sabato 1 febbraio 2014

Recessione – 14

Tutto quello che dovreste sapere ma non si dice
Un italiano su tre non ce la fa ad arrivare a fine mese. Questo ora lo dicono anche l’Istat e la Banca d’Italia.

L’ispezione dei cassonetti della spazzatura era l’opera di qualche rom isolato, e forse  non del tutto in sensi. Da qualche tempo è a Roma operazione metodica, forse pure organizzata, tre volte al giorno, la mattina, alla chiusura dei mercati rionali, e al tramonto, di tutti i cassonetti, strada per strada.

Si moltiplicano, oltre i “compro oro”, le offerte di prestito. Con beni anche mobili in garanzia, e malleverie estese a vari gradi di parentela. Principalmente per pagare il mutuo e non perdere la casa, il capannone, il terreno agricolo.

I “signori delle tessere” (del voto) ritornano nei quartieri periferici come mediatori delle provvidenze sociali: dei Comuni, le fondazioni benefiche, le parrocchie.

Il sindaco di Roma Marino dà una social card cospicua, dai 231 a 404 euro al mese. A queste condizioni:
a) famiglie con un minore e un Isee di tremila euro o meno, i cui componenti adulti siano senza lavoro e almeno uno lo abbia perso negli ultimi tre anni;
b) famiglie con reddito da lavoro inferiore ai 4 mila euro l’anno.

Si penserebbero criteri “ad excludendum”, piccola trovate populistiche, e invece le domande sono state subito migliaia.

Non c’è Dio nella natura

L’uomo è incapace di verità, ma lo sa: è il piccolo-grande uomo di Pascal – “il silenzio eterno degli spazi infiniti mi sgomenta”. La densa raccolta è dei “Pensieri” che in qualche modo si riconnettono a Dio – esistenza, natura, fede, ragione. Basti per tutti il “pensiero n. 72, sulla “Sproporzione dell’uomo”, nell’infinitamente grande come nell’infinitamente piccolo. “Abbiamo voglia di gonfiare le nostre immaginazioni al di là degli spazi immaginabili; non riusciamo che a generare atomi, in paragone alla realtà delle cose”. La ragione è poca.
È una scelta di pensieri vari, in realtà. Un’occasione per rileggere Pascal. Che parla molto della condizione umana, poco o nulla di Dio. Se non come un riflesso. E un’estensione della ragione nella volontà: “È sorprendente che nessun autore canonico si sia servito della natura per dimostrare Dio… Davide, Salomone, etc., non hanno mai detto: «Non esiste assolutamente il vuoto, dunque esiste Dio». Bisogna ammettere che sono stati più sapienti”. Il limite della conoscenza è di essere spirituale in un corpo. “È impossibile che la parte che ragiona in noi non sia spirituale”. Ma il corpo esclude “la conoscenza delle cose”, la materia non potendo conoscere se stessa. 
Ma attorno all’essere, quante luci accende, all’essere pratico: immaginazione, abitudine, linguaggio compreso, natura (“temo assai che questa natura sia essa stessa una prima abitudine, così come l’abitudine è una seconda natura”), volontà (mezzo Schopenhauer), simulazione. Ogni pensiero apre un campo si può dire ancora vergine – il legame confessionale professo di questo scienziato, della matematica e del pensiero, lo tiene purtroppo ai margini dalla filosofia.
Pascal, Dio o il mondo?, Oscar remainders, pp. 89 € 3,5

venerdì 31 gennaio 2014

Problemi di base - 167

spock

La religione è incerta: come il padre?

E se la religione fosse della madre?

Se non ci resta che il calcolo delle probabilità, dobbiamo batterci per l’incerto?

Perché l’unica certezza sarebbe l’incerto?

Perché sarebbe naturale morire?

E nascere?

Naturale, cos’è naturale?

Perché non c’è l’eroe onesto?

E quello timido?

spock@antiit.eu

La fine delle cose e i limiti della ragione

“Perché gli uomini si aspettano in generale una fine del mondo? E, quand’anche si conceda loro questo, perché proprio una fine accompagnata (per la gran parte del genere umano) dal terrore?” Due problemini di Kant, non dei minori. Se la fine non ci fosse, sarebbe un dramma (teatro) senza senso. Il terrore che accompagna questa certezza viene dall’opinione che la storia sia essa stessa senza senso. Una conclusione che verrà ripresa da insigni ermeneuti letterari del Novecento – il curatore la rintraccia in Ricoeur, Northrop Frye, Kermode. Ma  necessita una spiegazione.
La fine è in tedesco “giovane”: der jüngste Tag è il giorno della morte, del Giudizio,  der jüngste Gericht il giudizio finale - il Giudizio Universale. Ma Kant non fa sconti. Si dice, per morire, “passare dal tempo all’eternità”. Non “un tempo che si protrae all’infinito”, nel qual caso “l’uomo non uscirebbe mai dal tempo”. Bensì “nel senso di una fine di ogni tempo, in cui, tuttavia, l’uomo continua a permanere”. Un limite – non un confine, un limite – “orribile” e “attraente”, “terrificante e sublime”: “Esso conduce sull’orlo di un abisso da cui non è possibile alcun ritorno per colui che vi precipitasse”, eppure “non si può smettere di volgere sempre nuovamente in quella direzione lo sguardo”.
Beninteso – e pascalianamente, anche se Kant non conosceva Pascal - “qui abbiamo a che fare (o ci trastulliamo) solo con idee che è la ragione stessa a produrre, i cui oggetti  (se esse ne hanno) trascendono del tutto l’orizzonte di ciò che possiamo vedere”. Non senza ragione, però: “Tali idee, per quanto eccedenti la conoscenza speculativa, non devono essere ritenute vuote da tutti i punti di vista, ma ci vengono messe a disposizione con un intento pratico dalla stessa ragione”.
Kant, insomma, si diverte, anche lui – il vecchio filosofo lo si vedrebbe figurare in un talk-show, anche meglio di Odifreddi.  Lo stesso Andrea Tagliapietra – lo studioso che cura l’edizione Bollati Borighieri, 2006, con generose coordinate, tematiche e autoriali, per inquadrare il breve testo e il suo problema.- vede nel saggio “un cenno d’ironia nei confronti della stultifera navis  degli apocalittici vecchi e nuovi, che invece, col loro tono da gran signori si prendono troppo sul serio”. Il “tono da signori” rimandando all’omonimo scritto di Kant contro i filosofi del suo tempo che indulgevano alla Schwärmerei, la trasognatezza-trasandatezza - un misto, spiega Tagliapietra, di fanatismo superstizioso”, “effervescente entusiasmo”, “furioso fantasticare”. Ma Kant  i fatti di religione tratta serio – al punto che questo scritto gli meriterà la censura del governo prussiano, come non in linea con l’ortodossia luterana.
La fine è sempre terribile. Si può anche sperare il contrario, avrebbe la stessa valenza logica. Ma “questa fede eroica nella virtù non sembra abbia ancora, soggettivamente, un influsso universalmente efficace sugli animi, in grado di convertirli, come ha, invece, quell’apparizione accompagnata dal terrore che si immagina precedere le ultime cose”. Sperare è difficile. Il cristianesimo Kant vuole rispettabile perché prospetta qualcosa di “amabile”. Per “il sentimento della libertà nella scelta dello scopo finale”. Il cristianesimo apportatore della libertà, dunque – l’Europa, la chiesa, i papi, i moderni, se lo sono dimenticati dai tempi di Erasmo e Lutero.
La riflessione è un tardo, aureo, commento all’“Apocalisse” di Giovanni evangelista. E una critica anticipata della modernità. Con una vertiginosa “sistemazione”, in mezza paginetta, meno, della mistica: “l’enormità espressa nel sistema di Lao Tze, per cui il sommo bene consisterebbe nel Nulla”, il panteismo, lo spinozismo, “sublimazione metafisica del panteismo”, e “l’antichissimo sistema dell’emanazione, che fa discendere tutte le anime umane dalla divinità (in cui, poi, esse verranno riassorbite)”. Il tutto in anticipazione “della pace eterna, in cui credono consista la fine beata di tutte le cose”. Mentre, in realtà, “l’intelletto li abbandona e finisce anche ogni pensiero”. Mistica essendo “la dimensione in cui la ragione non comprende più se stessa, né ciò che vuole ma preferisce vaneggiare”. Pur avendo piena coscienza, nel pieno del Settecento, dei limiti (limiti, non confini) della ragione: “La ragione, non contentandosi facilmente del proprio uso immanente, ossia pratico, ma osando volentieri avventurarsi un poco nel trascendente, ha anche i suoi misteri”.
Immanuel Kant (a cura e con un saggio di Andrea Tagliapietra), La fine di tutte le cose, Bollati Boringhieri, pp. 125 € 10

