sabato 12 novembre 2011

La sessuofobia è antimperialista

Sessuofobia (sessuomania) in alcuni paesi, in altri no. E la distinzione non corre fra clericali o puritani da un lato, e gli altri. Non del tutto perlomeno. Si parla qui dell’Occidente, dei paesi di cui si ha cognizione linguistica e notizia.
I bilanci su Berlusconi alla sua caduta offrono una strana geografia. Le intemperanze sessuali più che il suo non-governo dominano i commenti nei giornali italiani, tutti in odore opportunamente di sacrestia, e in quelli anglosassoni, tutti puritani e politicamente corretti, anche i turpi tabloid. Ma non in Francia. Nei paesi scandinavi anche, ma non in Olanda. In Spagna e in America Latina, ma non in Brasile, né in Portogallo. Non in Russia, né nei pesi dell’Est. In Germania, il paese più vicino all’Italia economicamente e culturalmente, la reazione è mista: l’erotomania di Berlusconi è oggetto di critiche e satira, ma la preoccupazione è il non governo, o la capacità dell’Italia di tenere i conti.
Assortendo i temi coi linguaggi, una linea di demarcazione in questa strana geografia però s’individua. Due, una essendo il puritanesimo d’obbligo in Scandinavia, in Gran Bretagna e negli Usa – in questi ultimi due paesi il sesso è negli ultimi decenni il fattore più discriminante in politica. L’altra è la deriva postsovietica, o asorrosariana, della parola d’ordine, residuo della politica del “nemico da abbattere”: il letto consente di sporcare un personaggio che già emblematizza il fascismo, l’imperialismo, il monopolio, la speculazione, lo sfruttamento, la censura, la mafia, eccetera, ma in doppiopetto.

Ombre - 108

Il G 20 di Cannes, i capi dei venti maggiori paesi del mondo, Obama in testa, non sono riusciti a imporre un tetto (o un criterio che ponga un tetto) alle retribuzioni dei manager finanziari. È il millennio del mercato.

Dai conti Rcs per i primi nove mesi si sa, ufficialmente, che il “Corriere della sera” stampa 640 mila copie e ne vende 480 mila. Con una resa quindi del 25 per cento. Di che stroncare un bue: stampare, distribuire, raccogliere, riciclare 160 mila copie mandano necessariamente in perdita i conti. Con tirature minime la domenica e il lunedì, a conferma dell’incapacità di fidelizzare il lettore, negli spostamenti di fine settimana.
La Rcs si propone di reagire riducendo, per la quindicesima volta in quindici anni, i costi. Del personale. Ma non della dirigenza. È un’azienda, o una congrega?

Da Washington, tra le paludi del Potomac, la capitale di un paese che specula sulla rovina del mondo, da un presidente giovane e nero, viene un monito severo, periodico, ai vecchi marpioni della politica europea, Merkel e Sarkozy, perché si sbrighino a mettere al sicuro la Grecia, e non mettere in crisi l’Italia. Sembra fantascienza, ma è l’Europa di oggi.

Sei persone giovani muoiono sotto il diluvio a Genova per andare a prendere i figli e i fratellini a scuola. Per un allarme non dato, per le scuole non chiuse. Ma questo non si dice, giusto di passaggio. Nemmeno per i funerali che infine si fanno, tristissimi.
Non c’è Berlusconi a Genova, per questo non ci sono colpe?

A Iacona alcuni parenti dei morti di Genova sommessamente sollevano il problema, ma Iacona intrepido passa oltre. Col plauso di Aldo Grasso: “Per fortuna Iacona non ha ceduto alla demagogia e non si è messo ad additare colpevoli, a fare processi in piazza”. Genova, certo, è un caso eccezionale per Iacona.

Uscita da teatrante, lui che era entrato in politica per battere il “teatrino”. Berlusconi sigla su un foglio con grafia rotonda, perfetta, senza sbavature e senza cancellature, le sue parole chiave della crisi, e “un fotografo” col cannone dalla tribuna immortala il foglio.

Giuliano Urbani spiega al “Corriere della sera” che il “disastro” fu per Forza Italia entrare nel Partito popolare europeo, che richiese uno statuto e il tesseramento: “Ci ritrovammo con i piccoli signori delle tessere”, dei vecchi partiti.
Ma la cosa più importante Urbani la dice, forse, non volendo. Al momento della “discesa in campo” stava in Confindustria “con gli Agnelli”. Che non si schieravano, benché si trattasse di battere il passaggio dell’Italia nel postsovietismo: “Se vince, vince Berlusconi”, gli dicevano, “e dunque, se perde, perde Berlusconi”. Il buon governo? Una scelta?

Dunque la P 4 non esiste, decide la Cassazione. Ma l’abbiamo saputo in pochi, l’informazione la fa solo Woodcock, con le sue lenzuolate di intercettazioni.

In God’s name, go!”, intima il “Financial Times” a Berlusconi, vattene! È il grido di Cromwell, il mozza teste, al Lungo Parlamento che difendeva la legge e la democrazia contro un re fellone. Diventa il grido delle banche d’affari di cui il giornale è portavoce. E questo è tutto il Duemila.
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Pisapia deve rimettere il ticket per le auto in entrata a Milano, cinque euro. Senza bah! Né mah! Niente sociologi, ambientalisti, filosofi e giornalisti. Quando il sindaco precedente, Letizia Moratti, è stata costretta a introdurlo, due euro, sbarramenti colossali. È proprio vero che ci vogliono governi di sinistra per fare le cose impopolari? Era la filosofia, cinica, dell’Avvocato Agnelli – o la sinistra si vuole in Italia antipopolare?

Non c’è Fini nelle celebrazioni agli altari della Patria e del Milite Ignoto per il 4 novembre. I militari non l’hanno voluto? Fini non lo giudica compatibile con la sua nuova personalità di sinistra?

La cosa più importante che Draghi dice all’insediamento è che la Banca centrale europea si allinea al “modello Bundesbank”. Ma questo sui giornali italiani non c’è. Non l’hanno capito?

Molte celebrazioni del Brasile di Dilma Russef e di Lula, nei giornali italiani per il vertice di Cannes, dove sembra che il Brasile abbia soppiantato l’Italia e la Gran Bretagna per pil e autorevolezza. Senza una parola per i delitti politici bestiali in serie che vi sono la norma, per le favelhas, per lo sfruttamento della manodopera minorile e femminile. Il Brasile è simpatico a tutti , ma c’è molto sovietismo in queste celebrazioni: due compagni sono stati posti al vertice del “colosso” e questo basta per il senso critico.

L’Italia chiave di volta

Nelle metodologie degli enti internazionali e dei gruppi bancari e finanziari ci sono quattro tappe nella crisi, o gradi di allarme. Dal giallo sempre più verso il rosso.
Debito privato – La crisi origina nelle banche americane, con i mutui non affidabili.
Banche – La crisi diventa di sistema nelle banche Usa, e contagia le banche europee.
Debito – Emerge l’affidabilità del debito pubblico (sovrano) della aree periferiche dell’euro. Il debito a medio termine (credito, investimenti) si appesantisce nelle maggiori economie avanzate.
Politica – Problemi di consenso politico sul consolidamento del debito e le riforme fiscali e di spesa.
Dopodiché non ci sarebbe più rimedio.
Dal modo come l’Italia affronterà la fase quattro dipende l’esito della crisi, per l’Italia, per l’euro e per l’economia mondiale.

I debiti sono tredici, l’Italia è fra i migliori

Di che stiamo parlando? Il debito pubblico non è l’unica determinante dei mercati. E anzi si può dire vittima – nel caso dell’Italia – di un insieme di altri condizionamenti, di cui lo spread Btp-Bund è la misura, più che un indice di colpa o debolezza dell’Italia.
L’ultimo rapporto semestrale del Fondo Monetario Internazionale sulla “Stabilità finanziaria globale” sintetizza tutti questi fattori – tredici in tutto - nella sua prima tabella, a p. 5. “Indebitamento e solvibilità in alcune economie avanzate”. Incasellandoli di verde se sono nella norma, di giallo se eccedentari, di rosso se a rischio. L’Italia ha più caselle verdi di tutti (dopo il Canada), alla pari con gli Usa. Ha un avanzo primario di bilancio, un debito contenuto delle famiglie, lordo e netto, un buon rapporto attivo\capitale delle banche, e un ragionevole indebitamento lordo all’estero. Quanto alle caselle rosse, ne ha cinque, meno che la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo, evidentemente, ma meno anche della Spagna (sei), della Francia (sette), del Giappone (sette). Alla pari col Belgio, che però ha il rosso su voci più insidiose: le banche, il debito estero, i debiti delle aziende. Il punto debole dell’Italia, dopo l’indebitamento, al lordo e al netto, è la parte del debito pubblico detenuta all’estero: era il 51 per cento tre mesi fa, al tempo della rilevazione del Fmi, e si potrebbe già essere ridotto con le grandi vendite delle ultime settimane.
Costituendo una voce “debito privato lordo” su questa tabella, dalla somma dell’indebitamento di famiglie, imprese e istituzioni finanziarie, si ottiene una classifica che vede l’Italia in situazione perfino di sicurezza. La Gran Bretagna ha un 81 per cento di pil di debito pubblico e un 766 per cento di debito privato. Il Giappone ha il 233 e il 408 per cento, rispettivamente. L’eurozona l’89 e il 351 per cento. Gli Usa il 100 per cento e il 276 per cento.
Gli Usa si confermano, malgrado tutto, il paese più virtuoso. Hanno perso la tripla A per il disavanzo record di bilancio quest’anno, pari all’8 per cento – una situazione che di anno in anno è suscettibile di variazione radicale. Ma non presentano altri pericoli. L’altro fattore fuori norma, l’indebitamento delle famiglie, è comunque contenuto al 92 per cento del pil. Per l’Italia il “debito privato lordo” è pari al 256 per cento, meno degli Usa, molto meno della media euro – meglio fa solo la Germania, 238.

I salvataggi hanno avvelenato l’economia?

I salvataggi sono stati un errore? I fallimenti avrebbero liberato l’economia? Interrogativi radicali si fanno strada mentre si moltiplicano le previsioni riviste al ribasso per le economie europee. Al meglio cresceranno di qualcosa meno dell’1 per cento quest’anno, e di qualcosa di più dello zero nel 2012. È la stagnazione, dopo una crisi finanziaria lunga quasi cinque anni. Tanto più che gli indici dei fattori di crescita sono quasi ovunque negativi: credito, investimenti, consumi. È come se cinque anni, pur densi di interventi di salvataggio e di stimolo, fossero passati invano, e anzi fossero stati ulteriormente dannosi.
In Europa, l’Italia e la Spagna rischiano una crescita negativa. In aggiunta alle piccole economie in crisi finanziaria acuta, Grecia, Irlanda, Portogallo. La Germania mantiene le previsioni all’1 per cento (e la Francia si accorda), ma in un trend da troppi mesi negativo. Per l’Est Europa la Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) dà a ottobre una crescita media ancora di poco inferiore al 2 per cento. Ma è una previsione dimezzata rispetto a luglio: in realtà il trend è di crisi.
Negli Stati Uniti il mancato stimolo dei salvataggi è stato anche quantificato. Le stime di crescita del pil sono state ridotte all’1,8 per cento, poi all’1,3, e potrebbero essere ancora ridotte. Quattromila miliardi di stimoli fiscali e monetari è stato calcolato che abbiano generato non più di mille miliardi di crescita. I consumi sono fermi: i due terzi della nuova produzione vanno alle scorte e non alla vendita. Il reddito pro capite è sempre sotto i livelli del 2006.

