sabato 5 maggio 2012

Miseria della spesa

Un istituto di ricerca di fisica, consorziato con altri undici istituti europei, riceve un premio corposo dall’Unione Europea per la formazione di ricercatori (dottorati). Che però pone una condizione: ai neolaureati ammessi alla formazione (dottorato) dovrà corrispondere 3.400 euro mensili. Una pacchia, si direbbe, per gli standard italiani. Ma la cifra è il doppio di quanto percepisce il ricercatore italiano in titolo, che ha ideato il programma e lo coordina.
Altra condizione della Ue è che ogni centro possa ammettere al suo corso di dottorato cittadini europei non nazionali. E questa è senz’altro una buona notizia: su undici borse di dottorato da 3.400 euro mensili già assegnate dai centri di ricerca non italiani nove sono andati a neolaureati italiani. Una borsa di dottorato in Italia è di mille euro al mese.

Prodi apre il fronte dei tagli

Prodi non si metterà di mezzo contro Monti. Lo assicura ai suoi vecchi e nuovi collaboratori, e non c’è da dubitarne: il carattere e la storia personale lo dicono incondizionale ma prudente. Contro Monti però aprirà il fronte della spesa pubblica - come ha aperto quella della riforma elettorale contro l’accordo fra i tre partiti che sostengono Monti. Prodi avrebbe commentato sarcasticamente la nomina dell’ottantenne Bondi a commissario ai tagli, senza alcun potere. E l’invito ai cittadini – ai “colonnelli in pensione” - a proporre i tagli.
Prodi in effetti sa di che si tratta. Al governo nel 1996, aveva commissionato all’economista Paolo Onofri, di Prometeia, una vera spending review, che aveva portato a un quadro sorprendente: troppo per le pensioni, troppo poco per la salute e la ricerca, niente per la formazione (l’Italia è l’unico Paese in cui chi perde il lavoro non può riqualificarsi), eccetera. Un quadro che era anche un programma d’azione. Ma – naturalmente – senza effetti. La spesa pubblica è come la corrente, o come la Rai: non si toccano. Il patrimonio multimiliardario inutilizzato dell’ex esercito di massa non si tocca, e così pure tutte la aree dismesse, gli ex mattatoi, gli ex mercati generali, le procedure non si semplificano, l’inefficienza dev’essere sempre massima. “Non è che non si sa che cosa fare”, Prodi va dicendo ai suoi.

Ci sono giudici, donne, anche a Milano

Tre censure giudiziarie in un giorno a due delle Procure più potenti, Milano e Palermo, fanno una notizia a parte. Milano è bacchettata dalla Cassazione per non aver voluto indagare Tronchetti Provera per le intercettazioni Telecom Italia. Palermo ha contrariato il Tribunale per aver prodotto un teste inattendibile al processo per la trattativa mafia-Stato. E la ministra della Giustizia Severino per aver divulgato intercettazioni inconsistenti, effettuate nell’ambito dello stesso processo, al fine di impedire la nomina di un giudice, il napoletano Mancuso, a capo della Procura d Napoli.
Sono grandi novità, dopo vent’anni di licenza totale per le Procure, e bisogna aspettare per valutarne la portata. A Napoli, al processo contro Moggi, che pure si è piegata infine a condannare, la giudice Palaja ha dovuto subire due attacchi della Procura, in Tribunale e al Csm. A Milano la giudice Panasiti dello spionaggio Telecom ha subito attacchi della Procura che la Cassazione definisce “di non pertinente polemica”. Senza che, in entrambi i casi, né la Cassazione né il Csm abbiano aperto un fascicolo contro le Procure. Ma sono sempre più i giudici – e sono soprattutto donne – che osano giudicare imparzialmente tra accusa e difesa.

Ombre - 129

Ma quali professori, questi sono dittatori! Scrive proprio così Piero Ostellino. Sul “Corriere della sera”. All’“amico” Monti, “cattolico-liberale”, imputa “un totale disprezzo dei diritti dei cittadini”. Il governo dice “dispotico”, senza più, “corrotto” dal potere. E i media plaudenti “una sorta di Minculpop” fascista, che solo sa muoversi al grido: “Il Duce ha sempre ragione”.
Sembrerebbero cose gravi. Ma l’ex direttore mettono in un angolo triste del giornale. È proprio vero che i liberali sono finiti allo zoo.

In due giorni 40 mila consigli antispreco al commissario straordinario Bondi. Non eravamo una nazione di commissari tecnici? Solo Monti non lo sapeva?
O questo “scrivete al governo” è un modo come un altro per il professore di dire “popolo bue”?

Al processo siciliano per la trattativa mafia-Stato due giudici che si professano “allievi” di Borsellino, Alessandra Camassa e Massimo Russo, ricordano ora che il maestro a giugno del 1992 disse in lacrime: “Non posso credere che un amico mi abbia potuto tradire”. E sostengono in Tribunale che Borsellino si riferiva alla trattativa. Seppure prima della trattativa che il suo assassinio avrebbe propiziato. Cioè non lo dicono, lo lasciano intendere.
Potenza dei testimoni: possono dire indenni in questo Stato di diritto qualsiasi cosa. Purché vada sui giornali.

Serie incredibile di errori juventini in Juventus-Lecce. Sottoporta del Lecce e, infine, nella porta propria. E forse il pareggio non era stato “giocato”.

“Il concertone a Napoli, De Magistris sfida Alemanno”. Promettendo il concerto gratis per il Primo Maggio 2013: 300 mila euro. Grandezza di Napoli? Del giudice-sindaco?
“Repubblica” plaude. Spending review?

Di De Magistris si può capire: s’è costruita la carriera politica coi soldi pubblici, con le inchieste fasulle. Ma da destra: contro Prodi, e contro la giunta di sinistra a Potenza. È “la Repubblica” di sinistra-destra?
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Il pm Mancuso di Napoli, nemico dichiarato del Procuratore Capo missino Cordova, no global imperseguibile, figli compresi, si faceva raccomandare al Csm da Gasparri. Tramite un colonnello dei carabinieri. E la cosa è stata denunciata.
Si capisce quanto la rottura tra Fini e i sui ex colonnelli è stata traumatica: tra i giustizialisti ora è difficile orientarsi.

Nel mezzo della recessione, tra licenziamenti di massa e “esodati”, la Cgil di Milano si mobilita per un “presidio antifascista”, per impedire il solito “saluto” annuale a Sergio Ramelli, assassinato nel 1975. Un diciottenne che forse fu fascista, ma non era un terrorista né un violento.
Ma se ne lamenta solo Battista. Che è romano. Nel solito angolino triste del “Corriere”.

È la stessa Cgil che ha cacciato Muti dalla Scala, l’orchestra scaligera riducendo a banda di paese, e da quasi mezzo secolo tiene in ostaggio Brera? Fermo comunque il no della Scala a Muti: i milanesi che vogliono ascoltarlo vanno a Brescia.

Sfilano nelle due pagine di Paolo Mieli sul “Corriere della sera” il Primo Maggio, “Il diffamatore di Gramsci che fu assolto dal Pci”, non solo una serie di ignominie del Partito, ma anche una serie sorprendente di storici che si censura. Sul Partito e su Gramsci.

A un vagolante segretario politico, Alfano o Bersani, che gli ha proposto la compensazione fra debiti e crediti fiscali, Monti risponde con l’inoppugnabile premessa: “Non pagare le tasse è criminale”. Dunque, è un furbo.

Il presidente dell’Eurogruppo Juncker, nominato e sostenuto da Francia e Germania, lascia l’incarico protestando contro “le ingerenze di Francia e Germania”. Senza reazioni. Né a Roma né altrove.

venerdì 4 maggio 2012

Il milanese Craxi non voleva critiche a Milano

Il 5 maggio 1992 un collaboratore dell’«Avanti!» poteva annotare in una sorta di diario politico:
“«Milano non si tocca, le critiche a Milano vengono giudicate artefatte. E poi Milano siamo noi, i socialisti»: queste le risposte del direttore Villetti un anno e mezzo fa, alla proposta delle prime critiche al sistema milanese, passate poi sul giornale in forma ridotta e semiclandestina. Ora siamo al “Milano infetta”. E nei centri politici, non in quelli degli affari.
“Un errore doppio di Craxi: essersi fatto governare dagli affari, averli protetti nel nome del mito ambrosiano. Errore politico, che ne riduce la statura, l’intelligenza, e probabilmente la carriera. Ma è un errore di milanesità: la tracotanza milanese, più che lombarda, che non riesce nemmeno a capire di quali problemi (errori) è causa. Per un complesso di superiorità, e di vittimismo. Anche in questa crisi la colpa di tutto è di Roma, come se la politica si facesse a Roma e non a Milano.
“Ma cos’è Milano nei fatti? Beccaria, i Verri, Cattaneo, Manzoni, non saranno idealizzazioni di una società piena di sé, inaffidabile (incostante), a suo modo violenta – o si fa come mi fa comodo, oppure… Dov’è il milanese saggio, ragionativo, operoso, quadrato?
“Si dirà sicuramente che la cattiva politica lo ha dirazzato. Ma la politica è l’espressione di una società, con la quale interagisce debolmente, meno degli interessi di bottega per dire, o della presunzione etnica. Craxi, che era ipermilanese cinque anni fa, quando aveva ben governato e le cose andavano bene, è lo stesso oggi”.

