sabato 18 maggio 2013

Brilla Mediaset, la Rcs è una cupola stanca

Mediaset record nella settimana delle trimestrali e dei piani anticrisi, Rcs sempre in affanno, con una ricapitalizzazione indigesta ai più, e un piano di soli tagli. In una settimana micidiale apparentemente per Mediaset, con la condanna annunciata di Berlusconi a sei anni, in aggiunta ai quattro che ha già avuto. E non è tutto: Mediaset record nel 2013 di Piazza Affari, più 50 per cento, Rcs record negativo, meno 50 per cento. Pur operando sullo stesso mercato la pubblicità. Che si è contratta del 25 per cento, dai 9,3 miliardi del 2010 ai 7 in previsione quest'ano. Ma è affrontata con ristrutturazioni antitetiche: Mediaset non licenzia nessuno e non scarica nessuno sullo Stato e gli enti previdenziali con i prepensionamenti.
Sono, benché entrambi milanesi, due mondi diversi. E il migliore non è quello che si pretende tale – occupa le prime della Sala, ma se le fa pagare dallo Stato. È la superiorità del capitalismo familiare, almeno in Italia, su quello di mercato. Sempre o incapace o truffaldino. È l’ennesima prova che il “salotto buono” o “galassia” Mediobanca è solo una cordata di potere: tutte le aziende alle quali Mediobanca ha imposto il suo salotto sono andate in fallimento o l’hanno rischiato, Montedison, Fiat, Pirelli-Continental, Olivetti, Gemina-Hdp (Valentino, Marzotto, etc.), Telecom, Fonsai. Rcs, il maggiore gruppo editoriale italiano qualche anno fa, non fa che espellere personale, chiudere testate e pagare debiti. Anche ora che procede all’aumento monstre di capitale, lo fa bofonchiando, per la mancanza di un vero piano industriale, ma senza mai esporre una critica o un’idea. Come una cupola.

L’Italia fuori dal mercato globale

Trentamila giovani italiani di nuova residenza in Germania, iscritti negli ultimi due anni, probabilmente il doppio includendo chi non ha (ancora) optato per l’iscrizione all’anagrafe tedesca, è una cifra elevata? Lo è. è anzi un caso unico fra i paesi industrializzati, trattandosi di emigrati giovani con titolo di studio. Punta visibile dell’iceberg disoccupazione-inoccupazione giovanile dei trentenni. Di cui la disoccupazione-inoccupazione intellettuale è un terzo, una percentuale elevatissima.

Gli Usa, che pure avrebbero il record della disoccupazione giovanile, hanno praticamente la piena occupazione fra i giovani “graduate” – i disoccupati i questa categoria sono fisiologici, non più del 3 per cento. L’Italia d’altra parte non ha un numero eccessivo di diplomati e laureati, ne ha anzi in proporzione inferiore a quelle dei maggiori paesi europei. L’alto numero di inoccupati diplomati è ritenuto indice della mancata specializzazione dell’Italia nella globalizzazione, per difetto di investimenti e\o di opportunità. I paesi industriali avanzati si sono ricollocati nel mercato globale puntando sui servizi qualificati e le produzione medio alte, per qualità e tecnologia.


La globalizzazione colpisce gli Usa

Gli Usa sono passati in dodici anni dalla più alta percentuale d’impiego dei giovani 25-34nni, segno degli effetti benefici della globalizzazione, alla più bassa tra i paesi Ocse. Il dato è comunicato dal dipartimento Usa del Lavoro, nel quadro di una revisione dei presupposti strategici, e della divisione internazionale del lavoro, che stava alla base della stessa globalizzazione realizzata negli anni 1980.
La disoccupazione giovanile, dei 25-34nni, nei paesi industriali, non vedrebbe al primo posto l’Italia. Nel 2011, l’anno più recente per il quale esistono statistiche comparabili, il record spettava agli Usa, con il 26,6 per cento della forza lavoro totale per quelle classi di età, mentre l’Europa seguiva a distanza, con un 22,6 per cento in media. Con un incremento abnorme rispetto a dodici anni prima: nel 2000 gli Usa avevano il record dell’occupazione giovanile tra i paesi Ocse. Benché, negli stessi anni, i giovani 25-34nni abbiano relativamente peggiorato le loro retribuzioni medie, sempre secondo il dipartimento del Lavoro.
I 25-34nni sono la sola classe d’età che ha peggiorato occupazione e retribuzioni nel dodicennio. Ma il segno è ritenuto preoccupante: l’indizio che la globalizzazione comincia a incidere anche sulle lavorazioni “intermedie”, di qualità e tecnologia medio-medio alte. La Cina, che è metà del mercato globale, si sta riposizionando rapidamente, nelle produzioni e nelle acquisizioni, di tecnologie, marchi, mercati.

Céline fa pratica di sfruttamento e disoccupazione

Un complemento di lettura indispensabile, per céliniani e non. È la raccolta, riunita per la prima volta venti anni fa, e unicamente in italiano, dei testi sociali di Cèline, in materia di lavoro e salute. Redatti in qualità di esperto dei servizi sanitari della Società delle Nazioni (la futura Organizzazione Mondiale della Sanità, nei cui archivi sono stai reperiti) e di animatore del dispensario medico di Clichy a Parigi. I primi tre, del 1925, riguardano le condizioni sanitarie in Usa in Luisiana, alla Ford di Detroit, e alla Westinghouse di Pittsburgh. Gli altri due sono “Le assicurazioni sociali e una politica economica della salute pubblica”, 1927, “Per stroncare la disoccupazione stroncheranno i disoccupati?”, 1933.
Un Ur-Céline che ha già la verve dello scrittore, ma mostra radici insospettate: lo scrittore intemperante spumeggiante s’innesta su dieci anni di esperienze in vario modo estreme – più per un letterato, seppure in petto, per natura e vocazione alieno alla dura realtà.
Louis Ferdinand Céline, I sotto uomini, Shakespeare and Company, pp. 155. ril. pp. vv.  

