sabato 17 marzo 2012

Ombre - 123

“Pianta una carota, sconfiggerai il cemento”. L’orto è di cavoli, ma non importa. Dell’orto, una piccola striscia contro una ventina di grattacieli, si fa il “simbolo della resistenza alla città che cresce”. A chi la raccontano? “Quale cane per quale casa”, consigliano poi. E informano: “I matrimoni affare per ricchi”. È meglio non comprare il giornale?

Vito Gamberale, facendo finta di difendersi dai sospetti di gara truccata per l’acquisto di una quota della Sea, la società degli aeroporti milanese, da parte del Comune, informa Mucchetti e i lettori del “Corriere della sera” che Malpensa pullula di lavoratori in nero, di una ditta subappaltatrice, contro la quale il Comune non agisce. Informazione?

Marco Lodoli lamenta su “Repubblica” giovedì l’incapacità dei suoi allievi a scuola “di sviluppare un ragionamento scritto”. Non dice di che ordine e tipo di scuola. Ma è radicale: “I ragazzi della scuola… vivono la vita senza parole e senza sintassi”.
Poiché questo non è possibile, anzi è impossibile, non sarà che – a parte uno scatto di malumore di Lodoli – la scuola è come suole in ritardo, sui nuovi linguaggi? “Non c’è più fiducia e confidenza nel pensiero”, o nel pensiero della scuola?

Il Procuratore di Firenze Quattrocchi dice “probabile”, “verosimile”, “possibile” che una qualche trattativa fosse avviata tra lo Stato e la mafia dopo l’attentato e Falcone e prima di quello di via dei Georgofili nella città toscana. E ci scrive oltre mille pagine.

Lo stesso Procuratore Quattrocchi, finiano molto antiberlusconiano, dice che “le gravi affermazioni” di Spatuzza sui legami con la mafia di Dell’Utri e Berlusconi “non hanno ricevuto una verifica giudiziaria neppure simbolica”. Ma Spatuzza non processa per calunnia, come sarebbe suo dovere.
Spatuzza resta anzi un pentito accreditato, al quale paghiamo protezione e pensione.

Al confronto è un capolavoro, non solo di arte retorica, la requisitoria del PG della Cassazione Iacoviello contro la sentenza d’Appello al processo Dell’Utri:
http://blog.panorama.it/italia/files/2012/03/requisitoria-iacoviello.pdf
Magari Dell’Utri sarà un mafioso, ma Iacoviello sa quello che dice, è padrone della grammatica e della sintassi, logica e materiale.

Non si discute dei rilievi gravi del procuratore Iacoviello alla sentenza d’Appello Dell’Utri. In fatto e di diritto. Magari per contestarglieli. Tace l’ineffabile Vietti con tutto il suo Csm – ma chi è questo Vietti? È distratto Napolitano col suo buongoverno delle tasse.
Iacoviello denuncia la “teoria del caso” invece dell’analisi del caso che competerebbe al giudice. E il “processo a imputazione diffusa”, che è tutto il contrario del processo penale. Con “cripto-imputazioni”, “imputazioni implicite”, “imputazioni vaghe”. Tutto ciò la magistratura, il Csm, Napolitano ritengono normale?

Due pagine di Aldo Cazzullo su Bari piene all’inverosimile di levantinismo, “tangenti umane”, ricattatrici, partite vendute, supermarket di cocaina, “corti fameliche di vendoliani”, Petruzzelli commissariato. Nonché affaristi in giunta, al Comune e alla Regione, che Cazzullo trascura.
Titoli trionfalistici del giornale, il “Corriere della sera”: “La «capitale» degli scandali ha sfrattato mala e scippi. Punta su scrittori e cantanti”. Su Carofiglio cioè, si scopre leggendo, e Caparezza.
Il “Corriere del Mezzogiorno” si deve pur vendere. Ma a chi?

Bari il cui sindaco, un giudice, ha tentato di liberarsi di un giudice che non controlla, Laudati. Facendolo denunciare al Csm dal compare Scelsi, il giudice che l’aiutò a riconfermarsi alle elezioni perdute nel 2008, scatenando la riserva della Repubblica contro lo sprovveduto baüscia Berlusconi - una donzella che Cazzullo così descrive: una “con la mania di registrare tutti gli incontri e le conversazioni. In procura e al commissariato se la vedevano arrivare di continuo, sempre pronta a denunciare qualcuno”.
A meno che l’esemplarità non sia questa, aizzare i cani randagi.

Caso, lo Scelsi-Laudati, in cui il Csm ha scelto di non scegliere. Si vede che Scelsi l’ha fatta grossa anche per le facce di bronzo del Csm.

Si discute l’art. 18, l’illicenziabilità del lavoratore, senza dire l’essenziale. Che un’azienda può licenziare chi vuole, le basta dichiarare lo stato di crisi – dichiararlo, senza provarlo: hanno licenziato grazie allo stato di crisi aziende sanissime. Che l’art. 18 protegge contro i licenziamenti “politici”, o ritorsivi. Ma anche contro il lavoro: chi non ha sofferto per compagni di banco illicenziabili ma lavativi, assenteisti, privilegiati a vario titolo?

