sabato 4 febbraio 2012

I filosofi non sanno (vogliono, possono?) conversare

Di che parlano i filosofi quando parlano e non riflettono? Fanno conversazione inconcludenti, come ai talk show, poco interessati anche. Gli argomenti sono seri: “«Io dovrei» implica «io posso», o “l’orgoglio”, o “sembra… (perché «sembra»?)”. O forse no. Ma i filosofi non conversano, questo non è il solo caso, al meglio si mandano libri e saggi.
Utile per alcuni particolari biografici, questa raccolta di appunti si apprezza giusto per un paio di pettegolezzi. I migliori studenti di Wittgenstein “non fanno i filosofi”. Russell teneva lezioni nel 1945 davanti a “tre sale piene di donne e di soldati americani”. Moore a lezione “si scervellava continuamente ma era superficiale”.
Ludwig Wittgenstein. Conversazioni annotate da Oets K. Bouwsma, Mimesis, Remainders, pp. 85 € 6

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (116)

Giuseppe Leuzzi

S’incontrava a Reggio Calabria trent’anni fa un colonnello Morelli dei carabinieri che sapeva tutto delle mafie locali. Aveva raccolto in un volume gli alberi genealogici e gli organigrammi della famiglie mafiose, con le ramificazioni fuori paese, fuori regione, e fuori d’Italia. Una ricostruzione consentita, affermava, dagli scambi d’informazioni con le polizie dei paesi d’emigrazione, l’Australia soprattutto, e il Canada. Poiché in Italia le banche non collaboravano, “e nemmeno le Procure”. Gli esempi che il colonnello trasse dal suo riservatissimo lavoro si rivelarono successivamente fondati.
Morelli era stato nel 1978 capo di stato maggiore della Divisione Pastrengo a Milano. Di cui sarà comandante l’anno dopo il generale Dalla Chiesa. Preceduto nel 1973 dal generale Palumbo, famoso per aver brindato il 9 marzo di quell’anno con i suoi ufficiali allo stupro collettivo di Franca Rame.
A Milano Morelli aveva individuato nell’agosto 1978 il rifugio brigatista di Monte Nevoso, quello delle “carte di Moro”. Che Dalla Chiesa, capo dell’antiterrorismo, si riservò di assaltare il 10 ottobre, con una perquisizione lacunosa.

“E che pensavano, che io che lavoro tanto mi frego per uno scontrino non emesso?” Rocco Princi, un duro panettiere calabrese che s’è fatto quattro negozi a Milano, ha avuto il fisco ovunque di sabato, nelle ore di maggiore affollamento, per cinque ore, con modi terribilisti. Qualche giorno dopo, scippato mentre andava in banca a depositare l’incasso, ha avuto l’onore delle cronache e si è difeso irridendo il fisco-show. Con lo stesso giro di frase che Campanella usava con i suoi torturatori.
Campanella è sopravvissuto ai 27 anni di carcere, e resta Campanella. Rocco Princi sopravviverà all’inevitabile imputazione di ‘ndrangheta?

Nessuno scandalo a Milano per l’imprenditore scippato per strada. Solo un po’ di gossip sulla visita della Finanza.

Pentiti
Ciancimino, quello vero, il padre, s’era offerto di fare il pentito. A metà marzo del 1993, parlando con l’allora Procuratore capo di Palermo Caselli a Rebibbia. Dopo una settimana, Caselli rigettò la profferta (Ciancimino, incauto? provocatore?, nel colloquio col magistrato aveva avanzato dubbi sugli assassinii di La Torre e Dalla Chiesa, insinuando che fossero stati ordinati dal continente, se non dai “comunisti”). Che Sud avremmo avuto con Ciancimino pentito?

I pentiti hanno destrutturato molte mafie. Hanno sputtanato alcuni giudici. E qualche funzionario di polizia lo hanno rovinato. Oltre ai loro nemici personali. Ma tutti sono retribuiti e pensionati. E la mafia è sempre lì.

La tremenda potenza dei pentiti, inaugurata dai terroristi, sintetizza Antonio Savasta. Catturato l’8 gennaio 1982 dopo 17 omicidi accertati, nella liberazione del generale Dozier che aveva sequestrato, dieci anni dopo, a 37 anni, era libero, con una nuova identità, una professione, tecnico informatico, e un capitale di avviamento fornito dallo Stato.

La cosa è antica, Plutarco la esamina ne “Il demonio di Socrate”: “È naturale che l’anima di ogni scellerato si volga in se stessa e consideri: come fuggire al ricordo della colpa, rimuovere da sé il rimorso, e iniziare di bel nuovo una vita diversa ritornando pura”. Anche per un’economia del male: “La scelta del male non è coraggiosa, lucida, durevole, stabile: altrimenti, per Giove, dovremmo dire che gli ingiusti sono uomini sapienti”.

È fine 2005, Andreotti è infine assolto a Palermo dopo un lungo processo, e il suo avvocato, Giulia Bongiorno, nota: “Negli anni fra il 1993 e il 1995 tutti i pentiti parlavano di Andreotti, ne ricordo almeno trenta, e dopo non hanno parlato più?”»
Contro Giacomo Mancini il generale dei carabinieri Niccolò Bozzo, che sterminò i socialisti in Calabria, dove raccoglievano pericolosamente oltre il 20 per cento del voto, aveva trovato 24 (o 28) pentiti. Che furono buoni a fare il processo preventivo nei giornali, ma il Tribunale dovette assolvere Mancini.
Questa sessantina di pentiti sono tutti pensionati?

Una prima raccolta di queste annotazioni, “Fuori l’Italia dal Sud”, 1992, recava un titolo collaterale: “e con il CONDONO MAFIOSO. Come risolvere la questione Italia”. Era un titolo per ridere e invece il condono c’è stato. Ampio. Benedetto. Con la malsana gestione dei pentiti, tra Biagi, Bocca e Lodato, giudici scaltri e sbirri infedeli: la mafia lavora ora in attesa di pentirsi, prepensionandosi gratis con l’Inps.

Mafia
“Perché tanto dolore?”, si chiede l’ex vescovo di Locri GianCarlo Maria Bregantini all’indomani della strage di Duisbug, “acerbo, pungente, e disarmante”.

Il Procuratore Capo di Reggio Calabria Pignatone inaugura l’anno giudiziario 2012 dicendo la mafia imbattibile: nella sua provincia, dice, nei paesi di 10-15 mila abitanti, si contano 3-400 affiliati ai “locali di ‘ndrangheta”. Che per una ventina di Comuni di quelle dimensioni fanno ottomila killer. Cinquantamila coi familiari stretti, fiancheggiatori obbligati.
Ha un barlume, il Procuratore, che possa essere troppo, e aggiunge: “Numero che probabilmente ora si raggiunge con difficoltà in una città come Palermo” Compresi nei 3-400 quelli che della Procura di Palermo che lo ostracizzarono, minacciando di mandarlo sotto processo?
Palermo non ha diecimila abitanti ma quasi settecentomila.
Un altro Procuratore capo in uscita dalla Calabria, Agostino Cordova, dichiarava vent’anni prima esatti, giorno più giorno meno, che “nella plaga”, cioè nel territorio da lui controllato, la ‘ndrangheta era imbattibile. Si dice per fare carriera? Ma a Cordova alla Procura di Napoli fecero poi la pelle.

