sabato 1 dicembre 2012

Il Sud prigioniero

Il Sud visto dal Sud è un’enorme prigione. A cielo aperto – va al supermercato, fa i bagni di mare, si sposa, fa ancora figli. Ma sotto una cappa, non immaginaria. Una polizia carente – le mafie e gli abusi sono anzitutto un problema di polizia. Un mercato iugulatorio. Senza rappresentanza politica. Sotto l’assedio costante dei media, non innocente. E anche per questo a volte delirante. Brogi documenta divertito i progetti di sussidiarietà della giunta De Magistris a Napoli, nelle assicurazioni, nelle tasse, ci sarà perfino una moneta locale (uno sconto del 10 per cento a chi, essendo in regola col fisco, fa la spesa in città piuttosto che negli ipermercati de localizzati). Ma poi documenta come la grande distribuzione fa la spesa più cara al Sud di un buon dieci per cento. E come al Sud si possono nazionalizzare i “pomodori di Pechino” e altri surrogati, una frode legale dei grandi importatori triestini, genovesi, lombardi. Un racconto piano, di cose – non ci vuole molto, ma bisogna non avere pregiudizi.
Brogi è andato al Sud, e ci ha trovato il Sud, naturalmente. L’impunità. E le chiacchiere – è un effetto dell’isolamento, girare a vuoto (c’è chi rivendica un orgoglio brigantesco). L’improntitudine anche – il sindaco di Bari non sa di avere un istituto agricolo di ricerca leader nel mondo. I pochi barboni dell’Albergheria a Palermo fanno pure a lui più impressione dei seimila della stazione Termini e di altri centri a Roma della Caritas. Al Sud tutto concorre.
Soprattutto Brogi vede burocrati. Anche quelli del separatismo, o della protesta. Cui l’occhio s’inumidisce alla “dismissione” di Bagnoli, dove s’immaginano che “nel nulla suona l’Internazionale, come un congedo dalla storia”, nel mentre che lottano – il Sud lotta sempre, più di tutti - per chiudere Taranto, un bel pezzo di pil. Ma sa vedere come si fa impresa al Sud, magari tornando da Londra. Come si riesce ad amministrare malgrado l’isolamento – incontra alcune delle sindachesse calabresi, quasi tutte sotto scorta. Anzi a figurare tra i migliori al mondo, come il sindaco di Riace. E come si può fare a Locri una televisione di donne per le donne. Su un tono ottimista. Lo stesso dell’“Addio Sud” di Eugenio Bennato che Brogi incontra a Roma: “La storia del presente sta nel suono di un tamburo che scandisce il futuro differente”.
Una visione, di cui purtroppo non c’è traccia materiale. Ma è vero che il problema primo del Sud è l’Italia.
Paolo Brogi, Uomini  e donne del Sud, Imprimatur, pp. 218 € 16

Vende poco il Nord all’estero, non sa l’italiano

È diventato difficile vendere buoni prodotti italiani all’estero perché molti manager non parlano l’italiano. Si fa ancora innovazione di prodotto nella pianura padana, tra Emilia, Veneto e Lombardia, ma troppi manager parlano solo il dialetto, bergamasco, padovano, modenese. E quando vanno all’estero, se non sanno l’inglese, hanno difficoltà a trovare un buon interprete. Uno che possa tradurre adeguatamente le specifiche tecniche particolari dei loro prodotti.
Non è una barzelletta, è un fatto. Una regressione accentuata negli ultimi decenni, rispetto agli anni 1970 – l’involuzione è cominciata nella decade successiva (la generazione precedente, il commendator Borghi, creatore della Ignis, Angelo Rizzoli senior, l’ex martinitt produttore di Fellini, si sforzavano di parlare italiano). Registrata in settori tradizionalmente trainanti, e sempre d’avanguardia: le macchine utensili, i detergenti, le vernici, la metallurgia fine.
Ai nuovi commerciali si richiede ora, prima dell’improbabile inglese, la conoscenza dell’italiano. In attesa di eliminare il nodo della questione, i direttori e i direttori generali che sanno solo pensare e parlare in dialetto.

Affondo ambrosiano sugli ospedali del Vaticano

Trema il Vaticano, coi suoi ospedali a Roma, sotto la ferula di Bondi, il commissario straordinario voluto da Monti. Che non smuove un centesimo dei due miliardi di pagamenti arretrati che deve agli stessi ospedali, e lo fa sapere. Mettendo in allarme le banche creditrici degli stessi ospedali. I debiti non sono troppi, più o meno equivalgono ai crediti, ma crescono con interessi elevati e composti.
Un passaggio della sanità cattolica “romana” a quella “ambrosiana” è alle porte, o comunque un suo indebolimento a favore degli interessi finanziari milanesi. È un timore del Vaticano, dopo essere stato per mesi – dopo la chiusura dell’affare San Raffaele – la scommessa degli ambienti finanziari. Ora che la tassazione straordinaria in favore della sanità (ex) pubblica è alle porte, l’affare si avvierebbe al closing.
Il San Raffaele, un complesso da almeno due miliardi, fu pagato 400 milioni. Ma dopo aver schierato la Procura di Milano e il “Corriere della sera” con una campagna demolitoria. Qui lo scontro è più sottile – le Regioni non pagano, si sa - ma altrettanto violento.
L’affondo contro il Vaticano è solo apparentemente bizzarro da parte del governo Monti, buon cattolico. Il Vaticano è debole, con un papa vecchio e straniero. Mentre il capitale confessionale ambrosiano attorno a Intesa (con l’ex funzionario delle Asl Rotelli quale longa manus nel settore) ha in questa fase tutti i poteri. Compresi i tre quarti buoni del governo: Monti, Passera, Grilli, Fornero, Balduzzi, e compreso Ornaghi, l’ex rettore dell’università Cattolica, una sorta di quinta colonna.

Meglio Francoforte, allora, di Milano

La Sea di Milano, la società degli aeroporti, che non trova compratori, pur essendo patrocinata dalle migliori banche europee, è più che un flop finanziario. È un fatto, fuori dalla propaganda – che in Italia si fa a Milano. La città comincia a essere vittima di se stessa, dopo avere sinistrato l’Italia. Da ultimo con Monti, Grilli e Bondi. Oltre che con l’inutile Ornaghi. All’affaire Sea manca solo la Procura, per completare la malefatta tipica..
Non si fa più il conto delle malefatte del governo lombardo. Da ultimo di Monti. Che impone tasse onerosissime ai più, e impone anche di pagare uno specialista per decifrarle. E dell’ineffabile Bondi, che i tagli di spesa impone al Sud, e alla sanità pubblica. Da ultimo con la insolente nomina a commissario della sanità nel Lazio. Milano forse veramente non vuole la scuola, che rende poco, ma la sanità sì. Se non gli ospedali del Vaticano, non tutti, sicuramente vuole quelli dello Stato: abbatterli per fare posto alla cricca Bazoli-Rotelli.
Può essere un fatto positivo se l’Italia ne prende atto - quanti altri misfatti Milano dovrà compiere prima che la ripulsa diventi generale? Sarà difficile, poiché i capitali sono ormai al cento per cento a Milano: il ventennio di Mani Pulite, di Berlusconi, della Lega, delle privatizzazioni, dell’attacco alla Banca d’Italia ha condotto tutta la finanza e la banca a Milano. Ma vie di fuga ce ne sono: la prima potrebbe essere europea. Finanziarsi a Francoforte non costa di più che a Milano, e anzi di meno. Se il merito di Monti è di parlare con la Germania, perché no?

venerdì 30 novembre 2012

Letture - 119

letterautore

Citazione - Presenta dei rischi. Ma peggio della decostruzione è costruire ottocento pagine su mezza riga di Nietzsche, l’autore più citabile e sfuggente. Il grande citatore Borges - “Io torno sempre ai libri, alle citazioni” – ironizza: “Stiamo attenti, la vita stessa può diventare una lunga citazione”. I pensieri sostituiscono il pensiero, dice anche l’eufuista argentino. È vero, la citazione è spesso manierata.
Nessuno ricorda che Goethe fa dire a “Goetz”: “Lavatemi il culo”. Anche le lettere di Mozart si evitano, la citazione si vuole autorevole. Peggio, si vuole la citazione allusiva, una parola che apra le galassie, i cancelli dell’ignoto, le vie del paradiso, la sapienza, l’eternità. Se ne fa anche la ripetizione: il filosofo Crisippo riutilizzava intere opere di altri autori, per esempio la “Medea” di Euripide. Mentre Epicuro, che ha scritto trecento volumi, non una sola volta avrebbe citato qualcuno. Montaigne è esplicito: “Torco più spesso una buona massima per cucirla su di me di quanto non torca il mio filo per andarle a cercare”. Può infatti non esserci saggezza nell’autorevolezza: “Chi segue un altro non segue nulla”, dice ancora Montaigne, il maggior citatore.
Ma resta la sorpresa, che è sempre lieta. A opera soprattutto di copisti ignoti, i veri autori delle citazioni. “I copisti correggevano talvolta il loro modello”, spiega Marc Bloch, “anche se lavoravano indipendenti l’uno dall’altro”. Per saccenteria di glossatori, malizia, pratica di grammatica, come i redattori e i correttori di bozze, o per burla, ubriachezza, sonno. Avrà ragione il dottor Groddeck, che ogni uomo è vissuto da qualcosa d’ignoto, un Es, “un’entità prodigiosa” che ne dirige impulsi e pensieri. Perché è vero che la citazione è selettiva. Come ogni  riflessione, fino ai mea culpa dall’analista.

