sabato 10 settembre 2011

Secondi pensieri - 75

zeulig

Antropologia – Ha il vizio di ridurre le scienze a precetti (storici, morali, sociali, culturali). Specie quelle classificatorie. È il caso, ora faticoso, oneroso, distruttivo, della mafia e l’antimafia. Delle categorie interpretative fa camicie di forza. Dal primitivismo (magia, ritmo, sangue) all’omertà.

Dio – “Si Deus unde malum?” è una sua limitazione. Il male non lo nega ma lo limita. Anche nel male: si prendano i vizi o peccati della chiesa, Dio si può dire superbo, collerico, accidioso, perfino avaro, ma non lussurioso o invidioso, non avrebbe di chi, e non si saprebbe immaginarlo goloso, un vizio puramente corporale. Da dove vengono queste passioni?

Con che fondamento si può dire il Grande Nichilista? Sua è l’ontologia che si cerca e il pensiero del niente, non il nichilismo ma la religione. Il Filosofo è il Creatore, che crea dal Nulla, si sa, magari ritirandosi un po’ e mettendoci del suo, lo zimzum d’Isacco Luria: sua, di Dio, è nella metafisica la coincidenza di essentia e existentia, pensiero e atto. Il fatto è che, da Platone a Heidegger, è tutto un girare attorno a Dio, a ciò che non sappiamo e non possiamo dire - il tormento del diavolo. E che Dio ha fatto zimzum a favore del diavolo, e poi l’ha lasciato invidioso.
Ma può essere che, alzandosi tardi, non si vedono che tramonti.

Il pio Lévinas ci vuole scontenti in mano a Dio. I filosofi di Dio sempre lì ci portano, ad abbandonare ogni scelta concreta, ad abbandonarsi. Al rifiuto: è questo il rifiuto totale, l’anarchia conseguente.

Filologia – Non è innocente, e può essere pericolosa. Con Stalin fu perfino assassina.

Filosofia - È come la chiesa, c’è più fede nella chimica, la fisica, la biologia, l’astronomia. Perfino nella storia, anche se incerta. E non è bene, non per la chimica, la fisica, la biologia, l’astronomia. Per la filosofia?

Non dialoga. Nulla di più sconclusionato, anzi stupido, di una tavola rotonda o un seminario filosofico. Ma, come il piombino del vecchio muratore, si può portare attorno all’oggetto a variabile profondità, compattando anche scandagli altrui.

Nichilismo – È una reazione a Hegel. Una fine d’epoca, non altro. Il mondo che esso nientifica è quello di Hegel e dell’American Dream. Un oggetto un po’ troppo semplice, del genere soprammobile, i nanetti in giardino.

Il nichilismo, è stato detto, è il risve-glio la mattina dopo una sbronza. Un misto di mal di testa, con forte pressione sui vasi oculari, e di mal di stomaco, e più per il sonno agitato che per l’alcol nel sangue. In inglese è hangover, una sorte di autoimpiccagione.
I nichilisti storici erano credenti fervidi, i primi, Bazarov, Arkadij, quelli di Turguenev, fiduciosi in un mondo migliore. Oppure no: è nichilismo, come Jacobi obiettò a Fichte, mettere l’Io al posto di Dio, farsi capetti.

“L’essenza del nichilismo consiste nell’incapacità di pensare il I”: Heidegger, che meglio l’ha pensato, dice che neppure nulla siamo. La verità è dunque l’utopia adolescenziale della dissoluzione – se “non siamo nulla” e “non siamo neppure nulla” sono la stessa cosa non sono grande pensiero.
“Il puro essere e il puro niente è dunque lo stesso”, diceva Hegel. Al solito frettoloso: è oppure sono? E puro in che senso? per essere puri bisogna pur essere.
Se non che l’inutilità è del mondo che da sei secoli è iperproduttivo. In questo senso la verità del secolo può ben dirsi antiumanista. Russia, Italia, Germania, Spagna, la politica assassina va al passo con la sfida al mondo insensato, che si bolla del sapere tecnico, come fare i kilotoni. Heideggerianamente il nazismo – libertà di servitù – è risposta inadeguata a sconfiggere il modello che combatte. Ecco l’indicibile del Filosofo del Novecento: la reticenza è rabbia.

La filosofia, dice san Paolo, è follia agli occhi di Dio. E Dio non è folle? Quando esattamente si dannò il diavolo? È importante. E perché i bambini non ne hanno paura? O perché c’è sempre qualcosa, se c’è solo il niente? E come si fa a annegare nel niente, pensandolo? Questa si è già sentita. Nietzsche avrebbe voluto scrivere, nelle sue “transvalutazioni”, una “critica della filosofia come movimento nichilistico”. Non l’ha fatta, ma è presto detta. Nessuno, Omero lo spiega, è un trucco, poiché è qui a raccontarla.

Dio come Adonai, che è assenza, trasmigra dalla Bibbia nella metafisica tedesca, Heidegger compreso. È questo il vero nichilismo, quello della devozione e dell’annullamento di sé, non le bestemmiole di Nietzsche e dei fanfaroni suoi epigoni - tutti figli peraltro di Hegel e Hölderlin ragazzi a Tubinga amanti di Dio: per negare Dio bisogna prima affermarlo, ecco la bestemmia.
Dio avrà pure creato il mondo, ma l’ha abbandonato a se stesso. Questo sarà blasfemo ma è scienza del divino. Anche se essa confina per Kant col comico. Dio non è il signore della storia. Cassata è l’innocenza: le nascite, le morti, il bene, il male, questi ghirigori non appartengono a Dio. Dio s’è ristretto lo diceva già Luria nella sua cabala. Per lo zimzum, moto entropico, buco nero teologale, macinadei, Dio si mette sempre più da parte, lasciando il posto al vuoto, al niente, e all’umanità.

