico il partito di Di Pietro, cui il procuratore di Palermo Ingroia si ascrive. O se “dietro” non ci sono i carabinieri, nel tentativo di salvare il Ros, sotto accusa per Ganzer dopo Mori, e la carriera parallela che il Ros assicura. Non si esclude naturalmente che l’inchiesta serva solo a colpire la procura di Caltanissetta, che ha già osato sfidare Palermo. Che il Csm sia cioè sempre compatto e anzi granitico a difesa di chissà quali interessi politici.
Nessuno ipotizza che il Csm si sia mosso per la sensibilità che all’istituzione competerebbe per la costituzione. Qualsiasi cosa abbia a che fare con i giudici, e con il Csm in particolare, è materia si direbbe obbligata di dietrologie, di manovre complottistiche – da Centro Studi Manovre.

Ombre - 86

Il lavoro lo hanno messo
nella costituzione,
incorniciato, il dio
che nessuno rispetta.
L’articolo 18 è intangibile. I licenziamenti si fanno con lo stato di crisi. Pagati dallo Stato. Da vent’anni.

“Style”, magazine maschile del “Corriere della sera”, molto ecologista, chiude il mese di aprile on una proposta di abbigliamento casual, per una casa di campagna povera, da 8.424 euro. Più il foulard di seta, per il quale lo stilista si riserva il prezzo.

Il presidente della Regione Toscana Rossi lavora con la segretaria della Cgil Camusso a un grande sciopero domani a Firenze contro l’apertura dei negozi disposta dal sindaco Renzi, anch’egli democratico come gli scioperanti ma ex popolare o democristiano. In tante altre città ad amministrazione democratica domani si aprono i negozi, Ma la Cgil fa lo sciopero solo a Firenze: non c’è singolo atto di Renzi che Camusso non censuri. Anche Rossi non fa niente se non in antitesi a Renzi.
Il lavoro non c’entra, la faziosità sì - che ha perduto il Pci.

Giovanni Paolo II era spiato in Vaticano da preti polacchi infiltrati per conto del regime comunista. Il generale Jaruzelski conferma quello che tutti sapevano, compreso lo stesso papa, l’infinita infamia dei regimi sovietici.
Dell’intervista di Jaruzelski riferiscono solo, malgrado la tante pagine sul papa, i giornali di destra.

Emilio Fede non aveva contatti con Ruby. Il Procuratore di Milano Bruti Liberati, che per Ruby lo accusa di sfruttamento della prostituzione minorile, argomenta. “I processi si fanno in aula, tutte le deduzioni della difesa verranno vagliate con la massima attenzione”. Dopo nove mesi di processo sui giornali, senza possibilità di difesa, con le carte del Procuratore.

Enrico Mentana, dopo vent’anni proficui con Berlusconi, fa su La 7 un tg contro Berlusconi – non contro le politiche, contro la persona, che mostra meschina, censoria, un po’ cretina. Ora si sa che lo stesso Mentana, proposto dai berlusconiani due anni fa al Tg 3, fu rifiutato dal centro-sinistra. Censura?

Sul “Corriere della sera” la magistratura è “bizzarra” per il professor Sartori oggi. Che una volta era coraggioso e esplicito.
Berlusconi invece, dopo molte ingiurie, è detto da Sartori “intelligente” – non furbo, intelligente. È il sistema scolastico? il professore è sempre più intelligente.

Tutti gli italiani hanno visto una gara ignobile di Mourinho, castigato questa volta da Messi, da Guardiola e dall’arbitro. Ma i giornali italiani, di destra e di sinistra, fanno a gare per accreditare le accuse di complotto di Mourinho contro i giudici di gara – gli danno ragione tra le righe, beninteso, il perbenismo vuole ipocrisia. Mentre danno sempre ragione ai giudici di Milano che complottano per far perdere Berlusconi. C’è un complotto?

Non si sa se Ruby si sposa, se si sposa in chiesa, se si sposa a Genova. Ma il cardinale di Genova Bagnasco scrive subito ai parroci: nessun favore. C’è dunque una forma nuova di Resistenza, preventiva.
Resta però il dubbio: un favore dei parroci a Ruby, una mussulmana? di Ruby ai parroci?

Il ministro dell’Economia Tremonti si fa salutare dalla signora Lagarde, grande ministro dell’Economia francese, che lo bacia con effusione, tenendo la mano sinistra ostinatamente in tasca. La signora ha brutta fama? Tremonti certo non se la passa molto bene.