Per Karl Kraus la citazione è “misura magica”, la cui opera, dice Calasso, è tutta una citazione, della Cina che non conosceva. La Cina è tutt’oggi una citazione, un’antologia di frasi fatte.

Dante - È matematico. Ivana Vaccaroni ne allarga le competenze, in un saggio sul sito Rosebud
alla numerologia. Patapievici ne aveva studiato le competenze geometriche e fisiche, nel fortunato saggio “Gli occhi di Beatrice”. Vaccaroni ne allarga le competenze, ben oltre la numerologia semplice nota (il tre, i multipli di tre, il cento, il mille). In particolare spiega “il modo puramente matematico” con cui Dante nel “Paradiso” costruisce il numero degli angeli, 10 seguito da 188 zeri, “impossibile da leggere ma preciso”. Ai vv. 91-93 del canto XXVIII: “L’incendio suo seguiva ogni scintilla;\ ed eran tante,che ‘l numer loro\ più che ‘l doppiar delli scacchi s’inmilla”. Spiega Vaccaroni: “Il riferimento è a una famosa leggenda in cui si narra la storia dell’inventore degli scacchi che chiese in regalo al suo sovrano un chicco di riso sulla prima casella della sua scacchiera 8 per 8, il doppio sulla seconda, cioè 2, il doppio ancora sulla terza, cioè 4, e sempre raddoppiando,8, 16, 32, 64, e così via sulle caselle successive, fino all’ultima, la sessantaquattresima. Il risultato è un numero enorme, più di 18 miliardi di miliardi di chicchi. E il numero degli angeli sarebbe ancora più grande, perché dovremmo rifare lo stesso calcolo, non con le potenze del due, ma con le potenze del mille per arrivare quindi a dieci elevato alla centottantanovesima”.

Duras – Fu espulsa dal partito Comunista Francese per avere scherzato al caffè, con gli amici, su Aragon. Non fu propriamente espulsa, fu lei a non rinnovare la tessera nel 1950, dopo essere stata processata, in una cistka di sezione a Parigi, per “una vicenda di vespasiani intasati o di sessualità fangosa”, affermò nella lettera ai suoi compagni di cellula. La vera storia c’è ora nei documenti pubblicati da Bruno Fuligni, che ha avuto accesso agli archivi del Pcf, “La France Rouge. Un siècle d’histoire dans les archives du Pcf (1871-1989)”. Della sessualità “trouble” non della scrittrice, come si riteneva fino ad ora, ma degli intellettuali colonne del partito, Aragon, Elsa Triolet, Jean Kanapa. Si sapeva che Duras era stata espulsa con l’accusa di “ninfomania”, per aver convissuto con l’amante, Dionys Mascolo, e col marito, Robert Antelme. L’accusa ci fua, ma il “processo” era stato avviato da una denuncia anonima della conversazione di Marguerite Duras con altri amici al caffè Le Bonaparte, un sera di maggio del 1949.

Giallo - È da Kant, dalle esperienze e le categorie, che la narrazione, prima libera e divagante, è concatenata: gli eventi intenzionali, benché soggettivi, non sono arbitrari - su questa base si è poi costruito il giallo, il genere più popolare. Ma le tre categorie principali, tempo, spazio, causalità, definiscono gli eventi e li esauriscono, e questo non sta bene. Il sospetto apre già spazi interessanti. Sempre i belli-e-buoni, i santi, i rivoluzionari, presumono male, a ragione, degli altri. Elevato da Marx a legge, poi da Nietzsche e Freud, il sospetto può contare sulla prova di Lutero: non so se gli ebrei uccidono i bambini e avvelenano le acque, però so che se lo potessero fare non glie-ne mancherebbe la volontà. Se non che bisognerebbe prima conoscere tutti gli ebrei, uno per uno. Fare spazio cioè pure al non sospetto, altrimenti la prova è un sottoprodotto kantiano. C’è la stupidità al mondo, l’indifferenza, e la passione. La quale, l’appassionato Stendhal lo sa, non sta nelle tre categorie principali. È legge di Proust la Legge della composizione costante, o delle proporzioni definite, e riguarda la chimica, delle passioni incluse - di Joseph-Louis Proust, che visse un secolo prima.

Pasolini – Si voleva Dante da ultimo nella “Divina Mimesis”, scialbo quadretto, mentre lo è tutto, nella vita e nell’opera. Più propriamente, con stanze poundiane, nelle raccolte “civili”. In “Trasumanar e organizzar”, anche in “La religione del mio tempo”, e già in “Le ceneri di Gramsci”. Come pure nell’insieme: nell’immagine, nella figurazione animica della natura, dell’universo, nell’ansia, lo sdegno, la pulsione amorosa. Perfino - in un certo senso: del pudore o della repressione - nella religiosità. Compresi da ultimo gli eccessi: “Teorema”, “Salò”, sono urla da crocefisso.

Pseudonimo – L’identità talvolta è camuffata, da Kierkegaard, Pessoa. O è negata. È il caso di Ettore Schmidt, in arte Svevo, accreditato di un romanzo quasi postumo, e invece scrittore tra i più fertili, di una diecina di romanzi e drammi, e centinaia di racconti, in sintonia col mondo vivente, che non si pubblicavano. Uno per il quale, diceva, “scrivere è sentirsi vivi”.

Scrivere - “Io sono quello che mi racconto”, in certo senso si può dirlo con Ricoeur. C’è a chi piacciono le zie. Le begonie sul davanzale, i mobili cinesi laccati. O i mondi futuri. La “memoria creatrice” di De Quincey ha abortito nell’“io odioso”. Nizamaddin Navoi, grande poeta uzbeco del Quattrocento – oggi sarebbe afgano, essendo sepolto a Herat - nonché filosofo e politico, autore celebrato della “Lingua degli uccelli”, cantica mistica, agli allievi raccomandava di non scrivere di pietre preziose: “Se volete creare le rose, siate terra”, diceva. Ma scrivere è vivere, senza vergogna. Anche se non tutti si mettono nei loro personaggi. Dumas, che si godeva la vita, scriveva dodici ore al giorno. Intrecci fulminanti, d’amore e d’avventura, monologhi prensili, dialoghi a sorpresa, storie che tengono vivo un buon terzo del passato in Francia, e molto anche in Italia, i Borgia, i Borboni.  Non potendo vivere, sarebbe battere la lamiera. Come nella musica barocca, seriale e post, l’arte minima, il flusso di coscienza, tutte espressione asemantiche. La scrittura resiste al niente.

letterautore@antiit.eu

La notte parla meglio col silenzio

Rivisto dopo un anno, colpisce per la forza delle immagini. Puro linguaggio filmico, parla con le sole immagini. Le luci, le ombre, i silenzi, i rumori, il caleidoscopio naturale, degli elementi, sono già buona parte della narrazione. Anche i personaggi confluiscono, per la loro fisicità, i visi, i corpi, la diversa grazia, di bimbi, adolescenti, adulti. Con dialoghi anche appropriati, seppure didascalici, non di  necessità. Non fosse, al solito, per la dizione incolore, affrettata come nei telefilm.
Cristina Comencini, Quando la notte

