sabato 8 marzo 2014

L’Atlantico divide

Dopo la Siria l’Ucraina? Che farà Obama?La domanda non è nuova, gli Usa sono pur sempre gli arbitri della pace, ma il contorno è mutato: non c’è mobilitazione, non c’è allarme. Il pericolo è vicino, è in Europa, è in casa. Ma non c’è più sintonia con le rivoluzioni democratiche americane. C’è anzi, al di là della gratitudine, della solidarietà, della comunanza d’intenti, compatimento. Nei governi. Nell’opinione invece la domanda è: ma che vogliono? La diffidenza prevale.L’Ucraina forse non fa testo, è un caso speciale. Ci fu mobilitazione una dozzina d’anni fa per la rivoluzione arancione, che invece si scoprì opera di maneggioni corrotti, tutti finiti male. Ora, di fronte a una mobilitazione per aderire all’Unione europea, e anche alla Nato, c’è piuttosto perplessità. Specie di fronte alla risposta russa, che qui come in Georgia ribadisce che non vuole la Nato in casa. Un po’ come quando Kennedy si oppose ai missili di Krusciov a Cuba: Putin non è Kennedy, ma i missili sono uguali, più o meno.Siria e Ucraina sono del resto le ultime di una serie ormai innumerevole d’interventi umanitari e per la libertà cui gli Usa hanno indotto l’Europa, senza costrutto. L’unico esito è stato di tenere, per venticinque anni ormai, l’Europa al guinzaglio. E non è da escludere che l’obiettivo non fosse quello. Sembra una balordaggine, e lo è, ma non c’è altra verità.Se una ratio è possibile estrarre da un quarto di secolo di guerre umanitarie è che esse si svolgono tutt’attorno all’Europa: nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e nei Balcani, per tenere in soggezione l’Europa. Sono interventi sempre coordinati con questo o quel paese europeo interessato, la Germania in Jugoslavia e nel Baltico, la Polonia nel Baltico e in Ucraina, gli screditati servizi segreti francesi e inglesi nelle guerre di liberazione (Libia, Siria) e nello spionaggio elettronico. Ma senza altro senso che la soggezione europea: tenere la Ue divisa e sotto pressione.  

Ombre - 211

La Polonia chiede la mobilitazione della Nato contro la Russia. Bisogna voler bene alla Polonia, per molti motivi, ma perché indurre sempre la catastrofe?

Il sindaco Marino candida Rodotà all’Acea. E perché non all’Atac, alla spazzatura, al dopolavoro costituzionale? Rodotà for President, suona bene.

Carlo Rossella, presidente di Medusa, che ha prodotto e distribuisce “La grande bellezza”, non perde minuto dopo l’Oscar per dire il film un ingrandimento di Dagospia e la rubrica “Cafonal”. Con imbarazzo, s’immagina, di Roberto D’Agostino, editor intelligente.

O l’anti-campagna di Rossella è un altro trucco di Berlusconi - “parlatene male, ma parlatene”? Diavolo d’un Berlusconi, s’infila dappertutto.

Ma perché spendere per questo? Quello delle olgettine è proprio un vizio.  

Infaticabile, l’onorevole Anzaldi, che rappresenta il Pd nella commissione Rai, protesta con la Rai e minaccia interrogazioni. Virginia Raffaele ha fatto a “Ballarò” l’imitazione di Maria Elena Boschi, ministra Pd, e questo non sta bene: è anticostituzionale, dice l’onorevole. Virginia può fare, come ha fatto, solo l’imitazione di Berlusconi, Carfagna, Pascale, la fidanzatina di Berlusconi, e il cagnetto della fidanzatina di Berlusconi.

Sorrentino (in quanto regista della “Grande bellezza”, tributo a Roma), dopo Muti: la cittadinanza onoraria di Roma trova sempre la destra reticente, cioè contraria. L’incapacità culturale è un fatto e non un’opinione – l’incapacità politica cioè: la destra si regge in Italia solo per Berlusconi.

Nel caso di Muti le reticenze furono specialmente gravi, perché la sua chiamata a Roma fu il solo titolo di merito dei cinque anni di Alemanno, l’unico sindaco di destra di Roma. Sconfitto su Muti, Alemanno boccia Sorrentino.

Marco Demarco dà lezioni di sinistra a Vendola sul “Corriere della sera”. Il mondo si capovolge?