giovedì 30 gennaio 2014

Con l’acqua o senza l’acqua?

Siamo nell’età dell’Acquario (ci siamo ancora?) e non si passa immuni da un medico. Senza cioè la raccomandazione insistita, e anzi la prescrizione, di bere acqua, - “almeno due litri al giorno”. Che nessun medico evidentemente beve. Ma si vedono le ragazze, soprattutto loro, virtuose igieniste girare con la bottiglietta dell’acqua in mano, anche d’inverno, con la pioggia. L’igiene del mondo va a periodi, l’acqua sarà la solita soluzione ultimativa del solito scienziato fracchiano, naturalmente naturalizzato americano. Come lo era il divieto dell’acqua fino a ieri, assoluto.
Scrivendo nel 1953 un omaggio all’archeologo tedesco Ludwig Curtius, suo amico, “Storia dello spirito tedesco”, il grande filologo Giorgio Pasquali comincia rievocandone la vita in famiglia, “eletto ad accompagnare il padre”, in quanto figlio maschio. Il padre, “grande amico della natura”, e quindi grande camminatore, seppure riducendo la conversazione “ai nomi delle piante e  (al)la nomenclatura del Linneo”, insegnava, come Rousseau, “che si devono sopportare stoicamente fame e sete”. Anzi, “il babbo era convinto che il bere acqua fosse superfluo e nocivo all’organismo, come ne sono ancor oggi persuasi molti Tedeschi, medici e non”. Quindi, fino a cinquant’anni fa era proibito bere.
Pasquali ne fa esempi terribili. “Ogni Italiano, in Germania, soffre non scorgendo sulla mensa di famiglia né bottiglia né bicchiere, e io so di figli fiorentini di mamma tedesca a cui durante l’estate, che qui a Firenze è così calda,  così umida, così soffocante veniva negato ogni conforto liquido”.
La frutta proibita
Ci sono cicli nella filosofia della salute. Ma, a differenza di ogni altro pensiero, si ritengono di volta in volta tassativi. La medicina essendo reputata una scienza, e quindi incontestabile.
Altro tabù era la frutta, oggi consigliata incondizionatamente, l’alimento più sano. “Un altro pregiudizio era comune all’Italia e alla Germania in quei tempi”, continua il filologo: “Curtius padre concedeva molto di rado e in quantità minima frutta ai figlioli, quasi ghiottoneria senza valore nutritivo. Parimenti mio nonno ginecologo aveva paura della frutta, tramite d’infezione, e, se fosse dipeso da lui, ci avrebbe alimentati di sola carne con poco contorno”.

Ma era lord Palmerston – Berlusconi 15

“Benché settantenne e dopo aver occupato quasi senza interruzione per alcuni decenni la scena pubblica…. egli riesce a rimanere una novità, e a suscitare tute quelle speranze che di solito si accentrano su un giovane promettente e alle prime armi. Se non è un buon statista tuttofare, è però di certo un attore buono per tutte le parti. Ha successo nel genere comico come nell’eroico, nel patetico come nel familiare, nella tragedia come nella farsa, benché quest’ultima sia forse la più congeniale alle sue inclinazioni”. La prosa è di Marx, del 1853, ma come avrà fatto? A scriverne un secolo e mezzo prima. “Non è un oratore di prim’ordine, ma un polemista sì. Dotato di memoria prodigiosa, di grande esperienza, di fiuto consolidato, di presenza di spirito, di signorile versatilità, e della più minuziosa conoscenza dei trucchi parlamentari, degli intrighi, dei partiti e degli uomini, tratta i casi difficili con leggerezza, non sgradevole, senza mai perdere di vista i pregiudizi e le suscettibilità dei suoi sostenitori; la sua cinica impudenza lo mette al riparo da ogni sorpresa e il suo abile egoismo da ogni confessione; mentre la frivolezza innata, la perfetta indifferenza e l’aristocratico disprezzo, gli impediscono di abbandonarsi alle passioni”, Sostituendo affaristico ad aristocratico, Marx ci azzecca, anche qui. “Grazie al suo umorismo riesce a ingraziarsi tutti. Grazie alla sua calma inossidabile trionfa sull’avversario appassionato. Quando non è in grado di padroneggiare un argomento, sa come rigirarlo. Se le idee generali gli fanno difetto, è sempre pronto a intessere una tela di eleganti genericità. Dotato di spirito irrequieto, detesta l’inattività, cerca l’agitazione, se non proprio l’azione”. Diavolo, è proprio lui. Ma Marx non è tenero. “Ciò a cui mira non è la sostanza, ma la mera sembianza del successo…. Non essendo uomo di profondi disegni, incapace di meditare combinazioni durevoli e di perseguire obiettivi elevati, s’imbarca in azioni difficili al fine di tirarsene fuori in modo teatrale. Ha bisogno di complicazioni per alimentare la propria attività, e quando non le trova belle e pronte, le inventa”. È proprio lui, non si saprebbe dire meglio. E invece è lord Palmerston, al secolo Henry John Temple, terzo visconte Palmerston, 1784-1865, nato dunque nell’Ancien Régime, due volte primo ministro della regina Vittoria, recordista mondiale della presenza al governo, per 58 anni praticamente senza interruzioni, dal 1807 al 1865 – tre anni più di Andreotti.
Marx scrisse di Palmerston a più riprese tra il 1853 e il 1856, in quei tre anni fu la sua ossessione. Sulla “New York Tribune”, il giornale inglese “The People’s Paper”, quello scozzese “The Glasgow Sentinel”, la “London Free Press”, e in opuscoli - la “Storia della vita di Lord Palrmerston” sarà ricomposta postuma su tutti questi scritti nel 1899 da Eleanor Marx, la figlia. Con qualche svarione - per anni s’intignò a considerare Palmerston “un agente russo”, del regime, cioè, e del paese che più di tutti disprezzava.
Marx, che pure è fine analista, su lord Palmerston satireggia. Perché non riesce a spiegarsi il segreto del successo dell’intramontabile statista. Diversamente sarà in grado qualche anno dopo di analizzare Luigi Napoleone, Napoleone III, altro personaggio a lui ostico, contro le letture simpatetiche che ne davano Victor Hugo e Proudhon. Con uno studio, “Il 18 brumaio”, centrato sulla situazione e i fatti prima che sul personaggio: “Delle circostanze e una situazione che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di fare la parte dell’eroe”. Berlusconi non si può dire un mediocre, ma appassionato del burlesque lo è.