Supermario iperreale

Parla lento, distinto, come la maestra a scuola, quando deve parlare al pubblico. Veloce, complesso, ammiccante, anacoluto, ai banchieri o agli industriali. Ma non è una doppia natura che gli italiani stanno scoprendo di Monti in tv: è l’insensibilità, quasi un disprezzo, per quella che una volta si chiamava la “gente”, il popolo. Sua e anche dei suoi ministri. Tutti prodotti di scuole private – eccetto Elsa Fornero, che però vi si è fatta cooptare.
Il linguaggio diviso di Monti risponde alla predilezione per le tasse indirette generalizzate, che colpiscono soprattutto i redditi bassi. Con un distinto disprezzo degli stessi. Ha aumentato senza dirlo l’Irpef ai redditi medio bassi, fino a 13 mila euro, di circa mille euro l’anno. Dopo avere imposto il conto corrente obbligatorio ha aumentato tutti i bolli bancari e le spese di gestione. Ha ridotto sprezzante il crollo di professionalità, reddito, salute degli insegnanti a un corporativismo cieco – “per non fare due-tre ore in più di lavoro”. Impone una tassa di scopo sulla sanità, di 5-600 euro per i redditi bassi, prendendo per buone le strampalate deduzioni di Bondi.
Superburocrate
L’uomo distinto, dal colorito sempre roseo, la camicia inappuntabile, il singolo capello in ordine, che parla inglese, appare ai più iperreale come un’immagine di Warhol, una creatura finta da “X-Files”. Avveniristico ma sul versante automa. Anche la nasalità contribuisce. L’uomo preciso, pedagogico, affabile è solo un superburocrate di Bruxelles. Algido, e alla fine incompetente. Gli economisti sono sbalorditi, che gli vedono prendere d’infilata misure che uccidono ogni forma di economia. Insensibile al crollo della produzione, dei consumi, dell’occupazione, del reddito, della stessa affidabilità. Che solo sa farsi eco del gergo comunitario. Che è poi la sua sola via di comunicazione a Bruxelles e negli incontri internazionali che predilige. Dove la differenza si vede abnorme coi grossi marpioni politici, Merkel, Cameron, da ultimo Hollande.
 I sondaggisti gli accreditano un 10-12 per cento di gradimento. Che è poco. Ma se si votasse veramente, gli stessi esperti del marketing politico ritengono improbabile che un ipotetico candidato Monti raccolga più del 5 per cento. Quanto è valutato il cosiddetto “voto di opinione”, disgiunto dalle fedeltà di schieramento. Non compresi molti dei casiniani e altri centristi.  

giovedì 29 novembre 2012

Secondi pensieri - 125

zeulig

Corpo - La sessualità liberata ha tendenza a elidere il corpo, con l’anima.

Crisi - La libertà era il fiume degli antichi, quello dei moderni è la storia, spiega Arendt, secolarizzata: l’uomo è volano della storia. Il totalitarismo per questo, e ogni unità, foss’anche in Dio, non ha campo. Ma da oltre un secolo il mondo subisce la democrazia e la tecnica come esiti d’una storia che non è più opera sua, se il mondo è Europa, che non è più perciò storia. Viviamo in epoca tarda, la poststoria degli apocalittici. Da revenants, fantasmi afflitti, essendo morti, se la materia è neutra come vuole la fisica. Per questo siamo freddi: l’aria c’è ancora, ma di particelle asettiche. Se non che il passato è reale, e può essere zavorra.

Dio – È femmina da qualche tempo, per il politicamente corretto rovesciato, femminista dopo essere stato maschilista. Ma Dio è femmina da tempo. I profeti sono maschilisti, ma la Bibbia è maschile e femminile. E Gesù non è un profeta.
Maria è theotokòs, madre di Dio, dal quarto secolo, per volere di Cirillo, il vescovo di Alessandria, dopo riflessione nel deserto. Cirillo le donne altrimenti le sbranava, Ipazia e le altre. La filiazione divenne ufficiale nel 431, al concilio di Efeso, che proclamò Maria “madre di Dio” e non più solo di Gesù, dal momento che “Cristo, Dio e uomo, è una sola persona”. Adam de Saint-Victor lo riaccertò nel dodicesimo secolo, che definì la Madonna “Mater pietatis et totius Trinitatis nobile Triclinium”, madre di bontà e nobile letto della Trinità tutta. L’Annunciazione è dunque una sorta d’incesto. E diffuso è il pensiero che sarebbe bene lo fosse. Ne sono epitome i “Racconti di due vecchi gentiluomini”, che Karen Blixen ha estratto da “Albondocani”, il romanzo italianato à tiroirs al quale lavorò molti anni senza venirne a capo, portando all’argomento motivi pastorali, psicologici e fisiologici - il sangue della vergine martire, della sposa, della madre.

La donna vuol’essere amata, esclusivamente. E pastora suona meglio di pastore, come nel vecchio motivo “il pleut, il pleut, bergère”, piove, piove, pastora. Se non che, talvolta, la donna si stanca e cornifica l’uomo, e la cosa non si sa se va con o contro la teologia femminile. Di Cristo invece non si può dire. I Magi vennero ad assicurarsi che fosse un ometto, e il dibattito sulla circoncisione, da san Bernardo a Lollio, lo accertò: la teologia dell’incarnazione si conferma anche nel sesso. Il Cristo delle donne, d’iconologia bizantina, è roba gnostica, eretica. Forse per questo le donne, seppure sono Dio, tendono a non essere cristiane.

Falso – La “falsificazione” è con Popper la procedura di accertamento corrente della verità. Ma si può prenderla anche in modo più semplice (leggero). È saggezza corrente ma non falsa che si possono accertare i falsi ma non si può accertare la verità: la verità è evidente. Con riscontri correnti ma anch’essi non falsi.
Nel dominio del falso, dell’artificioso, della disinformazione, gli ostacoli da abbattere per arrivare alla verità sono infiniti, perché sono sistemici. Nel calcolo, in qualsiasi tipo di calcolo, dalla matematica alle convenienze, la difficoltà è solo logica. Nella storia si sa per l’esperienza dei falsi, molti dei quali costruiti in buona fede. Il sistema di falsi costruito su piazza Fontana è inteso a escludere una verità accertabile in tribunale. Non ci si potrà arrivare neppure per caso - la verità non è processuale. La verità è una controprova, la prova del falso. Con limiti puramente etici. Si prenda ancora piazza Fontana: è discutibile se un attacco allo Stato soddisferebbe il desiderio di rivalsa di chi lo vuole coinvolto nelle stragi, o almeno nella morte di Pinelli, poiché quella rivincita passa per l’accertamento della verità, è sete di giustizia.

È il falso che ha bisogno di sorprese e diversivi, nuovi falsi, continue propalazioni. L’una più sor-prendente della precedente. Fino a un climax: un evento o trauma che mandi agli atti l’invenzione del falso, di quel particolare falso. Una guerra, un terremoto, una morte eccellente, o un falso maggiore tra i tanti.
Conviene a volte tenersi all’evidenza, a una sfida che venga lanciata. Non che la prova logica sia errata, finché uno non ci crede: mette il nemico in allarme, ma gli fa perdere tempo per la difesa.

Ironia – Pazienza e ironia sono le qualità del rivoluzionario, dice Lenin. Il “liberalismo ironico” è per Rorty la giusta posizione. Quella che fa dell’individuo astratto “un figlio del proprio tempo”, concreto, attivo. L’individuo che non la adotta “rischia di perdere il senso della finitezza e della tolleranza che risulta dal capire quante visioni sinottiche ci sono state e quanti pochi argomenti si possono dare per scegliere tra loro”. Ma il parodista che vede tutto in parodia ci mette più che uno sguardo: un modo d’essere.
Il lettore del parodista (Proust) fatalmente vede tutto in parodia, anche dove essa non c’è. La storia di Albertine, per esempio, mille pagine di parodia? Oppure se ne assume la triste verità, per una comune malinconia: rifiuto del mondo, dell’umanità, della vita. Una forma di misantropia e non la formula della socievolezza.

Reale – Il passato è reale. Anche la vita (il presente) lo sarebbe: la vita c’è, ottime leggi naturali ne consentono, se non l’eternità, l’iterazione – il che è Dio, “Dio è la verità e la vita”, ma è fuori tema.
Dice Sartre che “il passato è la totalità sempre crescente dell’in-sé che noi siamo”, che non vuol dire niente. Ma se il passato non si connette non per questo non c’è. Col senno di poi non si fanno errori, ma neanche la storia esisterebbe. Sarà realtà illusoria, ma la illusione è parte della storia. Tutankhamon è bello per effetto della tomba ritrovata. Con gli ori a ventiquattro carati e le maschere adulatorie. Mentre era nano e rachitico. Il vice-vicebibliotecario di Moby Dick può rinvenirsi vivo nella grammatica. “Nella Storia, le streghe le hanno impiccate.\ Ma io e la storia\ troviamo gli incantesimi di cui necessitiamo, ogni giorno”, Dickinson l’attesta, che nessuna sventura piega.
“La vita va capita all’indietro ma vissuta in avanti”, dice Kierkegaard. In realtà funziona al contrario, la vita è già vissuta, solo resta da capirla per l’avvenire. Ma l’oscillazione c’è, un costante seppure lieve mutamento di scena.