Il più grande successo editoriale dell’anno sarà stato Giovanni Paolo II, l'uomo solo che fece la storia. Tutti i giornali si fanno pubblicità e incrementano le vendite con offerte di reliquati del papa polacco: film, discorsi, fotografie, poesie, discorsi. La corsa è stata aperta in anticipo dal “Sole 24 Ore”, il giornale della Confindustria. È una moderno mercato delle indulgenze?

“Oggi” grave intervista Nina Moric per alcune pagine sul fatto che l’ex marito, non nominato, ha portato il comune figlio a Disneyland senza chiederle il permesso. A una seconda lettura questo si conferma il senso dell’intervista. A una Moric che non si sa che altro faccia, ed è incredibilmente imbruttita dai trattamenti di bellezza. Anzi no, un secondo motivo c’è per l’intervista: il marito o compagno che sia, ex, ha fatto anche tagliare i capelli al figlio, lo stesso figlio di Disneyland.

Il presidente della Corte Costituzionale De Siervo va a Firenze a un convegno su don Milani e si profonde goloso in barzellette e critiche sul governo. Poi va sul “Sole 24 Ore” e critica due giudici della Corte, perché, dice, “non indipendenti”. Lui invece è indipendente? Ma, certo, De Siervo presidente della Corte Costituzionale dice tutto.

Il premier britannico Cameron fa l’elogio della raccomandazione. Che si è sempre praticata ma non si doveva dire. Raccomandati sono in Inghilterra solo i latini, se cattolici e meridionali: gli italiani cioè. Cameron è per questo censurato, dai liberali e dai conservatori: cosa si scriverà ora negli articoli di colore sull’Italia?

È uso viareggino dire “le vigne di Bergamo” per il posto dove si sta prima di nascere: una cosa inesistente. Il senso del detto non è noto. Bergamo è probabile nome di persona. Ma perché non potrebbe essere la città? Che ora è invece prospiciente la Franciacorta, grande business del vino. Mentre Viareggio, ricca di vigneti, non ha vini degni del nome.

Secondo il dottor D’Avossa un consiglio dei ministri non è d’impedimento a presenziare a uno dei suoi processi. Il dottore è infatti giudice, e giudica Berlusconi in uno dei tanti processi del presidente del consiglio a Milano. Senza intenti persecutori: il dottor D’Avossa tiene udienza ogni cinquanta-sessanta giorni. Anche giudici lavorano per Berlusconi?

venerdì 29 aprile 2011

Problemi di base - 58

spock

Se chi consuma lavora, perché chi lavora si consuma?

Un Creatore non c’è se non crea: nel tempo libero, dunque, non c’è?

L’odio è meglio freddo o caldo – l’odio santo? A crudo è più digeribile.

Qual è il peso specifico dei morti siriani? Potrebbero avere realizzato l’antimateria.

Quasi metà della storia d’Italia è repubblicana: perché la colpa è sempre dei Savoia?

Se si crede a Ciancimino perché non a Emilio Fede? Anche Fede è siciliano.

E Briatore? perché non si fanno più processi a Briatore?

Perché per gli uomini il lavoro conta più dell’amore - per i maschi?

Mi si nota di più se dico al telefonino che mi sono fatto Berlusconi, oppure il papa?