Pentamerone a Vigata

La seconda infornata, a un anno dal “Gran Circo Taddei”, di storie di Vigata. Camilleri è riuscito a creare, anche grazie ai film riuscitissimi di Degli Esposti, un “mondo di Vigata”. Affascinante, anche per i foresti, che popola instancabile di vicende. Tutte sfiziose, mai malinconiche, col piglio veloce della serializzazione da feuilleton. Anche se a volte fiacche, prevedibili. E di aneddoti e spirito borghesi, da circolo degli sfaticati, i vecchi “don” di paese, per i quali imbastire “farfanterìe” è l’occupazione principale, e un’arte.
Anche l’incomprensibilità gioca a favore: il misto dialettale ha l’effetto di annullare le distanze e le diversità. Stare in un collegio “sguizzero” per una ragazza non è come stare in un collegio svizzero. È una chiave d’accesso e di complicità.
A rate, e forse senza disegno, Camilleri configura una sorta di “Decamerone” in dialetto siciliano. Realistico-irrealistico come l’originale. Con lo stesso approccio teatrale, visivo – che fa la felicità di tutta la sua narrazione. Un mondo corrivo, ma non piatto: vivente, fatato nell'ordinarietà. Non una cosa alla moda, leghista (strapaese, rancorosa. bozzettista): riproducendo in piccolo la grande narrativa tre-cinquecentesca, del piacere di narrare.
Andrea Camilleri, La Regina di Pomerania, pp. 305 € 14

venerdì 16 marzo 2012

Il porto delle nebbie è a Milano

Esemplare ampia mezza pagina del “Corriere della sera”, per reticenza, sulla vendita della Sea a Gamberale, la società aeroportuale. Un articolo obbligato, dopo che “Il Sole 24 Ore” e “L’Espresso” hanno pubblicizzato la cosa, cioè l’insabbiamento della pratica alla Procura di Milano. Che Luigi Ferrarella, il cronista giudiziario, assolve surrettiziamente, in una riga delle centocinquanta, come “scarsa fluidità di comunicazioni” tra il pool dei reati societari e quello di reati contro la pubblica amministrazione – pool come piscine? Leggere per credere:
http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_16/vendita-sea-fascicolo-sparito-ferrarella_deabbf08-6f33-11e1-8ee0-fb515f823613.shtml
L’articolo è anche una testimonianza sul modo d’agire della Procura di Milano, Che persegue solo i nemici degli amici. Dei migliori della Procura, da Bruti Liberati a Francesco Greco. Compreso il Vice-Procuratore Robledo, uno capace d’incastrare un berlusconiano per diecimila euro che però evita – non sa, non ricorda – di procedere per il sospetto sfioramento sui 400 milioni, poco meno, pagati per la Sea.
La sola informazione non reticente del pezzo è che il Vice-Procuratore Greco vide la pratica e la cestinò. La scomparsa della pratica, che verrà certamente ritrovata ad horas, è da ritenersi un siluto a Greco? I Vice Procuratori diventano cannibali quando entrano in gara per una Procura.
La cosa nasce dalla Procura di Firenze, che cinque mesi fa, imbattutasi in un’intercettazione in cui l’acquirente Gamberale mostrava di sapere che il capitolato di gara per la Sea “gli fosse stato cucito addosso”, vi ravvisava la turbativa d’asta e lo comunicava a Milano per competenza. Essendo la Procura di Firenze di stampo finiano, c’è nel fatto anche una possibile incrinatura tra Fini e il suo nuovo schieramento a sinistra? La giustizia italiana è anche questo – è altro oltre questo?

L’America alla corte di Hitler

È la storia, falsata, di William Dodd, ambasciatore americano a Berlino, nominato da Franklin Roosevelt all’accesso di Hitler al potere, e di sua figlia Martha. Sullo stile di “Addio a Berlino” di Isherwood, il ricordo nostalgico della Berlino ruggente anni Trenta, sia pure con le guardie rosso-bruno per le strade. La vera storia è diversa. William Dodd è quello del libro, un professore di storia, forse non molto sveglio. Martha invece, la sua giovane figlia, che lo segue a Berlino già divorziata, ne fa la scena dei suoi piaceri, dal 1933 fino a fine missione, a fine 1938. Con una serie di relazioni da Messalina, copulando indistintamente tra gli altri col capo della Gestapo, nonché con Luigi Ferdinando, il nipote nazista dell’ultimo kaiser, e insieme col primo segretario dell’ambasciata dell’Urss, che era una spia. Ma le sue simpatie andavano al regime, antisemitismo non escluso, e ne lasciò traccia nei ricordi che, solo in parte purgati, volle pubblicare nel 1939, “Through Embassy Eyes” – il padre Hitler lasciava perplesso più che critico, secondo l’“Ambassador Dodd Diary” che nello stesso anno Martha editò col fratello (all’ambasciata gli succedette per due anni e mezzo Joseph “Joe” Kennedy, il padre dei fratelli, filotedesco convinto).
Dopo la guerra Martha risulta invece folgorata dal comunismo sovietico, che servì come spia, col suo nuovo marito Alfred Stern - uno che si era arricchito sposando e divorziando l’erede dei magazzini Sears Roebuck. A suo dire anzi ne era spia fin dagli anni Trenta a Berlino, e aveva utilizzato le avventure coi capi nazisti e lo stesso libro di ricordi come copertura. Quando fu convocata dalla commissione McCarthy per le attività antiamericane fuggi col marito in Messico, e quindi a Praga, dove è morta dimenticata nel 1990, con lunghi intervalli randagi a Mosca e a Cuba. Una di molte vite perdute, donne per lo più, nei paradisi comunisti – la più famosa sarà stata Anna Louise Strong, “Anise” (1885-1970), anch’essa americana, che tradirà Mosca per Pechino, dove morirà ospite da ultimo nell’ex residenza italiana; o Klara Blum, che a Pechino morirà l’anno dopo dimenticata, dove s’era esiliata in cerca dell’amore sconosciuto, ribattezzandosi Zhu Bailan, orchidea bianca, che di sé diceva essere scrittrice tedesca, ebrea, sovietica, cinese, emigrata in un primo tempo in Palestina e poi a Mosca.
Erik Larsen, Il giardino delle bestie, Neri Pozza, pp. 560 € 18