venerdì 17 maggio 2013

La mafia matriarca

Due memorie di pentiti, figlia e padre (queste raccolte da Ombretta Ingrascì), che sono in realtà un monumento a una donna non pentita, Maria Serraino, nonna e madre. Entrambe sottolineano il fascino del padre, benché piccoletto e provinciale a Milano, pieno quindi di mogli e amanti, con quattro figli da quattro madri diverse, ma l’eroe non è lui, è la matriarca Maria, sua madre, che la famiglia ha trasportato dalla Calabria a Milano. Per presto “impossessarsi” di piazza Prealpi, dove casualmente abita, in una casa popolare, facendone “il suo feudo”. Col commercio della droga. Malgrado i tanti figli e nipoti morti di overdose. E da dove a suo modo dirige la guerra di mafia forse più cruenta, tra i Serraino e i De Stefano-Libri a Reggio Calabria.
Semplice e sensazionale: una casalinga padrona di Milano, o una calabrese. Originale per questo, rispetto ai tanti libri di mafia - lo stereotipo della donna del Sud è sempre invadente. Fra le tante apologie di mafia sugli scaffali è senz’altro la più action movie ma anche la più “umana”, con la rispettabile Inghilterra, madre giudiziosa, sullo sfondo, e gli amori irrefrenabili, specie quello filiale-paterno.
Contrariamente alla presentazione, quello di Marisa Merico non è un romanzo, è un sorta di “inno alla gioia” mafioso. Altrettanto quanto le confessioni di suo padre Emilio Di Giovine, mafioso stanco, come la sorella Rita, sono dolenti. Marisa è la figlia di primo letto di Emilio, con una giovane inglese di buona famiglia. Cresce col padre fino a diventarne la “delfina”, la sostituta nei suoi lunghi periodi di carcerazione. Ma non tanto da non tirarsene fuori a tempo. O è un romanzo-verità, di sostanze (fatti, personaggi) dure, senza la leggerezza della fantasia che allevia pure l’horror, non rituali. Maria Serraino, qui sempre la Nonna, con rispetto, con affetto, fu a suo modo un’imprenditrice di grande successo. Spietata quanto ogni altro imprenditore di successo. Per l’autrice, quella del padre e della nonna  fu “una scuola privata”.  Lo avverte quando, al carcere duro in Inghilterra a 24 anni, madre di una figlia di pochi mesi, si scopre combattiva. Una che non molla, tra regolamenti severissimi e compagne di mensa e di doccia cattivissime (pluriomicide, serial killer, assassine di bambini, anche dei propri figli). In questa scuola privata, si rende conto, “dovevi essere forte”. E così pure si scopre alla fortuita liberazione pochi anni dopo: “Ero stata stoica e forte, e decisi di restare tale per sopravvivere all’esterno”. Diventando scrittrice, di successo.
Nell’originale inglese Marisa è una “mafia princess”. Non a torto, a parte le foto lusinghiere a colori di cui adorna il libro. È una mafia vera, la sua, intenta al business, che è la vera sostanza della ‘ndrangheta, come della mafia e della camorra - senza cioè le ridicole iniziazioni, i rituali, i giuramenti che fanno la gioia dei giudici e dei giornalisti, supremo diletto sembra dare questa ermeneutica povera. Affari, condotti con serietà, con semplicità, seppure col kalashnikov a portata di mano. E poi col pentimento. Marisa altrettanto determinata della nonna Maria, e sempre senza rimorsi. Anche se, certo, da poliglotta cosmopolita.
Più di tutto, in fatto di generi, il “romanzo” di Marisa Merico sembra un memoriale, una narrazione partorita da un avvocato. Con l’amore paterno assorbente, del padre e della nonna, della famiglia, come attenuante. Per più indizi non convincente: la droga transita da un porto di Gioia Tauro che ancora non esisteva, si fanno lunghi viaggi in quattro e con un carico di contrabbando nella vecchia 500, l’ortografia è sbagliata, nell’originale, di quasi tutti i termini italiani. E tuttavia è una forte storia, della Milano vera, della famiglia in Calabria e, sorprendentemente, senza eccessi, della vita carceraria.
Marisa Merico, L’intoccabile, Sperling & Kupfer, pp, 271 € 18
Ombretta Ingrascì, Confessioni di un padre, Melampo, pp. 185 € 13

La vera Dc è ovunque

Da ultimo presidiano la “questione morale”: come assolversi e gloriarsi dannando gli altri. Luigi Zanda ne fa professione in Parlamento, lui che, da segretario di Cossiga, il capo di Gladio, un presidente della Repubblica che rischiò l’incriminazione per attentato alla sicurezza dello Stato, avrebbe dovuto meglio nascondersi. Dalla presidenza della Camera Laura Boldrini occupa quotidianamente la sinistra con le sue esclusioni, progenie di nobile e potente famiglia democristiana, giornalista suo malgrado in gioventù alla Rai, e poi diplomatica dell’Onu, pronubo Andreotti nelle vesti di ministro degli Esteri. Mentre dalla presidenza del Csm Vietti si assicura che nulla succeda (intercettazioni? carcerazioni? processi?), che la questione morale segua il suo corso, punendo i nemici. Senza contare i fuori ruolo che ogni giorno ci fanno lezione di morale: Zagrebelsky etc.. E Letta naturalmente, a cui non si può però muovere appunto: il presidente del consiglio fa il mestiere per il quale si è candidato, da democristiano dichiarato, senza nascondersi.
Parlano loro per evitare che si esponga la pancia dell’Eterno Partito, Bazoli, Montezemolo, la Fiat, De Benedetti, Bagnasco, le banche, la Confindustria, “Milano”. Meglio, loro parlano perché i media della pancia ci possano fare la cresta, il “Corriere della sera”, “la Repubblica”, “la Stampa”, “Il Sole 24 Ore”. Meglio se  con commentatori laici, non professi.
Il partito neo guelfo ha fatto flop. Doveva essere Monti, sembrava fatta. E invece Monti è finito per quello che è stato, un manichino. In forma di economista, curato, forbito, poliglotta, e incapace. Ma l’Italia è saldamente presidiata, Napolitano è molto fuori posto da un mesetto.

giovedì 16 maggio 2013

Quando l’Italia (non) cacciò gli intercettatori

Immaginiamo che in Italia ci sia una forte presenza di neri. È possibile, c’è già e cresce. E che un nero, giovane, magro, diventi capo del governo. È possibile anche questo, l’Italia è aperta a ogni soluzione: ha già votato Grillo – anche se Grillo non è più giovane né bello. È però certo che il presidente nero italiano, per quanto innovativo cioè e coraggioso, ovviamente democratico, non caccerà mai i suoi giudici o agenti delle tasse perché intercettano la destra, anche nel bagno, e la angariano – mentre perdonano  le malefatte piccole e grandi dei democratici in cui per caso si imbattono. Quello che ha fatto, “senza ambage”, l’analogo americano.
Si dice: l’Italia non è l’America. E perché no, anche lì c’è corruzione, ma fino a un certo punto. Si dice: la destra italiana è cialtrona. E che vuol dire, che bisogna angariare i cialtroni? Si dice: ma Obama reagisce perché altrimenti perde i voti. E in Italia, il partito Democratico non li perde, pagando le colpe dei suoi giudici sbirri, senza reagire? No, la differenza è l’onestà: ci sono alcuni che proprio non sanno concepire il valore dell’onestà. Dicono che è una cosa di destra, che conta l’immagine (la propaganda), e che tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri.
Ci vorrebbe dunque un Orwell per esorcizzare l’Italia, quello degli animali? Ma l’Italia è un animale, una cosa viva?

