sabato 8 settembre 2012

Il falso mito della deindustrializzazione

Gira da oltre quarant’anni, dalla crisi petrolifera e monetaria del 1973, e non si sgonfia, il falso mito della deindustrializzazione. Alimentato surrettiziamente, dal 1968, dall’ambientalismo di Nixon e Franz-Josef Strauss, il leader bavarese. Dall’industria dell’ambientalismo, cioè.
I due forti esponenti della destra non baravano: progettavano una nuova industria accanto a quelle esistenti. Ma l’ambientalismo fu recepito in Italia, nel confuso dibattito sul Nuovo Modello di Sviluppo del confusissimo Pci-Cgil del 1975-76 come un’alternativa – alternativa era la parola: all’industria. Mentre era ed è vero che non c’è benessere materiale, più reddito cioè più largamente distribuito (più lavoro, più risparmio, più consumo) senza l’industria. Del metallurgico o del minatore come del banchiere.
I minatori e gli operai del Sulcis in piccolo numero e compostamente, i metallurgici di Taranto con rabbia, lo testimoniano. Recepiti dall’opinione con solidarietà ma con compatimento. Mentre esprimono, nella loro tragedia personale, la verità del’economia, contro la false utopie, del malthusianesimo produttivo (i “limiti allo sviluppo”, 1973) come della new economy. Si dice che Londra e New York sono ricche pur avendo chiuso le loro fabbriche inquinanti. Ma hanno aperto, sviluppato e imposto una imponentissima industria della finanza – chiunque lo vede in questa crisi.
Nell’economia dell’austerità che la Germania ha imposto all’Europa non si vendono più automobili. Ma la chiusura della Fiat, anche solo di uno stabilimento Fiat, invece dei due chiusi in Germania da Opel, e in Francia da Peugeot, terrebbe l’Italia in recessione per alcuni anni. Mentre l’elettronica sicuramente è bella, oltre che bella, è senz’altro è un’industria, una grande industria, ed è l’industria del futuro, non ci sono dubbi. Ma è energivora: si dovrà per essa, dai grandi data center al portatile privato, raddoppiare la produzione di elettricità in dieci anni.

Il giallo dei Comuni, anche di Alessandria

“Una svolta ogni quattro pagine”, consiglia Ken Follett al giallista. Massobrio, architetto e storico, sceglie invece il passo lungo. E riesce a tenerlo. Ad Alessandria – Alessandria del Piemonte.
È l’Italia dei Comuni. Riportata in auge, si suole dire, dal sicilianismo di Camilleri, anzi dal localismo “vigatese” (ma non è vero, Vigata e il mondo di Camillè eri sono immaginari, la fondazione del genere risale a Bevilacqua, “Gialloparma”, quindici anni fa), e metabolizzato estesamente in locazioni speciali perché minute. Piccole città e anche paesi invece delle metropoli che a lungo si sono ritenute il luogo del giallo e del nero. Di campagna magari o montagna invece del mare, le nebbie e le gelate della Bassa invece del sole, il fango invece delle nuotate. Posti piccoli, ma antri di molteplici turpitudini, fra le quali l’assassinio non è la peggiore. Con deus ex machina occasionali: pensionati, giocatori di scopa, insegnanti – lo “sguardo dal basso”. È una delle tecniche delle scuole di scrittura, di produzione di fiction, esumare i vecchi “caratteristi” che ancora si vedono nei film di Fellini. E della figura dell’agente letterario, che sta felicemente entrando nel mercato.
Altre limature sarebbero state necessarie. Nella scena centrale, una seduzione a cena, i padroni di casa lavano i piatti in cucina mentre preparano la moka per gli ospiti. Ma Massobrio funziona – l’importante è farsi leggere. Sfida pure l’errore fatale, evidenziando la traccia, graficamente, alla prima pagina. Un anti-Follett dunque: la provincia italiana non teme confronti.
Giulio Massobrio, Occhi chiusi, Newton Compton, pp. 285 € 9

Letture - 109

letterautore

Céline – “Céline segreto” è alla nona puntata nella rubrica di D’Orrico su “Sette”. Per tutta l’estate, ogni settimana il settimanale del “Corriere della sera” ha presentato un aneddoto tratto dai ricordi di Lucette Destouches, la moglie dello scrittore. Che così è il più presente e presentato sui giornali. Senza essere recensito (criticato). È così ingombrante?

Dante – Il suo iperrealismo, anche quello cronachistico, è fantastico, dice Borges a dilogo con Arbasino: “È un’Allucinazione… È… È… Una contraddizione di tutte le letterature dell’oggettività”.

Fai-da-te – Lo psicologo Alfonso Luigi Marra, che si pubblica da sé i suoi libri, ora fa sul serio. Dopo i video online con testimonial eccellenti, Manuela Arcuri, Lele Mora, e Ruby – insomma la scuderia Mora – ora ha testimonial Vittorio Sgarbi. Non da poco. E non più in video ma in uno spot su Rai Uno, all’ora di maggior ascolto. I secondi più costosi. L’editoria fai-da-te dunque paga.

Filologia - Prima della morte, attesa (2002), Maria Corti ha curato febbrilmente un’antologia del suoi “Scritti su Cavalcanti e Dante”, che reputava il meglio del suo lavoro. Si sarà pentita di aver tanto lavorato a togliere a Dante parte cospicua della sua originalità, attribuendola a fonti arabe: la “favola” di Ulisse, il viaggio nell’aldilà, le colonne d’Ercole? O è la dannazione del filologo? La “scuola del sospetto” ancora domina la filologia: il lavoro di scavo sulle fonti e sui precedenti vuole essere denunciatorio. Il risultato non cambia: si stabiliscono le connessioni, si tentato. Ma con un retrogusto, direbbe l’assaggiatore, denigratorio.

Fantastico – La letteratura non può essere che fantastica (creativa, inventiva). Di un fantastico naturale, cioè non artefatto o di maniera, né obbligato o imposto. Anche la storia, ma fino a un certo punto – è questo che fa il fascino della grande storia dopo Erodoto.

Geoeditoria – Come la geopolitica c’è ora una geoditoria. Autori di una paese, un continente, una “razza”, si pubblicano indistintamente perché fanno trend. Per una stagione o più, quanto dura il trend, che a volte si ravviva strumentalmente, con aneddoti, fatti veri o inventati, un marketing attivo. I brasiliani, per esempio, sono durati a lungo, prima perché c’era la dittatura, poi per il carnevale, i viados, le spiagge bianche, e Toquinho. Indiani, sudafricani, cinesi, svedesi, spagnoli, si comprano alla rinfusa e si traducono subito, dopo il successo di uno di loro. Non si traducono invece più, da anni ormai, i tedeschi, che andavano negli anni 1980, e i francesi, poco gli inglesi.

Incesto – Tahar Ben Jelloun stigmatizza un giovedì su “Repubblica” Christine Angot perché si diletta di incesti. Irritato che la scrittrice sia apprezzata da “Le Monde” e “Libération”. Christine Angot è tradotta, ma non per i libri in tema - ed è presto finita ai remainders. Mentre venerdì una diecina di copie dei libri stigmatizzati, che la libreria francese di Roma aveva sugli scaffali, erano già esaurite.

Romanzo – A lungo fu eversivo. Della morale, soprattutto delle donne, dell’ordine socia,e dell’ordine politico. A Parigi ancora a metà Ottocento una speciale commissione lo metteva fuori legge, tassando “emendamento Riancey”) di cinque centesimi la copia i giornali che li pubblicavano in a puntate – i feuilleton.

Traduzione – In molti casi è interpretazione – ermeneutica. Per esempio della “Bibbia”. Con effetti molto dissimili a seconda dei presupposti. Si fanno ultimamente dell’“Ecclesiate” traduzioni che non hanno nulla in comune tra di loro. E con l’originale? Un testo “sacro”.

Viaggiare – È questione complessa. “E come potrò evitare”, dice un’eroina di Jane Austen, “i pericoli cui non sarò mai esposta”, chiusa nella valle dov’è nata? Il viaggio è curiosità. Non a fini pratici. Omero, Erodoto, Apuleio, Luciano, i più simpatici sono vagabondi, e Verne, Salgari, Kipling. Anche amare, dice D.H.Lawrence, non è che viaggiare. Si viaggia senza valigie in realtà, e questo genera il sospetto.

