sabato 31 agosto 2013

La scoperta del Novecento

L’anno scorso, ne “Il vecchio che avanza”, Walter Pedullà aveva scoperto che il Novecento non esiste. Era – è – il suo secolo e s’è preoccupato. Lo aveva scoperto a Palermo, a un convegno di giovani al quale era stato invitato. I giovani cioè non l’avevano detto, perché i giovani tacciono. . Sono critici e autori, Walter scoprì, che scrivono ma non leggono, e quindi non avevano e non avrebbero letto il Novecento. E allora s’è impegnato a raccontarlo lui, il Novecento. Che – sembrerà strano – in questa Italia della Seconda Repubblica, quindi da un venticinquennio buono, è uscito dalle cronache. Non fa testo. Non se ne parla. Non se ne fanno bilanci. Nemmeno per condannarlo, in tutto o nelle sue parti. O per sceverarlo.
Pedullà ha provveduto con una narrazione aggiornata – farcita a titolo di esempio di vecchi suoi testi. Ce n’è per tutti, all’insegna della curiosità sempre inesausta alla Giacomo Debenedetti, il suo maestro nel remoto Novecento. Per i canonici, compreso il “suo” D’Arrigo, e per Savinio, Zavattini, Campanile, Flaiano, Tozzi, Mazzaglia (chi è Mazzaglia? è a p. 455).Una ricerca-ricostruzione molto personalizzata, fuori dai canoni, cronologici o di poetiche. Segnata dai due umori prevalenti nella lunga, quasi cinquantennale, militanza critica, come si diceva un tempo, dell’autore:  valorizzare il nuovo, rivalorizzare il riso - il filone burlesco che segnò l’italiano dai suoi inizi, fino a tutto il Cinquecento (fino alla Controriforma).
I due umori s’intrecciano. Nella titolazione che scandisce i capitoli e soprattutto nella scrittura. Sempre eversiva, al limite dell’eccentrico. Sul filo dell’incertezza invece delle certezze, decostruttiva, inquieta e inquietante. E sempre invece conclusivamente convincente: l’inquietudine è poi il segno della vita. Per una celebrazione, infine, del Novecento. Che è stato specialmente vitalistico, anche in Italia. Un secolo di curiosità e applicazione – la scrittura è applicazione – che si è voluto inventivo. Per questo contraddittorio a volte, e anche refrattario alle caselle – molto polivalente.
Pedullà è di suo scrittore di forti umori, e la sua rivisitazione è soprattutto brillante. Se ne serve per tenere sempre desta l’attenzione nella lunga narrativa. Che tale è, più che un bilancio critico. Con brusche impennate, da cavallo di razza. Quella centrale potrebbe essere fertile, la riclassificazione del Novecento sulle sei “classi di scrittori” di Pound (dai poeti poundiani traslata ai narratori): innovatore, maestro, diluitore, anonimo o dilettante, cultore del bello scrivere, maniaco (sperimentalista). È comunque lettura memorabile – Moravia maestro, come Gadda. O “Il decennio rosso pesa più del piombo”, post-1968.
Walter Pedullà, Racconta il Novecento. Modelli e storie della narrativa italiana del XX secolo, Bur, pp. 533 €16

La monarchia presidenziale ancien régime

Napolitano s’è nominato quattro compagni di partito. In buona coscienza, non ha trovato nulla di meglio.
Ma la presidenza della Repubblica si vuole, si vorrebbe, aperta su tutto il Paese, anche se il proprio partito, naturalmente, è il migliore.
È una scelta, quella di Napolitano. Qualcuno tenta di dirla forzata, per evitare di dover nominare senatore a vita Berlusconi quando Woodstock vorrà mandarlo in carcere. Ma non è un buon motivo – un condannato senatore a vita “non esiste”. No, Napolitano crede a se stesso. Come i suoi predecessori, svincolato da ogni limite, anche di buon senso: Napolitano in particolare, che fa appello ogni due giorni al buon senso, mostra di non avere lui stesso equilibrio.
È la terza presidenza della Seconda Repubblica, la quarta in realtà, che surroga al Quirinale, irresponsabile politicamente per ben sette anni, una forza disgiunta da ogni forma di equilibrio. Soprattutto nelle nomine di competenza, dal capo del governo ai giudici costituzionali, al Csm, ai senatori, le Autorità di garanzia, etc. Mentre si discute se riformare la costituzione, la presidenza della Repubblica si è surrogata una quantità enorme di poteri. Tutti poi esercitati, da vent’anni, in senso politico stretto, per il proprio partito.
Nelle democrazie si vuole invalso l’uso americano dello spoil system: il presidente che vince nomina chi vuole nei posti di sua competenza. Ma non senza equilibrio: il presidente americano sta in carica per quattro anni, di cui uno di sostanziale inattività, dovendo coltivare la rielezione propria o del nuovo candidato del suo partito. E opera in un sistema bipartitico consolidato, che lo confronta con poteri reali al Congresso, anche sulle nomine. Mentre la presidenza italiana è costituzionalmente di garanzia e non di governo.
La monarchia in Spagna o in Inghilterra, anch’essa di garanzia dell’unità di popolo, è e resta molto più neutrale – “garantista”. Non da ora, da quando è finito l’ancien régime. La stessa presidenza francese, che pure è a regime maggioritario semplice, deve mostrare una certa imparzialità e l’ha mostrata, a partire da De Gaulle.

