sabato 2 marzo 2013

Il femminicidio del femminismo

La pièce dell’antifemminismo prima del femminismo. Come se entrambe fossero storie vecchie, poiché qui sono del 1889, a Copenhagen. In forma di commedia, anche se feroce, molto. Paul Lafargue aveva da poco pubblicato a Parigi, cui Strindberg era molto attento, un saggio allarmistico sul matriarcato incombente (”Le Matriarcat”, in “La nouvelle Revue”, marzo-arile 1886, pp. 301-336, ripreso a fogliettone su “Le Socialiste”, in sei puntate tra settembre e ottobre). Il ritorno al matriarcato, affermava il genero di Marx ambivalente, avrebbe comportato una rivolta sociale radicale e la colletivizzazione, ossia “la società delle formiche”.
Creditori si è qui di affetto, e lo sono gli uomini, i maschi. Annientati dalla donna, dal genere femminile – Strindberg si sposò tre volte ma diffidava (qui scrive mentre divorzia dalla prima moglie, dopo dodici anni di matrimonio e quattro figli, Siri von Essen, che aveva divorziato dal barone Wrangel per sposarlo). Una “commedia” talmente attuale da gelare.
Anche oggi, il femminicidio è in realtà un uxoricidio - il marito oggi si chiama più spesso compagno o amico o fidanzato, ma è la stessa cosa. Sancisce con la violenza un’impossibilità per l’uomo, derivi essa dal tradimento sprezzante o dalla propria inettitudine. Alla fine è sempre una sconfitta, ma non sempre la partita è dichiarata. In “Creditori” si ride perché la partita è dichiarata. Da parte del “terzo”, che è l’ex marito abbandonato, artefice del raggiro. Come da parte di lei, storditamente, e da parte di lui: si va verso la rovina in allegria. Quasi una storia di corna, da commedia all’italiana.
In questa edizione, del 1978, Luciano Codignola spiega il nocciolo della questione come un innesto. Che, se va a male, perde innesto e fusto. Se non che a volte l’innesto si salva, mentre il fusto muore sempre. Da qui la figura del creditore: in amore la persona tradita e abbandonata – che nell’attualità è l’uomo – iscrive mentalmente un credito nei confronti dell’ex partner, “certo che prima o poi potrà esigere il saldo, per quanto crudele sia”.
August Strindberg, Creditori

Steinbrück ha paura dei clown

La Spd, il partito socialdemocratico tedesco, vince da qualche tempo, ma pena. Ha il presentimento e quasi la certezza che, pur vincendo le elezioni suppletive, in questo o quel Land, non vincerà quelle politiche del 22 settembre. E che, pur non vincendo neppure lei, Angela Merkel continuerà a governare, appoggiandosi ai Liberali, o ai Verdi. O a uno dei tanti “movimenti” di protesta che pullulano in Germania. I Piraten e la Linke sembrano esauriti. Ma i Freie Wähler, una sorta di 5 Stelle bavarese (la “libera scelta” è anti-euro) crescono rapidamente. Nelle elezioni italiane è come se il leader della Spd, Steinbrück, quello dei clown, avesse antevisto l’esito del voto tedesco.
La socialdemocrazia tedesca paga ancora la riforma radicale delle pensioni e del mercato del lavoro, la cosiddetta Hartz IV, voluta dieci anni fa dall’ultimo cancelliere del partito, Schröder. Che sapeva di giocarsi la rielezione. In conseguenza della Hartz IV l’economia tedesca ha tenuto testa alla crisi finanziaria, crescendo anche a ritmi sostenuti. Con essa sono cresciuti i salari, dopo un primo quinquennio di aggiustamento mediamente al ribasso. Ma il beneficio politico va al governo, cioè alla cancelliera Merkel.
Sulla Spd pesa invece sempre, nel quadro nazionale,  il risentimento dei pensionandi per l’improvviso innalzamento dell’accesso a 67 anni, e di chi ha sofferto la liberalizzazione del lavoro dieci anni fa. Il partito dei sindacati e delle riforme sociali si connota del resto solo per quella riforma, coma una sorta di formazione tecnica - Steinbrück, il candidato, è conferenziere a contratto di banche e finanziarie.

L’Eni al quarto posto tra i big del petrolio

Non è per oggi, ma oggi ci sono i presupposti: l’Eni ha riserve accertate di petrolio e gas, e capacità di produzione già contrattualizzata, per arrivare entro il decennio al quarto posto tra le compagnie petrolifere mondiali. Dietro Exxon-Mobil, Shell e Bp. A fine 2011 la compagnia italiana era al settimo posto, sorpassata da Chevron, Conoco-Phillips, Total. A fine 2102 ha superato Conoco-Phillips per produzione, e la Conoco e la Chevron per riserve accertate.
Negli ultimi otto anni Eni ha triplicato le riserve, a 10,7 miliardi di barili, di cui un terzo nel 2012. Negli ultimi quattro anni ha scoperto giacimenti di petrolio e gas per 6 miliardi di barili equivalenti di petrolio, il doppio della media delle altre grandi compagnie. La produzione passerà da 1,8 a 2 milioni di barili\giorno nel 2105, e a 3 tre milioni nel 2018 (da 90 milioni di tonnellate\anno a 100 e a 150). Nello stesso quinquennio raddoppierà la produzione di gas nei giacimenti africani e del Golfo Persico, de vendere in Estremo Oriente, Cina e Giappone, e in Italia – se saranno realizzati i rigassificatori previsti a Gioia Tauro e Porto Empedocle. 

venerdì 1 marzo 2013

Problemi di base - 135

spock

Prima Roma senza papa, ora la chiesa senza papa: non c’è più religione?

I nuovi santi non hanno il nimbo?

Perché papa Ratzinger ce l’ha, che non è santo, benché emerito?

Come si dirà “non sum dignus” in volgare, il papa non l’ha detto?

Ha resuscitato un partito morto, ha arricchito Santoro, ha battuto il Barcellona, un capolavoro, e ora vorrebbe restituirci le tasse: a quando ar gabbio?

O è l’epoca dei taumaturghi?

Grillo li trova o li inventa?

Perché Milano ci ha inflitto vent’anni di Di Pietro?