Meglio viaggiare che arrivare, ha detto Stevenson prima di Anise Strong. Anche in senso materiale? Su aerei, toyota, landrover, navi e a piedi, per safari e vite notturne, fra dozzine di polizie diverse e regolamenti di polizia, nonché low cost e tout operator affrettati, è semrpe pericoloso. Per arrivare magari in un cinque stelle e dover chiamare il boy per farsi spiegare che il rubinetto funziona a cellula fotoelettrica, o come funziona la radiosveglia, che comunque è nociva.
Sembra impossibile, ma ogni albergo ha rubinetti diversi. Forse per alleviare la verità che ogni viaggio, secondo Graves, quello di Ulisse incluso, con tutto l’apparato di sorprese e turgori, è un viaggio attraverso la morte nel regno dei morti. Specie quello che oggi usa, del viaggiatore che non va in nessun posto, solo paga per l’uso del suo tempo libero, in soldi e fatica, e non ama le novità, il cibo, il clima, l’esotico, che sempre è sporco e povero. O è lo spaesamento, che produce stanchezza. Anise, la battagliera americana che tanto ha lottato per Stalin e il presidente Mao, quando fu libera di viaggiare dopo la guerra di Spagna, cioè quando Stalin riuscì a liberarsene, si prese una pausa a Parigi - la nota temuta Mrs. Strong di “Kaputt”, che Malaparte frequentava con Harold Nicolson, che per parte sua era amico di Oswald Mosley, il Mussolini britannico che il re aveva nobilitato, e compiaciuto lo esibiva allo scrittore pettegolo.

È che viaggiare riempie di pellicine, dovendo fare, disfare e trasportare le valigie. E dopo tanto viaggiare uno ha voglia di casa. Un altro viaggio, certo: “Dove mai andiamo?”, chiede Novalis, “sempre a casa”. Anzi, potrebbe essere il vero viaggio. Secondo Kierkegaard è in famiglia il turismo più vario: “Il matrimonio è”, diceva, “e sempre sarà, il più importante viaggio di scoperta che un uomo possa intraprendere” – o una donna: il filosofo misogino potrebbe averci azzeccato non volendo. E secondo il casalingo Stendhal: “Quello che mi piace dei viaggi è la meraviglia del ritorno”, che però non ebbe mai una casa, e lasciò ventiquattro testamenti.
Il viaggio per antonomasia, il ritorno di Ulisse, è opera di uno, Samuel Butler ha ragione, che - sia Omero un omone cieco e barbuto e non la gentile Nausicaa - è esperto di vita domestica a corte e non di viaggi per mare o di mondi lontani, né di vita nei campi. Si tornava a casa per interrare i morti, che vogliono essere pianti: era il cammino della nostalgia, che si fa per virtute e conoscenza. Ma oggi l’interramento è obbligatorio per regolamento di polizia.

Un’odissea sarebbe una traversata del deserto. O quella del santone tibetano, su percorso misto roccia\ghiaccio alle alte quote. Nell’“Odissea”, che figura poema del ritorno a casa, Ulisse è uno stordito, non sa neppure di essere arrivato, è Atena che gli rivela Itaca. La stessa parte avventurosa è del resto breve, dopo lunghi illeggibili capitoli su Telemaco e Penelope. Il viaggio di avventure sono le “Argonautiche”, e il costruttore di destini è Prometeo, sbaglia Dante, che il suo viaggio volle somigliante all’“Odissea” – la Guerra di Troia di Benoît opportunamente mescola “Argonautiche” e “Iliade”: tutta la “Commedia” è un viaggio, compresa l’estasi nel “Paradiso”, ma non un’odissea. Ulisse è perfetto in quanto Nessuno. A meno che non si viaggi proprio per diventarlo. Per Griaule, Leiris e Lévi-Strauss il viaggio è una deriva, una ruminazione solitaria. Non male. L’“Odissea” è una deriva, Ulisse, tornando a casa, erra: si trastulla, si dimentica. È questo forse il senso della nostalgia, lo spaesamento. fa parte dello stesso sistema di linguaggio, occidentale, europeo, personale.

Sì, sant’Agostino: il libro, il viaggio, il mondo che non si sfoglia se non si viaggia. Ma ci sono libri che è meglio non sfogliare.

letterautore@antiit.eu

Ma l’asse è inclinato tra Francia e Germania

L’attacco tedesco all’Italia e all’euro è stato l’effetto dell’astigmatismo che affligge l’Unione Europea. All’interno dello stesso “asse”, Francia-Germania, che distonicamente governerebbe l’Unione.
L’asse è molto inclinato. Cioè, ha un solo capo attivo, quello tedesco: non una sola occasione, dopo De Gaulle, in cui Parigi abbia proposto e ottenuto qualcosa che la Germania non voleva. Per non dire del nome infelice. È inutile rivangare il precedente infausto, altrettanto sbilanciato, Hitler-Mussolini. Ma questo asse ha una sola novità: una volta i tedeschi pretendevano di marciare col chiodo sugli Champs-Elysées, ora non più, fanno come se la Francia non esistesse. La Francia del pavido Hollande come quella del petto-in-fuori Sarkozy, e più indietro, il quindicennio di Mitterrand compreso (lo Sme-Euro, la riunificazione).
È sbagliata l’idea dell’asse. Si è forti in un asse se si rappresenta qualcosa. La Germania offre prospettive e identità a molti paesi, tedescofoni e non, al centro e all’est dell’Europa, la Francia è sola, dispettosa anche.
È sbagliata l’idea di applicare un asse all’Unione Europea ora che ha una “moneta unica federale”. Una novità, e purtroppo anche un ossimoro, ma ormai è fatta.

venerdì 7 settembre 2012

L’euro moneta unitaria “federale”

Draghi, Monti, e anche Napolitano: è stata una “vittoria “ italiana, quella sul campo dello spread. Di fatto e di diritto. Magari non memorabile, ma questo misura la colpa chi si oppone a una soluzione per l’euro, la Bundesbank e non solo. Per i danni gravi e innecessari che questa opposizione ha imposto all’Italia – gravissimi: più debito, più tasse, recessione, disoccupazione di massa. Per l’abbattimento, che la Germania ha tentato anche se non lo sa, dell’euro quale moneta unitaria federale. Una novità totale, questa, nella storia, all’apparenza poco felice (è un ossimoro), ma c’è e funziona. Anche se federalizza debolezze.
A fronte dell’aggressività tedesca sta infatti la faciloneria italiana. Costante. La Germania è inadempiente a volte, l’Italia sempre. Su tutti i fronti: la mancata riduzione del debito, il mancato recupero della produttività, l’evasione fiscale “legale”, la corruzione (spreco) senza freni, nella sanità e negli appalti pubblici. E la mancata riforma della politica: nei venti anni di regime elettorale maggioritario ci sono stati tredici governi, con sette diversi presidenti del consiglio (più alcuni “presentiti”). Il solito governo minino – detto anche governicchio, o governo attraverso la crisi.

Secondi pensieri - (114)

zeulig

Assimilazione - Si contesta che l’Europa nei suoi imperi (la “missione civilizzatrice”) abbia lascia-to qualche traccia e non soltanto rovine. Ma al contempo essa già manca. La trasmissione e l’incrocio delle culture sono buona pedagogia, benché impositiva. Ci sono colonie buone. I focesi di Elea, che colonia superba, tra Senofane, Parmenide e Zenone. Senofane, che Elea creò, veniva da Efeso, dove c’era Eraclito. Superba filosofia, ci devono essere colonie. L’assimilazione arriva col colonialismo, che dunque è liberazione. Se è l’applicazione planetaria dei lumi e del principio di uguaglianza: al sole della civiltà si dissolvono le paure, e gli stenti di troppi millenni.

Gli Usa saranno inattendibili, essendo un crogiolo. E vanno di corsa. La sigaretta americana si fuma lenta, il virginia è pressato, o mai abbastanza secco, per esercitare forse la mandibola, o ingurgitare tutta la nicotina, quando fa la storia l’America invece va di corsa. Ma sono americani i nerissimi Du Bois, Garvey, Scott Joplin, Wright, Baldwin. “Henri” Heine salutò nell’assimilazione “il biglietto d’ingresso nella cultura europea”. Senghor riscoprì che la civiltà è meticciato. I goti e gli altri presero Roma per avidamente cristianizzarsi. I sassoni devono ai franchi di Carlo Magno, che li batterono per battezzarli, se sono quello che sono – Carlo è Magno per aver latinizzato i franchi. L’identità, se interiorizzata, implode. Per un fatto fisico. Anche di fisica sociale, nella tribù di Colin Turnbull, nei clan endogamici. Il meticciato di Senghor, o multiculturalismo, è ovviamente più produttivo, poiché s’impara qualcosa.
S’impara pure guardando indietro, alla storia e la tradizione. Anche perché non si è se non si è stati. Sir Richard Turnbull, uno degli ultimi governatori di Aden, trovò che l’impero aveva di britannico solo il fuck off, o vaffanculo, e il football. Non il cricket, che è invece propriamente imperiale, giocandosi su tre, quattro, cinque giorni, e questo porta al quesito: è il cricket più inglese o più orientale, corfiota, indiano? O non saranno gli inglesi indiani sbiaditi, infrolliti?