La salvezza nella storia è l’ateismo degli ebrei, che pretendono d’accrescere Dio con l’umanità, l’eternità col tempo – familiari di Dio, spesso lo irridono, come ogni nonno. Il nichilismo è contro l’uomo: è rimettersi agli ordini di un essere che non è mai esistito, di nessuna idea, senza corpo e quindi senza identità. Del diavolo, per restare in tema. Che altro è il diavolo? Quello che induce al peggio. Senza contare che, se la verità è l’abbandono devoto in Dio, il diavolo è quanto di meglio l’uomo abbia escogitato.

Si può pure dire così: Heidegger e Freud non sono materialismo critico, o critica intelligente del mondo, sono il desiderio di finirla. Che compiaciuto si compiange.

Storia – Si può dire che occulta il reale: il proprio della storiografia è d’inventarselo. Ma non c’è altro reale: la materia è sfuggente, il Big Bang è già storia.

Tempo – “Poi” viene il tempo nella creazione, ma già c’era. Non si nasce in realtà, e non si muore, si è dentro il tempo. Anche prosaicamente, si è sempre affaccendati, anche nell’ozio. Ma questo annulla il tempo: lo dilata, lo accorcia.
Il tempo è comprimibile, sia facendo che non facendo, e in durata – memoria, fantasia, ricostruzione – è estensibile senza limiti. Ma il tempo è senza capo né coda, la stessa storia ha problemi a definirsi di un tempo preciso, e quindi non è.
È questo il senso della vita. O della morte. L’eternullità che ha inventato Laforgue. O Falkenfeld, il kantiano: “Non posso credere che gli avvenimenti del mondo influiscano minimamente sulle nostre parti trascendentali” - che per questo non si può dire morto, dimenticato.

zeulig@antiit.eu

Premafiosità, c’è chi non passa l’esame

Umberto Santino, animatore del Centro Giuseppe Impastato, il primo centro studi sui fenomeni mafiosi in Italia, specie dei legami tra politica, affari e mafia, approfondisce qui il suo concetto di “premafiosità”. Che definisce come “quei fenomeni che mostrano come la violenza privata venga usata come mezzo di arricchimento e di dominio”. I fenomeni sono le grassazioni, l’abuso di potere, se non il terrorismo, la violenza generalizzata, e l’impunità garantita dal potere, compresa la stessa giustizia. Che Santino spiega attraverso il riutilizzo di documenti d’epoca, dal Cinquecento in poi, pubblicati ma inosservati: le lettere di Montalto, delegato fiscale a Palermo, a Carlo V, la giustizia privata, il brigantaggio urbano, il “teatro” dei Beati paoli, i “pugnalatori di Palermo”, e altre succose storie.
Lo studioso, che ai fenomeni mafiosi ha dedicato molte riflessioni da contemporaneista, in particolare ai legami mafia-politica da Portella della Ginestra e Lima-Andreotti, è ben attento a non cadere nell’anacronismo, che la storia fa tutta uguale. Sulla base del semplice presupposto: “Perché altrove fenomeni completamente o parzialmente assimilabili sono abortiti e solo in aree determinate hanno dato i frutti che sappiamo?” Nella domanda c’è una prima risposta: perché altrove questi fenomeni sono stati: 1) contrastati, 2) deviati, 3) canalizzati nella legalità. La risposta Santino cerca invece “nelle condizioni e nelle forme specifiche in cui si sono configurati i processi di transizione dal feudalesimo al capitalismo e di formazione dello Stato, e si è articolata l’interazione tra fenomeni criminali e dinamiche economiche e di potere”. Ma le mafie sono congruenti a queste dinamiche?
La premafiosità bordeggia, modernamente, tutta la storia del capitalismo, dell’Europa, dell’Occidente – anticamente e altrove, prima e fuori dello stato di diritto, tutta la storia. Il concetto cioè finisce all’omologazione, alla sterilizzazione della funzione politica - di governo, e di giustizia, o repressione. Circoscrivere non è in questo caso operazione ideologica, diminutiva della forza della mafia e quindi assolutoria e complice, ma di efficienza, di repressione efficace. Si studia la mafia per reprimerla, con la mafia la guerra è sempre aperta, circoscrivendo e non allargando, benché con realismo, il fronte. La premafiosità può servire come Santino la usa, come esame per (non) passare alla mafiosità.
Umberto Santino, La cosa e il nome, Rubbettino, pp. 248 €12,39

venerdì 9 settembre 2011

Il malato d’Europa è la Germania

Non è un problema dell’uovo e della gallina, di chi viene prima, qui il fatto è evidente, ed è che la Germania non ha digerito la Banca centrale europea, che in pochi mesi ha attaccato con due dimissioni eccellenti, dopo una serie di autorevoli indiscrezioni critiche, di Weber e di Stark, e le critiche del presidente della Bundesbank Weidmann. Il quale non parla, politico di fresca nomina, consulente di Angela Merkel, ma fa: vendendo e facendo vendere il Btp italiano – dal Btp non si può passare che al Bund tedesco, che così costa sempre meno (ed è solo uno degli artifici, non il peggiore, per evitare che la Germania debba dichiarare un debito pari al pil).
Il fatto è che non c’è speculazione nei mercati. Non così determinante come si dice. I mercati sono manipolati dalla politica europea, cioè tedesca, e gli operatori non fanno altro che porre un’attenzione un po’ più vigile ai fatti della politica. O meglio: la speculazione c’è, ma è solidamente impiantata sulla politica della Germania.
Si può arguire al contrario tutto quello che si vuole. Che non c’è “Germania” senza il suo feudo europeo. Che Stark, Weber e Weidmann non sono la Germania. Che la Germania ha accettato perfino la presidenza di un italiano alla Bce, Mario Draghi. E che sta facendo quello che deve col Fondo europeo d’intervento a difesa dell’euro. Come si può arguire per la verità che la Merkel non è Kohl, che la Germania di Berlino non è quella di Bonn, non è europeista, anche perché il Muro è caduto e la Germania non ha più paura, e che la Germania usa trucchi colossali per camuffare il suo debito. Ma il fatto parla chiaro: la Germania ha assistito e assiste la Grecia perché è una sorta di Land tedesco fuori le mura, delle banche e assicurazioni tedesche.
Un banchiere che si dimette platealmente, mentre i mercati sono in fermento, a mezzo di una sessione di Borsa, sa che cosa fa: sabotaggio. Questo a Stark non si può rimproverare, perché è tedesco. E il problema è proprio questo: all’origine c’era la Grecia, ma poi, e sono tra poco due anni, c’è stata la Germania.
Weber e Stark hanno alimentato per un anno, ccon indiscrezioni e con tutto l’apparato della Bundesbank, la speculazione. Hanno opposto ogni resistenza al consolidamento europeo di una parte del debito, gli eurobond. E hanno creato, letteralmente, il “caso Italia”, che è quanto dire la fine dell’euro. L’hanno creata con indiscrezioni e con lettere di diffida. Che un banchiere sa bene che cosa significano. Si dice: è la sensibilità eccessiva della Germania ai fatti monetari. No, è un attacco, determinato, perfino cattivo nei termini, alla solvibilità dell’Italia. Fino a quell’incredibile spread tra il Bund tedesco e il Btp italiano che niente giustifica. Si dice anche la le sorti della Germania sono legate all’euro e quindi all’Italia. Ma non è vero.

