sabato 23 marzo 2013

La Repubblica di Platone

Maria Marzano
detta Michela
che il corpo pagano
con spirito cartesiano
liberò da tutela
a un posto anela
da commissario del popolo.
È il governo di Bersani
la Repubblica di Platone?

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (165)

Giuseppe Leuzzi

La sindrome di Reggio Calabria
C’è stata una “sindrome di Reggio Calabria”. Preannunciata come prossimo neologismo dal dizionario inglese Harper Collins per l’edizione 1996 ma poi omessa, dopo le proteste e le precisazioni.
I redattori del dizionario l’avevano repertoriata da una trasmissione della rete tv Channel 4, “Europe Express”, che citava uno studio del patologo Francesco Aragona, dell’università di Messina. Il professor Aragona, dopo cinquemila autopsie, aveva ricondotto - in un saggio apparso nel 1988 sulla “Rivista italiana di medicina legale” – una serie di stress alle attività mafiose: all’ansia da killer e al timore costante di uccisi. Il cuore aveva trovato in morti giovani nelle condizioni di settantenni, con insufficienze renali e ulcere superiori alla media, e una ridotta capacità procreativa.
Di fronte alle proteste, il professor Aragona non ha insistito per repertoriare la sua conclusione. Una specializzazione in mafioterapia sarebbe stata forse troppo.

Sicilia
Il 1848 a Palermo, il giovane repubblicano Mameli, pupillo di Mazzini, celebra dopo un anno (“Fratelli d’Italia. Pagine politiche”, con un apposito articolo), il 13 gennaio 1849 come “la vera rivoluzione”: “Il primo grido per noi veramente italiano suonava il 12 gennaio a Palermo”.

Fu il primo inciampo di Leo Longanesi neofita della virtù repubblicana. “Il Comico si è impadronito di noi”, chiosa subito (un testo ora in “Fa lo stesso”, 115 segg.), col bandito Giuliano, che non si sa se non è un eroe. Contro il quale si mobilita, dopo l’Armir, un Cfrb, Corpo Forze Repressione Banditismo – a capo del quale lo scrittore mette un Upaac, Uomo Più Adatto al Compito., che trova già così descritto nel milanese “Corriere d’Informazione”: “È un uomo che dorme, tutto al più, tre ore al giorno”. Non senza conseguenze: “Tutto si confonde, tutto si altera, tutto si mescola in un variopinto carnevale; si perdono i rapporti, le misure, le proporzioni: siamo in guerra? Siamo in pace?”

I terribili corleonesi, che disintegrano i bambini nell’acido e mangiano il fegato ai nemici, sarebbero dunque lombardi? Il paese fu ripopolato da Federico II con una colonia di lombardi.

Sciascia pensava che l’Italia fosse sicilianizzata. Allora poteva essere vero, la Sicilia contava molto nella Dc, eleggeva e revocava i segretari della Dc. Ma poi non più. Oppure sì, Leoluca Orlando è pur sempre un Dc.

Oppure non è che, al contrario, la Sicilia è stata italianizzata? Come poteva Sciascia credere che i siciliani contassero più dei lombardi? O anche dei piemontesi, da Cavour a Dalla Chiesa e Caselli?

Dopo Palermo dove fu comandante delle truppe inglesi, Lord Bentinck divenne governatore dell’India. A Palermo sosteneva che la Sicilia andava meglio annessa all’Inghiltera, invece che tenuta in caldo per i Borboni.

Il coraggio dei francesi è dovuto al fatto che le donne lo tengono in considerazione, notava Michele Palmieri di Micciché nei suoi “Pensieri e ricordi storici e contemporanei”, 1830. Segnalando il ruolo della donne nella società, sia che apprezzino lo spirito oppure gli affari. Non in Sicilia, concludeva.

Palmieri di Micciché fu sospettato a Parigi di assassinio solo per essere italiano.

Autobio
Una vita passata a schermirsi, a Londra, a Parigi, negli Usa, dai tanti “lei non sembra italiano”, e a Milano “lei non sembra meridionale”. O a essere scambiato per francese, e perfino, a Milano, per tedesco.  Per poi vedersi rigettare a Milano, quando tutto fu chiaro negli anni 1990, inservibile perché meridionale - “ha una punta d’accento”. Ma è sempre la stessa patologia, nella nobilitazione e nel degrado: la differenza tra Nord e Sud come squalifica del Sud.
Si è rigettati non solo da Milano, noi che di Milano conoscevano pure il cinema Psquirolo. Si è insopportati a Napoli, e perfino a Bari. Perfino a Potenza, anzi a Metaponto, che è di là dalla divisione amministrativa. Si è meridionali anche al Sud, a Napoli per essere pugliesi, o lucani o calabresi, in Puglia per essere lucani o calabresi, in Lucania per essere calabresi. 

Il salone da pranzo giallo, il salotto fucsia: le stanze da soggiorno lungo, alte, ampie, sono idrovore di luce, di sera e anche di giorno, è inutile aumentare il voltaggio, vi si vede sempre poco - oltre che care in bolletta. Vi si finisce inevitabilmente cupi, abituati come siamo alla vita in appartamento, in spazi più vicini, pratici. Ma una certa forza pian piano s’impone. Le case, a differenza degli appartamenti, è difficile adattarle – non in altezza, e nemmeno in ampiezza, nella costruzioni tradizionali non si spostano le pareti. Hanno una loro personalità, che s’impone più che adattarsi, ma finiscono per essere un rifugio gradito. Danno sicurezza, seppure senza ragione.

Si chiamano oggi palazzi, le case unifamiliari, anche se non grandi . Ma non senza ragione. Gli spazi sono fuori misura, programmaticamente esagerati. Con una punta di euforia e anzi di entusiasmo, senza più calcolo economico: un gesto di libertà, moralisticamente si direbbe un capriccio, potendoselo permettere. A volte iperdecorati, anche i muri esterni, a Palmi per esempio, a Scilla, a Reggio p0rima del terremoto. Più spesso nudi, con pochi arredi, oggi si direbbero minimal, su pareti bianche. E un dentro che è fuori, nelle volumetrie esagerate, in altezza, in ampiezza. Poiché la casa, che è per vocazione chiusa, familiare, quasi una segregazione, fanno invece aperta, un luogo sociale – di rispetto o invidia, se non di grata frequentazione.
Philippe Daverio dice il palazzo “per definizione irrazionale, perché lega l’architettura all’individualismo genetico dell’italiano”. In realtà non solo, e non precipuamente, italiano.  Più vero è il secondo elemento, di stabilità nella continuità, che Daverio vi ravvisa: “Un intreccio fisco di reumatismi e di memorie”, che si sovrappone alla vita individuale: “In ogni momento fa sentire che lui, il palazzo, esiste da tanto tempo prima dell’individuo che lo abita e forse ci sarà dopo di lui”. Prima anche, si direbbe, dello stesso individuo che lo fabbrica: è un’idea. Con benefici “inattesi ed esoterici” per chi ne “celebra il culto”, Daverio ha ragione: questi “diventa egli stesso un elemento del’infinito correre della storia – e questo anche se il palazzo è recente”.
È difficile dirne la ragione, ma è così.