spock@antiit.eu

Tremonti non è Fini, a rischio l’euro - e Berlusconi

La cacciata di Tremonti avverrà a metà maggio, nel rimpasto dopo le amministrative, dopo averlo costretto alle dimissioni. Ma con un rischio d’implosione elevato per il governo e le fortune di Berlusconi, se la cacciata di Tremonti sarà, come si sussurra, il segnale per il nuovo decisivo attacco all’euro.
Berlusconi è passato dal riformismo alle chiacchiere, dai socialisti (ex) a Letta, Scajola e Galan, ex democristiani, e dopo quello a Fini ha scatenato l’attacco a Tremonti. Non c’è dubbio che è Berlusconi ad attaccare il suo ministro dell’Economia: sul “Giornale, col sostegno a Draghi, voluto da Letta e avversato da Tremonti, con lo stillicidio quotidiano di nuovi impegni di spesa senza alcuna consultazione previa col ministro dell’Economia, con l’isolamento totale dello stesso ministro. E non c’è dubbio come finirà. Tremonti tra l’altro è rimasto un tecnico, non ha un’organizzazione politica, di corrente o di fondazione come ora usa, dietro. Quindi sarà più facile cacciarlo. Berlusconi lo fece già nel 2004, senza alcun danno politico – anche se all’epoca fu Fini a volere Tremonti fuori. Ma questa volta c’è di mezzo l’euro.
Per questo e molti altri segni Berlusconi è entrato nella nota sindrome napoleonica, del despota che non vuole ombre. Che solitamente incornicia la fase discendente, è prodromo di fine regime. Alla vigilia dell’ennesima vittoria elettorale, a Napoli, e forse a Bologna, se non perfino a Torino, questo non sembra il caso di Berlusconi. Ma c’è più di un segnale, oltre alle solite voci, che il debito pubblico italiano torna sotto tiro: il costo delle ultime emissioni è cresciuto, il Btp torna a perdere punti sui Bund tedeschi,l'euribor a tre mesi, il tsso interbancario, è passato in settimana da 1,3 a 1,4 per cento. Draghi, che anche da presidente in pectore della Bce resta quello che è, l’uomo delle banche angloamericane, l’ha pure detto: il debito italiano è ingestibile, per arrivare all’indebitamento zero fra tre anni, come la Bce e Bruxelles hanno concordato con Tremonti, bisogna tagliare le spese di circa 40 miliardi (poiché l’Italia non ha 40 miliardi di spesa non obbligata da tagliare, dovrà tagliare la spesa obbligata? gli uscieri, gli impiegati, gli insegnanti….).
Tremonti è ritenuto in Europa una sorta di garanzia che l’Italia in qualche modo rispetterà gli impegni. Ma la sua debolezza non è sfuggita al mercato, che ha rimesso in fibrillazione il fronte euro puntando sulla debolezza del debito greco. Senza affondare: la preda, se si riuscirà a mettere sotto tiro il debito italiano, il progetto di due anni fa, sarà ben più ricca.

giovedì 28 aprile 2011

Agli arresti per palpeggiamento

Palpeggiamenti, dunque. Il parroco di Turano a Massa, di 83 anni, finalmente sa, dopo cinque giorni, che è stato arrestato dai giudici di Genova con l’accusa di aver “palpeggiato” due prostitute rumene minorenni.
Lo hanno fatto arrestare di notte, tra venerdì e sabato santo. Perché si sa che l’arresto di fa per pericolo di fuga, e il rischio di reiterazione del reato.
Ci sono dunque molte prostitute rumene minorenni liberamente in giro, da “palpeggiare” o anche no.
Palpeggiare una prostituta è certo un delitto.
Anche l’ipotesi che il vecchio prete scappi di notte, con o senza una prostituta minorenne, non necessariamente rumena, non è male.
Nei cinque giorni prima che l’avvocato del parroco potesse sapere dei “palpeggiamenti”, per le giuste vacanze dei giudici, sui giornali si è potuto parlare di racket delle minorenni, un giorno, di filmati, un altro, e di confessioni il terzo – a Pasquetta i giornali non sono usciti.
Sgarbi di massoni? No, i giudici di Genova sono tutte donne – o la massoneria ora è aperta alle donne? Le minorenni in questa fase della storia sono sacre ai giudici se donne, anche se prostitute – per i minorenni che fanno lo stesso mestiere c’è tolleranza