venerdì 30 agosto 2013

Il problema Berlusconi è Pulcinella - 12

Qual è il problema? Berlusconi è un criminale. Reo di frode fiscale. Con una condanna a quattro anni sancita dalla Suprema Corte. Non può fare politica. Deve essere espulso dal Senato. E andare in carcere, poiché per il giorno dopo Napoli ha pronto un mandato d’arresto.
Semplice? No, il problema è un altro: tutti corrono in soccorso del delinquente. Anche i suoi nemici - sembra di no ma è così. Per salvare il governo? No, morto un governo se ne fa un altro. Per una ragione non detta, che è un riflesso condizionato: nessuno ne può più di questa giustizia. Di pulcinella e putipù, piedigrotta compresa. In basso e in alto luogo:  un napolitano esclude il carcere, un altro lo prepara. E che quando proprio lavora, quella decina di giorni l’anno, non va oltre il diritto dei paglietti.
Con un sottofondo anch’esso distinto: che questa “napolitana” è la giustizia migliore. Sfrontata e quindi allegra, dal giudice che non c’azzecca a quello che fa senatori i suoi fratelli. Mentre gli inflessibili, finiani, Esposito se la fanno con Nicole Minetti - il figlio-nipote se non il padre o lo zio: bella salsa. Dietro c’è quella ambrosiana, torva. Che si litiga i mq. dei bagni, e le piante in ufficio.
Su questo sfondo, si fa strada il ricorso alla Corte europea di Strasburgo invece che alla Corte costituzionale. Anch’essa pronta al giudizio sommario come la Cassazione, inquinata com’è da tre presidenze della Repubblica, ora quattro, vili o partigiane. Un bel quadretto. Strasburgo rigetterà il ricorso, ma si godrà la farsa.
Triste, solitario y final
Condannato, cacciato dal Parlamento, prossimo al carcere, descritto triste e  solitario nei suoi villoni, assillante coi figli dei quali soli si fida, è tuttavia anche sempre “final”, decisivo: decide lui l’agenda politica, di cui mantiene l’iniziativa. Cosa il governo deve fare, sull’Imu, il cuneo fiscale, l’avviamento al lavoro, e se deve cadere o meno. E fonda un nuovo partito, che è lo stesso di prima ma la fondazione gli dà le tribune mediatiche gratis. Qui è la dimostrazione che Berlusconi, più che della destra, afona, è il prodotto di una sinistra inesistente - arrogante ma di pregiudizi: di niente. Uno che se la fa con Lavitola e Di Gregorio che avversario sarebbe altrimenti? Che bisogno ci sarebbe, altrimenti, dei processi e le condanne?

Il mistero della preghiera

Un martyrium sine cruore”, senza violenza. L’esicasmo è “una disciplina”. Fondata su un ponos kardìas, la fatica del cuore, “tutto interiorizzato…, teso a ristabilire (ossia «rovesciare»)”, col sostegno di Dio misericordioso, “la natura dell’uomo, decaduta in ragione del peccato originale”. Un “combattimento spirituale”, prima di tutto con se stessi: “Lo sforzo violento…., veemente ma al tempo stesso mirato, produce nell’animo del praticante una profonda sofferenza, che non prevede facili consolazioni”, certo non il “quietismo”, “né tantomeno «visioni» ingannevoli”.
Il mistero della preghiera è ancora insoluto. L’esicasmo si pensa una bizzarria – uno “yoga cristiano”. Neppure Eliade vi si sofferma. Qualche traccia sovveniva fra gli storici per la polemica fra san Gregorio Palamas e il monaco Barlaam nel Trecento, la “polemica palamita”. Le tecniche ascetiche sancite dalla tradizione erano naufragate con la teologia di Palamas e il concilio di Firenze nel Quattrocento. .
È un libro di scienza. Ma non ultimo, e non unico, nella riproposizione in questo millennio di una religiosità, quella ortodossa, a lungo rimossa dalla cristianità. Tosti dice che se ne parla grazie al Concilio Vaticano II. Ma la rimozione fu soprattutto opera del Concilio ecumenico, il cui ecumenismo si è risolto sul recupero della sensibilità e i riti del Nord protestante, con qualche chitarrata afroasiatica.
Marco Tosti, Aspetti storico-religiosi del metodo di orazione esicasta, Japadre, pp. 158 € 16

giovedì 29 agosto 2013

Diplomazia

Non potremmo pagare la benzina più cara senza fare la guerra alla Siria?

La terra è polverosa, nel 1968

Nel mondo dopo la Grande Guerra, siamo nel 1992, polveroso, che sopravvive nella colonizzazione dello spazio, c’è già il problema della spazzatura. Ma ci sono ancora  le copie carbone di carta velina.  Dopo l’Ultima Guerra è come nella Seconda, si dà la caccia a un nemico di razza. Sulla terra gli esseri viventi sono sempre meno, uomini compresi, sostituiti da androidi, replicanti, perfetti ma senza empatia. Di cui si fa la caccia. 
Una satira fredda, alla “1984” di Orwell, ma senza più cattiveria, essendo cessata con la guerra nucleare la lotta tra le potenze. È la vita senza passione, se non quella di uccidere, dei cacciatori di taglie, di androidi. Una bestiola vera è l’ambizione principale, ma ce ne sono sempre meno. Le civette per esempio sono estinte. E con loro il malaugurio? Ma di questo aspetto della cosa Kirk non sembra al corrente, il genere si vuole monotematico – la fantascienza di cui Kirk voleva liberarsi.
Questa riedizione ha un’introduzione di  Carlo Pagetti e una postfazione di Gabriele Frasca. Che ci ritrova l’armamentario barocco. La cosa più sorprendente è che è stato scritto nel 1968 – che negli Usa era stato il 1967, gli americani si apprestavano a votare il ritorno di Nixon.
Philip K. Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Fanucci, pp. 252 € 9,90