Che ha fatto Di Pietro? Che gli abbiamo fatto noi?

spock@antiit.eu

Il commissario Charitos non ci capisce

Il creatore del commissario Charitos si dice mediatore culturale tra Grecia e Germania e divide i pesi della crisi. Cioè li riversa periodicamente - il libro raccoglie i suoi commenti di giornale - sulla Grecia, pur commiserandola. Ma forse non ha capito, benché bilingue, di che si tratta.
Petros Markaris, Tempi bui, Bompiani, pp. 176 € 12

Ombre - 167

A Zeman esonerato
Quanti lutti
per tutti

Due cardinali, Nicora e Coccopalmerio, tre con quello di Milano Angelo Scola, e un banchiere, Gotti Tedeschi, tutti “ambrosiani”: Milano progetta di conquistarsi anche il papato. Nicora e Gotti Tedeschi in qualità di banchieri puliti, Coccopalmerio di “discepolo del cardinale Martini”.
L’ambizione non è un peccato Ma, dopo aver distrutto l’Italia, Milano vuole distruggere la chiesa?

E poi, Scola non è di Comunione e Liberazione? Sicuramente Nicora e Coccopalmerio lo impallinerebbero.

“Dopo una «cena Transatlantica» con i ministri degli Esteri europei, ha avuto una bilaterale con Terzi”. Lo annuncia “Repubblica” del segretario di Stato Usa John Kerry, a Roma in visita. Ma quanto mangia Kerry? E a cena, poi.

Vendite in calo, ricavi da pubblicità sprofondati, e utile di 22 milioni. Sembra un miracolo e lo è, anche se lo fa De Benedetti a L’Espresso-Repubblica. Dove annuncia, solo nel quotidiano, un’altra “cinquantina” di tagli. Cioè di prepensionamenti a carico dell’istituto di previdenza dei giornalisti. Senza che i giornalisti battano ciglio. È il capitalismo buono.

Comica in continuo all’As Roma. Dopo il mago Zeman lo sceicco senza soldi. E una cordata italo-americana di prestanomi. L’acquirente DiBenedetto non ci ha messo un dollaro, e ora rinuncia pure al viaggetto a Roma. Resta in pista il suo “avvocato”, James Pallotta.
Non si sparano, e va bene, ma che roba è? A capo di una società che sta in Borsa. Per non dire di Unicredit, padrona occulta del club. Senza che la Consob se ne dia pena, o il colonnello Auricchio di turno.

Allarme elezioni di Pignatone. Gli elettori romani si sono svegliati lunedì con un allarme brogli del Procuratore Capo di Roma. Prontamente raccolto da Fiorenza Sarzanini sul “Corriere della sera”: le polizie, allertate
, vigilavano su tutte le sezioni. Martedì, quando Zingaretti ha vinto, non se n’è saputo nulla. Falso allarme, falsa notizia?

Il Milan gioca meglio dell’Inter nel derby, molto meglio. Ma le pagelle premiano l’Inter, con un 7,5, un 7, un 6,5, cinque 6, e tre sole insufficienze, due 5,5 e un 5. Analoghe insufficienze anche per il Milan, ma poco più: cinque sei e tre 6,5. Giornalismo?

Non c’è una fuga quest’anno di autisti dei mezzi pubblici verso i seggi in qualità di scrutatori. Non più che alle elezioni passate. Ma quest’anno sono un caso: la Provincia di Roma lo denuncia, e quella di Torino. Entrambe di sinistra, mentre le città, Roma e Torino, sono di destra. È un’altra forma di resistenza? 

Contro Berlusconi il “Corriere della sera” trova un ministro straniero per dire che l’Imu non si può rimuovere. Un ministro svizzero. Che tra l’altro non lo dice. Dice solo che gli accordi con la Svizzera per tassare i conti anonimi sono difficili – la Svizzera non  li ama (gli accordi, non i conti).

Odifreddi intervista Pamuk su “Repubblica”, il matematico ateista e il letterato premio Nobel. Stessa loggia?

In nessuna Posta e in nessun sindacato ci sono state code, e nemmeno richieste di informazioni, sul rimborso dell’Imu. Ma tutti i giornali romani hanno cronache di un allarmismo diffuso dalle promesse di Berlusconi.
C’è una centrale? È possibile. Di sicuro è un riflesso condizionato.
Ma perché barare sempre? Per far vincere Berlusconi? È una maniera d’essere.

Il presidente della Regione Sicilia Crocetta, senza maggioranza in consiglio, ha “convinto” una ventina di grillini a votare per lui. Senza scandalo: è la nuova politica?
O è Crocetta che vota per i grillini?

giovedì 28 febbraio 2013

La costituzione materiale dell’euro

Titolo trilaterale – della democrazia per definizione ingovernabile, se non dalle oligarchie – per un saggio invece di forte scienza politica, sull’Europa come si è venuta costituendo con l’euro e dopo l’euro. Anche se in forma di svelto pamphlet.
Il punto di partenza è quello vetusto: “I parlamenti e i governi nazionali hanno progressivamente perduto gli strumenti del potere”, ostaggi di politiche decise altrove, dai paesi più forti con le loro distanti burocrazie”. Ma è importante che Romano non lo smentisca: l’Unione Europea è questo. A volte la saggezza acquisita è solo vera.
Poi, però, Romano s’impiglia nell’altro punto vetusto, l’emergere in Europa di autoritarismi e populismi. Mentre dei primi non c’è neppure l’ombra, e semmai l’Europa pecca di indecisionismo (immigrazione, costo del lavoro, specializzazione produttiva, assetti sociali). Mentre di populismo se n’è visto poco, in Italia anzi affatto, se non per il chiacchiericcio di una scienza politica indigente. Romano si ferma a contestare l’opinione che senza l’Europa sarebbe andata meglio. Ma chi lo dice (che si dicano queste cose al mercato non ha rilevanza)?
Il punto è un altro. Si muore democratici perché l’Europa ha compiuto un passo straordinario con l’euro, e non se ne è accorta. Alcuni, perlomeno, non se ne sono accorti, molti in Italia. Si può partire dalla “sovranità monetaria” che Grillo rivendica in chiave anti-euro. L’Europa ha creato l’euro, un passo gigantesco, senza darsene la “sovranità monetaria”. Ci sarebbe voluto forse uno Stato europeo per ciò, la Banca centrale non basta, ma bisognava pensarci. Ci si era pensato, ma la Costituzione è stata prima annacquata e poi bocciata con referendum. Mentre l’euro, che è una costituzione materiale solida, e anche ferrea, è stato adottato come se fosse una soluzione tecnica, un bicchiere d’acqua fresca, tonica.
L’Europa vetusta, della Commissione e dei vertici, poteva andare bene per la vecchia Unione. Per la politica agricola, i fondi per lo sviluppo, la vigilanza anti-monopolio (qui già con difficoltà). Con l’euro è un’altra Europa. Una moneta implica una politica monetaria. La quale modernamente si attua con le politiche di bilancio – un tempo con le riserve e il conio dell’oro o l’argento. Che sono da molti anni ormai il cuore dello Stato, più che la sicurezza, certamente più che la politica estera. Le politiche di bilancio dovrebbero essere in Europa concordate, ma non lo sono – se non per i criteri aritmetici di Maastricht.
Un secondo punto decisivo, cui Romano accenna, ma poi non sviluppa, è che in assenza di regole i rapporti intraeuropei, dopo l’euro, sono tornati ai vecchi criteri diplomatici dei diversi pesi nella bilancia dei poteri e del vantaggio comparato. Con un solo protagonista, la Germania, forte dei suoi numerosi satelliti: Svezia, Finlandia, Polonia, Olanda, Belgio, Austria. Che gestiscono l’Unione come la Germania dice. In assenza non solo di una sovranità monetaria comune, ma con un’applicazione arbitraria degli stessi parametri aritmetici di Maastricht – fu allentata per Germania e Francia in epoca di crescita dell’economia, è severissima per l’Italia in grave crisi economica (ognuno sa che avrebbe dovuto essere il contrario).
Sergio Romano, Morire di democrazia, Longanesi, pp. 109 € 12,90