Lusinghe e promesse Usa per Berlusconi in Libia

È il senatore democratico Kerry, ex concorrente alla candidatura presidenziale americana, che ha convinto Berlusconi venerdì santo a bombardare la Libia. Insieme con l’ambasciatore Usa a Roma David Thorne, che ha profittato dell’occasione per riprendere contatto con Berlusconi, dopo i giudizi sprezzanti rivelati da Wikileaks, e si sarebbe profuso in lodi della persona oltre che dell’Italia e del suo impegno nelle guerre di pace. Berlusconi sarebbe rimasto oltremodo lusingato dalla visita di Kerry, che presiede la Commissione Affari Esteri del Senato americano.
La lusinga decisiva sarebbe stata l’apprezzamento dell’intervento italiano come “necessario” per venire a capo della resistenza d Gheddafi, perché solo i servizi italiani saprebbero individuare i punti sensibili nella difesa del colonnello, al contrario delle spie inglesi e francesi, che si sarebbero rivelate “confusionarie e inadeguate”.
A conferma della sue buone intenzioni, Thorne ha poi propiziato la telefonata decisiva di Berlusconi con Obama. In attesa di parlare col presidente americano Berlusconi gongolante si sarebbe tenuto tutto per sé, nel week-end pasquale che ha passato solitario in Sardegna: i suoi collaboratori hanno solo avvertito il cambiamento di umore. E così una guerra a tutti gli effetti contro l’Italia, che hanno già avuto dai quindici ai ventimila morti, anche se non si dice, vede l’Italia in prima fila al fronte – anche se comodo e pulito, dall’altro dei cacciabombardieri.
Tutto come prima, dunque: l’Italia interviene sull’ennesimo fronte di guerra per fiancheggiare gli Stati Uniti. Una “tradizione” ormai venticinquennale, fa valere la Difesa. Che la fa risalire ai tempi di Spadolini, del primo intervento in Libano. Confermata in particolare da Massimo D’Alema, da presidente del consiglio nel 1998-9, e poi da ministro degli Esteri di Prodi.
Che la guerra sia “contro l’Italia”, si ricorderà, è indubbio: spese insostenibili per un bilancio che si è ridotto a tagliare la cultura, contratti perduti per migliaia di aziende, il caro carburante, la frontiera libica aperta per le masse in fuga dal Centro Africa. Lo stesso Thorne l’avrebbe riconosciuto, promettendo di più: la salvaguardia degli interessi italiani in Libia, preminenti in quel paese. Cosa che, in linguaggio diplomatico, Obama avrebbe ribadito a Berlusconi, confermando una sorta di legame privilegiato fra l’Italia e l’ex colonia.
Quale che sia l’esito di questo impegno, si conferma comunque che, in realtà, malgrado l’attivismo del presidente francese Sarkozy, anche la partita Libia è gestita da Washington.

L’ipocrisia umanitaria in folle

In Libia l’ipocrisia umanitaria con cui si sono coperti vent’anni di dominio mondiale Usa è imbarazzante e perfino folle. Imbarazzante perché l’avverte anche l’uomo della strada, non solo l’esperto di diritto internazionale: è tutto qui il “non facciamo guerre” di Bossi. Non c’è un fronte popolare credibile contro Gheddafi. Non ci sono nemmeno personalità credibili. Il raffronto viene spontaneo con la Siria, che presenta molte immagini raccapriccianti, e molto più vicine dei remoti Yemen e Bahrein, paesi dove la protesta popolare è stata affrontata dai regimi con i cannoni ad alzo zero. Senza suscitare reazioni: né Onu, né Nato, né europee o americane.
In Bahrein, peraltro, la piazza manifestava contro gli immigrati. Contro gli immigrati pakistani, sunniti, che il re vuole naturalizzare per ridurre la predominanza sciita, iraniana, nella popolazione. Per una questione politica, cioè, ma pur sempre contro gli immigrati poveri: dove è la domanda di libertà?
La “gestione” della guerra alla Libia è poi raccapricciante: le bugie di guerra vengono spacciate senza credibilità, e anzi con una sorta di voglia perversa di farle apparire quali sono. La guerra è folle in Libia perché si avvita su se stessa sbriciolando ogni suo pilastro. Se ne danno ragioni sempre più implausibili, e perfino bizzarre. Una decisione Onu, che tutto dice eccetto quello che si sta facendo. Un solidarietà atlantica che non c’è stata in nessun momento, e non è stata richiesta. Una coerenza politica che, se non ci fosse, non avrebbe nessuna conseguenza di rilievo – è il caso della Germania, e di un’altra ventina di paesi Nato. La “coerenza politica” è l’argomento principale del presidente della Repubblica Napolitano, la cui caratura e il cui ruolo rendono più stridente la “follia umanitaria”. In termini italiani, si aggiunga che il presidente Napolitano non vuole un dibattito parlamentare sulla guerra alla Libia – come già Scalfaro non lo volle sulla guerra alla Serbia.