Sono questa case come un monumento a se stessi, di chi li ha fabbricati. Una celebrazione e anzi un’esaltazione, come avveniva nella vecchi economia, primordiale, della dépense,  della spesa non calcolata, non economicistica. E anche, in un certo senso, come una liturgia, come venivano chiamate a Roma le opere pubbliche offerta alla comunità da privati. L’ultimo “palazzo” in paese Nino S. costruisce a 71 o 72 anni non come investimento, ma come un “riconoscimento”. Del paese alla sua arte di pasticciere, e di sé al paese, che possa accedere ogni giorno a un posto bello.

leuzzi@antiit.eu 

È grande il Berto oscuro

Una pietra miliare, solida, del secondo Novecento. Un racconto sempre vivo, superbo. In anticipo anche sulla scrittura alluvionale, in realtà misuratissima, che si affermerà con Bernhard, come più propria del raccontare psicoanalitico – che non è il flusso di coscienza joyciano, ma il racconto che si chiede la ragione del racconto, di agnizioni e rimozioni. Nonché del new writing Usa di fine Novecento. C’è anche l’eutanasia.
Una “felicità di scrittura” fatta materia – ben più del celebrato Parise, per dire, l’altro Grande Veneto. Ma un’opera e uno scrittore che si trascurano. Per sovietismo (non sarebbe il solo: si potrebbe fare un’antologia corposa di “uomini oscuri”, oscurati dal sovietismo)?
Giuseppe Berto, Il male oscuro

venerdì 22 marzo 2013

Lo spread freddo

Ci sono state le elezioni, con due mesi di vacanza di governo. Le elezioni hanno prodotto Camere bloccate, con possibilità minime di formare un governo. In più l’Italia ha bisogno di una deroga al patto europeo di stabilità per allargare la spesa e attivare la domanda, come rimedio contro la recessione. E la ottiene. E lo spread non si acuisce, anzi si riduce.
C’è tutto per attendersi una catastrofe e invece i mercati danno fiducia all’Italia. E lo spread non è l’unico della “dei mercati”. Milano è la piazza finanziaria migliore in Europa, mentre le altre segnano continui ribassi.
È la conferma che la fiducia è relativa. Come lo spread, la mancanza di fiducia. Sono relative allo stato delle altre economie europee. Si conferma cioè la concorrenzialità intra-europea all’interno dell’euro, che difficilmente si può dire moneta comune.
Ci sono tanti euro nazionali quanti sono i debiti dei singoli paesi. Anzi, non ci sono debiti nazionali sostenibili – entro certi limiti, certo – o insostenibili: il debito di ogni singolo si giudica in raffronto agli altri, dentro lo stesso euro.
La Germania, per esempio, non ha un debito migliore di quello italiano. Ce l’ha anzi superiore, e meno “sostenibile”. Ha marciato per un paio d’anni a spese dell’Italia (della Spagna, del Portogallo, eccetera), finanziandosi a meno dell’1 per cento. Ma ora non lo può più, i suoi fondamentali stanno emergendo deboli. E così “migliora” il debito italiano. 

Stalin maestro di Hitler, sconfitto dalla speranza

L’ultima scoperta degli archivi dell’Urss è la vita privata: c’era una vita privata. “Forse 20 milioni di persone”, calcola lo storico Figes, “per lo più uomini, dovettero subire i campi di lavoro staliniani”, i gulag. Ma non cessarono di sperare. Un giorno, deposto il velo della polemica, si potrà dire questo dell’Unione Sovietica, che non ha ucciso la speranza. O una diversa verità dei totalitarismi.
Lev, il personaggio principale di questa narrazione, ne ha scritto nel 2006. Figes lo ha successivamente intervistato per mettere a punto la lettura. Ha intervistato lui e Sveta, la sua compagna, e altri loro compagni di sventura, che sembrano così immortali. Col corredo delle migliaia di lettere che i due innamorati si sono scritti durante la prigionia.
Lev è stato prima prigioniero dei tedeschi. Poi, come “spia dei tedeschi”, di Stalin. Spie tutti i prigionieri che si erano battuti per rientrare in patria a guerra finita?  Era un’accusa di comodo, fare dei prigionieri dei tedeschi delle spie, per avere un mercato di schiavi del lavoro, è risaputo. Lev fu applicato allo sviluppo di Vorkuta, il bacino carbonifero prospiciente il mare di Kara, nel circolo polare artico, molto più a Nord di Arcangelo. Per dieci anni. Come 150 mila altri lavoratori forzati - una massa da ricostituire ogni anno poiché la maggior parte morivano. Ma Lev è sopravvissuto, a Hitler e a Stalin.
Una storia rinfrescante. Ha la densità delle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Ma una diversa vivacità e, si direbbe, quasi una felicità. In quanto storia di un amore nel dolore. Del dolore fisico, materiale. Imposto. Non quello che ognuno coltiva nella depressione o nel lutto. Accontendandosi del niente - con la poetessa Vera Inber: “Perché tutto, quando uno soltanto è necessario?” Una lettura corroborante specie in questi giorni grigi di depressione da ingordigia, in questa Europa che è la più prosperosa al mondo, e quella parte di esso che ha più goduto di una lunga pace. Sullo sfondo però di un’ombra grave.
Questa storia d’amore, di due individui, rischia di sostanziare la tesi di Nolte, che Hitler copiò da Stalin. Senza le asprezze polemiche di Soljenitsin, lo storico Figes fa un quadro che non lascia dubbi. Dal “trasporto” alle tecniche e organizzazioni carcerarie, Stalin è il maestro. In particolare per la creazione di prigionieri “politici” da utilizzare quali schiavi. Le “spie” dei tedeschi come i “nazionalisti” polacchi, per portare un nome di origine polacca, i “trockisti”e ogni altro confinabile ad arbitrio, tutti in età lavorativa, fra i venti e i trenta anni. I campi di lavoro sono gli stessi: filo spinato, torri di guardia con riflettori notturni, libertà di arbitrio per i sorveglianti (percosse, furti, assassinii), le “colonne”, le stesse teorie di baracche Bauhaus. Cambiano solo i nomi, “Shangai” per “Kanada”, il posto del mercato nero, e via dei Soviet, o via 8 marzo “(in onore della giornata internazionale delle donne)”.
Orlando Figes, Qualcosa di più dell’amore, Neri Pozza, pp. 381 € 17

giovedì 21 marzo 2013

Letture - 131

letterautore

Copyright - Il diritto d’autore, appena nato e codificato (garantito), viene vanificato dalla rete, la liberissima circolazione di idee e testi – nonché da google books e altre iniziative bemerite di biblioteconomia pubblica. È una danno? C’è chi dice di no (Tim Parks sul “Sole” domenica): ci libererà da molto rigaggio che circola, e anzi viene promosso e propagandato, perché paga ottimi diritti – a quelli dell’autore si legano quelli dell’editore. Di autori che sempre più sono prestanome (prodotti) editoriali. Ma inn termini di qualità della lettura si può dire pure il contrario: l’autoedizione e i blog liberi, forme autoriali in assenza di copyright, di diritti d’esclusiva, non migliorano l’offerta di lettura e anzi la peggiorano. Anche se senza lucro. Mentre l’organizzazione del copyright, con i diritti difesi coi denti da ogni avente diritto, compreso l’editore in esclusiva, costringe a un minimo di selezione. E anche, per tenere viva la memoria nei settanta anni dalla morte del’autore, a promuovere letture critiche. Non è il diritto che protegge (sceglie, difende) la letteratura.

