sabato 22 dicembre 2012

I rottamati di oggi furono rottamatori

Non si lascia la politica “come una donna di cui si sia abusato”. Plutarco non avrebbe votato per la rottamazione. Perché era lui stesso vecchio, ma più per un buon motivo. Solo l’ambizione Tucidide, il primo rottamatore, voleva immune da vecchiaia. Plutarco non è d’accordo: immune è “piuttosto lo spirito comunitario e politico, istinti che anche nelle formiche e nelle api permangono fino ala fine inalterati”. Anche perché la buona politica esige una scuola, l’esperienza.
Una vindicatio della politica. “Quanto all’invidia, male che iù di ogni altro affligge la vita delle istituzioni politiche, i vecchi sono quelli che ne soffrono meno”. Questo oggi non si direbbe: più che l’improntitudine dei rottamatori, sorprende quella dei rottamati tra di loro. In un solo partito politico, l’ex Pci.
Pubblicato venticinque anni fa, alla vigilia della Seconda Repubblica, l’opuscolo morale di Plutarco non fu tenuto in conto e l’effetto si è visto. Il ricambio generazionale non ha portato nulla di buono:  solo Casini, con D’Alema, Veltroni e Berlusconi – di questo non si parla, curiosamente: dei rottamati che furono rottamatori..
Plutarco, Anziani e politica

Problemi di base - 128

spock

Tutti generali attorno a Monti, e le truppe?

Perché i tedeschi, così buoni, sono cattivi con i greci?

Dopo il capo dello Stato, si processano a Palermo i giudici: ma non c’è più la mafia in Sicilia?

Quanti mafiosi Ingroia ha preso in questi venti anni? O è Stato anche lui?

Perché Dio fa tanto male?

E perché non ride mai?

Il Dio della Genesi non è quello d’Isaia: ce ne sono due?

O tre: Elohim, Adonai, Jahve?

Allah e Jahve non si pronunciano, mentre Dio è dappertutto per i cristiani: c’è un Dio semita e uno “ariano”?

spock@antiit.eu


L’uomo delle ambasciate

Buone feste quest’anno tra i diplomatici accreditati a Roma con spreco di elogi reciproci e autocelebrazioni. Monti ha accreditato al suo governo soprattutto il favore acquisito presso le cancellerie europee. Non poteva – non può – essere altrimenti, e non c’è da formalizzarsi. Anche dell’autocelebrazione: è parte accettabile della buona politica.
Il fatto però pone la domanda se Monti abbia perseguito e realizzato gli interessi dell’Italia, o comunque la difesa. L’elogio degli altri depone a sfavore, in un’Europa fortemente competitiva al suo interno, con punta da guerra civile, da tre anni a questa parte, ora quasi quattro.
Il principio cardine della diplomazia è di avere buoni rapporti con tutti, fatti salvi i diritti fondamentali di tutti. Mentre non c’è dubbio che Monti non ha fatto salvo nessun diritto dell’Italia in questo suo anno, ma li ha anzi tutti abbondantemente sacrificati a un’idea di Europa fantomatica, e che anzi le altre cancellerie al coperto irridono. È Draghi che ha dimezzato lo spread, la Banca centrale europea, anche se piace darne il merito a Monti – un’operazione tecnica, senza nessun afflato: l’Europa non c’era e non c’è..

Che li eleggiamo a fare?

“Temo il sabotaggio”, dice il sindaco di Roma Alemanno dei continui sabotaggi alla metropolitana. E non si sa se compiangerlo o irritarsi. Alemanno ipotizza quello che a Roma tutti sanno. Che alla metro di Roma tutti gli inconvenienti, quasi quotidiani, da circa otto mesi sono provocati e non fortuiti. Soprattutto alla linea B. Provocati dai suoi uomini, più che dai suoi nemici politici, dalla loro incompetenza.
Questi sindaci sono del tutto inutili. Si direbbero imbelli ma non è possibile che tutti lo siano. Li abbiamo voluti a elezione diretta perché amministrassero meglio, sciolti dagli impegni di questo e di quello, dagli interessi. Ma evidentemente non sanno farne a meno.
Alemanno ha avuto una campagna contro da spellare da parte di Caltagirone, il costruttore-editore, per impegni non onorati – impegni di interessi. Caltagirone gli ha anche scatenato contro gli Udc di Roma, che di loro sarebbero di destra. E niente,  Alemanno non ha avuto una parola, una sola, contro Caltagirone. Che li eleggiamo a fare?

venerdì 21 dicembre 2012

Marcel come Odette

Sei scritti “inediti” di Proust al debutto nella carta stampata a 19 anni  (altri cinque, firmati M.P. o Marcel Proust, erano stati ripresi nel 1991, in “Marcel Proust. Écrits de jeunesse”). Firmati “Stella Filante”, “Y.”, “Fusain”, carboncino, “Pierre de Touche”, pietra di paragone, “Bob”. L’artiglio c’è: le “procaci Bellezze dei café-concert, vegetali”, “l’umanitaria intelligenza dei leoni dell’Ippodromo, che non si dedicheranno dunque mai, mai, a mangiare un pochino i loro domatori”. Ma sono pezzi svagati. Poco illuminati anche, se non nell’articolo “La moda”. Fa due rassegne dettagliate di pittori in mostra di cui non resta un solo nome, a parte Puvis de Chavanne, e c’erano in giro Monet, Renoir – col “gusto del cattivo gusto”. Un paio di rassegne del music-hall (café-concert) si urtano al suo scarso interesse, anche in presenza di Yvette Guilbert, icona della storia del cabaret – a un certo punto critica  lo snobismo dei patiti…(un giovanotto che non è mai stato giovane?)
Proust non ha scritto sempre lo stesso libro, qui si vede. Ma l’ultimo “pezzo”, un racconto di tre pagine firmato Pierre de Touche, è su un amore impossibile, di cui la “Ricerca” diverrà il teatro – dopo essere stato ripreso due anni dopo, nel 1893, in “Prima della notte”, sulla “Revue Blanche”, e cinque anni dopo in “L’indifferente” (“I piaceri e i giorni”). S’intitola “Souvenir”, è una storia di Normandia, ambiente anche del precedente pezzo, “Cose normanne”, già noto, e ha per protagonista una Odette. Un’amica della vita spensierata delle partite a tennis già con gli occhi “cerchiati di nero”. Ma questa Odette è solo malata. In una casa piena di disgrazie.
Anche Pierre de Touche ritorna nel romanzo, censito una volta in “Guermantes” e una in “Sodoma” da Jérôme Prieur nella lunga prefazione che prende la metà del libro, “Proust avant Proust”. Ma Odette intriga di più. Partendo dal “Mensuel”, un’esperienza di un anno poi completamente obliterata, Prieur s’interroga sulla sparizione di due amici intimi di Proust negli anni famosi del liceo Condorcet, Otto Bouwens, di un anno più giovane di Marcel, e del coetaneo Gabriel Trarieux. Che hanno entrambi larga parte nel “Mensuel”, Otto come editore e direttore, Gabriel come nume tutelare. Entrambi di ottima condizione, Otto Bouwens Van der Boijin, barone, figlio di architetto rinomato, Trarieux di un avvocato importante,  senatore, futuro ministro di Giustizia, primo dei dreyfusardi, fondatore della Lega dei Diritti dell’Uomo. Nonché di Horace Finaly, figlio del creatore e padrone della Banque de Paris et des Pays Bas. Tutt’e tre più in vista anzi delle altre amicizie che Proust mondano coltiverà, di Daniel Halévy, Jacques Bizet, Robert Dreyfus. L’altra metà della compagnia alla quale aveva imposto al liceo i suoi giornaletti a mano, “Le Lundi”, “La Revue verte”, “La Revue lilas”. Una cancellazione radicale, anche dalla foltissima corrispondenza, e per questo ancora più bizzarra: voluta cioè e non casuale.
Prieur vuole che Swann sia Otto, e anche Odette. Ma più insegue tracce dello stesso Proust in Odette, nel passato equivoco, bisessuale, di Odette ragazza. Introducendo estesamente a questo fine, anche se fuori tema, un parallelo fra i due ritratti pittorici, quello di Proust a opera di J.-È Blanche nella realtà, e quello di una Miss Sacripant a opera di Elstir nel romanzo. Perché entrambi sono ridotti al viso, cancellati il corpo e le mani, che nella realtà Blanche aveva, a suo dire, distrutto insoddisfatto, prima che Proust salvasse la testa. Quello di Miss Sacripant, che nel romanzo è “proprio un ritratto di Odette de Crécy”, è nella stessa pagina anche quello “d’una ragazza un po’ ragazzo”, oppure di “un giovane appassionato vizioso e sognatore”.
Marcel Proust, “Le Mensuel” retrouvé, Editions des Busclats, pp. 143 € 15