Fa gli ascolti della serata “La grande bellezza” su Canale 5.  Numeri non eccezionali, per la verità, ma il segretario della commissione parlamentare per la Rai, il Pd Anzaldi, è furente: “I telespettatori si sarebbero attesi di vedere il film premio Oscar sul servizio pubblico”. Tutto pur di non ammettere che il film è stato prodotto da Berlusconi, prima che mostrato.

La ministra Maria Elena Boschi proclama: “I sottosegretari indagati restano al governo”. Quelli del suo partito, il Pd. Il giorno dopo che ha costretto un sottosegretario a dimettersi per motivi di opportunità, non indagato, solo accusato da personaggi squalificati. Non del suo partito, del partito della ministra.
La vecchia casta non si riteneva coperta dall’impunità.

O la bella e prosperosa Boschi è provocante anche al governo, non solo a “Ballarò”? Non passerà per sciacallo? Sembra che gli incisivi le si allunghino, a forza di sorridere.

Particolarmente odioso il raffronto tra De Basso de Caro, accusatore della ex berlusconiana De Girolamo, e la stessa De Girolamo. Questa, non indagata, fu costretta a dimettersi da Pd. De Basso de Caro, l’accusatore Pd, è indagato, ma lui è al governo con diritto.
Non si può dire “mafia dei giudici” perché è dominio di Berlusconi, ma come chiamarla?

“L’Europa impari a non aver paura”, Bernard Henri Lévy incita: fa senso vedere un vecchio “nuovo filosofo” alla testa di ogni guerra “umanitaria” di aggressione. Che ora vuole l’Europa in guerra contro la Russia, nientedimeno. A tanto arriva il gigionismo?
D’Annunzio rischiava, era presente fisicamente, questo Lévy incita al coperto dei giornali, remunerato.

Hanno un’Aula Magna anche i servizi segreti, Aisi. Ci terranno i concerti? Le riunioni plenarie?
A viso scoperto?

È vero che tutti hanno da qualche temo Aule Magne, e ci tengono ogni anno Inaugurazioni e Prolusioni. Le Aule Magne hanno sostituito le Eccellenze. Sono più evocative?

È di Vicenza, ma a quindici anni parla tedesco, ascolta Wagner, corrisponde con Angela Merkel, ha un fidanzatino tedesco, dei tedeschi apprezza “l’ordine mentale, il rigore, e la capacità di fare i conti con la storia”, cosi pensa, essendo anche Alfiere d’Italia per aver pubblicato tre libri. Si appresta il nuovo Italiano?

Umberto Cottarello, “anima della Leopolda” – una delle tante per la verità, c’è anche Pif, etc. – e quindi dell’avvento di Renzi, è lo sceneggiatore della “Grande Bellezza”, che Berlusconi ha prodotto. L’arte unisce – prima o dopo i soldi?

“La Grande bellezza” è piaciuto indistintamente dovunque è stato proiettato, in Gran Bretagna, negli Usa, in Spagna. In Italia a metà. I commenti a mymovies non vanno oltre il 3 (su 5): chi scrive è (giustamente) di sinistra e non può apprezzare. Berlusconi obstat, un arricchito: la divisione ancora c’è, tra parvenus e buoni borghesi.

Roberta Pinotti, pacifista, capo educatore Agesci, World Social Forum di Porto Alegre a gennaio del 2001, Genoa Social Forum  dello stesso 2001, contro il G 8 di Genova, è ministra della Difesa. Molto bene accetta. I pacifisti sono militari?

