sabato 10 novembre 2012

Austria infelix, o la sagra dell’indicibile

Si sa, “per Bernhard e per la Bachmann il pensiero e il linguaggio costituiscono una corsa fatale verso la dissoluzione e la disintegrazione della personalità”. Li salva, aggiunge il filosofo, ci salva, la letteratura, “la possibilità di puntualizzare quell’istante nel quale l’uomo, che è la figura di una narrazione, è destinato alla perdita di se stesso e all’estinzione finale”. Che sembra una sciocchezza, logica e ontologica, e lo è (“la letteratura diviene l’Altro dell’esistenza umana”) – faticosa, inerte. Una sagra del nichilismo, viene da ballarci dentro, olè.
Tutto concatenato, da Thomas Bernhard indietro a Bachmann, a Wittgenstein, e a – novità di Gargani – Weininger. In un radicamento da tutti rifiutato, una sorta d’infelix Austria. Questa scrittura austriaca dell’indicibile (più esattamente “tedesca esterna”, di fuori, per esempio con Herta Müller), premiata, quindi in consonanza col secolo, il Novecento prostremo, rivive come letteratura. Per come lo dice e non, naturalmente, per l’impossibilità che adduce. Come il genere horror – “in sé” non saremmo qui a raccontarlo.
Gargani ha anche la strana tendenza a spiegare il prima col dopo, Bachmann con Bernhard. In un “saggio su Ingeborg Bachmann”. Sulla traccia della stessa Bachmann, che ha scritto di Bernhard, non reciprocata. Per la prepotenza di Bernhard in fatto di nichilismo, aggressivo, molto autoriale,  mentre Bachmann è riflessiva - prolifici comunque entrambi. E per l’invadenza di Vienna epicentro della crisi, che entrambi rifiutavano. Tra infelicità, disperazione, dolore, i temi inventariati da Gargani sono doloristi, mentre il linguaggio è impossibile, indicibile, impensabile, e l’oggi non è. Più che altro, il nichilismo è facondo.
Il bachmanniano “Die Sprache ist die Strafe” è ben trovato, suona potente, benché insonoro in fricativa. È insensato, parlare non è una punizione. Ma il tedesco deve suonare esotico (erotico?). Specie quello “di fuori”, è alimento di cui i germanisti sono golosi.
Aldo Gargani, Il pensiero raccontato

Il mondo com'è (117)

astolfo
Giovanilismo  - Uno che abbia settant’anni oggi è stato impegnato, direttamente o indirettamente, nel movimento di liberazione giovanile che si chiama Sessantotto. Oggi si ritrova quella liberazione rovesciata a suo carico – e di tutta la società. Sotto le forme della modernizzazione, costante, radicale, e della qualità, che naturalmente si vuole cara. Che sono le maschere assunte dal consumismo per aggirare proprio quel movimento: allora il giovanilismo s’imponeva per alleggerire il fardello dei consumi obbligati, oggi è la punta di lancia del consumismo. Con innovazioni capricciose anche e inutili, ma impositive e generalizzate, a una platea sempre più vasta.
Un sano rifiuto sarebbe quello, di nuovo, del consumismo, fatto ai settata invece che ai vent’anni. Ma sarebbe destinato a soccombere, dato che il mercato lo fanno i giovani. Per capacità di spesa e forza dirompente se non ampiezza delle classi d’età. Anche se sono disoccupati, precari, o bamboccioni in famiglia. Il rivolgimento generazionale di mezzo secolo fa viene ora messo in carico ai settantenni. Che lo avevano praticato per aprire ai giovani varchi non onerosi sul futuro, alleggerendoli dalla schiavitù dei consumi. Ora i giovani liberati impongono ai liberatori settantenni i consumi, al 99 per cento come sempre inutili.

Manomorta – A trent’anni dall’unità Pasquale Villari constatava (“Dove andiamo?”, in “Nuova Antologia”, 1 novembre 1893): “Tutto fu opera della borghesia, che divenne quindi padrona di ogni cosa”. Tenendone fuori il popolo, che allora era la massa contadina. E: “Il Governo prende allora assai facilmente l’aspetto di una consorteria, di una camorra, che sfrutta il paese a benefizio di suoi propri associati”.

Oltre che a spese dei beni della chiesa, si esercitò a spese degli usi civici. Dei diritti comuni immemori cioè di pascolo, taglio, coltivo, rifornimento idrico dei contadini sui terreni ex feudali, in gran parte demaniali.

OnnaIl paese più piccolo dell’aquilano nel terremoto del 2009, trecento abitanti, è quello che ha avuto più morti, quaranta. La Germania ha voluto impegnarsi specialmente nella ricostruzione in memoria del massacro del 1944, a opera della Wehrmacht.
A Onna le esecuzioni furono diciassette, quattordici uomini e tre donne. Tra esse la madre e la sorella di un ragazzo che aveva litigato con un tedesco per impedirgli di requisire un cavallo, e poi dai monti aveva tirato sull’occupante, in quanto membro di una non precisata formazione partigiana.
Si fecero allora funerali separati, e poi ogni anno celebrazioni distinte, le famiglie dei caduti escludendo sempre la famiglia del giovane improvvisatosi partigiano.

Resistenza - C’è un tempo della storia, un ritmo. Che la logica non scalfisce, meno che mai quella povera del terrore o totalitaria, che la storia vorrebbe dominare. E c’è una storia che i fatti non scalfiscono, murata nella logica del mito. Del Vento del Nord, per esempio, che fu tiepido ma non si può dire. Di Milano che non si liberò neppure a piazzale Loreto, né Torino, o Bologna. Della Resistenza che non fu di massa, se non in certo modo. La linea Gotica durò due inverni e fu sfondata dagli Alleati, e fu per tutti una tragedia, ma i lanci intensificati d’armi e vettovaglie crearono nel Frignano e in Lunigiana posizioni forti dopo, nella ricostruzione, anche personali. Dell’improvvisazione, causa di migliaia di morti. A Civitella della Chiana, in provincia di Arezzo, ci sono state cause tra le vedove, le orfane, le sorelle dei morti da una parte e dall’altra il comandante partigiano Edoardo Succhielli. Che le ha vinte, ma non ha domato l’odio: le donne hanno presenziato ai processi vestite di nero. La colpa, sostenne al processo Succhielli, fu della popolazione, che non aveva denunciato il quarto soldato tedesco all’osteria, consentendogli di fare la spia. I civitellini accusarono i partigiani di viltà, per non averli protetti il giorno della strage: gli uomini di Succhielli, sostennero, volevano uccidere i tedeschi e non disarmarli, e si disinteressarono della rappresaglia per salvarsi  personalmente. Anche a Crespino sul Lamone, sebbene non molti siano rimasti a ricordare i fatti, l’opinione volle  colpevoli i partigiani. A Castelnuovo dei Sabbioni, altro paese dell’aretino, l’opportunità politica soffocò poi la prima reazione violenta contro i partigiani. Ma perché tanti morti qui da noi, si diceva, e nessuno nel senese, che è oltre la strada? Perché lì non c’erano partigiani occasionali. A Castelnuovo e Meleto si trovarono capri espiatori nei locali repubblichini, due ometti insignificanti e incolpevoli furono linciati a guerra finita.

Stragi - Tra la liberazione di Firenze, che Manlio Magini e Giustizia e Libertà proclameranno l’11 agosto ‘44, e la liberazione della Toscana ci furono centinaia di morti in pochi giorni, contadini, bambini, madri, uomini anche nel pieno vigore, benché rintanati in cascina. Kesselring lo volle: “Proteggerò ogni comandante”, promise con ordinanza pubblica il 17 giugno, “che ecceda la nostra abituale moderazione nella scelta e la severità dei metodi adottati contro i partigiani”. La responsabilità va quindi al prode maresciallo della valorosa Wehrmacht. Ma anche all’improvvisazione omicida. 