La crisi è sistemica, Trichet l’aveva detto

Un mese fa, l’11 ottobre, facendo il bilancio al Parlamento europeo dei primi nove mesi di attività dell’European Systemic Risk Board di cui era il presidente, il presidente uscente della Banca Centrale Europea, Jean-Claude Trichet, ha dato un quadro estremamente negativo della situazione - il testo integrale è in
http://www.esrb.europa.eu/news/pr/2011/html/sp111011.en.html
“La crisi ha raggiunto una dimensione sistemica”, ha esordito Trichet (l’Esrb è un’emanazione della Bce per il monitoraggio dei mercati finanziari): “In un comunicato pubblicato dopo il consiglio generale dell’Esrb del 21 settembre, abbiamo affermato quanto segue: «Negli ultimi mesi lo stress sovrano si è spostato dalle economie minori ad alcuni dei paesi maggiori dell’Ue. Segni di stress sono evidenti in molti mercati delle obbligazioni pubbliche europee, mentre l’elevata volatilità dei mercati azionari indica che le tensioni si sono estese ai mercati dei capitali in tutto il mondo. La situazione è stata aggravata dal progressivo inaridimento dei mercati di finanziamento a termine delle banche. L’elevata interconnessione nel sistema finanziario europeo ha portato a un rischio rapidamente crescente i contagio incisivo. Ciò minaccia la stabilità finanziaria dell’Ue nel suo insieme e impatta negativamente sull’economia reale in Europa e altrove». Nelle ultime tre settimane la situazione ha continuato a essere molto critica”, ha continuato Trichet. Che ha ribadito per tre volte il concetto di “rischio sistemico”. Per poi concludere sull’ovvio, ma non in Europa, dove ancora si specula sull’interesse unilaterale: “Ribadisco con forza ancora una volta che è urgente un intervento coordinato all’unisono da tutte le autorità, con impegno totale per la salvaguardia della stabilità finanziaria”.

venerdì 11 novembre 2011

L’Europa (fallimentare) dei banchieri

Dopo Papademos in Grecia, Monti in Italia: le banche assumono direttamente il governo della politica, come già la Bundesbank in Germania attraverso Angela Merkel. Sotto il patrocinio della Banca centrale europea. E delle grandi banche d’affari che nella Bce sono rappresentate dal presidente Draghi. L’“Economist”, il settimanale delle banche, celebra l’avvento con una copertina speciale, molto gioiosa, del tutto sproporzionata alla caduta di Berlusconi che all’apparenza celebra. Sarà un’epoca triste, quando se ne farà la storia, e questo avvento non è di buon auspicio.
È l’effetto, bisogna riconoscere, della crisi della politica in Europa. La politica sostituita dalla banca è triste, ma non c’è rimedio. In Italia il partito Democratico, che più degli altri ha un patrimonio di idee, chiede esso stesso il governo “tecnico”, cioè dei banchieri, per non saper che dire. Il patrocinio del presidente Napolitano non allevia la stigmata.
È una soluzione anche giusta. È più onesto – palese – che siano i banchieri a gestire una politica che è ridotta al problema del debito. Il quale è essenzialmente un problema delle banche. Sono gli Stati a salassarsi per il debito, ma finché non c’è il default, e questo non è il caso dei paesi europei, il problema del debito è un problema delle banche: di coefficienti patrimoniali, di liquidità, di costi per le banche e di costi per il credito, che è la funzione delle banche. Mentre il salasso per gli Stati è anche una rendita per i cittadini – come il grande libertino Carli, predecessore di Draghi alla Banca d’Italia, insegnava.
Ma la crisi è stata generata ed è perpetuata dai banchieri. Quella degli ultimi quattro anni. Provocata dalle banche e risolta dalla politica solo negli Stati Uniti, con una decisa avocazione d’iniziativa. Nell’Europa delle banche – le tecnostrutture rispondono agli interessi costituiti, cioè in materia finanziaria alle banche - si è andata invece aggravando. È del resto da quindici anni che l’Europa langue, in una stagnazione di fatto anche se non statistica. Da quando è finito il ruolo di Kohl e Mitterrand, si può dire, gli ultimi due politici di qualche qualità. O da quando l’euro ha preso il sopravvento su tutto. E i banchieri che lo gestiscono. Che hanno esordito con l’euro a due marchi, e questo dice tutto della loro saggezza, se non della loto integrità.

L’assassinio è puro a Parma, la libertà una colpa

Un uomo uccide per amore. Per liberare l’amata, che mai lo ha amato, di tutte le costrizioni alle quali è o si è sottoposta – per consentirle “di mettere in ato le vendette segrete” che sono “o scopo della sua vita”. Un romanzo “heideggeriano”, sull’essere come apparire. Un giallo scorretto, infrange una delle regole base del genere. La vendetta, alla fine, di Bevilacqua contro i “parmigiani vil razza dannata”, contro i suoi borghesi della sua Parma, il suo mondo di narratore. Con molte anticipazioni: nella città dei Barilla e dei Tanzi c’era già quindici anni fa chi spariva “da un giorno all’altro in Sudamerica”, lasciando ai figli un gruzzolo e una fabbrichetta mezzo fallita, tra le “canne” e la “neve”, e gli strozzini, per inseguire “una nuova giovinezza” e “per non farsi inseguire dall’autorità giudiziaria: frode fiscale, intrallazzi, bancarotte”, nonché gli assessori in galera a schiere e sindaci dimessi d’autorità (già nel 2004 Bevilacqua ne aveva tratto un primo bilancio in “Parma degli scandali”). Ma con uno strano moralismo, a fonte di tanta vitalità: la sua Parma Bevilacqua condanna per libidine, come se la libertà, anche di godere, si volesse bacchettona. La protagonista porta a chiedersi: “Perché, nonostante tutto, aveva ancora quella voglia di gridare, di ballare, di innamorarsi, di stupirsi, di divertirsi, di scoppiare d’allegria, di versare lacrime di gioia, di nuotare all’infinito, di sentirsi più che mai una persona, una donna?”, come se fosse la sua grande colpa.
L’ultimo romanzo di Bevilacqua doveva essere un grande romanzo? Dell’amore puro, che quindi si astiene. Guardone e assassino, ma virginale – “l’assassinio è come l’amore”, cioè “vero, profondo, e oscuro”. L’impianto c’è, grandiloquente: tra “Addii” di Beethoven e Corali di Bach, giardini fiabeschi, luci paradisiache, mondi come voliere, e madri angeliche, sempre al fianco. Con l’aggiunta, nella seconda metà, di Torquato Accetto e la sua divertita filosofia della “dissimulazione onesta”. Bevilacqua vi schiera, in insistite pagine, tutto il patrimonio accumulato da giovanissimo poeta al debutto: la folgorazione (Contini), il grottesco (Ionesco), la natura shelleyana (Bertolucci). Ma l’impianto ambizioso è chiuso – editorialmente? - in gialletto, col titolo semplificato da partita di calcio.
Alberto Bevilacqua, Gialloparma

Letture - 76

letterautore

Grecia – Non è diversa o speciale solo quella di Colli, detta presocratica. Nietzsche l’ha spiegato, che, se davvero s’intende la Grecia, si sa che da tempo è finita, e per sempre. Morto è senz’altro Socrate col socratismo, come il giovane Nietzsche sapeva: l’intelligenza è decadente, la democrazia la sospetta. Ma non muore la bufala dei dori, che nel 1800 a.C. crearono la civiltà greca, cioè la civiltà occidentale, cioè la civiltà, per essere “ariani”, e quindi parenti dei germani. Come questi infatti amavano i cori. Più persuasiva sarebbe l’ascendenza libica, dai lestrigoni di cui tanto invece si sa, alti e bianchi, degli occhi azzurri, devoti di Atena, l’ulivo e Poseidone. Meglio ancora dai pelasgi, che Tucidide vuole tirreni, quindi mediterranei - la Magna Grecia fu anche un ritorno a casa. Tirreni erano pure quelli della Colchide, gli Argonauti. Che per questo scoprirono l’America prima di Colombo e i vichinghi: originavano anch’essi dalla Scandinavia. Ne saranno discesi per via di fiume, chissà, che è più breve che per via di mare.
I tedeschi erano nell’Ottocento a volte greci, altre indiani. Finché non si dissero che potevano far volare i dori, gli antichi greci, dall’“aria”. Anche perché la differenza è minima tra i pelasgi e le trasvolatrici cigogne, i pelargoi - già Aristotele, dice il Rocci, le confonde (o non il trascrittore? - n.d.C.). Che il balcone tedesco adornano, da Bolzano a Danzica, in forma di pelargonium, il geranio di Linneo che, senza il fiore, ha forma di becco di cicogna – in ricordo dell’antica trasvolata?
I dori, se si crede a Tucidide, erano democratici e sensibili, è il filo segreto del suo libro. I tedeschi se li sono annessi in quanto eliminavano i nati deformi per migliorare la razza, ma la loro trentennale guerra del Peloponneso fu una guerra di liberazione, contro l’imperialismo di Atene. Solo Sparta, dopo Troia, evitò i tiranni, dandosi una saggia forma di governo, popolare e oligarchico, e dopo quattrocento anni, con le buone e le cattive, riuscì pure a scacciare la tirannia dalle altre città. Senza imperialismo: Sparta non imponeva tributi, a differenza di Atene, che dagli alleati esigeva oro, navi, uomini: “Gli spartani volevano dare la libertà a tutte le città greche”, assicura Tucidide impavido. Un’altra categoria di germanesimo bisognerebbe scoprire, la credulità. Sparta era mafiosa, questo sì: i suoi riti di passaggio erano il furto con frode e l’assassinio a tradimento, di persona inerme. Ed era potente, Tucidide ne è la prova.

Kipling – Wittgenstein, ricorda Pinsent (“Vacanze con Wittgenstein”, p. 39), aveva orrore del cinismo verso la crudeltà e le sofferenze, cosa di cui accusava Kipling. Che ne aveva orrore.
Eugenio D’Ors, “Del barocco” (p.38), vuole Kipling “un pronipote di Rousseau”. Questo è più vero.