La ‘ndrangheta a volte riserva sorprese. Antonio Nirta detto “Du naschi”, due narici, perché sparava a pallettoni col fucile a doppia canna, per anni presentato come capo di una potente cosca di San Luca o di Platì, che teneva sotto controllo la locride e il business dei rapimenti di persona, era un confidente dei carabinieri. Lo disse il generale Delfino agli inquirenti milanesi nel 1993, e il generale Bozzo, il referente di Nirta, lo lascia intendere nelle sue memorie.
Lo stesso Nirta è stato autorevolmente “infiltrato” anche nell’agguato di via Fani a Moro e alla scorta, come il vero esecutore materiale della mattanza. Ma questa storia fa parte delle faide tra i generali dei carabinieri.

leuzzi@antiit.eu

venerdì 3 febbraio 2012

Il ribellismo è moderato in Italia

Un’architettura sapiente per ampiamente giustificare la ripulsa della rivoluzione. Strano per l’autore dei “Promessi sposi” e della “Storia della colonna infame”, così pieni della violenza del potere, italianamente sovversivi. Il ribellismo italiano è moderato: è radicale (collerico) ma rifugge dalle novità - “le piccole sovversioni fanno i grandi conformismi” è argomento formidabile di Jean Emond quarant’anni fa, letterato filosofo subito dimenticato.
Alessandro Manzoni, Storia della rivoluzione francese

Letture - 85

letterautore

Dante – È un gemelli. Che caratteristicamente se ne vanta nel “Paradiso”, XXII. D’intelligenza pratica.
È “il fondatore di un’aristocrazia letteraria”, sostiene Nino Borsellino, “Ritratto di Dante”. Di questo l’Italia, la società e la letteratura, porta sempre non virtuose le stimmate. Di un’élite sospesa nel vuoto, né terra né cielo, della boria.

Nel “Suicidio della rivoluzione” Augusto Del Noce nota che con De Sanctis si abbandonò Dante per l’apologia e il mito di Machiavelli. E conclude. “Il passaggio da Dante a Machiavelli è l’inizio della crisi o errore del Risorgimento”, l’esclusione dell’Italia religiosa.

È un contemporaneo, di tutti i tempi. Nel senso dell’antifrasi di Mandel’stam: “Dante è antimodernista. La sua contemporaneità è inesauribile, incalcolabile e inestinguibile”. Viene sotto traccia. Per l’incontinenza, l’orgoglio, l’umoralità, il superego, l’individualità rimossa che s’impenna sfrenata. A differenza dei poemi classici, che fanno l’unanimità, di sentire e di pensiero, tutto nella “Commedia” è contestabile. Il giudizio e la politica. Lo stesso cielo allontana più che avvicinare - Beatrice sembra un Dante in gonnella, nei pregiudizi e le violenze, quanto lontana dalla “Vita nova”. Non fosse per la forza narrativa.
Anche come via alla perfezione, o alla salvezza, non funziona, la “Commedia” è irta e scivolosa, per i non credenti e i credenti. E l’esilio, altrimenti tema di nostalgie e buoni sentimenti, è freddo, anche quando è polemico
È un classico ma in senso biblico, divisivo, contestabile.

Resta profetico, benché soverchiato dalla narratività. In questo senso lo inquadra Papini, “Dante vivo”, 1933: “Era nutrito, come tutti i cristiani erano e dovrebbero essere, col midollo della Bibbia. Ma ho il sospetto che si confacesse al suo spirito più il Vecchio testamento che il nuovo. E nel Vecchio doveva sentirsi più vicino ai Profeti”. Per “quel bisogno di avvertire, di ammonire, di minacciare, d’annunziare, in forma simbolica ma spesso irata e cruda, tanto i castighi che le salvazioni future”. Papini trova “le potenti fulminature d’Isaia e di Geremia” anche nelle lettere politiche.
Della sublimazione quasi divina di Beatrice nota che è estranea al cristianesimo e senza precedenti nella poesia di tutti i popoli. Ma il Dio “femminile” non era della poesia cortese, la bellezza di Dio come bellezza femminile, e la donna angelicata? E già della poesia araba, specie dell’andaluso Ibn Arabi.

È Leopardi. Elegiaco, purgatoriale, col “tremolar de la marina”, “l’“oriental zaffiro”, l’“aura morta”, le pecorelle che escon dal chiuso, e naturalmente “Era già l’ora che volge il disio”.

Campanilista e universalista. Mario Luzi , “Rileggendo Dante. Il tema dell’esilio”, lo dice doppiamente marcato, nel rapporto con la città e con le idee e i principi.

Un “Beethoven dell’avvenire” gli pronosticava Lizst scrivendo a Berlioz, e pensava a se stesso. Del musicista vagante Dante fu punto di riferimento costante, fin dalla giovinezza. Con la sonata “Aprés une lecture de Dante” e poi con la “Dante-Symphonie”, con sopranno e coro. “Dante ha trovato la sua espressione pittorica in Orcagna e Michelangelo”, scriveva Lizst a Berlioz: “E gli un giorno troverà forse la sua espressione musicale nel Beethoven dell’avvenire”. Un’ambizione che coltivò tutta la vita: “Durante gli anni italiani egli era solito trascorrere ore intere leggendo insieme all’amata Maria (d’Agoult, n.d.r.) il poema dantesco”, scrive Carlo Cavalletti, “in una sorta di romantica immedesimazione con la coppia Dante-Beatrice”.

Dittature – Il rapporto fra le dittature e l’arte, seppure indagato, resta sconfinato. A partire da Augusto. La Sinfonia n. 10 di Šostakovič, composta nel 1953 dopo la morte di Stalin, viene presentata a Roma, a Santa Cecilia, come “antistaliniana”. Arrigo Quattrocchi ricorda che Solomon Volkov, raccogliendo le confidenze del compositore in “Testimonianze”, gli da dire che la sinfonia “è imperniata su Stalin e sul periodo staliniano”. Un accenno che sembra critico. Ma la sinfonia è un epicedio e un inno, specie il secondo movimento, che sarebbe il ritratto musicale di Stalin. La destalinizzazione arriverà un paio d’anni dopo, per le esigenze del “disgelo” (il disarmo).
La musica e le arti in particolare, più che la letteratura, sembrano avere una particolare predisposizione per i dittatori ancora nel Novecento, in Italia, Germania e Urss.

Italiano – Il “Vocabolario degli Accademici della Crusca”, 1612, di cui si celebra il mezzo millennio, l’opera che ha assestato l’italiano come lingua nazionale, e fu modello a tutta le lessicografia europea, non ha la voce “italiano”. La esclude anzi di proposito, a partire dal titolo. Sul titolo gli accademici discussero per tre anni, spiega Lorenzo Tomasin (“Italiano. Storia di una parola”), ma senza mai l’opzione “italiano”. Optarono per “Vocabolario della lingua toscana”, che in bozze cambiarono in “Vocabolario della Crusca”.
La parola ricorre nelle citazioni ma non ha un suo lemma. Ci sono tutti i nomi di nazionalità, francese e francesco, germanico e tedesco, saraceno e saracinesca, ma non italiano.