D’Annunzio – Lucy Hughes-Hallett apre “The Pike”, la biografia inglese del centocinquantenario, con D’Annunzio a Roma nel 1881, ragazzo prodigio, con due apprezzate raccolte di poesia a 17 anni, riccioluto, e quindi, nella complessione minuta, faunesco. Quello che D’Annunzio fu, prima che politicante, e superomista di se stesso – benché a spese di Nietzsche. Un poeta le cui parole e la cui voce a lungo incanteranno l’Europa di Fine Secolo. Le donne – la biografa ne ricorda alcune: Ida Rubinstein, Isadora Duncan, le aristocratiche di Roma e Parigi. E gli uomini, di qualità: Harold Nicholson, James (“Temi e finezza straordinari”), Joyce (uno dei “tre più talentuosi scrittori” del tardo Ottocento, con Kipling e Tolstòj, e il solo scrittore europeo ad avere aperto spazi nuovi alla narrativa dopo Flaubert).

Dante – La “Commedia” Walter Siti dice “un instant book”. Questa mancava.
Pasolini non ne sarebbe stato contento, ma l’editoria lo classificherebbe oggi così – con l’eternità in un istante e analoghe infiorettature.

Gelosia - “Bach, nato in Germania, fu educato a Napoli”, è l’esordio di Stendhal musicologo: “Lo si ama per la dolcezza delle sue composizioni. La musica del duetto «Se mai più sarò geloso» figurerebbe con vantaggio fra quelle dei migliori maestri….”. Bach è Johann Christian, “Giovannino”.

Machiavelli – Fu pluralista – non nel senso corrente, politico, del termine, ma dell’etica, dei fini ultimi.
Per il cinquantenario della nascita della rivista, la “New York Review of books” riedita alcuni dei suoi migliori articoli. Quello del 7 marzo è un estratto di un saggio che Isaiah Berlin pubblicò nel numero del 4 novembre 1971, come ”supplemento speciale”, un testo di una cinquantina di cartelle, “The question of Machiavelli” – pubblicato in una prima redazione, “The Originality of Machiavelli” due anni prima, e poi ripreso nella raccolta “Controcorrente”. Il titolo Berlin deriva da Croce, che aveva concluso il suo lungo saggio dicendo che la questione di Machiavelli è una che resterà sempre aperta. Berlin fa sua la questione sin dalle prime righe: il “Principe” e i “Discorsi” sono”singolarmente lucidi, succinti, e pungenti”, singolarmente per dei trattati politici, “di non eccessiva lunghezza ma ugualmente chiari e definiti”. Qual è allora la difficoltà in cui tutti i commentatori si trovano di definire Machiavelli? Nel suo pluralismo (una conclusione analizzata in dettaglio da Giuliano Manselli, “Isaiah Berlin e lo scioccante pluralismo di Machiavelli”, in A.Arienzo-G.Borrelli, a cura di, “Anglo-American faces of Machiavelli”, 2009, pp. 457-485): “L’esito cardinale di Machiavelli è la sua esposizione in un dilemma insolubile, la semina di un punto interrogativo permanente nel sentiero della posterità. Il riconoscimento de facto che dei fini ugualmente ultimi, ugualmente sacri, possono contraddirsi l’uno con l’altro, che interi sistemi di valori possono entrare in collisione senza possibilità di arbitraggio razionale, e questo non soltanto in circostanze eccezionali – lo scontro di Antigone e Cleone o nella storia di Tristano – ma (questo era sicuramente una novità) come parte della normale situazione umana”..

Pinocchio – Ma non è il racconto della paternità senza madre, un secolo e mezzo prima? Si risolverebbe così il quesito che a lungo ha angustiato gli amanti di “Pinocchio”, Calvino per esempio. Che Paolo Fabbri, il semiologo più acuto che il burattino ha avuto, evidenzia in “un certo «mitismo», cioè la capacità di essere tradotto sostenendo tutte le trasformazioni e mantenendo comunque la propria identità”. Una dote unica, sostiene Fabbri, ma senza saperla spiegare: “Ci sono opere in cui la variazione di parti provoca un'alterazione irreversibile. «Pinocchio» invece resiste alla traduzione linguistica e semiotica, alla trasformazione semantica e al tradimento”. Ma perché resiste, qual è il segreto?
Vari “segreti” sono stati individuati. Pinocchio è metamorfico – anche incoerente: ora obbediente ora disobbediente, ora generoso ora di legno, ora animale ora umano. E sempre incompleto, la “cosa” vegetale che sempre ributta. Questo è l’aspetto che ha incuriosito Manganelli, “Pinocchio, un libro parallelo” (Manganelli fu padre ma si rifiutò in quanto tale, volendo essere lui il bambino): i carabinieri vogliono prendere Pinocchio per le orecchie ma Geppetto s’è dimenticato di fargliele, Pinocchio si vuole mettere le mani nei capelli, ma non sono stati finiti, si brucia i piedi e Geppetto glieli rifà, si riveste in mare con un  sacco dei lupini….
Morfologicamente, e quindi narrativamente, Pinocchio è variabile. Sembrerebbe ovvio, essendo il lungo racconto scritto a puntate sul giornale. Ma cambia (sorprende) ogni paio di pagine.  Dunque beneficia dell’incoerenza. E in questa incoerenza si possono classificare tutte le variabili. L’ambivalenza è soprattutto variata per la figura femminile, la Fata Turchina, che è anzi polivalente:  ora fidanzata, ora madre, ora taumaturga – trasformerà il burattino in bambino.
La paternità senza madre potrebbe essere la chiave della resilience di Pinocchio, della sua irriducibilità (“alla traduzione linguistica e semiotica” di Fabbri, “alla trasformazione semantica e al tradimento”).  È la versione, non detta ma percepibile, e più dai bambini, dell’ultimo “Pinocchio” al cinema, il cartone animato di D’Alò e Marino, e la chiave del successo di pubblico, pur in assenza di effetti speciali e grandiloquenze. Gli autori del soggetto e della sceneggiatura, D’Alò e Umberto Marino, hanno puntato sul solo rapporto tra Pinocchio e il padre, il resto è tutto umori passeggeri, i cattivi compagni, i carabinieri e il giudice, il gatto e la volpe, Mangiafuoco, Lucignolo, la stessa balena-pescecane, e la Fata Turchina.