La Voce-Lacerba, fa un secolo l’Iddio laico

Dio sente “il bisogno di essere meglio conosciuto dagli uomini”, e perciò scrive le memorie. Prolisse. Ne ha bisogno? “Come tutti gli infelici non posso resistere se non mi sfogo”. Dio è infelice, dunque. “Il mio primo dolore è di non essere nato mai”. Ecco, si è capito. Di non poter amare, etc.. Di essere un uomo – o di non esserlo? Comunque colpevole: “La mia prima colpa è d’aver fatto nascere il mondo”- “la creazione è abbassamento, è il passaggio dal perfetto all’imperfetto”, la creazione è il peccato d’Iddio, la mia caduta”. Per debolezza: la solitudine. Per orgoglio: la felicità del creato. Con la colpa pure del male – non c’è antidio (non c’è il diavolo? Papini non arriva a tanto, al diavolo resterà affezionato): “Io vi ho fatto infelici per la mia infelicità”. Un Dio jettatore, si direbbe. Da qui la tristezza. “Se così tristi vi feci voi non siete stanchi di far triste me”. Per finire, p. 57: “Mio è il peccato, e da voi soltanto aspetto di giorno in giorno perdonanza e liberazione”. Solo che quest’Iddio non ha figli, neanche in forma di messia – “prima di tutto, io non ho figliuoli” – e allora che Dio è? Non vuole pompe e onori, non vuole feste, e nemmeno preghiere, nemmeno in segreto. Sarà un Dio calvinista – risparmiatore, quello del thrift, il risparmio gestito (e buggera pure?)?
Ma si capiscono Odifreddi e gli altri che con Dio si scrivono: un secolo dopo vivono attardati lacerbiani, e vociani. Si direbbe infatti questo un Iddio che odia, come bisognava fare a Lacerba e La Voce. Un odio, dopo tanto perbenismo, umbertino, giolittiano, non ingiustificato. Ma nemmeno questo è vero. Al contrario, quest’Iddio ama anche molto: “Io amo coloro che mi cercano e non mi hanno trovato; amo coloro che non credono in me e vorrebbero credere in me; che non mi sanno riconoscere eppure spiano dappertutto la mia presenza”, etc., etc., prose note. Sembra il papa. Che scrive a Scalfari, o viceversa. Entrambi però Papini li vuole perduti, Iddio e il papa-Scalfari: “Meglio per voi non avermi trovato, scandagliatori del Nulla! Meglio per voi non avermi raggiunto, imitatori d’Iddio! Voi siete profondamente infelici ma la vostra infelicità è commisurata alla vostra piccolezza e la mia è infinita come la mia immensità. Voi potete sperare in un termine e io no…”. Tutti scontenti, attorno a Dio. E lagnosi.
“La vita di nessuno” sono solo venti delle 110 pagine complessive di questa prima, e unica, edizione, Libreria della Voce. Di uno che si vuole nulla. Benché si curi d’insolentire monsignor Della Casa e Silvio Pellico. E maneggi agudezas. “Lo star zitti, veramente zitti, esige uno studio e uno sforzo maggiore che il non parlare”, “la biografia di chi non visse è senza paragone più difficile della storia di chi visse o fece finta di vivere”, e “il ricordo, nel mondo, è tutto”, con “l’armonico rumore della strada”, e “l’ipocrita silenzio del mio studio”. Un breviario di schopenaueriana saggezza.
Ci vuole, certo, applicazione anche ad affermarsi negandosi. Di più o di meno di quante ce ne vuole per fare il primattore, scalare le classifiche, regolare le coscienze? Chissà.
Giovanni Papini,  Le memorie d’Iddio e La vita di nessuno

mercoledì 29 gennaio 2014

Secondi pensieri - 163

zeulig

Amicizia – Facebook la innova come rete commerciale. Un’estensione della vecchia tecnica di vendita porta a porta, oppure a domicilio, che tuttora si pratica per alcune plastiche tedesche. La banalizza, ma non del tutto. Meglio sarebbe dire che la mette a frutto in chiave utilitaria “bassa”,  commerciale. Rispetto a quella alta, del mutuum adiutorium, della forza della simpatia. Non la banalizza del tutto perché, seppure semplificata e mistificata, a carica debole, le conserva una forza, una energia. Come impiego del tempo. Come ritorno al passato nelle immagini e nella ricostruzione del passato stesso. Nell’immaginario, seppure illusorio.
La rete non vuole il contatto personale, prospera in solitudine. Ma è una solitudine popolata, e questo le dà una carica. Sia pure debole.

“Amici, non vi sono amici”, è tutto Nietzsche, la filosofia dell’aforisma. Derrida, che si riduce a Nietzsche ma è altro, lo sa nelle “Politiche dell’amicizia”. In forma riduttiva, non lirica né etica, e tuttavia molto carica di significati. Soprattutto nella certificazione delle dissimmetrie: la corrispondenza fra dissomiglianze, differenze, diversità anche coltivate. Anzi, curate – altrimenti si parla d’altro, di “scambio e debito”. Questo “bene” è gratuito: “Non si dispone del bene dell’amicizia, ma ci si attrezza a offrirlo”.
Avventata anche la nozione del due in uno, che Nietzsche ripropone con costanza.