Letteratura – Muove il mondo. Anche quella scientifica – questa di più. Anche quella tecnica. Non come metafora del mondo ma come forma di comunicazione calibrata, reale e immaginativa insieme, capace di dare vita al mondo stesso.

Manzoni - Si potrebbe dire non italiano. Stendhal lo direbbe non italiano, così spassionato. Non per le mogli, nè per i figli, che pure fece in gran numero. Nemmeno per l’italianità, di cui pure fu cultore. Per la rettitudine. O per le fede, di cui si voleva araldo.

Tradizione – Capita di fare contemporaneamente quattro letture convergenti. “Il dio delle piccole cose” di Arundhati Roy, attorno a una comunità di cristiani siriaci nel Kerala. Il “Viaggio sentimentale” di Sklovskij, con gli Assiri che vanno e vengono dal Transcaucaso all’India. “L’isola della noce moscata” di G. Milton, dove il primo inglese a visitare l’India è, nel 1589, un gesuita, Thomas Stevens. E la “Prima lezione di storia greca” di Canfora, dove ricorrono le popolazioni di lingua greca e aramaica del Nord-Ovest dell’India sotto l’imperatore Ashoka (III sec. A. C.). Letture che convergono verso una sorta di inalterabilità della tradizione. E verso una cristianità diffusa, anche se compressa o repressa, sempre viva. Mentre è, dal Caucaso in là, un residuo poco convinto. E più per i benefici che se ne attende che per la forza della tradizione.

Traduzione – Croce la divideva, come per la donna, in “brutte fedeli e belle infedeli”.

L’Aits, Acquisition inventive translation syndrome, era stata inventata una ventina d’anni fa per connotare l’invenzione della traduzione. La sindrome non ha avuto fortuna ma il testo inventato dai traduttori spesso prevale sull’originale. I due casi più noti sono dei Vangeli, quello dei Re Magi che portano oro, incenso e mirra e quello del cammello che non passa per la cruna dell’ago. Da tempo si sa che l’aramaico dhb non è oro ma odore, essenza, e che il greco kàmelos si può e forse si deve leggere kàmilos, e vuole dire cima, gomena. Ma le correzioni non si fanno, anche se in un testo sacro la fedeltà filologica è sostanziale. Ceronetti è traduttore Aits, e celebrato, di testi sacri: dalla Bibbia, dal Corano.

Ha anche un martire, almeno uno: Etienne Dolet, umanista riconosciuto, che fu suppliziato a morte il 2 agosto 1546 a Parigi perché la sua traduzione di Platone metteva in dubbio l’immortalità dell’anima. Avrebbe potuto dire che s’era sbagliato, che aveva tradotto da una cattiva copia – Platone è dei copisti, e i copisti non erano chierici?

leterautore@antiit.eu

giovedì 2 febbraio 2012

Problemi di base - 89

spock

Perché Monti vuole i burocrati manager - attivi, risolutori - e gli imprenditori pubblici burocrati, seppure di Cassazione?

Dice Monti che lavorare stanca. E non lavorare?

Monti è stato inventato per i talk-show, o i talk-show erano stati inventati per Monti?

Il potere è risolutore o dissolutore?

Ma Lucifero si ribellò a Dio o alla creazione, all’uomo di Dio?

Ha creato un capolavoro, tanti capolavori, e li ha abbandonati, non sarà Dio uno capriccioso?

Quanto peserà l’anima di Berlusconi? E di Monti?

Perché Dante dovrebbe essere islamico?

E massone?