Il paradosso del clown

Epimenide cretese divenne famoso per sostenere che tutti i cretesi sono bugiardi. È il paradosso del mentitore, o di Epimenide. Ora il populista Steinbrück sostiene in Germania che i populisti Grillo e Berlusconi sono pagliacci. Ci sarà un paradosso del pagliaccio? O di Steinbrück?
Venticinque milioni di italiani che votano per due pagliacci susciterebbero di norma molti interrogativi. Non in Germania. Non nell’Europa tedesca, di Bruxelles e dintorni. Superiore, insofferente.
Schulz, Steinbrück, ma la Germania dove li trova? Anche somaticamente, sembrano una caricatura, del cattivo tedesco. Lo sguardo liquido di birra.

Il siluro di Schaüble a Napolitano

Più che il gaffeur Steinbrück, che se non altro dice un fatto, ha colpito Napolitano in Germania l’intervento di Schaüble. L’uomo forte della Baviera, la Lombardia della Germania, ministro dell’Economia della Gerrmania, quindi tenuto al riserbo, ha invece voluto ammonire pubblicamente, da un’agenzia economica, della City londinese, la tana della speculazione, sul rischio contagio dell’Italia. Come a dire: abbandonate l’euro. Come se l’Italia fosse infetta e non, invece, con i conti in ordine, e con la volontà di mantenerli in ordine, di tutte le parti politiche.
Un attacco mirato, non una gaffe. Con l’intento quindi di procurare il danno che dice di temere – non si può dire che la Germania si nasconda.
Uno dei primi effetti è stato d’insolentire il presidente della Repubblica in visita di cortesia in Germania. Di diminuirne il ruolo (la capacità di manovra) nella sua funzione di arbitro dell’esecutivo, accrescendone le difficoltà.

Un traghettatore, un altro

La proposta di D’Alema, di una legislatura costituente, è forse abortita, come tutto ciò che è prematuro - lex leader del Pd lavrebbe anticipata per ridare liniziativa nel partito. Ma la ricerca è attivissima di un traghettatore. Un altro Amato o Monti per un anno-due. Con un programma ridotto, alle riforme politiche e istituzionali, ma con l’autorità di vigilare sull’economia, e magari di rimediare agli errori di Monti.
La ricerca è complicata dal fatto che tra un mese e mezzo si elegge il presidente della Repubblica, e i possibili traghettatori potrebbero volersi invece al Quirinale. È il caso di Prodi.
Il candidato ideale è Draghi, che però è inamovibile. Il presidente della Banca centrale europea è piuttosto un identikit su cui Napolitano si muove.

Fuori Bersani

Non è stato il solo errore di queste elezioni, ma potrebbe essere stato l’ultimo. Bersani che si chiude  l’opzione grande coalizione col Pdl, per legarsi a Grillo, e riceverne una brutta sberla, avrebbe confermato a sazietà i suoi limiti di leader politico. Dopo la sconfitta alle elezioni, si dice, è alla mercé del partito della crisi, i giornali e i giudici in testa.
All’interno del Pd c’è timore ma anche molta rabbia, contro Bersani. In troppi, a mano a mano che passano le ore, pensano di accantonarlo, se non come capo del partito, essendosi lui blindato con le primarie, come capo del governo.
L’attesa, quasi una certezza, è che ci provvederà Napolitano. Che conosce il partito e le ragioni della politica. Il presidente della Repubblica torna ammaccato dalla visita in Germania, ma nel Pd è forte la fiducia in lui. La scelta dell’“uomo giusto” per il governo è attesa anche per i ricaschi positivi che non potrà non avere sul peso politico del partito, anche se quello parlamentare resta condizionato.

mercoledì 27 febbraio 2013

Se l’estrema destra incontra la sinistra

I suoi milioni di elettori sono contestatori. I suoi eletti sono smanettatori, qualcuno piccolo imprenditore o manager informatico. Grillo è di destra, anche estrema – pura e dura. Su tutte le cose che si sanno: euro e Europa (“sovranità monetaria), banche, ambiente, gli Usa, Israele, l’Iran. Sugli immigrati non si è pronunciato, ma in Sicilia sanno che è contro.
È probabile che Grillo radichi in Italia le politiche di estrema destra, o destra pulita, finora senza cittadinanza. In regime democratico, di libertà di voto e di espressione. Come ha fatto in Francia Le Pen – anche se in Italia senza proclamarlo. Ma si muove già su una traccia conosciuta, di una certa sinistra che incontra una certa destra. Quella di origine e natura sovietica, anticapitalistica, antioccidentale, con la destra radicale, “incorrotta”. 
La sinistra che incontra la destra, tema di molte considerazioni in questo blog, sotto l’etichetta “Il mondo com’è”, è stato fino all’ultimo, negli anni del terrorismo, il tormentone di Julius Evola: “Il fascismo non è di destra”. Oltre che in Germania nei primi anni 1930, si incontravano da giovani anche Berlinguer e Pino Rauti.