Riso – È liberazione dal male: l’hilaritas è in Plinio segno di salute. E dal divieto, sempre esteso, turbando il riso il regno dei morti - i serissimi fratelli Boemi, o Moravi che fossero, uccidevano i reprobi col solletico.  Non si ride nel mito, nel tempo lento della divinità diffusa, che è pure dei figli rifiutati, Edipo, Mosè, Romolo e Remo. “Un vivo penetrato nel regno dei morti non deve far vedere di essere vivo”, spiega Propp: “Ridendo, egli rivela di essere vivo”. Ma per lo stesso motivo si ride molto nell’antichità, dopo Omero e lo scemo Margitès. Omero ha pure un “riso della terra verdeggiante”. Democrito rideva sempre, il primo materialista, “l’uomo che ride” di Luciano. Finché non emerse la “forza magica del riso”, che le fiabe attestano sia nell’uomo che nella natura - anche se, avverte Propp, “la fiaba è una delle materie più ardue dell’indagine scientifica”, e la speciale commissione del congresso dei filologi di Lund, nel 1932, “ha dovuto constatare che lo studio scientifico della fiaba è in un vicolo cieco”, in assenza dei filologi sovietici, della chiave del materialismo dialettico.

zeulig@antiit.eu

Il contropelo alla Belle Èpoque

Toulet piaceva a Gesualdo Bufalino (perché piaceva a Sciascia?), che ne fece la ponderosa traduzione. Dopo la monografia di Giuliana Toso Rodinis, della serie “Il Castoro”, nel 1967. Un poeta di mezzo - mezzo crepuscolare mezzo dannunziano. Con un tratto d’umorismo. “Ammira dei giaggioli il rosso aguzzo grido,\ e il cipresso che, nero, di glicine s’infiora,\ e quell’ibisco infine il cui cuore si gloria\ d’un ciuffo d’oro verde. Sul serio: perché ridi?”. Ma più è umorista del linguaggio e del costume, di quel Fine Secolo, o fine della Belle Èpoque, di cui Proust andava creando l’apoteosi.
Paul-Jean Toulet, Le Controrime

I due anti.com, De Benedetti e Berlusconi

Ora che Berlusconi si vuole, anche lui incontinente, playmaker, l’uomo che tira i fili, la strana coppia con De Benedetti riprende, pur con i figli di mezzo, la galoppata in parallelo di una vita. Uno di qua, uno di là. Tutt’e due anti.com, verrebbe da dire col nome di questo sito, ferocemente anti Pci, ma uno da sinistra con De Mita, Prodi e Fini (si vede che Fini era “di sinistra” pure quando era di destra) e uno da destra.
I lettori di anti.it sanno quanto i due siano uguali e concorrenti:
Sono su fronti avversi in politica, ma sempre per spirito di concorrenza più che per fede. De Benedetti a sinistra con ottiche di destra, Berlusconi a destra ma da sinistra.
De Benedetti ha sempre cercato l’establishment: Fiat, Ambrosiano, Société Générale, Olivetti, L’Espresso-Repubblica. Dovunque rifiutato eccetto che nel gruppo giornalistico, grazie ai soldi che aveva prestato nel 1978 a Caracciolo e Scalfari per l’aumento di capitale di “Repubblica”. Ma questo non vuol dire: la sua ambizione era ed è mettersi coi soldi che contano. Lo stesso per le sue frequentazioni: va ai dibattiti con Landini, il segretario della Fiom, che però disprezza. E ha sempre licenziato. All’Espresso-Repubblica ha dimezzato i giornalisti in organico, l’Olivetti portò al fallimento.
Berlusconi è difficile dirlo di sinistra. Con le dodici ville da venti, o trenta, milioni, e le scorte di ragazze con quelle facce, ma è sempre stato coi piccoli imprenditori, li ha portati al grande mercato della pubblicità, ha moltiplicato di dieci volte il mercato stesso della pubblicità con la discesa in campo mediatica, tra il 1980 e il  1990, e non ha mai licenziato nessuno. Nemmeno nel salvataggio di società fallite, Italia 1, Rete 4, Einaudi.  L’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, non è mai stato gravato da stati di crisi da parte di Mondadori e Mediaset. Mentre lo è periodicamente da parte di De Benedetti, per “L’Espresso”, “la Repubblica”, Finegil – come lo è da parte degli altri editori, Rizzoli-Corriere della sera e Riffeser.  

Fisco, appalti, abusi – 19

L’Ilva di Taranto ha un costo pubblico che cresce a dismisura. I tre custodi nominati dalla giudice Todisco, i suoi amici ingegneri Barbara Valenzano, Emanuela Laterza e Claudio Lofrumento . La cassa integrazione – senza che sia stato dichiarato lo stato di crisi (la siderurgia tira come non mai). Gli incentivi, che il governo deve promuovere per tenere in qualche modo a galla l’impianto.
Nel diritto esiste l’amministrazione controllata – non è questo il caso, il patrimonio è saldo. O la responsabilità penale, per reati accertati.

C’è anche un conflitto d’interesse nei tre custodi nominati dalla giudice Todisco: le ingegnere Barbara Valenzano e Emanuela Laterza, e l’ingegner Claudio Lo Frumento sono i consulenti de giudici che dichiarano l’Ilva inagibile.

Un’azienda che abbia ordinato cento cesti regalo a Natale, con quattro prodotti diversi, spumante, panettone, lo zampone e un’agenda, viene inondata di quattrocento fatture, una per ogni prodotto. Cinquecento se ci ha messo anche un libro, seicento col disco dei jingle, o delle campane di san Pietro. In virtù della semplificazione di Monti – o meglio di Grilli, il ministro delle Finanze, con la solerte Agenzia delle Entrate. Prima gliene arrivavano solo cento, ma Monti-Grilli vogliono una fattura diversa per ogni prodotto merceologico.

L’Agenzia delle Entrate lascia passare due e anche tre anni prima di chiedere conguagli o integrazioni che abbia accertato e concordato. Sui quali può quindi chiedere gli interessi. Del 12 per cento, decimale più o meno. Composti. In aggiunta alla multa.
Il ritardo si giustifica con le procedure. Ma quando emette la cartella l’Agenzia sa calcolare gli interessi all’istante. In effetti non è difficile.

La mediazione nelle controversie civili va contro gli interessi degli avvocati e il potere dei giudici. La Corte Costituzionale, non potendola dichiarare incostituzionale, la condanna per “eccesso di delega”. Cioè la condanna lo stesso.

Dodici anni di ponteggi e mascherature ingombranti, le “opere provvisionali”, attorno al Palazzo degli Esami a Roma. Ora infine le opere provvisionali sono levate e l’edificio risulta appena imbiancato: un lavoro di un paio di settimane. Otto milioni dello Stato per un appalto dodicennale di opere provvisionali. Il Comune di Roma si è fatto pagare occupazione di suolo pubblico?

La villa Sciarra a Roma, dopo due interventi radicali di ristrutturazione in un decennio, è praticabile solo per la metà. Prima era praticabile tutta. 

Sempre a Roma, la piazzetta delle Tartarughe viene rifatta per la terza volta in dodici anni. Il partito degli Ingegneri e Architetti è infaticabile.

mercoledì 28 novembre 2012

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (153)

Giuseppe Leuzzi

“Dentro di me io porto un cuore, come una terra del Nord il germe di un frutto del Sud. Si sforza, si sforza, ma non riesce a maturare”. Lo scriveva Heinrich von Kleist a un’amica, Adolphine von Werreck, da Parigi, il 28 luglio 1801.

Mediterraneo, il suo primo nemico fu Roma. Lo sostiene Simone Weil, in un passaggio della raccolta di testi  vari “Sulla Germania”, p. 263. Se si confronta il Mediterraneo nei cinque secoli di Roma con quello che era prima e quello che sarà dopo, si vede che Roma “ha reso spiritualmente debole il bacino mediterraneo”.

Per Ezra Pound, invece, le letterature meridionali si fermano al Quattrocento. Lo preannuncia nel programma di lezioni che voleva tenere al Politecnico di Londra.

Il generale Siro Rossati, del Sios Esercito, citava nel 1974 un organismo antieversione sconosciuto in grado di mobilitare (“avere capacità operativa”) la politica, le forze armate, la finanza, l’“alta delinquenza organizzata” (l’organizzazione “Gladio”?). Dunque, c’è una delinquenza organizzata che è “alta”.

Marina Terragni va e viene dal Sud, racconta nella sua rubrica su “Io Donna”, perché ci si ritrova. Poi torna nel suo “Belgio”, a Milano o dintorni – e intende il Belgio di Jacques Brel, le plat pays, il paese bigio.