spock@antiit.eu

L’inferno di Maometto per Dante

Si volle Dante improvvisamente islamico per il sesto centenario, nel 1921, a ridosso del revival ispanoislamista del primo Novecento, con questa sensazionale “Escatologia islamica nella Divina Commedia”, pubblicata originariamente nel 1919, un lavoro di recupero delle fonti opera del gesuita, filologo e arabista spagnolo Miguel Asίn Palacios. Una novità tale da offuscare ogni altro contributo alla ricorrenza, di cui finì per monopolizzare l’attenzione, in Italia e fuori. Anche se completamente “fuori tema”.
Asín Palacios lega il viaggio di Dante a quelli oltreterreni di Maometto, i mi’rāg, un genere di favolello popolare di cui riporta varie redazioni – hadīţ, detti - sebbene tutte apocrife. E alle dottrine neoplatoniche e mistiche del filosofo mussulmano Ibn Masarra, il fondatore della “filosofia ispanomussulmana”, di cui è lo studioso. Già nei suoi lavori sul Masarra Asín Palacios aveva sottolineato, dice qui, “la stretta relazione di somiglianza” dell’ascesa di Dante e Beatrice nel Paradiso con quella di un filosofo e di un mistico descritta da un discepolo del filosofo, il sufī Ibn Arabi, in un’opera intitolata “Futūhāt”.
Asín Palacios trascrive vari hadīţ dei mi’rāğ di Maometto, tutti svelti, alcuni di poche righe, con l’arcangelo Gabriele. In uno di questi Maometto incontra, dopo gli usurai, “alcune donne appese per i capelli”: sono “le donne che non nascosero il loro viso e la loro chioma agli sguardi deglie stranei”. Ci sono anche i “bevitori di vino” e le “cantanti”, e quelli che non fanno le “abluzioni rituali”. Il trattato fu corredato nel 1924 da un volume di “Storia e critica di una polemica”, di polemiche e contro polemiche, che sarà aggiornato nel 1943.
Un’opera e un’operazione col sapore di altri tempi: il religioso arabista, l’autoelogio, la patria comunque, e il duca d’Alba. È “per generosa iniziativa dell’eccellentissimo duca d’Alba” che il libro è tradotto in inglese, per diffonderne il messaggio nel grande mondo angloamericano – il XVIImo duca d’Alba era mezzo inglese, Jacobo Fitz-James Stuart y Falcò (il XVIIImo duca, la sua figlia Cayetana, si è appena risposata a 85 anni con un giovanotto, una maschera irrigidita di plastica, dopo essere stata a lungo famosa come suocera del torero Ordoñez). L’appendice di polemiche e contropolemiche registra 50 favorevoli, contrari 20, di cui 15 italiani, incerti 3 (tra cui un P. E. Pavolini - Paolo Emilio, il dotto poeta filologo padre del fascistissimo Alessandro). I favorevoli Asίn Palacios dice “una settantina”, alcuni li conta doppi o tripli. L’arabista Giuseppe Gabrieli è censito con cinque interventi, di cui tre favorevoli e due contrari. Come allo stadio: l’accoglienza critica è quella dei tifosi alla partita.
Il libro è ponderoso, e non dimostra niente. Questi mi’rāğ, ascesi – il miraggio è originariamente ascesi, salita dell’anima al cielo - nell’oltretomba sono tutti più o meno a somiglianza di quello di Dante, cioè sono uno schema ricorrente. Non c’è naturalmente, non ci può essere, raffronto poetico, di linguaggio o anche soltanto di personaggi, eventi, “materiali”. Ibn Arabi dice l’islamista Gianroberto Scarcia “estatico rappresentante massimo dell’«anacreontismo mistico»”. Anche se si deve a lui in particolare, più articolata tra i tanti, “la dottrina di un Dio «femminile», e l’idea della donna come rappresentazione della Bellezza divina” (introduzioni a “Poesia dell’islam”, Sellerio, 2004). Quanto al neoplatonismo se ne è ritrovato talmente tanto nella patristica, smaltita la sbornia scolastica, molto prima del concilio di Firenze e di Gemisto Pletone, da riempire intere filosofie ispanomussulmane. Il Mediterraneo, nell’avvertenza non perenta di Pirenne, era unitario – lo è stato fino all’insorgenza islamoturca, parallela allo spostamento del baricentro europeo al Nord con la Riforma. Senza contare che, quando se ne farà la storia, il regno di Granada alle cui fonti Asίn Palacios attinge fu un mondo a parte nel mondo islamico, se non già una sorta di Atlantide.
Carlo Ossola, in una densissima prefazione (settanta note per tredici paginette di testo ) esalta Asίn Palacios (e Maria Corti) smontandolo. Asίn Palacios è confermato dal “Libro della Scala”, che però fa capo alla Bibbia, sulla quale si è innestato un vasto immaginario medievale. Fra le “simmetrie di struttura… vivacemente segnalate da Asίn Palacios e accolte da Maria Corti”, della “Commedia” coi mi’rāğ, manca “il lascito funzionale più consistente”, il contrappasso, che caratterizza la “Commedia” e che Dante menziona proprio al canto di Maometto e Alì: “La dichiarazione dantesca del contrappasso (“Così s’osserva in me lo contrappasso) è apax che sigilla proprio il canto XXVII dell’Inferno, ove si s’accampano appunto le figure di Maometto e di 'Alī”. Ossola è autore anche di un Dante, poeta del Novecento”.
Asίn Palacios non conosceva il “Libro della Scala”, di cui peraltro non c’è l’originale arabo. Mette assieme tutte le fonti arabe di cui è a conoscenza che possano trovare una qualche rispondenza in Dante. Senza curarsi della trasmissione – cioè accogliendo in sostanza l’argomento che gli si oppone, che erano cose nell’aria del tempo. Molti, lo stesso Asίn Palacios si premura di aggiungere nel supplemento critico, i tramiti possibili delle fonti islamiche di Dante, oltre al solito Brunetto Latini ambasciatore a Toledo da Alfonso il Savio. Asίn Palacios le elenca per esteso e argomentatamente: i trovatori, Raimondo Lullo, francescano catalano, che fu spesso e a lungo in Italia, Ricoldo da Monte Croce, domenicano fiorentino, Leonardo Fibonacci e altri mercanti e viaggiatori, di Spagna e del Levante, nonché Guido Cavalcanti, che fece il pellegrinaggio di Santiago de Compostela. Per non dire di san Pedro Pascual, che aveva riassunto, a scopo di confutazione, tutte le tradizioni islamiche sull’oltretomba. Tutti buone fonti. Ricoldo viaggiò a lungo in Oriente, e al ritorno a Firenze nel 1300 scrisse in un suo trattato, al cap. XIV, del mi’rāğ di Maometto: con lui Dante aveva Maometto in casa.
Insomma, non c’era scandalo a suo parere, di Asίn Palacios. E infatti non c’è: perché Dante non dovrebbe sapere di Maometto e dell’islam, lui che sapeva tutto ed era curioso di tutto. Ma che c’entra l’escatologia musulmana? C’è troppa distanza e diversità, anche in quel mare allora unitario. Dopo tutto, il mondo non comincia con Maometto, il mondo islamico. Tutta la poesia dell’amore cortese è contenuta in quella araba dei secoli dall’VIII all’XImo. La quale non era contenuta nell’ellenismo, con variazioni certo – il simposio arabo è il simposio platonico? La filologia delle fonti è inesauribile. Iniziando i raffronti, del resto, Asίn Palacios stesso, inavvertitamente, mostra la differenza incolmabile tra Dante e Maometto: tutto uguale, insomma simile, se non che l’inferno di Maometto è “riservato esclusivamente agli infedeli”. San Pedro Pascual, di cui Asίn Palacios non dice altro, è personaggio notevolissimo: vescovo, compagno di studi di san Buonaventura e san Tommaso d’Aquino, fu decapitato a Granada nel 1300.
Asίn Palacios svolge un tema, su un terreno fino ad allora non indagato: le fonti islamiche di Dante. Se Ossola dice di averne grande opinione, i traduttori Roberto Rossi Testa e Younis Tawfik meno: il metodo trovano “allegramente anarchico”, le citazioni spesso farlocche, l’argomentazione affastellata, per accumulo. Nell’ambito delle “prove”, poi, ne trovano una importante, che a Asίn Palacios, e a Ossola, è sfuggita. Nell’incontro di Dante con Maometto, mentre tutti si meravigliano che Dante sia contemporaneamente morto e vivo, il Profeta è indifferente. E allora, è una “indifferenza che forse esprime in modo sottile, adatto soltanto alla percezione dei conoscenti, la consapevolezza che i due hanno vissuto la stessa esperienza iniziatica?” Vallo a sapere, non si finisce mai di imparare – è la tecnica del sospetto, o complotto, lo schema mentale contemporaneo, i particolari non difettano mai (e della filologia delle fonti?).
Miguel Asίn Palacios, Dante e l’islam. L’escatologia islamica nella Divina Commedia, Net, pp. XXVII – 678 € 15