mercoledì 28 agosto 2013

L’incredibile Ue, la Punitrice

Difficile immaginare la Sassonia o la Turingia più produttive, molto di più, della Lombardia, del Veneto,  dell’Emilia, della Toscana. Con una rete più estesa e pratica di servizi alla produzione. Con una burocrazia più efficiente. Con una sanità migliore – della Toscana è difficilissimo, anche dell’Emilia. O con un’istruzione migliore – dell’Emilia? della Toscana? E che dire della Scozia, anch’essa molti punti avanti alla Lombardia? Che invece è l’area più ricca e più produttiva d’Europa, insieme con la regione parigina.
È difficile ma non impossibile. È infatti quello che ha appena fatto l’Unione Europea. Non si sa bene in che veste – “un gruppo di ricercatori”. Ma l’ha fatto. Uno studio sul grado di competitività delle regioni produttive. Talmente ridicolo che si discredita da solo. Ma non innocente, nell’impianto e nelle finalità. L’unica Europa produttiva è quella “tedesca”, dalle Alpi in su fino a metà Svezia. Allargata alla Gran Bretagna. Fuori di quest’area solo la Francia ha una regione altamente competitiva, quella parigina. Il resto è deserto. Le regioni produttive italiane vengono a cominciare dal 128mo posto.
La finalità di questi “studi” è creare delle aspettative: incoraggiare e scoraggiare. Nessun imprenditore extraeuropeo farà le sue scelte in base allo studio dell’Unione Europea, ma la propaganda ha sempre uno scopo. Questa assurda propapalazione è anche la conferma di una deriva della Ue in senso punitivo: nulla in questa organizzazione è più equanime, come da statuti e enunciati politici, il suo modo d’essere è arrogante e anzi persecutorio.    

Il Reno si difende sul Po

“Dall’inizio di quest’anno è divenuta parola d’ordine comune a gran parte della stampa tedesca che il Reno deve essere difeso sul Po”: così Engels cominciava “Po e Reno”, a febbraio del 1859. Molto tempo fa, che però non sembra passato. Il nocciolo duro, o galassia tedesca, è espansiva.
Il resto della trattazione riguarda i moti per l’unità. Che in Italia ci furono, ci fu anzi una vera guerra. Che Engels però vede come guerra di potenze, senza Risorgimento, della Francia di Napoleone II contro l’impero austriaco, con la Russia attivamente interessata, mentre l’Inghilterra, al solito, si bilanciava, tra il sostegno al Piemonte e il sospetto verso Luigi Napoleone-Napoleone III, il “vendicatore di Waterloo”. Con una propensione netta filo germanica.
Engels ipotizza che la Germania, attaccata sul Reno, si allei con l’Austria asburgica contro la Francia e il Piemonte. Engels era certo che la Francia di Luigi Napoleone avrebbe attaccato sul Po e anche sul Reno: “Si presentiva in Germania, con intuito corretto, che benché il pretesto di Luigi Napoleone fosse il Po, in ogni caso il suo ultimo obiettivo non poteva essere che il Reno”. E ipotizzava una difesa comune fra gli Stati tedeschi e l’impero asburgico. Anche Marx fu al fianco dell’Austria nella Seconda guerra d’indipendenza. Engels argomenta estensivamente che non è necessario “mantenere” i territori italiani, ma sul presupposto che la Germania e l’impero austriaco fossero tutt’uno.
Il saggio fu ideato da Engels ai primi di febbraio del 1859, quando era già certa la guerra tra Francia e Austria, e un mese dopo era già scritto. “Eccezionalmente intelligente” lo giudica Marx in una lettera il 10 marzo, e consiglia di pubblicarlo anonimo in Germania per evitare la “congiura del silenzio”. Così avvenne: fu stampato un mese dopo in Germania in mille copie, ed ebbe eco diffusa. In prevalenza favorevole, specie tra i militari. Solo a metà maggio, un mese dopo la pubblicazione, si comunicava che l’autore apparteneva al partito dei proletari. Passerà ancora un mese, prima che sia fatto il nome di Engels.
Al saggio, e alla sua ricezione, sottostava una sorta d’identità comune, più che una comunanza d’interessi, tra Germania e Austria. Tutte le recensioni misero in rilievo la giustezza delle considerazioni militari, sul presupposto che l’autore fosse un esperto di cose militari. Con una riserva, da parte dei grandi giornali conservatori, sulla convenienza, che Engels argomentava, di abbandonare i territori italiani.
Un aspetto troppo trascurato del non-Risorgimento tedesco, che l’unità della Germania realizzarà contro l’Austria-Ungheria, prima che contro la Francia.
Friedrich Engels, Po e Reno