L’Autore Ignoto, farsesco e tragico

Sono i giorni del Diciotto in cui Trieste diventa italiana. Un amico-nemico dell’Autore Ignoto decide lì per lì di avergli trovato un editore, il più importante di Vienna, la capitale appena perduta. È l’apoteosi e la rovina – un falso assegno, un debito vero, bastano poche righe allo Svevo uomo di finanza per tradurre la farsa in tragedia (ma c’è il lieto fine).
È la favola dell’Autore Ignoto, un apologo piuttosto. Ironico, sarcastico, autobiografico – Svevo va per i sessanta ed è anche lui autore ignoto. Gabriella Contini, la curatrice della raccolta dei “Racconti”, classifica la burla sotto la sezione “L’autobiografia travestita”, unico della sezione. Svevo Autore Ignoto, al tempo di Fogazzaro e De Amicis, si traveste da specialista di passeri, come gli uccellini guardingo ma non protetto, stratega a nessun fine, libertario volentieri in trappola. Si sa da subito che la storia è amara ma si ride – il double talk-double standard di Svevo è al meglio, qui come in ogni riferimento personale. Note non invadenti situano questa edizioncina separata del racconto nell’opera sveviana.
Italo Svevo, Una burla riuscita, Robin, pp. 114 € 5

mercoledì 15 maggio 2013

Ombre - 176

Piero Boitani lamenta su “Repubblica” che l’Italia premi, laurei e aduli Soros come filantropo, uno speculatore che all’Italia ha fatto molto male. Ci voleva un  professore per dirlo, nessun giornalista se n’era accorto, solo cronache lusinghiere. Ma Soros, almeno, li paga?
O la filantropia è italiana nei confronti di Soros? Di giornali, università, premi letterari, tutti indigenti?

Boitani “Repubblica” confina alle letterine. In effetti, bisogna dire che il professore non è cerimonioso, “visto che il sottoscritto, come molti altri, si videro le rate del mutuo aumentare di diversi milioni di lire grazie alla sua speculazione”, di lui Soros, il filantropo: altro che premi, “considererei legittimo, ove lo incontrassi, prenderlo a calci per il danno subito”. È troppo per i correttissimi giornali italiani (si può parlare male solo di Berlusconi).
O c’è la massoneria? Certo che c’è , cioè non c’è.

Paolo Di Stefano si scandalizza sul Corriere della sera” che qualcuno possa rimproverare alla giudice Boccassini il razzismo esercitato in Tribunale. “Il discrimine tra chiacchiere da bar e dichiarazioni ufficiali è venuto meno da anni”, argomenta. Mah! In un certo senso ha ragione, è proprio la barbarie.

Di Stefano si scandalizza dopo aver ricordato alla giudice, napoletana, che il suo stereotipo razzista “viene in genere assegnato non all’Oriente ma al Meridione, dai settentrionali”. C’è sempre qualcuno più razzista.

Nessuno che accenni, nemmeno per caso, nemmeno il giornale e le tv di Berlusconi, alle assurde giudici di un processo penale che non vuole ascoltare la parte lesa. Tre giudici, non una, quindi non è un caso d’incapacità.
O la parte lesa è Boccassini? Questo sarebbe inquietante, perché tutti la paghiamo.

Stranamente, al processo Ruby, la Pubblica Accusa non contesta a Berlusconi la subornazione dei testimoni. Che avrebbe potuto ottenerle una lunga condanna. Forse perché è un reato certo?

Vedere, seppure su una televisione berlusconiana, un commissario di polizia che conosce le procedure meglio di un giudice, oltre a essere più intelligente, fa impressione.  A quando un processino alla Iafrate?

Litizzetto commenta con Fazio che Brunetta non deve lamentarsi, anche Amato e Maroni “non sono alti”. E Litizzetto?

Ma perché Litizzetto con Fazio debbono dirsi di sinistra, e anzi avanguardie della sinistra? Basterebbe dirli antibrunettiani – pur non essendo molto alti.
Era il re di Prussia che voleva le sue guardie alte “almeno sei piedi”, Federico Guglielmo. Quello del chiodo, uno che prendeva a calci i suoi figli e le figlie.

Paola Cortellesi e Serena Dandini attaccano Paola Ferrari nella loro pièce anti-femminicidi, “Ferite a morte”. La conduttrice si dice offesa, Cortellesi e Dandini dicono che non è lei, la “conduttrice bionda” che il marito assassino amava della “Domenica Sportiva” etc. … Ora, si può essere ipocriti, ma perché di sinistra?

Bob Dylan, che ha cantato per il papa Giovanni Paolo II, per la Francia repubblicana è “pacifista e drogato”, non meritevole della Legion d’Onore. La cultura (non) è laica?
È per questo che il presidente (radical)socialista Hollande vuole in Francia una nuova materia di studio, l’etica laica?

Il primo riferimento che viene in mente al conduttore di Sky Tg, quando gli fanno leggere che è morto Andreotti, è che “aveva collegamenti con la mafia”. Il Tg 1 della Rai, un’ora dopo, non ne sa dire niente, giusto quattro parole in sovrimpressione, “è morto Giulio Andreotti”, scritte magari da qualche redattore anziano. È l’effetto dell’abolizione della storia a scuola? 

Il poeta è felice senza il Partito

L’unica cosa che rimane del poeta?  “Sento a tal punto la mia libertà che non sono più padrone di me stesso”. Poi vivrà nella bugia, e nell’opportunismo. Testimone di molte infamie, per esempio dell’assassinio, a suo dire, di Gor’kij. E di alcune anche autore, a carico per esempio di Kravchenko, l’autore nel 1948 di “Ho scelto la libertà”, la prima testimonianza del gulag, che poi, persa la causa intentata da Aragon si suicidò  (al processo Roger Garaudy, filosofo cattolico e comunista, assolse i campi con l’autorità di Giovanna d’Arco, Lacordaire, Carlo V e Renan, il tribunale di Parigi non credette a Margarete Buber Neumann, che era stata in un campo in Kazachstan “grande due volte la Danimarca”, sentenziando non potersi dire un campo “se non è cinto da mura”). E tuttavia stalinista, anche alla memoria. Marcato stretto da Elsa Triolet, l’inflessibile musa sovietica.
Qui Aragon è giovane alla conquista di Parigi. L’originale significa specificamente contadino, Paolo Caruso ne ha però ben tradotto il senso con “paesano”, provinciale. Reduce dagli smanettamenti adolescenziali con tipi pericolosi, Montherlant, Drieu (“Guy”, “Aurélien” di altre sue narrazioni) e E.E.Cummings. Poi s’innamorerà del Partito, nelle vesti della musa venuta da Mosca. Sarà il “fou d’Elsa” - ma già ambiguo “con d’Irène”, con un apertissimo infine “il n’y a pas d’amour heureux”, non c’è amore felice, il verso per cui è celebre. “Il paesano” è il libro di come uno scrittore, una vita e una storia avrebbero potuto essere, non fosse stato per l’ideologia e l’opportunismo. Un’esistenza nella quale l’idea di piacere trova poco posto, riempita dal piacere stesso, “giovane di ogni bellezza” che a lungo manterrà “il sentimento del meraviglioso quotidiano”, da tutto “distratto, eccetto che dalla distrazione”.
La vita da un certo punto di vista Aragon non la sbagliò: il “figlio della nonna”, rifiutato dai genitori, si rifece nel Partito con gli onori e una sontuosa dimora con annessa proprietà a Saint-Arnoult, che Elsa governava. Ma era una maschera. A maggio del ’68 si lasciava così presentare da Cohn-Bendit: “Silenzio compagni, parla un traditore”. Detesto la curiosità, aggiungerà in “Mentir-vrai”, che non si traduce, non mi diverte, detesto la stupidità. Si detestava, forse, infine. Ma non è solo, censure e autocensure hanno reso malagevole al realista contemporaneo, al testimone, di dire la verità. Lui lo sosterrà, sempre convinto: “I realisti dell’avvenire dovranno sempre più mentire per dire la verità”. Ci vuole disonestà per il genio, è il limite della virtù.
Aragon, Il paesano di  Parigi, Est, pp. 200 € 2,79 (remainders)