Il mondo com'è - 87

astolfo

Afghanistan – È il retroterra della Cina. Così lo configurava l’impero britannico e così lo configurano gli Usa. Per assurdo che possa essere – il Pamir non è un passo, è piuttosto una barriera invalicabile – non c’è altra spiegazione di una guerra che tra poco compirà i dieci anni. A nessun altro effetto cioè che a prolungare l’occupazione.
La guerra non si sta facendo per conquistare l’Afghanistan. L’islamismo che si voleva punito dopo l’11 settembre è forte come prima. Né l’Afghanistan ha alcun rilievo nella geopolitica dell’energia.
È uno Stato-cuscinetto. Ma non più contro il fianco meridionale dell’Unione Sovietica. Contro la Cina ha invece ancora un ruolo: se non geografico, religioso e culturale.

Imperialismo – Gli Stati Uniti vi si trovano a loro agio perché sono una nazione cresciuta con l’impero. Come l’antica Roma e poi l’Inghilterra. Non la Francia, nata da una guerra di resistenza. Né la Germania, nata militarmente con le guerre della Prussia, contro Napoleone e contro l’Austria.
La Germania ha fallito l’impero per averlo concepito nella stessa ottica della battaglia campale, a spese dei paesi limitrofi – l’impero concepisce come allargamento, e quindi come occupazione, su base etnico-biologica, della nazione come tribù, creandosi necessariamente nemici incondizionali. La morfologia dell’impero vuole invece una proiezione a distanza. Nel nome di interessi che possano essere condivisi (libertà, modernizzazione, ricchezza), elevando i popoli sottomessi ad alleati – foederati – e amici.
Gli Usa vi si trovano per questo a loro agio anche nelle guerre all’apparenza inutili o dannose,che periodicamente rinnovano - da ultimo Grenada, la Somalia, l’Iraq.

Sinistra –Destra - Prototipo ne fu Parvus, il finanziere di partito stretto collaboratore di Lenin. Lenin sbarca alla stazione Finlandia dalla Scandinavia neutrale, dopo il tentativo abortito col treno diretto dalla nemica Germania, grazie a “Parvus”, l’umile, Israel Lazarevic Helphand, che aveva circuito l’ambasciatore a Istanbul von Wagenheim, ottenendone i fondi segreti del ministero tedesco degli Esteri e dello Stato Maggiore, venti milioni e mezzo di marchi oro e un milione di rubli. Lo stesso Parvus che, sempre con i soldi dello Stato maggiore tedesco, aveva dissuaso i compagni tedeschi dalla rivoluzione.
Parvus è il prototipo del sinistra-destra, l’affarista idealista che i bolscevichi finanziò con l’oro teutonico e dei nazionalisti balcanici. Ed è l’uomo di mano in banca che affascinava i progressisti, per il gusto della cospirazione, del segreto. Sulle sue tracce verranno Stavisky, banchiere in Francia dei radicalsocialisti, prima della puntatina fatale, come Alberto Sordi, a Chamonix, e l’editore fantasista Maxwell, il bancarottiere che affascinava il laburista Wilson. Tenne a lungo corte al Wannsee, nello stesso palazzo che sarà poi delle SS, dove nel 1942 verrà decisa la Soluzione Finale, ricevendo ministri, diplomatici, industriali, socialisti, con servi, cuochi, segretari, attrici e squillo. Predicendo modi e tempi della seconda guerra mondiale.

Henri-Lévy, Sternhell e altri hanno censito negli anni 1930 un “socialismo alla francese” che è in realtà una forma di fascismo senza le camicie nere. E che comunque confluirà nel regime di Vichy.
Della “Cagoule”, soprannome dell’Organizzazione Segreta d’Azione Rivoluzionaria Nazionale , un’organizzazione terroristica che fra le sue tante imprese annovera l’assassinio di Carlo e Nello Rosselli il 9 giugno 1937, fu parte anche il giovane Mitterrand.
Ernst Franz Sedgwick Hanfstaengl è il caso più clamoroso di passaggio da uno schieramento all’altro. Uomo d’affari, laureato a Harvard nel 1909, dove fece amicizia con Walter Lippman e John Reed, uomo d’affari fortunato, tornò in Germania nel 1922. E divenne immediatamente uno dei più stretti collaboratori di Hitler. Partecipò al putsch della birreria nel 1923, finanziò la pubblicazione di “Mein Kampf” e del giornale del partito Nazista, il “Voelkischer Beobachter”, ebbe Hitler padrino del suo primogenito. Cadde in disgrazia nel 1936, su denuncia di Unity Mitford, che era sua amica ma più nazista di lui. Tornò negli Usa e collaborò col presidente Roosevelt.
Unity Mitford era una delle due sorelle Mitford ultranaziste, inglesi, belle e nobilissime, l’altra era Diana. La sorella minore Jessica era invece fervente comunista.