L’improvvisata Resistenza diede esca agli eroi della Wehrmacht per improvvisate esecuzioni al mitra: quattordici a Pievecchia di Pontassieve l’8 giugno, più di duecento il 4 luglio a Castelnuovo dei Sabbioni, Meleto, Massa di Sabbioni, San Martino in Pianfranzese, tra Firenze e Arezzo. L'11 luglio altre dodici si fecero a Matole, sempre nell’aretino, quarantaquattro il 17 a Crespino sul Lamone, minuscola frazione di Marradi nel Mugello che non contava tanti residenti, dodici a Pratale, alle porte di Firenze alla vigilia della liberazione. Seguiti da Sant’Anna di Stazzema il 12 agosto, e il 23 dal Padule di Fucecchio con altre 180 esecuzioni, di anziani, donne e bambini, sfollati in quel posto selvaggio dai paesi vicini per sfuggire ai bombardamenti. A Civitella della Chiana, in provincia di Arezzo, c’erano state il 29 giugno 203 esecuzioni, a colpo singolo alla nuca. Alcuni giovani avevano tentato di disarmare due tedeschi che bevevano vino al dopolavoro. Ne era seguita una sparatoria, nella quale erano morti tre tedeschi. La Resistenza in Toscana era ribellistica, disorganizzata, senza collegamenti, senza armi. Con l’eccezione di Massa e Carrara, che erano parte della Linea Gotica.

Taglione - Non c’era l’obbligo della decimazione o del taglione nell’ordinamento militare tedesco, c’era anzi discrezionalità: la Wehrmacht lasciava ai comandanti, fino ai capitani, autonomia in fatti di giustizia, lo stesso le SS. Ma nell’uso c’era dieci per uno, o uno su dieci, era la vendetta prussiana. C’è la vendetta corsa e c’è quella prussiana: uno ogni dieci svevi volle giustiziato nel 1849 il Principe Mitraglia Guglielmo di Prussia, quando i seimila difensori di Rastatt si arresero, facendoli poi gettare in fosse comuni per l’igiene. Pure la pratica dell’Annientamento, l’Olocausto, si può dire gestita con canoni prussiani.
Ma la stessa Prussia ha sancito per prima il diritto alla Resistenza e alla lotta partigiana. Il 13 aprile 1813, contro Napoleone. Schmitt ne fa il fulcro della “Teoria del partigiano”: “Quelle dieci pagine della raccolta prussiana delle leggi del 1813 sono da annoverare tra le più inusitate di tutte le gazzette ufficiali del mondo: asce, forconi, falci e lupare vengono espressamente raccomandati nel paragrafo 43”. Questo diritto Hitler ribadì nel ’44, contro l’Armata Rossa.
Ogni reggimento e ogni compagnia, perfino il plotone, quindi ogni tenente, decideva da sé. Non c’era l’ordine cieco nella Wehrmacht, è una favola. Non c’è esercito che sia stato più decentrato. Ma la cosa finì per stimolare l’emulazione: si schieravano in venti, un plotone, per fucilare tre o quattro civili inermi ostaggi di rappresaglie. A Cornia, frazione di Civitella, furono fucilati donne e bambini.

astolfo@antiit.eu


venerdì 9 novembre 2012

Letture - 116

letterautore


Best-seller – Venerdì 2 “La Stampa” intervista, tra il serio e il faceto, un personaggio di Asti, il professor Carlo Faletti, primario ospedaliero e presidente della biblioteca Astense, sulla fusione provinciale Asti-Alessandria. Il professore si presta al gioco: “Io mandrogno?” dice dell’epiteto che insegue gli abitanti di Alessandria, “Mai!”. Ma il giornale sbaglia foto e didascalia, mettendoci Giorgio Faletti, “autore di bestseller, attore comico, cantautore”. Il giorno dopo si scusa, e per rimediare intervista Faletti scrittore. Che è anche lui di Asti ma non si vergogna di diventare “mandrogno”. Quello che conta nel futuro, dice, è che la nuova provincia potrà annoverare due capolavori: “Alessandria è la terra di Umberto Eco. Lui è autore di un grande bestseller del secolo scorso come «Il nome della rosa», io di un altro bestseller di questo secolo, «Io uccido» (quattro milioni di copie)”. Non da comico, sul serio. 

Dandy – Ritorna curiosamente con Alessandro Piperno. Le cui Grandi Leggi proustiane, da francesista e da scrittore, sono la demolizione dell’amore romantico (ma allora Proust è un parodista?). Curiosamente perché Piperno fa il professore, veste trascurato (almeno nelle fotografie), e si capisce qui e là legato alla famiglia. Mentre il proprio del dandy è di trarsi fuori, dalle passioni, e per primo dall’amore, il dandy è anzitutto un igienista. Ma scrive da dandy: cioè, senza disprezzo, chiamandosi fuori. Per il rifiuto radicale generale. Giustificandosi, come Baudelaire, il dandy archetipo, il più romantico di tutti,  giustificando la curiosità di autore e critico come un doping indotto, dalla moda (attualità), la pedagogia sociale, la tradizione.

Dandy è  anche una delle forme possibili di stare in una realtà modesta – come quella di Baudelaire prima e dopo il brevissimo ’48. Di limitare i danni.

Follia – C’è molta letteratura (romanzi, poesie) sui folli, e molta letteratura ultimamente (romanzi, poesie) di folli, R. Walser, Wolfson, Merini. “Le Magazine Littéraire” di ottobre, la rivista e il sito, elencano varie pubblicazioni a Parigi in questa nuova stagione con tema la pazzia. Ma non c’è uno studio sul rapporto, che sicuramente esiste, tra la schizofrenia e la parola. La parola “esatta”. C’è uno studio di Jaspers, filosofo della psicologia, su “Genio e follia”, ma quasi biografico, su Van Gogh e Hölderlin. Uno studio linguistico sarebbe sicuramente più illuminante, su A. Merini, su “Incom” (Saro Napoli): sulla parola più che sulla follia, sugli stati psicotici che esprimono la parola – la parola “giusta”.

Pierre-François Lacenaire, giornalista e poeta, fu rivoluzionario nel 1830, ghigliottinato nel 1836, per avere assassinato, tra gli altri, una vecchietta e il suo figlio omosessuale. Un poeta assassino, che si voleva anche lui “oratore del genere umano”, come i migliori spiriti dell’Ottantanove.  Ma folle, anche se il giudice gli rifiutò la qualifica. Uno che si diceva vittima dell’umanità e andava in giro facendosi “giustizia”. E tuttavia scriveva corretto, prima e dopo la condanna.

Pascoli - Lamentava “più intenditori, nel mondo, del mio latino che in Italia del mio italiano”. Perché voleva una “lingua viva”, dopo aver sancito che “la lingua della poesia è sempre una lingua morta”. In particolare in Leopardi, il meno aulico dei poeti italiani, rilevava che usa in poesia solo parole auliche. Ma di suo, per abbassare “il tono aulico della lingua poetica italiana” (Schiaffini), ha prodotto una lingua irta, di dialettismi, forestierismi, tecnicismi, ucronismi, parole rare o desuete. Si dice un poeta delle cose semplici, ma è un poeta filologo – poetava, oltre che in latino, anche in greco, francese, inglese. Il suo dialetto, peraltro, non è quello del verismo, né della coeva letteratura sociale d’ambiente,  della strada e delle “vittime”, secondo i propri modi, regionali, sociali, ma di una domesticità quasi chiusa, volutamente.
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Premi – Tutti gli scrittori, compresi gli esordienti e i giovanissimi, vantano tre o quattro premi all’attivo a ogni opera che pubblicano. Premi anche locali, sconosciuti, di nessun pregio. Ma indicano che lo scrittore fa parte di un gruppo, una cordata, una scuola – la maggior parte di questi premi, un tempo opera delle pro loco, sono ora messi su dalle scuole di scrittura. La letteratura come business, il marketing è il punto focale.

Vino – Si beve vino con Sherlock Holmes, quando non è whisky. Non birra. Una geografia letteraria del vino e della birra riserverebbe sorprese. L’Europa che non trova radici ne avrebbe due consolidate, per mentalità e linguaggi, l’area del vino e quella della birra.

Nella vecchia Repubblica Federale, prima della riunificazione, il vino era, se non prevalente (Adenauer probabilmente era astemio), condizionante, insieme con l’area renana, nella geografia complessiva. E ne ha caratterizzato la politica, in senso europeo, possibilista, non prevenuto, non da sensi di superiorità.
Era così la vecchia Germania che nasceva con Carlo Magno, “renana”: la vite prevaleva, il vino che accende la lettura. Lasciva est nobis pagina, vita proba”, canta Ausonio, il poeta di Bordeaux che poetò la Mosella. La Mosella è la Germania più romanizzata, col Sud Tirolo ora italiano: da sempre terre del vino. Vandelberto, abate di Prün, sempre area del vino, versificò il calendario, come Francis Jammes. Si passano le frontiere ignari: prima degli Stati la vite univa Francia e Germania.

