sabato 17 settembre 2011

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (101)

Giuseppe Leuzzi

Bisogna leggere i grandi giornali, ma lo scandalo periodico vi è: 1) la Salerno-Reggio Calabria, 2) il porto di Gioia Tauro, 3) il ponte sullo Stretto. A caso, anche senza motivo, ma immancabilmente. Mai che si parli di Malpensa, lo scandalo vero - l’opera è inutile - e più grosso. O della fantomatica Variante di valico – che cos’è?
Fra i tanti che lamentano la superstrada Salerno-Reggio Calabria possibile che nessuno abbia fatto mai la Firenze-Pisa-Livorno, un'altra superstrada, più toruosa ancora e piena di buche, da decenni, come crateri?

Mafia e Antimafia
Andrea Camilleri dà al primo giudice unitario a Montelusa-Agrigento (nel racconto “Il giudice Surra” della breve raccolta “Giudici”, appena pubblicata da Einaudi) la facoltà di annientare la mafia ignorandola. Tutti gliene parlano, ma il giudice va per la sua strada, facendo le cose che deve fare. E Camilleri conclude: “Crediamo che il giudice, nel suo intimo, ne volle ignorare l’esistenza. Agì come se non ci fosse e, così facendo, inconsapevolmente l’annullò”.

Sabato il calciatore Miccoli, “bravo ragazzo”, batte per il Palermo l’Inter. Martedì è indagato per mafia. C’è collegamento?

Il presidente della Regione Sicilia Raffaele Lombardo, accusato di mafia, lascia il centro destra che lo ha eletto e fa un governo col partito Democratico. Il Procuratore di Catania Patané avoca l’indagine e lo assolve. Non c’è collegamento?

Il concorso esterno resta solo per Contrada? Per la gloria del suo accusatore Ingroia, ci sono pm che sono più pm degli altri.

L’odio-di-sé meridionale
“Il Giornale di Calabria” celebra i quarant’anni dell’Unical, l’università della Calabria a Cosenza-Rende. Otto pagine e molte foto, ma mai il nome di Giacomo Mancini, che quella università volle e creò. Il suo nome ricorre nelle celebrazione in due righe: “Il Giornale” gli fa colpa di aver criticato nel 1998, da sindaco di Cosenza, un finanziamento di 600 miliardi per la costruzione di una città universitaria che avrebbe preso tre paesi. Un finanziamento naturalmente fatto balenare ma mai disposto. Per un progetto semplicemente mostruoso.
Il ritorno è uno dei punti critici della diaspora meridionale. Sia degli emigrati in terre lontane, in cerca di una qualsiasi occupazione, sia di chi, per la mobilità dell’impiego pubblico o per esigenze professionali, è emigrato in altre città. E magari ha mantenuto una continuità d’interessi, se non di presenza. Quelli sono anche attesi e festeggiati, ma per pochi giorni – diciamo una settimana. Questi vengono guardati con sospetto, anche dagli amici. E se prolungano il soggiorno, o si fanno vedere troppo spesso, diciamo due tre volte l’anno invece che per lo scappa e fuggi della “festa”, del santo patrono, con disprezzo: come se fossero rubastipendio, oppure, se pensionati, dei falliti, senza altra vacanza migliore, in crociera, ai Caraibi, nel mar Rosso. I residenti si ergono di fronte a chi ritorna come usava la chioccia, anche rumorosamente. E si può capirli: vantano una sorta di abnegazione a essere rimasti, mentre chi è partito è come se avesse disertato.
La prima preoccupazione di chi ritorna è quindi di evitare ogni critica, anche la più fondata. Ma non riuscirà a evitare il disprezzo, se non il risentimento, poiché inevitabilmente dovrà spendere, anche se è solo in vacanza, e solo per pochi giorni. Oppure, escluso da ogni altro possibile contributo, è magari felice di fare il consumatore locale. È inevitabile spendere per i consumi quotidiani, in drogheria, dal fruttivendolo, dal macellaio, in pescheria, in pasticceria, in pizzeria, e per le diverse esigenze domestiche, elettricista, pittore, idraulico, falegname, aiuto. Un contributo da non disprezzare in altra economia, che finisce sempre per ammontare a migliaia di euro. Che talora si estende, per nostalgia o convenienza, alla provvista di beni locali, olio, vino, formaggio, dolciumi, miele, carni conservate, pesci conservati, vegetali conservati.
Ma questa spesa, altrettanto inevitabilmente, si trascina delle critiche: il latte ha la melitenza, o maltese (la brucellosi), il maiale la scrofola, l’afta, la peste, la trichinellosi (se così si dice, il vocabolario non la registra), il vitello è agli estrogeni, quando non ha l’afta, anche lui, il miele è importato (dalla Romania, dalla Cina, un tempo dall’Albania, ma l’Albania fa tanto miele?), l’olio variamente mescolato (semi, Tunisia, sansa, “murga”, “pastazzo” sono le parole spregiative più in uso), il vino è fatto col “bastone”, l’igiene dei prodotti conservati come minimo è da tifo, le paste dolci e i gelati hanno dato la diarrea, il vomito, un caso di avvelenamento, dieci casi, cento, mille. Con implicito un giudizio di dabbenaggine, o stupidità, come se uno pensasse di fare l’affare. Il pizzaiolo tratterà chi ritorna con degnazione, anzi con dispetto, mentre è affabile con i locali. Perfino il barbiere e la parrucchiera trattano il ritornante con sospetto, anche se va da loro per lusingarli, uno che avrebbe potuto farsi fare i capelli in città.
Chi è rimasto, è attivo, e sa come va il mondo la spesa la fa nei supermercati, e più nelle catene distributive, Auchan, Carrefour, dove la qualità e la convenienza sarebbero assicurati. Mentre nelle famiglie, dove amici e parenti non possono esimersi dall’invitavi una volta, i figli, più spesso i ragazzi, si fanno un panino di tutto, che imbottiscono di maionese, ma sembra margarina, ketchup e senape, con abbondanza di patatine a contorno. Capita spesso nei ristoranti di trovare olio di Olgiate Olona, o Lumezzane, e vino sfuso, frizzantino o fermo, dell’ormai insopportabile chardonnay di qualche Tavernello che lo fornisce alla spina - questi, si spera, perché costano meno. Mentre i prezzi locali sono mediamente dimezzati, il calcolo non è difficile. E la qualità non è mortale, per esperienza ormai di troppi decenni: non è malato il latte, non lo è la carne, l’olio è sempre il migliore (per ogni categoria di prezzo), e per l’igiene delle conserve si spera in Dio, come per ogni conserva industriale. Sono prodotti peraltro di gusto. Perché tanto astio, allora?
È l’antipatia per il ritornante? È il gioco degli odi sottili nelle piccole comunità? È l’odio-di-sé.
Mettendoli insieme, il rifiuto-disprezzo di chi ritorna e il rifiuto del prodotto locale, il quadro non è più quello della stabilità contro l’abbandono, ancorché sbagliato, ma dei rifiuto di sé. Il sospetto e la critica di chi ritorna è, al fondo, di dispetto per un giudizio di Dio che avrebbe dovuto essere radicale e invece è compiacente: il ritorno è risentito come una debolezza.