Di fascista c’è la stampa - dopo la giustizia

Tutti i giornali hanno aperto oggi con una “falsa” notizia, sapendo che era falsa: “Bufera Lavitola sul premier”, “Berlusconi, nuova bufera”, “Premier al telefono, un caso”, etc. Tutti i grandi giornali, “Il Fatto Quotidiano”, i giornali della catena Caltagirone, quelli della catena Riffeser. È la giornata della “manovra” salva euro, ma la notizia è questa.
La notizia è stata congegnata in modo che Berlusconi consigliasse all’affarista Lavitola, sapendo che un provvedimento di carcerazione lo attendeva in Italia, di restare all’estero. Mentre non c’è nulla di tutto questo, Berlusconi al contrario sdrammatizza la vicenda. La quale scoppierà una settimana dopo.
Con la stessa tecnica con la quale la notizia è stata “costruita”, si può anche dire che gli arresti di Lavitola e Tarantini sono stati disposti “dopo” l’intercettazione di questa telefonata. Si dispone l’arresto sulla base di questa telefonata, in modo da poter imputare al presidente del consiglio due reati: il favoreggiamento, lo spionaggio sulla Procura di Napoli. Una “notizia” che vale l’altra, con qualche fondamento però: l’allegra gestione dei fatti giudiziari nella Procura napoletana di Giandomenico Lepore.
Si discute molto di fascismo in Italia, per il conflitto d’interessi che vede Berlusconi insieme presidente del consiglio e maggior editore. Ma non c’è fascismo nelle aziende di Berlusconi, e sicuramente non nella sua maniera di gestire il governo, imputabile semmai di vaghezza e arrendevolezza e non di autoritarismo. Mentre di fascista in termini propri c’è Woodcock, il giudice napoletano che anima questa fase delle inchieste contro Berlusconi. Legato, come il suo capo Lepore, a Fini. Fascista è anche la costruzione di questi “scandali”, il chiama e rispondi tra Berlusconi e i giudici napoletani: Berlusconi sa benissimo di essere intercettato anche sulla tazza del gabinetto, e non è uno che dice a un Lavitola quello che non vuole dire. E la stampa che, senza saperlo?, se ne fa paladina.
Si fa del resto torto alla stampa definendola fascista senza alcun riferimento alla giustizia. Che invece del fascismo si fa manto, fino agli ermellini e alle eccellenze. Senza contare che il giornalista, benché pieno di sé, non ha l’auto aziendale, di marca, corazzata, con autista, ventiquattro ore al giorno. Che il giudice invece ha, anche il sostituto della più modesta Procura di provincia, grazie all’uso generalizzato delle scorte, a un costo che supera abbondantemente quello di ogni altra casta - il vecchio “attendente” che la democrazia aveva cancellato, con ogni servizio meniale, di tipo schiavistico, che era il segno distintivo dei NN.HH. della crosiana Nuova Italia.

giovedì 8 settembre 2011

Quando Kohl impiccò l’Italia all’euro – 2

Quindici anni fa di questi giorni si decidevano quindici anni di ristrettezze, come il diario del sito documenta:
“A Valencia, parlando con Aznar, Prodi ha capito che non c’è alcuna possibilità di ammorbidire i parametri di Maastricht. Né chiedere “un anno” di ritardo per l’adesione all’euro. Come autorevolmente suggerito dalla Germania, o meglio da Francoforte, dalla Bundesbank dell’ex ministro Tietmeyer.
“Aznar sa per certo che Kohl vuole Italia e Spagna dentro fin da subito, alle stesse condizioni degli altri - non vuole favorire la concorrenza di chi resta fuori. Prodi dovrà per questo letteralmente stroncare l’Italia, raddoppiando la “manovra”, cioè i tagli alla spesa, pubblica e privata (meno spesa pubblica più tasse), da 32,5 a 62,5 miliardi.
“In un paese che ha già perso per la globalizzazione due milioni di posti di lavoro in due anni, è un atto di saggezza o un suicidio? L’Europa dev’essere un’occasione o la fine del mondo?”

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (100)

Giuseppe Leuzzi

Mafia
Zdenek Zeman diceva al “Corriere della sera”, quando ancora poteva parlare, il 25 ottobre 2004: “La mafia è un problema di tutti, ma nel Meridione le hanno dato un nome, a Milano o a Torino ancora no”.