Si fa poesia col vino, si filosofa con la birra?

Anche la Colpa si può legare alla birra, la colpa della Germania: il vino si sa che segue il temperamento senza cambiarlo, s’intende nelle ciucche, gli scarti di umore vengono dalla birra.  

Voce – Ha una forte capacità connotativa. Nel “Padrino”, se ascoltato in lingua originale, Coppola caratterizza i personaggi anche con le voci. Specie quando parlano italiano, i loro specifici dialetti.  Le sonorità e le diverse cadenze dialettali hanno un effetto immediato di rappresentazione: l’italo-americano dei diversi ceti sociali, e i dialetti dei vari paesi d’origine. Soprattutto nel “Padrino II”, quando il giovane don Vito (De Niro) torna a Palermo per vendicare i genitori: il barbiere di Gioia Tauro, garrulo, puntuto, inerme, il contorto, taciturno, violentissimo, palermitano.

È rivelatrice. La cadenza milanese, per esempio, è castigliana, curiale – la Spagna a Milano è irrisa e cancellata dopo Manzoni, ma ha improntato la parlata. Ascoltando due voci, specie femminili, senza distinguere le parole, si ha la sensazione che possano essere sia madrilene sia milanesi. È un caso, Milano, del “traudire” di Praz, della “stanza accanto” di Vernon Lee, quando in casa, in strada, un suono fluisce, un violino, il canto, un piano, senza una figura o uno strumento, alcunché di materiale, in vista, solo la melodia.

letterautore@antiit.eu


Gioventù disgraziata

Una storia speciale. Commovente anzi, di due solitudini. O meglio di due inafferrabilità, pur nella vicinanza e anzi nella complicità, “lei rifiutando il mondo, lui sentendosi rifiutato dal mondo”. Di due incapacità di amare, o come si dice di relazionarsi. E questo è, si parte dal relazionarsi anche se non si dice, e la storia resta asettica.
Non è la prima, le storie di adolescenze introverse abbondano, di Cocteau e Salinger, ora di B.Bertolucci, Ammanniti. Del lato oscuro dell’adolescenza – “le ferite dell’adolescenza” - che poi si trasforma in modo di essere, più o meno accattivante. Ma qui subito, dopo i primi due capitoli, una vicenda diagnostica, impersonale. Attraverso storie mal ricucite, affrettatamente. Finendo per mostrarsi per quello che è: un prodotto editoriale.
La cosa è inevitabile e anche buona. I migliori scrittori ci sono passati, là dove queste cose si dicono, facendo parte della pratica letteraria, da Joyce e Chatwin, con ricuciture anche radicali. Ma in questa letteratura del Millennio, la cura editoriale dà l’impressione di essere prevalente, la confezione del buon prodotto. Ottimo anzi nel caso di Mondadori dopo Dan Brown e l’indimenticabile “Da Vinci”, da “Gomorra” in poi. Giordano “scrive bene”, uniforme cioè – con qualche smagliatura che il redattore diabolicchio lascia lì a futura memoria. E dissolve anche la tristezza, la compassione per le due sventure.
Resta una compilazione minore alla Krafft-Ebing, capitolo dopo capitolo, un disgraziere. Generazionale? Sì, nel senso delle classi d’età non dell’epoca. Non bisognerebbe rileggere i best-seller, anche i premiati: l’artificio s’impone prepotente.
Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi

giovedì 8 novembre 2012

Il presidente delle minoranze

Un presidente che poteva essere bianco come nero e ha scelto di essere nero. Per una forma di compensazione nei confronti del padre che lo ha abbandonato? È possibile. Di sicuro per una scelta, consapevole: la scelta è legata alla decisione di fare il politico. Ha sposato una donna nera. Frequenta solo i parenti neri di lei. Ha scelto una constituency dove i neri contavano. E si è confermato in una periclitante rielezione grazie al voto etnico ancora compatto, di neri, ebrei e portoricani.
“Un presidente da reality” lo dicevano i Kennedy. Ma senza molestarlo, e anzi favorendolo, perché è un presidente che punta sulle minoranze. Non come programma politico, da presidente deve lavorare per l’America che conta, ma elettorale sì. E di opinione. È così che ha il voto ebraico benché sia distintamente non filo-israeliano.
La nuova dialettica politica non modifica il tradizionale diorama mondiale visto da Washington, ma il modo di guardalo sì: l’America è per la prima volta da un secolo introversa e quasi provinciale. Ha fatto e fa molte guerre nel mondo, ma senza occuparsene e quasi senza saperlo. 

La politica islamica di Obama

Forse non c’è il “tradimento” di Israele, di cui Cinthia Ozyck e altri intellettuali ebrei americani lo sospettano. Ma c’è una politica islamica di Obama. Che non c’era prima, e forse era un danno. Ma che ora assume il carattere di un’alleanza con uno dei filoni dell’islamismo, e non quello più aperto sulla modernità e i diritti civili.  Le accuse degli intellettuali ebrei non hanno scalfito Obama, se è vero che quella ebraica è la minoranza che più compattamente ha votato per lui, dopo i neri, ma evidenziano un fatto.
Obama ha una politica islamica. Ed è una politica filosunnita. Di cui la “consegna” di Osama Bin Laden da parte delle autorità pakistane è stato il suggello. Ovunque gli Usa, e gli alleati “volenterosi”, sono impegnati nel mondo islamico a fianco delle forze sunnite. In Siria oggi come già in Tunisia, in Egitto, in Libia. Contro le dittature militari con più fortuna che contro i talebani, ma anche l’insistenza nella battaglia persa in Afghanistan va messa nel conto dell’impegno con l’islam sunnita. Così come il mancato intervento, perfino sotto la forma blanda dell’ammonizione, in Pakistan e nel Nord della Nigeria contro le violenze sunnite.
La liberazione delle masse arabe non convince più nessuno studioso. La riprova si indica nell’Iran, dove la forte opposizione, civile, urbana, articolata, contro il regime duro degli ayatollah non ha avuto nessun supporto. E in Turchia, dove al coperto del ritorno alla militanza islamica si conculcano alcune libertà da tempo acquisite, della condizione femminile e della stessa libertà religiosa. È un fatto che Obama ha cambiato in quattro anni tutto l’approccio americano alla sovversione islamica, terroristica e\o politica.

Diabolico Marchionne, ha fatto vincere Obama

Diavolo d’un Marchionne, e se fosse stato lui a far vincere Obama? Lo spot dell’ad di Fiat che raccomanda di votare Obama è più di una barzelletta. Dal momento che è stato girato e diffuso dagli organizzatori della campagna di Obama.
Marchionne non è una vedette negli Usa. È anzi uno sconosciuto. Ma è, appunto, l’ad di Fiat. Verso cui la Chrysler sente l’immenso debito di avere evitato il fallimento ed essere anzi diventata in pochi mesi un’azienda in utile e con un ottimo futuro. Non gli azionisti, che quasi non ci sono più, ma i lavoratori: dai licenziamenti ai bonus di produzione c’è una differenza.
Chrysler ha la sede a Detroit ma fabbrica le Jeep nell’Ohio, per i vantaggi sul cuneo fiscale. Cioè nello Stato chiave che da qualche tempo decide le elezioni, essendo non repubblicano né democratico, ma decidendo per l’uno o l’altro partito ogni volta per pochi voti. Il voto d’opinione, che i politologi calcolano nel 5 per cento del voto globale.
Lunedì, alla vigilia delle elezioni, il governatore repubblicano dell’Ohio John Kasich si è complimentato per l’aumento della produzione Jeep, in polemica col suo candidato Mitt Romney, che parlava di imminente delocalizzazione in Asia. Mentre Marchionne diffondeva un video con queste cifre: “Abbiamo incrementato la domanda delle nostre auto, specialmente delle Jeep, e abbiamo aumentato l’occupazione di 11.200 posti di lavoro dal 2009”. Ne bastavano meno, alcune centinaia, per spostare l’Ohio verso Obama.     