Merkel o del cinismo

Angela Merkel, o l’Est al potere a Berlino. La politica come sistema di potere, senza alcuna tradizione né riferimento ideale o sociale, sul modello della Germania comunista, della “cancelliera senza partito”. Spietata con chi non è utile, o è debole. Con folle di sottoccupati al limite della sussistenza, per alimentare una falsa crescita. Peggio: si riproduce, nel doppio cancellierato di Angela Merkel, il “tramonto della libertà” cui la Germania nel Novecento ci ha esercitati, col nazismo e col comunismo. Sulla forza del populismo sciovinista, invece che delle polizie, ma con esito altrettanto nefasto. Una tesi doppiamente ardita, ma alla fine del lungo saggio anche documentata.
Uno sguardo sulla Germania, di cui Angela Merkel è senz’altro il politico migliore, non avrebbe però guastato. Tanto più se essa deve fare a meno del suo partito, la Cdu. Questa Germania è, al meglio, Angela Merkel; nel suo partito, nella Csu bavarese, tra i socialdemocratici, i liberali, la Linke, c’è solo di peggio.
Uno sguardo sull’Europa, di cui la cancelliera è padrona, potrebbe anch’esso sollevare dubbi sulla tesi di Gertrud Höhler. È l’Italia che ha più di tutto contribuito da ultimo al potere di Angela Merkel nell’ultimo anno e mezzo. Come la Francia, prima dell’Italia. Ma non a un secondo pensiero: ciò è avvenuto solo perché la categoria della servitù volontaria esiste, impersonata da Monti, da Sarkozy, willing executioners - anche se di politiche meno cruente di quelle della categoria. Il rigorismo fiscale, imposto dalla cancelliera in tempo di crisi, è stato un pretesto, chiaro a tutti.
Un libro tuttavia importante, che a torto si sottovaluta. Höhler, saggista politica, fu a lungo collaboratrice di Helmut Kohl, e quindi è prevenuta contro la “ragazza dell’Est”, che a suo tempo liquidò cinica il suo mallevadore politico. Ma mette in quadro, e spiega con notevoli argomenti e dati, almeno un contesto, la perversa deriva della Germania nella crisi: lo sfruttamento dei partner europei, dei più deboli finanziariamente (Italia inclusa) o politicamente (Francia), a meno di non essere infeudati (Polonia, Olanda, Austria).
Gertrud Höhler, Sistema Merkel, Castelvecchi, pp. 288 € 18,50

Condannare o no Berlusconi? Dubbio morettiano

Remissione dei processi antileghisti e condanne per Berlusconi. È la linea di maggioranza del partito dei giudici di Milano, ma con un sottile slittamento morettiano (“mi si nota di più se…”) – il partito non è uscito bene dalle elezioni, e anzi è un po’ tramortito.
Già cupo di suo, il partito dei (delle) giudici milanesi ha avuto una reazione nervosa: dentro e fuori il sindacato, i conciliaboli sono fitti e agitati. Da Roma è venuto un suggerimento. In forma di rappresentazione ipotetica: condannare Berlusconi in tutt’e tre i processi che vengono a sentenza a marzo lo rafforzerebbe, non condannarlo pure. Roma non lo dice, ma il consiglio è di condannare e assolvere.
Gli avvocati scommettono che Berlusconi sarà assolto per i diritti tv e l’intercettazione Fassino-Consorte. Condannato invece per lo sfruttamento di Ruby. Un po’ all’inverso del sentimento dei giudici. Le giudici di Ruby infatti volentieri si sbarazzerebbero dell’onere, ma la pm Boccassini è temuta. Mentre la giudice Guadagnino, donna forte del Tribunale, di nuovo all’opera sull’intercettazione Fassino-Consorte, lo vuole assolutamente condannato - tanto sarà poi assolto in Cassazione, argomenta. L’opposto vale per i giudici dei diritti tv, che vorrebbero anch’essi condannare Berlusconi, ma temono di rischiare troppo: la sentenza sarebbe definitiva.

Il mondo com'è (128)

astolfo

Austerità – È l’ultima invenzione del senatore Fanfani, nel 1974, e la più duratura, anche dopo la scomparsa della Dc. È il fondamento dell’ideologia della Rai, e il più formidabile strumento di controllo politico. Dai primi governi della crisi, o del compromesso storico di Andreotti, quarant’anni fa, a Monti col tripartito.
L’austerità è geniale a molteplici fini. È marxiana, quindi incanta gli orfani del Pci - Marx credeva, come Caligola, che la rovina dell’economia non è la carestia ma l’abbondanza. E incolla gli italiani alla Rai, in un perverso percorso circolare, all’insegna della depressione. La Rai è lacrimosa non a caso: la tela che continua a tessere del pauperismo, del mondo tutto e dell’Italia, è di fatto la tela del potere inoppugnabile, ogni (ex) comunista non può che dirsi per questo buon cattolico, e ogni velleità è così troncata.
Non era però una novità integrale di Fanfani. Il senatore sapeva già cosa sarebbe successo, perché si era visto in Inghilterra dopo la guerra, che a lungo aveva subito l’austerità: steak-house senza bistecche, pub senza birra, strade sporche, case scrostate, cenci ricoperti da soprabiti consunti, uno stato depressivo generalizzato, che si faceva ben governare. Mentre gli “altri” si potevano agevolmente acculare all’arricchimento e allo sfruttamento: i fautori della modernità e della libertà diventano licenziosi, nonché patacconi dell’auto nuova e lo stereo double bass. L’austerità si può vedere in forma di tosatrice: un taglierino che sotto le specie della paura operoso evira l’innovazione, il cambiamento.

Fanfani – È il grande rimosso della storia della Repubblica. Perché è quello che ha fatto di più – praticamente tutte le cose su cui la Repubblica ancora si regge. Fanfani è all’origine di tutto ciò che si è fatto nell’Italia repubblicana: la riforma agraria, il piano casa, la liberazione delle campagne dalla mezzadria e i piani verdi, che finanziano l’agricoltura con risultati ottimi, i rimboschimenti, le autostrade, la Rai, gli Enti, l’edilizia popolare, la scuola media unificata, superba istituzione, coi libri gratis, il doposcuola e gli edifici scolastici, di cui metà degli ottomila Comuni d’Italia non disponeva, si andava a scuola dove capitava, il centrosinistra, il centrodestra, il quoziente minimo d’intelligenza per i diplomatici, che ne erano privi, la moratoria nucleare, la nazionalizzazione dell’elettricità, seppure a caro prezzo, le regioni, idem, la direttissima Roma-Firenze, col treno veloce, il referendum popolare, gli opposti estremismi, e i dossier, di cui montò il primo, lo scandalo Montesi, contro il venerabile Piccioni. Infine l’austerità, che dal 1974 ci governa, prontamente adottata da Berlinguer, e dal papa Polo VI alla finestra - “Affrontiamo l’austerità con animo sereno”.