Aspromonte
La “mangiata” vi è la suprema delizia, e la massima aspirazione, d’estate e d’inverno: strafogarsi di cibo. Talvolta in forma di schiticchiu, un banchetto tra soli uomini, che si cucinano alla brace del fuoco il maiale, l’agnello, o mettono a bollire la capra – cacciatori,camminatori, tagliaboschi, semplici amici.

La Montagna sorprende i (rari) visitatori. Perché è molto verde, con pinete e faggete estese e elevate, e sempre aperta - anche dove non vede il mare l’orizzonte è aperto. Mentre per i molti, ammesso che ne abbiano un’idea, l’Aspromonte è arido e anzi roccioso. Forse in ragione del nome. O il Sud è legato all’aridità.

Sulla “Gazzetta del sud” una gentile corrispondente fa l’elenco degli interventi antidroga in Aspromonte, due, dello squadrone eliportato dei carabinieri “Cacciatori di Calabria”. E l’Aspromonte dice uguale alla Colombia. Triplice ignoranza: dell’Aspromonte, della Colombia, e dello Squadrone Cacciatori. Ma la voglia di flagellarsi fa aggio.
Le piantagioni di canapa indiana scoperte in Aspromonte sono una di 95 piante e una di 133. A prezzo di quante ore di volo, e d’indennità di volo?
Si sa che la canapa è di coltivazione corrente, non solo nell’Aspromonte: a Perugia per esempio, a Siena, a Roma, dove i giovani in teoria studiano. Nell’Aspromonte, fino a una dozzina d’anni fa, tra San Luca e Delianuova, capitali dei sequestri di persona, passava liberamente per i paesi in fascioni sulle “Ape” scoppiettanti. I due business andavano insieme?
Nell’Aspromonte qualsiasi viaggiatore a piedi, specie se torrentista, sa dove sono le piantagioni vere di canapa indiana, chi le coltiva, quanto sono grandi, e quanti raccolti si fanno. Sa anche dove va il ricavato (in genere palazzi). Si fanno ogni agosto operazioni eliportate per altri motivi. Altri che non la distruzione della canapa indiana, o degli interessi che ci sono dietro: l’operatività che l’Arma misura, i telegiornali vuoti dell’estate, e le indennità di volo.

La tarantella è diventata un business, l’industria musicale probabilmente più fiorente in Italia. E un brand: non è idea da buttare eleggerla a soul del Sud, benché con qualche approssimazione. Solo resta fuori dal revival l’Aspromonte, anche se la sua tarantella, la tarantella aspromontana, è la più originale: tradizionale, antica, d’impatto emotivo. Un po’ perché dovrebbero studiarla e rilanciarla a Reggio Calabria, e Reggio sa poco dell’Aspromonte – ma di che sa Reggio? Di più perché il revival viene dalla coda, dal successo della pizzica salentina, non dalla tradizione.
È del resto nel Salento che invidiano e studiano la tarantella aspromontana.
In Calabria la tarantella aspromontana è lasciata alla ‘ndrangheta. È impossibile, di un ballo dalle tradizioni così remote, ma si scrivono libri per dirlo, anche di cultori della materia.