Heidegger scolastico (2) – Quello scolastico è il più sostanziale, anche coerente. Rosenberg lo inquisì, quello della razza pura tedesca, per gesuitismo scolastico. Lui sempre ha onorato senza riserve la filosofia aristotelica, cioè scolastica, “che ha da sempre pensato realisticamente”. Di cui ha tesaurizzato il linguaggio e la peculiare metafisica. Forse è qui la magia della sua oralità, nel fascino del predicatore - che bisogna immaginare agostiniano o domenicano, non un imbonitore.
Per essere buon scolastico manca a Heidegger l’Expositio super salutatione angelica. Gli manca anche il detto “ex nihilo nihil fit, et in nihilum nihil potest reverti”, niente viene dal nulla, né vi può tornare. Ma questo è voluto, per poter lavorare. Per il resto c’è tutto. Compreso il Cusano del Dio Presupposto: “Se ci si domanda se Dio è, si presuppone l’essere”. Elementare Watson. Ma poi Cusano, si sa, pretese di pesare il respiro. Da ultimo Heidegger non ha trovato “un compito possibile per il pensiero”, dopo cento volumi, di quattrocento pagine in media l’uno. Si è nascosto, insomma, pure lui, per l’eclisse della chiesa e del sacro.
Ma se l’evoluzione, l’ereditarietà e la curvatura dello spazio, invece che leggi di biologia o fisica, scienze rampanti, fossero chiamate enti o essenze, che siedono in qualche iperuranio e di là governano il mondo, non ci sarebbero novità. Heidegger stesso lo spiega di Einstein: lo spazio e il tempo che non sono niente in sé, ma esistono solo in virtù dei corpi e le energie che vi s’imbattono e degli eventi che vi si producono, sono già in Aristotele. E “ciò che è stato sarà” si trova nell’“Ecclesiaste”. L’Ereignis, il Logos o Tao tedesco, intraducibile, è l’inconfessabile “Avvento”.
E si dice scolastico ma s’intende agostiniano. Per quel parlare di Dio per platoniche analogie tra divino e spirituale, che rimise in circolo l’apofatismo già cancellato da Cristo e i primi padri. La sua ontologia è metafisica semplice, derivata dalla teologia, nella formulazione ben nota dell’agostiniano Lutero: “Vivere non è essere devoti ma diventare devoti, non è essere sani ma diventare sani, non è essere ma divenire”.
Un agostiniano insomma, benché disprezzi il latino come lingua filosofica – anche Kierkegaard lo disprezza, ma secondo lui filosofare si può solo in danese – in quanto lingua dell’innominabile Scolastica. Peccato, avrebbe letto in Cicerone che non c’è assurdità che non sia stata detta da qualche filosofo, lui che ora è filosofo solo per i latini. Anche Nietzsche si meravigliava che gli italiani amassero “il grigiore e ancora grigiore della nostra Scolastica tedesca”.
Ma uno Scolastico senza Dio, com’è possibile? “Heidegger non elaborerà alcuna filosofia della religione”, come era nei suoi propositi iniziali, e così pure “Essere e tempo” resterà interrotto, in una con la perdita della fede, o meglio della chiesa. Ma “non si dimenticherà tuttavia delle caratteristiche che temporalità e storicità debbono avere, se autentiche”. Friedrich-Wilhelm Von Hermann, che a Friburgo ha insegnato la Filosofia, già segretario di Heidegger e ora tra i curatori dell’opera omnia, lo dice con semplicità: Heidegger vuole riformulare la filosofia sulla “esperienza fattuale della vita”, e così “l’autentica filosofia della religione”, che va cercata nella religiosità cristiana, così come questa viene vissuta” nell’esistenza.

Mondo – È cacca, dice Kant, per gli spurgatori del genere umano, che si vogliono i veri filosofi (“La fine di tute le cose”, seconda nota al testo): “In ogni epoca, coloro che si autodefinivano saggi (o filosofi) si sono sbizzarriti in similitudini negative, in parte disgustose, per rappresentare il nostro mondo”. Nel complesso, in quattro modi: “1) come una locanda (o un caravanserraglio); 2)come un carcere, tesi cara ai bramini, ai tibetani e ad altri saggi d’Oriente (nonché a Platone); 3) come un manicomio; 4) come una cloaca”.

Nichilismo - La radicale assoluta solitudine dell’uomo è stata materia di vescovi in Concilio. E la discesa di Dio, nel Cristo, al bordo del niente. Il nichilismo, si sa, viene con la teologia. È materia cristiana – e ebraica, mussulmana: del discorso del Dio Unico. Il nichilismo rigoroso non è ateo, si sa, ma credente, si è atei perché si ragiona, si crede nella ragione: quando non c’è più il divino ma un Dio unico, il Principio di tutte le cose, ascendere a Lui, lo diceva William Blake, è “scendere nell’annientamento del proprio io”, che poi conseguentemente diventa annullamento dell’io - si ascende a Dio, già Dante lo sapeva, andando all’ingiù, bisogna essere umili.

Storia – Perché si vuole cancellata? Il nulla e l’assurdo c’erano prima della storia. La storia è nata – la cosmologia, la filosofia – per cercare un rimedio. La prima religione è stata filosofia. La prima filosofia è stata cosmogonica e politica – interrogatrice, consolatrice. È a questo punto che interviene Heidegger, che potrebbe d’intuito ristabilire le cose ma annaspa. Senza colpa, è solo di recente, a opera del Sessantotto che lo ha contestato con Marcuse, che il gigantesco falso su cui l’Occidente edifica la filosofia e la morale è emerso, la trasformazione cioè dei fatti in essenze, degli eventi in parusie, con la mania diffusa delle apparizioni, della storia metafisica. Mentre la dimostrazione di Dio, che la Scolastica basa sul principio di causalità, viene anche meglio con la casualità.

Suicidio - Il suicidio è problematico (per l’etica, il diritto, i rapporti umani), non è un “atto” isolato. Lo è nelle fattispecie, ma la vita non è un fatto isolato.