martedì 14 maggio 2013

L’opera aperta a mattone

Cinquant’anni fa Eco esordiva col botto con queste opera subito celebre. Ma che voleva dire?  A parte sproloquiare – lui sembra divertirsi. Un mattone di parole.
Umberto Eco, Opera aperta

Il mondo com'è (136)

astolfo

Comunismo – Non crolla le fede, malgrado le sconfitte: la certezza della buona causa, che sola è  stata sconfitta. Senza demerito. La fede nel comunismo “realizzato”, sovietico. Si dice per la negazione  della realtà che la fede comporta, delle condizioni pratiche del vivere e dell’agire politico, compreso tra esse, più che per una norma etica, il rispetto della vita, almeno di quella umana. Ma di più incide il culto del capo, sotterraneo, subliminale, inavvertito. Potentissimo. Specialmente visibile nell’arte funeralizia, altrimenti inspiegabile per non devoti e non credenti, quali i comunisti si supporrebbero. Si dice: per il rispetto dovuto all’onestà, all’integrità. Ma molti comunisti muoiono di cui non si sa nulla. No, è proprio il culto del Capo, dell’Immagine, della Guida.

Eugenetica - Nel 1924 la nuova legge Usa sull’immigrazione puntò esplicita e radicale a garantire il carattere nord europeo, più specificamente “sassone”, della popolazione. Basandosi su “The Passing of the Great Race”, dell’ambientalista e eugenetista Madison Grant, 1916, sottotitolo “The racial basis of European History”: una teoria del razzismo che poneva a base dell’antropologia e della storia. Celebrativa di una “razza nordica”, un raggruppamento antropologico-culturale poco definito ma centrato sulla Scandinavia e l’antico tedesco. Era questo il fulcro, argomentava Grant, un avvocato, dello sviluppo umano.
Grant era un avvocato, ma le sue argomentazioni si pretendevano scientifiche, e come tali ebbero successo, di pubblico e politico, nel Congresso che doveva ridefinire la politica dell’immigrazione. Eugenetista, Grant predicava anche la limitazione dei matrimoni “inter-razziali”, e la seprazione-eliminazione dei “tipi razziali senza valore”.

Il Johnson-Reed Act, la nuova legge Usa, escluse ogni immigrazione dall’Asia (l’Africa non era nemmeno presa in considerazione) e limitò fortemente l’immigrazione dal Sud e dall’Est Europa, con un sistema di quote basato sull’origine della popolazione naturalizzata nel 1890. A quella data l’immigrazione dal Nord Europa rappresentava l’80 per cento del totale. Così gli italiani, che erano arrivati in gran numero successivamente, in media 200 mila l’anno nei dieci anni dopo il 1900, ebbero la quota annua di nuova immigrazione limitata a 4 mila. Mentre la quota annua per i tedeschi era di 57 mila. L’86 per cento dei nuovi arrivi era riservato ai paesi europei “nordici”, con le quote più alte per la Germania, la Gran Bretagna e l’Irlanda. Le quote per l’Italia e gli altri paesi europei erano così restrittive che il saldo netto fu nello stesso 1924 e successivamente negativo: più italiani lasciavano gli Usa di quanti vi entravano.

Dieci ani dopo il Johnson-Reed Act, il programma di eugenetica fu adottato da Hitler. Un programma intensivo di sterilizzazione di donne affette o portatrici di “stupidità ereditaria” fu messo in opera, per un numero complessivo di donne sterilizzate non inferiore a mezzo milione, e secondo alcune stime vicino ai due milioni. Il numero delle sterilizzazione viene derivato in rapporto ai decessi di donne giovani – la sterilizzazione aveva un’elevata incidentalità mortale. La ricerca di Gisela Bock, “Zwangssterilisation im Nationalsozialismus”, cita questionari bizzarri per la rilevazione della “stupidità ereditaria”. Del tipo: “Dove e di che cosa vive l’airone africano”.

Fiorentino – Molto in uso in Francia, benché non catalogato dal Robert, nel senso di “machiavellico”. Forse in ricordo di Caterina dei Medici, di cui la Francia non ha ancora digerito che l’abbia salvata. In quanto Stato: monarchia, continuità, unità. E vorrebbe liquidare come una intrigante.
L’uso più diffuso del termine fu in connessione con Mitterrmnd, che lo usava e ne fu ritenuto specialista. Di lui Emmnuel Carrère riferisce incidentalmente come, “principe degli spiriti sottili, spingendo il machiavellismo fino alla stupidità”, si affrettò a riconoscere il colpo di Stato tentato contro Gorbaciov in vacanza in Crimea nel 1991 da quattro vecchi e balordi generali di cui nessuno ricorda più il nome – un golpe di cui lo stesso Gorbaciov non si accorse.

Internet – È fiction. È il dilagare della fiction, in tutte le sue forme, dall’autofiction delirante a quella complottistica.