“Parla piano,\ mentre dorme l’Aspromonte,\ una lancia nel costato,\ cento spine sulla fronte”, canta Mujura in un suo rap sostenuto. Per finire: “Fuciliamo il padreterno,\ se rinasce non fa niente!”.

leuzzi@antiit.eu

Alla patria ingrata, da Mary e Pound

Straordinaria contemporaneità di questa silloge, che accompagnò all’uscita la caduta del Muro e delle ideologie. “Un ponte fra due «sconfitte»” Mary dice il suo lavoro, cioè fra due culture elette che la rifiutavano, l’Italia e l’America. Ma avrebbe potuto dire tre “sconfitte”, poiché vi è molto delle non felix Austria, nelle specie del Tirolo – al cui antico, saggio, primitivismo però i soli versi stupefatti sono dedicati. Un lamento alla PATRIA INGRATA, l’Italia dell’ennesima eco dantesca, che nella sua prolungata fase di ottuso galleggiamento, nel dopoguerra che non finisce, ha dimenticato chi l’aveva eletta, Pound, e ignora chi vi è nato devoto, Mary nella fattispecie, figlia di Pound.
Non è un monumento, all’ingratitudine, perché al declino della curva della vita un rapporto diventa necessario, un ambiente, una tradizione. Sommesso è anche il persistente quesito della colpa e della discriminazione. Per chi, Pound, non fu che “un refuso del fascismo”, e in genere per gli “esiliati d’altra sponda”, chi non arde alle fiamme dell’ideologia. Che non è l’unica maniera di stare al mondo, non in America ma neanche in Europa – solo questo paese, sempre molto confessionale, non sa capirlo.
Mary de Rachewiltz, Polittico

venerdì 16 settembre 2011

100 mila intercettazioni, uno scandalo

Centomila intercettazioni sono state dunque raccolte dal giudice Scelsi e dalla Guardia di Finanza di Bari contro Berlusconi: è una cifra paperoniana ma è un fatto. Dai risvolti tutti negativi, per la giustizia e la democrazia.
È una rete troppo larga e conferma che Berlusconi è sentito ovunque e con chiunque. Le intercettazioni si concentrano in un secondo momento, dove un fumo di scandalo emerge.
Centomila intercettazioni non rendono possibile la difesa, e non rendono possibile quindi un processo.
Centomila intercettazioni sono disposte solo a fini scandalistici – al tempo della controinformazione si sarebbe detto “provocatori”.
Il giudice Scelsi è dalemiano autoconclamato. E così il giudice Emiliano, sindaco dalemiano di Bari. Alla cui rielezione al ballottaggio tre anni fa Scelsi ha dato il contributo decisivo con le prime di queste intercettazioni, insieme con Fiorenza Sarzanini del “Corriere della sera”.
D’Alema è il presidente del Copasir, il comitato di controllo dei servizi segreti.
Si dichiarano 100 mila intercettazioni nel silenzio dei sindacati dei giudici, del Csm, del presidente della Repubblica che presiede il Csm.
La stampa celebra le 100 mila intercettazioni senza distinzioni come un fatto di libertà, e questo è il segnale vero dell’imbarbarimento dell’Italia. Non Berlusconi che va a puttane.

Malpensa, sperpero record

Potrebbe essere il più grosso spreco dell’Italia repubblicana, ma nessuno può saperne il costo. La Grande Malpensa è costata dal 1979, da quando il progetto è partito, a valori attualizzati, fra 4 e 5 miliardi, ma nessuno in realtà ha accesso ai costi. Che potrebbero anche essere stati il doppio, considerando le tante infrastrutture di servizio, autostrade, ferrovie, metanodotti, depositi petroliferi, etc, che il progetto contemplava. Nessuno studio ne è stato fatto. E forse non sarebbe possibile: i ministeri delle Infrastrutture e delle Attività Produttive, e la Regione Lombardia, non sanno quanto hanno speso. Di certo è che è stata una grande spesa per un grande, impensabile, fallimento: dopo aver portato al fallimento l’Alitalia, infatti, lo scalo è a tutti gli effetti irrecuperabile.
Malpensa vanta ancora due milioni di passeggeri l’anno, ma giusto perché ci fa scalo Easyjet, una low cost con pochi servizi a terra, che copre un terzo del traffico. Un traffico che non è comunque maggiore di quello di un aeroporto provinciale. Lufhansa e Air France, che ci avevano provato, tagliano i voli. Air France torna a Linate, Lufthasa sposterà altrove la piccola flotta che aveva stazionato a Malpensa. La Sea, la società di gestione, ha chiuso il 2010 in utile di ben 124 milioni, ma per trucchi contabili evidenti: il Comune di Milano, socio di maggioranza, non riesce a incassare la cedola, la quotazione della società è sempre rinviata. Ora si aspettano gli arabi, Emirates, Gulf, Etihad, ma con poche speranze – Malpensa non è una squadra di calcio inglese, è un buco nero.