martedì 27 agosto 2013

La prova al Photoshop

La prova maestra è da qualche tempo la fotografia. Si usava nelle grandi guerre per tenere desto l’orgoglio nazionale, e la rabbia bellica, quando la guerra era di fanti alla baionetta. Opportunamente, come veicolo di propaganda. È diventata prova, indiscutibile, da mezzo secolo, da quando Kennedy mostrò le foto dei supermissili sovietici in navigazione verso Cuba. Delle sagome dei missili. Ultimamente erano stati fotografati gli arsenali batterici di Saddam Hussein, e quelli chimici di Gheddafi. Che poi non si sono trovati, ma sulla base delle foto si sono fatte le guerre.
Non aveva lo sguardo felice, John Kerry, né la determinatezza che il caso richiedeva, quando ha mostrato le prove fotografiche dell’uso di armi chimiche in Siria: le armi chimiche lasciano tracce, ma non in fotografia. Il segretario di Stato si sarà chiesto se non gli facevano mostrare le stesse foto che l’ex generale Colin Powell, suo predecessore al dipartimento di Stato al tempo di Bush jr., aveva esibito per fare la guerra a Saddam. Non le stesse, ma della stessa natura: ritoccate.
La pratica è ormai un genere narrativo. Già ai tempi di Clinton se ne faceva la satira, al teatro e al cinema. Il film più famoso, ancora divertente, è di Barry Levinson, “Sesso & potere”:  la prova maestra era un lavoretto tra falliti, sia pure con la simpatia di De Niro e Dustin Hoffman - che la facevano anche mglio: il bambino mostravano in braccio alla mamma.

Buttare via questa giustizia, buttare le chiavi

Nella camera di consiglio in cui avrebbe dovuto argomentare la condanna di Berlusconi perché “non poteva non sapere”, il giudice Esposito si occupava di contrattare l’intervista di due pagine col “Mattino”. Il giornale di Napoli, il suo giornale. Due pagine, come nemmeno mai Sofia Loren. Gli altri giudici del collegio sonnecchiavano. In attesa di pronunciare il verdetto per il tg delle 20.
L’intervista concordata in camera di consiglio è troppo per non essere vera. Ma non per la Cassazione. Che si è decisa ad acquisire gli atti solo come “atto dovuto”. Giusto perché il ministero della Giustizia, col quale deve concordare la valutazione, ha proceduto autonomamente. Per insabbiare la pratica, insomma.
Arrivati alla Cassazione, sia pure nella gestione debole di Santacroce, c’è poco dal salvare di questa giustizia.   
Nel gergo di Di Pietro, il metodo maestro di prova era carcerare e buttare le chiavi: il detenuto confessava. Potremmo provarla con Esposito e Santacroce. O chi è il procuratore Generale della Cassazione. Magari confessano pure loro.
Procuratore generale era fino a ieri Vitaliano Esposito, fratello di Antonio. Pensionato con un incarico, in aggiunta alla pensione di 220 mila euro, annui, quale Garante della protezione ambientale a Taranto. Licenziato poco prima della sentenza di Antonio dai parlamentari berlusconiani. Naturalmente i due fratelli non si abbandonano a vendette.

L’altra idea d’Italia, neoguelfa, confederale

Romeo, di professione avvocato, recupera infine - oltre a personaggi dimenticati che hanno pagato con la vita, giovani, il risorgimento - l’idea neoguelfa (giobertiana) dell’unità. Popolare nel 1847-48, specie al Sud: l’opinione moderata era allora più diffusa del radicalismo mazziniano - che i Savoia poi con Cavour faranno proprio. La rivoluzione del 1847 a Messina e Reggio si fa nel nome della confederazione e del re di Napoli. A Napoli, nell’agosto 1847, tutti i liberali del resto vogliono cautela, solo Domenico Romeo è per la rivolta popolare, e per questo ritorna alla sua Reggio. Dove dà mandato ai giovani del distretto di Gerace di organizzarla e proclamarla, il 2 settembre. Ma sempre nel nome della confederazione e di Ferdinando II.
Sobrio, lo storico dilettante non commenta, fa parlare i fatti. Dell’esecuzione si limita a dire che il generale Nunziante volle i condannati “alla pena d morte con il terzo grado di pubblico esempio, ovvero scalzi, genuflessi e bendati, con le mani legate e con i ceppi ai piedi”. A opera di “un battaglion composto da quattro divisioni del 6° e due dell’8° di linea”. Aveva paura che gli scappassero – insorti che non avevano commesso nessuna violenza? La stupidità borbonica, che si vorrebbe rivalutare, avendo già liquidato con mezza pagina di De Sanctis sulla vita degli studenti del Regno a Napoli. Dovevano avere una carta di soggiorno, da rinnovare ogni mese, “a libido della polizia, mercé regali e mance”, e dovevano ascoltare la messa e confessarsi ogni domenica – “senza il certificato di avere assistito a quelle congregazioni, non si era ammessi agli esami”

Domenico Romeo, Precursori dell’unità d’Italia, I cinque martiri di Gerace, Arti Grafiche Edizioni, pp. 63 € 6

lunedì 26 agosto 2013

I signori della guerra sono umanitari

Si moltiplicano, senza critiche, senza autocritiche senza mai un bilancio, con buona pace di tutti, e perfino con letizia, le guerre. A questo e a quello per nessun fine, quelli dichiarati essendo palesemente falsi. Si fa la guerra a Assad dichiarandolo dittatore. Cosa che gli Assad sono stati per quasi cinquant’anni. Ora nel nome di un’opposizione democratica senza volto e senza obiettivi. Nemmeno per la forma.
Si è usato dire che si combattevano queste guerre per restaurare la democrazia. Come se il Kossovo, ora, dopo la liberazione, gestito da un (ex) mafioso, ambisse alla democrazia. O l’Afghanistan, l’Irak, la Libia con tutto il Nord Africa.
È un peccato che, col comunismo, sia caduta anche la critica ai “signori della guerra”. Era la teoria del socialismo che le guerre, le guerre moderne, di massa, ora di bombardamenti, siano sempre opera di profittatori. È un peccato perché non c’è altra spiegazione a queste guerre.
Profittatori moderni naturalmente, umanitari. Le bombe sono le stesse, benché più distruttive, e le cannonate, ma si vogliono di pace. Come gli inquinatori che fecero un’industria dell’ecologia. Oggi il veleno è ecologico e la guerra umanitaria. Le bombe sono intelligenti, etc., Sul piano semantico sono piccole ipocrisie. Ma coprono cose spaventose, nelle motivazioni ancora più che negli effetti.  