Dio è la parola che si perde

Dio è lo “Sgrammaticato” per Luisa Muraro, benché Volto Santo, Assoluto e Immanente. In quanto, spiega Grazia Villa nella prefazione a questa riedizione, ne “disfa e ridisfa a ogni rilettura tutte le immagini”. Lo racconta “in lingua materna” in questa raccolta: “È l’indicibile delle mistiche, è il non pensato della teologia favolosa delle donne”. Dio anzi è solo delle donne, solo loro ne hanno avuto e ne hanno conoscenza, per essere state mistiche, “dal Medio Evo al Novecento”.
Ma anche prima, perché no, le vergini martiri per esempio, la lista si può allungare. E per essere madri no, i soli esseri umani che creano qualcosa, creando figli? La filosofia del femminismo non è molto innovativa, a parte il radicalismo – oggi si direbbe i vaffa. Ma permette di raccontare molte storie. E Muraro ne ha raccolte molte, a margine del suo filosofare la “differenza”, l’orgoglio di essere donna. Navigando soprattutto fra le contemporanee, Simone Weil, Cristina Campo, Clarice Lispector, e le anime pure della Resistenza, Sophie Scholl, Hetty Hillesum, in aggiunta alle tante “visionarie” del passato, Angela da Foligno e Giuliana di Norwich comprese, con l’incredibile Margherita Porete, l’altra santa che i francesi bruciarono come strega. Una corona delle “amiche di Dio”: Luisa Muraro ha inventato la categoria e le celebra.
La “celebrazione” non si può dire meglio della prefatrice: “Una cavalcata, una corsa, una nuotata, reale o sognata, attraverso parole grondanti, allegorie, immagini, vuoti, pieni, silenzi, grida, estasi, abissi, pertugi, poesie, tutto l’incanto, la sorpresa, l’amore delle amiche di Dio”. Vorace creativa, come tutto del Sessantotto, Luisa Muraro ha appuntato questi umori trasudanti dalle sue letture “di genere” in una raccolta cui diede forma unitaria una dozzina d’anni fa, sull’emozione della lettura dell’ultimo approdo di Elvio Fachinelli l’anno della morte, nel 1989, “La mente estatica”. Tra la prima pubblicazione e questa riproposta, l’autrice della “Indicibile fortuna di nascere donne”, nonché fondatrice a Milano della Libreria delle donne nel 1975,  si è divertita con “Dio è violent”, senza il genere finale.
Tutto nasce in realtà, questa rivendicazione di Dio, dalla ricerca impostata con la rivista della Libreria, “ Via Dogana n. 48”, a febbraio del 2000 sulla fine della religiosità, a partire già da Leopardi. Quindi dalla scoperta della “diversità” anche in questo: “Com’è che la scoperta del centro vuoto delle parole porta quelle donne non all’angoscia mortale ma alla gioia? Com’è che le loro parole si arrendono non ala conclusione logica del nichilismo (logica e nondimeno assurda) ma allo stupore dell’estasi?” Queste donne “hanno un segreto che permette loro di saltare tutta la questione dell’esistenza d dio, un segreto fra le parole, le cose e i corpi”. Le mistiche come tutte le donne, si potrebbe dire, che hanno il dono della creazione. Diremo che “Dio è qualcosa che può capitare” – esser-Ci, direbbe Heidegger.
O meglio, l’innovazione qui c’è, tutta una teologia e una filosofia – seppure en passant, nella cifra scanzonata di Luisa Muraro: “«Dio» è una parola che non ha senso se non si perde in altre, in tutte le altre, anche quelle mai pronunciate o impronunciabili, come un loro nome comune, il più comune, come la parola segreta di ogni essere che viene al mondo e di ogni essere che o lascia; un lasciapassare, potremmo dire, e come la traducibilità stessa di questo mondo in un altro e nell’infinità dei mondi possibili”.
Luisa Muraro, Il Dio delle donne, Il margine, pp. 187 € 15

venerdì 7 marzo 2014

Italia sovietica – 19

Il sovietismo è morto da venticinque anni, quasi, ma non Italia - dove non c'era. Gli ultimi casi:
I detti di Renzi
Le canzoncine per Renzi
I balilla di Renzi
Olli Rehn
I titoli quotidiani: “Richiamo di Bruxelles”, “Bruxelles fredda l’Italia”, “Monito di Bruxelles”.
Gli indagati Pd blindati al governo
La liquidazione di De Girolamo e Gentile
Le confessioni di De Girolamo e Gentile
La lingua biforcuta
Gli antipartito
L’Expo milanese pagata dagli italiani, due miliardi di appalti

La verità è anonima

Archiviato tra i saggi, il libello è la storia di una lettera anonima contro un vecchio vescovo di Patti in provincia di Messina, monsignor Ficarra. Cioè la storia della rovina del vescovo a causa di una lettera anonima, finoalla rimozione da parte del Vaticano, con la promozione, per dileggio, ad arcivescovo di Leontopoli di Augustamnica - che non esiste: una sede vacante là in partibus infidelium. Con una curiosità: “Nell’estate di quattordici anni addietro”, premette Sciascia nel 1979 al racconto-saggio, “ ho immaginata e scritta una storia di potere e di crimine che prendeva avvio, non per estravaganza ma per interna funzionalità e necessità, da una lettera anonima composta con parole ritagliate dall’Osservatore romano; oggi - d’estate e nello stesso luogo - mi trovo a cominciare una storia vera da una lettera anonima che a un ritaglio dell’Osservatore romano si impasta. E dico di più: dal piccolo archivio di monsignor Ficarra che da persone che lo amavano mi è stato confidato, mentre ancora in disordine stava sul mio tavolo, la prima cosa che ho estratto è stata la busta azzurrina che conteneva la lettera anonima e il ritaglio dell’Osservatore”.
Di che riscrivere la logica, e la via della verità.
Leonardo Sciascia, Dalle parti degli infedeli

giovedì 6 marzo 2014

Problemi di base - 171

spock

Perché i bambini non impazziscono?