Quiete - In fisica la quiete è la morte - il secondo principio della termodinamica è una miniera, Bouvard e Pécuchet impazzirebbero, una serie di mine contro le verità della vita.

Storia - È nella storia il senso delle cose, più che nella filosofia. Tutto è storia, la letteratura, l’arte, la filosofia, la scienza, la percezione che se ne ha di esse. Lo disse anche Croce, non volendo: “Non basta dire che la storia è il giudizio storico, bisogna soggiungere che ogni giudizio è giudizio storico, o storia senz’altro”. E anche: “Pensare è fare”. Pensare che è la verità – veritas filia temporis, diceva Gentile: “La filosofia è storia”.

La storia è inventrice e conservatrice di ogni arte a partire da Bodin. Ma c’era già tutto nella storia di Casaubon: “È in un certo modo filosofia pratica. L’unico genere letterario che insegna sapienza e prudenza insieme. È lo specchio delle azioni umane. La prora e la poppa della scienza politica. Capace di trasformare uomini nati inesperti e idioti in uomini capaci di azione, capaci di compiere anche le imprese più ardue”. Benché “somma di situazioni e azioni tale da non ammettere le sottigliezze dei cavillatori né di indugiare in esse”. La storia è tutto questo essere che è esistere.
Croce non ne era certo: “È metà”, disse anche, “della filosofia e della filologia”. E l’altra metà? E c’è molta trombonaggine. Cicerone voleva la storia testimone dei tempi, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, araldo dell’antichità: la prima legge della storia consiste nel dire niente di più e niente di meno della verità, assicurava l’avvocato romano. Pure Cervantes, per dire che conosceva il latino, fa la storia madre della verità, emula del tempo, depositaria delle azioni, testimone del passato, annuncio del presente, monito per il futuro. Altri dicono maestro il gioco - Pirenne scopre che di testimoni non ce n’è due che diano identica versione dei fatti. La storia è lenta. Il tempo fluisce a ritroso, la storia nuota controcorrente, e il momento in cui il futuro si scioglie nel passato questo è il presente, spiega Borges citando Bradley. Borges per il quale “senza dubbio l’esistenza dell’uomo è un fatto curioso”.

Più a lungo è stata ed è storia di cose, aria, acqua, fuoco, terra. Anche perché Cristo l’ha trasformata: la storia è natura, la natura storia. La natura dell’uomo è nelle cose. La biologia si scopre simile alla storia più che alla fisica. Ma la storia - il gesto efficace, toccare, torcere, carezzare, tagliare, colpire, scagliare – esemplifica la fisica. La fisica dà forma alla storia - quello che la fisica si spiega meno sono i fenomeni naturali. Se non c’è la storia non c’è la fisica, cioè la natura. Che la mineralogia facesse parte della storia lo sapeva già Novalis, e la morale, la religione applicata, anche l’antropologia. È il cammino di Dio attraverso la natura di Herder. Passati attraverso il rifiuto della metafisica, se ne esce rifiuti.

Tempo - Mille miliardi d’anni luce sono un tempo infinito. Che è un ossimoro, ma l’infinito è indistinto e senza tempo, come le galassie, i vuoti intergalattici. Il tempo è in surplace: non passa, non muta, non esiste. E l’uomo è una sogliola secca, senza spessore né linfa. Una virgola della storia, se la storia c’è. Fossero le undici dimensioni di Gödel un milione, ogni fantasia è possibile, e la memoria, ma non la storia. Non il progresso, il mutamento è casuale.
Ogni sette anni muta il corpo umano, e con esso l’idea che uno ha di sé e del mondo. Ma non ogni sette anni, di seguito, nell’arco di sette anni. Non siamo esenti dal tempo, la quarta dimensione è un fatto, non siamo gli stessi la mattina e la sera: gli inglesi sanno che alle cinque è l’ora dei cocktail e non del tè, a quell’ora l’alcol è tonico. Senza l’esserci l’essere non è. E dunque l’esserci è - se io non sono, chi sono? e chi sono in questa o quell’ora del giorno o della notte?

Viaggiare – Un viaggio vero è nell’incerto, l’ignoto, sia pure un’argonautica di mezzo mondo per cercare una pelle di capra. I viaggiatori in realtà scappano, si sa, i viaggiatori compulsivi. Ce n’è che non riescono neppure a guardare il panorama, se non per pochi secondi.

Irrequieta è la natura. “Tanto li punge al cuore la natura\che la gente arde di porsi in viaggio”, cantava Chaucer. Dall’incessantemente piccolo all’infinitamente grande, il mondo si muove senza sosta. Viaggiano le stelle e la luce. L’8 maggio 1967 è arrivata una nuova galassia, milioni di stelle. Una notte di febbraio del 1967 è stata vista dalla terra l’esplosione di una stella avvenuta 174 milioni di anni prima.

zeulig@antiit.eu

Dio degli Usa stregone

Poco fortunato e subito dimenticato, ma questo romanzo fusion che va per i quarant’anni è un’anticipazione profonda e corretta. L’America si vuole Occidente anche nella costituzione, ma è un altro mondo. In cui i vecchi democratici, da Socrate a Marx, figurano comparse, poco utilizzate, disadattate. Perché è un paese effettualmente democratico. La filosofia e la storia, che necessità c’è? Sono forme di oppressione, l’insegnamento lo è, la cultura che s’impara. Dio stregone è la sovversione massima, come non averci pensato: tutto s’imbordellisce. Nel nome della democrazia. Presto, perché l’America va di corsa.
Ishmael Reed, Mumbo Jumbo

L’imperialismo vero è intraeuropeo, fra occidentali

Il vezzo è dei germanici, gli scandinavi in particolare e gli americani, cioè i più ricchi di tutti. Che terrorizzano il mondo con le loro crisi periodiche, la droga, l’alcol, l’obesità, l’economia. Si salvano la coscienza con problemi che loro stessi creano, le mine antiuomo, il colesterolo, lo zucchero, l’eugenetica, e anche questi ributtano sul resto del mondo. Sempre i ricchi si sono lamentati, ma ora esagerano. È ruttare sul mondo la sazietà, non c’è povertà nichilista. L’imperialismo vero resta dell’Occidente sull’Occidente, una guerricciola endemica interna, magari per scongiuri. Gli altri non sono abbastanza ricchi da stimolare l’avidità. Ecco perché l’antimperialismo è brutto. Se è qualcosa, dovrebbe essere la libertà. Non può dare più case, più strade, più ospedali, più scuole, perché è meno ricco dell’imperialismo. Può e dovrebbe dare onestà e rispetto degli altri, della legge.
Ci sono dei criteri: non ci può essere antimperialismo contro antimperialismo. Né socialismo contro socialismo: hanno ragione quelli che, scampati alla forca del comunismo, restano comunisti, c’è un solo comunismo. È diverso per le vie nazionali, oggi cinese, coreana e cubana come già eurocomunista, latina, lusitana, africana, afroshirazi, animista, panaraba, confuciana. Basta la parola, direbbe la pubblicità, socialismo è un abito, un profumo. Il senso del Terzo mondo è un platonico terzo regno di Frege: un mondo di petizioni di principio, per salvare l’anima nostra, non gli africani - Frege, barba bianca, modi semplici, non era preso sul serio a Iena nel 1917 all’università. L’Occidente, volendogli dare una colpa, ha prevenuto la decolonizzazione catturando gli animi: li ha sintonizzati sul possesso, furberia, sopruso, avidità, prima che sull’alcol e le droghe, e li gestisce con la crisi. L’Occidente è furbo, per questo Ulisse è popolare. Ma nessun indio, nessun africano, nessun arabo, nessun asiatico ha bisogno di lezioni in questo campo – se è asservito, lo è volontariamente.