Anche il calcio, è del Nord
Prima della fascistizzazione del calcio (via gli stranieri, sì al professionismo, e egli “oriundi”,, grande potere agli arbitri, sì al girone unico) nel 1926, “il campionato era ancora diviso in grandi zone geografiche”, spiega Mario Sconcerti nella “Storia delle idee del calcio”: “Al Nord c’erano sei gironi di sei squadre l’uno, trentasei squadre in tutto. Al Sud un girone con due sole squadre di Napoli”.
Nell’agosto di quell’anno, ai bagni a Viareggio, le autorità calcistiche organizzarono su impulso di Mussolini, conscio dell’influenza popolare dello sport,  il campionato. Stilando una serie di norme che saranno chiamate la Carta di Viareggio. La Carta creò una serie A di venti squadre. Sedici del Nord. Più la vincitrice di un playoff tra le migliori di serie B del Nord. Più le prime due del girone laziale. Più la prima di quello campano.

Il carattere
“Artistico, impulsivo, appassionato”, il trittico nel quale si racchiudeva trent’anni fa la personalità italica secondo gli studenti di psicologia sociale di Princeton fu posto da Giulio Bollati in apertura al suo prezioso “L’Italiano”. “Manca il carattere”, osservava Bollati. Il cui saggio è nato come parte de “I caratteri originali”, il primo volume della Storia d’Italia Einaudi.
Purtroppo l’identità c’è ed è negativa. E lo è non perché è salita la “linea della palma” che angustiava Sciascia, della delinquenza e della connivenza. Come potrebbe, la Sicilia non conta, né la ‘ndrangheta o altri assassini ignoranti - i Siciliani, contrariamente a quello che credeva Sciascia, come tutti i Siciliani, non contano nulla, se non nelle barzellette. È negativa perché lo è nell’Italia che conta, a Milano, nel Veneto, a Torino e Genova, a Roma anche.

Sud vince, Sud perde – o la Sicilia non è la Baviera
Ci fu una lunga battaglia, di quasi vent’anni, in questo dopoguerra, tra Amburgo e Monaco di Baviera. Lo “Spiegel”, il settimanale di Amburgo elevato a coscienza della nazione, incolpava ogni settimana delle peggiori infamie Franz Josef Strauss, il leader politico bavarese. Strauss non si diede per vinto e trasformò la sonnolenta, contadina, montanara, cattolica Baviera nello Stato più ricco della Federazione tedesca. Il più industrializzato, il più avanzato tecnologicamente, con l’ambiente meglio protetto al mondo (le acque, i boschi, le città), un’ottima sanità, ottime comunicazioni. Insieme con la finitima Svevia, anch’essa terra di contadini e montanari, e molto cattolica, anche se non tutta.
Se la Sicilia, che ha più risorse della Baviera, avesse uno Strauss, sarebbe l’isola la nuova Lombardia d’Italia? Non si può dire. La condizione preliminare c’è: il milanese “Corriere della sera” attacca ogni giorno la Sicilia (e la Calabria, chissà perché - non la Puglia e Napoli, che pure non brillano).

Sicilia
È teoria di Jünger (“Diari”, p. 120) che gli inglesi, fondamentalmente anarchici, sanno mantenere un grado più elevato di controllo per essere abituati al rollìo, in quanto marinai. E perché è forte in  essi l’elemento normanno, “più favorevole, rispetto agli altri popoli germanici, alla formazione di una classe dirigente”.
Perché, allora, i siciliani non sono diventati inglesi? L’isola si sommerge senza fine di masse informi, come i materiali inerti e ingombranti che un vulcano sputasse in quantità in continuazione.

Racconta Dollmann, l’interprete tedesco a Roma durante l’occupazione nazista, in “Roma nazista”, che Himmler tentò un giorno di annettersi la Sicilia, dopo i Sudeti. In albergo a Taormina individuò un’origine wotanica dei locali flauti e zufoli di canna. Presto confortato da germanici istituti di ricerca foklorica e delle tradizioni popolari, nonché da schiere di gentiluomini locali tournés antiquari.
Federico II, invece, era considerato dagli hitleriani un dirazzato, un quasi semita: i nazisti erano indefettibili repubblicani, portatori essi stessi di una nuova aristocrazia. Per fortuna dei siciliani, che i tedeschi altrimenti avrebbero messo al trotto, alla stanga.

“Siciliano, di quella razza capace di spaccare il capello in otto”, da ultimo in Camilleri, “Racconti quotidiani”, p. 45, era già in Cicerone, “Contro Verre”.

Un altro torinese che, come De Amicis, non ebbe pregiudizi contro la Sicilia, era Salgari – seppure veneto di origine. Non c’è molta Sicilia nei suoi romanzi, ma in tre di essi, segnala la rivistina palermitana “Il Bandolo”, nobilita i personaggi in qualche modo legati all’isola, in “I naufragatori dell’Oregon” (1896), “La Costa d’Avorio” (1898), “Le pantere di Algeri” (1903).  Successivamente lo scrittore collaborò con l’editore palermitano Biondo, pubblicando con lui, tra il 1901 e il 1920, ben 67 titoli dei 450 totali della collana di racconti “Bibliotechina aurea illustrata”.

Ma c’erano allora a Palermo editori nazionali.

L’astensione massiccia alle elezioni regionali inficia tutti i pregiudizi. Sul voto familiare, mafioso, pagato, a favore di parenti, compari, amici degli amici, soprattutto nel voto locale. Almeno un quarto degli elettori ha deciso di non votare, per protesta. Mai avvenuto in Italia. Che aggiunto al 15 per cento dei “grillini” sul voto espresso fa quasi la metà dell’elettorato siciliano in radicale protesta. Non è la prima volta, e anzi si potrebbe fare una storia d’Italia in cui la protesta democratica è partita dalla Sicilia.

Una teoria diffusa vuole invece l’astensione imposta dalla mafia. Una mafia che vive una sua proficua bonaccia, non perseguita, senza bisogno di assassini, attentati, avvertimenti e altre violenze, e quindi non si schiera. Aspettando offerte politiche migliori – la mafia naturalmente gioca al rialzo.
Una teoria diffusa a Palermo. Forse non la massa informe ma la sua società “civile” è il cancro dell’isola: tropo servile.

leuzzi@antiit.eu

Dio non c’è, ma serve

Sarebbe del buon uso delle religioni, il plurale non è indifferente: cristianesimo ebraismo, buddismo. Un testo utilitaristico, dietro i finti marmi del paradosso: come trarre profitto, da atei, delle religioni. Che, a parte Dio, possono essere buone e utili.
De Botton è un personaggio, autore di “l’arte di viaggiare” e altre arti, con arguzia ma non sempre. Noto eresiarca, proprio da anni 1920. Progettista e collettore di un tempio dell’ateismo, e per ciò stesso principe dell’ossimoro. Svizzero francese di Zurigo, trapiantato a Londra, un concentrato di opportunità, ispiratore di architetti e architetture, che il “non luogo” della sua città, l’aeroporto di Zurigo, ha eletto a luogo d’eccezione, per “quel profumo di erba fresca e di disinfettante”. In realtà uomo di fede, molto cristiano, ebreo e buddista. Che sfrutta la rendita di posizione del’ateismo. Qui senza arguzia,
Alain de Botton, Del buon uso della religione. Una guida per i non credenti, Guanda, pp. 284, ill. € 17,50

Un partito Popolare – e uno Socialista?

Prima che Renzi contro Bersani c’è stato e c’è Renzi contro Rossi, il democratico presidente della Regione Toscana. Due mondi separati e contrari. Sui permessi edilizi, sul tram, sull’aeroporto, e ogni volta che piove.
In chiave nazionale Renzi si è presentato accanto a Bersani, nella stessa barca, soprattutto nelle fasi finali della campagna per le primarie, dopo che Bersani ha eletto a santino papa Giovanni XXIII. Ma su quella nave Renzi ci è salito sopra da pirata, e sa che la chiusura è stata ostile da parte del partito, quasi violenta.
Non è un fatto di persone o carattere ma di culture politiche. Quella confessionale militante di Renzi non si accorda con quella ex Pci. Quando avrà perso le primarie sarà difficile che resista a una chiamata dal Centro, se Casini e Fini sgombereranno il campo. È l’auspicio dei supporter del Grande Centro, le grandi banche e i grandi giornali: una formazione politica italiana in grado di stare alla pari con le altre nel Partito Popolare europeo. Di contare, d’influenzarlo, cosa che Casini non può fare e il Berlusconi antitedesco si è precluso (un vero partito Popolare italiano non può che essere filotedesco, col mainstream centro-orientale del continente). Il leader naturale diventa Renzi.
Renzi col Ppe aprirebbe la finestra sul Pd socialdemocratico che Bersani ha tentato di sbarrare. Sarebbe l’unica possibilità per il Pd di restare comprimario, riaprendosi ai socialisti berlusconiani a destra e ai comunisti vendoliani a sinistra. Su una comune piattaforma lavoro-produzione e diritti civili.  