Bazoli pigliatutto, i timori dei Berlusconi

Rapida consultazione di Silvio Berlusconi con Tarek Ben Ammar, e rapida intesa: i soci francesi non hanno patti sotterranei con Bazoli e non intendono mollare Mediobanca-Generali.
Non ci sono solo i timori dei francesi, anche i Berlusconi sono in apprensione per la fine di Mediobanca nella rete di Bazoli. Soci di rilievo di Mediobanca, in proprio e con Mediolanum. Da tempo accetti, malgrado il conflitto d’interessi del gruppo Mediobanca-Generali con Mediolanum. È questa presenza, consistente anche se discreta, probabilmente anche uno dei motivi dell’accanimento contro Berlusconi, l’unico gruppo d’interessi milanese non integrato: Bazoli, si dice a Milano, non perdona.
La guardia tra gli oppositori di Intesa-Unicredit è sempre vigile. Nessuno crede alla smentita di Bazoli, che Intesa non è interessata a Unicredit: le pressioni, che ci sono state, nessuno crede che saranno abbandonate. Se non temporaneamente, per l’avversione che Monti avrebbe manifestato.

Le primarie sono un congresso

Ogni candidato può contare per le spese sul partito. Con propri addetti nelle sedi del partito, quella nazionale e le federazioni cittadine. Con comitati elettorali propri nelle città e nelle circoscrizioni. Nonché, dove governa, nei consigli provinciali e regionali. Un tempo questo lavoro si faceva nelle sezioni e nelle federazioni.
Più che capipopolo i candidati alle primarie sono i vecchi capicorrenti. Con un proprio seguito distinto ma insieme anche apparentato o apparentabile. Alla segreteria uscente, al blocco maggiore dell’opposizione. È cambiata la forma: il voto nei gazebo ha sostituito la kermesse del congresso, del voto delle mozioni. Mentre i dibattiti si sono spostati dalle sezioni alle televisionate, molto meno faticose, e alle interviste, sui giornali, le innumerevoli agenzie, i siti di varia natura, youtube, i social network.
I “ballerini”, i candidati senza possibilità di riuscita, condensano un gruppo partitico la cui forza sarà equivalente alla percentuale di adesioni che porteranno alle primarie. Che si farà poi valere nelle candidature alle politiche (in quelle sicure e in quelle di complemento), nei posti di governo eventuali, in quelli di sottogoverno, negli enti economici (nella sanità, la Rai, l’associazionismo) e mediatici del partito.
Le candidature molteplici sono tutte contro Renzi: Vendola, sì, pure lui, Puppato, una donna ci vuole, Civati, un alternativo pure, Tabacci, un democristiano pure. È il fatto che Renzi non ha forse considerato lanciando la sfida a Bersani. Aveva vinto la candidatura a sindaco di Firenze giocando gli avversari diessini divisi e in concorrenza fra di loro. Ha inteso replicare il modello su scala nazionale ma Bersani lo ha giocato moltiplicando le candidature. In grado di disinnescare la protesta e alla fine a lui vicine. L’America è lontana.

La “Pravda” al “Corriere-Roma”

A luglio affari italiani.it, il primo e più vecchio dei giornali online, va per i 18 anni, dà notizia
di una inchiesta della Procura di Roma sull’appalto dei bus per disabili. A carico dell’assessore alla Provincia di Roma Amalia Colaceci. Ad agosto l’avvocato dell’assessore presenta due denunce contro anonimi per violazione del segreto istruttorio. La Procura di Roma si è prontamente attivata, con due giudici, e ora annuncia incriminazioni.
È il primo caso di indagine seria sulla violazione del segreto istruttorio. Che viene violato impunemente ogni giorno in diecine di casi da almeno vent’anni. Un fatto dunque eccezionale. Ma due cronisti romani del “Corriere della sera” non sono troppi? Per una notizia ancora da venire.
A ottobre, a chiusura delle indagini sull’appalto, l’assessore doveva essere rinviata a giudizio, secondo “Repubblica” e “il Messaggero”. Non secondo il “Corriere della sera”, che dell’inchiesta principale non ha parlato. Forse in sintonia col Procuratore Capo Pignatone, che era contrario all’incriminazione.
Amalia Colaceci, una colonna del Pci-Pds-Ds della provincia romana, è assessore da una diecina d’anni.

Ombre - 154

Pomigliano è la migliore fabbrica al mondo. Insomma, su 700 impianti analizzati di 15 paesi. Ma per farlo sapere la Fiat deve pagare una pagina di pubblicità. Un milioncino, fra giornali grandi e piccoli. Se è censurata la Fiat…

La Guardia di Finanza perquisisce l’amministrazione del Pd e della Regione Emilia per il doppio incarico della segretaria di Bersani. La previene sui giornali il vice Procuratore Capo di Bologna, il quale assicura che non di una perquisizione si tratta, e anche anzi la Guardia di Finanza è andata a ritirare le carte che il Pd le ha consegnato. Voleva attirare l’attenzione sulla perquisizione?

Massimo Franco ipotizza una legge elettorale per decreto. Una sciocchezza. Ma è giornalista informato: la Costituzione-che-non-si-può-cambiare subirà anche questo sfregio?
Il 2 novembre il “Corriere della sera” vede Berlusconi arrivare a Malindi nell’albergo di Briatore, con una quindicina di persone al seguito. Il 6 lo fotografa invece con Briatore a San Siro, alla partita del Milan. Da Milano a Malindi sono 6.000 km., una dozzina d’ore, tra una cosa e l’altra, di viaggio col Gulf Stream. Il duo sarà ubiquo? Spiegherebbe molte cose.

Il Gulf Stream 5 è collaudato per 16 persone, ma strette. Non della stazza di Berlusconi o Briatore. O si restringono?

Un processo osceno come quello Ruby sarebbe impensabile se non ci fosse. Tenuto su da giudici donne, poi. Ma Milano non se ne vergogna. Sta in agguato per mordere le fortune di Berlusconi, prima o poi una condanna ci scappa.

Le giudici del processo Ruby sono, tre su quattro (Ilda Boccassini, Carmen D’Elia, Orsolina De Cristofaro – la quarta è Giulia Turri) di nome e eloquio meridionali. Ma anche di loro la leghista Milano non si vergogna. Sono sufficientemente milanesizzate, utili cioè allo scopo.

Che lo Stato non abbia combattuto per vent’anni la mafia è la tesi dei cinque giudici palermitani del processo Stato-Mafia. Compresi gli anni ruggenti cioè di Caselli e Lo Forte. Palermo non ha pietà per nessuno. Salva solo i Ciancimino e gli Spatuzza. Sperando che dicano il nome fatidico.

Il segreto dell’inchiesta palermitana è nelle venti pagine di sintesi che i giudici danno ai giornalisti. Che fissano al 1994 “la definitiva saldatura del patto Stato-mafia” scellerato. Conso, Mancino, Di Maggio, erano falsi scopi, è nel ’94 che c’è Berlusconi. Tutti senatori i Pm dell’accusa?

I Pm dell’accusa al processo Stato-Mafia sono cinque. Si capisce che la mafia è indisturbata a Palermo, la Procura antimafia ha altro da fare.
Pensare che Falcone distrusse la mafia da solo.

Contro il monopolio di Milano, il calcio tenta di salvarsi dando la gestione degli arbitri a dirigenti del Centro Italia, toscani, marchigiani, emiliani. Che però, se non rigano, a scadenza ineluttabile  vengono silurati. Tra sospetti e sarcasmi, cosa in cui Milano eccelle. Ora è la volta di Nicchi e Braschi.
Uno solo Milano ha salvato, Collina. Che è toscano, ma era stipendiato dal Milan tramite la Opel, sponsor del Milan. E andava a pranzo ogni settimana dal dirigente arbitri del Milan.

Ora che si vende, il 70 per cento circa in mano pubblica (Provincia e Comune di Milano) della Milano-Serravalle viene offerto a 658 milioni di prezzo base. Senza autocritica, neppure dall’onesto Pisapia. Anche se il prezzo è molto inferiore ai 220 milioni circa pagati per il 15 per cento ai Gavio dalla Provincia. Ben otto anni fa. Con 176 milioni di sovrapprezzo “per il controllo”.

“Ho avuto l’impressione che l’orchestra coprisse un po’ troppo i cantanti”. Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, vuole mettere le mani sul teatro Massimo, a partire dal direttore artistico, e quindi si esibisce anche nella critica musicale. Di un’opera contemporanea inafferrabile ai più, tra dissonanze e cacofonie. Inarrivabile Orlando.
Intramontabile anche: si può dire il sindaco tutta Palermo, se non tutta la Sicilia. A ogni elezione fa il pieno, senza eccezioni, mafia dunque compresa.

