sabato 31 dicembre 2011

Merkel con Napolitano faceva “ammuìna”

Seppellite sotto il solito niente, a che ora ha telefonato la Merkel e quali parola ha veramente usato, le due pagine del “Wall Street Journal” ieri sulla fine del governo Berlusconi pongono invece un problema reale: perché l’Europa è in crisi. È un altro giornalismo: quello sulla Merkel, Napolitano e Berlusconi è il settimo articolo di una serie intitolata “Disunione Europea”. Sottotitolo (più didascalico che giornalistico - aggressivo, accattivante): “Il «Journal» sta esaminando come la crisi del debito nell’eurozona sta bloccando il decennio di spinta in Europa verso una più profonda integrazione economica e politica”.
Napolitano, “l’ottuagenario presidente”, non è parte in causa. Il quotidiano pubblica foto lusinghiere di Berlusconi, contrariamente a quelle che siamo abituati a vedere nei giornali italiani. E parte effettivamente facendo il caso della cacciata di Berlusconi a opera della Merkel. Ma non isolandolo. Rileva il cambiamento di governo che si è avuto simultaneamente in Grecia e in Italia per denunciarne l’artificiosità, il dare a vedere che l’Europa si muove e una soluzione è in arrivo, mentre l’Europa è bloccata – la vecchia “ammuìna” borbonica.
Ogni soluzione è bloccata da veti incrociati, spiega a lungo il giornale. In particolare tra Merkel e Sarkozy. E da “politiche bizantine”. E la “gentile spinta” della Merkel a cacciare Berlusconi così inquadra: “La sua impazienza mostra la misura in cui i nemici dell’Italia hanno disfatto la strategia dell’Europa contro la crisi”. Senza specificare chi sono i nemici dell’Italia, ma ribadendo che non c’è una strategia dell’Europa contro la crisi.

Problemi di base - 85

spock

Sarkozy e Angela Merkel non si vedono più insieme da oltre un mese. Non si staranno separando?

Dio, che conosce tutte le nostre risposte, perché non ci dà le domande?

Dopo Bossi, Borrelli, Berlusconi e Tremonti, Milano c’impone ora Monti: ce l’ha con noi?

E Piero Ottone, dove l’hanno messo?

Se il potere è tutto, dominio e forza, atto e potenza, legge e fede, la servitù allora che cos’è?

Non ci sarà una libertà di servitù?

Se il reale è razionale, e la ragione non lo è, la ragione non sarà irreale?

Se il mondo è stato creato da Dio a sua immagine e somiglianza, Dio è allora così brutto?

Ci sono anime morte in corpi viventi, e anime vive di corpi morti, e dunque?

spock@antiit.eu

Secondi pensieri - (86)

zeulig

Bellezza – È varia. Choderlos de Laclos la vuole connaturata alle donne, e bella la donna fresca, grande, forte, una ragazza alta, cioè, dal carattere impetuoso, “un modo d’essere che fa sperare il godimento più delizioso” - non molto. Per Heisenberg la bellezza è semplicità, l’appropriata conformità delle parti l’una all’altra e al tutto, un teorema tanto più è bello quanto più è semplice. Francis Bacon invece la bellezza vuole brutta: “Non c’è bellezza eccellente che non abbia qualche stranezza nella proporzione”. La bellezza è arte retorica, dunque, dice Hume.
La bellezza delle donne ora serve al progresso. Vanno avanti col culo, che non è male, dacché il femminismo ha messo gli orgasmi in carriera. L’unico problema, se lo è, è che quella parte si vede poco: bisognerebbe inventare un decolleté posteriore.

Corpo – “È la bellezza esteriore a darci l’immagine più accattivante di quella interiore”, incontestabile Jean Paul rovescia le logiche apparenti nel divertissement “La donna di legno” – un pre-Pinocchio. Lui stesso avendo più cura di rovesciare il rovesciamento (tutti i “fichi” sono ermafroditi, e dunque femmine…). E tuttavia l’eresia di Edelmann, a cui sempre per ridere lo scrittore si rifà, essere il corpo un’emanazione dell’anima, è la più fondata – anche per questo Edelmann, che la religione legava alla natura e alla ragione, fu bruciato in effigie nel 1750 a Francoforte, su ordine della Dieta imperiale, ne furono bruciati i libri (finirà framassone a Berlino e Amburgo ma senza diritto di pubblicazione, sospetto pure ai fratelli).
È che il corpo, soma, come opposto a psyche, l’anima, è diventato con san Paolo carne, sarx, nemica dello spirito, pneuma. “La carne concupisce contro lo spirito, e lo spirito desidera contro la carne, scriveva ai “Galati insensati”. Forse san Paolo, che tanto viaggiò, ne soffriva la fatica. Le esperienze che sostanziano il cristianesimo sono carnali, l’Incarnazione e la Resurrezione - per non dire la Passione, tutta fisica.
La cura del corpo è psichica prima che fisica: si sta meglio quando ci si vuole bene. La palestra, il ballo, lo sport danno benessere se uno ce l’ha già, altrimenti stancano.

Puškin si accorse dopo essersi sposato quanto sia spirituale la passione, che la novità di un corpo è più forte dell’amore o della bellezza, perché il corpo non può mentire

Le anime le ha introdotte Platone e da allora non si smuovono. Ma subito Aristotele le ha legate al corpo. L’identità va col corpo, fisica, anagrafica, memoriale.

È il corpo pieno. C’è un corpo vuoto? No, ma c’è quello smembrato nei particolari: il seno delle donne per esempio è estremamente vario, e il sedere. Le spalle anche, o il collo, e la caviglia.
Il corpo è vivo per natura. Ma c’è pure il corpo inerte. In sé è una massa, amorfa.

Non è peccato, secondo Bertoldo e il Talmud: l’uomo senza donna è un corpo senz’anima.
Gli atti dell’amore non sono belli, ma il corpo senza amore è brutto. La verginità fa belli nella puerizia in quanto carica di sensualità.
Anche il corpo non curato, raramente non è repellente.