Siciliano - Andrea Camilleri lo ripropone come lingua nell’ultimo romanzo storico, “La rivoluzione della luna”. Come lingua viva cioè, non più come sottolineatura provinciale, locale, di racconti italiani – Montalbano è quello della televisione, di Degli Esposti e Alberto Sironi, dove il dialetto è caratterizzazione, quella in uso tra i comici. In mistilinguisimo peraltro con lo spagnolo, quasi mai con l’italiano. Con citazioni di Antonio Veneziano non più come poeta vernacolare  ma come poeta in lingua.
Considerato che ”La rivoluzione della luna” in tre giorni ha scalato la classifica dei libri più venduti, il siciliano come lingua può dirsi anche una pretesa fondata. I siculofoni  sono cinque milioni – sette con i calabrofoni, parlanti affini – e quindi una platea più vasta che per il sardo (le varie lingue sarde), l’olandese, il fiammingo, gli ugrofinnici o i parlanti scandinavi. In poesia la tradizione è peraltro sempre stata sostanziosa, e non riguardata come vernacolo.
In rapporto alle altre lingue minori il siciliano non si fonderebbe su radicali differenziazioni:  linguistiche, oppure religiose e dinastiche come per le lingue germaniche. Il siciliano è un dialetto latino, e quindi poco discosto dall’italiano. Ma come tradizione e mercato potrebbe configurarsi in Italia come il catalano in Spagna, in rapporto al castigliano.

letterautore@antiit.eu

Quando il papa era turpe ma bello

Un intrigo politico perpetuo, interpolato ogni otto minuti da un accoppiamento, due per ogni take intrapubblicitario. Forse per vendere la serie negli Usa ma un po’ stucchevole, anche se i corpi sono belli. In controtendenza anche col nuovo papa, col quale la chiesa abbandona la bellezza.
Una serie tv, questa scelta da La 7 (un serial concorrente, meno erotizzato, è su Sky), dell’irlandese Jordan, tracciata sui “Borgia” di Dumas. Con un Jeremy Irons ormai in  età e senza più fregola, nemmeno per la figlia Lucrezia, ma sinceramente ipocrita come lo voleva Dumas.
Neil Jordan, I Borgia

mercoledì 20 marzo 2013

Secondi pensieri - 136

zeulig

Amore - È musica per il dolce Erasmo. è musica. Che non fu sposo e forse nemmeno innamorato, ma se n’intendeva, figlio di un seminarista e una ragazza senza famiglia.

Astinenza – È il fatto della liberazione più che della repressione. Si diventa astinenti, e anzi disappetenti, in regime di liberazione: etica, politica, sessuale.

Bugia – Una lieve può pesare più di una pesante. Un incontro al bar con un amico per una chiacchiera fatto passare per una commissione pesa più di un convegno d’amore segreto. Il fatto pesante giustifica la bugia. Altrimenti essa è effettivamente bugiarda, una falsa pista disseminata non per un motivo preciso ma per alzare una parete, tenersi al riparo dall’intrusione, dalla semplice attenzione, degli altri. Degli amici e gli amati più che di ogni altro.

Corpo – Soffre nella liberazione più che nella repressione, a giudicare dai fatti storici: fantasticato, elogiato, desiderato quando era proibito, circoscritto e condannato da quando è libero.
Anche come fatto culturale: cancellato dalla morale puritana, intesa come morale coerente, blandito e anzi vissuto da una morale restrittiva, ma solo teoricamente. Succede così nell’arco di una vita, di metà di una vita, venti-trent’anni, di passare dal contatto libero dei corpi, anche solo in segno di amicizia o di complicità, il linguaggio dei corpi è molto comunicativo, e dall’ironia sul “niente sesso siamo puritani”, sull’obbrobrio dell’abbraccio tra uomini se non come segno di omosessualità, e perfino della stretta di mano, della carezza, del buffetto, dello sfioramento anche casuale, all’accettazione piena dello stesso pregiudizio. Lo scandalo è ora il contatto fra i corpi che la vecchia morale compromissoria accettava e anzi blandiva.
Il pregiudizio si estende anche all’azione terapeutica del contatto fisico. Si è sempre detto dei bambini che hanno bisogno del contatto fisico, di mantenerlo in qualche modo dato che la loro gestazione è stata lunga in corpore, ora si vuole il contrario. Più coppie di genitori hanno promosso un astioso processo a Roma a un’educatrice per l’infanzia che abbracciava i loro figli alla scuola materna (3-5 anni). La psicologa dell’infanzia Oliverio Ferraris sostiene che “non c’è alcun bisogno di baci e abbracci intesi per tranquillizzare i bambini”. Anzi, l’abbraccio e il bacio possono essere intesi dal bambino, secondo la psicologa, come intrusioni. Nella causa ormai decennale contro l’educatrice romana, arrivata al terzo grado di giudizio, con dispendio quindi di tempo e di soldi, le coppie di genitori sottintendono nelle sue effusioni segni di perversione.  

Esistenzialismo - L’esistente che non è, si fatica a pensarlo pensiero filosofico. L’ateo che dice che Dio non è, mentre c’è. O Marx che dice che il capitale non è, mentre c’è. E viceversa, il capitale che dice che il marxismo non è, il che è già più vero, adesso ce n’è poco, ma insomma c’è. O Heidegger, per il quale, dietro i ghirigori e lo sciamanesimo, niente è e niente c’è.
Ma c’è, ironicamente, seppure non sia pensiero filosofico. Nasce in un luogo e in tempo preciso, quello della Riforma in Germania, a opera di un personaggio preciso, Lutero. Ma in un ambito di pensiero già tracciato, biblico o semitico.

Freud – “Che idee balorde”, dice lo scrittore Berto, patito di psicoanalisi, a un certo punto di “Anonimo Veneziano”, “nemmeno a Freud devono essere venute in mente”. Lapsus? È la circolarità del freudismo, il paradosso di Epimenide cretese.

Gelosia – È violenza? I gelosi, ha stabilito Galeno, passano dal sospetto all’odio, dall’odio al delirio, e da questo all’assassinio, non al suicidio.

La gelosia esiste, si sa. E viene, si dice, con l’amore. L’amore di sé esclusivo, feroce. Ma è ferale pure l’indifferenza

I potenti evitano le gelosie tramite le opere liturgiche. Alcibiade lo spiega in Tucidide nel discorso agli ateniesi.

S’intende del rapporto d’amore, e nell’amore in quello di coppia e non in quello parentale, o filiale. Si dà di tutte le passioni mane, ma s’intende di quelle di coppia. Che non si tiene se manca la connivenza. O al contrario appunto il ricatto della gelosia, grumo delle passioni nere, distruttrici e vivificanti. Senza le quali la possibilità illimitata di rapporti intimi cozza col pudore.
A meno di non tornare al coniugio antico, di Demostene: “Abbiamo etère per il piacere, concubine per le esigenze quotidiane, e mogli per darci figli legittimi e curare la casa”. Che non è male. Neanche per le mogli. Il diritto romano prevedeva il prestito della moglie, se lei s’invaghiva di qualcuno e questi la richiedeva.

Morte – Il discorso sulla morte è la paura della morte. Del dolore che spesso le si accompagna. Fisico o anche solo psichico. Di non aver fatto o non poter fare con soddisfazione quello che forse si desiderava e non si è saputo o potuto fare. Oppure, indistintamente, di dover abbandonare la gioia, comunque, di vivere – le parentele, le amicizie, è qui il senso della famiglia e del lutto. Anche i discorsi di saggezza sulla morte – sulla verità della vita – sono autoconsolatori, esercitazione psicoanalitica. Altrimenti la morte è ordinaria, come uscire di casa la mattina. Anche per le persone più vicine, i parenti e gli amici.
O è eccezionale? Allora, la vita lo è.  