Una giornalista di “Report” scopre, da sola, che la contabilità di Idv è falsa. Cosa che tutti sapevano (tutti i partiti hanno una contabilità falsificata, più o meno, con finti centri studi, finti convegni, finte pubblicazioni)  Non la Guardia di Finanza. Non Pignatone, o altro giudice della Procura di Roma. Che continua a ignorare “Report”.

Oppure “Report” ha diffamato Di Pietro, perché no? L’ex giudice ha fatto centinaia di cause per diffamazione e le ha vinte tutte. la. Dunque si querelerà contro “Report”?

Viene Steinbrück, leader dei socialisti tedeschi, e dice semplice la verità: “Il governo (Merkel) parte da un’analisi insufficiente della crisi, ritenendo che si tratti di una crisi del debito pubblico. È così solo parzialmente. A questa analisi insufficiente segue una terapia sbagliata. E questa terapia viene praticata da due anni: risparmiare, risparmiare, risparmiare. Intanto la situazione non diventa migliore ma anzi più problematica. Gli Stati scivolano dalla recessione alla depressione”, il credito internazionale si fa più difficile, bisogna “risparmiare” sempre di più, eccetera.

Marchionne deve pagare una pagina della “Nazione” per dire a Firenze quello che non ha detto: che non ha parlato male di Firenze. È proprio vero che nemmeno la Fiat riesce a bucare il cominform.

Camilleri lo fa meglio delle “sfumature”

Una cavalcata dall’inizio alla fine, anche se con intermittenze. Camilleri ha captato, se non l’ha anticipata, l’onda delle “Sfumature”. Senza neri né grigi, e senza fruste: mogli, amanti, nipoti, segretarie lo fanno con gusto, ogni paio di pagine.
L’aneddoto del giallo è sbagliato – non ci sono “carte private” negli affari di tangenti (da quando in qua i patti scellerati vanno in tribunale?) – ma la lettura resta lo stesso incatenata: è un racconto erotico che Camilleri voleva fare, non fosse stato per l’intervento improvvido di Giulia e Pietro Ichino. In azienda – questa è mancata a “E. L. James”. Anche col padrone, certo, anche i padroni godono – oltre ad avere sempre ragione, direbbe Fo. Fino alla morte, certo. Sarebbero fantasie sessiste, “fasciste”, ma Camilleri è un salvacondotto.
Andrea Camilleri, L’intermittenza, Mondadori, pp. 173 € 12

mercoledì 7 novembre 2012

Una specie scomparsa, l’italiano resistente

Si rilegge con rimpianto questo scorcio di autobiografia, per una figura di italiano scomparso: democratico e corretto, dai principi saldi. Magini, morto nel 2003, aveva redatto dieci anni prima questo ricordo della guerra, che è pieno di cose (il confino politico, la mobilitazione da ufficiale di complemento, la Resistenza, la prigionia e la deportazione), ma di più di un’etica. Non eccezionale, benché Magini vantasse una medaglia d’argento al valore militare, ma per questo più apprezzabile: da uomo normale.
Di famiglia antifascista, e tuttavia volontario in Africa nel 1936. Dal 1937 per tre anni insegnante d’italiano all’Istituto di cultura di Tallinn. Mobilitato in Jugoslavia e in Russia, e al ritorno confinato, per “attività sediziosa”, per un anno a Tito, in provincia di Potenza – dove incontra Marisa Tulli, “la più giovane confinata d’Italia”, che sarà la sua compagna di vita. Dopo l’8 settembre partigiano combattente, comandante delle formazioni Giustizia e Libertà in Lombardia. Protagonista della liberazione di Firenze, che poté proclamare l’11 agosto 1944. Fino al 6 novembre 1944, quando venne arrestato, con lo stato maggiore del suo gruppo, su delazione. Si farà i lager di Bolzano, Mauthausen, Gunskirchen, ma sopravvisse.
Ricorderà di avere avuto come direttore al’Istituto di cultura di Tallinn Indro Montanelli, nel biennio 1937-38. Che vi si vantava confinato da Mussolini in punizione per aver scritto che l’avanzata fascista in Spagna era una passeggiata - Mussolini voleva farsi dire battuto? Due volontari d’Africa ma due specie diverse di italiani, di cui una imperversa e anzi è idolatrata, conformista, cinica, l’altra è sparita.
Alla fine della guerra Magini è stato editore,  con prefazione di Parri, dell’“Elogio della galera”, le lettere di Ernesto Rossi, recordman di evasioni dalle prigioni di Mussolini dopo Altiero Spinelli. Nell’occasione, e dopo, propose un dubbio di cui non riusciva a liberarsi:Perché l’azionismo era decimato dagli arresti?” E si rispondeva: “Perché era infiltrato. Bersaglio di denunce, anonime”. Aggiungendo: “E perché non scriveva lettere anonime, non a carico degli altri oppositori”. Da comandante partigiano si era specializzato a rubare i rifornimenti, specie di cibo, alle formazioni garibaldine, che monopolizzavano i lanci alleati. Prigioniero dei tedeschi, non aveva diritto all’assistenza della Croce Rossa Internazionale perché non era prigioniero di guerra - i militari italiani non lo erano. Poco o niente ebbe dalla Croce Rossa Italiana, che era la scassata Assistenza Militari di Salò. Qualche pacco dalle famiglie però l’Assistenza riusciva a far arrivare. Arrivavano tutti da sopra l’Appennino, e i destinatari se li mangiavano da soli. Solo un capitano siciliano lo divise con la camerata, una volta che ne arrivò uno dalla sua famiglia. 
Manlio Magini, Un itinerario per il lager

Italia sovietica – 11

Il sovietismo è morto da venticinque anni, quasi, ma non Italia - dove non c'era. Gli ultimi casi:
Fabio Fazio.
Non si gioca, si lotta. Non si giudica, si lotta. Non si lavora, si lotta. Non ci si applica, si lotta. Senza peraltro mobilitazione, straccamente.
La Nomenklatura, forte tra i militari, Carabinieri e Finanza inclusi.
Le scorte.
Tutti sbirri, anche i vigili urbani.
Le multe stradali: la moneta non ha più valore
Marco Billi.
Edoardo D’Avossa.
Le primarie del Pd: liste di disturbo, liste di sostegno, liste convergenti.

Bazoli pigliatutto, avanti con Passera

Sarà Passera il capofila dell’Udc-Fli alle elezioni fra sei mesi (è “l’ultimo mohicano” di Fini), insieme con Emma Marcegaglia. Nell’ipotesi che, nello stallo prevedibile fra destra e sinistra, tocchi all’Udc nominare il presidente del consiglio. Toccherà a lui rilanciare e realizzare la fusione Intesa-Unicredit, che Monti non vuole patrocinare.
Sulle ambizioni politiche, Passera si scontra con un forte pessimismo. A destra e a sinistra nessuno pensa, e molti nella stessa Udc, che il partito di Casini possa esprimere il presidente del consiglio. In nessuno degli esiti possibili del voto, quale che sia la legge elettorale.
Sulla Grande Intesa, però, molti ci ragionano, sia a sinistra che a destra. Pronti cioè a saltare sul carro. Anche perché i soggetti interessati, tra le fondazioni ex bancarie e gli altri soci di rilievo dei due gruppi, sono più numerosi e consistenti di quelli contrari. 

martedì 6 novembre 2012

Bazoli pigliatutto, al Pd Unipol-Mps

Tace il sindacato, che pure da Unicredit fagocitata da Intesa non può che attendersi licenziamenti di massa. Ma nel Pd se ne discute.
L’ipotesi, è stato detto, è praticabile senza Monti. Cioè, allo stato dei sondaggi politici, con un governo a guida Democrat. E con l’ex ad di Unicredit, Profumo, ora al Monte dei Paschi di Siena, alla guida di una “isola democrat” nella finanza, con Mps-Unipol.
Profumo a suo tempo non aveva scartato, tra le ipotesi sul suo allontanamento improvviso dal vertice Unicredit, il possibile disegno di Bazoli di fagocitare il gruppo. Ora è invece a favore della Grande Intesa, con Unicredit. In cambio, fa valere, di una posizione consolidata per Mps-Unipol-Fonsai, cioè non più contestata. Secondo gruppo finanziario d’Italia, anche se di dimensioni esigue rispetto alla galassia Intesa-Unicredit-Mediobanca-Generali.
Profumo però non avrebbe convinto Bersani. Che diffida dei “campioni nazionali”, da quando, quindici anni fa, in sintonia con D’Alema, sponsorizzò il raid Colaninno-Gnutti in Telecom. Non prende posizione, si dice, perché ha presente il rapporto di forze a Milano, e sull’asse Milano-Torino. Ma sta in guardia.