L’Italia dei gesuiti

Armando Torno ricorda sul “Corriere della sera” martedì che Monti è stato a scuola dai gesuiti. E quindi sente la “missione”, il dovere di fare. Avrebbe potuto aggiungere che anche Draghi ha fatto le scuole dai gesuiti, e così completare il quadro: abbiamo due governanti di scuola gesuita, uno a capo dell’Europa uno dell’Italia.
Se non che il legame si dev’essere allentato, o la missione era inquinata. Draghi infatti, direttore generale del Tesoro, frequentava i banchieri d’affari. E anzi ne è diventato un alto dirigente, brasseur d’affaires per conto loro in Italia grazie alla influente rete di amicizie e contatti. Lo stesso Monti, lui fino alla sua  ascesa a palazzo Chigi. Che ora tassa senza pietà i poveri, e li assoggetta senza ragione alle banche. Impoverisce anzi tutta l’Italia, e ne sorride. Sono tuttavia cose che contano. Tanto più nel quadro della restaurazione neo guelfa, che vede il cardinale Bagnasco, lodatore di Monti e Draghi, e i vescovi attivamente schierati.. I gesuiti furono gli artefici della Riforma cattolica, la Controriforma, nella scuola, con le architetture, e più col teatro, anche politico.
Anche il ministro Riccardi, ieri, ha dato il suo contributo, spiegando che Scalfaro era ostile a Berlusconi soprattutto sul “piano morale e religioso”. Riccardi, che non dev’essere stato a scuola dei gesuiti, forse non sa cos’è la perfidia. Perché Scalfaro promosse e realizzò nel 1994 un golpe istituzionale, niente di meno, per impedire la riforma delle pensioni che Monti ha fatto. Che attuata 18 anni prima avrebbe rimesso da tempo l’Italia e il debito su un sentiero in discesa.
E dunque che dirne? Cave religionem! Ma bisogna specificare che è una religione dubbia. Quella di questi gesuiti, compreso il cardinale e i vescovi, è una cosa molto profana e pratica: il piccolo cabotaggio del potere. Non coraggioso, non stabile. Il governo del sottogoverno.

giovedì 20 dicembre 2012

Mussolini come Trockij - e gli ebrei polacchi filorussi

Pubblicato in francese, nel 1931, il “manuale” fu un successo internazionale. Specie dopo che Trockij lo discusse. Fu pubblicato in italiano tardi dopo la guerra, nel 1948 - solo un capitolo, “Trockij e il colpo di Stato”, era uscito nello stesso 1931, in due puntate, sul periodico “Italia letteraria”. Benché conservasse, e conservi tuttora, interesse alla lettura, un cadenza tacitiana – a tratti svetoniana, aneddotica.
Malaparte rifà Clausewitz. Nelle vesti di Giovanni Acuto, “condottiero inglese al servizio della Repubblica Fiorentina: «La guerra si fa per vivere non per morire»”. Ma con forti dosi, esibite, di  “machiavellismo”. Colpi di Stato “esemplari” sono quelli di Trockij (Lenin non fu che il pensatore strategico) e di Mussolini – grazie alla sua “educazione marxista”. L’unico fra i politici europei ad avere compreso la lezione del 1917, che “a Trockij bisogna opporre Trockij” è Stalin. L’operato di Stalin (prima delle “purghe”, n.d.r.) dovrebbe essere preso a esempio dai governi borghesi e liberali. Per poter difendere lo Stato bisogna conoscere l’arte d’impadronirsene. La conquista e la difesa dello Stato moderno non è una questione politica e sociale, ma tecnica.
Con due ritratti “risolutivi” di Stalin e Trockij - del primo allora nuovo, e molto preciso. E con una preveggente descrizione del ruolo degli ebrei in Polonia, se non del triste destino che li attendeva. Utilizzando, ai capp. 2 e 3, la sua esperienza di addetto culturale all’ambasciata italiana a Varsavia nel 1919-20, durante la guerra contro l’Urss. Gli ebrei, tre milioni, la più grossa colonia della diaspora in un solo paese, sono antipolacchi: gioiscono quando i russi avanzano, e in particolare alle atrocità, vere o presunte, dei russi.
Curzio Malaparte, Tecnica del colpo di Stato, Adelphi pp. 270 € 14

Il mondo com'è (122)

astolfo

Complotto - Barbara Tuchman, “La marcia della follia”, ha un capitolo sulla Rivoluzione americana del 1775 come di un complotto. Gli americani erano convinti di un complotto inglese contro di loro. Gli agenti inglesi erano convinti di un complotto rivoluzionario, che i rivoluzionari fossero manovrati – non si sapeva bene da chi: forse dalle potenze continentali.
C’è sempre un complotto della storia. Non si può dismettere il complotto, anche i bolscevichi presero il Palazzo d’Inverno entrando alla spicciolata da una porta secondaria dimenticata aperta.

Sempre più è “annunciato”, e questo sa di classico, della disinformazione (“ti butto un golpe tra i piedi”). Nel 1975, o 1976, “L’Espresso” e “Panorama” pubblicarono ogni quindici giorni, o a turno ogni settimana, la storia di almeno un complotto, in cui si distingueva un certo ingegner Francia, nome d’arte. Il complotto suo più insidioso era infatti l’avvelenamento dell’acqua. Facile, chiunque può avvelenare l’acquedotto. Classico: solitamente, nella preparazione dei pogrom, agli ebrei si dava il ruolo di avvelenatori dei pozzi. E francese, nomen omen: per la prima volta l’avvelenamento dell’acqua fu divisato nella Francia del dodicesimo secolo.

E se le cose occulte poi avvengono? Si veda negli Usa, dove sono teatro a scena aperta.

EugeneticaSi prenda l’eutanasia, che non è una follia di Hitler. Pazzi e prostitute liquidava già Robespierre. Mentre la Svezia sterilizza donne, perlopiù, e uomini, duecentomila dal 1934, su una popolazione di otto milioni di abitanti, per “igiene sociale e razziale”. La Svezia ne tiene il conto, altri no: Norvegia, Danimarca, Canada, Usa, Francia, Austria, Olanda, Svizzera. Tutti i valori della modernità convergono sulla buona morte, dagli Usa e gli scandinavi dei buoni sentimenti, come dalla Germania. A fine guerra, l’altra guerra, forse sopraffatti dalla sovrappopolazione, gli ottimi Alfred Hoche e Karl Binding, un medico e un giurista teutonici, entrambi molto liberali, pubblicavano un “Via libera all’annientamento della vita priva di valore vitale”, un volumetto che è quasi una guida, spirituale e materiale.

La parola è beneaugurate, la biologia fatalmente vi confluisce, gli anni Venti ci credettero. Fu popolare agli inizi in Germania, i Krupp ne finanziarono la ricerca, e negli Usa a opera di Charles Davenport, che a fine Ottocento divisò una società in cui “innamorarsi con intelligenza”. Nonché di Madison Grant, avvocato, e Theodor Roosevelt, futuro presidente Progressista e Nobel per la pace, che fondarono la New York Zoological Society, al fine di bloccare l’emigrazione dall’Est e Sud Europa e sterilizzare gli immigrati da quelle zone - italiani, iberici, balcanici. Il blocco divenne legge, e la sterilizzazione fu libera fino a tutti gli anni Venti, fino a che la Depressione non la rese onerosa. La sterilizzazione coatta dei poveri si praticò su larga scala, diecimila casi nella sola California. Il giudice Oliver Wendell Holmes jr., pilastro del liberalismo americano, e per trent’anni della Corte Suprema, fino ai suoi novant’anni, la autorizzò nel 1927, quando ne aveva 86, per i “mentalmente disabili”. Né si è spenta negli Usa la speranza di eliminare geneticamente la criminalità.