Widerstand (resistenza) 2 - Si vogliono i tedeschi remissivi, ma molti si opponevano. Anche gli artisti: qualcuno preferì emigrare, ripartire da zero. Stefan George, pur reazionario, volle morire a Minusio di Locarno, per evitare il funerale nazista. Al totalitarismo non si sfugge, a meno dell’esilio. Per quante difese si elaborino, sempre si è coinvolti.
La Resistenza dichiarata fu in Germania aristocratica: Circolo di Kreisau, Circolo Solf, Rosa Bianca, Orchestra Rossa. Anche se prudente: “Meglio esaltare la vittoria che andare in giro senza testa”, annotava nel diario il barone von Hassell, ambasciatore a Roma, uno dei capi della congiura. Dopo l’attentato del 20 settembre 1944, Hitler impiccò cinquemila nobili e generali, e i loro figli e parenti prossimi volle deportati, sotto nomi falsi, in lontani villaggi in Turingia o nei lager, altre settemila persone – von Hassell, uno dei capi del congiura, fu impiccato, sua figlia Fay deportata (in treno: ci passò un lungo inverno su e giù per vari campi di concentramento, con una qualificata compagnia di oppositori, di cui ha tenuto un esilarante diario, le Ss badavano a tagliare la corda).
Ma fu anche popolare, la resistenza contro Hitler, e vasta, benché non si dica, la Germania non ama gli esiliati e gli oppositori in armi - se non sono nazionalisti, contro i nemici di fuori. Una parte fu socialcomunista, il che è stato – e continua a essere - anatema nella Repubblica Federale, una parte fu cattolica, e questo non si può dire in nessun posto. I mille lager non bastarono, Hitler dovette moltiplicare le esecuzioni. A un certo punto il Plötzensee, il carcere presso Berlino dove sono state eseguite un quarto delle 16.560 condanne a morte accertate nel dodicennio, fu attrezzato per esecuzioni simultanee, otto alla volta per impiccagione. Più tecniche sperimentali varie: la ghigliottina piacque a Hitler che la sostituì all’ascia. Il record fu stabilito la notte del 7 agosto ‘44 con trecento ghigliottinati. Tutti i detenuti del Plötzensee, per il timore che scappassero dopo il bombardamento del 3 agosto.

Molti i vescovi, nella resistenza dichiarata. Quella del cardinale di Sant’Anastasia Michael von Faulhaber, quarto dei sette figli d’un fornaio e una contadina malgrado la particella, arcivescovo di Monaco, amico del futuro papa Pacelli quand’era nunzio a Monaco, autore nel ‘34 del libro della tolleranza “Judentum, Christentum, Germanentum”, fu costante fin dal ’23, dal putsch fallito nella birreria. Quando in Baviera si dispose la rimozione del Crocefisso a scuola la protesta fu tale che il decreto fu lasciato cadere.
Il vescovo di Berlino, Konrad Graf von Preysing-Lichtenegg-Moos, parte della congiura del ‘44, Hitler non osò impiccarlo, nemmeno imprigionarlo. Il conte Konrad, quarto degli undici figli di Kaspar von Preysing e della contessa Hedwig von Walterkirchen, aveva avuto tardi la vocazione, a ventott’anni, dopo una formazione giuridica. Meno di vent’anni dopo, nel fatidico ‘33, era già vescovo di Berlino, benché critico dell’antisemitismo e l’eugenetica, alla morte del nazionalista Christian Schreiber, che aveva retto la diocesi per tre anni. Animatore del Circolo di Konnersreuth, un gruppo di resistenza della prima ora, il conte vescovo non si scoraggiò quando Hitler fece uccidere nel ‘34 Erich Klausener, che dirigeva l’Azione Cattolica di Berlino, e Fritz Gerlich, che l’aiutava a redigere la rivista “Der gerade Weg”, la retta via, e mise personalmente in salvo in Svizzera l’altro redattore, Ingbert Naab. Al culmine della potenza nazista ispirò l’enciclica “Mit brennender Sorge”, con bruciante preoccupazione, con cui Pio XI condannò nel marzo ‘37 le violazioni ripetute del Concordato, e ne curò la stesura e la diffusione clandestina in Germania.
Oltre che di Hitler, il vescovo di Berlino s’era assunta la funzione di oppositore esplicito del cardinale decano Adolf Bertram, che passò dalla netta opposizione al nazismo al silenzio, e infine, a guerra perduta, all’elogio personale a Hitler. Prima del 1933 il cardinale Bertram aveva più volte dichiarato il nazismo “eretico”, a motivo delle sue teorie razziali e nazionalistiche, e in materia di religione. In particolare era stato intransigente alla Conferenza episcopale di Fulda nel ‘32, quando proibì ai cattolici l’iscrizione al partito Nazista, col sostegno di Faulhaber e dei vescovi di Fulda, Johannes Dietz, di Münster, Clemens August Graf von Galen, un altro conte, di Colonia e di Paderbon. Hitler si vendicò accusando i preti di scandali finanziari e sessuali, e carcerando i giovani della Azione Cattolica, ma non osò attaccare i vescovi. Dopo la guerra von Preysing fu nominato cardinale, vescovo a Roma di Sant’Agata dei Goti.