Fisco, abusi, appalti – 17

Diplomatici sbirri? Uno studioso italiano abbia un contratto di ricerca negli Usa: va al consolato americano e gli danno il visto. Uno studioso indiano abbia un contratto di ricerca in Italia: va al consolato di New Delhi e aspetta due mesi. Se nel frattempo ci sarà stata una triangolazione in Italia fra il centro di ricerca, l’Interno e gli Esteri, ad alto livello, in via sempre eccezionale.
L’“extracomunitario” è categoria ferale per la già esausta burocrazia mangiaufo – quella de “la responsabilità se la prende lei”.

Il petrolio è a 88 dollari al barile. Era a 125 a marzo, e a 118 ancora in agosto, e portò il prezzo della benzina da aprile a settembre a 2 euro al litro, poco più poco meno. Ora la benzina è a 1,90, poco più poco meno. Il petrolio diminuisce del 40 per cento, la benzina del 5.

Sui braccialetti elettronici per detenuti il “corvo” del Viminale non dice tutto. Non si sono spesi 81 milioni in dieci anni per 14 braccialetti, bensì 110 milioni per tre. Fino a dicembre 2011. Poi l’accordo, segreto, con Telecom Italia è stato rinnovato per altri cinque anni, al costo di 9 milioni per 500 braccialetti. Ma ne son stati utilizzati solo tre. Quindi: 119 milioni per 6 braccialetti.

I coordinatori di un istituto del Cnr debbano fare una sessione di orientamento. Dovranno spostarsi fisicamente in una delle città che partecipano all’istituto. In aereo, e coi taxi per e dall’aeroporto, fanno duemila euro, se sono cinque, quattromila se sono dieci. Per una giornata di lavoro. In teleconferenza la riunione non costerebbe nulla, e si “perderebbero” due ore, senza fatiche supplementari. Ma la Pubblico Amministrazione non contempla la teleconferenza.

A Roma i disabili sono il 10 per cento della popolazione. In tutta Italia il 5 per cento. 

Il giallo Excelsior

L’uomo è Conan Doyle, dopo che ha “ucciso” il suo detective. In un elaborato pastiche su due personaggi e due episodi reali. Conan Doyle investigatore in proprio, nei dieci anni circa tra la morte presunta di Sherlock Holmes e la sua riapparizione nel “Mastino dei Baskerville”, è protagonista di una storia del 1900. In parallelo si svolge il caso di Richard Lancelyn Green, lo studioso di Doyle morto nel 2004, mentre era in lite con uno degli eredi dello scrittore per alcune carte del lascito scomparse che si volevano vendere all’asta. L’uno in nome proprio, in compagnia dell’amico Bram Stoker, futuro autore di “Dracula”, lo studioso col nome di Alex Cale, principe degli Irregolari di Baker Street, i fan di Sherlock Holmes.
Doyle e Stoker indagano il caso di quattro fanciulle femministe, quindi nemiche di Doyle ma vittime di un antifemminista spietato. Quatto ragazze belle e bombarole, un po’ saffiste un po’ sognatrici dell’abito bianco da sposa, che resuscitano Morrigan, “la dea irlandese della guerra e delle profezie”, unendosi nel segno del corvo a tre teste, uno dei suoi simboli. Cale come Green si vuole spiato prima della morte, e come lui subisce una morte violenta che indirizza i sospetti sull’erede-nemico – come già nel racconto di Sherlock Holmes, qui saccheggiato, “L’enigma di Thor Bridge”.
Una chicca per sherlockholmesiani. Erudita, quasi esoterica. Ma anche per i non iniziati. La soluzione c’è, che di tutte le convenzioni del giallo Moore dice l’unica irrinunciabile – “la giustizia è facoltativa, la soluzione obbligatoria”. Con una filologia che non disturba. C’è Londra fine Ottocento in dettaglio. Con i trucchi di scrittura di C. Doyle in bella vista. E c’è, rappresentato, spiegato, il vero humus di Doyle-Holmes, che non è lo scientismo ma il ballo Excelsior. Con la fiducia, “il romanticismo del mondo razionale”. A ragione veduta. Doyle viene sospinto verso il lato Stoker, dell’irrazionale invincibile nella partita col razionale, con “la luce pura e brillante della logica” e “il fulgido futuro della scienza”. Che però subito metabolizza e razionalizza. La luce elettrica irrompe abbagliante, e la regina Vittoria non può durare a lungo: “Nel luminoso ventesimo secolo la ragione avrebbe dominato il mondo”, dice Doyle-Holmes. Non è avvenuto, ma fu un Fine Secolo sicuramente più determinato, anche coraggioso, della Fine Millennio, malgrado internet e ora l’iphone.
Graham Moore, L’uomo che odiava Sherlock Holmes, Rizzoli, pp. 363 € 8,80

Secondi pensieri - 122

zeulig

Amore – È uno “stato d’animo buono” nei “Principia ethica” di Moore. È la disponibilità e l’apertura.

L’innamoramento è della bellezza e la verità. Operazione estetica, se si vuole, e filosofica, ma comune e corrente, e basicamente istintiva: un riconoscimento. È una forma dunque del linguaggio, innata.

Coerenza – Non è più una virtù. Non nel registro etico perché non fa più aggio in quello logico.
È svanita con la fine dei sistemi, filosofici, estetici, politici. Con l’indeterminatezza della logica, anche matematica. E con la fisica delle instabilità e del caos. Ma non si saprebbe dare torto a Sherlock Holmes (“L’enigma di Thor Bridge”): “Dove non c’è coerenza c’è inganno”.
La coerenza non può essere un pregiudizio, un esito preformato. Ma è necessaria al ragionamento, se non alla persona o al processo chimico-fisico: è una sintassi. In un certo senso oggi rivoluzionaria. All’epoca in cui impera l’irrealismo della logica, anche matematica. Mentre è perplessa la fisica del caos e della complessità.

Corpo – G.E.Moore lo spiega nei “Principia ethica”, ma ognuno ne accerta la verità: c’è una rispondenza tra le “qualità” mentali e “le manifestazioni corporee del carattere – nell’aspetto, nelle parole, nell’azione”.

Dio – Plutarco, “I ritardi della punizione divina”, ha un “Dio indolente”, che dice inammissibile. In tema di giustizia. La giustizia in effetti è solo divina. È umana per essere divina, a nessun altro titolo vaga per il mondo.

Indizi  – Si attribuisce solitamente l’abilità deduttiva di Sherlock Holmes, il re degli indizi, alla pratica medica del suo autore Conan Doyle, alla diagnostica. Ma Doyle medico non fu famoso per l’occhio clinico e anzi ebbe pochi clienti. Mentre in più punti dirà di considerare la medicina, come tutti i medici, “un’arte”. Del resto Sherlock Holmes non mette in fila gli indizi, li “penetra”. In un certo senso è qui il piacere che trasmette, una sorta di orgasmo. “Le prove indiziarie sono molto pericolose”, gli fa dire Conan Doyle nel “Mistero di Boscombe Valley”: “Sembrano indicare senza dubbio una determinata cosa ma, se appena si osservano da un’altra angolazione, troviamo che indicano, altrettanto indubbiamente, qualcosa di totalmente diverso”. Chi ne fatto uso nella filosofia o nella storia, Gargani, Ginzburg, ne ha sperimentato l’ambivalenza.

Pensiero – Quello più ricorrente è del dentista, almeno due volte al giorno, le tante raccomandazioni ultimative che ha fatto e che non seguiamo, il filo interdentale etc. Senza emozione non è niente, anche sotto forma d’illuminazione, anticipazione, memoria.

Preghiera – È il dialogo anche laico e personalissimo con una razionalità o entità superiore, in relazione alla quale operare – organizzare il bene (progresso), favorirlo. Lo stesso in quella rituale e nelle forme della religiosità popolare, i voti, le giaculatorie (nell’ortodossia l’esicasmo, una sorta di preghiera costante, inavvertita). Il buon cittadino, oltre che la persona pia, si comporta come per conformarsi a un’etica superiore, di un’entità o criterio con i quali discute.