L’aeroporto di Milano pagato da Pantalone

Il 13 giugno 1988, alla vigilia della liberalizzazione del trasporto aereo, l’allora ammin istratore delegato di Alitalia Umberto Nordio lanciava l’allarme Malpensa in questi termini:
“Milano oggi è un dramma: la grande area industriale italiana, il maggior bacino di utenza per merci e per passeggeri, non ha un aeroporto internazionale di livello e non si vede quando ce l’avrà. “Fiumicino non è una soluzione. Il viaggiatore di Verona o di Bergamo preferirà spostarsi su Zurigo o Parigi, che per lui distano tanto quanto Roma, ma consentono un’ora di volo in meno verso il Nord Europa e gli Usa. Senza contare che il disservizio di Milano si riflette negativamente su tutta la nostra attività, con ritardi e disguidi.
“Un disastro. All’inizio probabilmente per errori di calcolo, sia sulla crescita del trasporto aereo sia sullo sviluppo di Linate, che invece oggi è in piena città, sia sulle tecnologie. Oggi le strumentazioni di Linate e i vincoli antirumore ne riducono il potenziale di tre quarti. A questo punto, deciso di fare la grande Malpensa, s’è aggiunto il problema dei soldi. La responsabilità in parte è dello Stato, che non ha capito che Milano era un problema per tutta l’Italia e ha dato al progetto Malpensa una dotazione iniziale insufficiente, poco più di 400 miliardi. Ma bisogna anche dire che Milano, a differenza di quanto noi abbiamo fatto a Fiumicino, ritiene che tutto debba essere a carico di Pantalone. Noi Fiumicino l’abbiamo rilanciato con investimenti d’impresa, perché è un business, che rende. Milano non s’è data una struttura e un’immagine d’impresa”.

giovedì 15 settembre 2011

Ombre - 102

“Accompagnamento coatto” per una parte lesa? Perché Lepore non restituisce lo stipendio?
Va bene Napoli, va bene Berlusconi, un eccesso si può anche tollerare. Vanno bene anche i procuratori invadenti: sono una mafia e c’è solo da dissimulare e “scapolarla”, come si dice a Roma, in attesa di tempi migliori. Ma un Procuratore dello Stato ignorante della legge?

Un certo Paragone, che lavorava alla “Padania” e grazie a Berlusconi ha avuto una rubrica alla Rai, si merita mezza pagina sul “Corriere della sera”. Per dire che il ministro Brunetta è un arrogante. Giornalismo?

È vero che i beneficati di Berlusconi diventano i suoi peggiori nemici. Mario Orfeo, che con Berlusconi ha fatto il salto dal “Mattino” al Tg 2, ora fa al “Messaggero” il giornale più antiberlusconiano. Lo fa per Casini.

La procura di Parma spinge per le dimissioni del sindaco. Che invece resiste, benché gli stiano arrestando tutti gli assessori. E il motivo è semplice: tutto il “marcio” è partito con la denuncia e l’arresto del capo dei vigili urbani da parte della procuratrice Paola Dal Monte. Il cui marito briga da mesi per diventare lui il capo dei vigili urbani a Parma. Tutto questo è noto ma non si scrive – a parte qualche giornale locale. Dov’è lo scandalo?

“Primo giorno di protesta. «Ed è solo l’inizio»”, titola a tutta pagina il “Corriere della sera Roma” per l’inizio dell’anno scolastico. Mentre è stato una festa. Il “Corriere” fa terrorismo? Il “Corriere”?
Questa Gelmini fa anche fare lezione tutto il giorno fin dal primo giorno, otto, sei e cinque ore come da orario, non si salta un giorno, un turno, un’ora. Non è troppo stress per i ragazzi? Coraggio, “Corriere”, ancora uno sforzo.

Il giornalista Mentana arriva a Certaldo con l’elicottero per ritirare il premio Boccaccio. Con due ore di ritardo. Arbasino, che c’è arrivato in macchina il giorno prima, se ne va senza ritirarlo. Questa è l’Italia che si pretende di sinistra: arrogante.
Ne fa parte la stampa. Che di Arbasino ha scritto abbondante, di Mentana niente.

“La crisi è una cosa seria. Il governo italiano no”. La Cgil occupa piazza del Pantheon a Roma per ribadirlo, posto d’elezione dei turisti. Che rivendicazione è, far sapere all’estero che il governo italiano non è serio? È il provincialismo dell’ex Pci, che si assolve dell’incapacità mettendosi in linea con l’“Economist” e il “Financial Times”, gli araldi del mercato – della speculazione.
I turisti non si fermano, non guardano, evitano di gaurdare: penseranno, con Berlusconi, che dietro tante bandiere rosse l’Italia è piena di comunisti?