Salvemini, deputato socialista, poteva scrivere nel 1922: “Lo Stato Estero che interviene costantemente nel Mezzogiorno è l’Italia Settentrionale”. Siamo reduci da venti anni di governo incontrastato del Nord, anzi di Milano, e l’Italia è in mutande. Ma, fra le tantissime pagine che si dedicano alla crisi, questo ragionamento non viene neanche accennato, neanche per scherzo.

Il ripetitore di Cosoleto serve la telefonia mobile di una vasta zona sopra la piana di Gioia Tauro. Ogni due settimane, con regolarità, un gruppo di giovinastri lo mette fuori uso il venerdì sera, quindi fino al lunedì. Sono quattro, sono noti, anche se si mascherano, girano armati. Sono attivi indisturbati da ormai otto mesi, contro i piccoli proprietari, i piccolissimi commercianti, e contro la grande azienda dei telefoni, perché vogliono diventare i padroni del territorio. Mafia?
Altrettanto noiosi e faticosi risultano Windows e Norton, che bombardano il piccolo netbook a ogni riavvio di avvisi perentori e minacciosissimi, insistenti, di nessun senso se non indurre l’insicurezza – controllano il territorio? Di Windows si sa, si può capre anche, il monopolismo americano funziona così. Norton invece supera ogni immaginazione: scarica avvisi con le tecniche raffinate degli incubi, e intanto appesantisce, rallenta, imbizzarrisce la piccola macchina, prima così agile. Mafia?
Ma non tutto il mondo è paese. Perché non si prendono i quattro di Cosoleto? Per recuperarli, sono giovani. Ma non si recupererebbero meglio separandoli, magari in luoghi diversi, e obbligandoli a un’attività, o anche soltanto impedendo loro i sabotaggi e le minacce? Si farà fra trenta-quarant’anni, quando i quattro avranno distrutto molte attività, e molte famiglie, avendo costituito la solita “famiglia” della sociologia di caserma, con quattro o cinque “cosche”. I quattro saranno allora condannati al 41 bis, e i loro beni confiscati, eccetto quelli degli affiliati pentiti, compresi buon numero di loro parenti – c’è anche il business della giustizia. La mafia vuole potersi esprimere, prima di diventare antimafia. La mafia si alimenta anche così.

“Negli uffici della Procura di Palermo faccio quel che minchia voglio”, si vanta il giovane Ciancimino al telefono con i suoi amici ‘ndranghetisti. Ridendo della sua scorta e dei magistrati. Intercettato regolarmente. Ma arrestato dopo quattro mesi. Dopo molte paginate d’infamie sui giornali a beneficio della Procura di Palermo. Senza che il Csm, Vietti, Napolitano alzino un dito contro i procuratori di Palermo. Senza che i giornali ne diano conto, della dichiarata mafiosità di Ciancimino figlio – se ne legge solo in qualche foglio locale.

Nord
Il pregiudizio è utile al guadagno. Johann Heinrich Bartels, l’uomo politico amburghese che nel 1785-86 visitò a lungo l’Italia, spiega nelle sue “Lettere” come “mercanti tedeschi che nel Medio Evo trovarono il loro tornaconto ne grandi centri commerciali italiani, volendo tener lontani i loro connazionali, fecero delle descrizioni terrificanti del carattere degli abitanti e così diffusero un pregiudizio che ancora oggi persiste in tutta la sua violenza”. In particolare, ciò Bartels rilevava per quanto concerne Venezia.

Le origini del “Sud” il geografo danese Conrad Malte-Brun imputava nel 1809 al “pregiudizio napoletano”, presentando un estratto delle lettere di viaggio in Calabria e in Sicilia nel 1786 di Johann Heinrich Bartels. Malte-Brun ne parla in riferimento alle due regioni visitate dal senatore e poi borgomastro di Amburgo, tedesco, ma il pregiudizio naturalmente (facilmente) si rivoltò poi contro Napoli, e quindi tutto il Sud. Il pregiudizio è vero in particolare per i “briganti”, estensione campestre dei “lazzari” urbanizzati. I briganti sono una creazione di Napoli, nessuno dei viaggiatori ne è minacciato, né ne sente parlare in loco.
Bartels è più esplicito e perfino polemico. Il futuro senatore e borgomastro di Amburgo, politico preminente della città anseatica per mezzo secolo, fino a due anni prima della morte nel 1850.

Che cosa il “Sud” doveva - e dovrà - essere Bossi lo sapeva con precisione già nel 1992: quello che si appropria delle “risorse del Nord”, un “enorme flusso di denaro”, per destinarlo, “attraverso gli appalti”, a mafia,’ndrangheta e camorra – è “il 70 per cento dei loro introiti” (in “Elezioni. Istruzioni per l’uso”, interviste a cura di Giuseppe Leuzzi). Non c’è da meravigliarsi che la ‘ndrangheta sia diventata “un impero”.
Ma è vero, qualsiasi sottufficiale dei carabinieri lo sa, che il denaro pubblico al Sud è tutto corrotto e fonte di corruzione. Quello speso dallo Stato, e dagli enti, comunità montane comprese, dalle regioni, dalle province, dai comuni. Per la viabilità, le altre infrastrutture, la cultura (le bibliotechine comunali, le filodrammatiche, i “musei”, se ne fanno di ogni genere in ogni frazione, senza aprirli), gli sport.

Carlantonio Pilati, famoso giureconsulto trentino dell’impero austriaco, poteva ridicolizzare già nel 1775, nella lettera XVIII dei suoi “Voyages”, l’infausta teoria del clima dello “Spirito delle leggi” di Montesquieu. Quella per cui il Sud è povero per il troppo sole. Si vede che nell’impero romano pioveva sempre, argomenta Pilati. Sibari non è ma esistita, né Crotone, o Reggio, o Locri. E la Campania non produceva niente (importava già allora sottobanco dalla Cina?). È per questo che nessuno ricorda Pilati?
Le sue “Lettere dalla Calabria”, ora in “Per antichi sentieri”, hanno una pagina fulminante (73) sulle “cattive leggi delle nazioni del Nord” che hanno distrutto il Sud ferace, goti, lombardi, franchi, tedeschi, normanni, in aggiunta ai saraceni, “tutti popoli nemici dell’industria, e del lavoro”.