Indennità – Sa di risarcimento, a tutela di un sinistro o di una privazione (calamità, alluvione, terremoto). È invece la retribuzione dei parlamentari: si ritengono da risarcire, mentre sono loro  a occupare  una funzione pubblica. È termine costituzionale, e come tale denuncia una delle tante pecche della Costituzione (art. 69), abborracciata, che invece si vuole sublimare.
L’indennità parlamentare si vuole agganciata alla retribuzione di un presidente di sezione della Corte di Cassazione. Incentivo ad accrescere la retribuzione dei giudici, quindi. Perché non agganciarla al reddito medio degli italiani, incentivo a miglioralo in qualche modo?
Intrallazzo Non c’era fino a vent’anni fa, dice Berto nel 1971 (“Modesta proposta per prevenire”, p. 103), come a dire che viene con la Repubblica. Ed è vero. Il Battaglia lo deriva dal siciliano, nel senso di “viluppo”, da un originale catalano entralasar, “penetrato in Sicilia nel 1400 e diffusosi in area italiana durate la seconda guerra mondiale e l’occupazione alleata”. Sull’autorità del Migliorini, “Lessico universale italiano”: la voce “esisteva in qualche modo nel dialetto siciliano e dal 1943 in poi è entrata nell’uso generale in Sicilia. Sul continente si adopera soprattutto in riferimento alle condizioni  siciliane. Significa «scambio, affare combinato il quale permette ad ambedue le parti di arrangiarsi», ecc.; insomma, un contrabbando considerato con occhio piuttosto tollerante”.
Una definizione “piuttosto tollerante” – ma la linguistica non è recisa come ambisce.
Molto si dice spagnolo che è invece catalano.

Laicismo – Viene da un’epoca in cui la filosofia la pensavano i ciabattini, i sarti, i mugnai, i muratori celti delle brughiere scozzesi, e i fabbri. Felice epoca democratica, il Cinque-Seicento, il mattino dei maghi. In cui la massoneria veniva fondata da un cattolico: l’architetto di Giacomo VI Stuart, infatti, William Shaw, cattolico in paese calvinista, si protesse dietro gli statuti dell’arte dei muratori. Perché il laicismo è solo cristiano. Era un’idea latina, il vangelo l’ha fatta propria, e così la chiesa, alla congiunzione tra Roma e il cristianesimo. Talvolta l’ha repressa, talaltra l’ha difesa.
Non si saprebbe in materia andare oltre Croce, quando da patriota scriveva: “Io me la prendo con la Massoneria non già, come si fa d’ordinario, perché la giudichi perniciosa accolta d’intriganti e affaristi, ma appunto perché quell’istituto, originato sul cadere del Seicento, al primo fissarsi dell’indirizzo intellettualistico, plasmato nel Settecento, messo ora al servizio della democrazia radicale, popolato dalla piccola borghesia, rischiarato dalla cultura dei maestri elementari, rafforzato dal semplicismo razionalistico del giudaismo, è il più gran serbatoio della «mentalità settecen-tesca», uno dei maggiori impedimenti che i paesi latini incontrino ad innalzarsi a una vera comprensione filosofica e storica della realtà”. Della complessità.

Repubblica – Ha una periodizzazione storica distinta in senso geografico, molto netta. Un primo periodo nordista, Einaudi, De Gasperi, Pella, una dozzina d’anni. Un secondo centroitaliano,  Fanfani, Gronchi, Zoli, più breve, una decina d’anni. Un lungo periodo meridionale, Leone, Moro, Andreotti, Colombo, Gava, De Mita. E dal 1983, da trent’anni quindi, uno milanese: Craxi e poi Berlusconi, la Lega, e ora Monti col partito neo guelfo. Le caratterizzazioni sono anche ben distinte: una prima fase di crescita accelerata, composta, indirizzata e governata bene più che male. E un’ultima lunga fase di pre-agonia, ogni giorno peggiore del precedente. Nel mezzo il governo dell’esistente: col sego più quella toscana, col segno meno quella meridionale.

Scuola – È il motore più “efficiente” (distruttivo) della dissoluzione di sé dell’Italia – l’Europa, l’Occidente. Una pedagogia ribaltata: ruoli rovesciati. Un apprendimento ribaltato: l’ignoranza s’impone. La compassione invece dello stimolo. Una socialità imposta, formale (di facciata): la Costituzione, la Memoria, la Liberazione, la Donna. Una professione  retributivamente  e socialmente dequalificata. La perdita di ogni autonomia, di giudizio, d’insegnamento. La misantropia crescente, con l’incapacità di rapportarsi alle famiglie. Mentre non c’è, non c’è più, una palestra e una dialettica formativa. Se non negative, della disintegrazione. Dell’istituzione e quindi delle persone, un circolo chiuso.

astolfo@antiit.eu

martedì 26 febbraio 2013

I due comici, i soli seri

Hanno vinto la Tv e internet, e hanno vinto due comici – Berlusconi ha fatto quanto poteva, senza il marchio e il fisico del ruolo. Ma anche i due candidati che hanno fatto campagna sui temi politici urgenti, le generazioni giovani senza prospettive, fino ai quarantenni inclusi, un terzo dell’elettorato, e le tasse.
Il voto, scandaloso per i più, ha una logica semplice. Il populismo, che una scienza politica conformista evoca, non è una categoria applicabile all’Italia. Semmai, scandaloso è che Bersani e Monti si siano adeguati tardi e di malavoglia alla campagna elettorale sulle cose.
Non si può rimproverare il voto, bisogna prenderne atto. Vent’anni fa scandalizzavano i bossiani, meno numerosi, 8-9 per cento nel 1992, ma incolti. Che hanno impedito, con l’infelice presidente Scalfaro, le riforme che avrebbero fatto l’Italia prospera, ma hanno rifatto la storia e la geografia politica dell’Italia. O gli ex missini, che nel 1996 sfiorarono il 16 per cento. Con Grillo non è detto che il copione si ripeta, ma non è nemmeno vero che non ci sono cose da fare: facilitare l’accesso al lavoro, e allentare la morsa dell’Imu che incombe fra tre mesi, oltre a eleggere il presidente della Repubblica, escogitare una legge elettorale migliore, e ridurre i parlamentari e i compensi politici. La rispettabilità internazionale verrà se l’Italia riprende a lavorare, non se paga tributi.  