Chi diffama? Il diffamato

“L’accusa sottesa” è dell’avvocato, ribatte F.Sar. all’avvocato di Grilli, Salvatore Santagata. Forse la stessa Fiorenza Sarzanini che due giorni prima aveva pubblicato una pagina sul “Corriere della sera” sulle tangenti Finmeccanica che la “moglie di Grilli”, il ministro dell’Economia, avrebbe intascato. Come dire: noi non c’entriamo, se Grilli o il suo avvocato si ritengono accusati è perché hanno la coda di paglia.
In effetti, riguardando il giornale, né nel testo né nei titoli si legge che la moglie di Grilli ha intascato tangenti. Ma il testo è stato anticipato il giorno prima dal giornale all’Ansa. Tutti i giornali, i telegiornali e i giornali radio ne hanno parlato come di uno scoop del “Corriere”, e un lettore intende che uno scoop riveli qualcosa, non una inoffensiva chiacchierata tra due gentiluomini – di Gotti Tedeschi, uno dei due interlocutori il “Corriere della sera” è peraltro molto ossequioso. Lo stesso giornale si tradisce: nei titoli, in prima pagina e in prima colonna, parla della “moglie di Grilli”, e solo alle ultimissime righe, se uno ci arriva, precisa tra parentesi “probabilmente la ex consorte” – di un matrimonio finito da molti anni, da ultimo con un divorzio ostile nel 2008.
Ma F.Sar. e il giornale possono stare tranquilli. L’avvocato, che “diffida gli organi di stampa dal proseguire nel dare ulteriormente risalto ad una notizia destituita da ogni fondamento”, è un sicuro perdente. Nessun giudice giudicherà un giornale per diffamazione, rischia di non andare più sui giornali. Chi è peraltro che “sottende” la colpa? Non il giornale. Non la Procura di Napoli, che ha diffuso le conversazioni. Non altre eventuali fonti. Sono Grilli e il suo avvocato, lapalissiano.
Sottendere non è di tutti, in effetti. Meglio di “News of the World” e del tycoon Murdoch, il “Corriere della sera” di de Bortoli e Sarzanini ha inventato come parlare male della moglie di Cesare senza portarne l’onere. Si può cioè dire tutto non dicendo, che non è una novità in linguistica, ma in giustizia “honni soit qui mal y pense”, la divisa dell’Ordine della Giarrettiera, la decorazione più ambita al mondo: tutti cavalieri, e la peste colga chi male pensa.
P.s. - La conversazione Gotti Tedeschi-Orsi sulla “moglie di Grilli” è stata captata con una microspia al ristorante. Qualche settimana fa, a fine maggio. Poi si dice che la lotta alla mafia (alla camorra, gli inquirenti sono napoletani) è impossibile.

giovedì 6 settembre 2012

Eco e il romanzo (debole) di informazioni

Si salva la Parigi iniziale, da rifiuti, dove il fiume è la Bièvre, “febbricitante, rantolante e verminosa” (Dumas, Sue?). E le vecchie ricette: la bagna caöda, il bollito misto, il brasato al barolo - i bicerin variati, il civet, la finanziera, gli agnolotti alla piemontese… Poco.
Eco gioca al falsario. Da studioso più che da narratore - “chi deve falsificare documenti deve sempre documentarsi”. Anche “da buon lettore di Dumas”, ma senza crederci. Passando sopra la verosimiglianza – “quando tutti i fatti appaiono del tutto spiegabili e verosimili, allora il racconto è falso”. Con un plot ambizioso: accomunare nel Grande Complotto quello dei “Protocolli”, gli ebrei stessi, i gesuiti e i massoni.  Ma non sa essere “sobrio e essenziale”, come è l’uso nei “rapporti segreti” che gestiscono questi plot, non può: lo studioso vuole essere divulgatore, e per questo è prolisso.
I “complotti” del secondo Ottocento, intende Eco, sono di per sé romanzeschi. Ma questo romanzesco devitalizza. Con molte parole – trascurando magari fatti (quelli veri) e personaggi (Bertillon per esempio) d’impatto più notevole. Il protagonista, poi, Simone Simonini, nome arciebraico, è una spia del regno di Sardegna… Copiato un po’ da Maurice Joly, l’allegro inventore dei “Dialoghi infernali di Machiavelli e Montesquieu”. Un po’ da Hermann Goedsche, oscura e torva spia tedesca che però in un altro Sessantotto, il 1868, raggiunse fama mondiale con “Biarritz”, il romanzo del cimitero di Praga, da cui Eco prende titolo e complotto, scopiazzando per il resto da Joly – che scopiazzava da Sue: ogni cento anni i rabbini delle dodici tribù d’Israele si riuniscono presso il cimitero di Praga per coordinare il controllo del mondo. 
Ma potrebbe essere J.B.Simonini, un uffciale italiano, che era stato nel 1806 l’autore di una lettera a Barruel, il gesuita principe dei complottardi, in cui lo informava che ottocenti preti in Italia, inclusi vescovi e cardinali, erano ebrei. Aprendo un nuovo fronte, ricco semrpe più di vecchi schemi. Il 14 maggio 1994, nota lo storico dela Siria Daniel Pipes in “Conspiracy”, il giornale di lingua inglese a Damasco, “Syrian Times”, scoprirà che “il 30 per cento dei vescovi protestanti negli Usa sono ebrei che non hanno abbandonato l’ebraismo”. Troppi echi.
Incommestibile prima che indigeribile: si fanno già, a metà Ottocento, chiac chiere “da bar”. La storia non si presta alla mimesi, non a quella ironica. O l’ironia non a cinquecento pagine. Ma opera ciò malgrado importante 
Una costruzione dotta, un po’ a cannocchiale (flashback), un po’ en abîme, a specchi contrapposti. Anche in omaggio al “dottor Froïde”: il turpe protagonista e una delle sue vittime si confessano a vicenda. E un repertorio delle culture moribonde, o della crisi, dell’Occidente: personalità disintegrate, cattive coscienze (razzismo, sciovinismo, saputeria), il vero\falso, il “dottore austriaco” misirizzi, il potere sempre perverso. Con l’occhio clinico del contemporaneista – Eco sa di che si parla. Ma opera di falsario – Lucas è il nume tutelare, uno che riscriveva la storia e le storie con documenti originali di suo pugno. Quindi vero o falso? E chi è Babette d’Interlaken, “degna pronipote” di Weishaupt – chi è Weishaupt? In internet ci sono, ma che ci fanno qui?
Una lezione per matricole, paziente. Che però finiscono per confondersi: troppo didascalica, su fatti troppo noti. Il punto debole è del resto dichiarato, alla fine - una excusatio in forma di rivendicazione (“Inutili precisazioni erudite”): di avere orchestrato il tutto con personaggi e situazione reali - che però sono inventori e protagonisti di storie false. Avesse inventato qualcosa non avremmo la sensazione di leggere una prolungata cronaca giudiziaria, assillante come tutte e deludente - come dice lo stesso autore, la “Forma universale del Complotto” è questa, che “la gente crede solo a ciò che sa già”: il complotto conferma il pregiudizio e stanca, l’antisemitismo, lo sciovinismo, il terrorismo, l’antiterrorismo, la mafia, l’antimafia, i piemontesi (povere vittima, è ora di rivalutarli), i pentiti, i padri Barruel e Bergamaschi… Nel mentre che rifà la storia del “complotto ebraico” inventato nell’Ottocento, Eco ne inventa uno sull’unità d’Italia. Un secondo assioma imponendoci di considerare dopo quello della credulità: il complotto è unitario, anti-complottisti compresi. Oppure: il complotto è contagioso.
Questa è l’epoca del fake, del falso, e Eco, Swift bonario, non può esimersi dal farne la satira. Non ha torto: c’è il giallista di fama che stronca i gialli dei concorrenti, sotto falso nome, e il presidente della Ue che si fa autenticare le firme online di sostegno, che non siano dei suoi assistenti, non ci sono solo Facebook e i marciapiedi, ingombri di magliette e scarpe. Ma non si ride, quando non si “salta”. E anzi rischia lo stesso satirista: fine lettore dell’avventuroso, si bea anche lui del (falso) giornalismo, saccentuolo, scrivendo un “romanzo” di informazioni - peraltro note.
Umberto Eco, Il cimitero di Praga, Bompiani Vintage, pp. 522 € 14

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (142)

Giuseppe Leuzzi

Fra i tanti luoghi comuni dell’opinione pubblica (dell’Italia, dell’Europa, dell’Occidente) che Umberto Eco prende a bersaglio nel “Cimitero di Praga”, c’è anche il Sud. Napoletani e siciliani sono “mulatti… non per errore di madre baldracca ma per storia di generazioni, nati da incroci di levantini malfidi, arabi sudaticci e ostrogoti degenerati, che hanno preso il peggio di ciascuno dei loro ibridi antenati, dei saraceni l’indolenza, degli svevi la ferocia, dei greci l’inconcludenza e il gusto di perdersi in chiacchiere”.
Altrove, dove ci sarebbe la purezza (la “purezza del sangue”), c’è il falso costante.