La Montagna Potiomkin

Per magica che la montagna sia diventata, nella nuova traduzione di Renata Colorni, è “La corazzata Potiomkin” della letteratura. Il problema non era la traduzione.
Thomas Mann, La montagna magica

giovedì 3 maggio 2012

Berlusconismo di sinistra

Da Giorgio Meletti a Travaglio, Gianni Dragoni, Alessandro Robecchi, è un coro sul tema caro a Flores d’Arcais: “Il governo Napolitano-Monti-Passera e la continuità col berlusconismo”. Per il difetto d’ottica che, come sempre ormai da settant’anni, fa l’irrilevanza politica degli intelligenti, i belli-e-buoni della Repubblica. Le tasse non sono un discrimine, benché ingiuste e violente, né l’affarismo di Milano, né il neoguelfismo di Bazoli al posto del populismo di Berlusconi. Conta solo l’antipatia, l’umore, la gesticolazione, quanto basta a “bucare lo schermo”. Che una volta si chiamava superstruttura, oggi berlusconismo. “Micromega”, 2\2012, pp. 244 € 14

Firenze e il fascismo dal vivo

Un ritratto sempre fresco della Firenze scomparsa, piena d’intelligenza e bellezza. I luoghi, Bibe al Ponte all’Asse, Omero a Pian de’ Giullari, Crispino al Poggio, tanto Colle Val d’Elsa col senese, e le persone, Maccari, Rosai per un centinaio di pagine, Vittorini per la metà, i viareggini, Bonsanti, Linder, che chiede rifugio e sporca la casa degli ospiti, il nonno gobbo di Geno Pampaloni, Montale protettore della Resistenza, Luzi in tralice, e Bruno Sanguinetti, che ucciderà Gentile (ma qui non se ne parla). C’è anche, via Montale, Ezra Pound a Rapallo, fascista irremovibile. Con Mussolini e alcuni gerarchi dal vivo, Galeazzo Ciano, Alessandro Pavolini, Berto Ricci. Meno la seconda parte, i soliti dissidi tra comunisti sono già ossidati – questi ex giovani erano più liberi (creativi) quando erano fascisti? Romano Bilenchi, Amici, Bur, pp. LX, 261 € 13

Il romanzo di Gramsci a Roma

Gramsci deputato a Roma di ritorno da Mosca, scelse di vivere con la famiglia Passarge, seguendola anche in un trasloco. Di un anziano titolare di due famose farmacie, in piazza di Spagna e davanti al Grand Hotel, passato indenne alla prima guerra. Di sua moglie Clara Ilgner, adottata in una famiglia d’importanti dirigenti della I.G.Farben e della Basf. E del figlio Mario, spia dei servizi italiani e intimo di Carmine Senise, capo della polizia di Mussolini, lui come le sue due sorelle, poi all’NW7, il servizio di spionaggio della Farben. Fu in questa casa che Gramsci subì l’arresto, per il quale si era “preparato”. La ricostruzione è tra quelle condannate dai gramsciani in titolo, fra quante si propongono di fare la storia del comunismo in Italia, e quindi di Gramsci. Uno di essi, D’Orsi, imputa a Biocca l’insinuazione che Gramsci si sarebbe pentito (“ravveduto”), per ottenere la libertà. Ma questo qui non c’è. C’è invece una storia fantastica di spie: normali, familiari. Un romanzo. All’urna senza nome con le ceneri di Gramsci toccò anche di convivere, nel cimitero protestante di Testaccio a Roma, con la giovane Elsbeth, la sorellastra di Mario, morta ventenne alla vigilia del matrimonio, la cui statua funebre è famosa tra i frequentatori perché “porta fortuna” - fino alla conveniente rimozione della urna nel dopoguerra. Dario Biocca, Casa Passarge: Gramsci a Roma (1924-1926), “Nuova Storia Contemporanea”, pp.168 € 11,50

mercoledì 2 maggio 2012

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (126)

Giuseppe Leuzzi

Quando il papa incoronò Carlo Magno, a Bisanzio dissero: “Il papa dell’antica Roma è nelle mani dei barbari”. Sbagliavano? Lutero butterà la maschera.

Da un paio di decenni, da quando i giudici della Procura di Milano sono napoletani, non ci sono più delinquenti napoletani a Milano. Sono calabresi.

Emilio Fede corruttore di minorenni (Ruby), prosseneta, ricattatore (di Berlusconi), e trafugatore di capitali in Svizzera. Volano gli stracci, usa dire, e Milano si diverte così. Ma – poiché Fede non è nessuna di quelle triplici incarnazioni – sarebbe stato “Emilio Fede” se fosse stato veneto, oppure piemontese, invece che siciliano?

Breve storia del Nord – 3
Al Nord il vizio non c’è, spiega Pope nel “Saggio sull’uomo”: “Ma dove al vizio estremo mai s’è consentito?\Chiedi il Nord dov’è: a York, o sulla Tweed,\in Scozia, alle Orcadi, e lassù,\in Groenlandia, Zemlia, o Dio sa dove”.
In realtà Pope dice “Zembla” e non Zemlia, che sarebbe la terra. Zembla sarà la futura patria del protagonista di Nabokov in “Fuoco pallido”.
Poi venne il giovane Coleridge, che sfruttando la fama del padre Samuel lanciò il genere della “Biographia Borealis”, o “Vite di Settentrionali Distinti”.

Il consolidamento si farà con la scoperta dell’“arianesimo”, in Inghilterra e poi in Germania. Il Nord fu così pacificato. Carlo Cattaneo poteva nel 1840 rilevare arguto che “le magiche peregrinazioni degli Ariani” fondavano “la eccellenza e la nobiltà del Settentrione”.
Con l’Italia fu lasciata fuori la Russia, di cui a tratti si negò che fosse abitata da slavi. Marx voleva i russi ricacciati “al di là del Dniepr”, in quanto mongoli e quindi non indogermanici: i russi, diceva, “non sono slavi”. Mentre spagnoli e portoghesi furono a lungo tedeschi, dovendosi esportare l’“arianesimo” in America Latina e nelle Filippine. Nel 1865 l’Anthropological Review di Londra scoprì “una famiglia spagnola bionda e puramente gotica” nello Yucatàn. Ma durò poco, l’“arianesimo” è religione del Nord per il Nord.

Più tardi nel secolo Giuseppe Sergi, siciliano di Messina, fine folklorista, scoprì che gli europei in blocco vengono dall’Abissinia. Giunti in Europa, presero due direzioni, il Nord baltico e il Sud mediterraneo. Quelli del Sud, dice Sergi, “per parecchio tempo dovemmo difenderci dai barbari ariani”. Sembrava una conciliazione e invece manteneva, seppure sottile, la distinzione. Il suo discepolo Luigi Pigorini, pur ribadendo l’unitarietà ancestrale in Abissinia, riconobbe senza esitazioni la civiltà al Nord, tra i baltici “ariani”.

Il Nord sarà poi molto in voga nel nazismo. Suscitando reazioni e ire nel fascismo. Julius Evola si disse per questo orgoglioso “ariano mediterraneo”, contro l’“ariano nordico”. Ma inciampò nella “categoria superiore” del “romano nordico” rispetto al “romano-mediterraneo”.
Evola non aveva torto, anche Roma è nordica: i romani non sono dolicocefali biondi, ma erano legislatori, soldati, e padri di famiglia, tutte virtù settentrionali. L’ha riconosciuto nel 1924 il “New York Times”: “Nella marea nordica che affluì in Italia (dai goti in poi, n.d.C.) erano gli antenati di Raffaello, Leonardo, Galileo, Tiziano…” - non di Michelangelo, notare. Lo stesso Colombo, “a guardarne i ritratti, autentici o meno, era chiaramente di origine nordica”.