Economia – Intesa come utilitarismo, diventa una religione con Marx. Con una strumentazione povera: l’avidità, lo sfruttamento, la violenza. Di cui tutti peraltro si pentono, negando, confessando, espiando. Come si richiede a una lettura agitatoria del reale - politica, sovversiva.
Il lungo appunto di Walter Benjamin nel 1921, “Capitalismo come religione”, ora tradotto integrale in Elettra Stimilli, “Il debito del vivente”, lo spiega in abbondanza. Partendo dalla fine, dalla dissoluzione aperta da Marx di ogni passione o azione umana nell’economia, alla quale Benjamin aderisce con entusiasmo. Delineandone, involontariamente, i limiti. Tanto più per essere l’economico inteso come capitalismo (classismo, sfruttamento). Limiti politici, anche se si innestano su una più realistica (vera) gnoseologia.
Benjamin è neofita apodittico: “Le cosiddette religioni”. Eversivo: “La prova di questa struttura religiosa del capitalismo, non solo, come conformazione condizionata religiosamente, ma come fenomeno essenzialmente religioso, condurrebbe ancora oggi sulla cattiva strada di un’enorme polemica universale. Non possiamo chiamare in causa la rete in cui ci troviamo. In seguito, tuttavia…”. Apocalittico: una religione cultuale, senza “una specifica dogmatica, una teologia”, e senza “giorni feriali”, di culto permanente e costante, e soprattutto “generatrice di colpa”: “Il capitalismo con ogni probabilità è il primo caso di un culto che non redime il peccato, ma genera colpa… Un’enorme coscienza della colpa, che non sa rimettere i propri debiti, ricorre al culto non per espiare in esso questa colpa, ma per renderla universale, per conficcarla nella coscienza ed infine e soprattutto per includere lo stesso dio in questa colpa, per interessare lui stesso alla remissione per espiazione”.
Al vertice del paradigma colpevolizzante Benjamin pone in questo appunto Nietzsche. Mentre assolve Marx, per aver trasformato la colpa in socialismo. Ma prima viene il positivismo (lo scientismo illuministico), e per esso Marx. Anche nella forma di un ateismo radicale, il materialismo e la storia. Marx avrebbe irriso una teologia della classe. Ma come tale è però possibile assumere la classe, e questo è avvento nei critici-entusiasti anni 1920. Max Weber si era spinto rischiosamente su questo terreno – più vi è stato, e vi è, spinto dalla polemica infra- e anti-cristiana. Ma il pozzo è stato aperto da Marx, un (il) capopartito.

Matrimonio - Politicamente (laicamente, femministicamente) scorretto, anzi osceno: una giornata di celebrazione di un atto erotico, anzi strettamente sessuale. L’uomo disincantato non ci può vedere che questo. Ma è l’istituzione probabilmente più antica, all’origine della famiglia. Istituzione anche questa politicamente scorretta, anzi insensata. L’una e l’altra sono però comuni a molti animali. E a molte religioni, anche politeiste e senza leggi o testi sacri, che matrimonio e famiglia considerano vincoli sacramentali, cioè benedetti.
Sancisce il passaggio dal caso alla volizione e all’applicazione, dal regime brado o erranza alla stabilità, all’insediamento, all’agricoltura, all’industria. E al possesso. Implica anche il passaggio dalla poligamia, nelle forme della poliginia e della poliandria, dell’accoppiamento occasionale, alla monogamia, ma non necessariamente - non in Cina, non a Roma, non nell’islam. L’ambizione tutta contemporanea di legarlo all’amore non può essere sanzionabile.

Sogni – Sono faticosi.
Sono in questo senso della natura della sensitività, della medianità.

Storia – La storia è unica in questo, direbbe l’astuto giurisfilosofo Schmitt, che una verità storica è vera una sola volta. Sostenne Carl Schmitt, l’“apocalittico antiapocalittico” di Jacob Taubes, in contesa con lo stesso Taubes sul concetto nuovo del tempo e della storia che si apre con il cristianesimo in quanto escatologia: “Il regno cristiano è ciò che arresta (kat-echon) l’Anticristo”. Si cambia il mondo con giudizio: “Per un cristiano delle origini la storia è il kat-echon, la fede in qualcosa che arresti la fine del mondo”. Spiega Taubes: “Solo attraverso l’esperienza della fine della storia la storia è diventata una «strada a senso unico», quale si rappresenta la storia occidentale”.
Perché occidentale? L’Urss non era Occidente, ma il suo kat-echon era proprio la fine della storia. La Russia è del resto infertile alla filosofia, il solo pensatore essendo Solov’ëv, il quale volentieri è mistico. Oggettivamente, la Russia antifilosofica era il posto giusto per la rivoluzione materialista e la fine della storia. Breznev, avrebbero detto Solov’ëv, Schmitt e Taubes, è l’Anticristo. E l’avrebbero fatto contento. Il problema della storia, questa storia, è che si legge al rovescio. Benché, se la libertà è ideologia, il sovietismo non è poi remoto.

zeulig@antiit.eu

venerdì 30 dicembre 2011

L’umor nero del sesso

“Non ho più avuto clienti dal dicembre 1995”, diciamo dal Natale 1995, così Grisélidis presenta il “Carnet”, un elenco alfabetico dei clienti con le preferenze e il prezzo per ognuno: “L’ultimo era un operaio bassino di origini spagnole”. Che necessita di una sapiente architettura per godere. Grisélidis aveva 66 anni, e una mezza dozzina di libri all’attivo – ora sono una diecina. Compreso il “Carnet”, uscito nel dicembre 1979 sulla rivista “Le Fou parle”, che per questo ebbe il premio Humour Noir. Dieci anni dopo morirà, dopo una lunga battaglia col cancro.
Una scrittrice (al “Carnet” seguono qui scritti pubblicati su varie riviste, a partire dal 1971) che ha deciso di militare nella prostituzione al fine di parlarne, alla radio, alla televisione, nei libri. Presenziando anche all’occupazione delle chiese a Lione e Parigi nel 1975, e ad altri “convegni internazionali” sul tema. La sua (auto)biografia è peraltro semplice: nel 1959, a trent’anni, con due figli e un polmone in meno, esce di nascosto dal sanatorio a Montana nel Valais per divertirsi in paese, finendo a letto con uno che le lascia cento franchi. Ma è già in corrispondenza con Maurice Chappaz, tra altri letterati, come si vede dalla corrispondenza ritrovata (“Mémoires de l’inachevé”). La sua vita è il suo racconto migliore.
Grisélidis scrive anche bene, piena di umori. Ma si legge per la “cosa”, ancorché ripetitiva. Come i testi pruriginosi di epoche ormai remote. Se si evita la pretesa, e il tempo sprecato con essa, sua come di Kate Millet e un certo femminismo, di liberare nella prostituzione la donna e il corpo della donna. “La Prostituzione è Arte, Umanesimo e Scienza”, è uno dei suoi proclami qui registrati. E: “Prostituirsi è un atto rivoluzionario”.
Grisélidis Réal, Carnet di ballo di una cortigiana, Castelvecchi, pp. 113 € 10

Il maschio Milano di Brera (e di Bossi)

È vent’anni fa, quando fu concepito, il manifesto del leghismo. Bossi, che non ne sapeva molto, troverà nella penna divertita di Brera gli argomenti per diventare il terzo partito d’Italia: i Longobardi, l’arianesimo, la Padania, il “maschio Milano”. È il lato simpatico del leghismo, ma quanto orrido. “Considero Brera”, dice Brera di se stesso al termine del capitolo su Manzoni, “incapace di odiare”. Ma Bossi non è per ridere – Brera non ne sarebbe contento.
“Milano è maschio” è il capitolo centrale. Che così comincia: “Per la femmina Italia – madre dei vitelli – sono femmine tutte le città. Sia questo dunque il primo doveroso atto d’amore, di riaffermare la maschilità di Milano. Il suo nome è germano-celta…”. E dunque ariano: “Virilissimo centro di vita…. Per ospitare uomini di tempra nordeuropea”.
Non sono narrate gesta molto maschili, prima e dopo questo zoccolo duro. A parte le efferatezza, molte peraltro a opera di donne. Ma si capisce che l’Italia, dacché esiste, sia sempre improsata da Milano: Milano sta lì, “in alto”, per quello.
Gianni Brera, Storie dei lombardi, Book Time, pp. 340 € 18