Perversione – Si soggettiva sempre più – come ogni altra esperienza reale. Specie quelle a  carattere sessuale. E tra esse quelle sui bambini – il diritto tende a escluderla tra adulti. Specie tra i genitori nei confronti dei bambini, dei loro bambini. Una forma di paura, irrelata ai fatti reali.

Realismo – Si ripropone mentre una soggettivizzazione radicale investe l’esistente – in reazione a essa? Si procede per l’immaginazione del reale, in tutte le sue sfaccettature. E più in quelle del male, che si vede in ogni manifestazione. Una soggettivizzazione, quindi, come tale portata dalla depressione che sempre si accompagna alla decadenza. O anche alla soggetivizzazione di ogni evento che la psicoanalisi teorizza.

Serve alla verità. Bisogna essere per la “morale della storia”, come volevano i “Quaderni piacentini”, solo perché la storia approdi a negare se stessa: le guerre, i massacri e i processi. E, bisogna aggiungere, le sciocchezze.

Il reale non è indifferente. E in questo senso è straordinario. Ma non nel senso proprio della parola: la realtà è più spesso ordinaria, regolata, ripetitiva: le stagioni, i cicli, i fenomeni naturali. La letteratura invece non lo è, anche se è reale, e l’arte. Lo sono diventate nel secondo Novecento e in questo inizio di millennio, in Europa, in Italia, in questa loro storia senza precedenti di pace, di benessere anche, ma vissuta nella cattiva coscienza e i sensi di colpa. Al punto da imporre ognuno il proprio minuscolo io, in una prospettiva soggettivistica, anzi da pratica confessionale, che infetta anche la letteratura. Dov’è più il realismo nell’orizzonte circoscritto? Nell’esibizione dell’autore - non nella magnificenza dell’opera ma nei suoi stati d’animo? Ogni autobiografia non può che essere mediocre. Anche quella del letterato o artista – solo eccezionalmente è eccezionale, e allora per sapiente drammatizzazione-rappresentazione (Proust ha dovuto scrivere migliaia di pagine  per convincerci che la sua è in qualche modo straordinaria - e non si sa se è per questo, la lunghezza, più o meno grande scrittore).

Impossibile è l’ordinario

“Nell’impresa scriteriata e arrogante di creare la vita coi segni, la cosa più difficile da riprodurre è la sua densità” O non è il contrario, la vita più spesso è mediocre, la scrittura non può e non vuole permettersela? Il rito del premio Strega, per esempio, che Siti vincerà, con merito indubbiamente, ma dopo un rodeo senza gloria, su una bestia dopata. O l’aneddoto che Siti riprende di Picasso, il quale, invitato a casa di Lacan, scopre “L’origine del mondo” di Courbet e dichiara: “La realtà è l’impossibile”. Per Picasso? Per Courbet no – la cosa all’origine del mondo è peraltro molto disponibile e anche visibile, nel new porn e altrove, in forme anche densamente pittoriche e rinascimentali, la copia, per volgare che sia, è parte della realtà “impossibile”.
Il tema è vasto – è la letteratura. Siti lo risolve con una spiega delle proprie e altrui opere, d’esordio o cogenerazionali, a uso degli aspiranti scrittori. Da ultimo. Dapprima con la semiologia. Poi con gli “alto”: la Totalità, “impossibile”, l’Assoluto, “sepolto nel quotidiano”, il Tutto, e il Mito, la Creazione, la Realtà – nonché Dio, naturalmente, che sempre si nega, in forma di Sacro. Più che una dottrina, uno scritto sul come fare, a funzione pedagogica – come fare a fare. Ma tutto il libriccino, goloso, è barocco: si becchetta molto, varie briciole appetitose, che non si digeriscono. Il realismo suo proprio di Siti è un “realismo gnostico”, ossia “l’orma vuota di Dio”. Punto e accapo. La Stilmischung è “la divisa di ogni realismo” – o non è il realismo una divisa?
Diverso è il realismo nella storia letteraria, quello classico di Auerbach, quello di Lukács, e quello recente, il realismo in senso proprio. Auerbach poneva il realismo nel 1946 - all’inizio di questa storia letteraria, detta del secondo Novecento ma meglio sarebbe detta della Repubblica, poiché molto legata alla politica - non come un fatto di poetica ma della “realtà rappresentata”: Beatrice in strada come diversa da quella di luce fra troni e dominazioni. Siti lo sa ma non è il suo tema. Anche Verga e Zola entrano qui di striscio – mentre manca totalmente Pasolini, e tutto il neo realismo. Quella di Siti è una licenza poetica, totale: un sogno di libertà, anche gli scrittori ne hanno – si penserebbero sempre liberi, ma lo scrittore è un cavallo domestico, l’editoria lo vuole col paraocchi.  
Il reale non è indifferente. E in questo senso è straordinario. Ma non nel senso proprio della parola: la realtà è più spesso ordinaria, regolata, ripetitiva: le stagioni, i cicli, i fenomeni naturali. La letteratura invece non lo è, anche se è reale, e l’arte. Lo sono diventate nel secondo Novecento e in questo inizio di millennio, in Europa, in Italia, in questa loro storia senza precedenti di pace, di benessere anche, ma vissuta nella cattiva coscienza e i sensi di colpa. Al punto da imporre ognuno il proprio minuscolo io, in una prospettiva soggettivistica, anzi da pratica confessionale, che infetta anche la letteratura.
L’autofiction allo Strega
Riprendiamo lo Strega, il premio letterario. Con la sua società di editori, letterati, amici, eccetera. Con Roma e Milano. Col destino della letteratura - o col suo corpo, da prostituta obbligata, seppure attraente e talvolta godibile. Un romanzone. Che tuttavia non si fa perché l’orizzonte è circoscritto e tutto è stato già detto. Anche quello della letteratura, notoriamente senza confini. È per questo che il realismo è, parafrasando Siti, impossibile - dov’è più il realismo nell’orizzonte circoscritto? Nell’esibizione dell’autore. Col limite ulteriore del politicamente corretto, che in questa Italia neo sovietica è costìtuzionale.
L’autofiction può non essere ipocrita. Normalmente non lo è – perché dovrebbe esserlo? e anzi solitamente piena di buone intenzioni, pedagogiche, ideologiche, salvifiche, e di buone cause, contro le mafie, la pedofilia, i femminicidi, e per il partito. Ma è noiosa: la scuola, il paese, il viaggio, l’infanzia abbandonata, il Tiburtino III, Napoli, come Napoli, Tiburtino III, infanzia abbandonata, scuola, etc., senza più nemmeno la vivacità (la sorpresa, lo sdegno, la curiosità) del fatto di cronaca. Gli stereotipi non sono connaturati all’autofiction, ma tutto è stereotipo che non è vero, nella pagina “vissuta”.  
L’impossibile è reale? Il realismo in letteratura è tipicamente verismo in Italia (Verga), naturalismo in Francia (Zola), da ultimo l’inamovibile neorealismo, oggi non più delle borgate e i lumpen ma dei precari, gli immigrati (che però recalcitrano, questa è gente viva), e degli alberi morti. O, andando per archetipi, realista è Dante naturalmente, in tutte le opere, non lo è Petrarca, lo è Chaucer ma non Shakespeare, Pasolini e non Calvino. Lo è la maniera di porsi davanti al reale e non semplicemente di raccontarlo – di crearlo: la letteratura è invenzione.
Resta elegante l’esercizio. Anche qui Siti ha enunciati attraenti: “Realismo è quella postura verbale o iconica.. che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà”, “È l’impossibile”, “È un forma d’innamoramento”, “È l’anti-abitudine”, “È il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale”, “L’incomprensibile è una buona porta per entrare nella realtà”.
Alla seconda pagina è già detto tanto. Anche il suo contrario: “Certe volte, paradossalmente, è proprio l’abitudine (diventata meccanica o inconscia) a cogliere il personaggio in contropiede”. Nonché, indirettamente, una triste verità: la negazione nel canone letterario italiano – nella melassa del canone della Repubblica - della letteratura realistica o burlesca, dal Berni in qua (“realismo come trasgressione e rottura di codici”). Manca l’essenziale, modesto: il realismo è tutto - tutto quello che ci tiene in vita. Platone lamentava che il realismo è la copia della copia. Si lamentava di Fidia? Di Prassitele? L’arte sfugge alla filosofia, sia essa semiologia o scienza
Ma, poi, Siti si diverte. E diverte. Perché questo è: la letteratura è più di una conferenza, di tre.
Walter Siti, Il realismo è l’impossibile, nottetempo, pp. 81 € 6