Il discorso è la realtà - 2
“L’ontologia non è quello che c’è, ma il discorso su quello che c’è” – Maurizio Ferraris, direttore del Labot a Torino, laboratorio di ontologia, in “Manifesto del nuovo realismo”, p. 46. Il “discorso” è l’epistemologia. La quale, anche se fallace, non è quello che si sa ma quello che si dice. E chi ha un altoparlante lo dice meglio, lo diffonde, si fa ascoltare e credere. È il discorso del padrone – “L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo è lui il padrone” è una commedia di Dario Fo del 1969, su un aforisma di don Milani.
Non è vero in assoluto ma lo è nella realtà storica “L’ordine del discorso” con cui Foucault inaugurò nel 1970 le sue lezioni, ribadito nella “Microfisica del potere sei anni più tardi: “L’esercizio del potere crea perpetuamente sapere e viceversa, il sapere porta con sé effetti di potere”.
Si dice così la famiglia al Sud patriarcale, anche se nessuno ha mai saputo di un matrimonio imposto a una figlia.
“Nulla conta fuori del testo”, si può convenire nelle realtà subalterne con Derrida, “Grammatologia” – sbagliato ma vero.

Calabria
“Uno dei più straordinari paesi che si trovano in Europa”, la disse Jean-Claude Richard de Saint-Non, più noto come Abate d Saint-Non, parigino, incisore, archeologo, viaggiatore in Calabria e Sicilia dopo girato l’Inghilterra: “E, sicuramente da molto tempo, uno dei meno conosciuti”. Allora, 1778, come oggi.

Fu greca (bizantina) ma di Alessandria d’Egitto. Il rito greco calabrese non era quello di san Giovanni Crisostomo e san Basilio, in uso a Costantinopoli, in Grecia e in Asia Minore, ma quello di Alessandria d’Egitto, di provenienza siriaca e palestinese – dei monaci in fuga dagli arabi.

Reggio subì una mezza dozzina d’invasioni arabe in un secolo, dopo l’arabizzazione della Sicilia. In un paio la popolazione non fece in tempo a fuggire in montagna e venne sterminata. Sempre fu saccheggiata, e bruciata.

Nella (larga) parte sconosciuta della sua storia, la Calabria, appena così fu denominata da Bisanzio, fu per alcuni secoli un avamposto contro l’accerchiamento arabo. Spesso con le sue sole forze. Gli arabi spesso occupavano e coltivavano un paese o un’area per decenni, anche per molti decenni. I borghi costieri si trasferirono a monte: Locri a Gerace, Caulonia a Stilo, una vetus civitas a Nicastro. Niceforo Focà, il generale armeno capostipite della dinastia bizantina, dopo aver liberato nell’885-886 la Puglia e la Calabria dai Saraceni, istituì il tema di Calabria accanto a quello di Longobardia - le propaggini settentrionali della penisola calabrese fino all’attuale Puglia centrale. Un secolo dopo i due temi furono fusi nel “catepanato” per l’Italia. Capitale del catepanato fu Bari, che aveva alle sue dipendenza lo stratega di Calabria a Reggio.
Le città erano chiamate kastra perché erano fortificate. Le basi militari non urbane erano dette castelli. Servivano anche come rifugio per gli abitanti dei borghi e i monaci dei monasteri quando, frequentemente, sbarcavano i saraceni, per razzie o occupazioni. Tre secoli di guerre.
Fu anche l’epoca in cui il crogiuolo levantino caratterizzò pure il catepanato: con gli autoctoni convivevano greci, slavi, ebrei, orientali in genere, e arabi. Nasser, l’ammiraglio maronita della flotta di Bisanzio che alla fine del decimo secolo annientò la flotta araba a Reggio e poi a Palermo, lasciò nella città calabrese il figlio Leone, che con i suoi figli diverrà uno dei maggiori possidenti della zona.

Ancora sotto i Normanni la Calabria parlava quattro lingue: greco, latino, arabo, volgare.

Tra i dieci cognomi più diffusi ad Aosta otto sono di origine calabrese. Undici sui primi quindici. I primi in classifica sono Mammoliti, Fazzari, Giovinazzo. Il primo autoctono, Bionaz, viene al sesto posto. È uno dei dati più nuovi della rilettura dei cognomi d’Italia che l’Anci, l’associazione dei comuni, fa nella sua rivista.
Non è un caso singolare, la geografia dei cognomi al Nord è da un paio di decenni mutata. Ma mentre i cinesi hanno “scalato” Milano (il cognome Hu è al quarto posto, prima di Bianchi, Villa e Brambilla, Cheng al decimo), e i pakistani Brescia e l’altrettanto ricco veronese, i calabresi hanno solo cambiato montagna. Per una, anzi, più fredda.

“C’è chi avuto i gesuiti e chi i cappuccini”, celia un personaggio di Astolfo, “La gioia del giorno”, in Angola, per spiegare l’arretratezza della società civile. La presenza fa nei secoli l’ossatura dei popoli, come l’assetto politico e quello sociale. C’è in Europa chi ha avuto san Benedetto, o i cistercensi, o anche i domenicani, e chi no. La Calabria ha avuto il monachesimo basiliano. Molto diffuso, ma di monaci in realtà che non seguivano una regola né si costringevano a un’organizzazione. Alcuni erano colti, e anche molto colti, molti del tutto ignoranti. E non coltivavano né organizzavano alcunché ma vivevano di elemosina.
Lo stesso nome è tardo: i monaci sono ovunque in quantità in Calabria dall’VII secolo, a partire dalle invasioni arabe in Palestina e dalla lotta iconoclastica a Costantinopoli, dalle quali fuggivano, ma vengono denominati “basiliani” per la prima volta in un documento del 1382 – la fondazione dell’ordine quale oggi si conosce è successiva, nel 1579, a opera di papa Gregorio XIII.

leuzzi@antiit.eu

Tecnici a cascata

Enrico Bondi di Arezzo, ottant’anni, che forse è entrato qualche volta in un ufficio pubblico a chiedere un certificato, risanatore della spesa. Non subito, fra un anno o due. Anche se Bondi ha già “visto”, prima di essere nominato, tagli per due miliardi. L’americano Francesco Giavazzi, che molte università inseguono col forcone, per avere imposto alla Gelmini l’impossibile riforma dei concorsi, ha un’area più piccola: risanatore della spesa a favore delle imprese. Che non c’è più da decenni ma non fa nulla: anche lui ha tempo un anno o due. Il pensiero del professor Monti, dopo il tributo alla cancelliera, è occupare la Rai.
Arrivato ai tagli, Monti nomina i “tecnici dei tecnici”: li fa esperti di tagli, come una volta si facevano i cavalieri, e si assolve. Imbrillantandosi a fronte di tanta mediocrità, che la supponenza non riesce a nascondere. Gli economisti ridono di Giavazzi, ma ormai è fatta – e poi non bisogna presumere molto dei tecnici, a volte non barano: il prof. Muraro, che per conto di Padoa Schioppa aveva fatto nel 2007 il lavoro di Bondi, aveva proposto di rivedere l’organizzazione della Motorizzazione Civile... Siamo del resto tornati al “telefonate al governo”, il ridicolo 1974 che preparò l’Italia alla catastrofe del 1975, quando l’Italia dovette dare l’oro in pegno alla Germania.
Era inevitabile. Dopo i tanti “tecnici” al governo, meglio se padroni o collaboratori del “Corriere della sera”, la seconda ondata non poteva essere migliore. Ma è anche in linea con l’assurda, provincialissima, politica del governo Napolitano-Monti: niente pensioni e più tasse per decreto, riduzione delle spese fra un anno, forse, o due. Senza beninteso toccare quelle corrottissime degli appalti, Milano vigila. Per compiacere la signora Merkel, della cui stima i due si gloriano, che forse lunedì conterà come il due di briscola.

Letture - 94

letterautore

Confessione - Non è letteratura realista – non necessariamente, non come genere. Tanto più in questo Duemila, con la proliferazione elettronica, via blog e social network. Che seguono nel Novecento ai vari centri nazionali di Memoria Popolare, o archivi orali, creati a partire dagli anni 1920 a Londra e diffusi in tutto il mondo anglosassone, fino al Sud Africa e all’Australia. In Italia mediati cartaceamente, ma anch’essi assunti come in internet senza riesame critico, nell’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano nell’aretino, creato a fine anni 1970 e curato da Saverio Tutino. Nel 1961 si erano pubblicate le “Autobiografie della lggera”, testi autobiografici di contadini della Bassa lombarda, a cura di Danilo Montaldi, e l’antologia “Scrittori della realtà dall’VII al XIXmo Secolo”, a cura di Pasolini, A. Bertolucci, Siciliano e altri.