Milano 1 li liquida tutti

Il discorso non può essere serio, perché è del tipo prima l’uovo o la gallina. Non si sa cioè di chi è la colpa. Ma è un fatto che i candidati che Milano 1 patrocina finiscono male. In questa elezione ha puntato su Monti, in passato su Bossi, Craxi e Spadolini.
Milano 1 è la circoscrizione più ricca e influente del paese: centomila elettori di prim’ordine,  banchieri, giornali, giornalisti, trendsetter, specialisti del gusto e del mercato. Se si esclude la iettatura, resta da stabilire se gli eletti di Milano 1 sono inconsistenti. Oppure se Milano 1, come pretende, è la coscienza buona della nazione, e il resto è da buttare. 

Senza l’Italia non c’è Europa

La posizione dell’Italia è molto chiara: è un paese fondamentale per l’euro e per l’Europa. Per questo non ha nulla da chiedere alla Germania ma solo far rispettare la collegialità, le regole del gioco. È su questo quadro che i rapporti tra i due paesi vanno intesi, ma purtroppo la diplomazia italiana s’è persa.
Napolitano, che non ha spostato due mesi fa, quando ha dovuto chiamare i comizi elettorali, la visita in calendario in Germania, ne è un segno: è l’ultimo paese che avrebbe dovuto visitare, dopo un voto che si sapeva controverso, per riaffermare che l’Italia è in Europa. Napolitano, specialista di politica internazionale, non sa che la Germania non ha mai rispettato un trattato? Che non sa avere alleati – non è gli Usa, o l’Inghilterra, è un altro mondo - ma solo subalterni? Che la cancelliera Merkel è famosa in patria per il cinismo?
La Germania è quella che, per diciotto lunghissimi mesi, ha fatto campagna, profferito minacce e disposto misure contro la Bce e contro il debito italiano. Un anno e mezzo in cui la Volkswagen ha denigrato la Fiat quasi giornalmente - col sostegno dei migliori giornalisti italiani, è vero, ma è gratuito? Senza darsi pensiero, la Vw, che il fallimento della Fiat sarebbe il fallimento dell’Italia, e quindi del suo secondo o terzo mercato europeo. O, la cancelliera, che la Germania fallisce con l’Italia. La Germania lavora così. 

Il partito che ci fa perdere

Il Letta nipote che alle cinque chiedeva nuove elezioni, che annienterebbero il suo partito, dice tutto sul Pd, la cosa che non è quello che avrebbe dovuto essere. Il partito che gli italiani vorrebbero votare ma non possono. E a questo punto è il vero problema dell’Italia, non il populismo di cui fa usbergo: è la terza o quarta volta che il Pd manca l’occasione.
Questo è inequivocabile. Il secondo punto è che si sa perché il Pd non sa e non capisce, ma niente lo smuove. Candida figli di qualcuno, soprattutto le figlie, scialbe, e piccoli burocrati – quattro ore di Gotor da Vespa, un professore di storia, avrebbero azzerato il Pd se si fosse votato subito dopo. Si fa condurre da giornalisti cinici e giudici fraudolenti. Al punto da restare vittima, per la terza o la quarta volta, della sua propaganda: ogni figlio e ogni travet, sazio di essere migliore di Berlusconi, più democratico, più onesto, più di tutto, si guarda allo specchio. E non capisce nemmeno che i problemi sono il lavoro e le tasse – un partito di sinistra.
Il terzo punto è il conformismo, ora europeista, residuo del sovietismo. Napolitano che il giorno dopo le elezioni va dalla Merkel completa il quadro. Di un partito che resta sovietico anche nella desovietizzazione: superficiale e nocivo. Napolitano ha mai letto uno dei tanti interventi dei consiglieri economici di Angela Merkel? Sono online. O li leggerà fra dieci o venti anni – le novità “sovietiche” vogliono essere stagionate?

La fine di Fini

Non c’è solo Fini che non rientra alla Camera. C’è il risultato minimo dei Fratelli d’Italia. E il fallimento di Storace. Il risultato a sorpresa di Berlusconi è tanto più importante in quanto ottenuto con lo squagliamento dell’alleato ex missino.
Il partito di Fini era arrivato al 15,7 per cento del voto nazionale nel 1996. Ma è naufragato alla prova dei fatti. Di Fini leader politico in proprio, dalla presidenza della Camera. Dei suoi in qualità di amministratori. Con l’eccezione, forse, del presidente della Regione Calabria, Scopelliti, dappertutto altrove gli ex missini sono stati una zavorra per il centro-destra. Da ultimo alla Regione Lazio, con Polverini e Storace – e a maggio, tutto lascia prevedere, con Alemanno al Comune di Roma.
Fini e i suoi scompaiono dopo vent’anni di governo aver lasciato una sola legge, né un’idea di legge. Giusto la Bossi-Fini che regola l’immigrazione, da tutti riprovata, incluso o stesso Fini.   

La scomparsa delle sinistre

Sono scomparse come movimenti, e lo stesso Vendola non se la passa bene. Che vede la destra rivincere in Puglia con largo margine, malgrado il terrore giudiziario. Tutte assieme le liste della sinistra-sinistra non sono arrivate al 5 per cento: Sel, Verdi, Prc (Rifondazione Comunista), Pcdi (comunisti), Rete (Leoluca Orlando), Idv e Arancioni. A essi si può aggiungere un’altra formazione storica della sinistra “extraparlamentare, i Radicali.
Considerare Di Pietro (Idv) e De Magistris (Arancioni) di sinistra è un abuso, ma così è. Con l’esclusione di Sel, nessun movimento di sinistra entra in Parlamento. E Sel solo con una diecina di parlamentari, grazie all’alleanza col Pd – è al di sotto del 4 per cento minimo richiesto alle liste indipendenti.

Moravia in Africa, inquietante

Curiosa cronaca di viaggio dello scrittore più curioso del Novecento: minuti incidenti quotidiani, minuta sociologia, minuta umanità. Con l’avvertenza premessa che non è dell’Africa che si tratta, benché all’epoca tanto avventurosa, 1971, ma del piacere della vacanza esotica – Moravia dice dello straniamento. Come un’autocensura, dello scrittore-scrittore che ritiene inutile o superfluo scrivere. 
Non un libro di viaggi, non un baedeker, si rilegge come libro di Moravia. Che va rivisitato, dietro l’uomo di marmo.
Alberto Moravia, A quale tribù appartieni?

lunedì 25 febbraio 2013

Ex voto

Di Fini stufi
E di Casini
Tra mari e monti
Gli italiani
Hanno votato
Per un bordello
vero.