astolfo@antiit.eu

giovedì 15 marzo 2012

Demografia carente nel quindicennio citatiano

Ma chi aveva in mente Pietro Citati sul “Corriere della sera” una settimana fa indicando “la generazione letteraria del 1910-1924” come “la più ricca e feconda apparsa da secoli nella letteratura italiana” (venerdì 9 marzo, “Dan Brown, Coelho, Faletti: bestseller da non leggere”)? Stando alla fede, finora incontestata, di Wikipedia sulle date di nascita, non molti sembrano quelli che Citati includerebbe in un’antologia del secondo Novecento, o in una storia della letteratura. In dettaglio:
1910: Flaiano, Tobino, Annie Messina.
1911: Irene Brin, Camilla Cederna, Alba De Céspedes, e Scerbanenco.
1912: Italo De Feo e David Lajolo, con Guido Morselli e Elsa Morante, è vero – che però non rientrano nel pantheon di Citati.
1913: Vittorio Sereni e il quasi centenario Boris Pahor, con Piero Chiara e Pratolini – neanch’essi nella chiave di Citati.
1914: Luzi, Ortese, Berto.
1915: Giancarlo Fusco?
1916: Bassani.
1917: Cassola, e Milena Milani, Fernanda Pivano.
1918: Bianca Garufi, autrice in parte con Pavese.
1919: Primo Levi, scrittore suo malgrado, e Gianni Brera – nonché Stefano D’Arrigo.
1920: Michele Prisco, Gesualdo Bufalino, Biagi, Bocca.
1921: Pomilio, Rea e Luisa Adorno, con Sciascia. Qui ce n’è uno, ma dopo dodici anni.
1922: Gina Lagorio. Ida Omboni, Meneghello, Fenoglio, Bianciardi, Manganelli, La Capria, Luciano Erba. Con Pasolini.
1923: Del Buono, Salvalaggio, Zavoli. Con Calvino, Cristina Campo e Testori. Quell’anno è andata meglio. Ma il quindicennio finisce in pesce.
1924: Bonaviri, Strati, Volponi, Scalfari - e il nostro amico di Positano Gustavo Tomsich.

Problemi di base - 94

spock

I genitori amano i figli, i figli non amano i padri, e dunque l’amore funziona solo in discesa? In folle?

Formica ci aveva arrestato Sofia Loren con le manette a Fiumicino, trent’anni fa, Monti ci esibisce Befera: che lotta è questa all’evasione fiscale?

Ci vorranno nuove tasse perché le vecchie hanno indotto la recessione, che ha ridotto le entrate fiscali: non sarà questo il moto perpetuo?

La Germania vuole il nostro pareggio di bilancio, noi che cosa vogliamo dalla Germania?

Se dobbiamo sacrificare periodicamente alla Dea Germania, perché ce la propongono in forma di Merkel? Non hanno più walchirie?

Se Dio s’è ritirato dal mondo (Hegel), dove si sarà nascosto?

Come un barbone di strada che avesse casa e famiglia: gli piacerà bere?

E se sta in ogni luogo, sta pure all’inferno?

spock@antiit.eu

Marina cerca il passato al Sud, e non lo trova

“Come è possibile conciliare l’ordine in cui sei cresciuto, e l’armonia civile che pure hai conosciuto, con una società che oggi pare dominata dai fuorilegge, dove violenza, dolore e morte sembrano imporsi incontrastati?” Dove “l’unica regola è il sopruso”, la violazione sistematica di ogni norma di convivenza civile prima che di ogni legge? Marina Valensise si pone infine da studiosa non pregiudicata l’interrogativo che tutti si pongono in Calabria, a Reggio Calabria, nella provincia di Reggio, e più in particolare nella Piana di Gioia Tauro dove lei è nata e cresciuta, da un paio di generazioni. Da quando la mafia fu installata. Proprio così.
Il lettore non sa, come fa a saperlo se nessuno glielo dice, che quando Marina Valensise nasceva, non sono molti lustri, non c’era la mafia in Calabria. L’onorata società forse sì, quella dei santini e dei giuramenti di sangue, ma non la criminalità organizzata, con ottimi consigliori e referenti politici, non dissuasa dall’apparato repressivo, e ora dominante e totalitaria. Specie nella sua terra d’origine, oggi la più infestata, una borghesia industre operava. Talmente aliena dalla violenza, purtroppo, dei nuovi criminali e delle istituzioni, da arrendersi senza combattere. Tale fu la sorpresa della forza della mafia delle campagne – presto estesa al commercio e alla banca.
Ma, purtroppo, Marina Valensise non glielo dice, dopo il grido di dolore. Pur avendone gli strumenti, da studiosa di storia: “scopre” il Sud, cioè lo riscopre dopo un’esistenza negli alti luoghi della cultura a Parigi e a Roma, essendosi liberata, ma si limita a una rimpatriata. Tra i buoni residui, il prete antimafia, la onlus, la cooperativa, l’imprenditore antimafia. Per il resto cantando le bellezze dei luoghi, sulla scorta delle solite letture, Alvaro, Lear. L’azione di contrasto che non c’è stata? L’ostracizzazione delle forze dell’ordine? L’invadenza e la perversione della politica, a partire dalle parrocchie? La sovversione (debasement) della vecchia classe dirigente? Con quella di Marina, sono due generazioni che sono mancate alla Piana. E poi non è vero che il sole sorge a Sud.
Marina Valensise, Il sole sorge a Sud. Viaggio contromano da Palermo a Napoli via Salento, Marsilio, pp.363 € 22