Si porta “The Huffington Post” a riprova che l’informazione online paga, è già un business. È l’unico caso – era, adesso si vede meno. Tuttavia ragguardevole, indubbiamente: il più influente blog americano, anzi un giornale online molto citato e perfino rispettato. Con alcuni accorgimenti.
Il giornale si centrava su Arianna Huffington, di cui la domenica col commento si mostrava la fotina. Giovane e wasp, mentre era una signora sessantenne e molto greca, Arianna Stassinopulos. Il che non vuol dire nulla, è molto bello essere greci, se non che il blog più citato cheats a sua volta, bara, un pochino. È così: il blog per essere rispettato deve barare, si conviene che le spari grosse.
Moltiplicando e dividendolo “The Huffington Post” altre fotine sono state aggiunte all’edizione italiana e francese, Lucia Annunziata e Anne Sinclair, l’ex moglie di Strauss-Kahn, ma non hanno funzionato – per difetto di glamour? perché di loro si sa tutto.
Arianna risultava fondatrice e direttrice di “The Huffington Post”. Da giovane s’era fatto un certo nome con una biografia della Callas. Poi si era fermata a un “On Becoming Fearless....in Love, Work and Life”, il tipico manuale americano della felicità. L’aveva scritto dopo l’incontro, il matrimonio e gli alimenti di Michael Huffington, petroliere texano, candidato sfortunato per la destra repubblicana al Senato federale Usa, sposato nel 1987 e divorziato con ricchissima liquidazione dieci anni dopo.
Tutto ciò è molto più interessante dell’Arianna ossigenata della fotina, ma Internet ama mentire. Non proprio mentire, scantonare: non ha come scopo la verità.
La fama è durata fino a che “The Huffington Post” non è stato venduto, per 315 milioni di dollari. Veri. Fare 300 milioni in cinque anni, ammesso che 15 diano serviti a pagare i collaboratori, al netto delle entrate pubblicitarie, questo però è un “vecchio” miracolo.

Nazibolscevismo – In Germania fu ampio e duraturo – il sinistra-destra, o nazionalbolscevismo, la destra specchio (concorrente) della sinistra. Hitler, secondo gli ultimi studi di Nolte, si ispirò nella costruzione del nazismo all’esperienza sovietica: di un movimento capace di suscitare fede e entusiasmo con l’intransigenza e la determinazione, uguaglianza considerando non un livello di ricchezza ma l’uniformità delle opportunità.  Ma, contrariamente a quanto asserisce Nolte, fu Hitler per primo a imporre l’uniformità del gruppo dirigente, liquidando i paracomunisti del nazismo poco dopo la sua presa del potere, Röhm e Gregor Strasser, due anni prima delle grandi purghe staliniane.
Per un paio d’anni nel primo dopoguerra, la Germania più che l’Italia fu sul punto di basculare verso il comunismo. Ma più per la propensione ugualitarista dell’estrema destra che per la forza dei socialisti sovietizzanti. Il Primo Maggio 1919 la tensione era alta in Germania, l’attesa era per la proclamazione a Berlino di una Repubblica Internazionale dei Soviet. Nel 1920 vi furono proposte in Germania e tentativi di legarsi all’Armata Rossa, che incombeva al confine della Prussia Orientale e alle porte di Varsavia, per annientare la Polonia, che contendeva alla Germania la Slesia.

astolfo@antiit.eu

lunedì 13 maggio 2013

Letture - 137

letterautore

Aliporfuros-Oinopas - L’omerico “mare colore del vino” è questione sempre aperta – insolubile (v. su questo sito, da ultimo, il 17 dicembre 2012)? Se proprio è del vino che si tratta, bisogna ancora vedere. Se è del colore del vino: fosco, cupo, detto del mare (“pontos” in Omero). O se non è dell’aspetto del vino: spumeggiante.
“Oinos” (“oinops”) Omero dice anche dei buoi: “rossicci”, “fulvi”.

Autofinzione – È nuova e vecchia. Quella di Limonov è quella di Henry Miller, tre generazioni prima. Solo più oltraggiosa – ma nel linguaggio non nella cosa (il sesso è l’unica cosa che non “progredisce”).

Ha una data di nascita precisa, metà Ottocento, con l’autobiografia. La parola. La cosa era già nota, sotto forma di confessione, cronaca, memoria, ricordo, storia di una vita, diario, il genere più diffuso - da ultimo diario intimo, meglio al plurale. Meglio ancora con l’autoritratto, che deve essere curato – tagliato, pennellato. È piuttosto l’autoritratto. Che non è esattamente un calco dell’autobiografia
L’autobiografia è genere all’apparenza diverso: è una ricostruzione, e ha finalità storiche o politiche, sia pure dare un’immagine solo complessa, non direttamente adulatoria, di sé. Ma per l’autore l’autofinzione nasce e vive in fondo nello stesso presupposto, per quanto realistica o veritiera si proponga: è una delle forme di protagonismo dell’autore.
Le interviste, per esempio, dialoghi con se stesso, che sono dominanti, specie in tv. Erique Vila-Matas, pur dichiarandosi contrario alle interviste (“le mie interviste sono danaro, perché dovrei darle gratis? Il calzolaio va in giro a regalare le sue scarpe?”), ne dà volentieri. Accrescono il personaggio.
In una di queste Vila-Matas spiega in particolare l’autofinzione: “L’autofinzione è un’autobiografia da guardare con sospetto”. Salvo difenderla: “Perché dovremmo intendere l’autobiografia nel senso classico, come riproduzione esatta dell’io”? Facile, certo, l’io essendo inabbordabile – se non come esercizio dell’io stesso, in egotismo. 

È anche fare i conti “selvaggiamente”, senza possibilità cioè di contestazione o ritorsione, con gli altri, dalla cara mamma di tante scrittrici, ma soprattutto di Thomas Bernhard, al mondo tutto. Thomas Bernhard è quello che l’ha esercitata meglio nei cinque libri dei suoi primi vent’anni, e in molti racconti. È come un’offensiva in campo aperto, senza che comprimari o avversari possano reagire, nemmeno tenere le loro posizioni. Un po’ alla “Memorie di un pazzo”, “Memorie dell’oltretomba”.

Belli – Il Vaticano ne celebra i 150 della morte con i francobolli. La solita bella serie, col sonetto “Er giorno d’er giudizzio”. L’Italia niente. Roma? Nemmeno un convegno, una lapide, una foto gratis sui giornali per il sindaco.

Catene – Con “Tormento” e “Estasi”, la lettura degli anni 1950, con i film omologhi di Yvonne Sanson e Amedeo Nazzari. Tornano i titoli con Philipp Djian,  Vendette”, “Assassini”, “Imperdonabili”. Anche le storie. In décor moderno – setting.

Francia-Italia – Prima, seconda e terza in Francia, nella top ten dei più venduti, le “Sfumature” della signora James. Ma un anno dopo che in Italia. È una rivoluzione del gusto?

Orwell – È tuttora vituperato dal politicamente corretto: spia, provocatore, anarchico (è un ingiuria), Ma, che dire di tutto questo? “Un vero bolscevico, se il partito lo esige, è pronto a credere che il nero è bianco e il bianco è nero”. “Se nella massa degli arresti c’è un 5 per cento di colpevoli, va bene”. “Non bisogna giustiziare soltanto colpevoli, l’esecuzione degli innocenti impressiona di più”. Non è la “Fattoria degli animali”. Gli autori sono, nell’ordine: Piatakov, compagno di Lenin; Stalin; Kirilenko, ministro della Giustizia di Stalin. La satira di Orwell li approssimava per difetto. .