Qualcuno ha perduto le elezioni, i media

Un voto di astensioni. Per il resto di protesta, quindi “greco”. Senza una maggioranza, quindi doppiamente greco. Con Monti ridotto all’8 per cento, come in Grecia Papandreu. Tutto prevedibile, perfino per questo sito. Che però si vuole una sorpresa.
Ma come si fa a non percepire il disagio e anche la rabbia – tra astensione e Grillo il primo partito? Specialmente forte col partito dei giudici, e col governo. Che ha creato una recessione, fatto inaudito nella storia, e ha impoverito tutto il paese.
È un voto di smentita dell’opinione pubblica. Dei media e dei loro commentatori. I direttori di giornali non si sono fatti mancare l’occasione per esibirsi in tv, ma tutti con le facce lunghe. Il voto è una conferma della loro incapacità – se ne può fare una colpa collettiva, tutti i giornali perdono copie e pubblico.
È anche una sconfessione dell’opinione in senso stretto, dei commentatori, più o meno accademici. Tutti schierati, come è loro diritto, ma senza giudizio. Abbiamo un’opinione pubblica che è solo propaganda. Di che?

Quando l’Italia scoppiava nel 2013


Sebald chiude, nel 1990, con un incubo – lui dice un sogno - del 2013. In cui cade, in un viaggio a Sud, dalle Alpi, ma in un mondo minerale, senza alberi né prati né fiumi, incontrando “nient’altro che pietra e ancora pietra”. Finché “briciole di una testimonianza sul grande incendio di Londra”, di cui ha appena letto prima d’addormentarsi, non lo distraggono, che culminano in una “mostruosa deflagrazione”, sinistra, “è saltato l’arsenale”. Ma non si saprebbe credere profetico – né Sebald ce l’ha con l’Italia, anzi.
Un viaggio, più viaggi, a epoche diverse, tra i fantasmi. Non malevolenti, semplici ombre. Come in un film muto, in un passato dettagliato e remoto, in un’Europa, di qua e di là delle Alpi, alla deriva degli elementi, le notti insonni, la maree, i mezzogiorni di fuoco. Scandito dal dolore per una perdita, forse, o solo da una costituzione febbrile. Tra nomi molto evocativi e ignoti, Olga, la nonna di Olga, W., un villaggio sull’Alpe bavarese sopra Rosenheim dove lo scrittore passò da bambino felice le prime vacanze, il brigadiere dei carabinieri di Limone che ha al polso sinistro “un enorme Rolex” e al destro “un pesante braccialetto in oro”, e Stendhal, Kafka, Grillparzer, Casanova, i primi due soprattutto compagni di lungo corso. Tra itinerari minuziosi di gangli urbani, a Vienna, Venezia, Verona.
Sebald riprende “Austerlitz”, la narrazione sua più fortunata, del tedesco inglesizzato e immalinconito tra radici familiari e letterarie. Editandola con le illustrazioni seppia suo trademark. Rifà a suo modo
Chatwin, il viaggio sorprendente nell’ordinario, ma in solitario, senza interlocutori, e senza molto da raccontare. Se non le sue letture. Fa quindi, scanditi da sottotitoli italiani, “All’estero”, “Il ritorno in patria”, escursioni sulle tracce di Stendhal e Kafka in Italia, con sottili parafrasi di lettere, diari, qualche racconto, e “De l’amour”. Che vuole dolenti, senza pause in una febbrile malinconia, il vecchio spleen romantico, che oggi si dice depressione. Racconti di letteratura che non aggiungono, se non un po’ di pedanteria. La letteratura non cura – chi non si vuol curare.
Winfried G. Sebald, Vertigini, Adelphi, pp. 229 € 18

domenica 24 febbraio 2013

Altri dolori della giovane Susanna

Tremenda si vuole la bambina, come l’angelo di Rilke nel titolo, e quindi soffocata in  maturità dai sensi di colpa, il disgraziere di Susanna Tamaro si moltiplica. Ma si appiattisce – forse per venire in capo a un’opera omnia ormai lunga in argomento. Seppure scritto bene – o anche per questo.
Susanna Tamaro, Ogni angelo è tremendo, Bompiani, pp. 268 € 16,50 

Letture - 128

letterautore

Amore e morte – È tema, si può dire, essenzialmente tedesco. Tutto Freud è in Wagner, la pulsione di morte, l’essere-per-la-morte. L’amore compreso del film di Fassbinder, “L’amore più freddo della morte”.
La tradizione è antica. “Che c’è in Germania degno di nota”, scriveva il Campano agli amici in Italia nel 1471? “Soprattutto il fatto che i morti vivono”, mortui vivant. Schopenahuer, come Budda, distingue sottile: “Nascendo morimur: La sua vita è la morte: “La vita migliore è la morte. La morte è il più alto grado di guarigione. La morte è da considerare il vero fine della vita”. Il mondo si preserva distruggendosi. L’amore soprattutto.
L’amore soprattutto, in Germania è mortuario. A partire dalla Messiade di Klopstock che inaugura la poesia tedesca: il lungo poema ha una sola storia d’amore, tra due morti risuscitati. E ancora in Bürger, nella celebrata Lenora, le nozze della vergine si celebrano nella tomba con lo scheletro amato. Per non dire dei suicidi, che si potrebbero intendere “meglio morto che sposato”: l’amore-morte, che in italiano è un gioco di parole, in tedesco è un’equazione ferma. Del totes Leben, la vitamorta. Mentre l’incubo il tedesco grazioso chiama Alp, il folletto, una morte in vita. Una pulsione attestata peraltro anche dai tedeschi di fuori Germania: Herta Müller, Jelinek, Celan, Dürrenmatt, Kafka. Sommo diletto è in Schlegel fantasticare la morte dell’amata Lucinde, straziarsi per lei. O nel giovane Kleist, e in Rilke. In Kafka non si muore per accidente, malattia o vecchiaia, ma inevitabilmente per amore.
L’amore biedermeier muore anch’esso giovane, sui vent’anni, nella penombra. E questo si può capire, anticipava la bohème, il tragico piccolo borghese. Ma l’olimpico Goethe che fa morire tutte le eroine d’amore nel Wilhelm Meister, il romanzo dell’“arte di vivere”, Sperate, Mariane, Mignon, Aurelia, l’arpista? Tristano e Isotta si amano per morire. “La notte appartiene alla morte”, sussurra la Sibille thomasmanniana al fratello Wiligis per incitarlo all’incesto. Da qui il verso celebre di Celan: “La morte è un maestro della Germania”.
O si prendano i “rapimenti della morte” di Novalis, le Todes Entzuckungen. Questa radice ent- affascina del tedesco, “essere” e insieme “contro”, di cui non c’è l’equivalente in traduzione. Rapimento significa abbandono e anche il suo opposto, una violenza. Ma Novalis, il poeta dei rapimenti che studiò da ingegnere, è uno che s’innamora di una dodicenne, la quale a tredici anni s’ammala e a quindici muore, la morte spesso non è simbolica