Il governo debole fa l’Italia debole

Dunque c’è una diversa percezione dei mercati della solvibilità dello Stato spagnolo rispetto allo Stato italiano: lo spread dei Bonos spagnoli rispetto ai Bund tedeschi è la metà, o poco più, di quello italiano, 280 contro 520 punti. Benché il governo Rajoy non abbia fatto ancora nulla, mentre Monti ci ha coperti di tasse, visibili e invisibili.
Se ne portano varie ragioni. Ma una sola non ha controindicazioni, che si tace. Proviamo a esporla.
Il debito spagnolo, si dice, è la metà di quello italiano, o poco più della metà, in rapporto al pil, dunque è più gestibile. Ma il debito spagnolo negli ultimi quattro anni, quelli della crisi finanziaria, è cresciuto, quello italiano è rimasto più o meno stabile, in rapporto al pil. La Spagna ha due grandi banchi, che fanno funzione di cassa dello Stato. Ma anche l’Italia ha due grandi banche. Senza contare che i banchi spagnoli, se si guardasse alla solidità del loro attivo, sarebbero due grandi buchi – l’attivo è legato a un immobiliare che ristagna da prima della crisi finanziaria. Rajoy ha annunciato tagli alle spese, si dice ancora, e non aumenti di entrate: ha cioè annunciato una manovra antirecessiva. Questo è vero. Ma la Spagna ha un’economia bloccata da tempo, e una disoccupazione doppia di quella italiana.
No, la chiave è la debolezza del governo, Non di questo o quel governo, ma della funzione di governo in Italia. Di cui è riflesso l’antipolitica, cioè le forze che il governo vogliono debole. Dapprima nelle forme golpiste di Scalfaro e Borrelli, poi in quelle della faziosità accentuata e tramutata in odio. Di cui si fatica a vedere l’origine e la natura se non nel “governo attraverso la crisi” che è la costante della storia della Repubblica dal centro-sinistra in poi. Degli interessi costituiti, pochi ma abbastanza forti da condizionare l’opinione pubblica: sono infatti gli stessi, imprenditori e banchieri, che dell’opinione pubblica sono padroni in senso proprio, in quanto editori e quasi benefattori.
Andreotti lo ha detto e lo ha scritto, l’ultimo rappresentante della politica: governare è solo possibile “attraverso la crisi”. L’impossibile riforma dell’esecutivo ne è una riprova: in un sistema elettorale che stato reindirizzato sul plebiscitarismo, l’investitura diretta di un capo, ai Comuni, alle Province, alle Regioni, questo è impossibile per il governo. L’Italia resta un’eccezione fra le democrazie: non solo i paesi anglosassoni, ma la Germania, la Francia, la Spagna, i paesi scandinavi, tutte le democrazie hanno un governo che governa, l’Italia non può. I padroni dei giornali e i loro esperti sociologi politici, l’ineffabile decano Sartori per primo, non hanno altra funzione da trent’anni a questa parte che silurare ogni tentativo di ridare autonomia al politico. Ora impegnati a sgretolare l’uninominale e il bipartitismo, che approssimano quella soluzione.
L’odio è più evidente a Milano, tra Lega, Berlusconi e antiberlusconismo. E la Curia: l’odio è anche ecclesiastico a Milano. Dove è più evidente il nessun contenuto di classismo nell’odio, quali che siano le intemperanze di questo o quel giudice, gente poco avvezza a lavorare, e quindi a riflettere, o di giustizia sociale. Ogni forma di governo dev’essere resa impossibile, questa e l’unica verità. Di Berlusconi come di Prodi e di ogni altro. E questa è la novità di Monti: che il professore milanese lo sa, è per questo che traccheggia.
Tanta albagia sembra al punto in cui siamo suicida, un muoia Sansone con tutti i filistei. Ma l’antipolitica ci è abituata, ad allentare la corda della faziosità sterile per poi tirarla di fronte al burrone. Successe nel 1975-76, quando l’Italia non ebbe più un dollaro di riserva, e si voleva Moro in prigione. E nel 1983, quando l’inflazione superò il 20 per cento, aizzando Berlinguer contro Craxi – la manovra antistabilizzatrice allora fallì per l’inatteso successo del referendum contro la scala mobile, ma Craxi la pagò qualche anno più tardi.