Si stracelebra l’11 settembre, Osama come un altro Hitler. Mentre si è taciuto il ventennale dell’unificazione tedesca – come, due anni fa, quello della caduta del Muro, il fatto fondante del Duemila. La buona coscienza ha sempre bisogno di un “Nemico”, Carl Schmitt non ha inventato nulla.

Un Luca Valdisserri, del “Corriere della sera Roma”, ha condotto per anni una battaglia diuturma contro i Sensi e la Roma, anche quando la squadra giocava bene e vinceva. Erano gli anni di Franco Baldini fuori dalla Roma, il grande accusatore del calcio italiano che finalmente s’è comprata una sua squadra, tramite l’“imprenditore” Usa DiBenedetto, senza pagarla. Luca Valdisserri esiste, non è uno pseudonimo. Ora non scrive più, che la Roma perde sempre, e male: s’è scoraggiato?

Ciampi fa al “Corriere della sera” un ritratto all’apparenza inverosimile di Jürgen Stark, rozzo, tracotante, razzista. Ma è vero: avrebbe potuto aggiungere che Stark è stato, al governo federale e nella Bce, l’uomo del mercato, cioè del”Financial Times”, insomma della speculazione.
In più, l’uomo è la Germania di Berlino, un banchiere popolare più di un attore, tanto confusa quanto violenta.

“Il terzo Polo: caso Stark campana a morto per palazzo Chigi”, annuncia trionfante “il Messaggero”, che del Polo è diventato l’araldo. Poi si dice che Casini, Fini e Rutelli prendono pochi voti.

Spiega Citati la Mondadori a Paolo Di Stefano: “Era un luogo infernale, dove la massima attività era litigare: Arnoldo litigava con Alberto, Alberto con Giorgio, le donne con gli uomini, tutti col padre. Si stava malissimo”. Poi arrivò Berlusconi, e “si respirò un’aria di grande libertà, perché non c’erano litigi interni e non c’era il padrone”. Non tutto il male viene per nuocere?

Kate, una pusher nigeriana in carcere a Castrovillari, ne esce eroina, della Calabria e dell’Italia. Commuove i giornali, evita l’estradizione, e avrà soggiorno, assistenza, lavoro, quello che si dice un futuro assicurato. Da un’idea di Franco Corbelli per una giustizia giusta: “In Nigeria mi lapideranno”. Un trucco inoffensivo, per riflessi positivi. Che però smuove insieme l’ignoranza, il pietismo e, chissà, la stupidità.

C’era, c’è, una Dc anche degli arbitri – come è sempre Dc la Federazione gioco calcio. Che al solito si autocelebra: Rosario Lo Bello celebra il padre Concetto, quello che inventò l’arbitro che “fa” le partite, fino a Collina, Farina etc. Concetto della Dc fu anche deputato, e a Montecitorio passava il tempo con l’interminabile aneddoto di come si era “fatto” la moglie di Agnelli – i Lo Bello sono siciliani.
Rosario si ricorda in un Roma-Juventus di coppa Italia, a fine stagione, di nessun interesse. Nel quale fece sbellicare dalle risate Platini e Boniek: appena il francese lanciava il polacco Rosario fischiava il fuorigioco. Diede alla Roma pure un rigore, affrettandosi a giustificarlo al democristiano della Juventus (Cabrini) – che Rampulla però parò. E la Roma perse tre a uno: sempre le dinastie finiscono male.

L’onorevole La Russa, capogruppo di un partito e ministro di un governo che i giudici combattono con ogni mezzo, anche illegale (“irrituale”), afferma ogni paio di giorni che la colpevolezza è stata “accertata dal sistema giudiziario tutto”. La colpevolezza di Battisti, l’ex terrorista che si proclama innocente dei quattro delitti per i quali è stato condannato all’ergastolo, in contumacia. Ultimamente La Russa aggiunge: “Credo che il solo fatto che Battisti apostrofi il sistema giudiziario con parolacce sia addirittura un reato”. Insomma, se non per omicidio condanniamolo per vilipendio.
La Russa è un ex, ma la giustizia (non) è ancora fascista? Però è vero che la mancata estradizione di Battisti è stata un atto politico, benché sancito dalla corte Costituzionale brasiliana. Di una sinistra che, avendo fallito la rivoluzione anche in Brasile, si rifà col potere.