martedì 26 aprile 2011

La fine di Ciancimino

Le polemiche fra i Procuratori sono al solito vendicative, ma tra Caltanissetta e Palermo c’è soprattutto una corsa a liberarsi di Ciancimino figlio. Da quando Ciancimino ha preso ad accusare il prefetto De Gennaro, tra le due Procure è una corsa a liberarsene. In entrambe le città ci si chiede che cosa le Procure debbano temere dall’ira del capo dei servizi segreti. E, soprattutto, se Ciancimino non aveva un puparo: non se ne comprendeva l’ascesa, non se ne comprende la caduta se non come terminale di altri giochi.
In questa vicenda molte cose si danno per scontate, anche se turpi. Tutte derivate dall’uso dell’antimafia in forme mafiose: non per colpire la criminalità cioè, ma per regolare partite di potere. È scontato che Ciancimino fosse un bugiardo: furbo, millantatore, ricattatore. Criminale già in proprio, non per il nome. È scontato che sia stato usato da giudici, generali e partiti politici contro avversari in carriera o di schieramento, tra i giudici di Palermo, Catania e Caltanissetta (lo stesso Procuratore Capo di Reggio Calabria, Pignatone, ne fu colpito: oggi giudice stimato, è uno che Palermo ha allontanato), contro il generale Mori, contro Berlusconi e i suoi alleati siciliani, Dell’Utri, Lombardo, “Vasa Vasa”, etc. . Attraverso indiscrezioni, false testimonianze (Ciancimino figlio ha reso false testimonianze anche in tribunale!), interviste compiacenti ai giornalisti di partito, e perfino libri, ampiamente promossi con letture, presentazioni, kermesse storico-letterarie. Col patrocinio di avvocati, oggi onorevoli, da sempre in attività per i servizi di protezione, alquanto riservati se non segreti, delle speciali strutture all'interno del ministero dell’Interno.
È scontato cioè che Ciancimino fosse un bugiardo: si sapeva, tutti sapevano, che barava. Lo sapevano naturalmente anche i giudici. Ma Ciancimino si voleva di più, che non ha mai voluto passare per collaboratore di giustizia: voleva condurre il gioco. Non essere ammesso al godimento del patrimonio delittuoso ereditato, ma esserne il proprio incondizionato padrone. È questo è il punto chiave: come poteva pensare di riuscirci? qualcuno gliene aveva dato garanzia? che poi non aveva mantenuto? O questa garanzia è in corso di essere mantenuta proprio nella prigionia speciale a Parma, da dove Ciancimino potrà uscire con le confidenze non smentibili di Provenzano e uno dei Graviano?
È unanime la convinzione che Ciancimino non può aver tenuto la scena per due anni giusto per essere un esibizionista o un millantatore: deve avere avuto un suggeritore-protettore. Una figura molto siciliana, questa del burattinaio. Il problema è pure che nessun doppiogiochista siciliano è sopravvissuto per raccontare la verità. Cioè: si può morire prima per caso, ma tutti no. Avrà molto da fare Ciancimino a Parma.

Le occasioni perdute di Napolitano

Avrebbe commosso l’Italia. Avrebbe liberato la liberazione, una festa che l’Italia vorrebbe ma non le viene consentito di festeggiare. Avrebbe dato un colpo letale ai facinorosi,che infettano ogni manifestazione pubblica, ultras da curva Sud. Avrebbe rotto il cordone ombelicale del suo partito con la faziosità. Avrebbe ridato un’anima e un corpo a questa sinistra di banderuole che si appresta all’ennesima sconfitta elettorale - a opera di quel genio di Berlusconi… Ma non per niente è Napolitano, uno che ha sempre perso tutte le buone occasioni che gli sono capitate nella lunghissima sua vita politica. Sarebbe bastato che il presidente della Repubblica zittisse le urla e i fischi contro il “suo” ministro della Difesa il 25 aprile per provocare tutti i sunnominati miracoli insieme. All’Altare della Patria, figurarsi, una tribuna che avrebbe da sola riportato i contestatori al loro vero ruolo di sbandati e provocatori - perché dare nomi altisonanti ai monumenti se poi non si sa o non si vuole esserne all’altezza?
Il coraggio non è dei pavidi, e il presidente della Repubblica si è limitato al solito sermoncino sull’unità d’intenti, facendo poi finta di non sentire le urla e i fischi. Ma c’è di più della questione del coraggio personale: è che, se non viene da Napolitano, allora nulla può venire di buono dall’ex Pci.