È stato genere in voga nelle dittature comuniste. Specie, da ultimo, in Cina.
“La Confessione” di Artur London è servito a Costa Gavras per un film simpatico, con Montand e la Signoret, volti umani del comunismo, e la fede che resiste alla tortura. Ma dopo che a Praga lo stesso London aveva sconfessato, con la moglie in tv, il Sessantotto. Riabilitati entrambi coi carri armati russi in città – London era un comunista a suo tempo “liquidato”.
Il comando del vecchio dispotismo era “non fare”, spiega “1984”, poi nel totalitarismo è stato “fai”, e oggi è “sii”. Praga dopo l’occupazione del 1968 si può dire al terzo stadio: “L’Umanità sia il Partito”. London fu arrestato con tutti gli altri nella “purga” del ‘51, per sionismo, ma liberato nel ‘55, mentre gli altri finivano alla forca, dopo le “defenestrazioni” di cui la città era divenuta specialista. Anche i tedeschi, che lo avevano arrestato nel ‘42, non lo uccisero.

Dante - È coprolalico? È plebeo. Piero Boitani da qualche tempo, da ultimo sul “Sole 24 Ore” di domenica 22 gennaio, come già un mese prima in una lectio brevis all’Accademia dei Lincei, si diverte a illustrare, in quest’ultimo caso via Joyce, la coprolalia in Dante.
“Dante, Dante!\ Gronda m. il paradiso”, diceva già Tommaso Landolfi in esergo a “Viola di morte”, la sua raccolta di poesie.
La materia in effetti è molta, tra merde, puttane, rogne, puzze, cloache. Nella “Commedia” come nell’anteriore poesia in volgare – non c’era ancora il petrarchismo. E più per i salti improvvisi di tono. Gli ingredienti di Dante sono molti. A margine del centenario dantesco del 1965-66 Giorgio Petrocchi, l’“editore” della “Divina Commedia” infine emendata, ambientava “la scarica realistica” nella narratività: “«Il realismo dantesco ha una base prevalentemente escatologica», ma diciamo pure che ha anche basi narrative, didascaliche, moralistiche, ovvero di opportuna variatio stilistica”, di variazioni di registro”. Le “esplosioni di espressività” Petrocchi notava sopratutto nelle serie in rima. La rima non consente di “abolire” molte parole?
È una colpa? Pasolini sembra pensarlo, nello scritto su “Paragone”, dicembre 1965, a chiusura dell’anno dantesco, intitolato “La volontà di Dante a essere poeta”, in linea cioè col “discorso libero indiretto” di cui Pasolini faceva, allora, la struttura del realismo linguistico, in quanto espressione di “coscienza sociologica”. Un linguaggio e una riduzione che Petrocchi s’impegnò a contestare alcuni mesi dopo su “La Fiera letteraria”. Ma a chi a Dante rimproverò la varietà stilistica e lessicale fu Bembo, il purista. Anche il Seicento ne dileggiò unanime la lingua. Ma queste sono patenti di nobiltà.

È l’esiliato, per tutto l’Ottocento e il Novecento, secoli di esiliati politici e civili. Dell’Ottocento resta poco, “La profezia di Dante” di Byron. Del Novecento molto: i poeti irlandesi, da Joyce a Beckett a Seamus Heaney, i russi, Manldel’stam, Brodskij, gli afroamericani, Walcott, Le Roi Jones.

Fantasia – È sbagliato, sostiene il filosofo John Searle, “Creare il mondo sociale”, 2010 (p.81), appaiare il denaro e gli strumenti finanziarti ai “fenomeni naturali”, quelli che la fisica, la chimica, la biologia studiano: “La recente crisi economica ci fa vedere che essi sono prodotti che richiedono una notevole fantasia (massive fantasy)”. Detto di un fatto possente, duro, come questa crisi, cinque anni ormai di spietata guerra civile, per la sopravvivenza, sembra una precisazione ineffettuale e un poco affettata (ridicola). Se non che fantasia era anche quella di Hitler.
Il potere dell’immaginazione è incontenibile. Si connota positivamente, tra le fate e le figure pratiche, ma è sregolata.

Italiano – Il “Don Giovanni” di Mozart è l’opera più compiutamente italiana – più “completa” (meglio costruita), riuscita, caratterizzata operaticamente. Su un personaggio non italiano. E una storia non italiana. Di musicista non italiano.

Lettere – “Le armi decorano e le lettere armano gli Stati”, Ippolito Nievo fa dire nel cap. 1 delle “Confessioni” agli Statuti Friulani del 1673, che ebbero corso di legge fino al primo Ottocento. Se non è un errore di trascrizione è un’idea originale. È vero che gli Statuti riferivano “le lettere” ai notai, sollecitatori, patrocinatori e avvocati.

Lettura – “La fame degli occhi” la dice Herta Müller, “L’applicazione delle vie sottili”, un prefazione-racconto del 2010. Una formula concettosa, ma di robusto contenuto, a specchio dell’altra “realtà” che la consente, la scrittura: “Gli ingrandimenti dettati dalla fame degli occhi appartengono solo al testo che li ha costruiti per poter funzionare. Lealtà verso il reale e smania di abbandonarsi a quello scintillio tremolante si accompagnano nella frase. L’una non si avvia senza l’altra. L’esperienza vissuta può imporsi validamente nella frase solo quando le è stato negato il rispecchiamento senza veli, quando mescolata allele mento d’invenzione assume un’intimità perfettamente artificiale, essendo costruita per mezzo di trucchi, e la rilascia poi durante la lettura”. In un’interazione costante.

La lettura dà spessore al lettore, lo rende consistente, seppure nutrendolo di parole. Herta Müller se n’è accorta nella sua giovinezza in Romania al tempo di Ceausescu: “In una comunità circoscritta, sia essa un villaggio o uno Stato fondato sul controllo, a causa della fame degli occhi di parole si cessa di esserne un membro e si diventa un nemico”. La “fame degli occhi”, com’ella chiama la lettura, ci può rendere nemici, di una Chiesa, un Partito, uno Stato.

Riletture – O della vanità del Libro, nel senso dell’“Ecclesiaste” (o di san Gerolamo). Siamo un’altra persona quando rileggiamo un libro, anche a distanza di poco tempo, e fatalmente ne estraiamo altre cose.
Anche il libro spesso è un altro, non solo perché s’è ingiallito alla luce, o inumidito.

Traduzione – Si scrive da qualche tempo per la traduzione, o come in traduzione. Leggendo molte opere inedite proposte per la pubblicazione se ne ha netta la sensazione: i linguaggi sono semplificati e omogenei, le formule d’uso sovrabbondanti, i settings e i personaggi indistinti, perfino i nomi sono tutti “inglesi”, con abbondanza di Mary e Frank. In ogni tipo di storia: giallo, fantasy, gotico - non c’è più il sentimentale, altra “congiuntura” internazionale. Un tempo gli autori italiani di gialli, e anche Boris Vian, si davano nomi “inglesi”, ora mantengono i loro nomi, provinciali, locali, ma scrivono storie “internazionali”.
È l’esito della scrittura delle scuole di scrittura? Vittorio Coletti, “Romanzo mondo”, vede avvicinarsi “il momento…in cui una storia raccontata a Berlino non sarà diversa da una collocata a Lisbona”. E attribuisce l’omogeneizzazione, che rileva nel romanzo europeo del secondo Novecento, alle “crescenti somiglianze” tra “molte nazioni”, divenute gradualmente “più forti delle loro differenze”. Ma non ce n’è riscontro nelle psicologie sociali, che restano nazionalistiche e anche localiste. C’è nel linguaggio “letterario”.

Popper distingue, ne “I tre mondi” p.63), “la conoscenza in senso soggettivo e la conoscenza in senso oggettivo. E fa, per spiegare la distinzione, l’esempio della traduzione: “La conoscenza in senso oggettivo non consiste di processi mentali, bensì di contenuti mentali. Essa concerne il contenuto delle nostre teorie formulate linguisticamente: il contenuto che può venir tradotto, almeno in maniera approssimativa, da una lingua in un’altra. Il contenuto mentale oggettivo è ciò che rimane invariato in una traduzione ragionevolmente buona. O, detto in modo più realistico: i contenuto mentale oggettivo è ciò che il traduttore tenta di mantenere invariato”. Il “contenuto mentale oggettivo”, dunque.
Poi, ribadendo la realtà dei processi mentali, che alla fine sono i linguaggi (“gli oggetti più importanti e fondamentali del Mondo 3”) conclude: “Si può dire che il contenuto è ciò che aspiriamo a preservare e a mantenere invariato quando traduciamo da una lingua a un’altra”.

letterautore@antiit.eu

martedì 1 maggio 2012

Problemi di base - 99

spock

Se sapere è potere, come fanno i tiranni ignoranti?

Se non ci sono fatti, solo interpretazioni, chi interpreta Nietzsche? E Ofelia?

Che cosa protegge la Guardia di Finanza: la finanza?