Nuovi mostri a Rignano Flaminio

Sì, è opportuno riparlarne. La conclusione del processo per pedofilia a Rignano Flaminio ha mostrato giovani coppie che, come in un volgare reality, non esitano a coinvolgere i loro bambini in fantasie perverse. E a fargliele anche mimare per le cineprese. E una psicologa che, di fronte alle evidenti manipolazione dei bambini da parte dei genitori, ne attribuisce invece le disfunzioni a ipotetiche  perversioni delle maestre come vogliono i Carabinieri e la Procura della Repubblica – dei quali è la consulente.
Un caso mostruoso di induzione di traumi indelebili nei figli. Sancito con una sentenza inappellata. Ma senza che nessun provvedimento sia stato preso per i genitori – o incapaci o degenerati. Il reality fa parte della morale pubblica e anche del diritto?

martedì 27 novembre 2012

Problemi di base - 125

spock

Questo Berlusconi che, come arriva, il Milan vince, non avrà le stimmate, pure lui?

A Milano Rotelli si compra il “Corriere della sera”, ma perché si chiama Rotelli se è Bazoli?

Ilda Boccassini, che dice prostitute tante ragazze che non lo sono, è femminista o maschilista?

Perché si fa avanti Montezemolo se l’unico che ci capisce è Alonso?

Perché non c’è l’apologia della mafia nel codice penale? Nell’editoria, i media, gli spettacoli.

Ci si travestiva al ballo, ora invece in amore, in affari, in vacanza, che gioco è questo?

È un caso di identità scoppiate, oppure moltiplicate?

Ci hanno imposto la libertà, per chiamarci a ogni ora a casa e venderci qualsiasi cosa?

spock@antiit.eu

I tre errori del Colle sull’euro

Succede che un ambasciatore faccia proprie le ragioni del paese dove è in missione invece di quelle del suo paese: è una sindrome di Stoccolma che ha sempre funestato l’arte diplomatica. Puri Purini è stato ambasciatore a Berlino dal 2005 al 2009 e ancora ne è convinto, delle buone ragioni della Germania. Sul “Corriere della sera” celebrava in aprile, al tempo del massimo spread fra i titoli italiani e quelli tedeschi (quasi il 6 per cento!), “lo splendido isolamento tedesco”. Senza un solo accenno critico ai cancellierati reazionari di Angela Merkel, una politicante aggrappata alla sua sofferente maggioranza relativa - il tipo del politico furbesco che solleva i sassi per inciamparvi dentro: nella fattispecie il petty nationalism della petty bourgeoisie tedesca, per tirare in lungo la crisi dell’euro e godersi i vantaggi relativi dell’indebolimento degli altri, l’Italia e la Francia soprattutto.
Così, il suo ricordo migliore del Quirinale è di Wolfgang Schäuble che dà un buffetto a Ciampi, al momento della nascita dell’euro a fine 2001: “Si ricordi, lei e solo lei rappresenta per la Germania la fiducia nel suo Paese di fronte ai complessi adempimenti della monta unica”. Una lezione a Ciampi, presidente della Repubblica, ex presidente del consiglio, ex ministro del Tesoro, ex governatore della Banca d’Italia, da parte di un signore che oggi è finalmente ministro di Angela Merkel e all’epoca era un capopartito bavarese. Uno che – aggiunge Puri Purini senza ironia – scopriva in Ciampi “un’Italia che ignorava”. Ma non è questo il solo limite.
Il libro dell’ambasciatore, sottotitolo “Al Quirinale, con Ciampi negli anni in cui tutto cambiò”, ricorda la sua esperienza di consigliere diplomatico dell’ex presidente, negli anni “eroici” della nascita dell’euro, dal 14 maggio 1999 alla primavera del 2005. Ma si rafforzavano in quegli anni – ormai per l’euro era tutto predisposto – una serie di errori monetari che hanno indebolito l’Italia, e l’hanno introdotta nell’euro come in una sorta di gabbia. Tutti purtroppo dovuti a Ciampi.
Il primo errore era stato la rivalutazione della lira sul marco, tra il 1990 e il 1991, sempre per la politica di “stringere la cinghia”. Come una palla alzata alla speculazione, che ebbe gioco facile nel 1992 alla svalutazione della lira, un trauma di cui ancora paghiamo le conseguenze.
Il secondo errore fu entrare nell’euro senza consolidare prima il debito. Cosa che invece ha fatto, già dalla fine degli anni 1980, il Belgio, che da un debito al 137 per cento del pil è sceso al 90 nel 2001. Spendendo ogni meno degli introiti fiscali, vendendo gli immobili e altre pertinenze pubbliche di nessuna utilità, vendendo l’oro della banca centrale. La tassa europea richiesta da Ciampi con Prodi per far quadrare i conti all’ultimo momento e accedere all’euro fu aggiuntiva e non riduttiva – e fu anche restituita.
Il terzo errore fu di accettare la parità di un euro per due marchi. Un’altra stretta alla cinghia che comportò praticamente il raddoppio dei prezzi, anche se gli indici statistici addomesticati non lo rilevarono, e un indebolimento della domanda generale in Europa.
Su questi presupposti la lettura di Puri Purini, purtroppo, più che eroica è malinconica.
Antonio Puri Purini, Dal Colle più alto, Saggiatore, pp. 328 € 17,50

La scuola pubblica sconfitta dai genitori

Passa, come tutti gli scandali, in sordina il giudizio sull’incredibile vicenda di pedolifia a carico delle maestre di Rignano Flaminio – poche righe, nelle cronache locali. Una sentenza che spiega come tutto se lo inventarono alcuni genitori. Come si era sempre saputo dall’inizio.
C’è uno scandalo nella sentenza, un fatto enorme. Da essa emerge che alcuni bambini sono stati  circuiti dai genitori. Anche con riprese filmate. Per rappresentare l’irrappresentabile. Ma né i Carabinieri né la Procura, così solleciti contro le maestre, hanno alcunché da rimproverare a questi genitori indegni. Non portano fotografi, prime pagine, interviste? L’azione penale non è obbligatoria?
È uno scandalo relativo, ormai nulla più meraviglia di questa giustizia allo sbando. Mentre un fatto emerge finalmente, che andrebbe affrontato: come i genitori a scuola stiano affondando la scuola stessa. Incapaci, intromettenti, nevrotici.
Ne 1974, quando varò la rivoluzionaria riforma detta dei Decreti delegati, che introduce le famiglie nella gestione della scuola pubblica, il ministro Malfatti ne era solo parzialmente orgoglioso: “È un azzardo”, ammoniva: “Sarà necessario formare anche i genitori. E il peso potrebbe essere insostenibile per i docenti, che già devono combattere con gli studenti”. Così è stato. Due generazioni dopo i genitori sono ancora da formare. Anche perché a una certa eà si impara con difficoltà. Senza contare che nella “cultura” italiana tutto ciò che è pubblico, sia pure un professionista così specializzato come un professore, dev’essere un servo del cittadino, sia pure un cretino.

La Rai è di Casini

Mario Orfeo, direttore di casa Caltagirone, al Tg 1. Giancarlo Leone, onorevole passato di militante, familiare e personale, alla Rai Uno. A Rai Due e Rai Tre due aziendalisti, Angelo Provasoli e Andrea Vianello, amici sicuri, al posto del finiano-berlusconiano Mazza e dell’ultimo diessino Antonio Di Bella. Altre candidature, Marcello Sorgi, Monica Maggioni, non erano di stretta osservanza, e sono state cassate – se non sono state fatte circolare per il pluralismo, la Dc è sempre sorniona.
La giunta tecnica della Rai, nominata e illustrata a ogni intervento da Mario monti, dunque, ha messo l’emittente al servizio di Casini. Senza mascheratire. E lo fa, la Dc sui fatti di potere non transige, alla vigilia delle elezioni: Col compito di curarle e, se dovesse perderle, di tenere le posizioni ancora per un po’, essendo di fresca nomina.
I manager Gubitosi e Tarantola non c’erano dubbi su chi erano, e lo dimostrano. Il solo a non saperlo è Monti?