L’impegno è sdegno in Simone

All’Avvento del 1934 Simone Weil avviava alla fabbrica elettrotecnica Alsthom di Parigi l’agognata esperienza operaia. Dove fu infelice. Non resisteva i ritmi di lavoro, non sperimentò alcuna forma della solidarietà operaia di cui nei libri, nemmeno sotto l’aspetto sindacale. Un’esperienza che dice disumana, anche se era la vita di milioni di persone. Che aveva voluto perché era la sua maniera di conoscere: fare esperienza. Stare nel mezzo – un po’ come il suo adorante traduttore, Franco Fortini.
Il libro è una raccolta di testi diversi, articoli, lettere, abbozzi inediti, frammenti, assemblata postuma, nel 1951, nella collezione “Espoir” di Gallimard che Camus dirigeva, con criterio tematico e non cronologico. Testi vivi, voleva Camus, di pensiero attivo, e non, per allora, di riassetto critico, da opere complete. Mantengono un interesse storico, più di molti saggi di sociologia del lavoro all’epoca. E, come sempre per Simone Weil, di testimonianza di uno spirito irrequieto: generoso e sempre partecipe, perfino invadente.
Il curatore della riedizione francese della raccolta dieci anni fa, Robert Chenavier, apre la presentazione con l’orrore delle retrovie che la filosofa sempre attesta, con Bernanos e altri corrispondenti, in guerra, in politica, nel lavoro, nell’esperienza religiosa, nella vita. Attiva in tutti i fronti di resistenza, dalla Spagna al gollismo, Sempre impegnata e sempre critica. Filosofa informata e acuta del presente, e tanto più a distanza di tempo, ma esempio vivente dell’irrilevanza, forse, della critica nell’azione, sia pure ragionata e vera.
Simone Weil, La condizione operaia

mercoledì 14 marzo 2012

Lo jus romano nacque dal crimine

Il “viaggio” di Simone Weil nella Germania di Hitler è in realtà una sintesi micidiale della “civiltà romana” come allora si praticava. Mussolini vi s’identificava in superficie, Hitler nel profondo: il segno della civiltà romana, nella storia e nella cultura, è la crudeltà. I romani per primo passano sopra con determinazione, con costanza, a ogni impegno d’onore e a ogni senso dell’onore, e se ne fanno vanto: “I romani godevano di quella soddisfazione collettiva di se stessi, opaca, impermeabile, impenetrabile che consente di conservare in mezzo ai crimini una coscienza perfetta tranquilla”. È vero – e , si può aggiungere, è il punto che manca a H.Arendt nella “banalità del male”.
I romani erano però anche cultori del diritto. Weil non lo ricorda, se non di sfuggita. Mancando un punto ancora più appassionante: è la crudeltà (la forza), invece della giustizia, la base del diritto? La crudeltà vera e non la reazione, la collera fredda e senza limiti, che nasce dall’indifferenza.
Simone Weil, Sulla Germania totalitaria

Secondi pensieri - (94)

zeulig

Decostruzione - Costruzione e decostruzione, struttura e sovrastruttura negano il reale e la storia - Deleuze e Derrida ci resteranno male quando scopriranno che non hanno decostruito nulla, solo scemenze. Mentre la proprietà pedagogica del meccano è nota, era nota a tutti i bambini, da tempo. Rovesciare la realtà è prova d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre, dire bene il male e male il bene. La sua logica è quella di Epimenide, il cretese per il quale tutti i cretesi sono bugiardi, o di Amleto – sarebbe già meglio, credibile, funzionale, effettiva, quella del bugiardo attore: Pinocchio.

Dio – È consolatore, e vendicatore. Ma soprattutto è regolatore, anche lui, si pone dei limiti. In quanto Dio della Legge, e uomo di mondo.

Se Dio è morto – Freud “prima” di Nietzsche anche se dopo Hegel - niente è più permesso, perché niente esiste.
Freud sarà come Adorno dice, che niente in lui è vero, a parte le esagerazioni, ma in questo è grand’uomo, avendo capito che Dio è molteplice e mobile, come le figure del desiderio. Questo modo di essere della realtà che è il più solido – il più vero – e sempre sfugge: la proiezione.

Se Dio s’è ritirato dal mondo (Hegel), con la Tradizione (Evola) e la Filosofia (Heidegger), non si capisce cos’è avvenuto in questi due secoli, né dove la Storia si nasconda.

“Non esistono fatti, solo interpretazioni”, direbbe Nietzsche. Che sono però fatti, spesso non er-ronei. Nietzsche non lo sa ma ripete sant’Anselmo, la prova ontologica di Dio partendo dal salmista: “Lo stolto in cuor suo dice che Dio non c’è”. Bene, spiega il santo, l’ateo, il più stolto di tutti, non può pensare vero “qualcosa di cui nulla può pensarsi di più perfetto o più grande” e poi dire che questo esiste solo come sua propria idea e non nella realtà.

Dio ha creato l’eternità, il tempo è degli orologiai.