Il partito dei prefetti

Ci ha tentato a Milano, li candida a Napoli e altre città minori: il partito Democratico si qualifica come il partito dei prefetti. Per un senso elevato delle istituzioni, dice. In realtà perché non ha altri candidati, di fronte alla rissosità interna, e alle troppe candidature dubbie. E per il gusto del potere, questa è purtroppo la verità: il partito Democratico, che aveva già occupato i più accreditati centri di potere, la Rai, le Procure, il Csm, la Corte Costituzionale, il Quirinale, apre con i prefetti una breccia importante nella gestione del territorio e della polizia.
Gli effetti non sono positivi. Nessuno di questi centri di potere ha un bilancio attivo dopo vent’anni di occupazione di un partito solo e uno schieramento. L’alluvione berlusconiana ne è l’effetto macroscopico. Ma più conta la sterilizzazione della sinistra. L’esercizio del potere è non democratico, e anzi dispotico, e tende a comprimere, e anzi ad annientare, ogni frangia o minima dissociazione. È qui la radice della rissosità e della frammentazione continua dell’ex Pci – cui oggi si richiamano una dozzina di formazioni politiche fra loro nemiche, senza contare i tanti sindaci e amministratori locali ex Pci che “fanno partito” in proprio. Una forte capacità tattica, e l’insipienza della destra, potrà consentire ora con i prefetti un ulteriore allungamento di questo sistema di potere, ma non si vede dove e come faccia crescere lo schieramento, l’opinione, il voto.

lunedì 25 aprile 2011

Niente feste, libertà è shopping

Ci hanno tolto una buona metà delle feste, con la scusa che innescavano i ponti vacanzieri. Poi ci hanno costretti a passare la domenica ai centri commerciali. Ora ci vogliono togliere anche le feste “comandate”: si comincia dal primo Maggio. Resistono due giorni a Natale, due a Pasqua, e Ferragosto, ma scontentano i più – i commentatori e i loro giornali.
Perfino Dario Di Vico, il giornalista forse più vicino al sindacato, si scandalizza della resistenza della Cgil alla privatizzazione del Primo Maggio. Una certa sinistra è corriva alla modernità, intesa come shopping, il nome sacralizzato del consumismo, e lo santifica come lavoro - sic: chi consuma lavora. Celebra ancora la Liberazione, oggi, solo il giusto per guadagnarsi un minuto sui telegiornali, per il “teatrino della politica”, senza gusto e senza intendimento. Anche la chiesa è d'accordo, che un tempo non voleva nemmeno le partite nei giorni di festa. È una sinistra cattolica, Rutelli a Roma, Renzi ora a Firenze, di buoni credenti, che ha imposto l’apertura dei negozi la domenica. Ma sono soprattutto i governi di destra, da quello di Andreotti del 1972-73 all’ultimo di Berlusconi, che si penserebbero orientati a salvaguardare le tradizioni, che più ne fanno scempio. Questo governo che si vuole liberale ha peraltro esordito con una raffica di provvedimenti vessatori: niente vacanze, fanno perdere tempo, niente sesso, si viene mutati e schedati, e neppure assembramenti, in molti suoi comuni, di tre o più persone nei giardini pubblici.
O si può dire che è il mondo che va nel senso dello shopping valore unico, e chi sta in politica, a destra o a sinistra, si deve adeguare. Ma non è il problema dell’uovo o della gallina, i governi vengono sempre prima e stanno sopra la società.

Giallo è bello

Racconti di turpitudini distintamente compiaciuti. Celebrativi, di Viareggio o Forte dei Marmi. Varesi, l’autore di “Nebbie e delitti”, propone per questa antologia una chiave interessante del giallo-noir, il “territorio”. Inteso come linguaggio e modo sociale. Quello della Versilia, della toscana in generale, è evidentemente celebrativo, anche quando ricorda la povertà recente – illustrativo. Ma forse, c’è da pensarci, è il giallo un genere celebrativo – anche nel noir più violento. In ambienti e tra persone sempre a modo.
Valerio Varesi (a cura di), Amore e morte in Versilia. I migliori giallisti toscani raccontano, Marco Del Bucchia Editore, pp. 158, 10

Mistero toscano

Una Toscana misteriosa per essere anticomunista. Il che certo è un mistero, in una regione da sempre “rossa”.
Riccardo Cardellicchio (a cura di), Il fauno di Michelangelo, e altre storie della Toscana misteriosa, Marco Del Buccia Editore, pp. 149, € 10