Fedecommesso
Il principe di Cariati, Savelli-Spinelli, vanta con Carlantonio Pilati a fine Settecento “un territorio che è più grande del principato di Trento” in Calabria e in Sicilia. Che gli rende ogni anno 50 mila ducati di Napoli, giusto per il titolo di proprietà. Poco, certo, poco meno del doppio rispetto alle 350 mila libbre di rendita del convento di Catanzaro, contando un ducato per 4 libbre e mezza – ma più ricco di tutti, “il più ricco signore di tutta l’Italia” è il duca di Monteleone (Vibo Valentia), che si segnala solo per essere “una branca della famiglia Pignatelli” - discendente, bisognerebbe aggiungere, del viceré di Carlo V a Palermo, che rendeva “impossibile” l'esercizio della giustizia, secondo denunciava pubblicamente il fiscale (questore) della vice-capitale. Un Grimaldi di Seminara, che si occupò delle sue terre, di farle coltivare meglio, è per questo negli annali.
La rendita del principe di Cariati, secondo le tabelle di conversione aggiornate del sito nazionenapulitana.org, valeva dieci anni fa un miliardo e mezzo abbondante di lire, 800 mila euro. Le 350 mila libbre dei monaci, pari a poco meno di 90 mila ducati, qualcosa come una tonnellata e mezza di argento, dovevano quindi valere un milione e mezzo di euro.
L’abate Galiani, scrivendo ad Antonio Cocchi nel 1753, ne delinea incidentalmente il fondamento, l’illegittimità del trono: “Un regno di tre milioni d’anime pieno d’opulenza e di spiriti meravigliosi… feudo d’un principe che l’ha sempre donato senza averlo mai conquistato e senza averlo mai potuto possedere” (in “Illuministi italiani. Tomo VI”, Ricciardi, p. 833).
L’economista Antonio Serra, nato a Celico, alla falde cosentine della Sila, nel 1550 circa, la cui memoria si conserva solo nell’elogio che ne fa Galiani, correttamente individuava la debolezza del Regno nel deflusso dei capitali a favore di affaristi forestieri. Non poteva dire che il re e i viceré si vendevano il Regno perché era in prigione, per aver partecipato alla famosa insurrezione antispagnola della Calabria di cui non si trova traccia, che veniva addebitata (principalmente) a Campanella. In carcere dal 1613, vi scrisse un “Breve trattato delle cause che possono far abbondare i regni d’oro e d’argento dove non sono miniere” – che dedicava al viceré, Pedro Fernandez de Castro y Andrade, conte di Lemos, in offa per la clemenza. Serra “inventava” la bilancia dei pagamenti, aggiungendo alle importazione ed esportazioni di beni materiali, nel calcolo del benessere del Regno, anche i servizi e i movimenti di capitale.
Un altro viaggiatore in Calabria a fine Settecento, l’uomo politico amburghese Bartels, mette in guardia i suoi corrispondenti: “Ricordatevi comunque che nei territori greci (bizantini, n.d.r.), diversamente dai territori longobardi, non si conosceva il feudalesimo”. E che la Calabria fu venduta, senza più, da Filippo II di Spagna ai suoi creditori. Che erano genovesi (Adorno, Grimaldi, Spinelli, Gagliardi, Perrone, Grillo, etc.) e questo fu una condanna per la Calabria. A metà Seicento, sui 2.700 centri rurali esistenti nel Regno di Napoli, oltre 1.200 erano infeudati a genovesi. Lo spiegava Rosario Villari nell’“Antologia della questione meridionale (Il Sud nella storia d’Italia)”, e lo confermava Corrado Vivanti, il curatore della Storia d'Italia Einaudi.
Testa genovese si disse a lungo in Europa, in un significato peculiare che Balzac così condensa nel racconto “Sarrasine”: “Un uomo sulla cui vita poggiano enormi capitali”. Un tipo di capitale legato alla persone del capitalista, con coinvolgimento familiare e genealogico ma non dinastico - legato a una corte, a un principato, a un feudo. Alla creazione o alla emulazione della corte, del principato, del feudo.

Bartels ha un ottimo excursus sulla manomorta nella Calabria Ulteriore, sull’eversione dei beni ecclesiastici del 1784, l’anno dopo il terremoto, e la costituzione della Cassa Sacra, la prima Cassa del Mezzogiorno. “Una massiccia operazione eversiva che non trova l’eguale nell’Europa dell’Ancien Régime”, spiegherà successivamente in nota, “sostenuta da un ampio fronte di interessi statali, nobilari, borghesi”. Ma non si andò oltre l’abolizione di uno dei pilastri del “mercato”, l’unico sociale, che in qualche modo teneva in vita i poveri, col sostentamento e con l’istruzione, o comunque la cura, dei bambini. Sarà questa la critica, settant’anni dopo, anche di Pasquale Villari nelle “Lettere Meridionali” del 1862, sugli effetti dell’unità d’Italia in funzione anticlericale.
“Mentre i soldi sono stati prestati a civili a interesse”, annota Bartels, “i beni immobili sono stati dati in affitto”. I propositi naturalmente erano buoni, spiega Teodoro Scamardi, che per Rubbettino ha curato la riedizione delle “Lettere sulla Calabria”: “ I beni incamerati dovevano essere venduti o dati in censo. Era vietato ai baroni di partecipare agli acquisti (ma non agli affitti), così come era fatto divieto di vendere i beni in blocco, al fine di ampliare il «ceto mezzano» con l’aumento del numero dei proprietari, recependo in ciò la lezione del Genovesi”.