Mozart milanese mancato

Milano, che ha inaugurato l’anno verdiano con Wagner, s’era già dimenticato Mozart. Armando Torno l’aveva ricordato in anticipo sulle presumibili celebrazioni, per il duecentocinquantenario della nascita, nel 2006, al suo modo coltivato e amabile. Un gioiellino. L’argomento e il personaggio si prestavano, Torno riesce a trattarli riesce a trattarli con lo stesso spirito, lieve e malinconico, mozartiano. Ma il suo “Mozart a Milano” è caduto nel nulla, il libriccino resta una sorta di celebrazione privata dello stesso Torno.
Mozart a Milano potrebbe non esserci stato. Tra il 1771 e il 1773 invece vi passò complessivamente, in tre riprese, quasi un anno. Un tempo immenso per la sua irrequietezza e la vita breve. Riconosciuto allora e onorato, anche ufficialmente, malgrado le riserve dell’imperatrice Maria Teresa. Poi dimenticato: Milano ha dimenticato nei primi anni 1970 il bicentenario del Mozart milanese, e trascura le occasioni per ricordarlo, a ogni decennio.
Un futuro in Italia
Leopold Mozart provò a cercare un futuro per la famiglia a lungo in Italia. Soprattutto a Milano. I Mozart vi giunsero per la prima volta a fine 1770. Per la prima rappresentazione, il 26 dicembre, al teatro Regio Ducale, del “Mitridate, re di Ponto”, opera del quattordicenne Wolfgang, con lo stesso ragazzo prodigio al clavicembalo. Libretto di Vittorio Cigna-Sarti, sulla tragedia di Racine, tradotta da Parini. Successo e 22 repliche. A marzo i Mozart erano di nuovo a Salisburgo, dopo essere passati per Torino e altre città – a Padova fu commissionato a Mozart un oratorio, “La Betulia liberata”, l’unico della sua produzione, da parte del principe D’Aragona, don Giuseppe Ximenes. Ma dopo l’estate erano di nuovo a Milano, dove il 22 settembre si rappresentò l’“Ascanio in Alba”, libretto di Parini, per le nozze dell’arciduca Ferdinando d’Asburgo con Maria Beatrice d’Este. Subito rientrati a Salisburgo, per la successione del vescovo, saranno però a Milano ancora una volta pochi mesi dopo, a ottobre del 1772, per un soggiorno di sei mesi. Wolfgang vi scrisse e rappresentò a terza operina, il “Lucio Silla”, che dopo un primo insuccesso sarà ancora più rappresentata e apprezzata del “Mitridate”.
Si poteva pensare a un Mozart ormai milanese. E invece qualcosa non funzionò. Leopold dovette cercare altrove, per assicurare un posto al figlio. Pensò di poterlo trovare in Toscana, dove altri Asburgo governavano, ma meno legati a Vienna. Nell’attesa del posto a Firenze, Wolfgang compose i cosiddetti “Quartetti milanesi”, e l’“Exsultate, Jubilate”, il mottetto K 165. Alla fine il granduca Leopoldo I non si comportò meglio della zia imperatrice, il mottetto resterà “milanese” come i quartetti, e i Mozart dovettero tornarsene a Salisburgo.
Torno circostanzia i vari soggiorni, e l’esperienza formativa che il quindicenne Mozart ne ricavò. Dagli incontri con operisti di mestiere, col Parini, e col maestro Sammartini, col quale perfezionò la tecnica. Non estraneo alla città, dove fu presto il Maestrino, Volfango Amadeo.
Il mistero del milanese mancato
Il mistero del Mozart “milanese mancato” è in Astolfo, “La morte è giovane”, di prossima pubblicazione, insieme con altri aspetti dei suoi produttivi soggiorni in città:
Il Maestrino entra a palazzo Melzi alla Cavalchina, residenza del conte Firmian. Vi si arriva anche in barca, Milano è stata a lungo porto attivo, le cui acque, poi coperte, respiravano per quanto atrofizzate. Viene dal Regio Ducale, il teatro dove prova opere italiane per grande pubblico. Non è bello, ma non fa niente – sono i tedeschi, romantici, che vogliono statuario l’uomo di genio, e sul cavallo bianco. È un angiolone spiritoso, se è suo il ritratto romano di Blanchet, a Milano amato e protetto. Cucina per lui eccellenti pietanze del suo paese Marianna d’Asti, la salisburghese Mariandl Troger, sorella del segretario del conte, sposata Asti. Sono amorevoli la prima donna Antonia Bernasconi, mezzosoprano, “il Sartorino” Pietro Benedetti, tenore, i castrati Pietro Muschietti e Giuseppe Cicognani, il contralto Anna Francesca Varese - promiscui sono pure i ruoli femminili. Femminella è Farnace, che vuole fare le scarpe al padre Mitridate Eupatore sconfitto da Pompeo e fregargli la giovane fidanzata Aspasia, principessa greca, e per i femminella il Maestrino scrive belle arie.
“Mozart è in città già il Maestrino, genio della libertà nella gioia, contro le tarde proiezioni romantiche, che invece vogliono tormenti. Il La Fontaine della musica, dirà Stendhal, per la naturalezza - Stendhal, il dilettante della melodia all’italiana, seppe snidare valori non registrati dai viennesi, che sono gli esperti. L’ingegno arricchiva Milano, sull’orecchio assoluto della vicina Cremona, gli Stradivari, Monteverdi, gli Amati. Il padre Leopold aveva portato Wolfgang a Milano per fargli una carriera, sulle orme di Giovannino Bach. “In questo paese mi sembra che perfino la membrana dei timpani sia più delicata”, scrisse Joseph-Jérôme de Lalande, che fu in Italia negli stessi anni, “più armoniosa e sonora che nel resto d’Europa”.