Perché non si accerta l’evasione fiscale

Insiste Monti, che contro gli evasori si vuole “in guerra”. Ma con i blitz e i teatrini (redditometro) dell’Agenzia delle Finanze. Mentre sanno tutti, lui che è un economista per primo, che l’evasione è quasi tutta erosione, cioè legale. A parte l’economia nera o sommersa, anch’essa a suo modo legalizzata: si è discusso per anni se farla emergere, sempre alla fine recedendo per non distruggere intere aree di reddito e lavoro, a Napoli e dintorni, e in varie zone del Lombardo-Veneto (fonderie, conce, la stessa agricoltura).
Tutti sanno anche che l’economia sommersa è effetto di un’elevata imposizione indiretta: dell’Iva. Che è una tassa anticipata sul lavoro (attività economica): bisogna pagarla prima di guadagnare, e quindi anche in perdita. È per questo che l’Italia è l’economia industriale col più alto tasso di attività in nero, perché è la patria dell’imposizione indiretta.
La ricetta antievasione resta semplice: rendere le tasse più convenienti dell’evasione – leggermente meno convenienti, per “pagare” il rischio. Bisogna contenere l’Iva e non aumentarla. Rendere detraibili sempre più spese, non solo quelle del dentista e del muratore. Imporre la mutua invece del Ssn – lasciando il Ssn per non chi ha lavorato. Una mutua o una forma assicurativa, che imponga per ogni richiesta di rimborso una fattura o ricevuta fiscale. E naturalmente ridurre e semplificare il contenzoso fiscale: degli 80-90 miliardi in media di accertamenti fiscali annui, la metà dell'evasione stimata, le Entrate incassano non più del 10 per cento, quasi sempre poco più del 5 per cento - una causa tributaria può durare praticamente all'infinito.
La misura più semplice e proficua sarebbe l’introduzione degli standard di vita locali, a cui commisurare i redditi, retribuzioni comprese, e il fisco. Si può fare la stessa spesa alimentare di Roma in Calabria a un terzo di costo che a Roma, e la spesa per abbigliamento alla metà almeno. Lo stesso nel napoletano. La cosa sa di gabbie salariali e quindi è improponibile a questo punto della retorica sociale. Ma statisticamente sarebbe utile farla emergere: gli indici diventano più veritieri, sia del reddito che del costo della vita, e quindi meglio indicativi della natura della “evasione” fiscale.
Il resto è chiacchiere – la “guerre”, l’inflessibilità, la faccia feroce. L’Agenzia delle Entrate lo sa, che cataloga 2 mila aerei privati in Italia, 80 mila yacht, e 600 mila auto di lusso, ma solo quattromila dichiarazioni di reddito superiore al mezzo milione. Non si può supporre che non faccia l’accertamento, ma che le dichiarazione dei possessori di aerei, yacht e auto di lusso siano in qualche modo fedeli. Le relazioni dell’Agenzia e della Guardia di Finanza, ogni anno sempre trionfali, sono invece ogni anno constatazioni di un fallimento, o di un impegno male indirizzato., si spera per imperizia – ma il personale del fisco è ferratissimo, e spietato anche.








La sanità è privata, privatizziamola

Il Sistema sanitario nazionale è stato un fatto di grande civiltà. Ma è sempre peggio gestito. Per molti anni lo hanno gestito male i partiti. Da un quindicennio, dal ministero Bindi in poi, i medici e i paramedici.
L’ottica del SS era di rovesciare l’ottica: dal “privato prima” in “pubblico prima”. Come se il privato fosse residuale. Mentre il sistema è di nuovo, da poco meno di un ventennio, prevalentemente privato: spesa farmaceutica, specialistica, chirurgica, e assistenza ospedaliera in convenzione.
Bisogna prenderne atto, e mantenere il Ssn nel suo quadro: di rincalzo. Il che vorrebbe dire anche rafforzarlo, per chi ne ha diritto. Si possono così levare gli odiosi ticket, e le tasse sui ricoveri o analisi o interventi - tra l’altro non “spendibili” col 740. Il Ssn resta come ombrello, ma residuale.

L’informazione è disinformazione

Lo studioso Gabutti conferma a Ranieri Polese sul “Corriere della sera” che molte notizie sono “Osint”, open source intelligence: l’uso strumentale dei media. C’è sempre stata, la manipolazione. Ora è disinvolta e perfino esibita. Con le storie di sesso, per esempio: Petraeus, Berlusconi, la moglie di Bo Xilai, il presidente israeliano Katav, Strauss-Kahn. Che prima erano ininfluenti, anche se prolungate, al vertice della Cia o alla Casa Bianca. O con l’“invenzione” della storia del ragionier Spinelli.
Giannuli dice anche che “assistiamo a una moltiplicazione di servizi segreti”. Tutti ormai indagano, anche i vicini col telefonino, e denunciano.Non dice però che, con le intercettazioni, in larga parte non di legge, o legalizzate ex post, e col dilagare dei pentiti-informatori, buona parte di questo scadimento è opera dell’apparato repressivo, giudici e polizie.
Giannuli evita anche di dire, nel caso del ragioniere, che è (è stato? la “notizia” all’improvviso è scomparsa) un modo come un altro per mettere sotto pressione un collaboratore fidato di Berlusconi. L’esperto di disinformazione saprà pure quello che l’uomo della strada sa: che è impossibile “scoprire” un malvivente, tra miliardi di miliardi d’immagini di telecamere, in un fotogramma. Se non si sa dove questo fotogramma si trova. E le scarpette rossonere in un fotogramma seppiato?

lunedì 26 novembre 2012

Le primarie conformi

Orgia nei giornali, fra gli inviati e i capiredattori, per le primarie del partito Democratico.
“Corriere della sera”: “Affluenza record”, “Rari ma euforici i ragazzi”, “Tutti in coda attenti agli «infiltrati»”.
“Repubblica”: “Lezione democratica”, “Modello europeo”, “Bersani coraggioso”.
“La Stampa”: “Vendola brinda in famiglia”, “A Torino vota la centenaria”, “Nella periferia napoletana trionfo di Tabacci”- sembra “Il Male” ma è il giornale degli Agnelli.
In controtendenza “Il Messaggero” – non da ora, da quando Bersani s’è messo con Vendola, lasciando scoperto il genero Casini: “I votanti sono (solo) 3,1 milioni”,“Per i renziani il distacco è di (soli) 5 punti”.
Il “Corriere della sera” poi si adegua online alla cifra del “Messaggero”.
Alla trasmissione di Bianca Berlinguer una delle inviate di partito s’attorciglia per dire – facendo finta di non dirlo – che Giorgia Meloni è andata al seggio dei Giubbonari a Roma non per vedere come funziona ma per rubare un’inquadratura. Questa parola risulta ostica all’inviata.
Alle primarie 2005, per Prodi, ci furono 4,3 milioni di votanti, a quelle del 2007, per Veltroni, 3,5 milioni, ora, per Bersani, Renzi et. al., con tutte le televisioni e tutti i giornali schierati più che per Obama, 3,1 milioni. Il conformismo si vuole spudorato.

Nessuna legge per gli irresponsabili

Alla fine la legge sul diritto all’informazione non sarà rifatta, è scommessa facile, ogni progetto di revisione è destinato a cadere nel nulla. Sotto una pesante disinformazione.
È per i giornalisti come per i giudici. Ogni legge, di qualsiasi tipo, si provi a mutare i privilegi dei giudici viene silurata in anticipo: con condanne accelerate, avvisi di condanna, condanne esemplari, avvertimenti. O altrimenti ci pensa la Corte Costituzionale: per esempio a bloccare la mediazione civile.
Il complesso media-giudici, che fa l’Italia da vent’anni, si dimostra inattaccabile. Non dal Parlamento perlomeno. Il complesso dei poteri irresponsabili. Forte dell’antipolitica. Anche sotto la forma odierna dell’anti-antipolitica.
Sono due poteri che si tengono a vicenda. Caso esemplare quello di Sallusti, per il quale si voleva accelerare la nuova legge sull’informazione, per evitargli il carcere. Sallusti voleva anche lui una legge più garantista sull’informazione, e allora i giudici di Milano l’hanno condannato al carcere fermo, come “delinquente abituale”.

Il mondo com'è (119)

astolfo

Cooperazione – È l’ultimo forma di colonialismo. Più delle missioni, che invece hanno mutato natura. E come tale è organizzata e viene percepita. E attinge sempre ai poteri degli Stati da cui promana: per accrediti, promozione, finanziamenti, rappresentanza, statuto giuridico.

È pedagogica. Di saperi, organizzazioni, modi di essere e di fare, di cui pretende la trasposizione in paesi e mondi remoti e diversi. Adattandoli, ma al fondo con la certezza del meglio da imporre. È un imbuto. E un tappo.
È il proprio degli aiuti. Come la cooperazione si definiva quando veniva soprattutto in forma di contributi di denaro. Di tenere i beneficiari nella loro condizione subalterna. Alleviata certo,  con tutta la buona volontà possibile, ma non liberata. Gli aiuti in alternativa alla liberazione. Quale veniva proposta in forma di sbocchi aperti al commercio e alla produzione dei poveri, di accordi di emigrazione, di forme di diritti civili, soprattutto a protezione dal lavoro servile e minorile.