La madre di Kipling è Alice MacDonald. Una Alice MacDonald è una delle due Alice di Lewis Carroll – la prima è Alice Liddell. Figlia di un George, come la madre di Kipling – entrambi i padri erano scozzesi e pastori protestanti. Una di quattro sorelle, come la madre di Kipling. Dell’età, più o meno, della madre di Kipling.
La Alice di Carroll non è la madre di Kipling. Ma le coincidenze aiutano a pensare l’epoca vittoriana come vivace più che uniforme – umbertina. La madre di Kipling è del resto una di quattro sorelle molto note nella seconda metà dell’Ottocento, per la bellezza e l’intelligenza, che fecero matrimoni importanti. Alice a John Lockwood Kipling, artista di belle speranze, Georgiana a Edward Burne-Jones, Agnes a Edward Poynter, pittore di ottimi nudi accademici, figlio dell’architetto Ambrose, baronetto, e poi presidente della Royal Academy, Luisa, scrittrice, all’industriale Alfred Baldwin, da cui ebbe il figlio Stanley che sarà primo ministro conservatore, nel 1923, dal 1924 al 1929, e poi ancora dal 1933 al 1937, e conte (il manifesto elettorale del 1923 lo ritrae come una sorta di Spencer Tracy, comandante di “Capitani coraggiosi”).

Joyce - Molly Bloom si traduce secondo Lucentini (nella famosa accigliata lezione “La traduzione”, ora in Fruttero & Lucentini, “I ferri del mestiere”) con Marietta, Mariù, Mariolina, essendo un diminutivo di Maria. Nell’originale in effetti Molly sta per Marion. Ma leggendo Mariolina Fiore invece di Molly Bloom il monologo che conclude l’“Ulisse” prende un altro sapore – effetto della traduzione, traditrice?

Retrattile – È l’epoca, la narrazione italiana – la poesia meno, è più sfrontata. Quella di successo o è di programma campanilistica, dialettale, sciovinista (roba da vecchi storici locali). Oppure è di un freddo internazionalismo, standard.

Sherlock Holmes – Il metodo deduttivo è la tela – sulla quale ogni combinazione (disegno) è possibile. E questo è Sherlock Holmes, la decorazione: il suo fascino non sta nelle cose che scopre, ma come ci arriva. Non è l’uomo della verità ma della costruzione della verità.

In Sherlock Holmes Mark Twain ci vedeva “tutte le bellezze”.

In un singolare sistema di echi, nella biografia di Freud Peter Gay (p.230) dice che nel caso “Dora” c’è tutto il metodo Conan Doyle. Che fa ascendere a “Tristram Shandy”, VI, 5: “Vi sono mille spiragli attraverso cui l’occhio penetrante può scoprire di primo acchito l’animo di un uomo”. Freud lo teorizza in “Dora”, scritto nel 1901, pubblicato nel 1905: “Chi ha occhi per vedere e orecchi per sentire si convincerà che nessun mortale è capace di mantenere un segreto. Se tace con le lettere, chiacchiera con la punta delle dita: si tradisce attraverso tutti i pori”.
Ma non si dovrebbe dire che tutto Freud, o almeno il caso “Dora”, è in Sherlock Holmes? Conan Doyle dunque, negli anni 1890, sancisce la “scuola del sospetto” di Marx, Nietzsche, Freud. Ne è applicazione “normale”.

E non è tutto. Sherlock Holmes anticipa i metodo sociologico di Simmel, e quello filosofico (letterario?) di Benjamin: 1) vedere il simile nel dissimile, analogie, corrispondenze, connessioni tra ciò che appare a prima vista dissimile e distante – l’effetto di reciprocità; 2) l’intensificazione della vita nervosa indotta dalla città: S. Holmes, sniffate a parte, non potrebbe funzionare in campagna o in provincia; 3) l’aspetto spettrale dell’accadere, e la razionalità di scopo weberiana, non logica ma sostanziale.
Conan Doyle è il positivista che finisce per credere alla fate. Che non è onorevole ma ha una logica. Del resto, notava Mark Twain, “Sherlock Holmes deve avere la facoltà di spirito puro, poiché è già morto quattro volte, tre volte naturalmente e una accidentalmente”.
Sciascia, che insiste sul positivismo di Conan Doyle finito in spiritismo, fa anche il caso (in “Alfabeto pirandelliano”) di Capuana, che pure era scrittore verista. Ma non è la stessa cosa.

Borges dice Doyle, in un punto di “Testi prigionieri, p. 60, “minuzioso e garrulo”. E si limita ad apprezzare un paio di racconti “per ragioni sentimentali”, anzi praticamente solo “La lega delle teste rosse”. Ma Borges ne parla spesso, ovunque: nella “Biblioteca personale”, a proposito della “matière de Bretagne”, nelle “Altre conversazioni”, nelle “Ultime conversazioni”, in vari punti di “Testi prigionieri”.

Il dottor Watson è il dottor Doyle, si sa – che Sherlock Holmes accusa in “The Abbey grange” di “un deplorevole senso storico invece che scientifico”. Per la bonomia, l’ironia, l’understatement (self-effacement). Ma Doyle finisce per identificarsi in Watson. Senza più ironia. Stolidamente.

letterautore@antiit.eu

giovedì 10 novembre 2011

La guerra sia benedetta

Un Sarkozy che sul suo amico Berlusconi si limita a mezza riga, amichevole, “ha perso la testa”. Mentre sparla per mezza colonna di quei cafoni di americani. Dopo essersi dichiarato “anti-americano”, così come il suo interlocutore, Bernard-Henri Lévy. E per una colonna irride a quegli ipocriti di inglesi, che vanno alla guerra e poi non la fanno – non mettono mezzi a disposizione, e i pochi non li usano. Davvero travolgente il doppio paginone che il “Corriere della sera” ha ieri dedicato al “filosofo” Lévy e alla sue guerre, che questo sito segnalava. Ma non da ridere: è tragico.
In attesa di leggere il libro intero del “filosofo” sulla sua guerra alla Libia, l’estratto del “Corriere della sera” fa venire i brividi. Un presidente della Francia di così basso livello, da farsi insolentire da un presunto filosofo, che gli fa dire scemenze. Un filosofo che predica e fa – così asserisce – le guerre “umanitarie” come un qualsiasi mercante d’armi. Fin qui uno può farsi una ragione: questa è purtroppo la Francia, da un paio di secoli ormai, quando non ha un De Gaulle. Ma poi, è questo il punto, è il “Corriere della sera” che ne amplia a dismisura le buffonate. Il giornale della curia, di Martini, Tettamanzi, Bazoli. Che le guerre siano benedette, questo dà i brividi.

Milano cambia cavallo - Berlusconi abbandonato (8)