leuzzi@antiit.eu

mercoledì 7 settembre 2011

Il letto contro la famiglia

Il sesso curiosamente come malattia, come fascismo. E come liberazione. Non è una novità anche se il romanzo è del 1956: il fascismo piace grasso. Il caso più famoso sarà “Eros e Priapo” di Gadda, tardo esercizio del 1967. Allora già senza processo, che invece ci fu subito per Répaci. Perché negli anni 1950 usava così in Italia, ma soprattutto perché qui, con più verità, la liberazione è dalla famiglia. Che muore e sempre si ricostituisce. E sempre con ali di piombo, volando bassa, sovrastante, che sia naturale, acquisita, allargata, informale, sempre intenta a distruggere i sentimenti e ogni spazio di libertà.
Il fascismo c’è, con la protervia e le delazioni – c’è anche un personaggio ebreo “per un ottavo”. E c’è, a ogni pagina, il deliquio sessuale di tanta letteratura posteriore – al suo sesso un personaggio ha già “imparato a parlargli”, prima di Moravia. A opera dei soggetti più imprevedibili, per primo lo stesso Commendatore – il sesso non è la cosa più democratica? Ma non è una storia di letto “torrida”, come userà dire, di pornografia. Il romanzo è di un cupo personaggio senza amore – senza sesso – e una magistrale storia di piccola borghesia, che i languori mescolava(va) ai doveri, all’“etica” delle apparenze.
Il buono è Commendatore, protagonista pusillanime, che vive tenendo il conto delle sgarberie della moglie e della famiglia della moglie, anche dopo morta. Una famiglia che al Commendatore tocca mantenere e con la quale deve convivere. Con un assurdo cahier de doléances che egli alimenta fin da subito col matrimonio, e anche prima. Nel mentre che salta in tutti i letti. Passivo anche dopo i molteplici delitti di cui è vittima, e carnefice involontario.
Leonida Répaci, Il deserto del sesso, Rubbettino, pp. 180 € 5,90

Ombre - 101

Il cardinale Tettamanzi conferma che la corruzione è ovunque a Milano. Lo dice dopo lunga riflessione, nove anni. Al momento di lasciare la diocesi della stessa Milano. Senza aver posto mano a quella più evidente, l’immobiliare della stessa diocesi.

Non voleva solo rubare le foto del campionato vinto, Barbara Berlusconi insiste a insidiare Pato. Continua la vendetta della madre contro il babbo: la moglie gli ha distrutto la politica, la figlia gli distruggerà il Milan.
Ma la figlia è molto berlusconiana. Non sarà Berlusconi stesso la vera Medea della sua tragedia?

Il Csm si appresta a giudicare il Procuratore capo di Bari Laudati, il magistrato che indagò sulla sanità nella Regione Puglia, portando alla condanna dell’assessore, un Democratico.
Lo giudica per la vicenda Tarantini, o delle puttane di Berlusconi. Testimone d’accusa il Procuratore Giuseppe Scelsi, dalemiano di ferro – aveva preannunciato a D’Alema lo scandalo delle puttane. Presiede Guido Calvi, avvocato dalemiano senatore per tre legislature del Pci-Pds. Senza vergogna. D’Alema è invece presidente del Copasir, i servizi segreti.

L’avvocatessa Bongiorno, onorevole di Fini, otterrà a Perugia l’assoluzione di due sicuri assassini. Perché alla Camera presiede la Commissione Giustizia? Senza conflitto d’interessi naturalmente.

La Cina sfida il monopolio Usa della finanza con un'agenzia di rating. Si chiamerà Dagong e, scrivono i giornali del gruppone neo guelfo, è stata ideata da Romano Prodi. Niente di meno.
Prodi ha buona immagine per aver vinto due elezioni da solo, anzi contro molti dei suoi obbligati sostenitori. Che in entrambi i casi l’hanno liquidato appena hanno potuto. Ma ha sempre incarnato l’insostenibile provincialismo democristiano (Fanfani paciere in Vietnam, eccetera), specie da presidente della commissione Ue.
Ora è in corsa per il Quirinale, punta di diamante del neo guelfismo. E non vede il ridicolo di farsi guida della Cina, degli Usa, dei mercati, la pulce ‘n coppa all’elefante.

Sciopera la Cgil e il “Corriere della sera” non esce. Gli altri quotidiani sì, il giornale lombardo no, perché la Cgil vi è maggioranza. La cosa duole alle tasche della casa editrice. Ma anche alla buona coscienza, democratica, dei diritti, perfetta insomma, del mite Ferruccio de Bortoli. Il direttore del “Corriere della sera” ha scritto alla segretaria della Cgil Camusso per chiedere una deroga, e non avendone avuto risposta la dice maleducata. In un “fondo” apposito in prima pagina in evidenza. La democrazia che si vuole “delle eccezioni”.

“Il Sole 24 Ore” attribuisce gli eurobond a Prodi e Alberto Quadrio Curzio, invece che a Tremonti e Juncker. È la nuova Democrazia Cristiana di Marcegaglia in cammino, prima tappa Prodi presidente della Repubblica. Ma affida il compito a Valerio Castronovo, e lo storico si presta docile. Vite sprecate.

Castronovo riesce a dire nello stesso servizio che “Ceca, Cee e Ue apparivano poco utili a Berlino”. Intanto, semmai apparivano poco utili a Bonn - che in realtà ne fu sempre entusiasta, da Adenaueer e Erhard fino a Kohl, cioè per tutto il ciclo della Repubblica Federale renana. Ma, poi, lo storico addossa la colpa della Germania unita a Angela Merkel...

“Serve uno sforzo da 400 miliardi, lo può fare solo un governo tecnico”. Profumo entra in politica e debutta con una doppia scemenza, tecnica e politica. Forse è solo per questo che i banchieri se ne sono liberati.