Una promessa di poesia dell’islam

Più che un’antologia un assaggio. Uno dei tanti progetti editoriali di farci scoprire la letteratura araba che abortiscono al fatto per prudenza. La concettosissima introduzione di Gianroberto Scarcia propone tesori che poi tralascia. Tra parentesi si dice a un certo punto la poesia araba “spudorata e oscena” ma qui non ce n’è traccia. Solo si vede che i tempi e il lessico della poesia d’amore cortese sono qui, tra il l’VIII e l’XImo secolo – quando il Mediterraneo era ancora unito (Pirenne).
Scarcia (con collaboratori) e Leonardo Capezzone si dividono il lavoro. Il primo cura la sezione “I Persiani e gli altri”, il secondo “Gli Arabi”. Le premesse sono golosissime. Partendo da Lucifero, la Stella del Mattino, oscurata perché “«non obbedì» al suggerimento divino (suggerimento idolatricamente tentatore, sorta di prova di Giobbe) di credere a un Adamo «vicario» dell’Assoluto”, dalla ribellione cioè come esaltazione del potere divino (“il mito del mistico genuino”). Per finire al “lamento per il distacco, orgoglio di distacco, assaporamento e gusto di distacco”. È la Persia che umanizza la metafisica, spiega Scarcia nell’introduzione, le idee buone facendo angeli, le cattive diavoli, “sino alla prospettiva della Remunerazione finale; cioè, anche qui, all’umanizzazione del concetto di Salvezza (che più a occidente era idea pura e più a oriente era il Nulla)”. E promette una poesia di “raffinata, cerebrale, sottile radicalità”. In un’altra, meno asfittica, antologia? Di cui ogni pagina o quasi pone le premesse – settanta poeti in trecento paginette.
È una poesia sempre colta, ci sono poeti ciechi dalla nascita che hanno tavolozze di fini sfumature, e sanno gli astri collocare con perfette geometrie. Ibn Arabi, il poeta e pensatore all’origine di buona parte del nostro Medio Evo, è lui che ha di Dio immagine femminile, della bellezza femminile. C’è un genere specializzato nell’amata-o di fede cristiana e nelle “pratiche liturgiche e culturali della religione dell’altro” – non ci fu sempre guerra. Un Ibn al-Mu’tazz fu “califfo per un giorno”. C’era, ancora nel nono e decimo secolo, una “letteratura «di monasteri»”, che celebra l’amore, il vino, la gioia di vivere nei monasteri cristiani, “rappresentati dalla cultura araba classica come un locus amenus meta di gite e di avventure. Questi poeti islamici sempre bevono vino. Ed è utile riscoprire, seppure per accenni, che Gesù, Cristo, i vangeli sono figure eminenti della vulgata dell’islam - non Maometto per i cristiani. C'è anche un Mano Bianca, “attributo esclusivamente islamico di Mosè”, che qui “possiede” la pianta del piede nel “blasone” della Bella, che “gelsomino sembra, tant’è delicata..\ è petalo a rosa, uno specchio polito di fresco”. Ma di più non è dato sapere.
Delle trecento pagine una trentina li prende un “Libro dell’Amore” di “malnoto autore del Trecento in lingua turca centroasiatica” – pieno, è vero, di fiamme, perle, rose, roveti, zefiri, rubini e tremori di salice che faranno il canone occidentale, un filologo delle fonti ci impazzirebbe.
Altrettante l’indo-persiano Bīdil. La raccolta è per questo ancora più densa, di autori, temi, tradizioni. Di poesia, in queste traduzioni, tutta elevata. Ma è tutta d’amore, metafisico e non. Con parafrasi poco simulate di omoerotismo.
Gianroberto Scarcia, a cura di, Poesia dell’islam, Sellerio, pp. 320 € 11

mercoledì 1 febbraio 2012

Le piccole cose dell’India

Titolo husserliano – di Husserl che si estraniava dalle visioni generali per occuparsi appunto delle “piccole cose in sé” – per un libro molto “editoriale”. Di costruzione apparentemente formidabile: la minimalità applicata alle cose grandi e perfino impervie, la fede, la politica, la burocrazia, da Gogol’ sobrio, e il paria. Col quale la storia scoppia, per la forzatura dell’amore impossibile, giusto per la scena di sesso che l’operazione editoriale appunto comporta. Dandole un sottinteso politico, ma sempre fuori tono.
Resta lo charme del contorno: i cristiani siriaci spersi, il gelato dei bambini, il cinema dei bambini, le rinunce delle donne. È ciò che resta della narrazione originaria? O gli anglo-indiani vanno rivisti dopo la moda?
Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose

Il mondo com'è - 82

astolfo

Alta velocità – È oggi quella che era nel 1930. Quando fu sviluppato e messo in funzione lo “Schienenzeppelin”, Zeppelin su rotaia. Un treno il cui assetto è tale e quale i Freccia Rossa di oggi (si vede su youtube, è il video dei Kraftwerk per “Trans Europa Express”). Detto Zeppelin perché all’epoca un treno col muso arrotondato aerodinamico assomigliava all’aeromobile. Era a combustibile, propulsore un motore aeronautico. Col quale stabilì una velocità record di 230 km. all’ora, che sarà superata solo dopo venticinque anni. Le ferrovie tedesche, Deutsche Bahn, che in un primo tempo avevano contrattato lo “Schienenzeppelin”, decisero poi di costruirsene uno in proprio, che chiamarono “Amburghese volante” e tennero in esercizio alcuni anni.
Gli anni attorno al 1930 vanno rivisti, prima della marea nazista – che non ne è espressione, veniva prima, dalla guerra e la povertà.

Fascismo – Saddam Hussein, che in un manifesto celebre si mostra in doppiopetto col mitra in mano, scimmiottava Mussolini. Il suo manifesto è tal quale quello mussoliniano “Libro e moschetto”, che non si fa più vedere. Il fascismo ha avuto e continua ad avere echi duraturi fuori dell’area occidentale o democratica.
La politica antibritannica di Mussolini gli procurò influenze nel mondo arabo e islamico. Che durarono dopo la guerra. Quella più nota è sul Muftì di Gerusalemme, al quale Mussolini offri la formazione di molti giovani palestinesi in Italia. La più duratura fu sull’Afghanistan. All’ultimo re dell’Afghanistan, Zahir, fece educare la futura moglie, una sola correttamente, al Poggio Imperiale, e le figlie che ne sono nate. Il principe Daud, cugino di Zahir, fu camicia nera in gambali, al tempo di Mussolini e dopo, in odio agli inglesi. Fu Daud a scacciare il debole Zahir nel 1973, e a proclamare la repubblica – poi abortita nel colpo di stato comunista di cinque anni dopo, e a fine 1979 nell’invasione sovietica.
Persistente è anche l’interpretazione grafica del totalitarismo. Nelle sigle, tutte maiuscole. Nelle parate, che poi saranno sovietiche, cinesi e coreane. Anche le immagini del nuotatore e del mietitore, con cui s’immortalava il presidente Mao, sono all’origine mussoliniane. L’immagine più evocativa è quella di Mussolini a cavallo – che Hitler si affrettò a copiare, per la Casa dell’Arte Tedesca, anche se non sapeva cavalcare. La copertina dell’“Europeo” che nel 1975 mostrava Gheddafi sul cavallo bianco, con la didascalia “Il nuovo duce del Mediterraneo”, fu accolta con giubilo a Tripoli – benché si volesse critica del colonnello, che allora alimentava ogni sorta di terrorismo.