Ancora una volta si dimostra che Berlusconi è l’opposizione: è – è stato - un gigante in raffronto a un’opposizione incapace e stupida. È stato, è, un avversario facile, per la mancanza di senso dello Stato assoluta in lui e naturale – i suoi avvocati nominati ministri della Giustizia, il patrimonio non parcheggiato, le leggi comandate per sé, senza jattanza (c’è mai stato un illuminismo lombardo, un pensiero anche minimo di diritto pubblico? se ne parla nei libri ma non si vede). Ma anche ora che è alle corde, ascoltare gli avversari di Berlusconi nelle televisioni provoca herpes e rigurgiti. È così che i suoi tanti vizi, privati e pubblici, non riescono ad affondarlo. E farà un terzo decreto stringi debito in pochi mesi, toccando nuovamente gli intoccabili, gli statali, i pensionati d’anzianità, gli inamovibili, e gli scialacquatori degli enti locali. Con un presidente della Repubblica che deve stare al gioco, non può rischiare di passare per l’affossatore dell’euro e dell’Unione europea.
Se Berlusconi è alle corde, lo è per altri motivi. Nemmeno Ruby gli ha fatto perdere consensi, come si sbraccia a spiegare Renato Mannheimer con i suoi sondaggi. Il Btp evidentemente sì. Cioè i suoi compari democristiani, nel governo e in Germania, che vogliono tagli radicali alla spesa e li impediscono. E Milano, che lo ha dichiarato un impiccio. “FATE PRESTO” intima oggi a Napolitano e alle Camere “Il Sole 24 Ore” a tutta pagina, in bastoni cubitali da dichiarazione di guerra, a costo di violentare i ragionieri suoi pacati lettori: qui non c’è remissione. Per non dire del “Corriere della sera”, a proposito del quale, la “coscienza della nazione”, una parentesi va aperta.
Berlusconi e i suoi cari
Più che dai suoi nemici naturali, bisogna dire, Berlusconi è esecrato dai suoi cari: familiari e beneficati. Montanelli per primo, che Berlusconi aveva salvato dalla cayenna al “Corriere della sera”. Travaglio, che esordì sui suoi giornali, tardi-laureato ai trent'anni, passando per fascista. O Mentana, che alla Rai non avrebbe mai potuto fare un grande telegiornale per dieci anni. O anche, per dirne uno fra i tanti, Camilleri, che gli augura la morte e a cui invece lui ha dedicato i Meridiani e importanti promozioni – con vantaggio reciproco, certo, Berlusconi ha questa debolezza.
Non è un’anomalia giornalistica, di professionisti della turpitudine, o di vecchi autori in mal d’opportunismo. È una sua debolezza, aizzare i propri cari. Sfidato dalla moglie Veronica Lario, la seconda, la prescelta. E dalla figlia Barbara, figlia della madre. Che voleva la Mondadori. Poi il Milan. E si accontenta, sembra, di Pato, che comunque è un fustacchione. Senz’altro diritto che la vicinanza. Veronica Lario si è scoperta ultimamente scrittrice - se le lettere non gliele ha scritte, come dicono, Cresto-Dina, il vice-direttore di “Repubblica”. Ma è la moglie milanese incapace di stare a Roma, di stare fuori casa. Meno ancora di tenersi informata, e avere qualcosa da dire, una minima curiosità. E in arte, che era la sua ambizione, non brillava, un pezzo di carne molto lombardo.
La discesa in campo di questa donna, che dice di amare molto la riservatezza, ne ha fatto per i tanti gossip  che fremono di impiccare suo marito una figura da Basso Impero. Per altri, impietositi, una sorta di Medea, la serial killer e quasi una cannibale, che si divora il marito insieme con i figli. Veronica non è né l’una né l’altra, Milano non è posto da tragedie. È la “donna lombarda” – Veronica è emiliana, ma solo amministrativamente: vuole la grana, e ha scelto il momento giusto  La donna lombarda si segnala per la cattiveria, nelle tante ballate a lei intitolate, non per altri splendori. Una Carfagna, per esempio, napoletana o giù di lì, che anche lei non arricchì le arti, tuttavia è curiosa, capisce e parla.
Il problema dei familiari si presenta con gli amici e alleati politici, anche loro in qualche modo famigli, se non figli. Con Fini e Casini, che Berlusconi ha fatto grandi, ma sono grandi incapaci, nullità del tre e qualcosa per cento. Fini in particolare, del cui sdoganamento è vivissima la memoria, giacché Berlusconi incorse per esso rischi all’incolumità. Vivissimo è il ricordo dell’assalto di una turba sudamericana alla stampa Estera a Roma, che Fini appaiava, forse non del tutto per parole d’ordine di partito, a Pinochet e ai generali argentini. Facendo colpa a Berlusconi di averlo sdoganato alla politica nazionale. Era la fine del 1993, Berlusconi aveva sdoganato Fini all’inaugurazione di un ipermercato – subito dopo venduto, dopo l’inaugurazione con fuochi d’artificio politici, al doppio dell’investimento: Berlusconi, come i Medici, prestatori di denaro e mercanti di lana, è uno statista che resta commerciante. Lo sdoganamento avvenne a Casalecchio sul Reno, il 24 novembre 1993, all’appuntamento già in calendario alla Stampa Estera Berlusconi fu salvato in extremis dall’energico Eric Kusch corrispondente del tedesco Handelsblatt che lo presiedeva – alle ultime Europee Kusch si è candidato per il partito Democratico nella circoscrizione Centro, quindici milioni di elettori, raccogliendo 199 voti.
C’è anche molta invidia contro Berlusconi: Milano è fatta così, o sarà normale tra concorrenti. Ma la guerra più costante, insidiosa, cattiva, con almeno due avvisi di reato fasulli recapitati con clamore, gliela fa la Rcs-Corriere della sera, l’azienda milanese leader dell’editoria, concorrente dunque di Berlusconi. Che da trent’anni è sull’orlo del fallimento, tra ruberie colossali, accertate anche se non sanzionate dalla Procura cittadina. E negli ultimi quindici ani ha dichiarato due stati di crisi (un terzo sta per dichiararlo), licenziando oltre duemila persone. Mentre Berlusconi non ha mai licenziato nessuno. In particolare, la Rcs-Corriere della sera ha fallito nella tv, tre volte, con Angelo Rizzoli jr., Romiti sr. e Romiti jr., e nel digitale, con Dada.
Ma non sul quotidiano milanese, universale e costante, e sempre virulenta, è la detestazione di Berlusconi nei media, anche di destra. Per una evidente sua attrazione sull’immaginario - che egli stesso periodicamente sembra impegnato a rinfocolare. Perfino Fo, sorpreso dal Nobel nel 1997, lo attribuì a Berlusconi: la militanza antiberlusconiana avrebbe fatto presa a Stoccolma, tra i vegliardi dell’Accademia Svedese. Ma non c’è solo questo: Berlusconi è l’uomo più detestato anche dall’Italia che legge. Forse più della mafia, i libri contro di lui in vent’anni sono più numerosi – benché necessariamente ripetitivi. Sono diecine ogni anno, centinaia, i libri che lo accusano di ogni infamia. Diciamo mille in vent’anni, che per diecimila copie medie di venduto ognuna fanno dieci milioni di libri. E i libri lasciano una traccia, a differenza delle battute dei comici, anch’esse costanti, soprattutto alla Rai, o degli articoli di giornale, o dei processi gridati delle Procuratrici della Repubblica, Principato, Boccassini.
L’uomo non ha colpe particolari, e anzi, diversamente dagli altri leader repubblicani, non ha ucciso nessuno e non ha nemmeno rubato. Né colpe del genere gli si attribuiscono. Cosa lo condanna dunque all’esecrazione, a parte la concorrenza (il suo successo in affari, dove gli altri annaspano) per quanto riguarda gli stessi media e l’editoria in quanto industrie? Una ragione, se non quella principale, è il senso di crisi che attanaglia l’Italia negli stessi vent’anni del berlusconismo. Da questo punto di vista Berlusconi è una sorta di capro espiatorio.
La crisi degli umori ha due cause: una economica, successiva allo scoppio della bolla del debito pubblico nel 1992, e una politica. Quella politica è l’implosione della sinistra, a seguito dell’implosione dell’Urss e del sovietismo. Cha da venticinque anni ormai si nutre di scarti, se non di spazzatura. Attardandosi in un “era meglio quand’era peggio” che trasforma il progressismo di facciata in reazione dichiarata. E si è risolta in una lotta feroce (giudiziaria, poliziesca) contro il Psi e ogni altro partito riformatore. E in favore dell’assurdo compromesso tra ex Pci e ex Dc, dapprima come compromesso storico nell’Ulivo, poi come partito Democratico, seppure sostenuto dalla quasi universalità dei media. Un sostegno che di per sé proietta un’ombra sinistra su questo asse. Che però è falso soprattutto perché è concepito non come simbiosi ma come una lotta all’ultimo sangue fra le sue due componenti - chiunque ha esperienza anche minima della politica pratica, locale, burocratica (autorizzazioni, appalti) e dei pettegolezzi giornalistici lo sa - con coltelli acuminati. Fra partner cioè impossibili, che però si tengono insieme per non mollare il potere: nei media, la Rai per prima, e quindi nell’opinione che si vuole pubblica benché falsa, nei tribunali, all’università, negli enti economici pubblici, nei grandi settori economici – è bianca per esempio, della minoranza all’interno del Pd, tutta la banca e l’enorme business dell’energia.
Il birillo
Ma, se non era la panacea, Berlusconi non è un alibi: è un birillo. È per questo che finisce non da Cesare ma da vero democristiano e vero milanese. pugnalato dagli amici. Tra i penultimatum del marchio: elezioni immediate, anzi no, anzi sì, ma però, con un’eccezione per Monti, che se non è democristiano di certo è milanese. Con il quale condurre il gioco, dipendente come è dai suoi voti, fino alle elezioni, nella speranza che il tempo e qualche giudice lo traggano fuori dal ridicolo. Il solo effetto tangibile della sua caduta sarà, è sperabile, di liberare i comici democratici, Benigni e Moretti compresi, dall’obbligo di berlusconizzare – se non si sono funzionarizzati nel frattempo, in attesa anche loro della candidatura.
Finisce un’epoca, si dice, e uno lo spera. Ma poi, alla fine, agli sgoccioli, alla frutta, decide Berlusconi anche per le opposizioni, ancora una volta. Anche se, come sempre, per il peggio. Opposizioni che si chiamano Casini, Fini Vendola, Di Pietro, Bersani, senza arte e senza orgoglio – qualcuno è erede di un patrimonio ragguardevole di conoscenze, ma sterile, e non da ora. Mentre lui, va ribadito, è “deciso” da Milano. Si può sottovalutare Berlusconi – il suo quasi ventennato è davvero una vacanza della storia – ma è Milano, che ne è il cuore. Una delle due Milano - l’altra è Bossi. Quella che si fa gli affari propri, che è poi la filosofia della mafia, in tutto e per tutto, con avvertimenti, soprusi, raggiri, soffiate, e anche assassini, seppure via palazzo di Giustizia. Allo stesso modo si può deprecare Milano, ma sapendo che è il cuore dell’Italia. Che sempre ne trae profitto, dal leghismo e dall’antileghismo, dal berlusconismo e dall’antiberlusconismo, dal fascismo e dall’antifascismo, e oggi s’arricchisce mandando a rotoli il debito pubblico.
La mano passa ora a Bazoli, il banchiere della curia - e forse alla curia stessa, il Vaticano. Il 26 ottobre Milano, cioè il “Corriere della sera”, invitava Berlusconi a farsi da parte “per il bene della nazione”, cioè per il Grande Centro che altrimenti non si sa come fare. Detto e fatto: nemmeno due settimane e il professor Monti, l’uomo del monte, il banchiere buono, degli affari più grandi di Berlusconi, va al comando. Berlusconi avrà in cambio salva la Fininvest, e questo è già Milano. Ma non è la parte principale. Consigliandogli di farsi da parte Ferruccio de Bortoli prometteva: “La storia sarà meno ingenerosa della cronaca”. E questo è Milano: far fuori Berlusconi per farne fruttare meglio le quote azionarie. La realtà sarebbe diversa: la cronaca di oggi è la storia di oggi, che lo stesso de Bortoli e il “Corriere della sera” fanno. Di un’opposizione cioè inesistente, senza una sola idea. A meno che non si voglia ritenere tale la persecuzione giudiziaria di Berlusconi, le carte che al “Corriere della sera” arrivano “per vie traverse”, il diktat della Banca centrale europea a fine settembre, l’avviso di reato fabbricato lì per lì nel 1994. Quando occorre cioè per abbattere il governo.
Perché questo è il problema centrale che i tanti anni di berlusconismo pongono: che i suoi nemici sono, al meglio, antipolitici. Da Di Pietro in là. L’ex Pci è, quello democratico, tutto scandalismo (media e intercettazioni), quello di sinistra fuori del mondo. E da Di Pietro in qua: Casini? Fini? Rutelli? Montezemolo? Marcegaglia? Tabacci? Pisanu? Scajola? O il professor Monti, uno a cui solo Berlusconi ha avuto e ha l’ardire di affidare alcunché, il Grande Candidato della Milano Buona, la curia e le banche. Uno vede Daria Colombo, leader degli arancioni, e “cambia canale”, se non ha avuto le revulsioni – o suo marito Vecchioni, il milanese che ogni tanto si fa napoletano.
I dipietristi, Casini e il Grande Centro, Bersani-Bindi, tutti hanno il “dono” di far apparire Berlusconi vittima. Di una gigantesca rete che vede i giudici di Milano impegnati in 27 procedimenti penali contro Berlusconi, e in 470 perquizioni nelle sue aziende e nei suoi uffici. Processi che hanno impegnato per anni un migliaio di giudici. Di cui 24 chiusi con l’assoluzione o la prescrizione – che non è mai imputabile all’imputato.
Il tutto dopo il 1993, dopo la decisione di Berlusconi di entrare in politica. Prima le sue aziende, i suoi collaboratori e lo stesso Berlusconi erano puliti. Mentre carabinieri e finanzieri sono dalla stessa epoca in armi con intercettazioni ventiquattro ore su ventiquattro, telefoniche e ambientali, negli ambienti anche più intimi - la registrazione dell’amplesso sul “lettone di Putin” fornita gentilmente alla signora, poi colmata con i lauti passaggi in Rai, Sky, “El Paìs”, “Times”, il meglio dell’informazione europea. È così che dei capi di governo dell’Ue in questa crisi Berlusconi è l’unico che ha, malgrado se stesso, qualche possibilità di sopravvivere. Merkel ha perduto tutte le elezioni di questi tre anni, Gordon Brown è stato sconfitto, Cameron sopravvive con la faccia di bronzo, Zapatero ha gettato la spugna, Sarkozy vola ridicolmente basso.
Il resto è tutto com’era, l’Italia è immarcescibile. Berlusconi fascista? Berlusconi puttaniere? Berlusconi era fascista nelle copertine di “Panorama”, quindi una trentina d’anni fa, di Claudio Rinaldi. E poi nell’“Espresso” dello stesso Rinaldi da una ventina d’anni abbondanti – era fascista per Rinaldi, giornalista demitiano, anche Craxi. In alternativa al lato b delle modelle, allora le escort si chiamavano così, altra specialità dello stesso Rinaldi, a “Panorama” e all’“Espresso”. Quanto alle ville, Cicerone ne aveva diciannove.
Cosa cambia ora? Prendiamo per buona l’ipotesi che il ciclo berlusconiano sia al capolinea, se non già finito, e facciamone l’obituary, come l’impavido Montanelli lo minacciava al suo benefattore e salvatore – ecco: questa sinistra si fa forte di un Montanelli, il discorso si potrebbe fermare qui. Ma ragioniamone, in chiave del tempo che fu, da contemporaneisti che cercano di addentrare la verità delle cose.
Berlusconi è stato populista, ma non per colpa sua e anzi con merito. Addomesticare la Lega non è facile, che si tratti di smaltire la spazzatura di Napoli fuori Regione, o delle insegnanti meridionali, anche se di sostegno. Berlusconi l’ha disinnescata in forme accettabili – la Lega è perfino diventata un partito politico realista, delle cose da fare, pragmatico. Un successo la cui portata si valuta al confronto con la Francia, dove invece il populismo, escluso per principio dal “campo repubblicano”, è cresciuto nel tempo e a lungo, per un trentennio ormai, a livelli minacciosi per la democrazia, condizionando e falsando tutte le elezioni presidenziali dopo Mitterrand, rigettando l’Unione europea.
Altre cose sono inoppugnabili. Il berlusconismo riempie un vuoto che il Pci ha creato, con una parte della Dc. L’uomo non è imbattibile, è un uomo praticamente solo, e un altro uomo solo, Prodi, l’ha battuto due volte. Ma ogni volta Prodi s’è trovato nelle sabbie mobili, perché a sinistra c’è solo una palude insidiosa. Di finte dialettiche politiche, in realtà di menzogna e ipocrisia, per di più violenta sotto il cappello della faziosità: la mobilitazione vi è costante ma senza nulla di politico, neppure di militante, è solo opportunista, virulenta, volgare, aggressiva - diciamola oscura per non dirla asservita, nel 2011 obbedisce ancora come un sol uomo. Non sa e non parla di lavoro. Né di produzione. Non parla di strategie politiche. Né dell’antipolitica dominante. Né dei suoi soggetti interessati. Non parla di Milano che ci governa, male, malissimo, da vent’anni senza correttivi. Non considera che l’Italia, il paese di un forte, fortissimo, Pci, egemonico tuttora in molte aree, sia l’unico paese in Europa a non avere un partito socialista. A non avere avuto mai un governo socialista.
Se Berlusconi finisce, non è per merito dell’opposizione. Che si conferma invece, è bene ribadirlo, anche in questa crisi, uno dei suoi fondamenti – al punto da non escluderne l’ennesimo misirizzi. Si dice che Berlusconi è, e governa, la melassa italiana. No, Berlusconi “governa” la melassa sinistra. È un fatto che il paese in massa lo abbia votato – anche quando ha perso le elezioni, nel 1996 e nel 2006. Ed è un landmark della storia, per quanto affrettato, che sia stato lui a impedire nel 1994 lo scivolamento dell’Italia in una deriva post-sovietica, o neo-comunista. Perché c’è un’Italia che da vent’anni tenta di sfuggire a questa sinistra, alla stupidità compromissoria – e non ci riesce “grazie” a Berlusconi, gli opposti si tengono.
Quanto forte sia questa esigenza lo prova lo stesso fenomeno Berlusconi: il fatto che l’Italia lo abbia costantemente votato malgrado le tare evidenti dell’uomo. Il riccastro, la tara peggiore per il paese profondo. E il profittatore, l’uomo che usa la politica per i suoi propri affari, che in altra situazione avrebbe portato Berlusconi al pubblico immediato linciaggio invece che a palazzo Chigi per tanti anni. La natura era quella, e il voto a Berlusconi potrà essere pure vissuto come un autogoal, ma l’uomo aveva catturato un’esigenza ineliminabile - che resta in piedi, la tragicommedia potrenne non essersi esaurita: la persecuzione c’è stata, Berlusconi potrebbe nuovamente presentarsi martire.
Un altro fatto è che la stupidità esiste, anche in politica. Berlinguer, per dire, è riuscito a dilapidare quindici o sedici milioni di voti: nel sindacato anzitutto, che l’Italia sta portando a tanti mali passi, e poi nella scuola, che il suo partito ha semplicemente distrutto, e nella giustizia, dove si è fatto ostaggio di squadristi e mafiosi. Con Berlusconi non si saprebbe da che parte cominciare. Con la legge sulle intercettazioni stava per dare le manette facili ai giudici, anche contro i giornalisti. Ai giudici. Tutti i governi ci pensano due volte prima d’inventarsi reati, manette e carceri: il potere delle polizie (si chiamano giudici ma sono sbirri) è sempre tenuto limitato. Lui no, benché ne sia stato e sia vittima costante: è tutto qui il suo liberalismo. A conferma che ha occupato, si dirà nelle storie, una forte domanda di liberalizzazione, per disinnescarla. S’è appropriato dell’enorme domanda di cambiamento e l’ha ridotta a niente: nuovo mercato del lavoro? innovazione? giustizia? crescita?
Un terzo fatto, che ora è il primo e decisivo, è che Berlusconi era Milano, e non lo è più: la sua fine è cominciata a maggio nella sua città. Era l’avidità di Milano, ma non paga più abbastanza e Milano l’ha abbandonato. Uno che per ingordigia non ha capito, in venti anni, quello che ognuno vede: che essere a capo del primo gruppo dei media privati in Italia gli montava contro una distesa di campane a morto, ogni anno per vent’anni, ogni mese, ogni giorno dell’anno: il “Corriere della sera” e i suoi mensili, settimanali, maschili e femminili, o speciali appositi, “la Stampa”, “il Messaggero” e i suoi giornali locali, “la Nazione-Resto del carlino” e la sua miriade di giornali locali, comprese le zone limitrofe in Sicilia e in Sardegna, “la Repubblica” e i suoi blasonati giornali locali, dal “Tirreno” al “Quotidiano di Calabria”. E Sky, col suo telegiornale ventiquattro ore su ventiquattro. E la Rai, coi suoi innumerevoli notiziari, i talk show aggressivi, i comici specializzati come Litizzetto e Crozza, le redazioni politiche a metà di Casini e a metà di Veltroni.
Milano l’ha abbandonato e quindi è finito. La vera Milano, non le giudici col frustino. Più che nella virilità, impossibilitato ora a intrattenere le escort di mezza Italia, Milano lo ha colpito nel portafoglio. Gli ingiunge di pagare mezzo miliardo a De Benedetti. A uno con un pelo sullo stomaco ben più alto del suo. E lo condannerà a oblazioni superiori per Mediaset-Mediatrade – se non lui la sua azienda. Un messaggio che lui ha capito subito, e questo ne dice la natura politica. Facendo finta di no ma si vede che recita, mezzo Arlecchino e mezzo Pulcinella. Come sempre, poiché il suo ruolo in politica ha sempre vissuto come un ruolo a teatro.
In una sola cosa l’opposizione ha di sicuro ragione su Berlusconi: è melenso. Benché imprenditore e manager, uno dunque dal forte stomaco, e re dei media. Sempre “tradito” dai suoi beneficati, la melensaggine avendolo portato a privilegiare anche nel partito i rapporti personali invece che la capacità politica. Mentre dei suoi peggiori nemici, che sono concorrenti in affari falliti in tv o sovrastati nell’editoria – è il caso di De Benedetti e della Rcs-“Corriere della sera” - la sua Mondadori o i suoi giornali non hanno pubblicato un rigo, figurarsi un libro, contro. Nemmeno contro le malefatte evidenti della Rizzoli-Corriere della sera, le ruberie, l’ipocrisia, l’opportunismo, i continui maneggi. O contro la finta compravendita di Repubblica-L’Espresso da parte di De Benedetti, o le pratiche truffaldine della sua Sorgenia.
Questo è molto interessante, anche se marginale al momento: si conferma che i media, se sono influenti per gli insuccessi, non lo sono per i successi. Berlusconi ha vinto, quando ha vinto, contro i media. L’opposizione è incapace perché si è fatta forte di questa opinione pubblica. Che prospera e lavora per l’antipolitica. Mentre l’ambivalenza del giudizio su Berlusconi è anche questa, che era chiamato a dare verità all’opinione pubblica, e non ci ha nemmeno provato.
Si può pure dire che Berlusconi ha fatto la sua stagione, non da ora. In una vecchia intervista a Nanni Filippini su “Repubblica”, Alain Touraine spiegava già nel 1987, prima della caduta del Muro, la crisi della rappresentanza politica: “La vecchia politica è legata all’idea della rappresentanza. La destra e la sinistra quali le conosciamo si sono formate durante lo sviluppo del sistema industriale. Oggi non ha più senso: non ci sono più borghesi e operai; c’è una crisi della rappresentatività politica: che apre delle possibilità e tuttavia nasconde dei rischi”. Obama ne è la sintesi, non c’è “prodotto” della modernità migliore, perfino simpatico a tutti. O Sarkozy, dopo Zapatero, dopo Blair: tutti come Obama persuasivi, a prescindere dagli atti concreti, non eccelsi e anche fallimentari, perché più belli, più giovanili, meno radicati (classificati) politicamente-ideologicamente - la battuta di Nanni Moretti solo, al bar, con D’Alema nel televisore: “Di’ qualcosa di sinistra” fa ridere ancora i sessantenni ma non dice nulla ai trentenni. Ma questi fantocci senza consistenza politica sono buoni per una stagione, il teatrino vuole novità.