Era una genetica utopista, quella degli anni Venti, che la povertà imputava ai geni poveri dei poveri. Specie a Londra, dove l’eugenetica di Davenport fu rilanciata da Keynes, Bertrand Russell, Wells e Maria Stipes, la quale nel ‘21 fondò una Società per il Controllo Costruttivo delle Nascite e il Progresso Razziale. Con l’obiettivo di sterilizzare i maschi di colore. Era la parte nobile del “razzismo scientifico”: estirpare il male. Che la Germania non omise di copiare, adibendovi tipicamente una professione, l’“igienista razziale”. Nel ‘31 gli igienisti razziali Hans Harmsen e Fritz Lenz individuarono la radice della criminalità nelle malattie ereditarie, e proposero un piano per isolare le “stirpi malate”, per lo “sradicamento dei geni”. Eric Voegelin chiarì nel ‘33 in “Razza e Stato” che il razzismo è utensile dell’imperialismo. Ma Harmsen insistette, e nello stesso anno elaborò con Gunther Ipsen, altro scienziato, un piano per la purezza del popolo tedesco attraverso la separazione razziale e una politica selettiva delle nascite. Nel ‘34 Hitler se n’appropriò, creando la scienza genealogica del popolo tedesco.
Harmsen contribuì con la sterilizzazione dei disabili nella Innere Mission, il fronte interno, una catena di cli-niche protestanti di cui era l’ufficiale sanitario. Sarà medico ancora dopo la guerra, fondatore della Pro Familia, nuova denominazione delle vecchie leghe eugenetiche, di cui è il presidente. La sterilizzazione, che si pratica tuttora in India, su base volontaria con premio in denaro, ecologi e biologi non cessano di predicarla (di praticarla, da asceti?).

Internet - Innocente Internet non  si può dire, soprattutto con la sua … più democratica, i social network. Chi ha un blog, anche personale, anche casalingo, lo sa: non una parola passa indenne dalla Rete, tutto è scrutinato. E viceversa: i social network non sono né spontanei né ingenui: tutto vi è manipolabile, i commenti come i “documenti” (testi, immagini, testimonianza in diretta), e dunque vi è manipolato.
Ha rinnovato nell’ultima decade del Novecento, il sovvertimento che l’elettricità aveva provocato un secolo prima. Con applicazioni all’industria, alla medicina, all’agricoltura, nella vita familiare e sociale. E la foto a colori, la lampadina, l’illuminazione pubblica. Come pe rl’elettricità, le sue migliori applicazioni devono ancora venire?

Obama - È un risarcimento, di una storia infame di cui l’America tardivamente vuole sgravarsi. Ma non è più di una rockstar, cui si sia dato lo scettro di comando. Lo si vede alla rielezione, nella quale nessun bilancio si fa e nulla si chiede.
Obama non è il primo, Carter, Reagan, Clinton sono stati in vario modo piccole star.

Opinione pubblica - È la valvola del potere.
Già dal primo suffragio popolare, ancorché limitato.
È decisiva in regime elettorale presidenziale, plebiscitario. Obama ha vinto due volte le elezioni con la comunicazione, specie nei new media. Per la sua sola presenza fisica: immagine, suono, parola. A prescindere da ciò che ha fatto, o non ha fatto.

Pace – Sessant’anni di pace ha avuto l’Europa, ha detto Benigni nella sua Lezione sulla costituzione. Un fatto eccezionale. Ma non è vero. Sessant’ani di pace ha avuto l’Italia – con un’eccezione marginale contro la Serbia. Che forse non lo sa – non apprezza. L’Europa ha continuato a essere in guerra fino a una dozzina d’anni fa. L’invasione dell’Ungheria e della Cecoslovacchia sono stati atti di guerra. Anche il Muro di Berlino lo fu. E i dieci ani di guerra in Jugoslavia. A una delle quale l’Italia ha voluto partecipare, seppure solo coi bombardamenti – l’Italia ha dichiarato guerra alla Serbia. La Francia fu in guerra, in Indocina, a Suez e poi in Algeria, fino al 1963. La Gran Bretagna pure sostenne vari conflitti, da ultimo nel 1982 nelle Falkland. Anche quella contro l’Iraq si può considerare una guerra, benché sotto l’egida dell’Onu, perché su “prove” false. La Germania Ovest fu per quarant’anni sotto la minaccia costante della Germania Est, col terrorismo, lo spionaggio, e molte forme di sovranità limitata.

astolfo@antiit.eu



Il mercato della pietà

Dunque, l’Italia “sopravvive” con gli immigrati – sopravvive in senso proprio, demograficamente. Di cui non potrà fare a meno nel tempo prevedibile, di quelli già in Italia e di nuovi immigrati. Che però pretende di regolare con la Bossi-Fini, cioè rendendogli la vita difficile, agli immigrati e a chi ne ha bisogno e li paga, li fa lavorare. In un orizzonte cioè di scoraggiamento. Ma insieme anche di malaffare: traffico dei clandestini, commercio abusivo, manovalanza criminale (prostituzione, droga). È impossibile non mettere assieme i due capi.
C’è una sproporzione evidente tra gli sforzi degli italiani per la pace nel mondo, per lo sviluppo del Terzo mondo e contro la pena di morte, e l’insensibilità verso il più grande dramma che l’Italia sta vivendo dopo la guerra, il mercato inumano degli immigrati. Il numero delle morti, quasi giornaliere, ha ben superato in pochi anni perfino la serie storica di faide e stragi per mafia - della quale è peraltro uno dei filoni di ricchezza. Le condizioni di queste morti, lente, di massa, e quasi attese, in mesi e anni d’incertezze e peripezie, per inedia, per rabbia, per avidità, per la rabbia del mare e dei venti, l’incuria delle metropoli. Morti, peraltro, che hanno tutto per un drammatico montaggio, nella civiltà dell’immagine e dell’eccesso, e tuttavia sono uscite perfino dalla lista delle notizie: non solo non suscitano emozione ma nemmeno curiosità. Nemmeno localmente, nel crotonese, nel ragusano, a Lampedusa, nei luoghi d’approdo nei cui pressi queste stragi si consumano.
L’accoglienza è resa difficile e quasi impossibile. A meno di un’eroica predisposizione, o di un bisogno urgentissimo. Il raffronto col mercato delle braccia dei paesi del Golfo Persico, l’unico mercato intermedio tra i grandi flussi di emigrazione e l’Europa, lo spiega. Il Golfo è più vicino, più accessibile e, per la quasi totalità degli immigrati, ha in comune la stessa cultura religiosa, mentale, civile e, grazie al Corano, un minimo comune denominatore di lingua e di linguaggio. Ciò malgrado, l’immigrato, da manovale fino a autista, è pagato un dollaro l’ora. Trecento dollari al mese se lavora dieci ore al giorno. Entro uno standard di vita locale carissimo. In Europa i badanti prendono subito 500-600 euro al mese, 700-800 dollari, e 900 dopo qualche giorno, il tempo di andare al patronato e informarsi dei propri diritti. Converrebbe averli anche cittadini a ogni effetto, buoni cittadini, lavoratori onesti, e invece non devono esistere.