Ruoli rovesciati alla voce “Fascismo”, redatta da Sergio Bologna, dell’Enciclopedia Feltrinelli curata nel 1970 da Antonio Negri, enciclopedia politica e sociale: il fascismo è buono, il sindacalismo postbellico pessimo.
Della politica economica del fascismo sono di più le cose positive, afferma subito Bologna, al contrario di quanto sostiene “soprattutto la storiografia comunista, particolarmente solerte nel mettere in luce gli aspetti regressivi del fascismo e quasi propensa a mutuare l’ipotesi crociana della «parentesi», dell’arresto della storia, del blocco del progresso”. Mussolini diede “garanzie di reddito e di stabilità economica per il proletariato”, pose “le basi strutturali dell’economia ” potenziando i settori strategici, auto, elettricità, chimica, credito, e avviò il capitalismo di Stato “che sarà l’aspetto saliente della storia italiana nel dopoguerra”. Il fascismo “fallì nei suoi progetti dirigistici, diversamente da quanto accadde nella Francia di Vichy e nella Germania nazista”, per la bassa qualità della borghesia di Stato, “un ceto inefficiente” di raccomandati. Ma mise in moto “un processo di intervento dello Stato nell’economia che non ha paragoni in Europa”. Fallì naturalmente per la guerra. Ma, “a parte ogni altra considerazione”, conclude Bologna, “l’eredità più pesante che il fascismo ha lasciato all’Italia è, paradossalmente, l’impostazione riformistica della politica del movimento operaio, lo strano innesto tra metodologia leniniana e strategia keynesiana, la sua concezione di una missione nazionale, o meglio complessiva, della classe operaia nei confronti della società tutta intera, nei confronti di tutte le classi”.
Non è tutto. “Per perseguire questo tipo di strategia, il movimento operaio nel dopoguerra ha lasciato da parte anche i progetti propri della borghesia radicale, di riforma e moralizzazione delle istituzioni”. Anche se, “avocando a sé il riformismo dello sviluppo, il movimento operaio italiano ha ottenuto il grosso risultato di mozzare il fiato ad ogni politica di riforme gestita direttamente dal capitale” – che non sembra una consolazione.

Imperialismo – È benefico in Dante, nella seconda parte della sua vita politica, da neo ghibellino autore del “De Monarchia”. È la giustizia. È provvidenziale la storia dell’Impero messa in bocca a Giustiniano, nel “Paradiso”. L’impero è terreno e quindi imperfetto, ma se è universale è provvidenziale. Perché allora il dominio, senza più nemici esterni da combattere o spazi da conquistare, non avrà da esercitarsi che nelle forme della socialità e della libertà. L’unità garantisce la pace e apre i mondo alla felicità.
L’unità imperiale benefica è tema ricorrente ancora nel Cinquecento, e nel Seicento, come lo ha studiato Frances Yates in “Astraea” - la vergine Astrea cantata da Virgilio nella Quarta “Bucolica” che introduce ai “Saturnia Regna”, la nuova età dell’oro.

Nazismo – È, si ricorda e si studia, per quello che è stato e ha fatto, guerre, persecuzioni, stermini. Ma ha concepimento, gestazione e nascita precisi, nella guerra e la povertà. È qui il nazismo di massa.

Oriente – Grande cultore ne fu Flaubert, fin da ragazzo – ben prima quindi di Pierre Loti. Prima lo fantasticava in forma di baiadere. Dopo che ne fece uno dei primi grand tour, a 27 anni, con l’amico Maxime du Camp che vi si esercitò alle prime foto di maniera, lo ridusse a polvere. Il suo Oriente è il deserto, la scenografia di quel disfacimento, o vuoto, che lo affliggerà malgrado la creatività, un anticipo del suo ricorrente néant.

Stato – Non è – non sarebbe – di sinistra. Non in Marx ma nemmeno nel comunismo italiano degli anni sovietici. Curando nel 1970 la voce “Scienze Politiche 1” dell’Enciclopedia Feltrinelli, intitolata Stato e politica, Antonio Negri ne escluse lo Stato: c’è Stato pianificato, sovietico, nazionale, di diritto, eccetera, ma non Stato. Sono tanti i motivi per cui lo Stato manca, il principale è, Negri dice, che è alienazione e distruzione: “Una realtà che l’uomo nuovo, prodotto dallo sviluppo capitalistico, che sa natura e storia non come nesso oscuro ma come sua propria realtà, costruita e sofferta nel lavoro, e nello sfruttamento che l’organizzazione del lavoro determina, sente come un’impostura da distruggere, distruggendo tutte le forme attraverso le quali lo Stato si fa dominio”.

astofo@antiit.eu

martedì 31 gennaio 2012

Il bilancio come la costituzione, Ue a ranghi sciolti

Il patto di bilancio non convince e potrebbe finire come la costituzione europea, un impegno presto dimenticato. Senza referendum, al solo passaggio parlamentare, per l’approvazione del trattato e poi per le necessarie modifiche costituzionali. Il numero dei favorevoli è superato dai contrari. Se è scontato il sì in Italia e Spagna, e negli altri paesi sotto tutela, Grecia, Portogallo, Irlanda, oltre che in Germania e Francia, il sì dei Parlamenti degli altri paesi resta in dubbio.
I no probabili sono già una diecina. In Polonia e in Danimarca l’opinione è nettamente contro, e i partiti non potranno non tenerne conto. In alcuni dei satelliti di Berlino sono gli stessi governi che hanno sottoscritto l’impegno ad avere forti dubbi: Finlandia, Slovacchia, Lussemburgo, Ungheria, Slovenia, e perfino in Austria. In aggiunta al no britannico e ceco, un numero maggiore dei sì.

Le primarie burletta

Le contemporanee primarie americane per la scelta del candidato repubblicano alla Casa Bianca mostrano nuda l’indigenza delle primarie adottate dal partito Democratico. In alcuni casi risolte goliardicamente, da giovanotti che hanno mobilitato gli amici, Vendola, Renzi, senza idee, senza programmi, senza prospettive. È questa l’unica novità delle primarie all’italiana: che tutti si ritengono capipopolo, anche i ragazzetti delle medie, e si propongono e si candidano. Non uno spettacolo gradevole – neppure sotto l’aspetto mobilitazione: sono ragazzi che si candidano a tempo perso.
Normalmente le primarie sono i vecchi congressi all’epoca della post-sezione, dove al posto delle mozioni si presentano delle candidature. Sulle quali poi i potentati intermedi e minori si schierano con liste di appoggio. Le liste a cui si iscrivono i ragazzi in migliaia. Col potere di scelta immutato dei vecchi federali. Che le primarie democratiche sono un falso non lo sanno solo i giornali. In molte parti sono un falso perfino “laurino” - a Napoli naturalmente, ma anche in Emilia, e in Toscana.
A Roma, restando nella legalità, si arriva al caso limite. Di Veltroni che candida Gasbarra a capo partito provinciale, ma vede i suoi simpatizzanti esclusi, o ridotti al minimo, nella lista di appoggio, dal federale in carica. Una sorta di nemesi: Veltroni, che le ha inventate, è fallito proprio sulle primarie, indigesto a tutti i potentati locali ai quali voleva invece imporre il vecchio centralismo democratico. La società? Le idee? Le candidature reali, di personaggi di spessore? Le primarie americane servono a “forrnare” i candidati, non a divertirli.

lunedì 30 gennaio 2012

La “Divina Commedia” è ubuesca

È la riedizione rivista e ampliata dello studio del 1998, che si segnalava per la completezza e la vivacità nella brevità. E per l’ipotesi dello studioso che la “Commedia” si rilegge perché “teatrale”, benché affollata di cinquecento e rotti personaggi – per molti aspetti in effetti ubuesca.
Nino Borsellino, Ritratto di Dante, Laterza, pp. 164 € 9

Ombre - 117

Dopo quattro anni non si fa il processo a Ottaviano Del Turco, carcerato in isolamento dal Procuratore di Pescare Trifuoggi come ladro e concussore, per prove, a suo dire, schiaccianti. Trifuoggi è come il suo protettore Fini, che non sa che fare?