mercoledì 28 dicembre 2011

La teologia del debito

“L’indebitamento è divenuto planetario, come forma estrema di coazione al godimento… E come tale deve essere riprodotto, piuttosto che saldato”. La contemporaneità ci vuole in debito, inestinguibile. È una sorta di usura esistenziale. Viviamo indebitati, moriamo indebitati, dopo una vita vissuta nella colpa di non aver fatto abbastanza. L’analogia viene spontanea anche con la retorica imperante del debito. Un senso di colpa non più metafisico (si dice “esistenziale”, l’angoscia eccetera, è – era – metafisico) ma performativo. E perciò invasivo, in ogni attimo quotidiano se non pure nel sonno, mai così diffusamente agitato, in ogni animo, eletto e non, in ogni attività, sia pure quella del demente che Henry Ford voleva aprisse la porta per potergli dare un salario - Stimilli elenca varie manifestazioni del disagio: anoressie, bulimie, l’interminabile serie delle tossicodipendenze, depressioni, attacchi di panico, le fobie sono epidemiche.
Sembra Pound, l’usura che regge il mondo, tema fantastico. Sotto le specie dell’ascesi, un esercizio sadomasochistico. Ma Elettra Stimilli lo porta a terra e ne scioglie le pieghe, ne valuta l’anamnesi , ne spiega i significati. Col supporto non detto di un’altra tesi immaginifica, la servitù volontaria dell’amico di Montaigne morto giovane, La Boétie. E della patristica (altro ricorso poundiano!). Siamo tutti lavoratori, coatti alla soma, a estinguere il debito nel mentre che lo ricostituiamo. E – anche se – ce ne facciamo un’ascesi, l’etica superiore della rinuncia. O una voglia (una tentazione, un vizio) non avida. Più fantastico ancora è lo svuotamento dell’usura (interesse, capitale) nell’azione senza scopo che la filosofa indaga. A un passo dall’ascesi, o rifiuto del mondo, quale prassi sotterranea e vera della cristianità, che è la novità assoluta della sua ricerca. Elaborata in una filosofia infine eloquente. Persuasiva anche. Acquisire attraverso il rifiuto, “la pratica masochistica dell’ascesi”, è un approccio specialmente fecondo oggi. Una delle poche filosofie che è possibile leggere - il resto è ermeneutica.
Elettra Stimilli parte dalla “produttività senza scopo”, che è la “finalità senza scopo” di cui Kant non si capacitava (il “lavorerio” di cui san Carlo Borromeo faceva una colpa ai milanesi). Dal “discorso del capitalista” in cui l’apodittico Lacan ha racchiuso la contemporaneità. Dalla nozione di “potere governamentale” (economico-politico) su cui ha indagato Foucault e dalle sue ipotesi sull’ascetismo tardo antico. Dal “nesso problematico da lui individuato tra «potere pastorale cristiano» e «potere economico-governamentale»”. Dalla “genealogia teologica dell’economia e del governo” di Agamben. Da Nietzsche naturalmente, che nella “Genealogia della morale” riporta (imputa) l’etica al debito-colpa – entrambi sono Schuld in tedesco. Ma soprattutto dalla vecchia, trascurata, nozione di Max Weber sull’accumulazione quale “profitto per il profitto”, più che come interesse (avidità personale) o la spenceriana sopravvivenza del migliore del cosiddetto darwinismo sociale. Nozione dal primo Walter Benjamin, fervente neofita comunista, ribaltata nel “capitalismo come religione”, il lungo appunto del 1921 con questo titolo qui tradotto nella sua integralità - ora ripreso negli “Scritti politici”, antologia a cura di Massimo Palma. Perfino Marx, a una rilettura, si trova avere avuto un’intuizione, benché trascurata, sulle radici del misterico feticcio merce nella “nebulosa regione del mondo religioso” - Marx che, a fini politici, ha estremizzato l’utilitarismo nell’odio di classe, al fine dello scioglimento della storia.
Stimilli parte da una rilettura di Weber più aderente a ciò che Weber è e ha scritto – purtroppo ridotto in Italia più spesso a sciocco polemista del buon protestantesimo, dall’etica “superiore”. Legandolo, all’altro estremo di una sorta di arco voltaico, a Georges Bataille e all’economia della dépense, dello spreco. Anche se bizzarramente ne lega il non-utilitarismo alla fede di Lutero, e più a quella di Calvino, lasciando l’utilitarismo alle opere: una posizione non weberiana, un cascame del secolare Kulturkampf oltremontano tedesco, antilatino e anticattolico - il “lato dispendioso e improduttivo della natura umana” non sta certamente dalla parte di Calvino, o “la dimensione donativa e disinteressata della grazia”. E ne trova tracce sorprendenti nella patristica, in Ireneo di Lione, Clemente Alessandrino, Origene, Evagrio Pontico, l’ispiratore dell’esicasmo, Giovanni Cassiano. E in molta teologia cristiana, specie cattolica. Non inconciliabile alla fine con l’ascetismo quale rifiuto del mondo, che Overbeck, l’amico e complice di Nietzsche, stringente pone a segno profondo del cristianesimo, nelle sue ripetute trattazioni del monachesimo, anche se Stimilli lo vuole curvato sul rifiuto attivo, “produttivo”.
L’approdo è sorprendente. L’economia risulta “la forma in cui si è espressamente realizzata l’esperienza di vita in Cristo sin dalle sue origini”, prima di diventare un problema. Seguendo una linea ineccepibile: “L’«economia», così come viene elaborata dal primo cristianesimo, fa riferimento all’esperienza della libertà dal nómos che caratterizza la sua fede… Qui, per la prima volta in maniera così netta, la vita di ciascuno assume la forma di un investimento. L’esperienza del peccato, su cui si fonda l’esistenza cristiana, compiutamente diviene esperienza di un debito che, attraverso il dono della grazia, non deve essere colmato ma, come tale, amministrato nella forma di un investimento”. Certo, non si può dire cristiano in nessun modo il debito contemporaneo. Ma esso è pur sempre l’esito di una sfida a perdere – che altre indagini hanno ricondotto alla pulsione del gioco, dell’azzardo. Uno scandaglio continuo della realtà come nuova esperienza: l’uomo occidentale, cristiano, investe “non sulle opere e sui loro effetti, ma sulla sua stessa prassi, i cui fini appaiono fondamentalmente senza scopo”. Una tensione che si condensa in molti momenti lungo la storia del cristianesimo (dell’Occidente), e in particolare nella beatitudine francescana, rinunciataria e operosa: “L’utilità e il valore non dipendono tanto dal possesso, quanto piuttosto dalla possibilità di investire su ciò che, non potendo essere posseduto in maniera definitiva, non è utile alla realizzazione di un fine determinato, ma rimanda piuttosto all’autofinalità implicita nella prassi umana”.
Stimilli fa la scoperta del cristianesimo. Di più di quello pre-Riforma, occultato dal laicismo positivista, e poi dalla lettura infedele di Max Weber, in termini di “superiorità” - ridicolmente settaria a fronte della globalizzazione, degli animal spirits oggi sfrenati dell’economia, il gioco a dadi forse più azzardato dell’intera storia economica. L’esito è una rivisitazione vertiginosa della storia. Col sicuro contributo di verità a lungo obliterate, di condizioni, cognizioni e azioni che sono una più valida (veritiera) strumentazione ontologica e gnoseologica, del modo di essere e di leggere la condizione umana. E un approccio – su cui echeggia, seppure flebile, l’“atto gratuito” di Gide – che ribalta l’ontologia esistenziale e la logica del secondo Novecento, dalla rilettura francese di Heidegger al pensiero debole. “Ciò che” non può “essere posseduto in maniera definitiva”, è il mondo, e l’essere al mondo.
La disciplina alla libertà
La “vecchia” ipotesi weberiana dell’“ascesi intramondana” non è speciosa o insensata come sembra – l’“ascesi intramondana” è concetto di Ernst Troeltsch, teologo luterano, studioso di M.Weber. Né impositiva, una sorta di frusta segreta del padrone: è il fondamento liberista e liberale, dell’iniziativa e dell’imprenditoria, il capitale si riproduce, fare è creare, ed è il fondamento della libertà, da Constant e Tocqueville (e Marx) in poi. Non escluso lo stesso Weber, “nei termini di una spontanea convergenza”, parafrasa Stimilli, “delle libertà individuali in una sorta di «interesse disinteressato» allo stesso tempo, di tutti e di ciascuno, attraverso cui una forma prevalentemente economica del potere viene elaborata”. Che sarà la “disciplina alla libertà” di Hayek. Comune, volendo restare alla teologia, al chassidismo nella rilettura di Buber – dopo aver vissuto, anche lui, il “disincanto” di Weber: la scommessa, il pari pascaliano, divenuto evento esistenziale nella shekiné, la presenza divina nell’ammasso di polvere e gas che fa il mondo.
È anche un fatto. E una logica della storia che ne spiega alcune illogicità, i tanti punti non coincidenti, quando non contrastanti, con le critiche (logiche) fondative della contemporaneità, di Marx e dello stesso A. Smith: le signorie, l’imperialismo (il suo dare e avere è sempre in perdita, anche nella formula “perdite pubbliche, utili privati”), le missioni (religiose, umanitarie, culturali o di civiltà), l’impresa. Anche se nella realtà è una bugia, seppure convincente: la grande Bugia Economica è lo strumento più sofisticato di dominio, democratico e perfino progressivo. In contrasto, certo, con i “limiti allo sviluppo”, l’ideologia malthusiana elaborata quarant’anni fa dal club di Roma, animato da Aurelio Peccei, manager Fiat, un club di gentiluomini che commissionava a Leontief e altri scienziati del Mit gli studi sull’esaurimento del petrolio e delle altre risorse fossili, nel quadro della “fine del capitalismo”. Rilanciata nei tardi anni 1980 dal terzomondismo “risentito” (Latouche), dei delusi da un mondo povero (apparentemente) senza fondo. Oggi peraltro la crisi è duplice: finanziaria (dei subprime, i mutui senza garanzie, e del debito pubblico non sostenibile) e delle materie prime, agricole e minerarie, i cui prezzi sono triplicati negli stessi anni della crisi finanziaria.
Le sorprese che la ricerca fa emergere sono molteplici. “L’elaborazione patristica dell’«economia della salvezza»” è una – in una con la sorprendente rilettura di tanti testi altrimenti noti. O “il paradigma (monastico) del commercio salvifico tra Dio e l’uomo”. E “l’ascetismo come tecnica funzionale al potere ad esso soggiacente”, o “piano di salvezza, un ordinamento divino della storia a cui uniformarsi”. Perché “il poter fare a meno, di cui si nutre la vita ascetica e da cui emerge il «valore» delle cose, è all’origine del discorso economico occidentale”. Ma l’esito apocalittico non è scontato.
L’accumulazione attraverso lo spreco, o lusso, il “godimento e consumo” di Stimilli, ha un pedigree consolidato. Ripresa da Sombart e von Mises, è uno dei filoni del Settecento, di cui “La favola delle api” di Mandeville è il riferimento, e non lasciò indifferente Marx. È anche l’etica cristiana preriformata, e della Riforma cattolica. La novella “Il pranzo di Babette” di Karen Blixen trae dal contrasto tra la dépense e il thrift – la rinuncia, l’ “ascetismo intramoderno” di M.Weber – il suo singolare fascino. Lo stesso Weber della Riforma rivaluta il pietismo, l’anima più vicina al cristianesimo romano. Sul presupposto – che Sombart chiarirà - che la continenza avvilisce il capitale, di cui è motore il profitto. Benché la Riforma non c’entri, neppure in forma pietista: “Dal puritanesimo il capitalismo, dal pietismo il socialismo”, Spengler potrà dire, giustamente opponendo il pietista all’individualista. Mentre il capitalista feroce è puritano, io e il mio Dio – l’ex vichingo di Spengler, il predone del mare (che sapeva però contare: Roberto il Diavolo, il duca normanno padre di Guglielmo il Conquistatore, ebbe una Corte dei conti, che ragionava in termini di cheque, conto, quittance e record, controllo di gestione).
Stimilli sembra dare, all’inizio della sua ricerca, una logica distruttiva all’economia dell’ascesi cristiana che è la sua scoperta. Oggi che, dice, “persino gli interessi personali, pure massicciamente presenti, sembrano perdere di efficacia per una spiegazione del fenomeno di fronte all’evidenza della sua generale insensatezza”. Lo sconquasso indubbiamente è forte. Ma è il terzo in quarant’anni, dopo la “fine del capitalismo” per lo shock petrolifero del 1973, e la fine del socialismo (la “fine della storia”) con la caduta del Muro nel 1989. Dentro una rete composita e resistente degli interessi costituiti per il controllo della contemporaneità, sulla base del club di Roma: la Business Roundtable a Washington, che rifornisce di idee il governo americano, a New York la Trilaterale dei Rockefeller, i padroni della Chase Manhattan, la banca del petrolio, diretta da Zbigniew Brzezinski, il kissinger democratico che abbatterà il sovietismo, l’Aspen Institute, il club Bilderberg. Il rapporto preliminare alla conferenza Trilaterale di Tokyo il 23 ottobre 1974 è esplicito: “Più un sistema è liberale, più è esposto a minacce intestine... La vulnerabilità dei sistemi democratici non proviene da minacce esterne, benché queste siano reali, né dalla sovversione interna, di destra o sinistra, benché questi due rischi possano sussistere, ma dalla dinamica interna della democrazia stessa”.
Mentre non si valuta, e più dai nuovi assertori dei limiti del capitalismo, che meglio avrebbero dovuto vedere e capire, la portata radicale della globalizzazione. Che reimmette nella storia i cinque sesti dell’umanità, e relega al centro della “zona delle tempeste” l’Europa – un’Europa peraltro singolarmente inetta. Stimilli stessa fa combaciare le due moralità, giacché rileva in partenza, pur non spiegandola, la simultaneità, se non la commistione, tra il consumismo e l’ascesi.
Elettra Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo, Quodlibet, pp. 291 €18