Il Verde è “metropolitano”

Capre a Taranto? Chi lo dice chiaramente non  se ne intende, le capre vogliono terre asciutte, aride. Poi la “notizia” è stata cambiata: sono trecento pecore, e non capre, morte di diossina a Taranto. Quando non si sa. Dove non si sa, “a Taranto” – anche in Campania, le pecore muoiono di diossina, a causa di “Gomorra”. Le pecore in aggiunta ai tanti bambini malformati, che solo a Taranto nascono. E ai morti di cancro, “uno per famiglia”, sempre a Taranto. Sotto il buco sempre dell’ozono. Col riscaldamento del pianeta – o col raffreddamento? E questa è la parte migliore, quella “metropolitana”, o delle bufale spacciate per vere, e tanto più orride tanto meglio, la rete è di bocca facile. La parte migliore della “cultura ecologica”, come la chiamano i settimanali femminili, che sono tutti verdi.
Tacendo, naturalmente non per ipocrisia, tutto ciò che non collima con la favola verde - col business cioè. Da ultimo gli studi della Norwegian University of Science, pubblicati a principio del mese, che dimostrano un effetto ambientale negativo maggiore per i motori elettrici rispetto a quelli a combustione interna: a causa dei materiali da produrre, per le parti meccaniche e per le batterie (soggette a usura rapida), e della stessa elettricità se è prodotta con combustibili solidi. Mentre ognuno può immaginare gli impatti negativi della produzione dei pannelli ustori del fotovoltaico, nonché constatarne l’inaridimento dei terreni.
Capre o bufale
Un tempo le capre morte a Taranto si sarebbero dette bufale di “amici miei”, oggi solo il vangelo unico. Per cui di Taranto, che è una delle città più belle d’Italia, si mostrano solo fumi e lamiere contorte, arrugginite. In mano a giustizieri, più spesso donne, di cui non sappiamo nulla, solo che hanno deciso di chiudere la siderurgia in Italia. Così, facile facile, come la loro nonna buttava il dolce non riuscito.
Fra le tante cose che ci rubano c’è il verde. Ci rubano i facinorosi ignoranti che si sono appropriati ogni spazio di novità o rinnovamento. Deboli di spirito oltre che di saperi, ma capaci di propinare e imporre le più nefande sciocchezze. Come quello di pagare il kWh eolico sei volte il costo di un kWh idrico, o fossile: perché l’eolico, essendo “naturale”, protegge l’ambiente e non lo sfrutta. 

mercoledì 19 dicembre 2012

Ombre - 159

Berlusconi da Vespa sembra la maschera di se stesso. Cioè di un’altra maschera. E ripropone acuto il quesito di sempre: che politica è quella a cui si oppone, e che tante volte ha sconfitto? Quale astio così profondo, o disprezzo, deve impersonare per meritarsi la fiducia malgrado il cerone?

Cioè, non sembra: Berlusconi vuole essere un attore (non bravo) in maschera. Nonché l’unico oggetto della satira in tv, dei giudici di Milano, dei giornali, degli scienziati politici, di ogni benpensante. A suo agio nel “teatrino della politica” che a intermittenza si concede di dileggiare, cioè stimolare.

Era difficile, ma il monologo di Benigni contro Berlusconi, benché lungo, l’ha reso quasi simpatico – ha reso simpatico Berlusconi.

Alessandro Figà Talamanca scrive con cifre e dati al “Corriere della sera” sull’annosa questione dei troppi abbandoni universitari. Che ora si vorrebbero legare al reddito. Gli economisti del “Corriere” Andrea Ichino e Daniele Terlizzese, gli rispondono di andarsi a leggere l’“Economist” del 4 febbraio. Di che pentirsi dei sacrifici per imparare l’inglese.

Il ministro tecnico della Cultura Ornaghi, milanesissimo rettore di molte università, si legge sul “Corriere della sera” perplessi: “Le riposte formali, retoriche ed evanescenti, anche se «di cortesia», non sono un malvezzo che, al apri delle critiche sprovviste di un realistico contributo costruttivo, lasciano marcire i nostri annosi problemi, tenendoli avvolti in un sempre meno tollerabile involucro di parole, dichiarazioni convenzionali, grida…”. Ecco cosera, manzoniano!

Mezzo Consiglio regionale Lombardia sotto accusa perché si faceva pagare dalla Regione anche i gelati. Ma Formigoni si erge e assicura: “Batman non c’è in Lombardia.Qui le regole sono molto chiare, nette, e del tutto diverse da quelle vigenti in altre regioni: i nostri gruppi le hanno rispettate fino in fondo”. La merda della Lombardia profuma meglio.


Il mezzo Consiglio incriminato a Milano è di destra. È anzi tutta la destra. Non è possibile, la responsabilità penale è individuale – e le spese sono da regolamento: i fringe benefits, le retribuzioni in uso dal 1980 per evitare il fisco. Ma il giudice Robledo è inflessibile: solo la destra ruba. Che ci veda solo con l’occhio destro?
Un giudice a Milano può fare di tutto.

Flop di Gabriele Muccino col suo ultimo film negli Usa, “Quello che so sull’amore”. Per colpa dell’America, dice Muccino. In una col suo intervistatore Curzio Maltese, noto censore delle colpe nazionali. Ora, si vede, anche americane. Dio ce ne salvi?

L’ex primo ministro liberale belga Verhofstadt, intervistato da “Repubblica”, porta a paladini del buongoverno l’“Economist” e il “Financial Times”, i giornali delle banche. Fesso non dev’essere. Forse non sa l’inglese?

Grande schieramento di autorità tedesche nei giornali che contano, “Repubblica”, “Corriere della sera”, “Stampa”, “Messaggero”, contro Berlusconi: ministri, capipartito, onorevoli, giornalisti. Tutti peraltro brutti. Poi dice che Berlusconi vince le elezioni.

Avevamo Bruxelles a decidere il calibro delle uova. Ora ce l’abbiamo anche per il governo perfetto – è inutile votare? Un solo commento appropriato tra tanto entusiasta europeismo dei media, Polito che sul “Corriere s’indigna per “Il congresso di Bruxelles”. È anche un titolo ovvio, ma nessun altro vi si esercita.

Non si può nemmeno dire “vergogna! venduti”, come alla partita: chi pagherebbe un giornalista italiano? Sono tutti figli della loro sprovvedutezza. Delle università di giornalismo anche, che insegnano a non sapere nulla.

“Repubblica” illustra il rinnovamento del Pd con due “raccomandate”: Sandra Zampa e Marianna Madia.