L’arma della Guardia di Finanza sono i blitz: non sa che i generali tedeschi hanno perso tutte le guerre, era la loro specialità?

Il “Corriere della sera” tifa per Hollande in Francia e Pisanu in Italia: saranno fratelli?

È un onorevole Pisanu jr. il rivoluzionario che vuole azzerare l’onorevole Casini?

Quando il papa dice che Galileo aveva ragione, non farà il papa?

Ma il papa non si stufa mai di fare il papa?

spock@antiit.eu

Secondi pensieri - (98)

zeulig

Bellezza – È ciò che non siamo ma vorremmo essere. Dunque non siamo qualcosa. Ma che vorremmo essere.
È una mancanza? No, è un desiderio, di qualcosa di più

Confessione - La società confessionale, protettiva, è repressiva.

Delio Cantimori, che è stato pronazi prima e poi filosovietico, ha elaborato la categoria del nicodemismo, la scissione tra verità pubblica e privata. Il nicodemismo Cantimori ha legato a Spinoza - il quale però non era leninista e neppure hegeliano, lo Stato riducendo a dimensione esteriore. È un’elaborazione della scissione tra confessio e fides, che Carl Schmitt, altro nazi del 1933, ha enucleato.

C’è nel genere una parte nobile. “La confessione di sé”, spiega Hannah Arendt che ha studiato sant’Agostino, “ha un senso generale: è così che la grazia di Dio regna su una vita”. Diceva sant’Agostino che Dio è sopra di noi ma va cercato dentro. Confessio è del resto l’elogio di Dio. È la “forma creata che si sviluppa vivendo” di Goethe. Attraverso la memoria. Anche se la prima persona - la confessione come genere letterario - può essere artificiosa al quadrato. Dice Rousseau di Montaigne: “Si dipinge somigliante ma di profilo”, è un “falso sincero”. Questo nel primo abbozzo delle sue atteggiatissime “Confessioni”. La prima persona è doppiamente doppia quando non racconta in tempo storico ma al presente storico, per esempio. Questo flusso è nato dalla confessione in analisi, la masturbazione in due, ma il lettore non è un analista. O lo è?

Bisogna anche avere qualcosa da confessare, volendolo fare. Ma più interessante è evidentemente il non detto. Ci fu partenogenesi di memorie nel Gran Secolo in Francia. Che sono delle creazioni narrative, a base di esprit. L’ordine genera queste introspezioni critiche, dell’ordine e di sé.
Il genere è inconsistente in Italia, dove non c’e mai stato regime né ordine, se non nell’antica Roma. E non si sa che cosa è più inventivo, se l’ordine o la memoria. Ma con il “panorama indiziario” – tanti indizi fanno una prova - la scuola del sospetto porta il pettegoliamo alla ribalta, e quindi fa audience.

Si deve riconoscere che Freud ha contagiato la storia e le vere scienze. Gran lavoro di costruzione ha introdotto, mediante la confessione, a uso degli sfaticati e gli egoisti: una cura non per ridurre ma per nutrire il narcisismo. Non dal confessore che, piglio paterno, condanna, assolve, soffia, scaracchia, in quei posti bui, pieni di saliva rappresa e di polvere. No, da un signore che si paghi bene e arredi a studio una seconda casa, con un salotto dove mettere il paziente a suo agio e a frutto la colpa, possibilmente a due porte, e si sorbetti fantasie e sogni, uno che peggio ne sente raccontare più si delizia.
È la vittoria del lusso, da Mandeville a Sombart. Quelli che la vera industria, che crea capitale e produce sviluppo, dicono lo spreco: gioielli, viaggi, vestiti, pellicce, barche, Ferrari, escort - cos’è una trombata senza glamour? niente, spiega von Hayek, non c’è piacere con una donnetta. E la confessione - la rivendicazione degli eccessi, “raccontarla”. La confessione, diceva il cardinale Passionei nella causa di beatificazione del cardinale Bellarmino, che a 71 anni s’era scritta l’autobiografia, è egoismo e alterigia.
Diversa è la confessione di chi lo fa per una mercede.

L’analista è un imbalsamatore, dice Reik, modernizzato. Un tempo riempiva la pelle dell’animale di paglia o stoppa e cercava di farlo stare in piedi con bastoni di ferro. Oggi lo ricostruisce dall’interno, studiando il sistema muscolare e osseo.

Essere – È essere e non essere. È in questo fossato (tensione dialettica) che si pone il “problema dell’essere”. Dirlo un divenire è in effetti ottimista (petizione di principio).

Memoria – È ordine. I pazzi si coordinano, ragionano cioè, ma non ricordano, e quindi eccedono, o ripetitivi o vaghi. Ed è regola proustiana che solo il ricordo involontario dia all’artista materia per l’opera. Per il noto precetto di Bergson: “Ciò che abbiamo sentito, pensato, voluto fin dalla prima infanzia è sempre là, chino sul presente che va ad aggiungervisi, e preme contro la porta della coscienza che vorrebbe lasciarlo fuori”. E perché la memoria sa scegliere meglio, è l’autore più rifinito. Ma resta un passato di mistero. La Verità scoperta dal Tempo, nel Seicento, è vana rincorsa – se non tema pittorico che consente d’accostare committenti vegliardi a rosse in carne.
Ora la storia si vuole ritorno, eterno ritorno. Tornava già per gli stoici. Nel labirinto circolare di sant’Agostino. Un girotondo. Nel mentre che ad essa si rinuncia: che ne sarebbe di noi se i nostri occhi dovessero assistere continuamente al film del passato, lamentano Nietzsche e i nietzscheani, noi non siamo più capaci di piangere, e non si dovrebbe dire “liberaci dal male”, ma “liberaci dal passato”. Siamo Ladri del Tempo. Così, nel gergo della polizia Usa dei parchi nazionali, sono chiamati i tombaroli e gli altri saccheggiatori di antichità, che impediscono di risalire nel tempo e ricostituirlo.

Ragione – Deve avere posto anche per il mito e per l’irrazionale. Maurizio Ferraris, “Il manifesto del nuovo realismo”, fa colpa alla modernità di essere, più che razionale, mitologica e anti-illuminista. O non di non esserlo troppo? Non abbastanza.
Il mito nacque in antico come scienza. Questo si sa da Friedrich Schlegel, che esagerava dall’altro lato, ma non è una ragione per dismetterne la verità. Uno scienziato, qualsiasi scienziato, non sarebbe d’accordo con Ferraris.

Realismo – È in forte revival: le “cose” ci sono, e dunque la verità – la realtà non soggettiva (solipsistica). Dopo tanto divagare sull’essere-che-è-non-essere. Si traduce infine “I tre mondi” di Popper. Ferraris redige un “Manifesto del nuovo realismo”. È anche una voga. In reazione al postmoderno – ma questo a opera, non da ora, degli stessi postmodernisti principe, Lyotard, Foucalt, Derrida. E al pensiero debole, che pure è buon placebo in epoca di spiriti deboli.
Soprattutto è una reazione a questo, all’epoca dello spirito debole. E a tutto ciò che lo sottende: l’omogeneità (discorso, sesso, società), l’indistinzione, la piattezza. All’insegna di una partecipazione o condivisione che è indifferenza - quindi, in fine, anche politicamente scorretta. Di una sentimentalità che è atonia. Di una ragione che è balbettamento.

Scoperta – Scompare con la realtà - si scopre o si crea.
La realtà è il principio della scienza, della “scoperta” scientifica. Di un mondo che c’è, se lo si scopre.