“Come metà Europa, Wolfgang era stato a studio dal padre Martini a Bologna. Dove lo incontrò il dottor Burney, che lo ricordava infante a Londra, “il celebre piccolo tedesco Mozart”, uno dei tanti bambini prodigio, ma già decorato dello Speron d’Oro dal papa. La sinfonia invece apprese dal Giovanni Battista milanese, il Sammartini, che dotava il genere di formula tematica e architettura. Suo unico inciampo è il tenore Guglielmo d’Ettore, siciliano già capriccioso, fresco sposo. Che cinque volte in due giorni vuole riscritta l’aria di sortita, cioè di entrata, del “Mitridate”, e infine impone una sua aria di baule, la collaudata melodia di Quirino Gasperini: “Son pentito e non ascolto,\che i latrati del mio cor...”
“Carl Firmian, governatore di Milano per conto di Maria Teresa, amico di Winckelmann e Angelica Kaufmann, che aprì a Brera, splendore dei gesuiti, l’accademia d’arte e la maggiore biblioteca, cui lasciò quarantamila volumi e ventimila incisioni, con le note dell’angelo adolescente, che mandò a scuola dal Sammartini, illeggiadriva la residenza a palazzo Melzi. Burney lo dice “grande personaggio, con tutti gli attributi”. Tra i suoi meriti non minori la scelta della sposa per Giuseppe II, l’erede al trono, nella principessa filosofa Isabella di Borbone Parma, di cui seppe stimare le qualità, in difetto del patrimonio e d’una imperiosa bellezza.
“Il conte Firmian governava a Milano i Verri, il marchese Beccaria, il padre Frisi, il professor Parini, che nominò direttore della “Gazzetta” e poeta del Teatro Ducale, e incaricò di fornire a Mozart tradotto il “Mithridate” di Racine, e per le nozze dell’arciduca Ferdinando con Maria Beatrice d’Este il libretto di “Ascanio in Alba”. “Un tirolese mediocre” lo dicono i Verri, austriacanti filofrancesi, per la nota ambivalenza di Milano. Ma non c’era in Francia una “Storia di Milano” di Pietro Verri, né una amministrazione altrettanto buona. Era impossibile fare buoni soldati degli italiani, il conte lamentava a Vienna, e intendeva disciplinati, ma i milanesi pagavano per questo. Le dame facevano la passeggiata ferme sulle bastardelle, carrozze aperte da cui potevano guardare sedute negli occhi i cavalieri. Facendosi scudo del cavalier servente ereditato dalla Spagna.
“Mozart fu a Milano felice, vi ebbe agi, non incontrerà più tanta generosità e libertà creativa, malgrado il sospetto verso i teutonici urlatori, ringrazierà col toccante, brillante Exultate, jubilate, il mottetto che il sopranista Venanzio Rauzzini s’era portato da Monaco. Ma ebbe interrotta la carriera che il padre divisava dall’imperatrice Maria Teresa, la quale, alla data catastrofica del 12 dicembre, nel ‘71 scrisse al figlio Ferdinando, l’arciduca celebrato col fastoso “Ascanio”: “Mi chiedi di assumere al tuo servizio il giovane di Salisburgo. Non so perché, non credo tu abbia bisogno di gente inutile. Se ti fa piacere, non voglio impedirti di farlo. Quello che voglio dire è di non caricarti di gente inutile”. Si sa che gli austriaci sono oculati amministratori. L’imperatrice era stata ragazza musicista e cantante. Ma la musica a volte suona afona... Aveva conosciuto Wolfgang bambino, ogni tanto riceveva padre e figlio, e non li apprezzava: “Girano il mondo come mendicanti e discreditano il servizio”, ammonì il figlio.
“La recensione di Parini al “Mitridate” riconosce, dopo i timori di una “barbara musica tedesca”, che “il giovine Maestro di Cappella studia il bello della Natura, e ce lo rappresenta adorno delle più rare grazie musicali”. Mozart ebbe successo all’opera, cui più ambiva, solo in Italia. Per “Mitridate” ebbe a quattordici anni un’orchestra di sessanta elementi e fama internazionale. Con “Ascanio in Alba” batté in coppia con Parini la concorrenza temibile di Hasse e Metastasio, del loro “Ruggiero” resta poco più che il titolo. “Lucio Silla” fu rappresentato a Milano ventisei volte. L’“Idomeneo”, creato a Monaco nel 1781, una delle opere più ispirate e ricche, ebbe un’unica rappresentazione. Scriverà a suo rischio le altre opere, non commissionate, questo privilegio l’ebbe solo a Milano. La cosa non è irrilevante: si capisce che sia morto presto, senza causa apparente, depresso nel prolungato isolamento tra gli artisti a Vienna, e in casa con l’inutile moglie. Nell’‘89, l’anno della libertà, degli artisti inclusi, per il concerto del 12 luglio Mozart ebbe un solo sottoscrittore, il solito van Swieten.