Primo Levi, che ne ha viste tante, prima di suicidarsi, è perplesso: “Nessuno è in grado di capire il suicidio. Per lo più non lo capisce neppure il suicida”. Il suicidio, in effetti, non esiste. Non se non si è nel pieno possesso delle proprie facoltà - che è proprietà giuridica e non ontologica - o se si vogliono salvare altre vite, se si obbedisce a un codice d’onore, dal comandante della nave che affonda al negoziante fallito, se si è minacciati nella vita, da un inquisitore, una tribù cannibale, un male spietato o molto doloroso. Schopenhauer, che filosoficamente voleva uccidersi, non lo fece. Non ci pensò neppure. Ma anche lui, se lo avesse fatto, non sarebbe stato un suicida.
Morselli lo spiega, lo scrittore, che poi si ucciderà: “Nessuno si è mai tolto volontariamente la vita. Il suicidio è una condanna a morte, della cui esecuzione il giudice incarica il condannato”. Blanchot cita Arria, la moglie di Cecina Peto, per sostenere che “non si può neanche «progettare» di uccidersi”. Non si suicidarono i nazisti dopo la sconfitta – sì, Hitler, i Goebbels, Göring, ma per la scena e non per disperazione: soprattutto temevano la morte, come tutti gli assassini. Non c’erano suicidi nei lager? Troppa fatica, nei campi si moriva comunque. Ce ne sono stati tra i sopravvissuti, i più corazzati, dalla politica o la cultura, e potrebbe essere un modo rovesciato di apprezzare la vita.
In altra occasione, a proposito di Trakl e Celan, “i due poeti tedeschi meno decifrabili”, entrambi suicidi, Levi accosta “l’oscurità della loro poetica” a “un pre-uccidersi”.

zeulig@antiit.eu

Quando l’Europa cominciò a morire

È una pièce di trent’anni fa. Ma nelle celebrazioni che si annunciano per i cento anni della Grande Guerra si rilegge come la più adatta a una commemorazione. Il sottotitolo è “La grande guerra nelle testimonianze originali dei protagonisti”. Un collage, di impianto semplice: utilizza solo parole già dette, dei protagonisti (politici, militari, industriali, clero, letterati) e delle vittime (soldati, madri, mogli).
Gli autori si sono mossi – lo rivendicano – “al saccheggio” di memoriali, diari, giornali, e di documenti degli archivi parlamentari e militari. Le battute che si recitano, asseriscono, “per quanto «mostruose» possano apparire”, sono documentate una per una – un programma di sala potrebbe esibire per ciascuna di esse riferimenti bibliografici completi: autore, titolo, edizione, pagina.
L’effetto è ovviamente critico, cattivo - pur su posizioni italianiste, nazionali, perfino patriottiche. Ma non del tutto: incombe sull’evento, che ha aperto un secolo terribile per l’Europa e ne ha deciso forse la fine, un’aura di fatalità. La pièce è del 1984 (da un copione originario del 1974, a Riccione Teatro: “Ta-pum ta-pum: la guerra del 1915-18 nelle testimonianze originali dei protagonisti”) ma l’aria è già incombente da finis Europae, il filone storiografico europeo successivo alla caduta del Muro
Da storici, gli autori si limitano a individuare “uno spaccato linguistico e storico che «motiva» il nascere del fascismo”. L’argomento, contestato al loro tempo, è oggi fuori discussione: non c’è più la guerra giusta, o buona, la prima, specie in opposizione a quella, “sbagliata”, di Mussolini. Non c’è più contrapposizione perché il concetto di guerra civile ingloba tutto. Tanto più che l’Europa non sembra poterne fare a meno - ora non più con le armi, ma in maniere altrettanto cruente, per esempio con la recessione indotta su tre quarti degli europei.
Roberto Franceschetti-Ezio Unfer, Morire per Roma

martedì 28 gennaio 2014

Letta aspetta Renzi al voto segreto

Sta Letta inerte, aspettando che domani la Camera siluri Renzi. Non rimpolpa il governo, squinternato, tace sulla legge elettorale e la riforma delle Camere, evita perfino di portare a Bruxelles i testi pattuiti. Ma non è nervoso, è anzi sicuro del fatto suo.Tanto più che può contare su Boldrini, la presidente della Camera, impegnata, come dice, a calendarizzare (aggiornare, rinviare).
Faceva così Moro quando domava Fanfani, che era l’uomo del fare – a lui la Repubblica deve le molte-poche cose che è riuscita a fare. C’è un che di già visto nel “duello”: l’attesa sorniona è il metodo dominante di questa politologia confessionale.
Ci saranno domani i franchi tiratori. Questo si sa. E si sa anche che non saranno molti: non tanti per affossare la nuova legge Renzi-Berluconi. Ma abbastanza per “domare” Renzi: fargli capire che non comanda lui. E che le leggi, quella elettorale come le altre dell’ambizioso progetto renziano di riforma del Parlamento, vanno contrattate. Democraticamente. 

La sinistra al potere, un’“impostura”

Non solo Craxi, Renzi si avvia a diventare il rimosso della sinistra. Degli incondizionali puri-e-duri, ma in fondo al cuore di tutta la sinistra italiana. In questo caso ancora prima di avere dato prova di qualche atto di buongoverno. Di una sinistra favorita nella sua radicalità dalla stampa del potere – il partito del non-governo. Che però sfrutta agevolmente una disposizione di fondo: di ostilità, comunque, al potere.
Se ne può fare l’effetto del senso di inadeguatezza, anche di impotenza, che è proprio di ogni politica. Che marcia sull’entusiasmo, e quindi è soggetta a cadute di tensione. Ma nella sinistra in Italia è una costante. In ogni sua forma. Belinda Cannone, la scrittrice e moralista franco-siciliana, ipotizza all’opera (“Il sentimento d’impostura”, p. 132) nella sinistra europea un “vecchio influsso cristiano: chi ha ragione, deve essere crocifisso, non può governare”, e “il regno della giustizia non è di questo mondo”. O non si direbbe che la sinistra, liberata dall’equivoco Lenin, dal sovietismo, si manifesta per quello che era: libertaria, cioè anarchica, secondo la dottrina liberale? Che è poi anche l’equivoco cristiano, del radicalismo del Cristo, della ragione crocifissa, e della giustizia ultramondana. Favorita – in Italia lo può - da una chiesa che, coma le stampa padronale, può atteggiarsi a radicalista, seppure con le note prudenze (ipocrisie).
L’anarchismo è, nella dottrina liberale, l’esito conseguente del liberalismo stesso. La sinistra pura-e-dura sarebbe, insomma, cristiana e\o liberale. E suicida, bisogna aggiungere, è lì che i due capi si ricongiungono con costanza. Una “contraddizione”, dunque. Evidente. Politica e storica. Che B. Cannone - con l’esempio del “suicidio collettivo” alle presidenziali francesi del 2002, in cui la sinistra portò le proprie divisioni al punto di “dover” votare il debolissimo presidente di destra -  può labellare “impostura”, inadeguatezza.