Social network – Le reti sociali che proliferano in rete sono un di più e un di meno: la comunicazione cambia ma la sua vera innovazione è un’offerta di compagnia, contro le solitudini, nelle età critiche, adolescenza, climaterio, e nelle situazioni difficili, di affetti o di salute, perfino politiche. Sono un segretario costante, e anche di più: sono il “vecchio” compagno d’infanzia. Lo spirito di comunità di Internet è il vecchio amico di penna. Gruppi, chat, forum, facebook, etc., e il linguaggio dei siti, soprattutto dei commenti, sono le vecchie lettere all’amico sconosciuto.
La sociologia ambisce a elevarli a comunitarismo o neo tribalism. Un feudalesimo tecnologico, strutturato come l’antico con i vari livelli d’integrazione, signori, vassalli, valvassini, valvassori. Ma sono (modesti) ghetti volontari, personali, ambientali, professionali, per classi di età.

zeulig@antiit.eu

Herta, che sa dirlo in due parole, si tradisce con la spia

Nei tre racconti di Herta Müller con cui “Repubblica” ha chiuso la serie “L’amore ai nostri tempi”, l’amore non c’è, se non come mancanza. Ma si mostra il segreto della scrittrice, la narrazione per frammenti: baluginii, sospensioni, incubi. In tre righe (in tre righe la conversazione in treno, p. 13: “Come accade nei treni quando i binari per un po’ cantano, la gente tace. Non esistono lunghe conversazioni viaggianti. Anche se qualcuno racconta tutta la sua vita per intero, la fa in breve” – una vita in treni lunghi una giornata non può che confermarlo). A volte due. O anche due parole: “la fame degli occhi” per esempio. Senza ricercatezza, questo è il segreto.
Dell’infinita tragedia della scrittrice – di una tedesca rumena del Banato, di una tedesca – è eco involontaria il terzo racconto della raccolta, “Granoturco giallo e non c’è tempo”, e buona parte del secondo, che dà il titolo al libro. Con parole infine esplicite sul padre nazista non pentito, “assassino” agli occhi di Herta adolescente della famiglia del poeta Celan, e dello stesso Celan suicida. E sulle deportazioni per cinque anni, della madre e di ogni altro tedesco del Banato, tutti gli uomini dai 17 ai 45 anni e tutte le donne dai 10 ai 30, dopo la guerra nei lager sovietici del Donbass, il bacino carbonifero dell’Ucraina, dove “imperversava la fame selvaggia”.
“Granoturco giallo” è una presentazione commossa, inconsueta per la scrittrice, del libro sui lager del Donbass, “L’altalena del respiro” (2010), visti con gli occhi di un ragazzo confinato. Trenta pagine alate sul poeta Oskar Pastior, che vi era stato segregato a diciassette anni, col quale il libro era stato concepito, prima che Pastior morisse. Subito dopo la pubblicazione del libro, nel settembre dello stesso 2010, è venuta la rivelazione che Pastior aveva lavorato per i servizi segreti della dittatura rumena, che di Herta Müller sono stati persecutori occhiuti e anche duri, come di ogni scintilla d’intelligenza e libertà. Quasi per dare ragione alla scrittrice, al suo tema costante: l’infamia è inarrestabile.
Herta Müller, Le vie sottili, “Repubblica”, pp. 91 € 2

lunedì 30 aprile 2012

Da lunedì un altro euro, con consolidamento

Siano fondati i sondaggi francesi, da lunedì sarà un altro euro. Nessuno ne dubita, anche tra i politici. Rotta la sudditanza di Sarkozy a Angela Merkel, la Francia non potrà non rompere il vecchio schema della rigidezza fiscale, si dice. Verrà la ripresa in primo luogo, con un parziale consolidamento del debito a livello europeo, tale da alleviare la tensione sui mercati dei titoli pubblici, anche con gli eurobond. Ma senza sconvolgimenti nei mercati.
Sarà inevitabile un ridimensionamento della posizione tedesca, rispetto al ruolo dominante che la Germania ha assunto nella crisi. Ma sarà questa l’unica novità che gli operatori scontano. Il mutamento di rotta atteso con una presidenza socialista in Francia è invece in linea con il mainstream internazionale. Avocato da tempo da Obama e dai Bric, e invocato più volte, anche con asprezza, da Obama e dal Fmi nei confronti dell’Europa.

L’attacco all’euro, non senza motivo

Complotto o meno, l’euro è stato sotto attacco deliberatamente. Da parte delle banche e i fondi americani, col supporto britannico. Per mantenere al dollaro lo statuto privilegiato di moneta di riserva, unica. La conclusione è solo in linea con gli eventi e le dichiarazioni, anzi da essi forzata. La banca JP Morgan ha detto più volte, a partire dall’autuno 2011, che stava considerando la possibilità di ritirarsi dai cosidetti Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), dove pure aveva un’esposizione per 15 miliardi di dollari. La stessa JPMorgan che successivamente ha garantito l’aumento di capitale Unicredit - mentre Goldman Sachs e Morgan Stanley l’hanno boicottato, ufficialmente perché il coordinamento era stato affidato alla concorrente Bank of America. Citigroup ritiene “vitale che ci sia una sola moneta di riserva”. Il fondo Pimco si aspetta che l’euro crolli, o si faccia “più piccolo”, magari solo tedesco.
Si divarica invece il giudizio sull’opportunità di questa offensiva. Contro il sospetto (inevitabile) d’imperialismo, l’opinione prevalente tra i banchieri e gli operatori italiani è che l’offensiva è solo fondata. Il ripiegamento sul dollaro è dovuto, a fronte di una gestione rigida e insieme debole dell’euro – anche i gruppi industriali italiani, se non le banche, si ancorano al dollaro. La mancata crescita – ora trasformata in recessione – dell’Europa, per difetto politico, per un’errata politica monetarie ed economica cioè, è ritenuta all’origine della disaffezione, più dei presunti timori della tenuta del debito italiano o delle banche spagnole. La “minaccia all’euro” che sarebbe stata portata dalla Grecia, e poi dal Portogallo è ritenuta un’esagerazione, se non un’invenzione, della politica europea di rigidità fiscale.
Anche se al fondo c’è circospezione sui comportamenti, se non sugli obiettivi, dei grandi attori americani. Il fondo Pimco è quello che ha investito metà dei profitti 2011 nell’acquisto dei mutui Usa insoluti, confidando che la Fed inietterà più denaro fresco nel sistema mediante l’acquisto massiccio di mutui insoluti - che cresceranno quindi di prezzo, Ma si aspetta che la Fed adotti questa politica monetaria espansiva solo a seguito di un nuovo peggioramento dell’economia globale. Meglio se a seguito di una rinnovata crisi del debito europeo…

Il libro si scarica poco

Ibs, la maggiore libreria digitale, che ha in catalogo 29 mila titoli, ha venduto negli ultimi 365 giorni 200 mila copie. Sette a testa. Meglio fa Edigita, distributore di eBook, che ne ha in catalogo 12 mila e ne ha venduti 320 mila. Ma non di molto: 26 a testa. L’eBook fa gola agli editori, i margini sono più alti, ma non ai lettori.
Il libro digitale, calcola Alessandra Puato su “CorrierEconomia”, al di là delle mirabolanti percentuali di crescita, non supera il 5-6 per cento del mercato librario. L’aspettativa, dice Stefano Mauri, amministratore del Gruppo Gems (cui fa capo Ibs), è di arrivare nel 2015 al 10 per cento. Forse anche al 15, se l’entrata sul mercato italiano di Amazon e Apple creerà un risveglio d’interesse. È possibile. Il lettore di Amazon, Kindle, costa la metà (almeno nel prezzo Usa) dei lettori italiani, non pesa, ha una batteria che dura due mesi, e memorizza tremila libri. Un gioiello che vale la pena di possedere di per sé.
Ma è tutto l’eCommerce che non sfonda. Non risente del crollo dei consumi ma non cresce, sempre al 6 per cento della spesa delle famiglie. A fronte del 20 per cento di alcuni paesi anglosassoni, e del 15 per cento della media europea. Anche per l’eCommerce l’attesa è di arrivare al 10 per cento nel 2015. I problemi qui sono diversi che per l’eBook: la logistica insufficiente e l’incertezza della consegna. Ma il risultato non cambia.

Il falò dell’innocenza francese

Una storia d’amore non corrisposto, su fondo piccolo borghese, a causa di esso. Una storia d’amore ordinario, una sfida che l’autrice si pone, vincendola: c’è fascino in questa piattezza. Con la nota, balzacchiana, capacità di rendere vivo il mondo sordo degli affari – fino al reciproco ricatto cha fa oggi l’attualità.È anche il racconto di come la guerra muta gli uomini – non le donne, i maschi. Scorrevole, come negli altri romanzi di Irène Némirovsky, e no: a volte inciampa, nella riserva se non nella derisione. La domenica agli Champs-Elysées, a guardare il lusso, dividendosi la spesa di “due granatine e nove bicchieri”. L’amore come dichiarazione d’amore, o matrimonio di convenienze. La guerra remota, e il patriottismo da lontano. La trincea, di fango, fame, sangue, mutilazioni. L’affarismo, durante e dopo. Minuto, miserabile, essendosi “democratizzato il vizio e standardizzata la corruzione”. La scrittrice sa ricrearli in breve, ma non si impedisce le sottolineature cattive.
Il tema del reduce cambiato dalle trincee del 1914-18 Irène l’aveva tracciato già nel 1939, allo scoppio della guerra, in un racconto partecipato, “En raison des circonstances” (ora nella raccolta “Les vierges”). Il romanzo, pubblicato postumo nel 1957, è stato scritto nel 1941-42, a Issy-l’Évêque dove la scrittrice con la famiglia erano sfollati, e riflette la delusione, se non il risentimento, che già in lei maturava - meglio riflesso nel contemporaneo “Suite francese”. Più che giustificato dalla denuncia che ne impose poi la deportazione ai tedeschi, verso la morte per tifo a Auschwitz. L’ultimo capitolo è una giornata idilliaca in campagna, tra le durezze della guerra, tra campi e boschi che potrebbero essere quelli di Issy-l’Évêque, della protagonista con due figlie della stessa età delle figlie di Irène.
È un ritratto rattristato della piccola borghesia francese, chiusa, triste essa stessa, sordida senza saperlo, proprio nei suoi orgogli. Poiché ogni tarda narrativa l’Irène va vista alla luce della sua biografia, in conseguenza delle leggi razziali, è come se se si vedesse allo specchio delusa prima ancora che offesa. Qui non lo dice ma è come se, avendo perduto lo smalto e la fiducia, benché da cosmopolita forzata, si ritrovasse meteca là dove meno se lo aspettava, nell’amata Francia. È a una narrativa “etnica” che procede, come potrebbe fare un Giono, con lo stesso distacco, ma delusa – se l’accostamento non fosse sacrilego all’antisemita Céline, la stessa amarezza la agita, verso la retorica delle retrovie e la solitudine al fronte, verso la morte dell’anima che la guerra induce, in termini (dolorosamente) più distaccati.
Irène Némirovsky, I falò d’autunno, Adelphi, pp. 240 € 18