Ma arrivato alle ricette anche Eco fa il leghista. Delle “sue” dà il dettaglio goloso. Sbarcato a Palermo dà solo l’acqua cotta – e un’improbabile zuppa di tartaruga. Il pescespada a’ sammurigghu, i pisci d’ovu, i babbaluci a picchipacchi non gli dicono nulla, a parte i nomi.

Il Nord è i suoi abitanti e “l’atmosfera generale”, del lavoro, il Sud è la natura. È questa l’impressione generale che Corrado Alvaro, corrispondente a Berlino, ricava dalla sue esperienza, in un breve saggio su “”L’Italia Letteraria” del 1929 (14 luglio). “Da noi è come se avessimo veduto abbastanza e troppo”, la nostalgia del Sud “non è altro che il sentimento di liberarsi della presenza degli uomini e di entrare in un’atmosfera eterna”. La “nostalgia del Nord” è invece verso “la nessuna intimità e segreto”. Di luoghi dove “l’uomo ha bisogno di autentiche conquiste materiali per sentirsi vivo”, essendo “solo e incomunicabile”.

Sicilia
Palermo “esce” le carte di Berlusconi. Su “Repubblica” di oggi. Da Palermo, la fonte a questo punto è sicura: “Il testimone esce dalla borsa altre carte e assicura…”, assicura Salvo Palazzolo dalla capitale siciliana. Indubitabile.
Resta da accertare la fonte dello scoop. Sarà il Procuratore Capo Messineo, collaboratore volenteroso – retribuito? – del giornale di De Benedetti. Un tempo i giudici di Palermo s’immolavano contro la mafia, e non “uscivano”.

“I palermitani sono dopotutto degli italiani”: nel costante malumore Lampedusa-Gattopardo incontra dei lampi.

Al “caldo sole” della Sicilia gli isolani più benevolenti, Tomasi, Camilleri, la gente comune in dialogo, imputano le follie, politiche ed economiche: sperperi, favoritismi, clientele, barbarie. Come se nessuno avesse mai vissuto a luglio e agosto a Firenze, anche a giugno, o a Bologna, o nelle altre città emiliane. E a giugno-luglio a Milano? O a Pavia, Vercelli, Alessandria?Con gli zanzaroni?

Una cosa il Gattopardo non disprezza mai della Sicilia, in nessuna circostanza, anche nella polvere o la calura, o tra gli scheletri inaciditi alle sei di mattina, quando bisogna continuare la festa altrimenti la festa non è riuscita: il cibo. Nell’apparenza (decorazione, presentazione) e nelle sostanza, soprattutto i dolci, tutti.
Lampedusa era goloso, il suo autore, e questo è tutto?

La Sicilia vota tra le due famiglie di questo millennio, i Lombardo e i Micciché. Con i loro clienti e famigli. Con gli Orlando, terzi incomodi revenant dell’altro millennio.
È d’uso addebitare i mali del Sud al feudalesimo, che, poveretto, non c’entra. Ma quelli del voto sì: la politica ha qualcosa di tribale, se non dinastico. I primi cinquant’anni della Repubblica la Sicilia li ha vissuti al’ombra di poche famiglie: Alessi, La Loggia, Mattarella, Orlando. Gli outsider, Lima e Ciancimino, sono finiti male. La stessa mafia era feudale: Partinico, Corleone, Catania.

Dal 136 al 132 a.C., dopo la riforma agraria di Tiberio Gracco, si ribellarono in Sicilia centinaia di migliaia di schiavi. Il console Manlio Aquilio domò la rivolta, ma non, evidentemente, gli schiavi.

“La gelosa intimità della famiglia siciliana” colpiva il calabrese Alvaro, nel 1948, in giro per l’isola al tempo del bandito Giuliano. in un articolo per “La Stampa”,17 dicembre: “In nessun paese, forse, le parole padre, madre, fratello, sorella, figlio, sono cariche di tanto senso come in Sicilia”. E qui ricorda Pirandello: “Uno degli aspetti che più commuoveva nella vita di Luigi Pirandello era la sua tenerezza quasi morbosa per i figli. Ricordo la manifestazione del saluto serale, era come se tutti nel sonno si imbarcassero per un lungo viaggio, con baci a croce dalla fronte alle labbra e alle guance. Egli parlava dei figli facendone, e non per la sua abitudine di scrittore, dei personaggi, mettendone in evidenza il carattere, le qualità e le debolezze, sotto un eguale velo di comprensione”.

In giro per l’isola al tempo di Giuliano, Alvaro media dalla giornalista svedese Maria Cyliacus, che ha incontrato il bandito, la nozione che “alle origini del banditismo c’è una cattiva costituzione della società”. Per cui spesso “ci si trova al bando” per “ragioni umane”. Lo stesso per il bandito Musolino.

Napoli
Ha probabilmente il record dei cittadini eccellenti che vi si riconoscono ma se ne tengono lontani. Perché “è cambiata così tanto”, dice Erri De Luca. In un tempo non lungo, De Luca non ha settant’anni. Non in meglio.

Duecento arresti in lista d’attesa, ha denunciato la Polizia. Che i giudici in tre anni non hanno avuto tempo di decidere. Mentre a Scampia e dintorni, gli arrestandi uccidono e vengono uccisi.
Tutto meglio che lavorare.

Il rione Sanità si chiamava ai tempi di Leopardi quartiere Stella. Fu ribattezzato per la sua aria salubre.

“La nobiltà napoletana si distingue per il buongusto, superiore a quello dell’Italia intera”. Non aveva dubbi ancora nel 1776 Jacques Cazotte, l’autore de “Il diavolo innamorato”.

C’era a Napoli una “grotta dei cani”. Ne parla Mandel’stam nel “Rumore del tempo” (1923). L’anidriide carbonica stagnante uccideva i cani, mentre l’uomo, più alto, riusciva a respirare.

Nel famoso processo Cuocolo, celebrato a Viterbo dal 1910 al 1912 per fatti avvenuti a Napoli nel 1906, la camorra risultò protetta dalla polizia: portava i voti al blocco d’ordine. Compreso il prefetto Tittoni, il principe di Aosta e il Procuratore della Repubblica. Contro cui i Carabinieri si dovettero costituire parte civile.
La storica Marcella Marmo, “Processi indiziari non se ne dovrebbero mai fare. Le manipolazioni del processo Cuocolo (1906-1930)”, è di diverso avviso: i carabinieri vollero, scrive, “un maxiprocesso impostato secondo un rigido paradigma associativo e con marcate forzature probatorie, le quali non soltanto alimentarono forti campagne di stampa attivate dalla difesa e dall’opinione garantista, ma provocarono un serio conflitto interistituzionale, che dalla polizia giudiziaria si allargò alla magistratura (1908)”. Cioè conferma.

Il sito Sopravvivenze Urbane consiglia a Napoli un giro della città illegale, “Naples illegal tour”. Da Porta Nolana alla Duchesca (piazza Mancini. contraffazioni) e al Buvero (borgo Sant’Antonio Abate: contrabbando, di sigarette, cibi, etc.). Niente di che preoccuparsi: il sito lo consiglia tra le 10 e le 13, quando “maggiore è l’animazione”.
È una forma di “sopravvivenza urbana”, appunto, e di “disobbedienza civile”, dice il sito. Napoli metabolizza ogni veleno.