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (112)

Giuseppe Leuzzi

Fino a Stendhal e Balzac le “passioni energiche” vogliono “incantevoli donne del Sud”. La parola non era ancora anatemizzata..

Terzo Mondo
Molti temi del terzomondismo, benché perento, vengono ancora utili al Sud: lo sradicamento, per occupazione o emigrazione, la sudditanza, l’anomia. Ma uno singolarmente manca, il lato buono dell’imperialismo.
Quando gli inglesi introdussero in Sicilia nel 1812 la costituzione liberale, l’ambasciatore William A’ Court commentò (in Palmieri di Micciché, “Pensieri e ricordi storici contemporanei”, p. 314, uno dei pochi testi ancora buoni dell’Ottocento): “La felicità di un popolo dipende molto più da un’amministrazione piena e imparziale della legge che dalla porzione di potere politico che potrebbe toccargli in sorte”. Una posizione a fronte della quale l’imperialismo risulta buono, e la decolonizzazione sbagliata, a profitto di banditi di strada, ieri capetti, schiavisti, sanguinari, oggi capi sanguinari e ladri eletti dal popolo.
La costituzione liberale, l’unica che la Sicilia abbia avuto nella sua trimillenaria storia, fu imposta dagli inglesi. Il nostro, scriveva l’ambasciatore in un memorandum pubblico quando le truppe inglesi dovettero lasciare l’isola, è stato pur sempre “un intervento negli affari interni della Sicilia”.