Misia, o la vita all’opera

Più famosa per il ritratto scritto che ne lasciò Cocteau, Misia si rifece con questi ritrattini, che si ripubblicano dopo un quarto di secolo. Nella casa della nonna materna a Halle, vicino Bruxelles, Liszt vecchio, “accompagnato da una signora vestita da uomo”, e Hans von Bülow, “il primo marito di Cosima, che lei aveva appena lasciato per tornare da Wagner”. Ibsen vanitosissimo, il re di Christiania, “una città onesta al punto di non avere una prigione”. Renoir, il pittore, che amava soprattutto parlare della Comune. Jean-Baptiste Charcot, l’esploratore antartico figlio del neurologo famoso per gli studi sull’ipnosi e l’isteria, che intrattiene i commensali di una serata noiosissima, nei preparativi di una spedizione, sugli “articoli di prima necessità”: “Si nominò a più riprese una «donna di gomma» e ci si diffuse con compiacimento sui diversi modi in cui i marinai ne avrebbero fatto uso”. Con dispetto di Misia, che, dice, ci mise “un po’ per capire”.
Ricordi sempre ben congegnati, oltre che ricchi di sorprese. Curiosando fra i manoscritti del marito, “un giorno m’incapricciai di una ‘novella’ inviata da un giovane di Praga…un precettore di quella città”. Era Apollinaire. Diaghilev muore mentre Lifar e Kochno se ne contendono l’esclusiva “rotolandosi per terra, mordendosi e sbranandosi come bestie” – “due cani rabbiosi si disputavano l’eredità del loro maestro”. Questo succedeva a Venezia, nell’agosto del 1929, dove Misia effettivamente era presente, poiché dispose  per Diaghilev un funerale importante, e lo pagò.
Non una bellezza, benché immortalata da pittori del rango di Renoir e Toulouse-Lautrec. Ma sempre nel mezzo delle cose che contano nel primo Novecento. Di Cocteau ricorda una lettera: “Niente può far comprendere il malessere ‘androgino’ del poeta che si feconda e partorisce da solo”.Da ultimo censisce il culto, sconvolgente, di Picasso: una sua “minima stupidaggine scarabocchiata su uno straccetto sarà costosamente incorniciata”.
Attraverso il primo marito, il cuginastro Thadée Natanson, sposato a diciott’anni, editore e direttore della “Revue Blanche”, che aveva creato con i fratelli nel 1889 (Alexandre, il maggiore, creerà dieci anni più tardi “Le Cri du Peuple”), figlio di un ricco banchiere polacco emigrato, socialista, dreyfudardo, Misia fu di tutti i salotti, e il suo proprio tenne in grande spolvero. Fu una delle prima donne a Parigi ad avere un’automobile. Molto corteggiata, ma, dice, sempre virtuosa. Non si spiega il maupassantiano “grandissimo fascino dei direttori di giornale sulle donne”. Né l’incostanza dei mariti: un’amante del suo secondo marito, “la Lantelme”, un’attrice, l’accoglie “con occhiate assassine”, interessata a lei in realtà e non al marito.
È un mondo di donne che lasciano e sono lasciate. Di Belle Époque o Fine Secolo, che fiammeggia ancora dopo la Grande Guerra. La madre di Misia, russo-belga, è lasciata dal marito, scultore polacco, incinta di Misia. Lo scultore, di nome Godebska, aveva approfittato di un soggiorno di lavoro a Pietroburgo per mettersi con una sua propria zia e farle un figlio. Che nasce qualche giorno prima di Misia. La quale viene alla luce nella stessa Pietroburgo, dove la madre è corsa malgrado l’inverno rigido e la gravidanza avanzata, per recuperare il marito, e dove muore, sola in albergo, dando alla luce Misia. È il 1875. Il padre si prende cura della bambina e la riporta dalla nonna materna a Halle. Mettendosi  durante il viaggio a Varsavia con una signora Natanson, “che si fece sposare, a Parigi, poco tempo dopo”, dopo avercelo condotto per fargli una carriera, “donna intelligente” - non una signora qualsiasi, in realtà, era sorella del banchiere. A Parigi Misia è ripresa dalla nuova coppia. Ma messa in convento, per sei anni. Dove impara a suonare il piano, avendo per maestro Gabriel Fauré. Uscita dal convento si rende indipendente con lezioni di piano, agli allievi che Fauré le manda.
È una memorialistica atteggiata, come tutte, ma anche sorridente, e storica. Di una vita che è l’opera – in senso specifico, il melodramma. Misia è il prototipo, a crederci, della donna da salotto dell’età di Proust, avventurosa ma al di qua di ogni scandalo, se non pruriginosa o algida. Dove la bellezza si apprezza, in ordine, del denaro, dello spirito, del corpo. Ebbe tre mariti, tutt’e tre ricchi: dopo Thadée il magnate della stampa Alfred Edwards (“Le Matin”), che la “comprò” dallo stesso Thadée, e il pittore spagnolo José-Maria Sert – innamorato anche della principessa russa Isabelle Roussadana Mdivani, “Roussy”, con la quale i coniugi convissero a lungo. Visse fino al 1950, non dimenticata dalla Parigi che conta,  in stretta amicizia con Coco Chanel. Si voleva uno dei modelli di Proust per la principessa Yourbeletieff e madame Verdurin.
Misia Sert, Misia, Adelphi, pp. 242 € 19

martedì 18 dicembre 2012

Italia sovietica - 13

Il sovietismo è morto da venticinque anni, quasi, ma non Italia - dove non c'era. Gli ultimi casi:
I comici della Rai.
I comici della Rai che ossequiano prima di cominciare il direttore generale e il presidente.
Il direttore generale e il presidente della Rai che si mettono in prima fila per farsi omaggiare dai comici e andare in televisione.
I ringraziamenti: tutti eroi alla Rai, stakhanovsti allicchettati.
I ministri tecnici (Interno, Esteri, Lavoro, Cooperazione) che “sistemano” i loro collaboratori.
“Il rametto di vischio non era nelle vicinanze, ma Susanna Camusso non ci ha fatto caso. Ieri, durante l’elegante ricevimento organizzato al Quirinale in occasione degli auguri delle alte cariche dello Stato, la sanguigna leader della Cgil ha abbandonato la consueta aria battagliera e dopo aver incrociato Pier Luigi Bersani lo ha apostrofato con un «Ciao segretario!» schioccandogli un affettuoso bacio sulla guancia” (“Corriere della sera”). “Pravda”? No, “Izsvestia”.
Gli eleganti ricevimenti al Quirinale in onore delle alte cariche dello stato.

La giustizia a scoppio ritardato, ecco la mafia

Si sequestrano a cadenza patrimoni malavitosi ricchi e visibili. Di cento-duecento milioni, con corredo di castelli, quadri d’autore, panfili, Ferrari, gioielli. Che non sono stati acquisiti ieri ma sono frutto di una lunga carriera di estorsioni, furti, rapimenti, spaccio. Nell’impunità, contro ogni legge che voglia definirsi tale.
Oggi a un certo Purpo di Roma sono stati sequestrati tre macchine da oltre 100 mila euro, una Ferrari, una Audi e una Mercedes, due maximoto, otto appartamenti e 18 conti bancari. Un anno fa sempre a Roma si fecero videate interminabili degli ori e altri oggetti preziosi in capo ai Casamonica, clan di cui tutti  a Roma hanno sempre saputo che gestiscono la malavita nella zona orientale della città. Mentre a Lerici il rapimento di un imprenditore, si pensa a scopo estorsivo, è stato preceduto da una serie di denunce inutili, da parte dei vicini, di angherie, furti e pedinamenti di gente estranea e sospetta.
È quello che si fa con i clan di mafia, ‘ndrangheta e camorra: si sequestrano patrimoni frutto di decenni di reati, quasi tutti a danno di altri non criminali cittadini. Che in quei decenni hanno perso i beni, la tranquillità e la salute, mentre i criminali si ingigantivano per la sola prolungata impunità, di decenni e generazioni. Punto d’attrazione irresistibile per il reclutamento. L’esperienza è ormai lunga al Sud di questa giustizia a scoppio ritardato. Per ragioni peraltro che esulano dalla giustizia – che è prevenire, e punire i colpevoli: vendette politiche, vendette mafiose. 

Triste Natale a Sud

Questo Natale è “mediterraneo” perché gli autori dei racconti sono meridionali – non isolani. Tre anni fa era “Natale sotto la Mole”, dunque piemontese. Per il “Natale mediterraneo” l’editore della peraltro piacevolissima collana “Nativitas”, 69 ottimi titoli, propone “uno spaesamento da superare”. Speriamo di no, verrebbe da dire. “È come se un senso di diversa religiosità perséguiti gli autori, li accomuni in una matrice laica e sacrale, comica e sviante”. Non sarebbe meglio?.
Purtroppo il suo auspicio parte già realizzato, in una serie di noterelle sociologizzanti. Di solitudini tristi, in genere di vecchie donne: Natale, la festa delle nascite, cioè della speranza, è trasformata in episodio notturno, di malattia, di dolore. All’inizio si può rileggere Abate, il suo Natale della “Festa del ritorno”. Alla fine una rapsodia delle glorie della Lucania, in forma di lettera di Raffaele Nigro al Salvatore, che ha abbandonato la Terra per il mondo globalizzato.
Aa.Vv., Natale Mediterraneo. Scrittori del Sud raccontano, Interlinea, pp. 138 € 12

lunedì 17 dicembre 2012

Magia a Piazza Vittorio, col “Flauto”