False notizie di guerra, sinistre

L’argomento fu materia di riflessione fra gli storici, da Marc Bloch in poi, le false notizie di guerra. Ma quelle diffuse dagli agenti inglesi contro Gheddafi - oggi abbiamo il colonnello in fuga sulla jeep invisibile, niente di meno, di marca fracese - seppure bevute dai grandi inviati italiani (solo da loro), non sono niente rispetto a quelle diffuse da Woodcock e Lepore, e ora dai media, la Rai berlusconiana compresa. Ieri la Rai ha certificato una sorta di guerriglia in centro a Roma davanti a Montecitorio. Mentre si è trattato del solito presidio di protesta allestito in un angolo della piazza da una quindicina d’anni, occupato a turno, con singolare disciplina, dai vari gruppi di protesta, dai Coldiretti agli Intrattabili. Essendo stati ieri negli stessi luoghi nelle stesse ore si può certificare ocularmente che non ci fu guerriglia – è troppo facile per gli operatori “restringere l’obiettivo” su quello che si vuole far vedere.
Nello stesso giorno il governo ha fatto un decreto contro le intercettazioni, Berlusconi l’ha portato da Napolitano e Napolitano l’ha bocciato. Chi ancora legge i giornali ha trovato oggi questa notizia, “Napolitano boccia il decreto intercettazioni”, in grosso in prima pagina. Mentre il governo non ha fatto il decreto, non poteva farlo, e forse non vuole neppure farlo – una corrente di pensiero sostiene che le intercettazioni giovano a Berlusconi, le illegalità.
Non da ieri, già da qualche giorno invece la Rete è invasa dai commenti sull’ultima probabile uscita di Berlusconi: “La Merkel è una culona inchiavabile”. Senza dire come e dove la cosa nasce. Ecco dove e come:
“Secondo alcune voci, che tuttavia non hanno trovato conferma, il premier avrebbe detto: 'La Merkel culona inchiavabile'.
“A quanto pare in Transatlantico due deputati…
“La voce ha cominciato a circolare ieri su Facebook…
“In Transatlantico due onorevoli si danno di gomito. "Ma la sai l'ultima? Berlusconi ha detto che la Merkel è una culona...”
La storia è nata sulla Rete. La Rete è piena di blogger di partito, retribuiti, eh sì, che si danno di gomito – erano quelli che telefonavano indignati la mattina alla rassegna stampa di Radio Tre, ora dirottati sui nuovi media. Poi Crozza da Mentana o Gruber, in attesa di Santoro e Litizzetto, ci fa l’imitazione, ElleKappa la vignetta, etc. Nelle radio di partito si pone l’angoscioso quesito: come l’avrà presa la Germania? Con risposte: l’ambasciatore ha protestato, la Merkel ha rifiutato d’incontrare Berlusconi, la “Bild” ha proposto di boicottare la pasta… Come la rivoluzione” del Cairo, o quella di Bengasi: c’è in questa sinistra italiana, europea, lasciata allo sbando una voglia di vendetta telefonica, che si accontenta di voci e immagini telefonate. Solo che l’Italia non è a fine regime.
È la fine del giornalismo? I grandi giornali annunciano oggi l’aumento dei lettori, mentre registrano sempre più tagli alle tirature e agli organici. E può essere un effetto della crisi, che si preferisce leggere i giornale degli altri, senza pagarlo. Ma può essere un’illusione - come ci calcolano i lettori? Mentre è un fatto che non si comprano più giornali. E un perché è chiaro: eccetto le fantanotizie non c’è nulla da leggere. Ma su quelle la Rete è imbattibile, a beneficio dei telefonici.

mercoledì 14 settembre 2011

L’Europa al deliquio

Non c’è bisogno di andare sulla Luna, guardando il mondo dal rifugio in val di Funes, o in barca a Vulcano, prodigio di bellezze naturali ancora non distrutte, senza i giornali e senza il chiacchiericcio all news, è in un’Europa insensata che si ha le netta sensazione di stare. Il posto più ricco del mondo, con la metà, o tre quarti del patrimonio culturale dell’umanità (di quale umanità?), e una religione, la cristianità, che ha rivoluzionato il mondo, si è data un presidente, van Rompuy, che nessuno sa chi sia, cosa ha fatto, e se esista realmente, il nome stesso è in dubbio. Ha montato una burocrazia di falliti in casa: Bruxelles è un posto da ripescati, che si divertono, molto ben pagati e irresponsabili, a silurare questo e quello, l’olandese l’Italia, il tedesco la Grecia, e il greco la Finlandia. E la politica estera e di difesa ha affidato a una baronessa Ashton che sa, poco bene, solo l’inglese, giusto per commentare il tempo. Fa una guerra di centocinquant’anni fa alla Libia, compatita dai grandi veri della terra, che magari sorridendo le danno una mano. Dice che vuole difendere la sua moneta, l’euro, e ogni giorno tenta d’affossarla con improvvide dichiarazioni. Per stupidità più che per corruzione o collusione. Questo si fa infatti a opera della Germania, che al solito tenta di ascendere fra i grandi dell’universo, e non potendo distruggere altro punta sulla moneta.
Oppure no. La cattiva gestione europea del duo Merkel-Sarkozy sembra più incapacità personale che malafede nazionale. Forse: Sarkozy ha più volte dimostrato mancanza radicale di scrupoli, dalla politica matrimoniale a quella libica. Mentre Merkel, che pure qualche segno di capacità l’aveva dato, sta regolarmente perdendo da qualche tempo tutte le elezioni. È anche impensabile che una politica di rinvii su ogni decisione pro-euro non alimenti la speculazione - impossibile che solo il duo non lo sappia.
L’Italia si crogiola con la foja senile di Berlusconi, se gli costa e quanto – come tutta l’antipolitica, anche il re del genere vi era destinato ed è finito nel ridicolo. Mentre elimina tutte le valvole previdenziali al mercato del lavoro (prepensionamenti, anzianità, vecchiaia) e pretende l’immutabilità dell’occupazione, cioè il fallimento o la fuga delle aziende. S’immagina di fare la lotta all’evasione fiscale scovando ogni anno mille o diecimila insolventi, che poi vinceranno l’accertamento, e non l’economia in nero che la consuma. Impone il precariato anche nei servizi protetti, non esposti alla concorrenza internazionale, l’energia, le comunicazioni, la Rai, le banche. E si sta mangiando anche le ruote di scorta: non ci fu estate migliore di questa in tutto il millennio per ristoratori, albergatori e benzinai.