Pasolini - La poesia di Penna Saba diceva materna. Non lo avrebbe detto di Pasolini, aggressivo. La sessualità era per lui maledetta.

Luterano si voleva e corsa. Cioè omologato nella protesta – benché, luterano….Alla pari di ogni altro capetto, sia pure scritturale. L’onestà no?
È prima arcaista: lingua, usi, tradizioni, terra. Poi civile alla Pound, ma senza l’epica (alla Allen Ginsberg): una poesia fatalmente incitatoria. Pittorico mai, che era il suo genio. Come per un rinvio costante, o un rifiuto. Con la psicosi stessa del rifiuto, lui che era amatissimo – rifiuto da cui eccettuava i pochi, quelli del Pci, che sinceramente lo praticavano.

Traduzioni – Le librerie che vendono a metà prezzo i libri in omaggio intonsi pullulano di romanzi. Intere serie delle più rinomate case editrici. Non proprio intere, con numerosi titoli in collana, quasi tutti romanzieri\e tradotti\e. Di cui nessuno sa nulla. Le copie omaggio presumendosi a critici e recensori, sono questi i primi che a non saperne nulla, evidentemente, non avendo avuto la curiosità nemmeno di discellofanare le copertine.
La domanda sorge: perché si pubblicano questi titoli di nessuna vitalità, a un costo di partenza elevato, mentre le stesse case editrici fanno le difficili con romanzieri nazionali che, benché discellofanati, però costerebbero meno, molto meno? Un romanzo tradotto, tra diritti, agenzia, e traduzione, non costa meno di 10 mila euro, in aggiunta ai costi  redazionali e tipografici - 10 mila euro cioè in più di quanto costerebbe un romanzo discellofonato nazionale.
La risposta non c’è. Non è imperizia, poiché il flusso di queste traduzioni inutili è costante nei decenni.  Si dice: sono titoli che gli editori devono comprare en masse per avere un titolo di sicuro successo. Ma perché tradurli, revisionarli, impaginarli, stamparli e distribuirli? Una teoria vuole che ci sia un mercato nero dei diritti, via agenzia. Ma è troppo infame.

letterautore@antiit.eu 

L’“eterna sinistra” di Mussolini e Hitler.

“Un giorno la questione della gerarchia delle motivazioni di Hitler  e del nazionalsocialismo dovrà diventare un punto controverso specifico della letteratura scientifica e la tesi della predominanza dell’antibolscevismo potrebbe esserne il punto di partenza”. Con la consueta acribia Nolte vi ha dedicato quindici anni fa questa riedizione, che ha appositamente curato per l’Italia, dei suoi “Streitpunkte”, concentrandola sulla secondo parte, il nazismo in rapporto al bolscevismo. Il sottotitolo dell’edizione italiana è “Nazionalsocialismo, bolscevismo, questione ebraica nella storia del Novecento”. Ma dotandola anche dei due saggi finali della prima parte, una discussione delle tesi revisioniste – e negazioniste – dell’Olocausto (su cui era centrata l’edizione originale del 1993, gli “Streitpunkte” richiamando lo Historikerstreit di qualche anno prima sul nazismo “male assoluto).
Questa prima parte ha un curioso effetto boomerangSi sa, si avverte, è pure inevitabile, passato il pericolo sovietico, viene anzi detta, un’ansia corrente in Germania di revisionare la storia della guerra e dello sterminio. Qui anche esplicitato, seppure in nota (p.169): “Chiunque cercasse la singolarità nel crudele e nell’atroce dovrebbe esplicitare a se stesso come solo le condizioni del dopoguerra abbiano messo temporaneamente fuori gioco i principio del «tu quoque» o del «tu prius»”. In chiaro: la divisione del mondo, dell’Europa e della Germania in due ha impedito a lungo l’attribuzione delle corresponsabilità della guerra e della sue atrocità, se non della colpa originaria – il gioco irresolubile dell’uovo e della gallina, e dei topi tutti grigi.
In quanto storico accurato, Nolte non teme di esporsi su questo fronte, di flirtare col revisionismo. Il negazionismo in cui Nolte si cimenta, compassionevole, è il più pernicioso. Sembra insidioso, ma è assurdo. Egli stesso si costringe da un lato ad argomentare la confusione  (delle autorità, delle procedure) nel totalitarismo che contesta, dall’altra pretende una non credibile rigidezza dell’ordinamento carcerario: “Nessun comandante dei lager poteva di sua iniziativa comminare anche una sola pena corporale, ma doveva chiederne l’autorizzazione a Berlino e , quando si trattava di donne, doveva essere il capo delle SS a concedere personalmente questa autorizzazione” (p. 162). Ingenuità?
Un universo chiuso, in cui ci sono solo la Russia, la Germania e gli ebrei - per metà russi per metà Usa, da ultimo nella forma di Israele. A p. 177 un excursus impressionante vede soltanto la Germania in Europa. In polemica non dichiarata con Fritz Fischer, lo storico suo contemporaneo, che ha accertato la responsabilità decisiva della Germania nella grande Guerra (“Assalto al potere mondiale”), e accettandone curiosamente questo presupposto, Nolte lo ribalta in una sorta di inno trionfale: “Il Reich tedesco era la potenza europea di gran lunga più forte e meglio organizzata”, etc., etc. E avrebbe vinto non ci fosse stato l’intervento Usa. Avrebbe anche portato all’“unificazione dell’Europa continentale sotto la guida del suo Stato più forte”, a una unione non imposta e quasi benvoluta. Non fosse stato sempre per gli Usa: “L’entrata in guerra degli Usa costituì invece il presupposto per un orientamento contro la Germania”, etc. Da cui tutti i lutti: Versailles, il revanscismo, Hitler. L’effetto è di finire ributtati sulla prima versione del nazismo e della sua guerra, quella della propaganda e di Norimberga.
Ciò è vero, per questo aspetto, anche della seconda parte della raccolta: la guerra sconsiderata all’Urss (occupare l’Urss….), è una sorta di gigantesco harakiri, da propaganda da quattro soldi. Una storia “nuova” (accurata, vera) si può fare solo ammettendo la Colpa, l’unità (la follia, la vergogna) della guerra e dello sterminio. Altrimenti ci si arrampica sugli specchi: se la Soluzione Finale non sia piuttosto Complessiva. O Radicale. E se – sfidando il ridicolo – la morte per asfissia, producendosi in pochi secondi, non sia più misericordiosa di quella dolorosa per fame (magari con testimonianze a sostegno di ebrei eccellenti, come il Nobel Brodskij, sulla morte per fame nel gulag). O se per la ferocia delle Einsatzgruppen, specializzate nelle retate di polacchi, ebrei e russi, che poi falciavano col mitra, “i concetti più adeguati di tutti non sono «massacro» o «assassinio», ma «reazione preventiva esagerata», oppure «sproporzione dei mezzi»”. Per non dire della teoria che vuole i commando omicidi una reazione alla deportazione dei tedeschi del Volga – che dopo la guerra riapparvero com’erano.
Su questa seconda parte, però, centrale in questa edizione, la “provocazione” di Nolte, pur scontando i diversi background e le antagonistiche finalità di Lenin e di Hitler, è ancora utile - “Il postulato fondamentale di Hitler: un antibolscevismo «bolscevico»”. Non è una novità storiografica. Era il punto di vista, tra gli altri, di Hjalmar Scacht, il banchiere che salvò il marco, lanciò il New Deal con la piena occupazione, e riarmò la Germania di Hitler, il tutto in due anni,  nel 1964. Ma sempre si trascura che l’Unione Sovietica è stata l’Europa per quasi tutto il Novecento. Ha pesato sulla prima guerra. Ha determinato il corso del primo dopoguerra, in Polonia, Germania, Ungheria, Italia, Francia, Spagna e altrove. Ha deciso il corso della seconda guerra, alleandosi a Hitler e poi sconfiggendolo a Stalingrado. Ha determinato la storia successiva, esterna (la guerra fredda) e interna (terrorismo) della maggior parte dei paesi europei, fino allo scudo stellare. Prima di Hitler, e durante il suo regno, nessuno dubitava che l’Europa non stesse per diventare bolscevica, da Tampere al Po e Algeciras, così come dopo a lungo si è scontato.
Le lettura di Nolte è opportuna tanto più che l’Urss non c’è più: il suo crollo ha rideterminato tutto il corso della storia europea. Dell’Unione Europea per prima: gli squilibri non nascono dallo spread, lo spread nasce da una diversa morfologia dell’Unione dopo la ricostituzione della Germania.
La parte più provocatoria, ancora da sviluppare, è la più pregna: la categoria dell’“eterna sinistra”. L’inappellabile richiamo dell’uguaglianza, suscitatore di fede indiscussa e entusiasmo. Lungo la linea che va dalle plebi romane a Babeuf e Pol Pot. Ma senza trascurare Mussolini, che ne soffrì la sindrome fino all’inizio della guerra, e lo stesso Hitler. Se non che, non ultimo boomerang, la “purificazione” del mondo dagli “inetti e parassiti” deve attribuirsi anch’essa dell’“eterna sinistra”.
Ernst Nolte, Controversie, Corbaccio, pp. 209 € 6,50 (remainders)