Esistenza - L’argomento ontologico non persuase Kant, per il quale l’esistenza “c’è”, e “si mostra” non “si dimostra”.

Futuro – Non può essere brutto - neanche quello del depresso, finché il depresso si pensa (vive). Perché il futuro in sé non esiste, è parte (proiezione) delle attese. Aspettarsi un futuro è di per sé presunzione positiva.

Gelosia – Tradizionalmente associata all’amore, è un’assurdità: in amore il dubbio (la deduzione) è un’assurdità.

Immaginazione – Può mancare? Manca, è un fatto, per un difetto organico.
Si po’ assentare (perdere)? Con l’età, si dice. Ma i giovani e gli anziani la esercitano senza freni, anche nelle forme “deviate”.
Montale, nei ricordi di Maria Luisa Spaziani (“Montale e la Volpe”, pp. 73-74) ne fa un fatto naturale: alcuni mancano d’immaginazione. E tra essi pone sé stesso, un poeta – di una poesia per tanti, che sempre se ne nutrono con profitto la propria immaginazione. Si confonde con la capacità d’affabulazione.

Mamma – Al tempo delle balie era la balia. Il bambino la chiamava mamma e con lei si identificava, più che con la mamma naturale. L’appartenenza – la vicinanza, la cura, e il legame d’istinto – andava col nutrimento più che col concepimento, la gravidanza, il parto. Anche il ruolo sociale, oltre che quello naturale, il nutrimento rovesciava: la balia, solitamente contadina (montanara, pastora) povera, sentita più mamma, o unica mamma, rispetto alla madre naturale borghese di città, di ceto professionale o mercantile.

Potere – Si vuole arcano per essere miserevole. Intrinsecamente debole: si autodistrugge più di quanto distrugge. In tutta la sua fenomenologia nota, dalla mafia all’impero. Peggio quando si nega, pretendendo di cancellarsi.
Le forme più durevoli di potere sono quella che meno ne hanno fatto uso, nemmeno come pezze d’appoggio: le faraonie egiziane, l’impero romano, e oggi gli Usa.

Scienza - Non ha il senso del ridicolo, con le sue miriadi di scoperte, le profondità della psicologia, per esempio, un gioco di specchi, o dell’astrofisica, così vuote, o della biologia, così piatte. Potrebbe essere una buona tecnica, e per tale va presa.

Storia – Riserva sempre sorprese, ma tutte prevedibili. Questo perché la si sottintende migliorativa (progressista). Per una pedagogia, sia pure errata? Per innatismo: la storia è parte della sopravvivenza, e la sopravvivenza è per natura migliorativa.

Quella del pensiero è piatta.

È segnata dall’eternità, da percorsi a noi esterni e ignoti – Nietzsche insomma: “Ogni desiderio anela all’eternità”.

È la fine che dà senso alla storia – poiché la storia deve avere un senso. Da recuperare successivamente.

Uguaglianza – Tucidide la fa chiamare giustizia da Pericle, e tale è nella sostanza, tutto il resto è contorno. L’uguaglianza della nascita, peraltro non contestata dalla reazione, da Antifonte nel Quinto secolo a.C. (ma anche da Platone, al cap. VIII della “Repubblica”) a Joseph De Maistre, ne è il presupposto, scrostando l’individuo dei privilegi o le servitù di censo o casato. Ma si realizza nella giustizia, l’isonomia di Aristotele, la gestione ugualitaria della società, per complessa o squilibrata che essa sia.

zeulig@antiit.eu

martedì 13 marzo 2012

Chi ha paura di Mani Pulite?

È stata la celebrazione meno sentita. Un’attesa montata, tanti preparativi, un fallimento: niente convegni, niente libri celebrativi, niente speciali. Niente tentativi di approccio storico. Si dice perché l’evento è recente, ma lo è meno del leghismo e del berlusconismo, sui quali invece tanti storici si esercitano. No, è che c’è un regime di opinione pubblica che prospera sulla giustizia politica, al quale non conviene sollevare il vaso di Pandora, tropi serpenti.
Mani Pulite non ha moralizzato la politica, ha solo distrutto alcuni partiti per favorirne altri. Si è detto nelle meste celebrazioni che non poteva moralizzare la politica, e invece avrebbe potuto. Avrebbe dovuto, come deve ogni magistratura inquirente: perseguire il crimine, tutto il crimine, senza favorire gli amici. La Mani Pulite di Milano ha arricchito gli avvocati, a partire dal famoso Lucibello, il sodale di Di Pietro. Ha premiato alcuni giudici con fulminee carriere politiche – Di Pietro dopo che aveva riconosciuto di avere preso in prestito cento milioni da un indagato che teneva in carcere, poi restituiti “in una scatola da scarpe” – cento milioni non c’entrano in una scatola da scarpe? La banca gli ha chiesto a che gli servivano cento milioni in contanti? Sembra di sognare…). Ha discriminato bassamente, a Milano e non solo. Tra i politici e tra gli imprenditori. Ne sono uscite indenni, anzi intonse, alcune delle più acclarate e sostanziose truffe, la Sme, la Rizzoli-Corriere della sera, la Milano-Serravalle, Parmalat quando si poteva evitare il crac. Perfino delle mazzette Montedison, ne furono indagate alcune e altre no.