Il socialismo della buona morte

L’ultimo socialista è Martin Schulz, ma giusto perché Belusconi l’ha chiamato “kapò”, aguzzino hitleriano. L’Internazionale Socialista magari si riunisce, ma nessuno sa a che proposito. È caduto il Muro col sovietismo, nel mentre che gli Usa lanciavano con la Cina e il resto dell’Asia la globalizzazione, ma i socialisti non se ne sono accorti. La caduta del socialismo in Italia è stata prodroma dell’eclisse del socialismo ovunque altrove: il socialismo si è inabissato con Craxi, ma l’evento era evidentemente maturo con la caduta del Muro. Nessun progetto da allora (l’ultimo è il progetto Delorso per l’Europa, 1993, sono quasi vent'anni e sembra una eternità), nessuna ricetta per il lavoro, l’occupazione, il reddito. Sono stati al governo a lungo, in Germania e in Gran Bretagna, ma a nessun effetto, se non favorire gli stati di crisi - i licenziamenti – e instaurare il precariato. E ancora oggi, dopo venti-venticinque anni di globalizzazione, non sanno che dire, se non asiatizzare l’occupazione, il solo lavoro minorile escluso. Per non dire del fantoccio mercato, che più di tutti sembra ipnotizzare proprio i socialisti. Soprattutto il mercato finanziario, che ci fa ballare da quattro anni e non sappiamo se ci lascerà ancora in piedi o tutti morti. L’unico socialismo che propone qualcosa è quello repubblicano-radicale dei diritti civili, o zapateriano: dei matrimoni gay e i cambiamenti di sesso. In attesa di poter sancire la buona morte, volontaria.

martedì 13 settembre 2011

Problemi di base - 73

spock

Titani vecchi e giovani si scontrano alla Einaudi per la storia della letteratura. Per che?

Superbo, collerico, accidioso senza’altro, ma invidioso non si può dire, non c’è il termine ad quem, né lussurioso, con chi?, ma allora, Dio, chi li ha creati i vizi capitali?

Quando il Figlio decise di venire in terra, il Padre lo approvò? Perché, se no, la redenzione è un atto di ribellione.

La mano invisibile è quella di Dio? Perché, se no…

Perché i patriarchi sono santi lussuriosi?

Si dice Togliatti, ma non sarà il vecchio fascismo eterno?

Perché Mondadori funziona meglio con Berlusconi, e pure Einaudi?

Si espone Berlusconi ma si punta a Finmeccanica, via Tarantini? A noi!

Che ci stanno a fare i Carabinieri?

spock@antiit.eu

Gli Usa terra promessa del socialismo

Le buone ragioni del socialismo, radicali. Compresa la resistenza armata. Una raccolta rinfrescante, si direbbe in americano: un ricostituente in quest’epoca di crisi, o demoralizzazione. Un reagente semplice al pensiero unico, cui il sovietismo con i suoi muri ha spalancato le porte. La mezza pagina sulla borghesia, alla 22, è perfetta: chiara, inoppugnabile. E c’è già il “mercato” di un secolo dopo (il mercato è immortale?), sempre in mezza pagina, alla 42.
Una corrente di pensiero a torto negletta voleva un secolo fa gli Usa la terra promessa del socialismo, per l’ugualitarismo delle leggi e della mentalità, l’indipendenza dell’opinione pubblica, o formazione delle idee, la forza organizzata degli operai e dei coltivatori. Mentre s’industriavano di diventare il bastione del capitalismo e dell’imperialismo – appropriandosi delle ragioni del socialismo, compresa la “resistenza armata”, nelle guerre alla Spagna, e già al Messico. Ma gli Usa sono paese sicuramente democratico, e ciò aggiunge al thrilling di questa lettura ritardata, di quasi un secolo.
Jack London è un utopista, e quindi politicamente scorretto. Goliah, “il piccolo gigante che intrappola il mondo suo malgrado nella felicità e nel sorriso” dell’appassionante racconto di fantapolitica dal titolo omonimo qui incluso, semplicemente uccide i recalcitranti: la sua bontà si vuole totalitari, assassina. Il racconto successivo, “Il papavero d’oro”, nato come parodia della proprietà, è una formidabile allegoria antidemocratica, della democrazia incapace di non distruggere la bellezza. Ma, è questa la sua “rivoluzione”, è veritiero.
Jack London, Rivoluzione, Mattioli 1885, pp. 188 + appendice ill., €16