Cento versioni, tutte buone, di Saffo

Alberto Bevilacqua aveva appena finito di lamentarsi sul “Corriere della sera” del saffismo esibito in tv, argomentando che “Saffo rifuggiva da questi orrori” e “finì con l’innamorarsi di un giovane marinaio di nome Faone, che invece la disprezzava”, tutto semplice, che lo stesso giornale regalava in edicola un’edizione completa dei frammenti. Con una nota di Mario Andrea Rigoni che riconduce la poetessa al romanticismo.
Brunet invece ne sa di più. L’antologia solo apparentemente bislacca di cento versioni francesi dell’uomo che la fanciulla equipara al dio – si va da Louise Labé a Belleau (due volte), Ronsard, Amyot, Baïf (tre volte), Malherbe, Racine, Chénier, Carnot, proprio lui, Lamartine, Dumas, Brasillach, e le cultrici di genere, Renée Vivien, Yourcenar, Beaumont. Uno scherzo lo è, rispetto al libro come lo voleva Mallarmé, una sorta di “in sé”, in linea con la frammentazione irrecusabile di Valéry, o con la “macchina dei sonetti” di Queneau. Ma non beffardo: Brunet, che vi si è applicato sulla scorta di una filologia tutta italiana (Carlo Maria Mazzucchi, Salvatore Nicosia, Salvatore Costanza), lo dedica infine “agli ellenisti, ai travestiti, ai traduttori, alle traduttrici presenti e future”. La fatica di Sisifo? Una lancia spezzata per lo studio del greco.
Saffo, Poesie, Corriere della sera, pp.86 €1
Philippe Brunet, a cura di, L’égal de Dieu. Cent versions d’un poème de Sappho, Allia, pp. 143 € 6,10

domenica 29 aprile 2012

Ombre - 128

“Atene vittima, non causa della crisi”, spiegano gli economisti Kostas Simitis e Yannis Stournaras sul “Sole 24 Ore”. Con due argomenti: “Non è vero che la Grecia entrò nell’euro grazie a dati falsificati”“La Grecia ha costituito il pretesto per la crisi dell’Euro”. Forse non è vero, ma è persuasivo. Ed è possibile: la crisi peggiore, in questa crisi, è dell’informazione.

“Generali, l’assemblea della svolta”, il titolo non poteva mancare e non è mancato, presso tutti i grandi giornali. L’ennesima svolta, dopo Cuccia, dopo Fazio, dopo Bazoli, dopo Geronzi, e ora dopo Mediobanca. A Trieste non soffrono di vertigini? Non è che Generali gira in tondo?

La linea C della metro romana, che in tempi di sindaco di sinistra i romani sapevano regolarmente dai loro giornali che era già in funzione, singolare allucinazione, è effettivamente in costruzione da dieci anni. È lunga sette stazioni e avrebbe dovuto essere già completata. Ma ci vorranno altri dieci anni. Mentre il costo, dice la Corte dei Conti , è passato in dieci anni da 1,7 a 3,9 miliardi. Quando farà Monti la spending review, anche direttamente in inglese, degli appalti?

Nel 1994, quando il progetto di Metro C a Roma fu lanciato, il gruppo francese Systra si offrì di realizzarla a proprie spese, dietro concessione trentennale. Si fa così in Francia dai tempi di Standhel, o poco dopo, per evitare l’imbroglio degli appalti alla “Lucien Leuwen”. Systra presentava ottime credenziali: di proprietà della Metro parigina (Ratp), delle ferrovie francesi (Sccf) e di alcune banche, aveva realizzato in sette anni la metro dell’area metropolitana di Lilla, a grande profondità. Una tecnologia che avrebbe consentito di evitare i problemi archeologici a Roma. Ma il “partito degli Ingegneri e Architetti” della giunta Rutelli disse no.

Ricordate il Laboratorio di particelle del Gran Sasso più veloce della luce? Non è di molti mesi fa. Il governo Monti l’ha eretto a Science Institute, aprendovi una Scuola Internazionale di Dottorato. Il ministro Profumo si è svegliato per l’occasione e ha preteso il decreto istitutivo nel decreto fiscale.

Manager e politici cinguettano su twitter. A chi è più epigrammatico (salace, fulminante, anzi witty, speedy, smart). Si divertiranno, ma perché i contribuenti e le aziende li pagano?

Eugenio Scalfari lamenta sull’ “Espresso”, nella rubrica “Il vetro soffiato” che sostituisce “la bustina di Minerva” di Eco, la scomparsa dei comici: non si ride più, con Berlusconi sono scomparsi i comici. Eccettua Benigni, di cui però fa l’eroe positivo, quelo che per gli italiani incarna tutto il bello-e-buono. E conclude: “Un pinocchio formidabile, Benigni”.

Che fine ha fatto Emilio Fede trafugatore di capitali in Svizzera? La Procura di Milano tace, e ci siamo così persi una grande storia. Perché il trafugamento è solo una di quattro possibili ipotesi – il 25 per cento della vicenda: una seconda ipotesi è che ci sia comunque una denuncia anonima, svizzera o milanese, una terza che la Procura si sia inventato il trafugamento, una quarta che se lo sia inventato un giornalista, del “Corriere della sera” o della “Stampa”, che l’ha condiviso con l’altro. Davvero una bella storia.

Sessanta “partiti” in Libia, per cinque o sei milioni di abitanti, e bande armate libere. Non si può dire che la guerra a Gheddafi non fosse di liberazione.

La Scala mette in scena una “Tosca” da raccapriccio. Ma chi legge i giornali di Milano non lo sa. Si occupano del “Barbiere di Siviglia” a Roma.

Il Milan non vince da sei partite, inclusa la Champions League. Ma Galliani se la prende con i guardialinee. Milano ha sempre ragione-deve sempre vincere?

Grande clamore per il libro anti-Murdoch, “Dial M for Murdoch”. L’editore spiava i politici per influenzarli, è questo che scandalizza i giornali, Murdoch è un ricattatore. Invece le intercettazioni in Italia di cui si riempiono i giornali sono innocenti.

“Più ricca e colta, il buon partito è lei”, titola “Repubblica” una ricerca di Maria Novella De luca: “Boom delle coppie in cui il soggetto debole è l’uomo”. È una cattiva o una buona notizia? Dacché sembrava finito, eliminato, inutile, anche per fare i figli, l’uomo diventa merce rara.
Sono più i singles maschi delle donne?.

I suicidi? Ce ne sono di più in Grecia, dice Monti. Perciò sono irrilevanti.
Che personaggio, difficile inventarlo, così per bene.

Il mondo com'è - 92

astolfo

Facebook – Sembra aver superato Google in fatto di democrazia. Un modo senza altra realtà che quella degli amici, dei conoscenti, dei curiosi: un mondo di eguali, liberamente parlanti, senza gerarchie. Ma allora della democrazia nel suo aspetto deteriore, di un egualitarismo delle conoscenze sempre più respinto nel vago e l’indefinito, e cioè verso l’insignificanza. Una sottile opera, mefistofelica, di demolizione morale, di esclusione politica. Una sorta di privatizzazione radicale, in nuce, all’opposto del “privato è politico” che chiuse il Sessantotto. I saperi restando inderogabili: le leggi, le tecniche, la storia stessa (cronologia, anagrafe).
È anche, come tutti i social network, una sputacchiera, dove uno butta i suoi umori senza pudore. Una “libertà” di cui si fa vanto.