Un teatro musicale quale raramente è dato gustare. Pieno di energia, inventiva e musica eccellente, seppure quella tradita di Mozart. Di una regia suggestiva sopraffina, tanto è invisibile. Potendo fare leva sui talenti degli interpreti, musici tutti eccellenti, voci e strumenti, e dotati di grande scena.
Tamino e Pamina svolgono la loro storia alla luce dell’inverosimiglianza. Com’è giusto, dopo due secoli e, quasi, mezzo. In una lettura che può reggere oggi come opera buffa – una storia vissuta dopo essere stata trasmessa in forma orale, per sentito dire. Dopodiché il complesso multicolore di Piazza Vittorio, strumentisti e cantanti, ha buon gioco a proporre la sua decostruzione, naturalmente divertita e non risentita. Col minuetto al ritmo di calipso e altre stravaganze. Tutte musicalmente inappuntabili, una volta sancito il diritto-dovere di “tradire Mozart”, nei tempi, nei suoni, nelle pause (attese). L’idea originaria è del resto di Daniele Abbado, un musicista, l’adattamento di due musicisti, Mario Tronco e Leandro Piccioni. E col gioco degli opposti, la Pamina falsa vergine, che canta in inglese da swinger senza pensieri, il Tamino un po’ coglione, e una Regina infine sublime, nel suo tedesco accentuato, una “soprano di petto” e quasi urlatrice – Petra Magoni, che si può ben dire “unica” (canta di suo, fuori scena, anche i madrigali). Mentre Papageno è per una volta, come dovrebbe, un buffone buono. In un non luogo altrettanto immaginario dell’Egitto di Mozart. Partendo da un’ouverture decifrata lieve dalle percussioni e finendo “rovesciata”, con la stessa ouverture suonata “come si deve”, naturalmente da troppo bravi. Negli schemi procedendo anche molto con la scansione marionettistica.
C’è il gusto della commedia musicale e c’è quello della clowneria, che è facile sbocco alla multiculturalità. Ma c’è anche di più: una “severa” costruzione musicale, sul libretto di Schikaneder  e le melodie di Mozart. Meno implausibile dell’“orientalismo” esoterico del librettista-impresario. È un succedersi di chiavi a sorpresa. Tutte un attimo dopo perfettamente integrate nella storia essa stessa inverosimile dei due innamorati. Con una presenza scenica possessiva, sebbene senza fondali e anzi senza scena, su una modesta predella. Una perfomance non è un capolavoro catalogabile (tanto più che la compagnia non può permettersi un dvd) ma chi c’è se la ricorderà.
Orchestra di Piazza Vittorio, Il flauto magico secondo l’orchestra di Piazza Vittorio, Elliot, cd + libro. € 20

Letture - 121

letterautore

Best-seller – Cristina Parodi, Fabio Volo e Luciana Litizzetto vengono (vendono) nelle classifiche annuali, degli ultimi due anni, più di Camilleri. Nella sezione narrativa.

Litizzetto ci è montata sopra questo week-end, col solito libro sbracato, “Madama Sbatterflay”, dopo aver detto una settimana prima da Fazio che “Berlusconi ha rotto il cazzo”. Per un gesto politico dunque, di militanza”. E questo getta luce anche sulla militanza. Tanto più in quanto l’editore fortunato di Litizzetto è Berlusconi.

Citazione – “Può darsi che in quest’alba”, dice re Lear dopo essersi scorticato, “io abbia avuto il mio giorno”. Il tirannico padre si consola a vanvera. La sua follia è ignorare la parte migliore di se stesso, come della sua prole, per “l’ottusità”, certo, “della natura, che spesso lascia inespressa la storia che vuole raccontare”, o per il senso comune che i sensi isolati contraddicono.
“Preziosa la quadratura del senso” dice Shakespeare: il Seicento è tutto nella scolastica. L’immaginazione, l’eccesso e la follia pretendendo di ricondurre al realismo tomistico – squadrare il tondo.
Ma la citazione non c’è in Shakespeare: Lear non ha mai avuto questo immaginoso pensiero. Non nell’in folio del 1623, l’edizione ripulita di due o tre anni dopo la prima versione, abbreviata di trecento righe e arricchita di un centinaio, più rapida, d’azione. Né in quello lungo e poetizzante della prima edizione, l’in quarto del 1608. Misteri della filologia, tanto più che la sequenza è shakespeariana, senza saperlo lo si direbbe, è perfino un bel verso. È l’ambiguità della citazione: chi è che cosa?

Dino Campana – È “il povero Piero” campaniliano. Il cadavere del “povero poeta” non si può nascondere come quello di Piero, e tutti sono abilitati ad appropriarsene e a sparlarne.
“Mazziato” in vita, per le privazioni che lo hanno sfiancato, e da tempo, dopo morto, tra appropriazioni e false dicerie.   
Mirna Gentilini, che presiede il Centro Studi Campaniani, ottiene da “Sette” poche righe, perdute tra le lettere al direttore, per difendere Campana dalle frasi fatte dello stesso settimanale. Tutte  cose non marginali. La foto di Campana a scuola è invece di un altro ginnasiale. Campana non pubblicò i “Canti Orfici” a sue spese ma col contributo dei compaesani, 44, per due lire e mezza ciascuno. Campana non era malato di sifilide. Non fu sottoposto a elettroshock - la terapia non era ancora in uso. La storia d’amore su cui Sibilla Aleramo ha vissuto è durata tre giorni, per l’annusamento, e poi un mese, fra il 3 agosto e il 16 settembre del 1916, anno di guerra.

Femminismo - La donna è al centro della letteratura “occidentale”. Dall’“Iliade” e l’“Odissea” al “traditore” Aragon, quello degli “Occhi di Elsa” e di “Le con d’Irène” – che ora si scopre doppiamente traditore: era omosessuale incallito. La tragedia greca è di donne, e quella di Seneca: Medea, Fedra, Antigone, Andromaca. Il “Teatro Italiano” nel Cinque-Seicento venne alla moda in Francia e in Inghilterra perché portava in scena drammi femminili, e perfino delle attrici e ballerine vere, non maschi travestiti da donna – modelli poi di Racine, Molière, Shakespeare, etc.
Ma anche in molte letterature extra-europee, e perfino pre-europee, eroine e divinità sono femminili. Compresa la letteratura islamica. È l’ottocento che toglie i diritti alle donne. Cioè non dà alla donne i diritti che dà agli uomini. A partire dall’Ottantanove, che pure fu in larga misura opera di donne – poi cancellate, a parte la castratrice Corday.

Luoghi comuni – Quelli nazionali (“i tedeschi sono…”, “gli italiani ….”) sono protezioni offensive. Tutto il male è olandese in inglese, e inglese nella lingua olandese. Condensano le posizioni di potere relativo, e le illusioni. Il nazionalismo è un fato linguistico, intellettuale.

Sherlock Holmes – È un anticipatore del “pensiero laterale”, nelle sue stesse innumerevoli spiegazioni del proprio metodo. Ne è anche la migliore esemplificazione, ma non se ne parla, nemmeno i teorici del pensiero laterale se ne fanno vanto, o divergente. Il “metodo” di Sherlock Holmes è tutto qui, si dice, nel non avere metodo. Che è il principio del pensiero divergente:  per risolvere il problema bisogna lasciarsi aperte soluzione divergenti. Cercare in ogni dove e anche nell’inverosimile, e non chiudersi nella traccia di una presunta logica dei fatti.
È il principio che usano le polizie italiane, che, peggio di Scotland Yard, raramente e sempre tardi individuano il colpevole: “Lavoriamo in tutte le direzioni”. Dunque, il fascino di Sherlock Holmes, poiché è personaggio di fascino, è un altro: è la pazzia. L’irresponsabilità. L’oltraggio – alle gerarchie, alla morale. Alla buona educazione.