“Un musicista è, era, in Italia parte onorata della migliore società, mentre oltralpe, fosse pure Beethoven, viveva solo, doveva elemosinare, andava all’osteria. E Milano doveva essere un’altra città. Francesco III di Este, duca di Modena, che fu governatore della Lombardia a lungo a metà Settecento, girava imbellettato. Il conte Firmian era, dice Burney, “una specie di re di Milano”, per la munificenza. Il suo palazzo decoravano grandi quadri di grandi pittori. Ma per l’imperiale pregiudizio Mozart fu breve pure a Milano. E la Scala, che per la nascita gli ha dedicato due libri, “La Vita” e “Le Opere”, i centenari delle opere milanesi ha ignorato, “Mitridate” nel 1770, “Ascanio” nel ‘71, “Silla” nel ‘72, ci sono pause nella storia.
“Il conte era un tedesco di Mezzo Tedesco. Morendo, “lasciò anche molti debiti”, dice la Treccani. Suo zio Leopold Anton, vescovo di Salisburgo, è l’ideatore della più vasta espulsione per motivi religiosi che si ricordi prima di Hitler, avendo costretto nel 1731 diciassettemila protestanti a emigrare in Prussia. L’Austria virtuosa, di cui Milano ha ottima memoria, bandiva pure i libri stranieri, da Montesquieu a Schiller – Crébillon lasciava circolare per lo svago. Di Leopold Anton si ricorda che, non riuscendo a far parlare Michael Hulzögger, un cacciatore che si era  smarrito nell’Untersberg, per riapparire muto dopo un mese, lo ascoltò in confessione. E dopo la confessione lasciò il soglio pastorale e ammutolì pure lui. Il silenzio Hulzögger aveva interrotto solo per dire “tutto vero” ciò che aveva scritto Lazarus Gitschner. Autore di libri profetici, Gitschner aveva visto Federico Barbarossa, in un tunnel sotto il Königsee.
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“Il teatro è molto grande e splendido”, dice del Regio Ducale il dottor Burney, che fu a Milano lo stesso anno di Mozart, il 1770, con cinque file di palchi, cento palchi per ogni fila, sei posti per ogni palco. Su ogni fila c’era “un salone adibito a palco e contenente un camino, con lo occorrente per i rinfreschi e il gioco delle carte”. Nella quarta fila si giocava, senza interruzioni, a faraone. Il palco del duca di Modena e sua figlia era grande come  “una sala da pranzo a Londra”. Il palco dell’arciduca conteneva una stanza da letto e un soggiorno. Una cucina scaldava i pasti portati da casa per gli ospiti. Si giocava, si mangiava e, dopo l’esecuzione, si ballava. L’opera era intervallata da balletti di rinomati coreografi, quali Le Picq e Noverre, con corpi di ballo affollati e scenografie imponenti. Col ricavato del banco ai tavoli da gioco e dei rinfreschi si pa-gavano gli allestimenti, pubblici e gratuiti. Burney è lieve ma affidabile: è altro genere dai viaggiatori inglesi, che si assicurano prima che nessun altro possa raccontarla, da Mandeville a Lawrence d’Arabia. Otto anni dopo il soggiorno di Mozart il Regio Ducale sarà sostituito dalla Scala. La inaugurerà Salieri con “Europa riconosciuta”, opera cacanica, e diventerà il teatro musicale del mondo, quello dove l’acustica più è misera.
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“Non c’è munificenza sopra le Alpi, era tirchia la Mitteleuropa con la musica. Nicola Esterhàzy stipendiò a Milano il Sammartini, da cui Haydn tanto ha appreso, ma con soli sedici zecchini al mese. A Mozart, cui Milano a tredici anni commissionò la prima opera, fecero mancare il necessario. E Haydn? Era brutto Haydn, merito doppio a Marianna Benti che lo protesse e Luigia Polzelli che l’amò, “Sono Alcina, e sono ancora\un visino ch’innamora”. E a Metastasio che benevolo gli insegnò l’italiano. Prima di finire alla Versailles di campagna, venti e più anni al servizio degli Esterhàzy. Mal trattato: il principe lo apostrofava “Moro”, “ehi Moro! ricordati che sei al mio servizio!”, Moro l’interpellavano gli strumentisti.
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“Lui se lo sentiva,solo Napoli gli avrebbe dato la gloria, scriveva. Che pure lo riconobbe, e voleva da lui un’opera. Iniziando l’inutile viaggio con la madre, sotto il ferreo programma del padre Leopold, a ventun anni per le corti del Nord Mozart sa che Napoli gli darebbe “onore e credito quanto cento concerti in Germania”. Ha già scritto sette opere ma solo le tre di Milano sono state apprezzate: “Se compongo a Napoli mi cercheranno ovunque”, scrive al padre.
Milano ce l’ha messa tutta per diventare città musicale, ma è sorda: - Nutrì Mozart e Sammartini, e Giovannino Bach. Ma la biblioteca della sola casa Palfy a Vienna, annotò Stendhal, contava più di mille composizioni di Sammartini. Una città meno distratta dagli affari avrebbe accumulato di più, Milano butta via troppe cose. Il direttore del Conservatorio Basily non ammise Verdi perché di “scarse attitudini musicali”. Rossini ventenne vi inaugurò senza seguito il crescendo, ne “La pietra del paragone”, che non c’è ancora nel “Tancredi” e nell’“Italiana”. Lo rubò, secondo Stendhal, a Giuseppe Mosca, musicista di cui nient’altro si sa – tornerà conte nel romanzo dello scritore, è un conte l’amato della “Pietra del paragone”. Ma è vero che Milano è dispersiva, pure Manzoni se ne stava a Parigi, in Toscana e a Brusuglio”.