domenica 12 maggio 2013

I fasciocomunisti – 2

Immaginiamo che 5 Stelle avesse avuto il 30 per cento del voto il 24 febbraio, una x più degli altri. Con la maggioranza quindi in Parlamento. Chi avrebbe costituito il governo? Grillo probabilmente, sarebbe toccato a lui. E come avrebbe governato? D’autorità, con la museruola: a piacere di Grillo cioè, senza alcuna autonomia per il “suo” partito, senza altro modo di decidere e nemmeno di esprimersi, se non le veline del Capo. Via blog, certo, perché no. E in regime di libertà di pensiero, certo, che c’è anche, bisogna ricordarlo, in Venezuela, in Russia e in Cina, i media possono farsi la concorrenza.
Grillo non ha vinto le elezioni. Ma il modo come governa il suo partito e i suoi rappresentanti al Parlamento non lascia dubbi. Solo in un’opinione pubblica sgangherata (furba?) come quella italiana la cosa non si dice. – non si dice questa come le tante altre “cose” incontestabili della cronaca e dell’analisi politica. Il modo di comunicare di Grillo è esplicito: non formula opinioni e non chiede pareri, ma dà direttive, anche in forma di slogan. Non vuole dibattiti. E gestisce consultazioni (“primarie”) in forma di sondaggi addomesticati. La sua comunicazione è sempre e solo di propaganda.
Il caciquismo di Grillo
Con Grillo anche internet mostra una sua intrinseca perversione. Non imputabile al mezzo, che è neutro. Per ciò stesso, però, pervertibile: i totalitarismi del Novecento hanno ampiamente capitalizzato sui media, la propaganda (il sovietismo tuttora, benché sia morto, per l’efficacia ritardata nel tempo della pubblicistica cominternistica).
La cosa va ripetuta perché internet ha generato un equivoco: che il mezzo fosse democratico. Mentre in ogni sua espressione, dai forum a twitter e allo stesso facebook, non lo è. È manovrabile, e tanto meglio in quanto si presenta democratico, avendo cioè eliminato ogni difesa. L’egualitarismo di facciata è fortissimo, il caciquismo di Grillo non ne è nemmeno l’espressione peggiore.
Ora, non si può dire internet fasciocomunista. Ma è pur sempre un altoparlante. Goebbels teorizzava il Terzo Reich all’inizio come una “anarchia autoritaria”. Mentre - si sa ormai da tanti studi, De Felice, Nolte - perfino Mussolini, perfino Hitler si inscrivevano nell’“eterna sinistra”, a loro modo impegnati, attenti alle esigenze delle masse, anche intelligenti  – finché la guerra e il razzismo non li scoprirono.

Secondi pensieri - 141

zeulig

Autentico – L’invenzione dell’autentico fu la chiave dell’antropologia coloniale, non onorevole.
Ma anche la sua negazione. Adorno ha “l’inautenticità dell’autentico”, nella società dello scambio. Che però è a sua volta un artificio: una società dello scambio sottintende un tutto inautentico. Compresa la sua critica. Come ora si vede, a distanza di poco.

Complotto - Il gusto di nascondersi rientra nel fenomeno delle personalità multiple, attualmente collocato al capitolo dei disturbi associativi, che ricomprende la vecchia categoria dei fenomeni isterici. È un capitolo vago, toccando la dissociazione, nozione tra le più indefinite della psicopatologia. Forse perché etichetta malattie diverse, per causa e natura se non per manifestazione.
Un secolo e mezzo fa lo scienziato Guido Morselli già intuiva questa ambiguità di fondo. Né se ne sostiene più l’apparentamento alla schizofrenia del dottor Bleuler, la vecchia dementia praecox: non vi può essere sdoppiamento della personalità se non v’è più una personalità. Si sono così elaborate la nozione anglofona di splitting e quella francofona di dédoublement, in opposizione alla Spaltung di area mitteleuropea e germanica. Questa essendo propriamente la frammentazione dell’Io in direzione della schizofrenia, quelle la segregazione di spicchi o grumi della personalità, labile, mobile. A opera della stessa personalità, per una deformazione che può avere, oppure no, derive compulsive, psicotiche. Può rientrare fra i disturbi della personalità, l’inverso dell’istrionismo, ed è più spesso l’effetto di una patologia sociale o storica.
Il sospetto, strumento di verità, si trasforma in un’ontologia conchiusa, la psicosi del complotto. Per cui un Hitler, per fare un esempio, fenomeno dichiarato e manifesto, viene avvolto di segreto, e ogni evento della vita quotidiana diventa assimilabile a Hitler. La vita, che si manifesta essendo, diventa un non luogo e un non ente.