Come Fini, questo Trifuoggi non ce lo fanno più vedere: non inaugura più niente, nemmeno l’anno giudiziario? E allora: si sarà ridotto pure lui lo stipendio, come Fini?

Il Procuratore Capo di Reggio Calabria Pignatone inaugura l’anno giudiziario assicurando che la mafia è imbattibile: nella sua provincia, dice, nei paesi di 10-15 mila abitanti, si contano 3-400 affiliati ai “locali di ‘ndrangheta”. Che per una ventina di Comuni di quelle dimensioni fanno ottomila killer. Cinquantamila coi familiari stretti, fiancheggiatori obbligati.
Ha un barlume, il Procuratore, che possa essere troppo, e aggiunge: “Numero che probabilmente ora si raggiunge con difficoltà in una città come Palermo” Compresi nei 3-400 quelli della Procura di Palermo che lo ostracizzarono, minacciando di mandarlo sotto processo?

Si ripubblicano in Germania le lettere di Jacob Taubes e Carl Schmitt, uno scambio in effetti appassionante tra l’ebreo e ebraista rettore della Freie Universität di Berlino nel 1968 e l’insigne giurista che nel 1933 sostenne Hitler. Giulio Busi ne fa sul “Sole” domenica una lunga trattazione. Senza nemmeno menzionare l’antologia di Taubes “In divergente accordo. Scritti su Carl Schmitt” pubblicata quindici anni fa e sempre ristampata, in italiano, da Elettra Stimilli, studiosa italiana. Snobismo – al “Sole” leggono solo il tedesco? Provincialismo?

Calderoli e Brunetta lamentano che sulle liberalizzazioni e la semplificazione normativa Napolitano impedì loro il decreto. È vero.
La lamentela è ripresa unicamente dal “Sole 24 Ore”, e dai giornali berlusconiani. Censura?

La Sinfonia n. 10 di Šostakovič, composta nel 1953 dopo la morte di Stalin, è presentata a Roma, a Santa Cecilia, come “antistaliniana”. Arrigo Quattrocchi ricorda che Solomon Volkov, raccogliendo le confidenze del compositore in “Testimonianze”, gli da dire di avere imperniato la sinfonia “su Stalin e sul periodo staliniano”. Un accenno che sembra critico. Ma la sinfonia è un epicedio e un inno, specie il secondo movimento, che sarebbe il ritratto musicale di Stalin.
La destalinizzazione arriverà un paio d’anni dopo, per le esigenze del “disgelo” (il disarmo).

“Oggi” saluta Monti giovedì come quello che ha prosciugato la tv dal presenzialismo di Berlusconi. Con le cifre dell’Osservatorio di Pavia. La sera dopo Monti prende otto minuti al Tg 1 per (non) spiegare cosa il consiglio dei ministri ha fatto. Molto prima, e ben di più del tempo dedicato dallo stesso tg al terremoto al Nord.
Milano scaccia Milano – e qual è la moneta buona e quella cattiva?

La stessa sera di Monti il Tg 1, dopo il terremoto al Nord, un minuto e mezzo, fa Casini a Beirut, un minuto. Farà Casini un Grande Centro fra cristiani e mussulmani? Non si è capito bene cosa ci facesse.

“Oro nero nel paradiso verde”: un giacimento di petrolio è stato scoperto in Ecuador sotto una foresta che presenta “il massimo di biodiversità del mondo”, annuncia “L’Espresso”. Che denuncia la minaccia dello scempio con una serie di foto di estrema povertà indios Waorani confinati nella foresta, e di abbandono della foresta stessa.
Il governo dell’Ecuador ha proposto un baratto all’Occidente, soldi in cambio della rinuncia a sfruttare il giacimento, scrive ancora il settimanale. E aggiunge: “Molte star di Hollywood hanno aderito”. Cinismo?

L’investimento nella Cassa Depositi e Prestiti ha reso alle Fondazioni ex bancarie tra il 2004 e il 2010 il 13 per cento l’anno. Un’esagerazione. Un investimento avversato furiosamente dalle Fondazioni, per prima la Cariplo di Guzzetti di Banca Intesa, perché pensava di dover cedere una qualche unghia del suo parrocchialissimo potere. Il no delle Fondazioni fu all’origine dell’allontanamento di Tremonti dal governo nel 2004.
Le “fondazioni del vescovo” si fecero confortare da ben due sentenze del giudice costituzionale Zagrebelsky. Che da “Repubblica” fa il maestro di democrazia e civiltà.

domenica 29 gennaio 2012

I professori chiudono l’università pubblica

Da Luigi Berlinguer e De Mauro a Monti, in dodici anni all’inizio del Duemila l’università viene smantellata. A opera degli stessi professori. Nonché vati autoimmuni del popolo e del progresso, volgarmente detti cattocomunisti - Monti non è comunista ma cattolico sì (l’ultimo dei Berlinguer del resto, non essendo più comunista, come il professor De Mauro, non si sa cos’è). Interpreti insomma della società civile e del futuro dell’Italia.
Abolire l’obbligo dello studio, come fecero Berlinguer e De Mauro, ha ridotto all’istante le università a esamifici, di quart’ordine - un ponte all’analfabetismo di ritorno. Che s’inventano sciocchi corsi di studio per attrarre iscritti, e tutti gli iscritti promuovono indistintamente per stare su nelle valutazioni. Abolire la laurea, l’incentivo a fare una buona tesi, è abolire l’università, con ogni stimolo residuo a imparare qualcosa, sia pure a scrivere in italiano. Tanto più quando si vuole contemporaneamente che, pur auspicando la scuola pubblica (al cattocomunismo è inerente l’ipocrisia), l’università sia pagata. Pagare per che? Il popolo non è scemo – si potrebbe dire “non è giavazziano”.
Si abolisce la laurea per spuntare le unghie alla burocrazia, esultano gli aedi di Monti. Ma l’ing. dott. prof. Profumo, ministro dell’Istruzione nonché presidente del Cnr, non vuole introdurre l’esame di ammissione all’università? Un altro, con relative commissioni, scartoffie eccetera. È il merito, si pretende. “L’eccellenza non è certificata dal voto”, può ora ghignare beffardo Giavazzi da Boston, c’è chi si diverte così, dopo dodici anni di riforma. No, l’eccellenza sarà certificata dalle banche, dai soldi spesi ogni anno per il diritto allo studio, 12 mila euro alla Bocconi. Oltre che il governo delle banche, Napolitano ci imporrà anche l’università delle banche?
Cosa c’entra il cattocomunismo? Siamo giunti al paradosso (ma è uno scandalo) che due ministre dichiaratamente privatizzanti e solo laureate, Moratti e Gelmini, hanno ricostruito l’università pubblica riparando ai maggiori guasti di Berlinguer-De Mauro: postifici, esami barzelletta, insegnamenti burla. E dandole infine risorse adeguate e un assetto giuridico praticabile. Arriva il rettore prof. dott. ing. Profumo, dal Politecnico di Torino e dalla presidenza del Cnr, e non solo non molla la presidenza ma, d’accordo col professor Monti e l’altra dozzina di professori del governo di Napolitano, abolisce la laurea.
L’università è fatta di ricerca e di studio. Per la ricerca, si dice, non ci sono soldi, e pazienza, ce ne sono in abbondanza oltralpe. Lo studio ora vedrà all’opera diecine di migliaia di professori che non avranno nulla da insegnare perché non ci saranno studenti che vogliano imparare. Senza valore la laurea non è un obbligo, farla al meglio cioè.