Religione – Keynes ha nelle “Mie prime convinzioni” le “pseuedoreligioni «di servizio»”. Dopo aver riproposto la vecchia diatriba con le opere. Ma senza opporre alle opere la grazia, bensì la fede o l’essere – il modo d’essere.
Keynes elabora la “religione di servizio” distinguendo tra l’essere buono e il fare del bene, che non pone in “intima connessione”.  Questa la cercano le “pseudoreligioni di servizio”. Il divino sta nella libertà d’animo, “dalle cose terrene: ricchezza, potere, popolarità, e successo”. Che non vuole dire rinuncia. Ma una religione che rende “superflua la morale – là dove per «religione» s’intende l’atteggiamento verso se stessi e il supremo, e per «morale» l’atteggiamento verso il mondo esterno e l’intermedio”.

Terremoto – È fonte di angoscia, prima e più che di morte o danno fisico o materiale. Basta una scossa del grado 3 Richter, non distruttiva ma sussultoria, rumoroso, ventosa, per indurre nelle persone non avvezze, e anche in popolazioni estese non avvezze, il panico e fino al delirio. Mentre uno sciame sismico di mesi o anni, cioè scosse in serie, più volte al giorno e la notte, dello stesso grado o poco meno, non distruttivo ma tutto avvertibile e avvertito, può lasciare relativamente tranquille le persone e anche le collettività, come nel Delta padano in primavera e da un paio d’anni a Mormanno. La paura è legata alla sorpresa.

zeulig@antiit.eu

lunedì 5 novembre 2012

Bazoli pigliatutto, la fine di Bankitalia

Che ne avrebbe detto Draghi? Il silenzio della Banca d’Italia sul progetto di Banca Intesa d’incorporarsi Unicredit sta diventando assordante. Non solo fra i dirigenti delusi di Unicredit e Mediobanca.
Nonché sul progetto specifico, sul quale, essendo per ora giornalistico, non sarebbe opportuno un suo intervento, l’ex banca centrale si astiene anche da valutazioni generali, da autorità di sorveglianza e massima intelligenza del settore. Si fa per esempio valere il principio “più grande è più efficiente”, mentre il contrario si sa che è vero. La Banca d’Italia dovrebbe inoltre garantire i controlli antimonopolio, che ad essa sono in parte delegati nel settore bancario.
La Banca d’Italia di Visco sembra rassegnata al ruolo di banca privata, dove quindi gli azionisti sono al comando, e il primo azionista è Intesa. Il silenzio di Visco si segnala però sulla diversa reazione che avrebbe avuto il suo predecessore di appena un anno fa, Mario Draghi. Anche se, poi, tacciono tutti su un progetto di così enorme rilevanza, pure l’Antitrust e la Consob.

Tutto quello che sapevamo su Bronte

Bronte fu a lungo nome d’importanza in Gran Bretagna. Patrick Brunty, studente a Cambridge, modificò il nome in Bronte, che le figlie letterate  Emily, Charlotte e Anne renderanno famoso con la dieresi. Era uno dei ricaschi della nelsonmnia a cavaliere del 1800. Nel nome di Bronte furono battezzate varie località in Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giamaica, Trinidad, e in Texas. Celebrata nel mondo anglosassone per essere il titolo ducale, conferito da Ferdinando IV di Napoli all’ammiraglio Nelson nel 1799, assortito di 16 mila ettari, compresa la cima del’Etna, per i meriti della guerra antinapoleonica – per la storiografia italiana in quanto traditore dei rivoluzionari napoletani, ai quali aveva assicurato l’incolumità. Un regalo che inaugurava un protettorato di fatto britannico sull’isola per vent’anni, fino a che l’Italia, Sicilia compresa, non fu assegnata dai vincitori di Napoleone all’Austria.
Lucy Riall ha scoperto Bronte ultimamente, e ci ha scritto sopra trecento inutili pagine. Se non per la contabilità e la corrispondenza, di nessun interesse, degli eredi dell’ammiraglio. Ci sono buoni spunti nel libro, ma si lasciano cadere. Il più succoso è il “rischio” che la Sicilia corse di diventare un possedimento britannico. Per la flotta, e per il monopolio delle esportazioni dell’isola, zolfo, sali, agrumi, vino (il Marsala veniva commerciato dagli inglesi già nel Settecento, come Madera di Bronte) – che è durato fino a questo dopoguerra, si può aggiungere, ed è stato l’unica valvola di sviluppo non sovvenzionato della Sicilia. Col nodo irrisolto: la Sicilia come uno dei luoghi “in cui la politica liberale della Gran Bretagna in Europa si incontrava con il ruolo imperiale”. Un altro spunto è quello delle plebi meridionali, che a Palermo erano come a Napoli lazzaronesche, ma in piccola misura, soprattutto erano contadini senza terra. Fino ai primi del Novecento, anzi fino al fascismo, malgrado una serie infinita di rivendicazioni e di lotte, e la costituzione dei Fasci, la prima organizzazione socialista in Italia.
Il resto è noto. Da tempo Bronte non ha più il crisma dell’“antistoria” d’Italia che al nome impresse Verga nel 1883, con la virulenta novella che intitolò “Libertà”. La rivolta del 1860 fu bestiale come si dice. Fu anzi una vendetta, contro una famiglia, quella del notaio, non specialmente indiziata di colpe gravi. La repressione di Bixio fu meno bestiale di quanto si dice, fu limitata anzi e ragionata. Col solo possibile errore dell’inclusione, tra i cinque giustiziati, dell’avvocato Niccolò Lombardo. Che però aveva aizzato alla rivolta – il nome è ferale a Bronte: per il centocinquantenario Raffaele Lombardo escluse la città dalle celebrazioni, non per colpa o demeriti ma  per ripicca, il presidente della Regione essendo in lite col suo compagno di partito sindaco di Bronte.
La contabilità e la corrispondenza della ducea sono un secolo e mezzo di cause interminabili. Una è durata, sembra di capire, settant’anni. Di che montarci, forse, una farsa: la giustizia in Sicilia. La storica si stimola con fonti dell’attualità: Pino Aprile, Sergio Rizzo, perfino “Ulisse”, la rivistina duty free dell’Alitalia. In armonia con la nuova euristica, realytesca, della casa editrice. Anche Craxi ci mette di mezzo. Ma non dice niente più di quello che sapevamo. “Sia i miti sia la storia di Bronte hanno molto da dirci sulla Sicilia e sul mondo esterno”, è la sua conclusione e resta un buon programma.
Un singolare passo alla p. 205 espone i rischi della storiografia, quando si tratti della Sicilia. Lucy Riall, studiosa emerita dei democratici a Palermo, è stata presa a testimone l’anno scorso da Salvatore Lupo, nella ricostruzione de “L’unificazione italiana”, sull’uso della criminalità da parte del governo di Torino contro appunto i democratici. Lupo ricostruisce una serie di intimidazioni mafiose, compresi accoltellamenti (i “pugnalatori” di Sciascia) e lupare, contro gli esponenti democratici tra i moti del 1862 e quelli del 1866. Era lo Stato-Mafia. Ma qui Lucy Riall dice lesta che mafiosi erano i democratici. E chiama a testimone Lupo… Gli ultimi fatti certi risalgono a Verre e a Cicerone, quando si tratta di Sicilia.
Il vassallaggio è finito nel 1969, dopo vari tentativi sterili di ammodernamento della ducea. La retorica del vassallaggio è finita con la vendita delle terre a chi le coltivava, e del castello di Maniace alla Regione Sicilia, da parte dell’ultimo discendente di Nelson, “il più siciliano di tutti i duchi di Bronte”. Che coi proventi fa il banchiere d’affari in Svizzera e nell’isola non è più tornato, nemmeno in gita.
Lucy Riall, La rivolta. Bronte 1860, Laterza, pp. 354 € 20

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (150)

Giuseppe Leuzzi

Plutarco, a proposito del “demone di Socrate” e del “Dio indolente”, spiegava così lo stallo che poi s’è prodotto fra i carabinieri e i mafiosi: “Per i malvagi l’incoraggiamento maggiore è questo: l’ingiustizia produce un frutto presto maturo e facile da cogliere, mentre il castigo sopraggiunge tardi, molto dopo che se ne sia goduto”. Senza un motivo, ma così è: la giustizia arriva sempre tardi.