lunedì 12 settembre 2011

La “Grecia” è l’Europa – con gli Usa

Si parla, in Italia, di un problema Grecia, per poter poi parlare di un problema Italia – la nostra opinione pubblica purtroppo ha ottica ristretta. Mentre i mercati sono in subbuglio, dichiaratamente, perché il debito pubblico europeo è aumentato: in solo quattro anni del 20 per cento. Senza contare, il debito della Kreditanstalt, la Cassa del Mezzogiorno tedesca per l’Est, che porterebbe la crescita al 25-26 per cento. Una “crescita” di cui l’Italia è colpevole per meno dell’1 per cento.
La crescita abnorme del differenziale fra i Btp italiani e i Bund tedeschi è solo una manovra speculativa dentro il grande sommovimento che sconquassa i mercati finanziari (si fa aggio della divisione politica dell’Italia e del partito dell’Indiscrezione, il “partito” giudici-giornali). I grandi capitali in realtà si tengono liquidi per paura del debito europeo, non di quello italiano. E del debito americano, che non è minore, e anzi supera quello europeo, in rapporto al pil e presto anche in assoluto – con una presidenza che sembra incapace di riportalo sotto controllo.

L’evasione è di base - l’economia in nero

Non si viene a capo dell’evasione fiscale in Italia perché non si vuole, non si può, venire a capo dell’economia in nero. La scienza delle Finanze è ferma da un cinquantennio di fronte a un fenomeno pur così grave perché rischierebbe di incidere su quello che a tutti i riguardi è un assetto sociale dell’Italia: l’economia in nero stimata attorno al 20 per cento del pil, e a questa misura corrisponde la stima del gettito fiscale mancante, fra i 120 e i 180 miliardi.
Sfuggono al fisco i servizi artigianali: meccanico, idraulico, elettricista, falegname, muratore. Buona parte ancora, malgrado la possibilità di deduzione delle relative spese, dei servizi sanitari. Per il noto, semplice, meccanismo: l’utente ha interesse a non pagare l’Iva, il percettore a celare il reddito effettivo. Nonché buona parte degli affitti: la registrazione comporta un canone più elevato. Si spiega in questo modo anche la relativa indifferenza a un’incidenza fiscale fra le più elevate al mondo, se non la più elevata. E sfugge la cosiddetta Nuova Economia, che si fa crescere esponenzialmente con le regole non dette del mercato del lavoro, delle partite Iva obbligate, di chi dev’essere pagato poco e occasionalmente – detti nuovi precari, ma già vecchi di vent’anni lavorativi.
L’argomento viene esaurito di solito imprecando ai ricchi che nascondono i capitali, talvolta all’estero. Ma i ricchi in realtà, che poi sono in gran parte banche e finanziarie di varia natura (questo perlomeno è quanto s’è visto con i due scudi fiscali” di Tremonti, il rientro agevolato dei capitali dall’estero) le tasse le pagano. Anche se non “tutte” – hanno consulenti altrettanto preparati e ovviamente più ingegnosi dei funzionari dell’Agenzia delle Entrate. Quello che realmente fa la differenza è l’evasione “di massa”, o di base.

La celebrazione del giudice a episodi

Un libro d'editore: tThere racconti minori ripropongono su carta il filone “Boccaccio 70”, inventato dai produttori di cinema cinquant’anni fa per sfruttare le frattaglie di Fellini e Visconti. Con poche sorprese. Camilleri ha i suoi soliti caratteristi simpatici, ed è patriottico, forse in chiave di centocinquantenario: nel suo racconto si lavora “per i borboni”, oppure per “il nuovo Stato”, minuscole e maiuscole comprese. Lucarelli ribadisce, anche troppo svelto, che Pinelli morì alla tortura della finestra, e che la stazione di Bologna la fecero saltare i servizi segreti. Anche la sua “Bambina”, la giudice del titolo, è radicalmente anticonformista - chissà che ne pensa Camilleri, se ha letto il racconto del suo coautore. Mentre De Cataldo si pone il problema della sapienza del male. Dopo essersi inventato il filosofo polacco d’America Lecinsky per dire che il capitale è mafia. C’era bisogno di tre scrittori di qualità per dire tutto questo?
In copertina Lorenzo Mattotti vede il giudice sobrio e pensieroso. Questo è un bene, si vede che non è mai stato in un tribunale. Ma così sono i tre racconti: il giudice è sempre buono, gli altri malvagi.
Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo, Carlo Lucarelli, Giudici, Einaudi, pp. 151 € 11