Il complesso del complotto è come la superstizione, pronuba la paura: si temono mali sconosciuti, e se mancano motivi certi di temere se ne creano d’immaginari.

La paura, l’“ansiosa preoccupazione” di Hume, è il principio delle religioni.
Ma non si può fare un parallelo tra superstizione e religione. L’una è un movimento retrogrado dalla paura, la rafforza, la rialimenta. L’altra un movimento in avanti, la sorpassa e la frantuma, se non la purifica. Restano alla superstizione, e al complotto, i poveri di spirito. I complottardi sono poveri di spirito.

Il complotto eccolo qua, che c’è ormai più di segreto? L’evidenza? Non la lettera di Poe che se ne sta inavvertita, quella aperta e letta: il segreto sono le bombe (in Italia), i droni (in Iraq e Pakistan), le “bombe intelligenti” – che se fanno fino a 29 vittime casuali non hanno bisogno di autorizzazione. È la politica senza regole morali – un tempo imperialistica.
C’è, anche, al posto del segreto un uso distorto dell’informazione, che è ancora più insidioso dello stesso segreto. Dossier contro dossier, mani forti contro mani forti.

Il complotto è il buio, dov’è impossibile distinguere i gatti, luogo d’insidie. È il Novecento. Che è il secolo del processo, costante, indistinto, interminabile: Kafka. Della demoralizzazione dell’Occidente: Spengler. Se per Occidente s’intende l’Europa. E del complotto. Per via della scoperta della libertà, o della guerra permanente, calda e fredda. Le due cose, legate, hanno (hanno avuto) effetto suicida.

Giustizia – “Per avere scritto che Bernard Tapie era malhonnête”, l’editore Jean-Edern Hallier “è stato condannato a quattro milioni di risarcimento” (E.Carrèrre, “Limonov”, VII, 4). Milioni di franchi francesi e non di euro, ma sufficienti a farlo fallire. Poi Tapie si è dimostrato in più occasioni malhonnête, anche se non perseguibile, e allora? È un problema che Kant non ha risolto. Non se l’è posto per non sapere che dire? La giustizia giudica in base ai suoi presupposti (leggi): è un circolo vizioso.

Onestà – “La menzogna nuoce sempre agli altri, anche se non reca pregiudizio a qualcuno nuoce all’umanità”, è il famoso assioma di Kant nel corollario “Contro Hobbes” al quesito “Sul luogo comune: può essere giusto in teoria, ma in pratica non vale niente”.
Quando Constant gli obietta: “Un filosofo tedesco arriva a pretendere che verso degli assassini che vi domandassero se il vostro amico che essi inseguono non si sia rifugiato in casa vostra, la bugia sarebbe un crimine”, Kant resta però perplesso: “Riconosco di aver effettivamente detto questo, ma non mi ricordo dove”. E quando Constant insiste: “Nessun uomo ha diritto alla verità che nuoccia ad altri”, se la cava opponendo: bisogna “essere veridico (onesto) in tutte le proprie dichiarazioni”. Dalla verità alla veridicità. E all’onestà?

Sesso – Immutabile di fatto, dalle prime tracce visibili o dette. L’unica realtà immutabile tra le tante – la fisiologia umana è in parte mutata nella pur breve esperienza storica, i modi e gli effetti del coito no. Ma è anche la cosa – la realtà – più tabuizzata: censurata, proibita, nascosta, esposta, ecceduta.
Servendo primariamente alla procreazione, se ne potrebbe inferire una sua natura divina.
Inspiegabile lo è. Come pulsione e come atto.

zeulig@antiit.eu

La manutenzione del grottesco

Curioso libro in due tempi. La riedizione rimpolpa la raccolta con tre racconti, in aggiunta ai sette di dieci anni prima, che però ne rigenerano la lettura. Con un effetto esorcistico sui precedenti: la piccola borghesia di maniera della raccolta iniziale (lo statale che va al lavoro per non lavorare, i vicini che si mettono in affari e fatalmente finiscono male, il cornuto moderno che capisce la moglie, la trasformazione di Caserta e della Terra di lavoro in un deserto urbano…) escono dalla dolenzia quasi neorealistica, l’ananke di Pasolini, l’uggia moraviana, per portarsi all’altezza (quasi) di Gadda, insuperato umorista del genere - o meglio di Svevo, la narrazione contestualizzandosi di preferenza in rapporto al sé-narratore, nella forma dell'“autobiografia travestita” (Magris). Pascale, che ha scrittura vera di grana fine, vince la sfida col reale (l’ordinario), e diverte oltre che divertirsi. Sempre sottilmente. “Noi che parliamo da soli” siamo avvinti a “una distorsione informativa”. Come in fisiologia, dove “gli immunodepressi sono aumentati, il nostro sistema immunitario non sa più un polline da un virus, o attacca parti del suo stesso corpo”. Mentre siamo depressi non-immuni, di un’intelligenza che immobilizza.
I precedenti racconti, che si presentavano come esercizi di bravura, si rileggono trasfigurati. In “Stai serena”, il nuovo racconto lungo che fa da specchio a quello iniziale del titolo, del cornuto comprensivo, la fedifraga si libera filosofando la propria dipendenza - assoggettata a dimenarsi di bocca e di chiappe mentre l’amante se ne sta disteso, averla apostrofata “puttana” o “troia” è tutto. I tre racconti aggiunti esprimono il grottesco, prima soffocato dallo sdegno (moralismo) o politicamente corretto. In modo subliminale, con costante dominio della misura (linguaggio). Da sottile (arguto) anatomista del parlato, un tempo si sarebbe detto del vissuto. Che come tutto in Italia è mobile e immutabile.
“Noi che parliamo da soli” è l’ultimo dei tre racconti che rinnova la raccolta. L’Altare della Patria a piazza Venezia a Roma, che Pascale sceglie a pietra d’inciampo dei vani soliloqui, era stato già scelto da Carlo Dossi un secolo esatto prima, un altro inquirente dei linguaggi aulici che sommergono l’italiano. Pascale è altrettanto tosto ma è lieve (misurato). In esso si fa rimproverare da “Vincenzo Postiglione”, il personaggio suo alter ego, “il grottesco italiano”, come quello che preferisce “la maschera alla persona, la situazione estrema a quella quotidiana,… il blocco compatto alla sfumatura”. Vuole dirci che ha fatto il contrario, e l’ha fatto – uscendo anche, un po’, dalla metaletteratura (dei maestri di scuola? delle scuole di scrittura? da dove origina l’infezione?).  
Antonio Pascale, La manutenzione degli affetti, nuova ed., Einaudi, pp. 183 € 10