martedì 19 marzo 2013

Papa spigliato, tv fossile

Televisione imbalsamata alla cerimonia finale dell’intronizzazione del papa, l’omaggio dei potenti della terra. Un’ora di spettacolo, senza più le solite riverenze, né la secchezza che l’etichetta impone in questi casi - un cenno e via. Ma non per la televisione: per Mediaset la cosa non è esistita, meglio gli “ospiti in studio”, la Rai e Sky, pur vedendo anch’esse le immagini, che erano obbligate a mandare in rete, hanno continuato a blaterare di esperti, expertises, profezie e frasi fatte.
Ha cominciato Napolitano, dopo la Presidenta argentina, a gesticolare davanti al papa come in una qualsiasi conversazione privata, immemore della lunga coda di cento a passa presidenti dietro di lui.  C’è poi stato chi ha imposto al papa autorevolmente le mani, chi lo ha apostrofato buttando indietro la testa, gesto inquisitivo, chi non voleva mollarlo, e perfino, il presidente dell’Ecuador, che dopo avergli imposto la mammetta e la fotografia della famiglia con dettagliata spiega, non s’è privato di una pacca quando infine sono riusciti a farlo slittare. Solo le tre donne, la Kirchner, la Roussef, e una leader dell’Est Europa, hanno mantenuto la dignità del ruolo e della cerimonia, parlando a distanza, senza gesticolare, guardando negli occhi l’autorevole interlocutore, senza sovrapporglisi.
Si è capito così dov’è il ritardo dell’Italia, nell’informazione. Ognuno s’è dovuto fare lo spettacolo da sé.

Ruby a Palermo, nel 1677

Le olgettine a Palermo, in veste di orfanelle, con Ruby. C’è pure Lele Mora. E un Emilio Fede che decide di vendicarsi collaborando. Meno convincente la Procuratrice, Eleonora di Mora, che è bella oltre che cattiva.
Donna Eleonora è storia, fece la giustizia a Palermo per quattro settimane nel 1677 dopo la morte del viceré suo marito, fino all’arrivo del nuovo viceré spagnolo. Nella seconda parte Ruby cede i posto alla pedofilia. A opera dell’arcivescovo. Un’altra vicenda politicamente corretta. Ma, senza riferimenti d’obbligo a persone o fatti conosciuti, questa si legge (quasi) come Dostoevskij a quindici anni, piena di ricatti e assassinii. Per il resto Camilleri si diverte. Per  trecento ripetitive pagine. E in dialetto, che qui “non ci azzecca”. Anche Palermo, è tutta bordello.
Si divertono pure i suoi lettori: in vendita venerdì 8, per la festa delle donne, il prolisso racconto boccaccesco domenica era già solo in testa alle classifiche. Questo è interessante..
Andrea Camilleri, La rivoluzione della luna, Sellerio, pp. 280 € 14

Was ist das?

Bijan, quarantenne, iraniano, un anno o due fa ha aperto un ristorante di cucina persiana a Monaco di Baviera. Gli è andata bene e quest’anno ha replicato a Roma. Con discreto successo, con la formula dell’ambiente piccolo “per amici”.
Per la festa domani sera del Nowruz, il Capodanno iraniano, Bijan ha apparecchiato da qualche giorno un tavolinetto con le offerte beneauguranti – quelle che la cristianità ha adottato per sepolcri del Giovedì Santo: germogli di grano, spezie, fiori, frutta (mele, datteri, vino bianco in mancanza dell’uva), turchesi. A Monaco, dice, tutti entrando gli chiedevano cos’era. A Roma nessuno. 

Problemi di base - 136

spock

Perché il giornale più ricco d’Italia si vuole dimezzare? (per far guadagnare gli azionisti)

Come fa il giornale più venduto in Italia a farci la morale a ogni riga, un’azienda dove tutti rubano?

Perché i giornalisti ci fanno la morale se i giornali sono i posti più corrotti?

De Laurentis, De Magistris, De Gregorio, tutti nobili a Napoli? E latinisti?

Perché i mandati di arresto non sono impugnabili per diffamazione?

Perché i giudici non sono responsabili penalmente?

Perché la Corte dei conti non persegue il danno erariale della giustizia?

Perché non ci sono violinisti mancini?

lunedì 18 marzo 2013

I viaggiatori italiani non ci vedono

Clerici conclude la sua benemerita fatica, su un materiale purtroppo scadente. Eccetto Alvaro, buon viaggiatore, all’estero e anche in Italia, e Anna Maria Ortese – di cui Clerici è studioso. E Magris, di cui Clerici tiene poco conto. Anche un po’ più di Arbasino avrebbe aiutato. Ma purtroppo l’Italia, dopo il Settecento e il primo Ottocento, è inguaribile provinciale – viaggia anche molto, ma non sa vedere. Non col gusto dei grandi viaggiatori inglesi, tedeschi, francesi, nemmeno col diarismo in qualche modo originale dei viaggiatori Usa dagli occhi tappati. La maggior parte dei viaggi solitamente sono turistici, di dieci-quindici giorni, dopo i quali l’italiano illustre, Parise, Moravia, lo stesso Pasolini in Africa, in India, emozionati, si sviscerano per qualche centinaio di pagine.
Luca Clerici, a cura di, Scrittori italiani di viaggio. Vol. II, 1861-2000, Meridiani, pp. CXVII + 1911 € 65

Ombre - 169

Il taglio di un terzo della redazione, un giornalista su tre, della paginazione, della distribuzione: è il piano di  rilancio del “Corriere della sera” della maggiore azienda editoriale d’Italia, la Rcs, la più grande azienda milanese, la casa editrice democratica. Eutanasia? Di sinistra?