Pseudonimo - Kierkegaard, che le prefazioni preferiva ai libri, spiegazioni di libri, con gli pseudonimi si nascondeva a se stesso, Victor Eremita, Nicolaus Notabene, Constantin Constantius, Hilarius il Rilegatore, Johannes Climacus, Johannes de Silentio, Virgilius Haufniensi, mentre il suo segretario, di nome Israel Salomon Levin, era invece vero. Ma bisogna prendere il filosofo che si voleva poeta con le molle: camminava saltellando, non in senso fisico. Uno che si voleva credente, Spia dell’Idea, e dava di sé nomi falsi.
Gli pseudonimi erano di moda, se ne dilettavano pure i suoi recensori. Ma quelli di Kierkegaard sono diversi, diurni e notturni, e redassero in sette anni un libro ogni sette mesi, peraltro ben scritti. Erano anche autori a parte intera, nel solco di Socrate: ognuno straparla, parla fuori di sé – della propria esperienza e perfino della propria volontà. Erano personalità diverse? Di Kierkegaard non si può dire, se a lungo, quando scriveva di notte, s’interrogò: “Colpevole? Non colpevole?”, per assolversi. Che lasciò la fidanzata per restarle fedele, dilettandosi dell’eterno onanismo, ricordo, oblio. Un pazzo che in lunghe pagine fantastica di rivedere la fidanzata ripudiata, un anno dopo, triste, grigia e pazza.
 “Non sempre è giusto godere di una ragazza in fretta”, diceva: qualche volta cioè sì, da habitué dei casini. Di don Giovanni opinando che desiderasse perché era desiderato, il seduttore come uno che si lascia fare. Le sue strategie e tattiche risultava da una rete di desideri che non sapeva contrastare, di Cordelie, donne Elvire, donne Anna parricide, insomma ci sperava. E aggiungeva: “Come si cancella la realtà? Dandole espressione”. Un falso nome non protegge, ma consente di parlare di sé in terza persona, piacere grande. Con orge d’imposture nel nome della verità. E filosofie che somigliano al “bah!” di Hamann, di cui lo stesso scrisse a Jacobi: “Alcune questioni vanno accantonate senza argomenti – senza risposte, semplicemente con un bah!”.

Vino – L’omerico “mare colore del vino” è questione sempre aperta. Se è “methy”, questo non è il colore (viola) ma lo stato di ebbrezza. Se è “oinos” bisogna vedere: il vino era allora di uva, di palma e datteri, orzo (birra), loto, idromele.
Se è del vino, bisogna ancora vedere. Se è del colore del vino: fosco, cupo, detto del mare , (“pontos” in Omero). O se non è dell’aspetto del vino: spumeggiante.
“Oinos” (“oinops”) è detto da Omero anche dei buoi: “rossicci”, “fulvi”.

letterautore@antiit.eu

domenica 16 dicembre 2012

I ladri del gas

Un Eni di banditi dipinge “Report”, trasmissione di punta della Rai. La migliore azienda italiana, la più internazionale, quella capace di competere con i maggiori del petrolio e del gas. Anzi, nel gas leader, in Europa e nel mondo, Africa e Asia comprese. È la cultura della Rai, il Raiume, un gigantesco cerume che ingombra ogni poro della vita italiana, e c’è poco da fare: una disgrazia, come un alluvione interminabile. Ma “Report” si perde il meglio. Che i Mentasti importatori di gas, marito e moglie, sono amici della moglie di Berlusconi e non di Berlusconi. E che sono stati loro, quando l’affare Russia non si è concretizzato, a portare Dario Cresto-Dina alla moglie di Berlusconi e la moglie di Berlusconi a denunciare il marito su “Repubblica”, il giornale di cui Cresto-Dina è vice-direttore.
“Report” manca il “meglio” anche del business del gas, che aveva sotto mano: il mondo dei distributori. Nella distribuzione del gas gli aggi sono elevati, e forse per questo l’improntitudine e la violenza dei mediatori, quelli che si arricchiscono senza lavorare, sono durissime. Specie contro chi non li fa “guadagnare”, sia esso l’Eni, Gazprom (dicono Putin perché è antipatico, ma è con Gazprom che ce l’hanno), o il politico che non fa le leggi apposite - abbiamo avuto anche questo, in omaggio al “mercato”:  l’obbligo di rifornirsi dai mediatori.

La carità della satira contro il Muro

Si sfoglia a fine anno il mini bestiario di Forattini, bruchi grandi e piccoli, vespe, conchiglie, e si ritrova la più nitida cronaca politica d’Italia. Anche le annate, a risfogliarle, sono ogni volta più precise e attendibili, dalla “Revoluscon” agli “Eurodeliri”. Dunque non è difficile l’analisi politica in Italia, seppure sotto la specie del disegnatore satirico. Con l’interrogativo, ogni volta: perché ogni anno Forattini deve farsi più reazionario. Lui che non lo è mai stato e non ha nulla del reazionario. Con l’ovvia risposta che l’Italia del dopo Muro è la vera isola del sovietismo. Almeno, là dove si può parlare: non si può mettere la censura, ma il muro si può ergere come diffidenza, nei giornali delle banche, alla Rai.
Giorgio Forattini, Fateci la carità, Mondadori, pp. 303, ril., € 18,90

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (155)

Giuseppe Leuzzi

Il mondo è sempre visto da Sud, nella proiezione Mercator. Col Nord incombente cioè.
Prima si guardava, pare, da Est a Ovest.

Taranto Alda Merini, che vi fu in manicomio, e vi divenne “la signora Pierri”, sposata a Michele Pierri, chirurgo e poeta, così la ricorda in una delle ultime pubblicazioni, “Antenate bestie da manicomio” (p. 59): “La città dell’eleganza, del buongusto, dei profumi”.

Battiato è assessore a tempo perso alla Regione Sicilia. Avviando il suo tour invernale dice franco che alla sua Regione “un signore ha rubato 19 milioni di euro dai biglietti dei musei portandoseli a casa”. Che non è possibile, i musei siciliani non fatturano, purtroppo, 19 milioni in un anno. In Sicilia si può dire di tutto? O bisogna stare a Milano, come Battiato, per dirlo?

“Onorate società” di John Dickie è corredato da due serie di foto. Una storica, una contemporanea. La seconda si apre con l’omerica costa di Palmi vista dal Sant’Elia, con le tre croci in primo piano contro il demonio. La didascalia è violentissima: “Gesù Cristo e i ladroni guardano dall’alto uno dei centri nevralgici della ‘ndrangheta. Si vede sullo sfondo Palmi, una delle città dove la mafia calabrese è emersa per la prima volta negli anni Ottanta del’Ottocento. Oltre e sotto Palmi si stende la famigerata Piana di Gioia Tauro”.

La foto sotto ha questa didascalia: “Il santuario della Madonna di Polsi, sull’Aspromonte. Almeno a partire dal 1984, il raduno annuale della ‘ndrangheta coincide con la festa della Madonna della Montagna che si svolge in questo luogo”.
Che storia.

 Autobio
Noi, sia di Paracorio che di Pedavoli, le rivoluzioni le abbiamo soffocate nel sangue. Nel 1799 con il cardinale Ruffo di Scilla siamo andati fino a Napoli a suonargliele, in prima fila. Poi in massa con la guerriglia massista e gli inglesi le suonammo ai francesi di Napoleone. E nel 1947 – il ’48 fu anticipato dalla Calabria, anche se non si dice – “orribilmente” uccidendo, “urbani” e contadini uniti nella lotta, il liberale Gian Domenico Romeo, che era un quasi compaesano, di Santo Stefano in Aspromonte. Poi gli abbiamo dedicato una delle tre strade, con sua grande sorpresa s’immagina.

Siamo vicini, cioè ora mescolati, le due frazioni del paese che erano paesi distinti fino a pochi decenni fa. Ma siamo diversi, le differenze non si cancellano. Non più ricchi, ma non più violenti, sono a Pedavoli, dove si sanno amministrare, per il bene di tutti. Da noi la violenza s’incontra anche in famiglia, tra fratelli, tra padri e figli: l’esercizio della collera prevale sull’opportunità e la convenienza. E un quartiere abbiamo popolato da lazzari, fino a ieri, o zangrei – che è parola greca e significa delle caverne.