Melma a Milano
Attorno alla Edison si è consumato un decennio di turpitudini. Tutte quelle legate alle liberalizzazioni, al mercato libero, in questo caso dell’energia, e agli investimenti stranieri come Milano li intende. Sono stati dodici anni di ricatti dell’acquirente francese, il colosso Electricité de France, da parte delle municipalizzate di Brescia e Milano. Facendo leva sul “no pasaran” antifrancese imposto al-dal superministro lombardo Tremonti. Anche se Edf avrebbe potuto dare a Milano, all’Italia e al mercato italiano dei capitali e dell’energia un altro andamento, a favore degli utenti.
Gli interessi di sottogoverno delle due città non sono mai stati messi in dubbio peraltro dalle banche, tutte milanesi, e dai loro giornali. Ora c’è un’intesa, una divisione: Edf cede alle due città le centrali elettriche, riunite nella società Edipower, e si sbarazza dei soci lombardi. Ma la storia naturalmente non è finita. Adesso Brescia litiga con Milano, i sue sistemi di sottogoverno sono concorrenti. Tanto più che Edipower è un boccone avvelenato: la legge di liberalizzazione che nel 2000 obbligò l’Enel e cedere le “Genco”, le generation companies (le centrali elettriche), impone anche ad eventuali acquirenti pubblici di disfarsene “entro cinque anni”, termine abbondantemente trascorso – Edison acquistò la sua Genco nel 2002.
Naturalmente perché questa è la natura degli affari a Milano. Edison ripete, in piccolo, il dramma del suo progenitore Montedison nella chimica. Anche il colosso chimico fu affondato dal gioco incessante di demolizione che a Milano fa le funzioni di mercato. Melmoso, squartatore, all’insegna dei piccoli interessi politici, di gruppi o fazioni. Legati a questo o quel gruppo di potere, banche, giornali, in grado di dispensare soldi e favori.

Sudismi\sadismi
Paginone leopardiano la vigilia di Natale, lirico, romantico, stuccoso, del Grande Giornalista del “Corriere della sera” Gian Antonio Stella sul “derby marittimo tra Genova e Savona”. In gara per la costruzione di un terminal container per conto della Maersk, perché faccia concorrenza a Gioia Tauro. Un terminal che non costa nulla, scrive il celebre articolista, anche se a Savona vogliono costruirlo su una enorme isola artificiale - da costruire. E anzi porta all’erario ogni anno 4,6 miliardi… Roba da non credere, e da leggere:
http://www.corriere.it/cronache/11_dicembre_24/a-chi-andra-il-superporto-dei-container-cronache-dal-derby-della-liguria-gian-antonio-stella_9b519b84-2e0a-11e1-8940-3e9727959452.shtml
L’unica punta critica l’articolista ce l’ha su Gioia Tauro, anzi due: 1) le portacontainer sempre meno vogliono trasbordare a Gioia Tauro, 2)“il tracollo di Gioia Tauro precipitato dal 23° al 40° posto” – nella scala di Stella?

Calabria
È stata latinizzata via Sicilia, per poco tempo. Era stata Magna Grecia a lungo, da Locri a Crotone e Elea, e poi fu neo greca, cioè bizantina, a lungo. E tale è stata quando fu l’ultima volta, si vede dalla toponomastica, i somatismi, il linguaggio, la mentalità

Annibale, reimbarcandosi per l’Africa, fece sterminare i mercenari che non vollero seguirlo. Che erano Bruzi. Sempre perdenti, i Bruzi sono un chiaro ascendente.

Si cantano “arie calabresi” nel racconto “Sarrasine” di Balzac, l’amore impossibile del castrato, oltre alle seguidillas spagnole e alle romanze napoletane. Il nome allora non era disonorevole, e anzi aveva una sua preziosità.

Sulle sette regioni climatiche nelle quali è suddivisa l’Italia la Calabria partecipa a ben tre, caso unico: la quarta (Basso Adriatico e Ionio golfo di Taranto), la 6 (Medio Tirreno) e la 7 (Ionio e Basso Tirreno). Da qui l’umoralità?

La Giustizia l’antropologo Vito Teti, direttore del dipartimento di Filologia all’università della Calabria, associa, nella presentazione alle poesie “Parole del tempo” di Lorenzo Calogero, a una tradizione locale: “da Gioacchino da Fiore a Francesco da Paola, da Campanella ad Alvaro e a concezioni presenti nel mondo popolare”. Il bisogno essenziale di una cosa (essenziale) che non c’è.

Italo, da cui Italia, è il re mitologico degli Enotri, nella tarda età del ferro. Gli Enotri, antica popolazione italica, erano stanziati all’epoca nella Calabria settentrionale e nel golfo di Taranto. Secondo Pausania e Dionigi di Alicarnasso gli Enotri giunsero dalla Grecia. Il Devoto opina che avessero origine balcanica, illirica, tra l’Epiro e l’attuale Albania. Antioco di Siracusa, Tucidide, Aristotele in più passi della “Politica”, Strabone e poi Virgilio nell’“Eneide” fanno di Italo il re buono della Calabria meridionale, limitata al Nord dai golfi di Squillace e Lamezia.

Non c’è calabrese che non s’intenda di acqua. Esperto, tignoso. Di acqua interna, dolce, potabile. Anzi di acque: di ogni sorgente volendosi conoscitore di ogni qualità organolettica, e miglior giudice di sapore, freschezza, alterabilità, digeribilità, Molti fanno viaggi periodici per riempire boccioni e damigiane, la provvista settimanale di acqua da bere e da bollire. In un Aspromonte altrimenti deserto, in prossimità di ogni sorgente non è raro incontrare una coda di macchine in attesa.
Lombroso, “In Calabria”, già nella prima edizione delle sue note, pubblicata nel 1862, parla d’acchito delle acque: “Eccellenti acque e buone fonti sulfuree”, che incontra un po’ ovunque, a Gerace, Cassano, Melissa, Cerisano, Palestrine, Fuscaldo, Sersale, Crotone, Strongoli, San Nicola, Pallagoia, Polistena, Feroleto, ferruginose a Parenti, Girifalco, Ameroni, Gasparrina, Olivadi, Pizzo, Centrachi, saline a Zagarise, sodiche purgative a Sellia, e genericamente termali a Sambiase, Guardia Piemontese e Gerace (Antonimina). Oggi non se ne sa nulla, eccetto forse Antonimina e Guardia. La pignoleria individuale è specchio dell’inettitudine generale?

Gramsci era arbëresh, albanese di Calabria. Di una famiglia di piccoli proprietari terrieri, originaria della città albanese di Gramsh, emigrata in Calabria nel ‘500. Il trisavolo Gennaro Gramsci è documentato nel Settecento a Plataci, paesino albanese presso Castrovillari. Suo erede è Nicola Gramsci, il bisnonno di Antonio. Di cui sarà figlio Gennaro, il nonno di Antonio, anch’esso nato a Plataci. Gendarme del Regno, Gennaro si sposerà a Gaeta. Il suo secondo figlio fu Francesco, che alla morte del padre, quando era ancora studente di legge, dovette cercarsi un lavoro e lo trovò a Ghilarza in Sardegna. Dove si sposò con la figlia dell’esattore delle imposte e piccolo proprietario. Il loro quarto figlio sarà Antonio.

leuzzi@antiit.eu

Ombre - 113

Che scandalo è se non c’entra la Juventus, o almeno Buffon, s’interrogava questo sito a proposito del calcio scommesse. Ed eccoli: nelle telefonate ci sono anche Buffon e Cannavaro, menzionati come scommettitori – insieme a Gattuso, che però, si sa, è calabrese, sarà un selvaggio. In una sola telefonata. Per il Procuratore irrilevante: “non ci sono riscontri”, dice, non si ricordava nemmeno dell’esistenza di quella intercettazioni. Che però fa testo, nei titoli, in ampi articoli.