Laura Boldrini, establishment Dc di tre generazioni, deputato di Vendola, e poi presidente di Sinistra e Libertà alla Camera. È un bello sviluppo. Ma inquietante – o Vendola è santo in vita?

Boldrini è anche avvocatessa delle guerre Nato-Onu – Onu per conto degli Usa – in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria. A fini umanitari. E quindi: viva gli Usa?

Non c’è solo Boldrini, l’ambasciatore americano Thorne va nei licei per invitare i ragazzi a votare Grillo. L’imperialismo Usa ci aggira da sinistra?

Alfano va da Lucia Annunziata, che placida lo dice “impresentabile”. L’onorevole si arrabbia, lite, eccetera. Ma non è la prima volta. Ci andò pure Berlusconi, per poi alzarsi dalla sedia e andarsene. Da una giornalista che lui ha voluto presidente della Rai, per l’equilibrio.
È questo il problema Berlusconi, questa tv così squallida. Mentre sa vincere le elezioni, quindi saprà quanto fa squallida la tv.

Lucia Annunziata era stata un’altra Boldrini, establishment Dc intramontabile. Proiettata allora al vertice Rai da Gianni Letta. È Vendola un Gianni Letta di sinistra?

Il Vatileaks è infine nell’articolo sabato di M.Antonietta Calabrò: Lorenzo Viganò, sacerdote biblista, spiega che suo fratello Carlo Maria, monsignore di curia, è un trafficone bugiardo. Per questo allontanato dal Vaticano, anche se promosso nunzio a Washington.
Il monsignore era in tresca con Gotti Tedeschi e il cardinale Nicora, gestori delle finanze vaticane. . Tutti nobiltà lombarda, i Viganò di Lecco coi soldi in Svizzera, molti milioni, e Nicora e Gotti che gli tenevano il sacco. Nel nome della trasparenza.

L’articolo di M. Antonietta Calabrò sulla faida dei Viganò il “Corriere della sera confina a p. 15, taglio basso, senza una riga in prima. La libertà di stampa è assicurata.

Un giudice di Como condanna Dell’Utri per abuso edilizio. Sulla base di una denuncia anonima.  Contro ogni evidenza.  Chiedendo che si indaghi su questa mancanza di evidenza… Ci vuole sposare dalla parte di Dell’Utri? E perché dobbiamo pagargli lo stipendio, in nome di quale giustizia?

L’ambasciatore americano Thorne loda Grillo. Dopo che Grillo ha bloccato la nuova base militare Usa in Sicilia. Gli Usa volevano la base per far vincere Grillo? L’ambasciatore non sa quello che dice?

“A cinque anni dal clamoroso arresto, Ottaviano Del Turco ha potuto difendersi in Tribunale”. E come? ormai è condannato: dopo migliaia di paginate sulla carcerazione, e cinque anni di oblio.

Del Turco aveva un nemico ostinato, il procuratore dei Pescara Trifuoggi, amico di Fini. Che lo condannò più volte in tv. A che con un’apposita conferenza stampa. Sulla base di fotografie che in Tribunale tutti hanno visto false - dopo cinque anni. Perché non si fa un processo a Trifuoggi? Non per Del Turco, ma per le risorse pubbliche che ha sprecato per i suoi personali maneggi?
Perché la Corte dei conti non persegue il danno erariale della giustizia?

Storace invece è stato prosciolto. Cioè nemmeno rinviato a giudizio. Dopo otto anni dallo scandalo, dalla condanna cioè. In nessun momento della vicenda Storace e il suo corruttore, l’industriale Angelucci, sono stati ritenuti colpevoli di alcunché. Ma solo additati come possibili colpevoli.

Capita, zappingando negli intervalli di un film o uno spettacolo, d’imbattersi nei talk-show “di approfondimento” trovandoli estremamente volgari: di politici e giornalisti che fanno le mosse, curano il timbro e il profilo giusti, dicono scemenze. Come nel più volgare dei reality. Peggio: capita che vi si rida, per esempio a “Ballarò”, conduttore e pubblico insieme, fragorosamente di un comico che non fa ridere.

Mille motivi si possono ipotizzare per cui Berlusconi  merita il carcere. Ma non la salute. È invece questa che eccita i sarcasmi dei cronisti giudiziari – ha il cancro, no, non ha cuore, no, diventa cieco. Che sono tutti donne, o quasi. È la carità femminile?

Malinconico fine mandato per Napolitano. Un uomo di giudizio indipendente finisce legato nei riti vacui dei suoi ”costituzionalisti”. Di un costituzionalismo cioè distorto, politico, partitico. Al partito non si sfugge.

Italo mi tradiva senza rispetto”, lamenta l’ex moglie dell’onorevole Bocchino (l’ex onorevole? speriamo di sì). La signora evidentemente ne fa partecipi noi estranei per averne consolazione. Ma noi che possiamo dire? Se l’onorevole l’avesse tradita “con rispetto”?

domenica 17 marzo 2013

Il mondo com'è (130)

astolfo

Antisemitismo Modernamente vi si arriva per via dell’anticapitalismo: Henry Ford, Hitler, Pound, Céline, Hamsun.

Complotto – Il “Titanic” era stato scritto quattordici anni prima, nel 1898, da Morgan Robertson, nel romanzo “Futility, or the Wreck of the Titan”. Con ogni dettaglio – Robertson, figlio di comandante di navi, era lui stesso esperto di marineria: nel 1905, nel romanzo “The submarine destroyer”, anticipò il periscopio, o almeno così sostenne – il brevetto era stato depositato da latri tre anni prima. “Futility” racconta di un transatlantico Titan, di linea inglese come il Titanic, di cui condivide anche i due alberi, i tre motori, l’inaffondabilità, e la capacità di trasporto, tremila passeggeri, che navigando verso New York, una notte di aprile, sbatte in un iceberg, sempre di prua,  “verso mezzanotte”, e affonda in poche ore. Tutto come il transatlantico che affonderà il 6 aprile 1912. I due hanno anche molte similarità: il numero insufficiente di scialuppe di salvataggio, la metà del necessario (24 il Titan, 20 il Titanic), la stazza (46 mila tonn.-66 mila), la lunghezza (800-882 piedi), la velocità alla collisione (25-22,5 nodi), l’ora dell’impatto, la potenza dei motori (40 mila-46 mila Hp).

Destra-sinistra – Un caso apparentemente avventuroso, ma non tanto, è quello di Giuseppe Berto, il fulcro della sua “Modesta proposta per prevenire” del 1971: innestare nel corpaccione qualunquista della borghesia italiana una dose di maoismo. Che Berto intende a metà fra il volontarismo (l’impegno) e la Realpolitik, sotto il precetto che Mao dettò alla Rivoluzione Culturale: “Occupatevi degli affari dello Stato”. Che sembrava avventuroso ma è Grillo, nella morfologia e nei contenuti.