L’io impostore

Sulla fatica di “essere se stessi”: sicuri, responsabili, all’altezza della situazione, a proprio agio. Sulle tecniche anche, le strategie, i trucchi. Dell’individuo contemporaneo, solitario. Della morale nietzscheana: “Il frutto più maturo dell’albero è l’individuo sovrano, l’individuo che somiglia solo a se stesso”. E dunque “l’ impostore” è “l’uomo d’oggi, nella sua variante dinamica” – “è nel desiderio”, cioè, “ anche nell’angoscia”.
Ciò non esaurisce la contemporaneità. C’è sempre “il tipo del «formattato» dal posto che occupa… e non lascerà mai”. E “il tipo dell’individuo sano”, curioso, adattabile, aperto gioiosamente al cambiamento. E forse non sono la minoranza, sono ancora la maggioranza. Ma questi tipi non pongono problemi, l’altro sì, siamo noi.
Belinda Cannone, romanziera e filologa comparata, si compiace di moralités – ne ha altre sul bacio, il desiderio, la stupidità, la tela di Penelope. Da fiorettista incisiva dell’impensato, il più spesso, che è il nostro modo di essere. Sull’“impostura” svolge una riflessione molto seminale - ancorché non registrata nella scrittura: le pietre d’inciampo si ergono a ogni pagina. L’infanzia. La vergogna. L’eroismo. La sopravvivenza all’Olocausto. La “sinistra al potere”, sempre scontenta, voluttuosamente suicidaria. Per un quasi ossimoro, la sinistra rifiutando il potere, donde il senso costante di inadeguatezza, insofferenza. “Le imposture dell’amore”, naturalmente, che prendono la riflessione più lunga  – attraverso una perspicace rilettura dell’“Adolphe” di Constant (ma ci sarebbe di peggio: una situazione “incrociata”, in cui anche lei è un’altra Adolphe, soggetto e non più solo oggetto del gioco). E “tutti quelli per i quali essere amati è inconcepibile” – “molto più numerosi di quanto si creda”. Vittime presunte, dei genitori (“quanti sacrifici”), dell’infanzia (solitaria), della competitività.
Siamo tutti un po’ disadattati, senza saperlo. L’inquietudine ci perseguita, l’incertezza. Che l’autrice chiama impostura. Umorale e regolata (“parisiciliana”, scherza di sé), Belinda macina, briosa e acuta, punti di riferimento sorprendenti, sotto gli occhi di tutti. Film e narrazioni di successo: Kafka, naturalmente, “Rebecca”, “Il bell’Antonio”, “Il Conformista”, “Matrix”, “Zelig”,etc. Che sono gustose rivisitazioni per se stesse. A proposito di Kafka, “Nella colonia penale”: qual è la moralità, che ci fa capire (il racconto e il mondo)? Che l’impostura sta dalla parte del mondo, perché la legge cui il mondo è subordinato non ha altro senso che d’essere la legge e cioè una costrizione assoluta ma senza significato, senza fine e senza oggetto”.
Il problema può essere di identità: il poeta, il negro bianco, il conformista, la castellana, il nipote di Van Gogh… E di ruolo: di inadeguatezza, insoddisfazione, deragliamento (fissazione). Inoltre, l’ impostura può essere una necessità, seppure sbagliata e perfino criminale. Da “posto”, “postura”, l’impostura è il disagio indefinito che, nostro malgrado, ci assale anche in situazioni familiari. Il senso, indefinito, di essere fuori posto, fuori ruolo Nel posto sbagliato o la persona sbagliata. Girando sempre attorno, naturalmente, a sé stessi.
Si può esser bravi, perfino perfetti, e a disagio, incerti. O pessimi, e sentirsi a proprio agio – dichiarandosi, quasi, impostori. La scrittrice fa il caso non infrequente del buon manager (professionista, lavoratore, imprenditore) che si vuole poeta, incerto nella sua professione, nella quale eccelle, a suo agio nella poesia, mediocre: “Il sentimento d’impostura non ha niente da vedere col ruolo”, è “una rappresentazione che ci facciamo di noi stessi”.
Questo per la parte negativa. Ma l’impostura, potrebbe aver detto Kafka quando la scoprì suo malgrado (“Nella colonia penale”), domina il mondo. Successe alla borghesia sotto l’Ancien Régime, insinua Belinda,  che fece la rivoluzione per prenderne il posto: “Tra coloro che cambiano il mondo ci sono probabilmente numerosi impostori”. Ciò non vuol dire.
Belinda Cannone, Il sentimento d’impostura, Edizioni di Passaggio, pp. 160 € 12

lunedì 27 gennaio 2014

Il mondo com'è (161)

astolfo

Chiesa – Sembra voler uscire dalla catacombe, dopo il pontificato flamboyant del papa polacco – i polacchi sono combattenti, seppure a cavallo. Farsi vedere che esce, come se fosse nelle catacombe - e in qualche modo lo era, seppure trionfante. Per buttarsi nel calderone, seppure spumeggiante, del cosiddetto laicismo dei diritti. Della ragione semplificatrice, per intendersi, che l’Onu, l’Unesco, e altre assise severe dei diritti umani si arrogano e sventolano: il sesso libero, il sesso improduttivo, la buona morte, la famiglia allargata, frazionata, moltiplicata, il multiculturalismo, la bontà dei brutti-e-cattivi, l’essere che è il non essere. Una filosofia “selvaggia”, per non dire suicidaria
La chiesa che ha il maggiore patrimonio estetico, pedagogico e politico del mondo. E anche in filosofia se la passerebbe bene, ha la tradizione più forte, se non la più brillante.

Destra—Sinistra – Fonsai ha perso molti clienti dopo il suo passaggio a Unipol. Per il pregiudizio ideologico, Unipol essendo sempre associata alla Lega delle cooperative. Ne ha persi in alcuni quartieri di Roma che pure sono di sinistra, Parioli, Monteverde, Trastevere. E di più nel Nord-Est.
“La grande bellezza” è partito con una grave handicap nella corsa all’Oscar: il “finanziatore maggiore” del film sarebbe Berlusconi. Non proprio Berlusconi, una sua società che produce molti altri film di sinistra, ma non importa, il messaggio percorre le reti inquieto e inquietante. Il tamtam s’è intensificato ultimamente, nella speranza che, arrivando per via di links ai gruppi simpatetici Usa, porti alla bocciatura del film agli Oscar.