Internet – È l’informazione – il Grande Fratello di Orwell. Questo è stato detto. È la mobilitazione totale. Jünger la temeva in guerra e nella lotta politica. È venuta invece col “futuro”, di fronte al quale tutti sono indifesi, con lo sviluppo ineluttabile e auspicabile della tecnica, via Web 2.0. “Lo spiccato livello di interazione tra il sito web e l’utente (blog, forum, chat, wiki, flickr, youtube,facebook, myspace, twitter, google+, linkedin, wordpress, foursquare, ecc.)”, di cui Wikipedia fa merito al Web 2.0, “ottenute tipicamente attraverso opportune tecniche di programmazione Web afferenti al paradigma del Web dinamico in contrapposizione al cosiddetto Web statico o Web 1.0”, in realtà sono forme di cattura dell’utente. E in qualche misura di assoggettamento.
Lo stesso Jünger ne aveva intravisto il potenziale trattando, al § 74 de “L’Operaio”, della “Opinione pubblica in epoca plebiscitaria”:
“La ricettività intellettuale della categoria passiva che costituisce il vero pubblico dei lettori tende con una grande rapidità verso una forma che esclude senza speranza ogni influenza dell’intelligenza liberale. Tutte le questioni culturali, psicologiche e sociali annoiano incredibilmente questa categoria, che è altrettanto incapace di percepire il raffinamento dei mezzi d’espressione. L’intelligenza di questa categoria, uscita in bella unità da tutti i ceti della vecchia società e che prolifera ogni giorno di più, ha un bell’impadronirsi dei più sottili dettagli tecnici con molta penetrazione e sicurezza, non resta meno indifferente a ogni genere di conversazione che renda la vita preziosa all’individuo. È una modifica dell’intelligenza che corrisponde a un paesaggio differente, in seno al quale l’ideale di cultura borghese non sa ormai che accrescere la sofferenza in proporzioni inaudite. Ci sarebbe quasi da provare talvolta pietà per queste intelligenze che hanno sempre più difficoltà a produrre esperienze uniche, se si pensa che, nel migliore dei casi, una tale performance sarebbe percepita come una specie di assolo di sassofono sentimentale.
“Tutti gli elementi di questa situazione emergono ancora più chiaramente nei mezzi d’informazione tipici che bisognerà considerare i mezzi del XXmo secolo, la radio e il cinema. Non c’è niente di più divertente dei tentativi di certi burattini di sottomettere ai criteri di un concetto liberale della cultura dei mezzi così univoci, concreti, e destinati a compiti radicalmente diversi – questi personaggi che si prendono per critici della cultura e non sono che i garzoni parrucchieri della civiltà. Un colpo d’occhio superficiale su questi mezzi basta già a mostrare che non può trattarsi di organi della libertà d’opinione in senso tradizionale. Tutto ciò che è semplice opinione si rivela qui al contrario inessenziale al massimo. Questi mezzi dunque sono così inadatti a giocare un ruolo come strumenti di un partito come lo sono a conferire risonanza all’individuo. L’ambiente in cui l’individuo può agire è distrutto dalla semplice esistenza della voce artificiale e del fermo immagine prodotto attraverso la luce”.
È “una volontà di un’altra natura” che “comincia a crearsi”. Da conservatore, ma non irrealista, Jünger intravedeva nel 1933 il fondo della contemporaneità: “Ci si è abituati ad accogliere ogni notizia prevedendo già la smentita che seguirà. Siamo giunti a una tale inflazione della libertà d’opinione che l’opinione è svalutata prima ancora che ci sia il tempo di pubblicarla”. In altri termini, siamo in uno “spazio totale”. In cui “non c’è centro né residenza, che sia la residenza del principe o dell’opinione pubblica. Così come ha perduto ogni importanza la differenza tra la città e la campagna. Meglio, ogni punto possiede potenzialmente il significo di un centro. Questo è qualcosa di angosciante, che richiama il lampeggiare muto delle luci d’allarme quando un settore qualsiasi di questo spazio – che sia un’area minacciata, un grande processo, un evento sportivo, una catastrofe naturale o la cabina di un aereo – diventa d’improvviso il centro della percezione e, insieme, dell’azione, e quando si forma attorno ad esso un cerchio denso di occhi e orecchie artificiali”.
Di questa aggressione sottile Jünger aveva allora un solo esempio, la guerra in Manciuria nel 1932 che la radio trasmetteva quasi in diretta. Ma ne aveva capito il senso: “Quando si guardano le attualità politiche che fanno parte dei compiti d’informazione del cinema, è chiaro che comincia a svilupparsi un altro genere di comprensione, un altro genere di lettura. Il varo di una nave, un dramma in miniera,una corsa automobilistica, una festa di bambini, l’impatto delle granate che partono e cadono su qualche punto della terra devastandolo, l’alternanza di voci entusiaste, gioiose, eccitate, disperate, tutto questo è captato e restituito da un mezzo di precisione impalcabile, e presenta un condensato che dà a vedere l’insieme dei rapporti umani sotto una luce diversa”. L’opinione pubblica è un’altra, “interamente diversa”. Essa ora “rende giustamente tabù i campi decisivi, in modo che la libera opinione non possa prenderli nel suo campo visivo”. Senza difficoltà: “Non disponiamo per osservare che di una sola finestra, di un unico dettaglio”. Il giudizio nasce formato.

Italia – Venticinque milioni di italiani “iscritti” a Facebook. È un record mondiale? È possibile, quasi la metà della popolazione. Dunque, non c’è il web divide, sappiamo tutti come fare quando ci interessa. Non, comunque, dove c’è da curiosare e chiacchierare: la socialità è indivisibile dall’italianità. Facebook ripete il telefonino, di cui sarebbero attivi più contratti che la popolazione.

Un programma scolastico dell’Opera di Roma vede l’adesione entusiasta di circa cinquemila bambini delle prime classi elementari, e dei (delle) loro insegnanti, cento classi, per la concertazione di opere non facili, “Don Giovanni” e “Il flauto magico” dopo “Lucia di Lemermoor”. L’Opera mette a disposizione un sussidio audiovisivo (libro più cd) e la collaborazione saltuaria di un cantante professionale. Le scuole provvedono a lunghe ore di concertazione, per classi singole e in gruppo. Su arie e cori che i bambini imparano diligenti e con entusiasmo. Anche il canto è indivisibile dall’italianità.

Scrivendo dell’Italia sulla “New York Review of Books” l’8 marzo, Tim Parks dice le solite cose: che in Italia conta la famiglia, che la nozione di bene comune è estranea, che è un paese per “iniziati” (raccomandati), e che i governi sono instabili e compositi. Due cose vere e due no. Ma dice anche di più: “Facendo ricerche per scrivere “Medici Money” (2006), un libro sulla banca Medici nel 15mo secolo, ho scoperto che molti schemi della società italiana contemporanea erano già presenti nella Firenze Repubblicana: governi brevi e divisi, estrema ambiguità sul centro effettivo del potere, l’ossessione dell’influenza condivisa tra differenti corporazioni e località, estrema difficoltà nella raccolta delle tasse, e così via. Più tardi, traducendo Machiavelli, mi sono imbattuto nel principio che l’unità in Italia si può realizzare solo quando il paese nell’insieme fronteggia una minaccia seria dal’esterno”.
Non è propriamente così, ma Parks e la rivista sembrano ritenere le “differenze” una colpa. L’articolo di Parks rientra, scrive la rivista, in una serie sul “fato della democrazia” in varie parti del mondo. Col sottinteso, che il titolo rende esplicito, “Can Italy change?”, che la democrazia è malfatata in Italia, a meno che non “cambi”. Non si dice in che senso, ma s’intende naturalmente nel senso dell’Inghilterra o degli Stati Uniti (e ancora qui, ci sarebbe da chiedere: in che senso?). È la vecchia-nuova pubblicistica imperiale.

Privato – Si è perduto al mercato – si vorrebbe dire che si è venduto, ma ha poco valore: denominato privacy, è un bene improprio, più del genere controlli, regolato da Autorità apposite.
Il Grande Fratello di Orwell è una trasmissione tv ma anche il paradigma della vita di ognuno, come nel film “Truman Show”. Ottima sintesi ne fa Battista, su “Sette” del 19 aprile: “Tutto ciò che riguarda l’esistenza di ciascuno è registrato, intercettato, catalogato, potenzialmente usato contro chiunque. Tessere elettroniche, carte di credito, telepass esercitano una sorveglianza continua e assillante su cittadini che oramai sono alla totale mercé di un sistema poliziesco a cui nulla sfugge”. C’erano una volta i controlli di polizia (“documenta!”), c’è ora un controllo pervasivo.

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