La disattenzione

C’è una filippina alla posta, allo sportello delle raccomandate. Una signora in età? Una giovane? L’età è indefinita. Per un invio di cui non si conosce la procedura. In attesa della soluzione l’impiegata ogni tanto fa passare qualcuno della coda, tenendo la filippina da parte. Alla fine viene deciso che la filippina deve riscrivere su fogli carbone, a parte del plico, la destinazione e il mittente.
Mittente riesce arduo. La discussione si accende generale, anche per liberare lo sportello dalla filippina, sulla parola “sender” che ha pronunciato interrogativa. Che a qualcuno sembra tedesco e trova gli astanti impreparati. Mentre c’è chi ammonisce: “È inutile, sanno un po’ di spagnolo”. La donna però ha capito che deve lasciare libero lo sportello, e fa per sedersi, per scrivere, alla sua sedia. Qui s’accorge che non c’è più la borsetta. Ha lasciato la borsetta sulla sedia dove sedeva in coda, e ora non c’è più. Panico. Rammarico. “Brava!”, l’apostrofa l’impiegata, “telefona subito alla signora, magari l’hai lasciata a casa”.
La signora non si trova, né a casa, né al cellulare. La donna si aggira per ogni angolo, semmai la borsetta fosse caduta, e niente. Sette persone in attesa, nessuno ha visto. La partecipazione si fa generale. “Così s’impara”. “Ai loro paesi nessuno ruba, gli tagliano le mani, non sanno che qui scompare tutto”. “Stanno qui da una vita e non hanno imparato a parlare”. “Noi bene o male abbiamo fatto le guerre coloniali, conosciamo gli altri mondi, questi arrivano impreparati”. Si parla, si discute, si dibatte. “Siamo in sette, qualcuno passa e si porta via la borsetta, e noi non ce ne accorgiamo”. Finché l’impiegata dello sportello finanziario non solleva gli occhi, guarda la ragazza e la rimprovera: “Brava, hai lasciato pure tu la borsetta incustodita? Non sei la prima oggi. Guarda se è questa, un signore me l’ha portata, qualcuno l’ha dimenticata sulla sedia. Ma dove avete la testa!”.
La ragazza a momenti piange: è la sua borsetta. Si guarda attorno, dice che cosa la borsetta contiene e lo tira fuori, non vuole dare l’impressione di barare. E poi c’è il suo documento d’identità.
In sette, dunque, non hanno visto un cliente, così oggi la posta chiama le persone in fila, che uscendo ha trovato la borsetta incustodita, avrà pure chiesto “di chi è?”, e alla fine l’ha lasciata all’impiegata.

lunedì 12 marzo 2012

Proust Madre & Figlio

O la “Ricerca” di Maman. “«Alla ricerca della madre perduta», o «Lo scrittore ritrovato», questi titoli annuncerebbero il tema vero del lungo romanzo insieme incompiuto e finito che scrisse Marcel Proust” (p. 25). E: “Proust madre & figlio. Questa sarebbe a prima vista l’insegna sotto la qale fu fabbricato il romanzo” (p.46).
Era un punto fermo della biografia, la convivenza con la mamma, fino ai 34 anni e dopo. È un punto d’appoggio nuovo per la “Ricerca”. Diminutivo per il lettore - che comunque può prescinderne. Rivelatore per l’ispirazione, le tematiche, lo stesso linguaggio, molto materno, della propria madre di Proust, Jeanne Weil, e il teatro dei personaggi, di molte loro discrasie. Rilevato e redatto come una prova d’affetto, l’ennesimo libro di devozione ma perspicace: “La vita reale (è) così vicina talvolta al suo romanzo che la si crederebbe scritta dal narratore in una sorta di autobiografia” (p. 19). E della prove precedenti, tanti racconti, il “Santeuil”, il “Sainte-Beuve”.
Michel Schneider, Maman, Folio, pp. 322 € 7

Un diabolicchio di Narciso

Il solito Soldati narciso insoddisfatto, in questa che poteva essere la sua ultima narrativa – è la penultima. Della sua incapacità di amare. Anche le amanti che lo hanno fatto felice.
La morte di una di loro, di una malattia grave che non lo turba, gli suscita la rievocazione di una “infernale” crociera attorno all’Africa, con tanto di diavolo incontrato a Dakar – in un’orrenda parodia del folklore africano, ma il lettore non è tenuto a saperlo. In compagnia di chi, il lettore lo scoprirà alla fine. L’impegno di Soldati in tutta la narrazione è di convincersi, e di convincere la moglie, alla quale invia la solita confessione, suo genere preferito, questa volta con un nastro magnetico, che la colpa è della stessa moglie. Compresa la beffa finale?
Un Soldati che aderisce al suo personaggio televisivo. Non antipatico, benché lui intenda questo: ipocrita, opportunista, sempre per la storia dei tredici anni di scuola dai gesuiti. Con estenuanti prove di gelosia – meno fredde che in Proust, ma non una risorsa. Soffre “l’inerte gravità dei corpi” dopo l’amore, che sempre si accanisce a rifare. Con molte donne, in ogni luogo, con ogni sotterfugio. Più che un diavolo un diabolicchio, quello che astrae dal falso folklore che s’inventa, il diavolo Gobòi .
Con copiosa presentazione, di Giovanni Tesio, cronologia e bibliografia di Stefano Ghidinelli.
Mario Soldati, L’architetto, Oscar, pp. XLVI + 116 €9