“Redditi on line, dubbi dei sindaci” titola in grande il “Corriere della sera” sabato. E mette in lista una serie di sindaci che invece sono tutti per prendersi il fisco, e qualcuno l’ha già fatto, Pisapia a Milano, Vincenzi a Genova. Le ragioni della Resistenza non sono quelle della grammatica? Stalin non l’avrebbe tollerato, questo sovietismo è eccessivo e sciocco – insipido.

L’unico politico che ha avuto fiducia in Mario Monti è stato Berlusconi, che l’ha mandato onorato commissario a Bruxelles. L’unico politico che il melassa Monti critica è Berlusconi. Le ragioni della banca prevalgono su quelle della lealtà, sia pure di facciata: l’euro va abbattuto, facendo finta di difenderlo meglio.





martedì 6 settembre 2011

La questione meridionale viene da Napoli

La critica al leguleismo partenopeo è talmente vivace che viene da ballarci su, se esso non avesse contagiato tutta l’Italia: non c’ chi non s’accorga “che, così facendo, a disordine si aggiunge disordine, e che non v’è chi non abbia paura di rimettere le proprie controversie nelle mani di un giudice, e non preferisca farsi giustizia da sé”. In nota Bartels ridicolizza Napoli con due cifre. Nel Regno, quattro milioni di abitanti, ci sono dodicimila detenuti, a un costo annuo stimato in 200 mila ducati, in Toscana, un milione, i detenuti sono 65. La questione meridionale viene da lontano, Genovesi e Filangieri sono rose sul letamaio. Le leggi sono (in italiano nel testo originale) “le più matte di tutte, tante e tali che le collezioni delle ecclesiastiche montano a nove volumi in-quarto”, governative, locali e, appunto, canoniche: “Vedete, f.m., che la conseguenza inevitabile di questo stato di cose è la durata interminabile del processo” – f.m. sta per “fratello mio” in massoneria. La Lettera Quarta è la ricerca più approfondita, per l’epoca e dopo, sulle cause della questione meridionale: l’assenza della giustizia. Che il disordine rende ineliminabile, sociale e ora mentale.
Johann Heinrich Bartels, intraprende il suo viaggio in Italia nel 1785, quasi in contemporanea con Goethe: Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, la Sicilia, e di ritorno Livorno, Milano, Genova, Torino. Ha 24 anni, è un classicista, viene da una famiglia borghese d Amburgo, è già Maestro della massoneria. Decide di visitare la Calabria, prima della tappa d’obbligo in Sicilia, quasi per ripicca contro i napoletani che vivamente lo sconsigliavano. Al ritorno nel 1787 si addottora in diritto a Gottinga, e redige le lettere dalla Calabria e dalla Sicilia. Sarà avvocato nella sua città, ma per poco tempo. Nel 1798 è eletto senatore, e dal 1820 per un venticinquennio borgomastro. Morirà di quasi novant’anni nel 1850.
Molte pagine di Bartels, se lette, avrebbero sciolto da tempo i nodi della questione meridionale. La dipendenza da Napoli, capitale sfruttatrice e delinquente, e la giustizia ingiusta anzitutto, e poi, persuasivamente, la proprietà fiscale e assenteista, l’assenza totale di ordine. Da Nicastro in giù Bartels trova, malgrado il terremoto e l’inevitabile sciacallismo, grande confidenza contro il crimine: “Tanto insicura è la Calabria Citeriore (il cosentino, n.d.r.), tanto sicura è la Calabria Ulteriore”. Là “tutti si lamentano di furti e omicidi e si rifugiano nelle loro tane”, qui uniscono le forze, nel lavoro e nel commercio. e si proteggono a vicenda. Ma sempre in controluce il problema della Calabria è Napoli: “la pigrizia dei Napoletani, un’indolenza… unita alla crudeltà più sconsiderata”, e l’esosità. Nulla si può produrre e vendere in Calabria senza pagare tributi proibitivi a Napoli e sottostare a burocrazie vessatorie, questa è la verità del Regno: “Ogni qualvolta ho parlato coi Napoletani del commercio calabrese, essi dicevano (in italiano nel testo originale): I generi e i prodotti di cui abbondano le Calabrie e di cui fanno uso i Napoletani”. E: per i Napoletani “sembra… scontato che la Calabria sia la loro vacca da mungere” .
Bartels documenta in dettaglio l’economia, la storia, l’ordinamento sociale e la politica, la giustizia. Mostrando di essere stato nei posti di cui parla. E abbatte, preventivamente, innumerevoli luoghi comuni. C’è onestà: nel terribile terremoto del 1783 le ruberie sono state isolate. C’è lealtà, e generosità. C’è bellezza fisica, malgrado la povertà. “Si accede liberamente alle vigne e ai frutteti” – questo succedeva ancora negli anni 1960, quelli della Grande Emersione democratica che per primo apprestò la Grande Recinzione.
Johann Heinrich Bartels, Lettere sulla Calabria, Rubbettino, pp. 271 € 7,90

Letture - 71

letterautore

Agiografia - È il modello più in uso, benché obsoleto e incommestibile non solo per le avanguardie e la ricerca letteraria ma si penserebbe pure per il gusto: melenso, trito, rituale. È il modello di buona parte del Novecento, le storie familiari. Dove si stava meglio quando si stava peggio, tra sporcizia, malattie, fame, pesti. E i nonni e i bisnonni sono sempre eroici, magari un po’ ribaldi – anche le zie e le nonne ultimamente, dopo Proust. Molti anche nobili, per il nome, la provenienza, antiche confidenze, jus primae noctis e altri oltraggi oggi materia d’orgoglio.
La liberazione analitica dai complessi ha avuto anche questo effetto. Ma il fenomeno è legato all’Europa – anche all’America Latina alla Garcia Marquez: l’idoleggiamento del vecchio. Non c’è nel Nord America né, a quello che si può arguire dalle traduzioni, in Asia. È una forma di deliquio?
In Africa, dove la realtà è innegabile, c’è invece il fenomeno opposto, una sana avversione contro una tradizione che è ancora l’attore principale dell’indigenza inestinguibile.