India – Ora che, con la prigionia a tempo indefinito senza capo d’accusa dei due militari italiani, se ne seguono le cronache, si rivela per un paese violento e fortemente retrogrado. Specie nei suoi stati ritenuti più progrediti, come il suo Nord-Est relativamente industrializzato, l’Uttar Pradesh, il Bihar, e a Sud il Kerala, comunista da sempre. L’immagine era fortemente oleografica. Del paradiso dei deboli, dei mistici, dei puri. All’ombra delle sue Upanishad. Dei coloratissimi musical di Bollywood. Dell’acuta critica, esistenziale, sociale, letteraria dei tantissimi dottissimi affermatissimi anglo-indiani, filosofi, sociologi, scrittori, politici, ininfluenti e ignorati in patria. Specialmente delle anglo-indiane, molta sapienza con tanta sicurezza. Per non dire dei piccoli coltivatori, che la liberalizzazione ha strozzato vent’anni fa. Almeno trecentomila suicidi sono contati tra i coltivatori da allora, per debiti non onorati – che non sono una piccola cifra, anche in una popolazione così grande.
Ciò che gli inglesi rimproveravano al modo indiano di fare politica è vero anche a oltre sessanta o settant’anni dalla fine dell’impero: l’isterismo, la bugia costante, l’odio patologico, la crudeltà, e il sospetto. Nella “più grande democrazia del mondo” si violentano, con diritto, le ragazze. Una donna può essere condannata da un giudice a essere violentata, più volte. E due militari stranieri non essere accusati di nulla ma minacciati di morte. Dove al Nord vige il patriarcato più duro, per la professione, il matrimonio, la condizione umana delle figlie. E al Sud, nel progressivissimo Kerala, vige il maggiorascato come 150 anni fa nelle ricerche di Lafargue, sia pure in forme matriarcali, della sorella maggiore – dei Nair e non solo. Ovunque gli stupri e i linciaggi delle donne, meglio se bambine, sono quotidiani. Qualcuna di queste violenza fa oggi notizia a fini di piccola politica, per capitalizzare sull’indignazione di minoranze urbane. 

Iran – È l’unico paese “vero” nell’Arco della Crisi, nel senso che ha storia, cultura, alfabetizzazione perlomeno reale. Un patrimonio nazionale, insomma,. Ed è il paese più legato all’Occidente. Dall’eguaglianza e la sintonia culturale più che dalla politica o dalle strategie militari. Obama riapre un rapporto che, malgrado trent’anni di embarghi, non si è mai potuto spezzare. Anche perché la diaspora iraniana è ormai molto consistente, ovunque in Europa e negli stessi Usa. Nel sito Iridiplomacy, del ministro iraniano degli Esteri, l’ex responsabile Iran del dipartimento di Stato durante la fallimentare presidenza cCarter (1976-1980), Gary Sick, elenca una serie di “interessi in comune” tra Washington e Teheran: l’Afghanistan, l’Irak (la “quasi guerra civile”), la Siria, e perfino l “sicurezza e stabilità del Golfo Perrsico”, dove invece la sponda araba sembra dominante nel rapporto con gli Usa.
Kissinger, che, con l’altro vecchio segretario di Stato repubblicano Shultz, ha voluto far pervenire il sostegno della sua parte a Obama, nelle memorie del 1982, “Anni di crisi”, tracciava “realtà geopolitiche” che trascendevano la crisi dei rapporti con Khomeini – ne scrive in un passato che è un presente storico, se all’Urss si sostituisce la Russia: “L’Iran, paese che ha un passato di indipendenza secondo solo a quello dell’Egitto e più lungo di quello della Cina, poteva fare da ponte tra l’Unione Sovietica e il Medio Oriente arabo. Sotto lo scià era la barriera che proteggeva due nazioni vulnerabili come il Pakistan e l’Afghanistan dalla pressione esercitata da un lato dall’espansionismo sovietico e dall’altro dalla turbolenza mediorientale. L’Iran è di gran lunga la più forte delle nazioni situate lungo lo stretto di Ormuz, per cui passa più del quaranta per cento del petrolio importato dalle democrazie occidentali”.

Italiano – Diffidente, lo voleva Stendhal, che lo conosceva bene, in “Roma, Napoli e Firenze nel 1817”, il giorno 26 maggio: “In mezzo a tutti questi cambiamenti di governo e di governanti, si vede raddoppiata la «diffidenza», questa base immutabile del carattere italiano, e hanno ragione: sospettare qui non è mai di troppo”.

Public Company- Ritorna quando c’è bisogno dei capitali del “parco buoi”, i piccoli azionisti? Non è così naturalmente, ma lo è storicamente. A ogni teorizzazione o promessa di public company è seguito un forte aumento di capitale: come sottrarsi alla lusinga? Salvo vedere ogni volta l’investimento sparire, e anche in fretta. Dal tempo, sono ormai quasi quarant’anni, in cui per la prima volta fu proposta, per far pagare anche al “parco buoi” il disastro Montedison - dopo averci dissanguato l’Eni.

È una delle solite ubbie sul modello Usa (come l’ordinamento universitario, o i fondi pensione e investimento), scarsamente o per nulla realizzabili poiché manca il contorno normativo che le rende possibili. Nel caso societario la responsabilità degli amministratori, la flessibilità delle procedure fallimentari, i controlli delle autorità di sorveglianza. Nessuno può fare una dote al figlio alla nascita in Italia in previsione della sua maggiore età a 18 anni, come negli Usa se ne fanno per pagargli gli studi all’università a 18 anni (negli Usa molto cari). Due “carriere” patrimoniali come quelle della presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, e di suo marito, l’economista premio Nobel George Akerlof, come Paola Jadeluca le ricostruisce oggi su “Affari & Finanza” di Repubblica
non sono immaginabili in Italia: due nerd, due giovani che si fanno da soli, il padre di Ackermann disoccupato quando lui ha dodici anni, lei assistente volontaria a Harvard nel 1971 e poi funzionaria della Fed, insieme dal 1978, hanno tra collezioni, fondi pensione e titoli un patrimonio valutato sui dieci milioni di dollari. In Italia non sarebbe possibile: di investimento “sicuro” (dalle truffe) c’è solo la casa. C’era, ora è bottino delle orde politiche.

astolfo@antiit.eu

Nonoche al potere

Nonoche è un personaggio di Irène Némirovsky. Un personaggio comico, “artista lirica e drammatica”, rotta alle avventure. La scrittrice della Francia senza pace tra le due guerre aveva una vena comica segreta. Ai suoi stessi familiari: la figlia Denise si dice riconoscente in questa edizione (illustrata, per ragazzi) agli “scopritori di questi testi”. L’ultimo dei quali, “Nonoche al potere”, scriveva un anno fa, poco prima della morte, “potrebbe essere stato scritto oggi!”.
Oggi-oggi, dopo la fine di Trierweiler al potere, il dialogo è ancora più attuale. Nonoche fa ministro il suo amante, immaginandosi con la sua amica Louloute al centro degli affari. “Mi consulterà”, si dice: “Potrò impedire delle guerre. È sempre stato così in Francia, con le donne al governo. Insomma, a lato… La Pompadour, Mlle Sorel...”. Se non che,  una volta al ministero, Èdouard la prega di eclissarsi per “i doveri della Repubblica”.
I “Nonoche”, brevi dialoghi tutto pepe, sono cinque. Quattro dei quali di Irène diciottenne, quando, approdata infine a Parigi attraverso mille peripezie dalla Russia rivoluzionaria, frequentò per un periodo la Sorbona: “Dalla chiaroveggente”, “Al Louvre”, “In vacanza”, “Al cinema”. È una vena comica ignota ai critici. E anche ai biografi, Philipponnat e Lienhardt. Una lievità che dà una luce nuova alla sua opera, e anche alla tragedia personale, nella guerra e l’antisemitismo. Nonoche è un personaggio alla Colette, senza il sussiego. Con qualcosa in anticipo su dadaismo e surrealismo, e molto in anticipo su Queneau e Boris Vian.
I racconti, in forma di “dialoghi comici” tra Nonoche e l’amica Louloute, altrettanto sgallettata, furono pubblicati sulle riviste satiriche “Fantasio” e “Le rire”.
Irène Némirovsky, Nonoche. Dialogues comiques, Mouck, pp. 73, ill., € 13