Giustizia – Quella politica aggiunge e non toglie alla corruzione, e potrebbe esserne il fattore di perpetuazione. La politica diventa l’innesco della nuova corruzione - il patronaggio politico, sia pure sotto le spoglie semplici dell’appartenenza, il meccanismo della corruzione rendendo a questo punto universale, oltre che difficilmente contrastabile. Si veda nei casi più abnormi di giustizia politica. Il caso Sme, in cui si processò chi non c’entrava per non processare chi c’entrava, gli amici (nella fattispecie non si possono dire compagni: sono Prodi e De Benedetti, due democristiani), in quello Fassino-Unipol (qui i due sono compagni), nel caso Rcs (massoneria?)

Giuseppe Berto aveva nel 1971 (“Modesta proposta per prevenire”) un capitolo “Il bordello della magistratura”. Non una novità dunque. Ma già “Pinocchio” è pieno di giudici incapaci.
I giudici forse più delle banche suscitano l’esecrazione universale. Ma con una particolarità: che tutti in qualche modo abbiamo avuto a che fare con le banche, pochi con la giustizia. C’è dunque un comune sentire alla base della disistima, consolidato, non un’esperienza diffusa.

Internet  - La rete euforizza, ma anche deprime, la possibilità di mettere tutto in piazza, anche l’anagrafe. Scopre, come se denudasse, occhio sempre indiscreto sui gangli più riposti. Si digiti su google il proprio nome, decine di omonimi, anche centinaia, emergeranno che non dicono nulla, quando non inducono a ripulsa, seppure immotivata, a naso. Sgonfia, pure: non ci siamo noi al nostro nome, né il cugino che magari porta lo stesso nome e col quale abbiamo condiviso molte esperienze che riteniamo degne di note, mentre decine o centinaia di omonimi si pavoneggiano che ci offendono. Sgonfia dunque, e spiazza – depersonalizza.

Leader – È bastato l’arrivo del maestro Muti a Roma per rivitalizzare l’Opera di Roma, che languida da tre decenni, l’orchestra, il coro, il teatro, e il corpo di ballo. Incapaci perfino di mettere in piedi una stagione anche mediocre, per mancanza di risorse, si diceva, in realtà di idee, e per un sindacalismo selvaggio, di alcune centinaia di persone, maestri, professori, artisti, che pretendevano lo stipendio e poi un secondo libero lavoro.  Il primo anno l’Opera riuscì a commuoversi e commuovere. Col “Nabucco” e perfino con messinscene logore, come “La Traviata” di Zeffirelli. Il secondo anno portò a Roma tutta la critica ammirata. Quest’anno gli elogi critici virano al delirio – “la migliore serata della mia vita”.  Con la stessa orchestra, lo stesso coro, e perfino lo stesso copro di ballo. Senza grandi sponsor né grandi risorse, anzi con messinscene al risparmio. Con abbonamenti record, e prevendite chiuse un’ora dopo l’apertura. Da due anni la migliore stagione d’opera d’Italia – non si dice per non offendere la Scala, ma è opinione comune.
Il lavoro di Muti a Roma viene peraltro dopo il suo incarico di direttore stabile della Chicago Symphony Orchestra. E la sua chiamata a Roma, così come la sua accettazione, sono venute per ripicca contro il sovietismo della Scala. Muti ha portato a Roma il suo spessore artistico, e la professionalità. Ma soprattutto ha portato il suo nome, il “carisma” che ha consolidato: basta poco per far lavorare le persone.

Mosè - “Le leggi di Mosè sono un’impressionante esaltazione della proprietà privata” – Giuseppe Berto, “Una modesta proposta per prevenire”. Lo scrittore veneto non è il solo a sostenerlo. Ma non è vero: sono l’esaltazione dell’individuo, della “coscienza” come responsabilizzazione (il concetto di peccato): forse il primo apparire della coscienza. A meno di non confondere l’individuo con la proprietà.

Paternità – Ha cambiato natura, ed è misconosciuta. Lo è sempre stata, potenzialmente, ma ora come dato di fatto: del padre si può fare e si fa sempre più a meno nella procreazione, del padre cosiddetto naturale.
La paternità non si può però esercitare nella nuova forma. Il patriarca che esercitava fuori casa dev’essere ora casalingo ma non può esserlo. Se non il sabato e la domenica, una presenza quindi falsata, come prima - da sottrarre a ogni altra occupazione\svago.

Scuola – Si discute se la scuola deve festeggiare, al modo delle scuole, coi pensierini e i lavoretti dei bambini, la festa del papà. Che offende le madri singole, le eterologhe, le lesbiche, e forse anche i gay. Ogni anno, periodicamente. Come ogni anno per il presepe, se la scuola deve farlo, o non offenda gli ebrei, gli islamici, e gli atei. Le insegnanti più progredite nell’intercultura hanno ritenuto loro dovere abolire il presepe, e ora puntano a abolire la festa del papa. Se non che molte madri singole, e qualche lesbica, la vorrebbero – così come molte madri immigrate, non cristiane, hanno richiesto il presepe. Perché non vogliono essere tenute al di fuori delle feste degli altri, loro e i loro figli.
È facile capire chi sbaglia e chi no: più che il rispetto della differenza – civile, etnica, religiosa (le feste non offendono nessuno) - incide l’odio della famiglia, di cui le feste sono simbolo. Un segno della dissoluzione di sé, italiana, europea, occidentale – che viene chiamata depressione ma è solo voglia mascherata di fallimento, del muoia Sansone con tutti i filistei. Anche il rifiuto della festa lo è - dell’idea della festa.

astolfo@antiit.eu 


Milano città d’ordine, degli altri


Alla fine, Milano, “la grande città”, è “industriale e medievale insieme, affarista ed ascetica, spregiudicata e prudentissima, che dovunque sospetta un’infrazione alla regola, all’ordine stabilito”. Da parte degli altri, Ortese non lo dice ma lo sottintende – non lo dice perché fa suo l’abito milanese della dissimulazione (“Milano “consiglia continuamente il silenzio, predica incessantemente il silenzio”). Chi non fugge, pensa di farlo. “Il professore privato, il pazzo”, alter ego anche fisico della scrittrice, vuole andare a Parigi: “Mi assicurano che lassù l’uomo viene rispettato, la giustizia viene distribuita con la bottiglia del latte, ogni mattina. Il sole, la sera, è rosso per la grande stanchezza di aver illuminato tutti. I fiumi servono a lavare indistintamente tutti gli uomini. V’è acqua, libertà, gioia”. Tutto ciò che non v’è a Milano. Ma già presto “la capitale del lavoro italiano” è “quella foresta di pietra vivente”.
Non è un rifiuto isolato. La scrittrice, nata a Roma, ha vissuto a Napoli e in Liguria. A Milano c’è stata però per un lungo periodo, quando pensava di farsi una professione nel giornalismo e come scrittrice. Il suo è il rifiuto di tutti, compresi eminenti lombardi come Gadda e Arbasino, e eccettuati alcuni napoletani – o forse il solo Marotta. Ma molto insidioso.
Anna Maria Ortese, Silenzio a Milano