C’è uno spread di cui non si parla e invece è più significativo: quello del Btp rispetto al Bono spagnolo. Era a 460 punti rispetto al Bund tedesco, alla pari con quello del Btp a metà novembre, prima delle elezioni in Spagna. È ora, pur oscillando, attorno ai 270 punti, la metà di quello italiano. Perché i mercati credono di più alla Spagna, che pure ha una disoccupazione doppia di quella italiana? Perché ha un governo più “intelligente”, politico? Perché la Spagna non è sovietica, non avvelena l’opinione con l’odio?

Draghi non compra più Btp , e lo spread risale oltre i cinque punti. Mentre finanzia all’1 per cento le banche. Che così si comprano i Bot al 3,5 per cento: si fanno un 2,5 per cento in pochi minuti. Una critica, una sola? Siamo all’epoca delle banche, è vero.

Paginone strappalacrime la vigilia di Natale sul “Corriere della sera” sul “derby della Liguria” tra Genova a Savona a chi avrà il terminal container della danese Maersk. Un porto che Comune, Provincia, Regione e lo Stato dovrebbero costruire per i danesi. Con una spesa che il giornale riduce a niente, o poco più. Vantando invece 4,6 miliardi di entrate per l’Erario...
Roba da non credere, una pippata enorme per una ditta danese. Magari gratis. Potenza delle pr milanesi.

Dopo il “verde” la beneficenza: tutti i gruppi e le aziende quest’anno, dopo aver preso, danno, hanno dato, daranno. C’è un che di ingenuo nel capitalismo, nella sue mode, nell’essere à la page. Ma il sentimento di fondo evidentemente, a cui il capitale si lega come un paguro, è per la carità. Succede in tempo di crisi, quando hanno esiti controllati, gestiti, e non ribellistici - – il dono è precapitalistico, il dono capitalista è altra cosa, un impiego (la “falsa moneta” dell’apologo di Baudelaire).

Le Camere votano a scatola chiusa, senza emendamenti e con la fiducia, il decreto Monti. Anna Finocchiaro, capogruppo dei Pd,sente il bisogno di dichiarare: “A me pare che la gestione della manovra sia avvenuta con una valorizzazione importante del Parlamento”. Il Partito ha sempre ragione.

C’è naturalmente un giudice a Palermo per scarcerare Massimo Ciancimino contro ogni richiesta della pubblica accusa e contro ogni evidenza. E contro le sue stesse attese, e del suo avvocato.
Perché naturalmente? Perché ci sono giudici a Palermo. Per condannare la gente per bene e assolvere i delinquenti. Gratuitamente – cioè: si fanno pagare per questo dallo Stato.
Per questo la Sicilia (non) è grande.

Spazio a ufo nei tg Rai e Sky per Berlusconi bloccato dai cronisti all’uscita dal processo Mills. Niente bilancino questa volta sulle sue apparizioni in tv rispetto agli spazi concessi ai concorrenti. Motivo: era inquadrato tra i carabinieri.

“Sacrifici veri”. Il vice ministro Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro e ex ragioniere generale dello Stato, si compiace col “Sole 24 Ore” che con questa manovra saremo chiamati a pagare soldi veri invece che contabili, partite di giro. Le famiglie, non gli altri. E nemmeno lui, lui è garantito. E sarà per questo che Grilli è contento – il debito infatti è sempre lì, inalterato malgrado i sacrifici veri.

lunedì 26 dicembre 2011

Letture - 81

letterautore

Confessione – È passione filologica: ristabilire la verità, cioè il già detto, impresa doppiamente ardua. È il filo del romanzo di Freud. L’io è in tutte le narrazioni, compresi i verbali dei carabinieri, quelli anzi più di tutti, approssimati come sono nel loro dettaglismo, e fino nei racconti di racconti. L’Io assertivo, specie nei ricordi d’infanzia, tra zie e robinie, è ridicolo, e riconosciuto per tale. Già a fine Ottocento se ne dubitava – non ce n’è tanto in Proust, lo scrittore di se stesso. Ma ora c’è l’Io scientifico, quello indotto dall’analisi, di qualsiasi tipo essa sia, freudiana, junghiana, selvaggia, che si presume oggettivo e razionale ed è il più manierato, di maniera perfino violenta. Questo individuo è strano, il granello del sorite. Si ha voglia di fare la parti e restaurare la terza persona, e perfino la realtà delle cose, che certo non manca, un temporale è un temporale, o un terremoto, un figlio, un incidente di macchina, ma la prima fisica è questa, dell’Io che pensa, la prima indeterminazione. L’io dev’essere una conquista, se i bambini ci arrivano dopo la terza persona. Ma l’io naturale può essere terribile, specie nella distruzione, anche se è inafferrabile.
Forse per questo l’identità talvolta è camuffata, da Kierkegaard o da Pessoa. O è negata. È il caso di Ettore Schmidt, in arte Italo Svevo, accreditato di un romanzo quasi postumo, e invece autore di una diecina di romanzi e drammi, scrittore tra i più fertili, e centinaia di racconti, in sintonia con l’Europa e il mondo, che non si pubblicavano. Uno per il quale, diceva, “scrivere è sentirsi vivi”. L’“impersonalità del mondo” di Heidegger era nel “Grand Hotel” di Vicki Baum, per non dire del più tragico Pirandello, nell’antropologia di Plessner (“eccentricità”) e Arnold Gehlen (“destituzione”), e nella fine della prima grande guerra civile europea. E dopo cinquant’anni e alcune altre guerre micidiali il menu è uguale al dettaglio: masse che comprano e ciacolano, urbanismo, nevrosi del quotidiano, teatrino politico, tv realtà, e la cultura del giornalismo. Il deserto è perfino peggiorato, in Europa e non solo. Con tutto il flusso di coscienza: l’autobiografia è finzione, un teatrino, autorappresentazione. Con tanti trucchi: l’invenzione della mamma, l’invenzione del bambino, l’amore a due - “il bambino è il padre dell’uomo” è di Woodsworth, 1850, piena epoca borghese. Una rappresentazione, questa sì, piena di trucchi - la letteratura è trucco, ma quella della verità è trucco da baro, non da poeta. Tutto si àncora al “si”, impersonale e inautentico, triviale e banale. Ma, poi, la democrazia è banale, inautentica per definizione e voca-zione: volendo comporre gli interessi si tiene in superficie.
Ma, poi, confessare è pratica sociale - pochi veramente si vergognano, e si pentono, tra i fedeli e gli stessi preti sopratutto - e plebea. In vista di un’indulgenza, un premio, un favore. E si scrivono vite di Casanova, che tutta la vita se la scrisse da sé, e di Rousseau.