domenica 26 gennaio 2014

Letture - 160

letterautore

Blog – Claudio Magris (“Segreti e no”, p. 12), riferendo di un non specificato convegno a Lione, pone “la grande differenza fra il romanzo e il blog” - tale da rendere quest’ultimo molto meno interessante - nel fatto che “il blog manca di sottintesi, di sensi nascosti, di segreto”. La verità del chiaroscuro.

Dialetto – In Hebel, Johann-Peter, l’agrarista svevo (alemanno), poeta e narratore della Foresta Nera, “l’amico di casa” di Heidegger, produce i più bei racconti della lingua tedesca. A giudizio di molti ottimi tedeschi: Hesse, Adorno, Canetti, Reich-Ranicki, attesta Wikipedia.
Di Heidegger si può capire – supporre una dose di opportunismo. Heidegger si sottrae, rabbino sofistico, anche nel linguaggio oltre che in filosofia, il mondo confinando all’agrarismo alemanno: vino, proverbi, pipate lente tra uomini muti, il fuoco del camino, le stagioni, la malattia, la diffidenza del forestiero, la caccia insaziabile delle donne. Per un pudico esibirsi, o celarsi. Ma non dice male quando spiega che dialetto e terra natia si appartengono, si completano. È attraverso il dialetto che l’uomo vive in contatto con la sua terra, con le sue origini, o se ne riappropria. Gli dà una “patria” (casa, rifugio) e gli apre il “mondo”.
Di più ancora: è il dialetto la lingua originaria che consente all’uomo di esistere, stare al mondo, nominarlo, abitarlo. Tanto meglio nel dialetto, è lì che si radica il linguaggio: “Il dialetto non è solo la lingua della madre, ma al tempo stesso è anzitutto la madre della lingua”. È il dialetto che “porta il linguaggio al linguaggio”, all’espressione, alla connotazione.

Fascismo - Il titolo del fascismo, i titolo generazionale, è “Gli indifferenti”. Più vero anche de “Gli anni del consenso” di De Felice. Anche se la “partecipazione”, sia pure scettica, fu forte, la più forte mai registrata da una politica nella scettica Italia. Compresi gli intellettuali.

Fu buon fascista per esempio Gadda, il futuro autore di “Eros e Priapo” - Sergio Raffaelli lo ha documentato nel 2008 in “Studi Italiani”: fino a tutto il 1942, Faceva prima testo l’intervista con Dacia Maraini del 1968: “Solo nel ’34, con la guerra etiopica, ho capito veramente cos’era il fascismo e come mi ripugnasse”. Un lapsus, dell’Ingegnere o di Dacia: la guerra è di un paio d’anni dopo.

Jean Paul – È pseudonimo, adottato in omaggio a Jean-Jacques (Rousseau), da pronunciarsi alla francese, di Johann Paul Friedrich Richter (1763-1825), autore di vena satirica, un tempo il più amato e letto degli scrittori tedeschi. Anche da da De Quincey. Successivamente apprezzato da Heine per l’impegno in difesa della libertà. Da Robert Schumann e Gustav Mahler per il gusto del vagabondaggio nella natura. Da Carlo Emilio Gadda nella “Cognizione del dolore” per i condivisi “riboboli sterili”. Un coetaneo, non si direbbe, di Goethe, che è invece tutto misura e ingegneria, non meno famoso. Oggi praticamente sconosciuto, specie in patria.
De Quincey gli dedicò la sua prima collaborazione al “London Magazine” nel 1821, dopo il successo delle “Confessioni di un oppiomane inglese”, con un articolo firmato Grasmeriensis Teutonizans, il teutonizzante di Grasmere. Pasticciando per l’occasione Trebellio Pollione, uno degli scrittori della “Storia Augusta”, curata a Parigi da Isaac Casaubon nel 1607, “ex editione Grasmeriensi”, cioè nel suo proprio rifacimento. Un eulogio: “Un uomo, tra gli odierni transrenani, che ammiro su tutti, e che si merita di diritto il titolo di principe delle lettere germaniche”.
Anche Casaubon, come Trebellio e la “Storia Augusta”, esiste. Umberto Eco lo risusciterà nel “Pendolo di Foucault”, facendone il manovratore di trame sapienziali. Dopo una riapparizione nel 1872 in “Middlemarch”, il romanzo della piccola borghesia inglese di campagna di George Eliot, al secolo Mary Ann Evans.

Kafka - Se le sue narrazioni possono prestarsi a una lettura in forma di parabola della condizione ebraica, dell’escluso, con tinte perfino cabalistiche, e se l’appartenenza divenne per lui a un certo punto capitale, perché la parola “ebreo” non ricorre mai? Kafka non la sentiva una “differenza” – a Praga prima del 1914 poteva. La condizione ebraica s’intorbida dei riflessi posteriori.

La sua “fine” di ogni scrittura è un “inizio”, si sa. Un’altra scrittura: è uno scrittore scultoreo, del modellare per via di togliere. Non evitandosi le forme compiute, anzi. Kafkiano è l’aggettivo della ricerca, non dell’esito. Che è sempre ambiguo nei suoi racconti, ma illuminato da una coscienza compiuta. Di sé e della sua scrittura – lo spiega anche, nei diari, le lettere, le conversazioni.

Nobel – Gli ultimi finalisti italiani al Nobel letteratura, Magris e Eco (con Citati e Canfora, forse, alle nomination), sono due saggisti (forse quattro) rivoltati narratori – rivoltati come usava delle giacche. Il mercato fa bene ai narratori, che ora sono tanti, e vendono anche milioni di copie, ma non alla qualità della narrazione.

letterautore@antiit.eu

La virtù dell’adulterio impossibile

Della serie la donna è l’amore, una novelletta comica sull’adulterio impossibile. Della casalinga cui l’aristocratico bello, fine e inutile, tende trappole inattuabili.
Matilde Serao ride, si può dire, di se stessa. In anticipo di venti anni. A 46 sarà presa dal fulmine, lascerà per lamante diletto il marito di una vita Edoardo Scarfoglio, e gli farà una figlia a 48.
Matilde Serao, La virtù di Checchina, Edizioni Albus, pp. 93 € 7,50