leuzzi@antiit.eu

mercoledì 5 settembre 2012

Il triste tropico (non) spegne Arbasino

Arbasino alla maggiore età scopre il Terzo Mondo. Non molti anni fa, nelle vacanza estiva del 2008. E non sembra divertirsi, l’inevitabile fastidio evocando con le trenodie di Lévi-Strauss e Lévi-Bruhl, “Tristi tropici” e “Il pensiero selvaggio”, in originale francese. Il lettore sicuramente no, non si diverte. Gli elenchi, sempre formidabili, sono insapori – Arbasino crea al meglio quando è “all’opposizione”: oggi le vite basse e le americhe latine sono una sua caricatura. E aggrapparsi a Parigi nel tropico sudaticcio non è di conforto.
Fino a metà libro, quando subentra la memoria, che a una certa età è la cosa migliore. L’immagine “latina” degli anni 1950-1960, della gioventù dell’autore. Di Evita soprattutto - di che “riflettere sulle Teorie delle Masse”, e sulla storia, littoriale e post. Delle rovine di Buenos Aires e Montevideo. Di vecchie zie spagnolesche, a Voghera. Di cugini dimenticati, tale “Tillo” Attilio Gatti, fotoreporter per il “National Geographic” tra le due guerre, e le sue scoperte dell’Africa. E dei “provocanti o imbarazzanti Ritorni di tanti Rimossi”. Una rispondenza fra tutte: quella serissima Rosa da Lima-Rita da Cascia-nazionalpopolare horror dei “telefoni bianchi” con “le ripetitive ricorrenze di fantasmi Cines nell’Immaginazione religiosa”, cattivissime, “anche in piccoli centri come Parabiago”, rinforzate dai “sottoprodotti di Generalcine, Fonofilm e Manderfilm” (una rispondenza che però si potrebbe ribaltare: non sono i fantasmi Cines, coi sottoprodotti, e uniformarsi sull’Immaginazione religiosa?). Non nuovo ma sempre inesplicato il repertorio canonico della santità, di flagellazioni, san Sebastiani, tentazioni, serpenti, pustole. Fulminante l’incursione, a p. 56, sul “quartiere letterario” alla Cecchignola.
Alberto Arbasino, Pensieri selvaggi a Buenos Aires, Adelphi, pp. 125 €10

martedì 4 settembre 2012

Il mondo com'è - 108

astolfo

Cuccia – Se n’è presto dissolto il mito, e anche il personaggio è passato nel dimenticatoio. Sebbene avesse molta personalità.
È imbarazzante dover scegliere tra Prodi e Berlusconi”, confidava da ultimo a Sandro Gerbi, il figlio di Antonello, che Cuccia aveva “salvato” in Perù e poi rimesso in attività – aveva simpatia umana, aveva cioè personalità, e per questo durò, praticamente tutta la vita. Ma come banchiere, il “banchiere dei banchieri”, “il silenzioso burattinaio del capitalismo italiano”, “lo spietato sacerdote del grande capitale”, non ha creato nulla, e ha distrutto molto. Sotto la pretesa di salvare il salvabile.

Fiat – La storia della Fiat si fa in tre mosse. Valletta, che per un ventennio si trovò a gestirla per una serie di circostanze da solo, ne ha fatto un leader mondiale, la quarta azienda automobilistica, la prima dopo le tre americane. Prima, col senatore nonno, era una delle tante case automobilistiche italiane. Dopo, con l’Avvocato e Romiti (e Cuccia), tutti impegnati a “fare il bilancio” (pagare un dividendo alla Famiglia), si è ridotta a un colabrodo, come casa automobilistica, con modelli trascurati, vecchi, se si eccettua la Panda, e poi la Uno-Punto dell’ostracizzato Ghidella. Rischiando la fine con Umberto Agnelli e le banche. Nei pochi anni di Marchionne mostra segni di vita, ma senza smettere l’aria di carrozzone: decisioni sempre “politiche” e una desolante incapacità di curare il mercato – studiarlo, favorirlo, vendere.

Imperialismo - Sono migliori i governanti dei governati, quasi sempre. È il paradosso del potere, che però non è un paradosso. Gli antichi romani l’impero governavano per identificazione, come già i greci, benché litigiosi, le loro colonie, per cui tutti volevano essere greci, pure i persiani. Gli inglesi hanno imposto al mondo la rasatura ogni mattina per vendere il gillette. Ma il rasoio è buonissimo. Anche l’amministrazione era buona. Sarà per questo che l’India ha mantenuto l’Inghilterra per un paio di secoli: l’ha nutrita e arricchita. Senza cannoni né fruste. Molto civilmente, l’India comprava dall’Inghilterra tutte le merci che non avevano più mercato in Europa, alimentava il Gold Standard, e consentiva con le sue rupie agli inglesi di comprarsi le bistecche e le cose buone del mondo. O si può dire al contrario: gli inglesi, dovendosi radere ogni mattina, fecero un ottimo rasoio.
Ma l’India non ha cattiva memoria dell’Inghilterra. Che ne beveva a sua volta il tè. Ma, direbbe il professor P.T.Bauer, dopo avercelo introdotto, dopo avere insegnato agli indiani a coltivarlo. Gli ebrei, che si lamentano di Roma, dove sarebbero senza? Nel Medio Oriente seminomadi. Certo, uno può cascare sui cappuccini ignoranti invece che sui gesuiti.

Sarebbe stata un’altra Italia se, come l’India, avesse avuto gli inglesi invece dei borboni e gli asburgo. In quel momento decisivo per la formazione delle nazioni che fu l’Ottocento una scuola di libertà e buon’amministrazione invece che di polizia, censura, caserme. E di carbonerie e bombe. Anche le italiane sarebbero migliorate, invece di aspettare squittendo gli ufficialetti impomatati in divisa. Si dice il Risorgimento incompiuto, ed è vero, non ha portato l’Inghilterra in Italia, malgrado gli anglofili Cavour e Garibaldi. L’Italia era per quattro quinti austriaca, Lombardo-Veneto depresso che ora è invece ricco, il Regno, i ducati, la Toscana.

Gli inglesi in India, dice Marx, fecero la prima rivoluzione sociale dell’Asia. L’Africa la rivoluzionarono i missionari, ignoranti la gran parte e col mal di fegato, nonché il re del Belgio, che impose la pace - per avere braccia da lavoro, certo. L’imperialismo ha bloccato le razzie e i conflitti endemici, insegnato le lingue e l’amministrazione, preparato i risorgimenti. L’etnia sbriciola, l’imperialismo unifica. Ha fatto guerra all’Africa e all’Asia per profondervi edifici durevoli, piazze, porti e viali. Anche con durezza. Feroce fu l’Italia, la grande proletaria, che in Etiopia, Libia, Somalia non fece poi che quello, solide murature. Mentre la decolonizzazione sarà la trovata degli africani per tornare all’antico: possono ora razziarsi e annientarsi dandone la colpa all’Europa. Non è bene gravare i poveri di utopie, ma in Africa pure il mahatma Gandhi fu razzista.
O bisognerà forse, con i santi stolti di Bisanzio, “diventare stolti per essere saggi”. La decolonizzazione forse è liberatoria, di sicuro non è indolore. Si capisce che l’America voglia imporre la democrazia ai popoli del mondo, la stragrande maggioranza, che ne sono privi.

Manomorta – Padre Pirrrone, il gesuita, del “Gattopardo”, così spiega “le future inevitabili confische dei beni ecclesiastici” ai suoi compaesani addormentati: “Il sindaco comprerà tutto, pagherà le prime rate, e chi s’è visto s’è visto”. Avidità senza limiti: la nuova borghesia si appropriò della manomorta ecclesiastica senza pagare niente allo Stato, né dei beni ecclesiastici incamerati, né di quelli ex feudali, e neppure del demanio destinato a usi civici, di pascolo e coltivazione.
Alla sua insegna si potrebbe riscrivere tutta la storia vera, del laicismo e dell’unità d’Italia. Nel “Gattopardo” il patrimonio ecclesiastico è “il patrimonio dei poveri”. Anche nelle “Lettere” di Pasquale Villari del 1862, a ridosso dell’unificazione e dell’applicazione delle leggi eversive. Se ne appropria la borghesia, sotto il pretesto dell’anticlericalismo,

I rivoltosi di Bronte che Nino Bixio fece fucilare non erano contadini affamati ma professori, avvocati, medici e medi proprietari che volevano le terre della duchessa in base alle leggi eversive. “Squadre popolari” agivano, ma le finanziavano i possidenti agiati. Due anni dopo, a fine 1862, la Commissione parlamentare sul brigantaggio indicherà la causa della sovversione nei “ritardi nella ripartizione delle terre pubbliche”. Cioè della duchessa, delle parrocchie e dei conventi, e degli usi civici. Un’avidità senza limiti.

Maschilismo – È in difetto? Nel senso che manca, non delle sue debolezze. Non tanto per i doveri familiari, il maschio riscopre i piaceri della paternità. E anche nei doveri domestici trova qualche remunerazione: il piacere di cucinare, anche di fare la spesa. No, manca nei diritti. I separati-divorziati che finiscono a dormire nell’automobile sono solo maschi. A causa dell’infausto (infame?) lodo Jotti che dà la casa alla moglie. Identificata, come genere, nella “parte debole”. Anche quando è ricca di suo, anche quando è fedigrafa, non ama i figli, e non abita la casa. I figli vanno con la madre anche maggiorenni. Con poteri di visita e frequentazione sempre iugulatori. Anche quando la madre non li vuole. Su decisione di giudici quasi sempre donne.