I maestri lettori
Mastro Nino, muratore, è ammirato perché in casa ci sono molti libri. “Mi piace leggere”, aggiunge. È emozionato. “Mi piace leggere la storia. Sì, d’inverno, quando non lavoriamo. Ma quando mi capita di stare a casa leggo volentieri, mi piace”.
Anche Leo legge, inesausto chiacchierone, che ora non lavora più e ogni tanto interrompe la giornata casalinga per farsi un giro e importunare qualcuno che lo stia ad ascoltare. Leo si può capire, è stato in carcere, lì la giornata è lunga. Come pure mastro Corrado, uomo di scarse confidenze, che alla fine l’ha confessato, ha confessato il vizio della letura: era un esperto mobiliere, un artista del legno. Ma legge anche Giamba, che è stato postino e poi, o forse anche prima, ciabattino. E leggeva mastro Espedito, mastro non si ricorda di qualcosa, se ha mai lavorato, che portava gli occhiali, che gi davano effettivamente l’aspetto spiritato di chi legge. Leggeva pure uno dei vecchi barbieri, che i libri li comprava. Uno di cui non c’è mai stata l’opportunità di servirsi, ma che una volta era in libreria a Messina a comprare i libri della Bur.

I Pazzi
Un angolo della favelha sotto casa è abitato da decenni da una famiglia prolifica detta i Pazzi. I Pazzi hanno una flottiglia di automobili, alcune nuove, altre seminuove, spesso diverse: attualmente hanno una Cherokee, una Mercedes 280, una Punto, una Micra, una Clio, una Panda primo modello, che usa chi segue le pecore, un vecchio camion con l’incastellatura per il trasporto animali, sempre fermo. Ma non sono zingari. Le loro case sono dette dei Manganeji, piccoli màngani, piccoli fabbri cioè - in toscano fabbricini. Il trattamento dei metalli è stato a lungo mestiere di zingari, i calderai. Ma i Pazzi non sono màngani, il pecoraio fa anzi un formaggio ottimo: abitano case che non erano le loro all’origine. Non si sa da dove vengono. Né hanno un’attività. A giorni alterni fanno pascolare una diecina di pecore attorno alle automobili, spostandole nella valletta da un lato all’altro della loro fila di case: un giorno brucano da un lato, un altro dal lato opposto. Sono quattro nuclei familiari, è la loro unica attività. Che si veda. O no: uno di loro, che ha un assassinio alle spalle, è guardia forestale, spesso ha in comodato il gippone aziendale.
Ogni tanto i Pazzi si sparano. Al quadrivio. Per non passare inosservati?
Un giorno la moglie giovane di uno dei Pazzi vuole prendere la pensione alla posta senza fare la fila. Un’anziana signora le chiede di fare la fila. La donna esce a parlottare col marito. Entrambi rientrano e il marito dice a voce alta:
- Chi ha detto a mia moglie di fare la fila?
- Io – dice l’anziana donna: - Sono vecchia e non posso stare in piedi. Non sapevo che fosse vostra moglie. Ma può fare la fila come la facciamo tutti.
Il Pazzo va allora allo sportello, portandosi per il polso la moglie ragazza:
- Scusate – dice a voce alta. L’utente che sta sbrigando la sua pratica alza la testa perplesso, ha gli occhiali da presbite e non mette a fuoco, ma istintivamente obbedisce all’ingiunzione e si mette da parte. Il Pazzo parlotta con l’impiegata e un momento dopo è uscito con la sua donna, con i soldi in mano. L’impiegata ha ridotto al minimo le formalità, uno sguardo di sfuggita alla tessera, più che altro per un riflesso condizionato, e le ha contato i soldi.
La fila dei servizi postali segue incuriosita, qualcuno se la ride. La fila dei servizi finanziari mostra vecchietti con lo sguardo sceso. L’anziana signora, quando arriva il suo turno, non si trattiene dal dire all’impiegata:
- Potevate fare rispettare la fila, non moriva nessuno.
L’impiegata taglia corto:
- Meglio così per tutti.
I Pazzi danno fastidio a tutti in paese: tagliano l’acqua alle coltivazioni, tagliano le piante, bruciano le automobili, liberano le pecore negli orti, guidandole anche per lunghi percorsi - rompono i cancelli, tagliano le reti di recinzione, per niente, le bestie sono grassissime, gonfiate a mangime, giusto perché bruchino le piante e gli ortaggi degli altri e ne appestino gli orti con gli escrementi. Qualcuno è stato condannato, si dice per droga, ma scontano la pena in casa, ogni tanto la notte una  jeep dei carabinieri passa, si sentono conversare amabilmente, talvolta bevono.
Qualcuno dice che sono confidenti dei carabinieri.
È così facile prendere una pensione da giovane?
Il giorno di Pasqua uno dei Pazzi si fa un garage. Sul terreno comunale. Mette su alcuni pali, e li ricopre con le plastiche nere dei sacchi della spazzatura. Il giorno di Ferragosto all’alba ricopre il garage con colpi rabbiosi di martello sulle lamiere.  I Pazzi lavorano tutti i giorni, solo per le feste comandate hanno tempo per queste occupazioni succedanee, come farsi un garage al centro del terreno comunale. In una lamiera riesce a tagliare, con martello e forbici, una finestra: un rettangolo di assi che apre e chiude, senza tagliarsi le mani, per dare luce al garage.
Per rimuovere lo stazzo e il garage, sindaco e vicesindaco s’inventano la creazione di un centro sportivo. Per il quale devono assestare la favelha con eleganti e costosi muraglioni, aree di parcheggio, pavimentazioni in cotto, luci notturne più forti che a San Siro. La macchina del vicesindaco viene bucherellata di pallottole, quando è parcheggiata di notte, è vero, il motorino bruciato. Il centro sportivo giace inutilizzato, nessuna famiglia ci manda i figli, i ragazzi se ne guardano.
Questo per un paio d’anni. Poi un altro accesso è stato aperto, dall’altra lato del campetto, e i ragazzi ci giocano fino a sera inoltrata. Anche i carabinieri hanno preso a passare, seppure in macchina. Basta poco.
Questo quando il racconto fu scritto, cinque anni fa. Ora i Pazzi si vedono poco e il parco automobili si è ridotto. Da quando due anni fa sono andati sotto tiro. Non più fra di loro ma a opera di qualcun altro. Ne ha fatto le spese un parente acquisito. Il ragazzo che ogni anno d’estate accoglieva l’apertura delle finestre controsole nel tardo pomeriggio suonando da lontano la tarantella. Esercitandosi sulla tarantella all’organetto. Di cui aveva acquisito una discreta padronanza. Aveva suonato alle gare in una delle serate della quindicina dell’Assunta. E anche in montagna, per una festa mariana che si vorrebbe impiantare lassù. È lui che è morto. Sparato da non si sa chi. Che forse voleva uccidere il cognato, uno dei Pazzi.

leuzzi@antiit.eu

Nel segno di Milano vinceranno

Tutti schierati con Monti, dunque, anche il cardinale Bagnasco. Col segretario mons. Crociata, nomen omen, e con tutti i vescovi. Un tempo il cardinale avrebbe allontanato gli altri. Oggi tutti sono supinamente al seguito, tra una genuflessione ad Assisi e un obolo al Bambino Gesù, all’ospedale, al presepe, a ogni cosa, non potendosi dire cattolici e anzi nemmeno cristiani, non credenti e anticlericali compresi. Sarà tornata l’epoca delle indulgenze?
È il dilagare, inatteso, del neoguelfismo. Non di un progetto politico, ma di uno schieramento di potere. Di cui Milano si fa avanguardia e truppa. Che non si chiamerà Democrazia Cristiana, c’è l’aggiornamento, ma una Cosa Europea, per esempio, perché no. L’Europa è una (giusta) scelta della chiesa, salda, dai tempi del papa  Woytiła. Ma, in questo caso, contro ogni giustizia sociale, su cui invece il vecchio papa non transigeva. Oppure sì, per la giustizia sociale ma giusto a parole – “sapete, i sacrifici sono necessari”.
Dopodiché tutto resta da fare: che l’uomo delle tasse vinca le elezioni è possibile solo per miracolo. Un’opposizione che si volesse tale, che avesse una sola idea, anche mezza, contro l’asfissia fiscale batterebbe il suo astensionismo e potrebbe vincere a man bassa. Un’opposizione non sconfitta dal suo stesso opportunismo compromissorio.