mercoledì 9 novembre 2011

Lo stratega Lévy e l’imbelle Sarkozy

Un capolavoro di umorismo, tanto più per essere involontario, domina le pagine centrali del “Corriere della sera” oggi: “Guerra di Libia, il diario sul campo del grande filosofo francese” Bernard-Henri Lévy. Pezzo scelto: un colloquio di Lévy col presidente francese Sarkozy all’Eliseo. Per chi non avesse tempo:
Lévy sproloquia. Complimentandosi: “Il mio senso della misura sorprende me stesso”. Sarkozy è ammesso a interloquire. Da pirla. Parla male degli americani. Del suo amico Berlusconi lamenta che “ha perduto la testa”. Dice gli inglesi avari (“Hanno solo cinque elicotteri! Cinque! Contro i quindici che abbiamo noi!”) e incapaci (“Hanno sempre bisogno, prima di sganciare una bomba, del parere di tre studi di avvocati”). Crede di aver fornito molte armi agli insorti libici ma non che cosa. Si aspetta l’insurrezione di Tripoli per il 14 luglio e prepara un posto in tribuna (alla sfilata della festa nazionale francese). Un posto per il famoso Jibril, quello che introdurrà in Libia la poligamia (“Molto bravo, Jibril! Molto serio!”). Chiede sempre pareri e informazioni ai suoi collaboratori senza lasciar loro il tempo di rispondere.
Di Sarkozy pazienza - si sa che è lì per la figura, in attesa che, prima o durante la campagna presidenziale fra qualche mese, venga licenziato per il trappolone teso a Strauss Kahn a New York. Ma Lévy? Il giornale milanese non dice che cosa Lévy abbia filosofato - nessuno ne sa niente. Stefano Montefiori lo presenta come uno di 63 anni che collabora al “Corriere della sera” da quarant’anni, Quindi è un giovane prodigio? “Duecento giorni di inedita e strettissima collaborazione tra un intellettuale di sinistra e un leader politico di destra”, dice ancora Montefiori del libro-diario che il giornale propaganda. E il primo riflesso è di pensare Sarkozy a sinistra, Lévy a destra.