La violenza di genere, maschi contro femmine, è tutta maschile, senza attenuanti: contro le donne, mogli, ex mogli, fidanzate, amanti, spasimate, donne incontrate per strada. È parte della concezione maschilista del mondo, per cui la donna sta lì all’uzzo dell’uomo. Ma la sua reviviscenza da qualche anno è anche ascrivibile alla jugulazione di cui l’uomo si sente vittima. In fatto di alimenti, abitazione, convivenze, abitudini sociali e sessuali. Nei paesi latini e in quelli nordici ugualmente.

Mediobanca – Una serie di fallimenti: troppo poco, troppo tardi, per salvare e non per creare. Una banca d’investimenti, la sola banca d’investimenti italiana per mezzo secolo, perimetro difeso con durezza da Cuccia, che si faceva vanto di salvataggi. Tutti destinati inevitabilmente al fallimento: Olivetti 1 (meglio le macchine da ufficio che il personal computer), Montedison (la chimica italiana), l’infinita disonorevole storia di Gemina, la Rizzoli-Corriere della sera dove tutti rubavano, e hanno continuato, le banche d’interesse nazionale, liquidate per niente, Generali dalle ali tarpate, Olivetti 2 (il fallimento), Telecom. Contro Mattei e l’Eni.
La Cariplo dell’uomo di sacrestia Giordano Dell’Amore ha creato in metà tempo 350 mila aziende nella sola Lombardia.

Mercato - il “mercato” è soprattutto un “discorso”, i fondamentali sono di contorno. Anche Adam Smith ne era convinto, seppure non lo dica, anzi abbia scritto sulla “mano invisibile”. Ma ci ha scritto su tanto prolissamente.

astolfo@antiit.eu

Piovene, l’unico fascista del ventennio

Si ripubblica infine Piovene, semiclandestino – forse perché si può leggere, qui, in forma di giallo, il colore dominante. Scritto prima di “Lettere a una novizia”, nel 1939, questo romanzo fu un bestseller nell’anno difficile di pubblicazione, 1944. Erano già tempi duri, politicamente prima che materialmente, e Piovene sentì il bisogno di spiegare entrambi i romanzi, con una premessa “filosofica”. Alle “Lettere” premise “quasi una santa malafede” “in contrapposizione “alla religione moderna della chiarezza nell’esaminare noi stessi”. Non una morale del’ambiguità. Peggio. Di una sorta di opportunismo. Non scadente, Croce vi fu subito molto interessato
Di formazione filosofica, alla scuola a Milano di Eugenio Colorni, Piovene aveva abbandonato la filosofia dopo la laurea, avendo scoperto che non la ricerca della verità stimolava i suoi “furori dialettici” ma le sue “richieste private” – non ci sono molti studi su Piovene, conviene rifarsi alle sue, esigue, poetiche. Non in realtà per opportunismo ma per un bisogno di completezza, di épanouissement: “Ogni sforzo morale mi è sempre parso ripugnante, se mi conduce a rinunciare a una parte di quello che sento per mio”. Per un obbligo esistenziale, “il dovere di ognuno di condurre integra a buon fine tutta la materia vitale che la natura gli ha fornito”.
Non una morale della resistenza, seppure di “una pietà guardinga”. Che, Piovene lo sa, minaccia perdizione: il gioco delle “condiscendenze pietose” può portare a mali passi. Ma in lui è irrinunciabile, perché ineliminabile: non una strategia di felicità ma un rimedio, un argine a un maggior danno, mirato “ad assorbire un necessario alimento d’angoscia” – “debolezza, pigrizia e rassegnazione”. Diceva un “grande scrittore morale” (ma è La Rochefoucauld) che “le virtù sono vizi dissimulati”, e senza il cinismo che la massima sottintende Piovene la fa sua: è così che qui l’impulso a uccidere diventa “un sentimento acuto e quasi ossessivo della vita altrui”. Ma il pessimismo è radicale: “Al modo stesso che la vita morale può servirsi solo del male, l’arte non può raccontare che il male, perché esso solo, per così dire, ha materia, pervade i nostri appetiti e i nostri pensieri…. Il bene, che tutto trasforma, è una potenza senza corpo”.
Autore di quattro romanzi antifreudiani, con i tardi “Le Furie” e “Le stelle fredde”, forse per questo Piovene è negletto. O forse perché non si è iscritto al Pci, neppure come compagno di strada, unico ex fascista, e per questo ha avuto le stigmate incancellabili. Anche a opera di ex camerati robusti opportunisti quali Montanelli – che Piovene aveva aiutato a fondare il suo giornale, “Il giornale nuovo”. Praticamente il solo scrittore italiano degli anni Trenta che sia stato fascista. Ma non resta molto altro del Novecento – è il solo anche ad avere fatto autocoscienza e autocritica, nel lungo saggio “La coda di paglia”, del volumone postumo dallo stesso titolo.
Guido Piovene, La gazzetta nera, Mauro Pagliai Editore, pp. 231 € 12

Fine partita per Craxi

Vent'anni fa, giorno per giorno:
“Triste fine partita per Craxi, che dà corpo da sé a quella figura mussoliniana che lo ha indispettiva. Attaccato da personaggi, Nesi, Formica, Ripa di Meana, Martelli, che devono tutto a lui, essendo delle nullità politiche, e che lui ha imposto, al Psi e alla politica italiana, con intrattabile protervia. Con queste sue creature è ora caratteristicamente incapace di dialogo: è il padre-padrone che si sente tradito. Dov’è la saggezza – la freddezza – politica?
“Le accuse a Di Pietro sono un altro segno evidente. Se è vero che il giudice è in combutta con Chiesa e Radaelli, suoi amici e datori di lavoro (nero), allora l’attacco contro Craxi è partito dai suoi stessi uomini, anzi dai suoi servi. Come in ogni regime autocratico, a un certo punto si ritengono belli-e-buoni e prim’attori anche gli “scarrafoni”.
“La difesa è legittima ma è sbagliata. È il tipo di errore è un brutto indice: Craxi non trova (non la cerca) una linea per rilanciarse il Psi, magari mettendosi da buon padrone da parte, e rilanciasi, bensì va in cerca di traditori.
“Un terzo punto è un indizio concomitante. È evidente che a Milano gli interessi costituiti stanno buttando all’aria la politica, non da ora, perché non la ritengono più conveniente – non porta più affari, per la crisi fiscale dello Stato, e non media. Poiché il Psi ha a Milano un ruolo importante, la rottura è letta in senso antisocialista. Non è vero: da quello che si è visto finora l’anello debole della politica sono i Dc ultima generazione, chiacchieroni, farfalloni, poco politici. Ma Craxi stesso insiste che l’offensiva è contro il Psi. Bene, e allora che fa? Allineamento e copertura totali con la Dc.
“Delle tante scelte possibili, Craxi ha fatto la peggiore. Avrebbe potuto defilarsi personalmente. Avrebbe potuto avviare e imporre un riesame generale di coscienza, una “rifondazione”, come si dice. Avrebbe potuto abbandonare il pentapartito debole e forse marcio. Invece, non fa che esercitarsi alla faccia feroce. Come un giocatore che non guardasse nemmeno le carte che ha in mano”.

lunedì 3 settembre 2012

Più tasse più tasse – all’ombra di Marx

Vent’anni fa, giorno per giorno:
“Imperversano, perverse, le teorie neo marxiane – si penserebbero thatcheriane e invece si pretendono marxiane – che curano la crisi fiscale dello Stato con le imposte indirette. Una macchina che moltiplica e allarga il problema invece di risolverlo: invece di scoraggiare i consumi eccessivi, inflazionistici, alimenta l’inflazione attraverso il caro-prezzi; invece di allargare l’area imponibile allarga quella dell’evasione. Non è per caso che l’Italia, patria dell’imposizione indiretta, sia anche l’economia industriale con il più alto tasso di attività in nero.
Tasse, bolli,e prima o poi nuova Iva. Pochi, maledetti e subito, il governo li ottiene ma non risolve nulla, dopo pochi mesi deve imporre nuove tasse, bolli, e aumenti (“aggiustamenti”) dell’Iva - le “manovre”. Mentre si sa da sempre, tutti lo sanno, che la riduzione dell’imposizione indiretta moltiplicherebbe il gettito Iva, porterebbe qualche milione di contribuenti nel libro paga del fisco, e potrebbe infine ridurre il debito.
“Senza contare che ci sarebbe anche un po’ di giustizia fiscale. Le imposte indirette sono più gravose per i meno abbienti, per i ricchi sono bruscolini – anche questo tutti lo sanno da sempre, ma non i neo marxiani”.