Dante – C’è anche la lettura di Contini, che è di Joyce: del linguista eccentrico, un po’ enigmistico. Ma Dante non scriveva indovinelli, era anzi un pamphlettista, molto diretto.

Giufà – Inabissatosi con l’indolenza della Repubblica, prima ancora del leghismo, è stato un personaggio popolare, che Pitré e Calvino hanno incontrato spesso. Il tipo del trickster. C’è in Sicilia e in Calabria, in Nord Africa e in Turchia. Un tipo mediterraneo.

Joyce – Quale utile, o diletto, dal Joyce business: delle note e le note alle note?
Senza colpa di Joyce? No, ha scritto “Finnegan’s Wake” solo per farsi commentare. In Dante immedesimandosi nel senso dei dantisti, della ricerca del significato senza fine.

Leggibilità – Il segreto della leggibilità francese, oggi come nel Seicento, non è la clarté ma la leggerezza. O la clarté che discende dalla leggerezza. Sia gli scritti gravi, sia quelli poetici e narrativi s’improntano alla leggerezza. Non c’è la condensa “filosofica” o “grammaticale” che l’italiano sovrappone seriosamente all’autore, a partire dalla lettura che di Dante è stata fatta dal Cinquecento in poi, sovraccaricandolo di lessici contemporanei, allegorici, filosofici, esoterici.

Perrault – La psicologia di massa (aspettative, desideri, immaginazione) è quella fissata nel Seicento da Perrault e dal circuito salottiero di madame D’Aulnoy, di palazzi, castelli, eroi, principesse, bei giovani, e animali parlanti. A essi dobbiamo le favole formative, dell’immaginazione e delle aspettative: “Cenerentola” “La Bella addormentata”, “La bella e la bestia”. Un ingentilimento dei romanzi cavallereschi, d’arme e d’amori.. Che sono un’estensione dei trovari. Una psicologia fissata dunque al Duecento, con una formalizzazione seicentesca, arricchita di un’anticipazione romantica: “Cappuccetto rosso”, “Biancaneve”.

Pound – Un don Chisciotte, agitato tutta la vita prima della pazzia. Anche fisicamente, con quel suo andare inquieto e altero. Se si accede alla lettura che del “Chisciotte” fa Borges, come di un’apologia, una celebrazione, mirata a un’etica, e una drammaturgia, del sé poeta.

Fu fascista. Ma non più dei tanti intellettuali che hanno contribuito a “creare” Mussolini.
Mussolini godeva di prestigio stratosferico, specie tra gli intellettuali, che in grande misura glielo crearono. Uno straniero che avesse vissuto in Italia allora, l’unica stagione peraltro in cui la cultura fu agevolata e remunerata, non poteva non subirne il fascino.
L’italianità di Pound, non indagata, è precedente e ben più ampia. La figlia Mary, anzi Maria, da lui fortissimamente voluta e a suo modo educata, parla italiano fino ai quindici anni.

In “Discrezioni” Mary de Rachewiltz ha la categoria dei falsi partigiani (p.301). Ex fascisti, disprezzati in paese. Sono loro che catturano Ezra Pound, per la taglia. Uno di loro sarà poi giustiziato per omicidio.
“Discrezioni” è il racconto di vita che rimarrà uno dei capolavori del Novecento. Dell’impossibilità di conquistare l’amore materno. E della “grandezza” in casa: a un certo punto le due mogli di Pound sono obbligate a una convivenza “impregnata d’odio e di tensione”, ma nel poeta l’atteggiamento verso i sentimenti privati era quello di Henry James, “i sentimenti li provano gli altri” (p.324).

Traduzione – Si può dire in traduzione qualsiasi cosa. Le prime traduzione di Lao-Tse, del “Tao-te-king”, divertirono molto i cinesi quando impararono il francese e l’inglese – nelle altre lingue si ritraduceva dal francese e l’inglese. “In un batter d’occhio” essendo diventato “il corno d’un rinoceronte”, il “denaro” un “plebeo”, il “valore del denaro” una “vettura”, e “uniti, vanno più veloci di quattro cavalli” al povero Lao-Tse si faceva invece dire “è bello tenere davanti a sé una tavoletta di giada e salire su una carrozza a quattro cavalli”.
I cinesi se la presero, facendone una manifestazione della volontà occidentale d’imperialismo, piuttosto che d’ignoranza. O l’imperialismo è ignoranza.

Jacqueline Risset ha restaurato la “Divina Commedia” in francese. Ha tento il ritmo, ha ravvivato il significato originario, quello della parola scritta, e l’ha pubblicata tal quale, senza note, lessemi, varianti. In tre volumi così com’è, com’era. Una lettura immediata, leggera, sgravata delle incrostazioni delle innumerevoli glosse. Si è immedesimata, da poetessa, in Dante.
Anche la concorrente traduzione francese del “Paradiso”di Jean-Charles Vegliante, quindici anni fa, è stata pubblicata come opera d’attualità, senza commenti o apparati.

Umorismo – I selvaggi e le scimmie, si diceva, non sorridono. Ma con la civiltà il sorriso si è diradato, la civiltà di massa – la democrazia? In Calabria invece è fortissimo, o lo era fino a ieri, quando ancora ci si esprimeva. In una regione semibarbara: irresistibile, di tutti, per tutti, la cifra del linguaggio – c’è un linguaggio calabrese, da ultimo di Antonio Delfino.
L’accumulo della distruzione è umoristico – sarcastico? È la realtà dissolta (la dissoluzione della realtà): l’umorismo è un dire impreciso. È la vena naturale che si è imposta a Pirandello quando si è esaurito il suo paradigma borghese (studi, viaggi all’estero, carriera accademica, casa con decoro sulla Nomentana).
È riservato alle mezze civiltà – mezze barbarie?

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