Napolitano e l’euro appesi a Berlusconi

Un governo dimissionario che deve prendere misure impopolari. Un’opposizione che su queste misure è divisa, con Di Pietro e parte del Pd ostili. Un possibile governo diverso che dovrebbe poggiare sugli scarti della vecchia Dc, Scajola, Pisanu, Casini, sempre inaffidabili. La partita non è facile per Napolitano. Che rischia di passare per il presidente dell’Italia che sancì il fallimento dell’euro e dell’Europa, e lo sa.
È la vittoria dell’antipolitica. Dell’affarismo al coperto, in Italia, del giustizialismo o questione morale. Napolitano, che sa anche questo, ha fronteggiato l’antipolitica con gli appelli invece che con misure concrete, per esempio sulla giustizia. È il carattere dell’uomo, che non può farsi leone in vecchiaia. E ora è senza rimedi: gli appelli, quanto più sono numerosi, tanto più sono sterili e ridicoli.
L’unico rimedio glielo offre, paradossalmente, Berlusconi. Che con questa sua privatissima procedura costituzionale potrebbe effettivamente bloccare la speculazione, che è europea: se il maxiemendamento va in porto Merkel e la Bundesbank non hanno più scuse. Dopodiché Napolitano potrà anche sbizzarrirsi col governo Monti che l’antipolitica gli impone – che sarebbe anche una maniera per rimettere in gara Berlusconi.

Il pastiche-parodia si vendica di F&L

Non perdono smalto gli scritti occasionali della coppia, raccolti da Domenico Scarpa. Dal primo, visionario, sulle scuole di scrittura – una sorta di scuola dell’obbligo a pagamento. Al manuale del traduttore di un arcigno “professor” Lucentini. Sempre sorridenti. Qualche volta affilati – “Lo scrittore sciopera e l’esercito scrive romanzi”. Con la lezione di sempre, dello scrivere “concreto”: favorisce anche l’apprendimento delle lingue. Curiosamente insopportabili, invece, F & L, nelle parodie di fantascienza, di cui furono a lungo gli specialisti, direttori di “Urania” – non credono al genere, il pastiche avendo ridotto a parodia, e il genere si è vendicato?
Carlo Fruttero-Franco Lucentini, I ferri del mestiere

Il mondo com'è - 74

astolfo

Giappone – Se la storia va, come voleva Hegel, da Oriente a Occidente, 1) il Giappone è da qualche tempo la punta estrema dell’Occidente, 2) col Giappone l’Occidente ha chiuso il giro del mondo, 3) la storia riprende da Oriente.

La dolcezza della servitù. È il paese del pudore, si dice, e invece è dell’ordine. Ognuno sta al suo posto. E questo è dolce.
È un modello medievale di politica e di società, si dice, ed è impressionante quanto lo sia: il feudalesimo nella forma della Spa. La differenza è che l’ideologia del patto non è la privazione ma l’abbondanza, l’eccesso di abbondanza (l’amore del lusso).
Altri segni del vecchio patto: la politica è un fatto dei potenti; alcune “marche” sono autonome (la Yakuza); non c’è l’individuo ma una universitas (corporazione, azienda, villaggio); la fedeltà è reciproca, e pattizia, tra servo e padrone. Anche il senso della libertà lo è, non anarcoide, non primario: la libertà si apprezza soprattutto dov’è forte il senso della morte, mentre l’Oriente non ne ha paura, non ha il culto della vita - Mishima si suicida per questo, per essere isolato. E il nazionalismo puro e duro: l’altro è sempre un nemico.
La dolcezza però non è felicità, c’è inquietudine. L’occhio del giapponese ti guarda, guarda all’esterno. L’occhio normalmente guarda all’interno (riflette, si dice, la personalità), invece quello del giapponese appare sempre sbarrato verso l’esterno, e non esprime curiosità ma angoscia.

Liberazione – Anche l’imperialismo si vuole liberatore, da un secolo e mezzo buono. Dalle razzie la schiavitù, le pesti, il giogo turco, lo scià di Persia, l’imperatore cinese.

Oriente - C’è un Oriente creatura dell’Occidente, fumoso – quello di Pessoa: “Cerco nell’oppio che consola\un Oriente a oriente dell’Oriente”, una via di fuga. Una cosa da turisti anche se risale al Cinquecento, al Postel che per ultimo si eresse nel 1553 in difesa di Serveto, il negatore della Trinità bruciato dai calvinisti, nel nome della “fede ragionata” e avrebbe voluto essere gesuita. Guillaume Postel non era un fregnone, fu anzi uno studioso, dell’islam, le lingue semitiche, l’impero turco, Atene all’era di Pericle, la unione delle fedi, il dialogo tra monoteisti, cattolici, riformati, mussulmani, ebrei, ma aveva le visioni e costrinse sant’Ignazio a denunciarlo all’Inquisizione, e il buon papa Paolo IV a rinchiuderlo, dannandolo ad infamiam amentiae, all’infamia della follia, e all’Indice. Il carcere gli fu aperto quando il papa morì nel ‘59, ma Postel si isolò nel priorato di Saint-Martin-des-Champs a Parigi, oggi sede del Conservatorio e del Museo arti e mestieri, dove morì nel 1581. Le visioni erano di una Madre Zuana o Giovanna, Vergine Veneziana, o Veronese, Mater Mundi, Nuova Eva, Donna santissima, Messia femmina, che si voleva incarnazione dello Spirito Santo: Postel scriveva per conto di lei, delle sue mistiche unioni.
Il primo orientalista, a lungo il migliore, filologo solido, debuttò a tredici anni come maestro di scuola al suo paese in Normandia. Poi decise di continuare gli studi, al collegio Santa Barba a Parigi dove entrò domestico. A ventotto anni era professore al Collegio di Francia di ebraico, arabo e siriaco, nonché di greco e latino. Nell’occasione pubblicò in latino una “Introduzione ai caratteri alfabetici di dodici differenti lingue” – in essa decritta le iscrizioni sulle monete della rivolta ebraica come ebrai-co scritto in caratteri samaritani. A ventisei anni, nel 1536, era stato parte dell’ambasceria di Francesco I a Costantinopoli, alla corte di Solimano il Magnifico, in veste d’interprete e collettore di testi classici, greci, arabi, ebraici - il re cristianissimo cercava un’alleanza con i turchi contro Carlo V, il protettore della cristianità. Insegnò a Parigi, Vienna, Roma, Venezia e altrove. A Parigi, le sue lezioni al collegio dei Lombardi richiamarono tale folla che dovette tenerne anche in cortile, da una finestra. Nel 1575 dedicò le sue Histoires orientales a Francesco di Valois, l’invenzione di Marnix, che Caterina dei Medici avrebbe voluto affidargli fanciullo.
Delle opere riscattate in Oriente Postel editò gli astronomi arabi e la Cabala. Fu traduttore in latino dello “Zohar”, del “Sefer Yezirah”, del “Sefer ha-Bahir”, nonché illustratore dei significati cabalistici della menorah. Con aperture che avrebbero potuto eliminare alla radice le derive maschiliste della cabalistica, ma gli valsero l’ostilità di sant’Ignazio. L’inquisitore Archinto, cui il santo lo denunciò, lo assolse e l’ordinò prete, “a titolo di purezza, come erano gli apostoli”. Ignazio lo sottopose allora a una speciale commissione di tre giurati, i gesuiti Salmeron, Lhoost, Ugoletto, che lo dichiararono “soggetto a illusioni manifeste del demonio”. Postel aveva conosciuto Ignazio di Loyola quando questi era a Parigi, al collegio dei Lombardi. E aveva preso i voti di povertà, castità e obbedienza, quale novizio gesuita, a Roma, ripetendo il giuramento nelle sette chiese.
Filologo ineccepibile, Postel deriva tarocco dall’egiziano taro, strada reale, termine composto da tar, strada, e ros o rog, regale – da cui, forse, la Scala Reale del poker. Lo studioso individua anche un nesso fra tarocchi e cabala, tra i semi e gli elementi primordiali. Nello stesso anno, 1540, in cui si creava a Rouen la prima società dei maestri cartai. Che nel 1581, l’anno in cui Postel morì, diverrà arte riconosciuta all’interno della Corporazione arti e mestieri di Parigi, quella che avrà poi sede al boulevard Saint-Martin, e assoggettata a imposta di bollo. Ma semanticamente Postel collega gli Arcani Maggiori ai geroglifici del Libro di Toth, il dio della medicina. Geroglifici che ancora per secoli non saranno leggibili.

Spagna – È vittima dell’America. Soffre la Conquista come un’infezione, ed è per questo da ultimo severamente punita dagli Usa, in Messico, Filippine e Cuba. L’impero sopravvive dopo il 1588 – la sconfitta della Grande Armada – ma la spagna non se ne dà conto, né pace. Oggi se ne vergogna. S’è data un’anima Europa, come al tempo di Carlo V. E araba - al contrario dell’Italia, che fu salvata dai greci di Bisanzio.

Vietnam – Qualche anno dopo la sconfitta nel Vietnam, nel corso della guerra Iraq-Iran, Kissinger stabiliva che la guerra sarebbe finita solo quando i concorrenti fossero stai esausti. Ma quando un paese è esausto? Un paese in guerra. Gli Usa erano esausti nel 1973-75? O il Vietnam?
Il ritiro degli Usa dal Vietnam, dopo lunghi negoziati inconcludenti, è una decisione politica, alla Kissinger. Forse gli Usa erano esausti moralmente. Ma, più che una malattia, col ritiro hanno sancito una sorta d’intervento chirurgico risolutore. Chi ha vinto infatti la guerra del Vietnam? L’ha vinta, perdendola, l’America: smessa la faccia militare, ha lasciato nuda quella comunista, nuda e brutta. E ha preparato il trionfo del liberalismo-americanismo nei quindici anni successivi. Nel 1973 il comunismo ha cominciato il suo declino, prosciugandosi anche statisticamente, come un buco nero, minaccioso ma centripeto, rinsecchito.

Usa – Il crogiuolo è la nazione più monolitica. Per il sistema sociopolitico (ideologico) integrato, e sigillato a doppio mastice. Codificato nelle leggi, l’epos, le frasi fatte. Sono americane anche le minoranze di recente immigrazione, l’identificazione è immediata. Anche nelle situazioni politiche estremizzate, socialiste, populiste, o reazionarie, i riferimenti restano comuni, agli stessi valori politici e costituzionali – v. i processi McCarthy del 1949-52, da una parte e dall’altra.

astolfo@antiit.eu

martedì 8 novembre 2011

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (107)

Giuseppe Leuzzi

Due delfini giocano sotto lo scoglio. O è un branco di cui uno o due si fermano a giocare con le ombre. Un branco di pesci volanti sono passati, sollevandosi sul mare a semicerchio in fila indiana con perfetta simmetria, l’ultimo salta su quando il primo s’immerge. Un altro branco fa gli stessi balzi lontano, in direzione, chissà, dello Stromboli – le correnti calde li avranno confusi, penseranno che non è ancora tempo di tornare al tropico. L’acqua sciaborda immobile in una luce diafana di prima mattina, anche se il bagno è da tempo in attività. La trasparenza di cristallo le dà un colore fra il verde e l’azzurro. Ma i bagnanti sono sempre immersi nel “discorso” sul luogo. Le meduse – che quest’anno non ci sono state. L’inquinamento – che qui non c’è. La sporcizia – che quest’anno non c’è. stata. La mafia – che pure ci dev’essere. Reale è il “discorso”.