Armando Torno, Mozart a Milano, remainders, pp. 56 € 4,50

domenica 25 agosto 2013

Ombre - 187

L’Onu ceca le prove dei bombardamenti chimici in Siria. Mentre la flotta Usa prende posizione per un “intervento da avvertimento”. L’Iraq non ha insegnato nulla?

Il presidente americano non vuole una guerra in Siria, ma la sua flotta prende posizione. Per la tattica dell’ammuìna? Perché il presidente americano non conta niente?

“Se chiama il papa, siate naturali”, consiglia il “Corriere della sera”. Se il papa chiama al telefono.

6.500 fallimenti in sei mesi. Trentacinque al giorno. La statistica dei tribunali fallimentari non interessa “Il Sole 24 Ore”, che non ne fa nemmeno una breve nelle sue 36 pagine grandi. Bisogna essere ottimisti?

Bo Xilai è alto 1,86. Per diminuirlo gli affiancano in tribunale due marcantoni da due metri, in divisa da poliziotto. Poi dice che il comunismo non ha fantasia.

L’ “Occidente” vuole intervenire in Siria in una guerra civile di cui non sa nulla. La sua opinione pubblica non sa nulla.  A favore della parte avversa al regime siriano, della quale non si sa nemmeno da chi è composta e cosa vuole.  Finita la guerra fredda, siamo tornati alle cannoniere?

Perché tante guerre agli arabi? Obama e la Germania sono contro la guerra alla Siria, Bonino è arrabbiata, come ogni altro in Occidente, solo la Francia vuole una guerra “comunque”. Benché governata dai socialisti pacifisti. Come già in Libia la volle Sarkozy, a nessun fine pratico.
Sarkozy era gollista, uno della grandeur, e questo può spiegare la guerra. Hollande è massone più che socialista. Anche questo basta a spiegare il suo bellicismo?

I tre sindaci Pd di città siciliane si schierano per Renzi. Sono ex Popolari, Dc insomma.
L’esito del compromesso è chiaro, ma l’ex Pci ancora non l’ha capito.

Il vescovo di Mazara del Vallo Mogavero non si occupa dei tanti disgraziati che gli muoiono davanti ogni giorno, si occupa di Berlusconi. Ne sente impellente l’urgenza, fa sapere ai giornali. Per dire: “Se è stato con dannato, è colpevole”.
Il perfetto sepolcro imbiancato. Si vede che li fanno vescovi ora senza che abbiano letto il Vangelo.

Amina, femenista tunisina, si dissocia, in Femen denunciando un complotto. Israeliano dice. Non molto originale . Ma non senza senso. Femen, ucraina di nascita, si è segnalata per l’opposizione politica in Russia, non in Ucraina,  e in alcuni paesi islamici. Qui per la liberazione della donna. Che però non si fa col nudo, dall’esterno.

Giuseppe Civati, milanese di Monza, studente ritardato (a 38 anni è dottorando) e autocandidato a capo del Pd, un giorno sì e uno pure pontifica sui media su tutto, Molto seriamente. Fosse stato di Reggio Calabria, nessuno se lo sarebbe filato. Se non per spernacchiarlo. Milano avvolge la politica di disprezzo da ogni poro.

Il Mediterraneo è la patria, non consolante

“RAS”: rien à signaler, niente da segnalare”. Nella Marsiglia dei “grigi”, i “marocchini”, abbandonata dai marsigliesi. Nel porto deserto. Su una nave allo sfascio, di un armatore fallito. Il comandante, il suo secondo, e qualche marinaio sperduto tirano le somme della loro vita in mare. Inutile? Incapaci di amare, abbandonati, trascurati, solo radicati nella sporcizia e la violenza dei bar.
È una celebrazione in anticipo di Marsiglia rinata, quest’anno capitale europea della cultura, all’epoca del racconto, vent’anni fa, in disarmo. Senza più cantieri, col porto vuoto, se non di vecchie carcasse, senza più l’urbanità, le luci della Canebière lugubremente spente. Izzo ne canta l’epicedio, ma non si sarebbe sorpreso della resurrezione.
È un omaggio, anche, a Braudel. Alla patria mediterranea: i relitti vi sono “tutti dello stesso paese, il Mediterraneo”. Che unisce e annienta. Non una storia consolante, la nostalgia vi è nera - Izzo aveva questa vena, anche nei gialli che gli diedero notorietà. Tra l’Italia, il Libano, la Grecia. Che non sono l’Italia, il Libano, la Grecia, così come Marsiglia non è Francia, non c’è Francia. Col contrappunto di Gianmaria Testa: “Ti sento addosso, ma non ci sei”. Una storia di malinconie –
Jean-Claude Izzo, Marinai perduti, e/o, pp. 280 € 4,90