“Intervallo”, giornaletto “periodico del Liceo Galileo”, risulta diretto e animato nel 1957 da nomi meridionali, Chidichimo, Filastò, Impallomeni (Fausta Garavini curava la “pagina umoristica”). Oggi non sarebbe possibile. Anche se probabilmente i prefetti, i giudici, i medici e i presidi meridionali con figli non difetteranno a Firenze. Fallaci e Terzani stessi, che quarantacinque anni fa convivevano con Chidichimo e le Filastò, se ne meraviglierebbero. Né ai Vigoriti e ai Pasanisi sarebbe venuto in mente di pensarsi diversi. La storia va avanti e indietro. È un passo avanti o indietro?

Crocetta dopo Vendola fa due presidenti di Regione al Sud omosessuali dichiarati. Alla faccia dello stereotipo. Quanto basta per propiziare l’articolessa d’obbligo dei grandi giornali sulla rivoluzione del Sud. Rispetto a Germi, a Brancati eccetera. Quanto basta cioè a condensare un altro luogo comune, dopo il Sud brancatiano, la donna schiava eccetera (le donne del Sud schiave…). Il “Sud” non può – non deve? – essere altro che lo stereotipo che gli crea addosso il Nord.
Crocetta che, come Vendola, è l’esito occasionale di una sinistra in confusione. In un generale disincanto della politica.

A quando l’articolessa sul Sud frocio, con le colonie di Capri e Taormina già in pieno vittorianesimo?

Fulminante l’addetta alla comunicazione di Crocetta, la bergamasca Michela Stancheris, socialista: “Qui non ci sono le architetture mentali del Nord, dove le differenze diventano un ostacolo. Se sei un immigrato generi curiosità e non diffidenza”.

“Brancatiano”: un grande scrittore è impiccato, da Sciascia incluso, al suo personaggio più riuscito. Con Catania, città industriosa, e la Sicilia. Il gattopardo, il bell’Antonio, i malavoglia: non si può essere buoni scrittori e riuscire un personaggio, che si viene subito etichettati. Non si può esserlo al Sud. Etichettati in senso spregiativo.

Grande fu la meraviglia di Bixio a Bronte, al numero delle armi che i borghesi assaliti e uccisi nei moti contadini avevano in casa e non usarono per difendersi. Contro gente armata solo delle mani. È la borghesia del Sud, avida magari e leguleia, ma inetta.

Il discorso di Mattei a Tunisi nel 1960: “La geografia della fame è una leggenda: è legata solo alla passività, all’inerzia creata dal colonialismo nelle popolazioni autoctone. Faceva comodo al colonialismo incoraggiare la fatalità, la rassegnazione”. Cambiando poche parole, mafia per fatalità, posto per fame,  il discorso si attaglia al Sud. Anche dopo cinquant’anni. Mentre il terzomondismo altrove è morto da tempo.

Il collegamento generale invece, nel discorso di Mattei, è diretto: “Ho dovuto fare anch’io della decolonizzazione perché molti settori dell’economia italiana erano colonizzati, anzi direi che la stessa Italia meridionale era stata colonizzata dal nord d’Italia!”.
Ma è sbagliato (un lapsus?) il giudizio: “Il fatto coloniale non è solo politico: è anche, e soprattutto, economico”.  È vero il contrario.

Il problema meridionale non è economico
“Pare dubbio che il problema meridionale possa risolversi tutto in termini di economia; parrebbe piuttosto il problema di una vita morale e sociale che possa determinare un’economia, un modo d’essere”. Corrado Alvaro l’ha scritto più volte, ma nel ricordo di Rocco Scotellaro, sul libro postumo “I contadini del Sud” (ora in “Scritti dispersi, sotto il titolo “Biografie meridionali”), con precisione: “Dalla conquista unitaria in poi, la vita meridionale è tutta nell’illusione del divenire, e di un divenire improvvisamente miracoloso poiché l’opera di costruzione morale ed economica di una società non fu intrapresa in tempo, perché uno dei primi atti dell’unità italiana fu di negare ogni difesa agl’interessi dell’Italia meridionale artigiana e agricola nella competizione degli interessi nazionali. La crisi tardò a venire, frenata dalla possibilità di emigrare; l’emigrazione trovava altrove il suo terreno sociale di lotta e di conquista, e la possibilità di esprimere una classe di gente media, e la possibilità di vita per una classe media nel lavoro, nel rischio personale, quale la regione non offriva. Ed è il cemento che manca alla società meridionale, una classe media che trovi il campo della sua azione fuori dalla speranza degl’impieghi e dalla burocrazia”. Ciò che con la Repubblica impediscono le mafie, si può aggiungere.
Dalla “conquista”, dunque. “Uno dei primi atti dell’unità” ostile. Una “costruzione morale ed economica” ancora da fare. Se ci fosse una Lega del Sud avrebbe una “miniera” a cui applicarsi, un vuoto enorme da riempire.

Alipórfuros
L’omerico “alipórfuros”, che Rocci traduce “violetto, del cupo colore del mare agitato”, è in realtà “purpureo come il mare”. Un po’ come vinaccioso (mostoso, ribollente) come il mare, anch’esso omerico, che Sciascia ha rovesciato in “mare colore del vino”. Per il mare Jonio, che invece è chiaro.
Il mare ha peraltro varie colorazioni. C’è pure un mar Rosso. Camus celebra (“Taccuini 1942-1951”, p. 23) un mare di “acqua del mattino così nera”. Del mare che guarda a Occidente. Ma nelle parole composte, del greco come del tedesco, la funzione aggettivale è del primo nome: Weinrot, dice il tedesco, per rosso vino – Ernst Jünger dice di Weinrot che ha una dozzina di sfumature diverse, quanti sono i vini (“Diari”, p.507).

Autobio
Adesso che non ho nulla sto bene. Come dice Rivarol (“Rivarol, massime di un conservatore”, di Ernst Jünger, 82): “L’insignificanza protegge più della legge e rassicura più dell’innocenza”. Con i beni avendo perso la stima e la rispettabilità.
Il notabilato è figura ambigua. La considerazione in realtà accompagna il denaro e il potere. Non c’è altra fonte sociale – popolare, comunitaria – di rispettabilità. L’applicazione, gli studi, l’arte sono, al meglio, delle eccentricità.

Una precedente massima (p.67) di Rivarol può spiegare l’inconsistenza rispetto alle insorgenze mafiose: “Una sicurezza protetta, una costante inviolabilità dei propri beni e della propria persona, ecco la vera libertà sociale”.

Il paese è composto da due paesi distinti. Da tempo uniti fisicamente, oltre che amministrativamente, da un secolo e mezzo. Ma sempre diversi, e perfino estranei, nelle frequentazioni per esempio, c’è gente di un quartiere che non è mai stata nell’altro quartiere, o ne conosce al più la strada principale che li attraversa – la strada statale Bovalino-Bagnara. E più nelle psicologie sociali, diversamente caratterizzate e fra di loro conflittuali, l’una pastorale e ribellistica (incostante, umorale, violenta anche), l’altra urbana, riflessiva, equilibrata. Con esiti diversi nelle attività produttive (artigianali, professionali, commerciali), e nell’amministrazione pubblica. Si individuano l’uno o l’altro dei quartieri dalla parlata, dal diverso assetto sintattico e grammaticale benché nello stesso dialetto. E già  dallo sguardo, dalla maniera di porsi.
Entrambi i due paesi sono di origine grecanica. Entrambi rifugi montani, quasi un nascondiglio, nelle pieghe della montagna. Ma uno subcolonia di marina, l’altro subcolonia di subcolonia di montagna. Oppure: uno di origine jonica, subcolonia di subcolonia locrese, l’altro tirrenica. Le persistenze ono dominanti nelle psicologie sociali.

C’è chi non esce di casa di proposito, per non incontrare nessuno. Non  sarebbe un fatto eccezionale, e anzi comune, che nei paesi si nota. Ma saperlo è raccapricciante. Sono persone che se per caso s’incontrano sono normali, comuni, anche sorridenti.
Pasquale C., e sua cugina M., due vecchi amici, lei madre e nonna, già professoressa di lettere, lui ex sportivo, ex politico, quindi socievole, per le spese obbligate quotidiane, il giornale, il latte, vanno in un altro paese.

Abbiamo il record di longevità. Dovremmo averlo e non lo abbiamo. Le aree con la massima longevità, l’Ogliastra in Sardegna e l’isola greca di Ikaria, traggono beneficio da un’orografia erta, che costringe a salire e scendere all’uscita da casa. Con beneficio dell’ossigenazione, per l’eliminazione delle tossine. Noi non siamo longevi perché andiamo in macchina. Anche per il caffè al bar, una pausa nella giornata.