“L’emarginazione del Sud viene da molto lontano”, è il tema della prefazione con cui Franco Cassano ha ripresentato qualche anno fa “Il pensiero meridiano”. Da ultimo il Sud è diventato “una periferia”, che lo Stato ha tentato di curare con l’intervento straordinario: “Oggi che quell’intervento non c’è più, che sotto la spinta della globalizzazione liberista la solidarietà tra le diverse aree del paese si è drasticamente ridotta, l’apologia di una nozione ristretta di autonomina è per il sud una pericolosa illusione”, conclude il filosofo.
Ma nulla impedisce di pensare il Sud integrato “autonomamente” nel mercato mondiale. Con una sua propria politica agenda. Con una sua propria politica industriale. Il porto di Gioia Tauro, l’unica iniziativa privata di grande dimensione e un successo economico lo dimostra. Malgrado le infrastrutture sempre carenti: un raccordo autostradale che ha preso quindici anni (e conduce alla Salerno-Reggio Calabria), una ferrovia inesistente, una formazione al lavoro scarsa o nulla.

Alla fine, agli sgoccioli, alla frutta, decide lui anche per le opposizioni, ancora una volta. Si può sottovalutare Berlusconi – il suo quasi ventennio, a cose fatte, è davvero una svista della storia – ma è Milano, che ne è il cuore. Una delle due Milano. L’altra è Bossi: quella che si fa gli affari propri. Che è la filosofia della mafia, in senso proprio, in tutto e per tutto, con avvertimenti, soprusi, raggiri, soffiate, e anche assassini, seppure via “Corriere della sera”.

Alfano, il meridionale più alto in grado nel milanesismo, alla fine è perplesso, pure lui: Come può esistere un berlusconiano antimafia, e perfino siciliano?, si domanda. È quella che chiama la “tara etnica”. Ancora uno sforzo!

Tutti vigilano sull’Italia, il Fondo monetario, l’Unione europea, la Banca centrale europea. L’Italia non è imputata di nulla, ma il Nord dell’Europa vigila, non se ne fida. È la nemesi per un governo nordista e leghista. A opera di un Nord dichiaratamente fellone: la Germania che pretende di non consolidare il debito del Kreditanstalt, la finanziaria per l’Est, e la Francia che per non far declassare le sue banche, tecnicamente fallite, si è comprate una o due delle agenzie di rating.

Ma c’è soddisfazione nei giornali milanesi, gioia maligna, che si fanno megafono di queste vigilanze, “Il Sole 24 Ore” e il “Corriere della sera”. Solo in parte ascrivibile alla guerra a Berlusconi. Il “Corriere della sera” aprì la campagna procurandosi, “per vie traverse”, la lettera con cui la Bce il 5 agosto chiedeva certi provvedimenti all’Italia intesi a “rafforzare la reputazione della sua firma sovrana” sul debito. Se la procurò a fine settembre, quando molte di quelle misure erano state varate, per riaccendere i fuochi, presentando la richiesta come nuova.
Milano non teme la crisi, dev’essere un bel business, fra trading di Borsa e nuove campagne elettorali (partiti, candidati, emblemi, slogan). Il “Corriere della sera”, nel mentre che offriva a Berlusconi brandendo la lettera una “resa condizionata”, irrideva l’opposizione: la lettera diceva per essa “anatema, con la Cgil in piazza e Vendola nel governo”. La soluzione? Non ce ne dev’essere una.

Camus, “L’uomo in rivolta”, p. 320, nota: “La storia della Prima Internazionale, in cui il socialismo tedesco lotta senza posa contro il pensiero libertario dei francesi, degli spagnoli e degli italiani, è la storia della lotta tra ideologia tedesca e spirito mediterraneo”.

L’odio-di-sé meridionale
“Il Gattopardo” è all’ingrosso, quale riuscita narrazione, nell’asfittico panorama italiano del dopoguerra perfino formidabile, e al minuto una desacralizzazione eterna della Sicilia. Come un sacre, un’incoronazione al contrario, se non una condanna all’inferno. Un nemico forsennato dell’isola non avrebbe potuto immaginare arma migliore: polverizza ogni resistenza ed è indistruttibile, tra nobili stupidi e borghesi avidi. Senza odio, molto matter-of-fact. Perché, sì, i borghesi sono avidi, e i nobili in genere, se decadono, molto brillanti non devono essere, ancorché eccentrici.
Dov’è allora l’odio-di-sé? È comparativo. Nulla del genere è stato mai nemmeno pensato altrove, non a Napoli o a Roma, a Milano, a Torino. “I promessi sposi” sono un analogo, benché meno appassionante, catalogo di stupidità e turpitudine, ma non milanese, non lombardo. La Sicilia di Tomasi è senza Provvidenza, e quindi è tutta colpa sua.

Il crogiuolo mediterraneo
Il Mediterraneo è un crogiuolo liquido. Un grande (piccolo?) Usa che avesse il mare invece delle praterie. A lungo con una forma di lingua comune, la lingua franca. Lo è stato per millenni, e oggi di nuovo, dopo la decolonizzazione. “Oggi Mediterraneo vuol dire mettere al centro il confine”, opina Franco Cassano, nella prefazione alla riedizione de “Il pensiero meridiano”. E il perché è evidente: “È sul Mediterraneo che il mondo del nord-ovest incontra il sud-est”, e per questo è controllato a vista dalla sesta Flotta Usa. Ma è un controllo remoto, di una lontana provincia. Di un impero che proprio per questo, il controllo remoto, è un’ossificazione o un cadavere. Il Mediterraneo rivive, seppure nel risentimento, l’impero sopravvive, e per il timore più che per la forza.
Un impero che non promette più nulla, né libertà, modernità, futuro, ricchezza? Il Mediterraneo invece si muove: è un segno di vita, il primo, prima ancora di emettere un suono.

leuzzi@antiit.eu

Pensare a piedi, la nobiltà meridiana

Il “pensiero meridiano” è mediterraneo, è il mare che i venti e le correnti solcano, frontiera aperta. In simbiosi con la terre nelle sue molteplici forme. Nel solco ben inciso da chiunque, da Hegel a Schmitt e Savinio, si sia occupato della Grecia, civiltà originariamente dell’Egeo, che è anche terragna. Ed è il tempo riacquistato, un elogio anzi della lentezza. “Andare lenti” è il principio del pensiero meridiano, “Pensare a piedi” il suo primo paragrafo. Che solo può ridare il senso della misura: “Bisogna pensare la Misura, che non è pensabile senza l’andare a piedi, senza fermarsi a guardare gli escrementi degli altri uomini in fuga su macchine veloci. Nessuna saggezza può venire dalla rimozione dei rifiuti”.
L’ironia è facile, e tuttavia il pensiero meridiano è, dopo quindici anni, un caposaldo. Parente del “grande meriggio” di Nietzsche ma quanto più disteso, organizzato e insieme lieve. Non la solita fuga da se stessi ma l’apertura della nozione di confine (“frontiera, confine, limite, bordo, margine sono anche l’insieme dei punti che si hanno in comune”) all’incrocio fra le culture. Il paradigma è da Cassano generosamente riferito a Camus – la cui sola riproposizione, per esteso, accurata, farebbe già il merito del libro, tanto è solitaria e, all’epoca, anche coraggiosa. Un richiamo che dice quanto “eterodosso” sia stato, e sia, il pensiero meridiano – che Camus peraltro viveva, non lo pensava o teorizzava, non circostanziato quale è in Cassano.
Il pensiero meridiano non è revanscista, né potrebbe esserlo, è al contrario l’apertura alle differenze: “All’inizio non c’è mai l’uno, ma il due o i più. Non si può ricomporre il due in uno: nessun universalismo potrà mai riuscirci”. Ma è un discorso meridionalista, l’affermazione di una differenza: “Chi deve per primo fare un passo indietro, chi deve smettere di strozzare l’altro, chi deve accettare che esistano altri modi di vita è in primo luogo quel mondo che ha sostituito il monoteismo della tecnica alla molteplicità delle vie e agli infiniti nomi di dio”.
L’integrazione fra le culture è però un processo ingarbugliato. A cui solo l’innesto può servire con ogni evidenza quale processo validante. La semplificazione di fondo del pensiero meridiano nella prima redazione nel 1996 attirò a Cassano molte critiche, cui egli ha rimediato con la prefazione nel 2005 a questa edizione. Qui argomenta in favore dell’ex Terzo mondo che, in Africa e in America latina (Messico, Argentina, lo stesso Brasile di Lula), indebolisce invece il paradigma – che il valente esotista Kapuscinski sia portato a testimone e documento non risolve. Come l’Oriente, che solo l’abiezione unisce, politica, sociale, di casta, a volte tutt’e tre insieme. Per l’Italia Cassano mette le mani avanti deprecando “quel giocare melmoso con i propri vizi che ha condotto qualcuno a chiamare giustamente il sud un «inferno»”. Mentre questo è un gioco che può far parte del Nord – nel caso specifico lo fa il Bocca leghista, che avendo conosciuto il Sud migliore e avendolo apprezzato in tempi non sospetti, con questo sotterfugio logico vent’anni fa si emendava. Il Sud, i Sud, sono impensabili fuori dal contesto politico – in questo i subaltern studies sono bravissimi: il problema non è, non è più, poter essere diversi, è di non essere sempre presi a calci in faccia, magari solo per l’accento, i capelli, la sfumatura della pelle.
Chiude il libro, dopo il capitolo coraggioso su Camus, uno su Pasolini, poco congruente. Un concentrato, tra l’altro, di radicali negatività, come se il filosofo avesse visto in questo excursus troppi escrementi, sia pure dannunziani, post.
Franco Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, pp. XXXVI + 142 € 9

lunedì 7 novembre 2011

Al laccio della Germania, che fallì quattro volte

Tutto quello che c’era da sapere (e tutti sanno oltralpe) sulla crisi dell’euro Massimo Mucchetti se lo fa dire oggi da Franco Bernabè. Con eccezionale chiarezza, bisogna riconoscere, e saggezza: la cecità della Bundesbank, il gioco mercantilistico della Merkel, e di Sarkozy suo cagnolino, a spese dell’Italia, nella vuota speranza di farla franca, la collaudata incapacità politica della Germania, fallita quattro volte in trent’anni, ora di guidare l’Europa.
Nessuno dei grandi giornalisti, Mucchetti compreso, o dei cervelloni che collaborano ai grandi giornali ne era capace? Certo che no. Cioè sì, ne sono ben capaci, ma possono e vogliono scrivere solo di Ruby. E non si possono dire nemmeno puttanieri.
Soprattutto documentata da Bernabè è la stupidità della Bundesbank. Che non evita alla Germania di pagare il conto, come a ogni altro paese membro dell’euro, ma la spesa sterilizza in “spezzatini”, per meglio farsela divorare dalla speculazione. Un esercizio facile facile, che Bernabé giustamente ascrive ai “giovani dei desk del debito pubblico” delle banche d’affari, senza bisogno di tenebrosi complotti di Grandi Fratelli. Un Bush jr., per dire, fu capace di stoppare il fallimento del sistema creditizio Usa con una diga enorme eretta in poche ore, la Merkel, tre anni dopo, ancora non l’ha capito, né il suo economista Weidmann nominato presidente della Bundesbank.