Scalfaro, il golpista costituzionale

Il Quirinale è un luogo del tutto anomalo, per l’elezione, la durata, e l’irresponsabilità politica. E questa natura incostituzionale ha subito mostrato con la seconda presidenza, quella di Gronchi, Tambroni compreso, e poi con Segni. Questa anomalia Scalfaro l’ha resa illegale con una chiara deriva golpista. Nell’unico modo in cui un golpe si può attuare oggi in una democrazia, attraverso la giustizia e la stampa (i “padroni del vapore”).
Scalfaro muore da eroe di una certa sinistra perché è stato antiberlusconiano e antileghista. C’è da riflettere quindi al di là di Scalfaro, se un conservatore professo muore icona della sinistra, un giudice pio che comminò la pena di morte a un disertore nel 1943, se non già sotto la Rsi. Ma personalmente ha operato con violenza contro le istituzioni. Ha sciolto due Parlamenti. Ha inventato i governi del presidente. Ha avallato e in molti casi patrocinato la giustizia politica. E ha infine svuotato un movimento democratico forte, consolidato negli anni e in numerosi referendum, per la semplificazione (democratizzazione) della politica e l’autonomia del governo eletto.
Con protervia Scalfaro ha voluto mantenere l’Italia, caso unico fra le democrazia, nell’ingovernabilità. Con conseguenze negative enormi: politiche, costituzionali ed economiche. Lo storico dirà che si deve a quest’uomo in misura prevalente la crisi feroce che nel 1994-95 portò alla cancellazione di un milione e settecentomila posti di lavoro, un’enormità. E in buona misura, per la parte italiana, l’ingovernabilità della crisi in corso da tre anni.
Questo in aggiunta agli errori politici. La Lega, per esempio, in mani sue sarebbe diventata una forza eversiva – fu disinnescata dal Procuratore di Verona Papalia, un meridionale nel feudo leghista, e politicamente da Berlusconi. O il micragnoso “Non ci sto”, mentre avallava la peggiore giustizia politica. E imponeva suoi ministri della Giustizia – come dimenticare l’indimenticabile Mancuso nel suo governo Dini? O i ribaltoni, il bonapartismo delle zie.
I ribaltoni, sette governi in nove anni, in regime elettorale uninominale, avrebbero dovuto essere nella sua “visione”, e in gran parte sono stati, di mano sua, sovrapposti al Parlamento. Si ritenne sconfitto per aver dovuto nominare D’Alema a capo del governo nel 1998 (“il 40 per cento degli italiani pensa ancora che i comunisti mangiano i bambini e un altro 40 per cento ha ancora in casa l’altarino di Stalin”, così ragionava l’uomo), di cui sabotò con asprezza la Bicamerale, il tentativo di innovare la Costituzione, e poi Amato.
Se ha abolito la festa delle forze armate il 4 novembre e ha svuotato il 2 giugno, la festa della Repubblica, è per una visione personalissima del potere. Di uno che rinnega le origini meridionali, e biascica preci alla Madonna, fermando la scorta a ogni chiesa che incontra – ma più a quella del Gesù, che protegge come si sa ultimamente i democristiani. Un asceta dichiarato che pretese nel 1971 la promozione retroattiva agli altri gradi della magistratura, con doppio stipendio fino al 1993, e con doppia liquidazione. Lui che ne era fuori dal 1946, dalla Costituente: un “padre della patria”, certo – di quelli che “la Costituzione è nostra”.

Il senso dell’onore di Scalfaro

Già il 9 maggio 1999, per la sua uscita da Quirinale, si poteva scrivere di Scalfaro:
“Gli anni Novanta, quelli della presidenza Scalfaro, saranno stati nel senso più elevato gli anni della “filotimia”, l’amore dell’onore, che nella Grecia antica insospettiva Tucidide e amareggiava Pindaro. “Uomini troppo presi a coltivare la passione per l'onore”, scrisse il poeta, “seminano nelle città una ben visibile angoscia”. Lo storico, che pure, come Aristotele, poneva nell’onore il fine della politica, ironicamente ricorre alla filotimia per spiegare le tattiche dei tiranni successori di Pericle: l’amore dell'onore angoscia quando è maschera della lotta per il potere.
Alla fine del settennato di Scalfaro la politica è opaca e, se possibile, più corrotta. I cittadini danno volentieri l’8 per mille alle chiese, non danno la metà della modica cifra alla politica, ai partiti che rappresentano l’unica loro possibilità di contare nella vita pubblica. E si è dovuto ripristinare il loro finanziamento d’autorità. Dopo tre elezioni disinvoltamente ribaltate e diecine di referendum senza seguito anche l'ultima illusione democratica, l’esercizio libero del voto, è crollata.
Sparito è anche il senso della giustizia, secondo i suoi più autorevoli esponenti. Come sempre nei casi di licenza, lo strapotere concesso all’ordine giudiziario ne ha favorito le espressioni peggiori, moltiplicandone i limiti e bruciandone gli strumenti. Sarà inevitabile introdurre una qualche forma di controllo sulle Procure, dopo i tanti processi abborracciati o politici. E circoscrivere l’uso dei “pentiti”, benché siano stati e siano utili contro la mafia. La giustizia civile si definisce da sé, i tempi medi di un procedimento essendo raddoppiati nei sette anni di “Mani Pulite” da cinque a dieci anni.
Di questa deriva Scalfaro darà il nome alla storia per esserne anche artefice. Il Quirinale è un luogo privilegiato della politica. Il presidente è eletto dalle Camere ma resta in carica sette anni, inattaccabile, e ha il potere di sciogliere lo stesso Parlamento, nonché di nominare il capo del governo e di gestire, nel senso più ampio del termine, l’ordine giudiziario, di cui presiede il Csm. Ha anche i segni esteriori del potere: il palazzo sterminato del Quirinale, oltre 900 dipendenti diretti, più del doppio della corona britannica, e un bilancio sei volte maggiore dell'Eliseo, la presidenza della grandeur francese.
L’“Economist” definisce Scalfaro amabilmente nel commiato “una governante non necessaria”. Ma nessun presidente, neppure il peggior Gronchi, ha usato come lui del potere…”