Problemi di base - 114

spock

Se l’inflazione è al due per cento, e la benzina costa due euro al litro, non è che all’Istat vadano tutti a piedi?

Poiché le tasse si mettono nel nome di Marx, non ne potremmo fare a meno?

A chi giovano le differenze di classe?

E i tocchi?

Conta più il padrone, nella dialettica di Hegel, o il servo?

E perché, malgrado la dialettica, ci sono padroni senza servi, e servi senza padroni?

A ogni giornalista il suo giudice, oppure a ogni giudice il suo giornalista (di fiducia)?

spock@antiit.eu

La “disinteressata oscenità”, filo rosso di Cummings

“Cinquanta poesia d’amore carnale e tredici disegni”, con gli originali a fronte, un raccolta assemblata da George L. Firmage, curatore delle opere complete del poeta, romanziere, pittore, coreografo, sodale in estroversione di Pound, di cui (non) si celebra il cinquantenario della morte. Un’antologia destinata forse ai “curiosa”, soprattutto per i disegni che la guarniscono, e invece per eccellenza cummingsiana: nella mimesi dell’esaltazione, i viluppi, gli afrori, i capricci, insondabili, le bizzarrie di questo bernesco contemporaneo si fanno normali, necessarie. Il suo verso caratteristico, sformato, accentuato, enigmistico, sonoro, drammatico fanno vivere allegramente i gesti inconsulti e gli spasimi dell’amore carnale.
Un tour de force riuscito per Francesca Valente e Vincenzo Ostuni, i traduttori. Che tuttavia non possono rendere gli infiniti giochi verbali dell’originale: rime interne, assonanze, allitterazioni costanti, fulminanti, ossimori, filastrocche. Per il gioco per eccellenza, la “disinteressata oscenità”.
e.e.Cummings, Che cosa è per me la tua bocca, Ponte alle Grazie, pp. 145 € 13

domenica 2 settembre 2012

La scrittrice impiccata alla sua bellezza

È un esercizio di autocoscienza. Dell’autrice che a ventitré anni ha chiaro giudizio del suo problema. “Perché cosa sono io se non un’anima errante? Non riesco a capire la vita, neanche i nessi più semplici, eppure mi assumo le mie responsabilità”. Non sapendo “da che cosa posso riconoscere la mia identità personale”. Ci vorrebbe Dio, ma bisogna avere la fede.
Un racconto dell’ambiguità. Della morale dell’ambiguità. Gidiano: “L’Immoralista” è richiamato d’acchito. Ma in una Berlino promiscua, già inquieta ma liberamente trasgressiva - più Isherwod che Gide, della gaytudine perfino snobistica (qui di garagisti, figli del portiere e taxisti). Anche Sybille, che è una cantante di varietà, “sembra un ragazzo per via dei fianchi stretti”. Più la natura, le strade, i boschi, i prati, nella quale la scrittrice già si ritrova in questo racconto (quasi) d’esordio come più tardi, più felicemente, nei libri di viaggio – “la terra non possono portarmela via”.
“Nei libri amo solo la scrittura” è il programma di Annemarie Schwarzenbach al debutto letterario ventunenne nella “Pariser Novelle II”. Ribadito due anni dopo con questa esercitazione pratica, “Lyrische Novelle”, tradotto col nome della protagonista. Ma senza fortuna. In vita e in morte la biografia ha avuto il sopravvento sulla scrittura, per la bellezza di Annemarie androgina, oggetto cultuale nel saffismo, nella famiglia di Thomas Mann, padre, figli, figlie, in Martin du Gard, in Carson McCullers e in una folla di adepti postumi.
Daniela Idra qui ne accenna una lettura infine letteraria, seppure rimproverandole “un’eccessiva astrattezza”. Ma si può dire anche questo di “Sybille”, come di “Ogni cosa è da lei illuminata”, recentemente riscoperto, uno stile nuovo. Confacente all’ambiguità dei sentimenti, in anticipo sulla scuola dello sguardo e il minimalismo. Di godimento attuale dunque alla lettura.
Annemarie Schwarzenbach, Sybille, Casagrande, pp. 110 € 12

Il potere è pedagogico

Vent’anni fa, giorno per giorno:
“L’Italia è democristiana perché s’è fatta governare per quasi cinquant’anni dalla Dc. Non è un problema di chi viene prima, se l’uovo o la gallina, anche se il regime democratico, o meglio elettorale, potrebbe configurarlo. È un fatto.
“L’Italia è diventata fascista con Mussolini, era pronta a diventare comunista, manicomi e campi di concentramento compresi, con il Pci, è democristiana sotto la Dc. Se aveva una propensione a esserlo, questa è diventata un fatto con la Dc al comando. Anche per chi non vota Dc: il disprezzo del pubblico, molto “particolare”, e il governo minimo sono di proprietà comune, con la capacità di prevaricare (sottogoverno, lottizzazione, raccomandazione, corruzione semplice) e autoassolversi nello stesso tempo.
“Se, per ipotesi, non ci fosse stato il Pci nel 1947, o la guerra fredda, e il voto fosse stato pienamente libero su tutto l’arco politico, e una buona parte avesse votato liberalsocialista, e il liberalsocialismo fosse andato al governo e avesse comandato a lungo, gli italiani sarebbero stati più liberali, tutti gli italiani? Sicuramente sì: ogni regime politico è propedeutico a se stesso, impone la sua pedagogia.
“Anche quando non sembra. L’ultimo liberale, Gritti, è un giudice che commina sentenze di carcerazione a dozzine ogni giorno, un giorno è arrivato a un mezzo centinaio. Beria non avrebbe fatto peggio, Mussolini non avrebbe osato. E dunque? Gritti è un liberale diventato indefettibilmente democristiano.”

Il terremoto è come un cane

La prima sensazione è, infossandosi il letto al centro mentre prima era rigido, che il materasso cominci a cedere. La seconda, ritrovando la finestra del corridoio, in linea con la porta della camera, aperta e in vista, di aver dimenticato di chiudere la porta prima di andare a letto – si lascia la finestra aperta queste notti di calura perché prende il vento terrazzano, della montagna.
È un risveglio assonnato, questo delle quattro o le cinque del mattino, per una forma di insonnia episodica, a volte, dopo le prime quattro ore di sonno, o legata ai cicli lunari, chissà. Il primo impulso è d’abitudine cercare gli occhiali da lettura sul comodino. Al buio, per non traumatizzare il risveglio, nella speranza che sia breve. Ma il tavolinetto non c’è. Il pensiero insorge che ci sia stato un nuovo terremoto durante il sonno, che ha spostato il tavolinetto. Tentando a tastoni più in là, invece del tavolinetto s’incontra però un armadio, che avrebbe dovuto trovarsi un paio di metri a sinistra sulla parete. Il terremoto dev’essere stato forte, è la conclusione, se ha spostato l’armadio.
Una pausa s’impone, e la ripresa daccapo delle operazioni. Della gestualità consueta a questi risvegli. Partendo dal cuscino, dall’allineamento del cuscino, se il terremoto non ha spostato il letto. Non sembra. Seguendo la linea del cuscino, il tavolinetto con la sveglia, un lume e gli occhiali dovrebbe incontrarsi. In effetti il ripiano c’è, ma al tatto offre un telefonino “grillo” invece del lume da tavolo. Il ritorno al cuscino s’impone per prevenire nervosismi. Ma questa volta, seguendone l’allineamento, uno spigolo si offre, una vasta apertura nel muro, profonda anche…. E qui l’idea che il terremoto sia stato disastroso, con un principio di ansia, viene cancellata dalla consapevolezza che questa è un’altra casa, il letto, il ripiano e l’armadio hanno un’altra disposizione.
Tutto ciò da sveglio ma come in sogno, da dormiveglia. Per un tempo lungo, molto più del terremoto, un paio di minuti, un’eternità. Due notti dopo avere sperimentato un terremoto vero. Anche di una certa intensità, 4,6 Richter. All’una e dodici di notte, poco prima di andare a letto. Il terremoto è come un cane. Se non inselvaggisce al più brontola. Il terremoto vero è venuto con due scosse, ma in una diecina di secondo in tutto, nemmeno il tempo di alzarsi dalla sedia. Benché intervallate da un vento, un sordo brontolio come un botto. E non ha spostato le cose, sebbene ne desse la sensazione visiva. Non se, come in questo caso, nessuna costruzione vi ha soggiaciuto, neppure nell’epicentro. Il terremoto è venuto al tavolo di lavoro. E i libri accatastati, che sembravano ondeggiare, sono rimasti in pila, disordinata dopo il terremoto come prima.