Dante – Prendere Beatrice in senso letterale, colei che bea, consiglia W.Benjamin in “Amore platonico”, un breve testo della raccolta “Brevi ombre” compresa nei “Denkbilder”: “Per questo amore l’amata sorge dal suo nome come i raggi di un focolare ardente. Così la «Divina Commedia» non è altro che l’aura attorno al nome di Beatrice. La rappresentazione più potente, sorgendo tutte le forze le forme del cosmo dal nome uscito dall’amore”.

Deduzione – Non è intrinsecamente valida, motivo di verità e di giustizia, anzi. Aristotele lo spiega nei “Primi Analitici”: “Un’argomentazione è falsa se prende le mosse da un primo elemento falso (proton pseudos)”. Nel “Cratilo”, 436 C-E, Platone ricorda che, da un’opinione falsa, si possono trarre conseguenze logiche ma altrettanto false. Concludendo che non si può accettare la correttezza delle inferenze come garanzia. Non si deve usare la correttezza intrinseca del testo come segno di verità. Anche questo passo è noto come il topos del proton pseudos – del preliminare falso.

Filologia – Abbiamo avuto un “Ulysses” nuovo venticinque anni fa, l’edizione Gabler del 1984 “critica e sinottica”, rispetto all’edizione standard Bodley Head-Random House del 1960-61. Con cinquemila varianti significative. Ma Hans Walter Gabler le ha ricavate riscrivendo in pratica l’“Ulysses” ispetto alla redazione licenziata dallo stesso Joyce (con le bozze riviste) nel 1932. Poi l’edizione di Gabler si è manifestata un abuso, una compilazione di diverse varianti, con il recupero di tagli, rispetto alle scelte operate, a varie epoche, dallo stesso Joyce - e secondo alcuni perfino un’operazione commerciale, per rinnovare i diritti sull’opera in scadenza a favore degli eredi.
Dopo cinque anni la scoperta veniva accantonata, l’edizione del 1960-61 è stata rimessa in circolazione, ed è l’unica disponibile (C’è un’edizione Vintage dell’edizione Gabler, ma non più in circolazione). Mentre quella del 1960-61 gli eredi, a smentire ogni intento commerciale nella riedizione Gabler, hanno voluto che circolasse anche in edizione Woosdworth, a soli 2 euro.
Ma la vicenda non è da considerarsi per questo chiusa. C’è alla base della riedizione Gabler una diversa concezione del lavoro redattoriale (editing), e della critica del testo, in Europa rispetto a quella americana, e ora anglosassone. Qui si tende a esaminate sullo stesso piano tutte le varianti, che siano opera dell’autore, del trascrittore, dello stampatore, del correttore di bozze, del revisore, per adottarle variamente sulla base di diversi criteri di scelta, seppure tutti si vogliano “critici”. Negli Usa si assume come testo base (copy-text) la prima edizione. Nel caso dell’“Ulysses” il copy-text è rafforzato dal manoscritto cui Joyce si sobbarcò anni dopo la pubblicazione, a fama consolidata, per venderlo sul mercato, che copre circa la metà del testo.
L’“Ulysses” insomma come caso da manuale dell’inattendibilità della filologia, se non come narrazione – non come scienza. Il caso Joyce, nel Novecento, dopo quattro secoli di arte della stampa, con l’autore ancora vivente quando già si poneva il problema filologico, è solo un riflesso del vortice della classicità. Di cui si discutono le virgole, anche in filosofia, ma che ci è giunta attraverso il lavoro di migliaia di amanuensi, alcuni in non improbabile stato alterato (buffoneria, vino, fantasia, ignoranza). Nonché il significato esatto delle parole, di lingue morte.

Immagine – Jünger (“Il mondo mutato”) cita “La corazzata Potëmkin” come esito straordinario del linguaggio surrettizio delle immagini, e “Metropolis” con qualche riserva. Linguaggio che dice violento: manipolativo, impositivo. Posteriormente lo avrebbe trovato in “Arancia meccanica”, in “Odissea “2001”. Film al modo di Jünger anch’essi violenti. Ma non ci sono romanzi o racconti altrettanto evocativi delle tre epoche o mondi. Anche storici, storicamente “esatti”.
Jünger direbbe che è l’immagine che crea il mondo, ma è dubbio. È ipotesi accattivante. Ma se Jünger avesse pubblicato libri illustrati dopo il 1933 si sarebbe ricreduto. A meno che: quanta Leni Riefenstahl è Hitler, e quanto Hitler è Riefenstahl?

Manzoni - Il “maestro” d’italiano ha dovuto impararlo, con fatica, essendo mezzo francese e mezzo lombardo. E ancora negli anni 1850 si faceva leggere, nel romanzo che fu la sua ambizione da grande, nella prima redazione, lombarda, piuttosto che nella terza, risciacquata in Arno.
Grazie a lui però possiamo scrivere “pover’uomo” invece di “pover uomo” – peccato che non si sia trova a scrivere “qual’e”.

Scrittura – In “Midnight in Paris” l’alter ego di Woody Allen si definisce “uno che scrive per Hollywood, non posso dedicarmi alla vera scrittura”. Proponendo una singolare equazione: se il mass market di Hollywood sta al nostro in rapporto da 10 a 1 (per qualità del confezionamento, attualizzazione dei temi, avanzamento tecnico, soggetti, idee, sceneggiature, promozione),in che rapporto sta la “vera scrittura” americana rispetto a quella che (non) c’è da noi?

Sogni – Sono singolarmente inerti quelli dei gradi collezionisti, Benjamin, Jünger. Quelli di Borges sono addomesticati.

letterautorer@antiit.eu

La vita di sogno interrotta di W.Allen

Sulla trita novità “Parigi è una bella donna” Woody Allen costruisce un bell’apologo: vivere i propri sogni. Il suo sogno è gli anni Venti a Parigi (Cole Porter, Scott Fitzgerald con Zelda, Hemingway, Gertrude Stein, Picasso, Dalì, Buñuel, Matisse…), quello della musa Adriana che condivide i suoi anni Venti è invece la Belle Époque (Toulouse-Lautrec, Degas, Gauguin…), quello del detective sanculotto è naturalmente l’Ancien Régime, dove però tagliano a lui la testa. In alternativa, il sogno del protagonista è andare a spasso per Parigi anche sotto la pioggia, con una terza donna, Gabrielle. Col contrappunto del sogno per eccellenza, l’American Dream, che però è qui esposto nudo, onesto ma grettamente pratico.
Una bella idea svolta con poca convinzione: una sorta di coitus interruptus dalle solite battutacce. Una forma di disappetenza. O è la legge di Hollywood, che W.Allen deve fare il W.Allen.
Woody Allen, Midnight in Paris