Destra-sinistra- Dal Baltico e la Polonia Stalin deportò gli ebrei, borghesi certo, in Siberia. Riaprì Buchenwald e Sachsenhausen per i “socialfascisti”, molti già deportati da Hitler. Con l’indulgenza di Thomas Mann.

Il conto dei morti in guerra in Italia dopo l’8 settembre si raccoglie in tre volte 65 mila. Ma con sorprendente distribuzione. Sessantacinquemila morirono per le bombe alleate. Altrettanti in deportazione in Germania, ebrei e lavoratori forzati. Cinquantamila furono uccisi da italiani – comprese le stragi postbelliche, 1945-46, in  Toscana e Liguria, nella Bassa, a Milano - e quindicimila dai tedeschi, stragi incluse.
Karl Wolff, il generale che ardeva di arrendersi, comandante nell’ultimo anno delle truppe speciali tedesche in Italia, disponeva di diecimila soldati, 55 mila riservisti, e SS in quantità ma così suddi-vise: diecimila tedeschi, ventimila russi, diecimila sloveni, diecimila serbi, cinquemila cechi e una legione indiana. Più centomila camicie nere.

Islam – Ha ancora la forza del Vecchio testamento: l’attesa ferma, la certezza, perché il mondo è sacro, è Dio. Che lo tiene unito anche nel proselitismo e nelle sette.
Non è irrazionale. L’ipotesi che il mondo è sacro non è irrazionale.

Non c’è dubbio che l’islam talebano sia blasfemo. Da ogni punto di vista, etico, liturgico, e perfino teologico. Ma quello dei mutawai’in non lo è, degli sbirri (e sbirre) della moralità che in Arabia Saudita controllano col bastone ogni donna che osi uscire di casa. Quello dei pasdaran-hezbollah-guardiani della rivoluzione in Iran non lo è. Non lo è Al Qaeda, dei jihadisti, del terrorismo in genere, delle bombe indiscriminate e dei kamikaze, e più contro i mussulmani non buoni.

L’islam è molto arabo. E gli arabi sono le ultime tribù orientali che hanno tentato la conquista dell’Europa, senza però riuscirci – la conquista di Costantinopoli è venuta troppo tardi, ed è opera dei turchi, altre tribù nomadi, di cui gli stessi arabi erano diventati vassalli. La guerra con l’Europa si è fatta dapprima in Europa, poi per un paio di secoli in Siria e Palestina, quindi in tutto il Mediterraneo, fino a Lepanto (1571), preceduta dalla sconfitta terrestre a Vienna (1529). L’ultima offensiva della Turchia, che con Costantinopoli si era sottomessa l’Europa balcanica, finì con le sconfitte a opera di Eugenio di Savoia, da Tibisco (1697) a Belgrado (1717), e fu succeduta dall’occupazione europea di buona parte dei paesi islamici nella lunga storia del colonialismo. C’è un che d’inappagato nel rapporto tra l’islam e l’Europa, non tanto nella religione quanto tra gli arabi.
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Si vuole tollerante anche, soprattutto, a parere degli ebrei. Che, essendo massimi esperti di tolleranza e intolleranza, sono insindacabili. Ma sono anche i maestri della storia non storia, di quello che è che è quello che non è. Che è divertente. Ma poi tutti abbiamo bisogno di punti di riferimento, di bussole e punti cardinali. 

Italia – È sommersa dagli stereotipi “colti”. Della rivoluzione borghese che è protestante. Non toscana, per esempio, o lombarda - la borghesia dev’essere lontana per essere virtuosa. Dell’italiano moralmente corrotto perché cattolico. Dell'Italiano gesuitico, o anche “machiavellico”, del fine che giustifica i mezzi. Problema che venne sollevato non da Machiavelli ma nel Settecento, in Germania, da Hermann Busenbaum, per dire delle azioni che si possono fare o anche non fare, e in sé non sono né buone né cattive (lo spiega profusamente un libro che dovrebbe essere famoso, “Fini e mezzi” di A.Huxley, l’apologia più radicale del pacifismo). Mentre il gesuita è fra tutti gli ecclesiastici la figura meno italiana.

Galli della Loggia,in “L’Italia contemporanea 1945-1975”, a cura di V.Castronovo, 1976, p.427-429:  “Il nuovo e «moderno» universo antropologico dei ceti medi non ha alle sue spalle, riposto cioè nella società civile, alcun patrimonio di cultura, di tradizioni di libertà e di individualità che possa dirsi geneticamente capitalistico”. È possibile. Ma lo stesso Galli della Loggia mostra di ricredersi subito dopo.
Il patrimonio c’è, non può non esserci. Può essere buono o cattivo, solido e d’avvenire opure finito, o insufficiente. Ma non più vasta, a un censimento unitario, risulterebbe questo patrimonio nei feudi della democrazia, la Svizzera, gli Usa, la Gran Bretagna. Quella che alla borghesia manca in Italia è  il riconoscimento della sua superiorità etica. Per una sua insufficienza, è possibile. Ma a fronte di un populismo forte delle cosiddette subculture post-risorgimentali, la liberale, la cattolica, la socialista, la fascista, la comunista.
Qui è anche il problema della borghesia come classe dirigente, che angustiava già Leopardi e Cattaneo. È l’effetto del ritardo accumulato nell’Ottocento da un’Italia che si modernizzava in clima culturale (socialista, cattolico, fascista) anticapitalista e anche anti-industriale e anti-moderno. Da questo punto si vista l’Italia si può dire solo salvata casualmente in questo dopoguerra. Al rimorchio degli eventi (il problema della politica estera) per i vincoli atlantici e europei a cui si è subordinata con i negoziati per la pace, con la scelta di De Gasperi nel 1947. Ma il populismo di fondo persiste.

“Artistico, impulsivo, appassionato”, il trittico nel quale si racchiudeva trent’anni fa la personalità italica secondo gli studenti di psicologia sociale di Princeton fu posto da Giulio Bollati in apertura al suo prezioso “L’Italiano”.
“Manca il carattere”, osservava Bollati. Il cui saggio è nato come parte de “I caratteri originali”, il primo volume della Storia d’Italia Einaudi.

Lega – La Lega si avvia ai vent’anni di governo. È il più antico dei partiti in Parlamento. È il partito che più a lungo è stato al governo, con la destra e con la sinistra. È il fatto politico che più monopolizzato l’opinione pubblica in questi vent’anni. Per essere milanese, naturalmente, ma non solo. E non lascia niente – si dice lascia nel comune sentire che abbia fatto la sua stagione, la stessa Milano sembra rifiutarla.
La Lega al governo non ha migliorato nulla e peggiorato molto. Ha voluto l’Interno e la Rai, i due capisaldi del potere. Con esiti orridi. Una legge sull’immigrazione punitiva per le famiglie e per i datori di lavoro onesti. A favore del lavoro nero. Ha voluto i Forestali della Calabria, per spregio. E una rete e un tg della Rai a Milano per “puro” sottogoverno – mentre la milanese Mediaset lavora felice a Roma a costi dimezzati. Fino a imporre Veronica Pivetti invece di Stefania Sandrelli nella serie del “Maresciallo Rocca” – una milanese tra Viterbo e Civitavecchia.
Il voto plebiscitario che ha imposto per i Comuni, le Province e le Regioni, ha utilizzato per provinciali – ma costosi – culti della personalità. Di amministratori senza mai un’idea ma abili a catturare i titoli, con ogni bizzarria, e perfino con la rivoltella. Il federalismo fiscale, un buon principio di cui s’è appropriata, lo ha ridotto a idrovora a beneficio di questi “eletti dal popolo”.  

Scrivendo della Lega si è tentati di parlarne al passato, come di un episodio: c’è stato l’Uomo Qualunque, c’è stato il partito della Bistecca, c’è stata l’onorevole Ilona Staller, e c’è stata la Lega. Senza idee forti, anch’essa, il federalismo non è propriamente della Lega, anzi è molto democristiano, e liberale. E un folklore da raccapriccio. È anche un “vecchio” partito, il partito del Capo: l’ultimo congresso l’ha tenuto agli inizi, vent’anni fa, e ha cacciato Bossi per una congiura dei capi. Ma non senza traccia, seppure non piacevole: la Lega ha stabilito il linguaggio e il canone, nell’opinione e perfino nella letteratura. All’insegna del popolare che è trasandatezza e scurrilità.

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