Morire per Wall Street

Un articolo del “New York Times” elenca, nell’ordinaria amministrazione, ruberie colossali e sistematiche, a opera dei principali operatori dei mercati, politici e finanziari. Il Congresso è “un forum per la corruzione legalizzata”: il mondo degli affari, della finanza cioè e dell’immobiliare, ha speso nei vent’anni dal 1990 al 2010 circa 2,3 miliardi di dollari in contributi alle elezioni federali, più di quanto ha contribuito alle campagne elettorali tutto il resto dell’economia, sanità, energia, difesa, agricoltura e trasporti. Perché la Commissione Servizi Finanziari della Camera dei Rappresentanti è composta da ben 61 membri (su 435 eletti)? Per potersi “vendere i voti a Wall Street”. In tre casi di grandi dimensioni, Goldman Sachs per prima, poi John Paulson, un “inventore” di hedge fund che è una sorta di re Mida, e poi Citigroup, hanno collocato in massa titoli “tossici”, contro i quali subito dopo hanno speculato. Guadagnandoci, come si dice, dai “due pizzi”. Firmato Thomas L. Friedman, più volte premio Pulitzer, uno che ha sostenuto Bush nella guerra in Iraq.
Il dubbio prolungato se “morire per Danzica” portò all’ultima grande guerra. Ora invece il mondo muore tranquillamente per Wall Street, per la grande truffa.

domenica 6 novembre 2011

Quando Roma era una capitale della Russia

È il catalogo bilingue della mostra sui russi in Italia nella prima metà del secolo (la documentazione è anche posteriore alla guerra), che si tiene a Mosca fino al 19 novembre (e non verrà ripresa in Italia), per il centocinquantenario dell’unità. Curata da Antonella D’Amelia, Stefano Garzonio, Bianca Sulpasso, con una ricchissima documentazione che il catalogo riproduce generosamente.
Roma fu nell’Ottocento e a lungo nel Novecento, anche dopo la rivoluzione bolscevica, centro di una folta colonia di scrittori e artisti russi, che nel 1902 si dotarono anche di una biblioteca, intitolata a Gogol’, il veterano forse più famoso della capitale italiana. Singolari le incisioni e gli acquerelli “Roma sparita” di Andrej Belobodorov, di cui il catalogo offre una dozzina di riproduzioni: si segnalano, oltre che per l’accuratezza del disegno (Belobedorov, un emigrato post-rivoluzione, che tra l’altro aveva scelto Parigi come sua dimora, è architetto e scenografo, oltre che pittore), per saper catturare in ogni veduta lo “spirito” della città, la luce, il classicismo di sfondo, l’aria, ben gareggiando con la più nota serie di Rosler-Franz. L’altra novità forse di maggiore importanza è la notevole pubblicistica antisovietica degli emigrati, in italiano, dal 1917 fino all’avvento del fascismo. Si va da “La rivoluzione russa” di Wladimiro Frenkel, del 1917, all’insegna di Tjutcev, il poeta appena ripubblicato da Adelphi: “Non si può capire la Russia, bisogna crederci”. A “I socialisti russi contro il bolscevismo”. E “Amore e bolscevismo. Talmud e Khamstvo” dello stesso Frenkel, l’ultimo qui riprodotto, del 1922 – khamstvò è la rozzezza, una “qualità” di cui pare che i russi non intendano liberarsi, di cui forse andrebbe ripresa la portata: Gor’kij, senza usare il termine, ne dà il significato forse più completo nel lungo racconto “Infanzia” (p.224), la straordinaria antropologia della Russia rurale ala vigilia della guerra e della rivoluzione: “I russi, per la miserie e la povertà della loro vita, in generale amano distrarsi col dolore, ci giocano, come bambini, e raramente si vergognano di essere infelici… Anche il dolore è una festa, l’incendio una distrazione; su un volto vuoto anche un graffio è un ornamento…” (o, a p. 277: le “plumbee infamie della selvaggia vita russa”).
“Eterna Roma”: la Comunità Russa nella capitale d’Italia (1900-1940), “Europa Orientalis”, pp. 392, ill. s.i.p.

Secondi pensieri - (80)

zeulig

Animalismo – Umanizza gli animali. Ma non è una novità: “Anche i cani hanno qualcosa di umano”, fa dire Gor’kij a uno dei personaggi bestiali nella “Storia di un uomo inutile”, e gli fa dire cosa da tempo cognita. La novità è animalizzare l’uomo. Nella vita vaga, indistinta, di bisogni corporali (mangiare, dormire, scaldarsi) e riflessi condizionati. Col culto della fedeltà anche, cioè del possesso. In presenza (a compenso) di una libertà che si vuole assoluta, sciolta da obblighi.

Si può dire questo umano-animale di Nietzsche, il “troppo umano”? No. E perché? Perché Nietzsche è ancora di prima: apre la nuova frontiera, che si rivelerà un recinto, ma è uomo non ancora unidimensionale.

Complotto - Ce n’è la percezione diffusa in epoca di crisi, economica o anche politica, intellettuale, morale. Ma la paranoia è il complotto - indurre alla paranoia. Che non necessariamente deve avere Autore (circoli, gruppi, congiurati, officianti).

Fondamentalismo – O integralismo. S’intende dell’islam per ragioni storiche, per la sua insorgenza all’epoca attuale. Ma più fondatamente fondamentalista (integralista) è la modernità, o la concezione della modernità che si impone, anche in opposizione al fondamentalismo islamico. Essa sì si vuole generale e ineccepibile, mentre il fondamentalismo islamico si limita agli aderenti all’islam.
La proiezione esterna del fondamentalismo islamico è, compreso il terrorismo dei kamikaze, anti-fondamentalista. Contro quello che oggi si chiama pensiero unico, e nel passato recente era la modernità, o l’Occidente, o (Franco Cassano) il Nord-Ovest del mondo. Una risposta dialettica – sulla traccia del razzismo antirazzista dell’“Orfeo nero” di Sartre all’epoca delle indipendenze.

Il suo suicidio contempla non in modo estemporaneo, o a uso tattico, poiché è il dominio della morte. Facendosi l’esame dopo la sconfitta (“Ex captivitate salus”, pp. 91-94), Carl Schmitt scopre l’autoannientamento insito nell’annientare il nemico, nel volere il nemico annientato.

Libertà – Non libera. Se ne vedono gli effetti in quest’epoca che fra tutte si può dire della libertà. La libertà totale, assoluta (sciolta da obblighi), non libera.
È relativa. È storica (contestuale). L’imperialismo a lungo s’è voluto liberazione: dalla fame, le razzie, lo schiavismo, il giogo turco, l’imperatore della Cina nell’Ottocento. Dal colonialismo nel dopoguerra: le indipendenze e i movimenti di liberazione degli anni 1950-1960 sono stati sostenuti dagli Usa in questa ottica. Ora come guerre “umanitarie” e di liberazione, in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia.

Monoteismo - Nasce nei territori aridi, dalla natura ostile - e questo è la prova che la sassosa Grecia era in antico ricca di acque e boschi: al tempo di Esiodo c’erano in Grecia trentamila divinità, e non bastavano. E si fa Dio come vuole.

Novecento – È il tabellone ingegnerizzato delle opposte ideologie – anche quelle della libertà – e degli stermini di massa.
Si potrebbe dire che ci lascia anche la conquista dello spazio, ma una conquista che non ha scoperto nulla che non si sapesse – come riscoprire-conquistare il cortile di casa.

Oriente – Risale a Guillaume Postel, 1510-1581, giovane professore a ventotto anni al Collège de France di ebraico, arabo e siriaco, nonché conoscitore di greco e latino. Dopo essere stato in ambasceria a Costantinopoli per conto di Francesco I alla corte di Solimano il Magnifico, in veste d’interprete e collettore di testi classici, greci, arabi, ebraici. Degli astronomi arabi Postel fu preciso commentatore, facendo dubitare della conoscenza che si aveva di Copernico allora in Europa, se non dello stesso Copernico. Sagacia analoga applicherà all’Egitto, ed è l’inizio dell’orientalismo, di cui tanto Oriente, oltre che l’Occidente, è vittima. La “fede ragionata” e la “ricomposizione di tutte le cose” nella fede unita, per le quali Postel si batté tutta la vita, annegheranno nell’egittologia. Che sarà napoleonica per essere stata di Postel, in quanto autore della Chiave di tutte le cose, ossia dei tarocchi – l’Egitto del futuro imperatore era nelle carte.
Nel 1549, illustrando La vera descrizione del Cairo, la mappa stampata a Venezia da Matteo Pagano, il padre dell’“orientalismo” spiega, correttamente, che la città è turca più che araba, e che le Piramidi sono “mostri incoronati”, monumenti alla tirannide, non i granai di Giuseppe che si dicevano. Ma nella “Chiave di tutte le cose”, pubblicata lo stesso anno, apre la città ai misteri.
Il Cairo costituisce da sempre un problema aperto per l’orientalismo. L’origine di questo Oriente è in Plutarco, che attribuisce a Iside l’istituzione dei misteri, grandi e piccoli, o verità esoteriche riservate agli iniziati, nonché in Erodoto, Platone, Apuleio e perfino in Aristotele.
Una serie di finzioni ne germinò, culminata in Orapollo, l’autore dei “Hyerogliphica” che in realtà non sapeva nulla dei geroglifici. In epoca moderna l’origine è in Postel, che più di ogni altro pure ha affidabilmente tracciato le radici orientali, semitiche, di tanta cultura occidentale. E nell’Inquisizione, che processò Postel per le opere sulla fede unica, la fede ragionata, e sulla concordia religiosa, la natura cabalistica dell’Egitto, poi teosofica, lasciando invece incontestata. E fu l’Oriente taroccato.

Secolarizzazione – È semplificazione. Fino alla storia a manovella. Nata come reazione al dogma, all’immutabilità della storia, finisce come un suo calco.
Si dice che non si può addebitare il Novecento alla secolarizzazione, e invece sì: nessun’altra epoca ha mai pensato, men che meno organizzato, gli stermini di massa. È solo possibile per una storia insieme di relais – in serie, certo.

zeulig@antiit.eu