Ci fu un tempo in Germania che si usavano le case dei morti: per scongiurare le morti presunte, le salme vi sosta-vano alcuni giorni. Giuridicamente ancora vive. Per paura non della morte ma delle resurrezioni, temute. Le Eve e le Veneri Lucas Cranach fa morte, non da ieri, scavate, esangui, laide. Gli uomini, perfino il Cristo, Grünewald fa pure loro scheletriti, disseccati o mummificati, quando non pieni di vermi. E Dürer: figure umane in forma di scheletri.
Prima della guerra si vedevano molti film tedeschi, c’era una produzione importante in Germania. Di cui Borges fa questa sintesi: “Simbologia lugubre, tautologia o vana ripetizio-ne di immagini equivalenti, oscenità, inclinazioni teratologiche, satanismo”.

Cimitero – Prima di “Spoon River” è terreno molto frequentato, da “Ossian” in poi (1760), e il Foscolo, “Jacopo Ortis” e “I sepolcri” (1807). C’è il V.Hugo giovane “hugoista” di “Nel cimitero di ***”. E “Il cimitero marino” di Valéry”. E prima con molta poesia pre-romantica e romantica. Sul prototipo dell’“Ode su un cimitero di campagna” di Thomas Gray, 1750 - subito tradotta da Melchiorre Cesarotti, 1775 (mentre Pindemonte tentava, senza concluderlo,un carme sui “Cimiteri” e scriveva un’epistola sui “Sepolcri”.

Il genere dei cimiteri fu specialmente fertile in Germania. Wagner all’ottanta per cento è “notte e nebbia”, che gli dei invocano nell’“Oro del Reno” – prima di diventare la parola d’ordine di Hitler nel 1941 per ogni sorta di sterminio. Funerario, di morti in agguato, minacciate e approntate, o cercate. Il cimitero come luogo dellorrido, di paesaggi cupi e desolati. Il teatro di Wagner è una natura selvaggia, di personaggi per lo più bestiali, che al meglio dà la malinconia, volentieri notturna, spettrale. Mentre il cimitero è normalmente un giardino, esposto al sole, anche ben curato.

Fu un genere, la “poesia sepolcrale”. L’Enciclopedia Treccani ha ancora la voce “Sepolcrale, poesia”. Per un gruppo di opere di fine Seicento- inizio Settecento ispirate alla sepoltura.. In realtà della prima metà del Settecento, poiché i casi che si citano, “inglesi e protestanti”, dice l’enciclopedia, sono della prima metà del Settecento: “Night-piece on Death” di T.Parnell (1712-13), “The Grave” di R.Blair (1743), “e soprattutto “Night Thoughts” di E. Young (1742-45), “Meditations among the Tombs” di J.Hervey (1748) e l’ “Elegia” di Gray. Una poesia che “si ricollega e talora si confonde con quella della notte e delle rovine”..

Donna-oggetto - Tsto-saggio: sull’origine della sfera “speciale” della donna, del declassamento della donna. È recente. Borghese!!! Argmetarlo.
Oppure come tema, di vari blog…. (tipo Dante, Proust, Céline..)

Lucus a non lucendo - Moravia, formichino solerte mai sorpreso, l’ha trovato in Africa: “È un buio assoluto; il buio della boscaglia africana; quel buio totale cui pare alludere, i maniera paradossale, il detto latino sulla foresta: lucus a non lucendo”.

Gabriello Chiabrera ne aveva fatto la festa con santa Lucia alla Marina di Savona: “Lucida lucenti lucescis, Lucia, luce,\Lux mea luceat, Lu-cia, luce tua”.

Nano – Alberico dell’“Oro del Reno”, genio del male non antipatico, è nano. Tutta la mitologia nordica (germanica, celtica) ha stirpi di nani benefici, anche se ctonoi, sotterranei – prima che la conformazione si definisse brutta, e quindi cattiva. I Nibelunghi lo sono, del wagneriano Nibelheim, o i folletti del Mondo di Mezzo di Tolkien. Benefici perché abili e operosi artefici, soprattutto del ferro, cioè del fuoco. Benefici e simpatici, come ancora i nani “tedeschi” di Biancaneve, e per questo adornavano fino a qualche anno fa i giardinetti delle famiglie inglesi. Anche i greci avevano le divinità del ferro, i Dattili – forse anche loro nani.
Oggi si dovrebbe dire  brachiconformato, o  acondroplasico. Mentre è da vedere se il nano vero non vuol essere considerato nano, come il nero nero, dopotutto, e la donna donna. Anche per non perdere una tradizione, perché no, che è pur sempre un’identità - per conformasi a un comodo “essere”, per quanto stereotipo. Il linguaggio politicamente corretto è una forzatura, e una sorta di armatura: nega più che dare.

Nella fattispecie, Alfonso Troisi, riflettendo sulle “basi evolutive del comportamento”, col sussidio di quindici quadri famosi, fa dei nani di Velàsquez i prototipi della “diversità”, della “reazione ambivalente che la diversità suscita nella nostra mente”. Riflessa come allo specchio da “Don Sebastian de Morra”, che il neuropsicologo dice “bello, bellissimo”. Rilevando che “non c’è nulla nel suo ritratto che induca al ridicolo o al commiserevole”.

Opera – il belcanto e Verdi vivono a Londra, alla Decca e alla Royal Opera House. Con Rossini, Bellini e Donizetti. Puccini vive molto negli Usa. Certamente non in Italia, e soprattutto non alla Scala. Che più sciatta non si può.
Napoli ha una miniera praticamente intonsa, di tesori operistici. E tale la lascia.

Wagner - Ascoltando e vedendo “LOro del Reno”, si capisce il raccapriccio di Nietzsche, duplice. Che Wagner sia tornato a un senso religioso della vita (cristiano, compassionevole). E un dio esibisca “compromesso in tutti i modi”, come nota D’Annunzio, e forse incapace, che si fa salvare da un libero pensatore nemico della morale.

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