Perché le rane non arrossiscono?

Perché il coccodrillo non sbadiglia (si annoia ma non sbadiglia)?

Perché Dio non ride?

Perché non ridono i poeti?

O sono maschere, in “Masterpiece”, devastate?

Le guerre alla Russia finiscono male, perché riprovarci?

spock@antiit.eu

Un’Antimafia per l’Antimafia

Implacabile con Gentile, Rosy Bindi s’è scordata degli altri quattro vice-ministri che hanno grane giudiziarie, Del Basso de Caro, De Filippo, Bubbico e Francesca Barracciu. Si può supporre perché Gentile è alfaniano e i quattro sono del suo partito. Ma contro Gentile Rosy Bindi s’è pronunciata in quanto presidente dell’Antimafia.
Ora, Gentile non è sospettato di mafia – né qui è indagato, è solo vittima di un’industria dei media assistita. Mentre i quattro del Pd sono indagati, per abuso d’ufficio, concussione, appropriazione (le varie “rimborsopoli”). Gentile rientra nelle competenze della Bindi perché calabrese? È possibile. Per una superficiale come Rosy Bindi è anzi probabile che calabrese sia sinonimo di mafioso. Ma c’è un problema.
Il problema è che la presidente dell’Antimafia si è fatta eleggere in Calabria. Perché “lì ci sono i voti sicuri”, assicurò a chi le contestava la scelta. Mentre confessava di non sapere nulla della Calabria. Più sicuri in Calabria della Toscana, dove il partito di Rosy Bindi stravince sempre?
Una commissione Antimafia ci vorrebbe sulla commissione Antimafia.

L’anonimato nazionalpopolare

Fa un quarto di secolo questa riesumazione di un divertimento del poco serioso autore di “Cuore”, a cura di Giuseppe Marcenaro. Allora se ne parlava molto, l’anonimo era “nazionalpopolare”, giornali integerrimi e giudici se ne facevano paladini.
Non era una novità. Un quarto di secolo prima il procuratore Capo di Roma Luigi Giannantonio aveva puntato l’industria di Stato per decapitarla e chiedeva denunce anonime, facendosi fotografare con sacchi ai piedi di presunta posta. L’Eni sfuggì all’offensiva spostando la sede giuridica delle sue società a Palermo. L’altra settore dell’energia, il nucleare, fu decapitato con l’arresto di Felice Ippolito, il dinamico presidente del Cnen (ora Enea), per aver utilizzato in vacanza a Cortina una jeep aziendale – l’Enel stava nascendo. Usciva in quegli anni anche “A ciascuno il suo”, il secondo romanzo giallo di Sciascia, con questo attacco: “ - È una lettera anonima – disse il postino”.
Nel 1989 il “cancro delle anonime” era un tormentone di Andreotti nel “Bloc-Notes”, la rubrica settimanale che tenne per quindici anni, dopo i governi del compromesso storico e la sconfitta di Berlinguer, sull’“Europeo” di Lamberto Sechi – “alla maniera di Mauriac”, diceva Sechi. Fra Mauriac e Andreotti c’era qualche differenza. Andreotti è stato indubbiamente il maestro dei dossier in Italia, anonimi, a carico di Fanfani, Segni, Moro, Cossiga. Ma è quello che fa sapido il dossier “anonimo”. Andreotti, per esempio, sapeva già dei “pizzini”, che abbiamo scoperto una ventina d’anni dopo: “È stato assurdo dare la dignità della carta stampata a migliaia di foglietti privi di paternità pervenuti a suo tempo alla Commissione antimafia”, scriveva – ammonendo beffardo: “Con la scuola d’obbligo e il superamento dell’analfabetismo non ci sono più limiti”. E seriamente: “È prevalsa l’opinione di chi confonde l’omertà con la tutela di un costume civile”.
In un “Bloc-Notes” del 24 febbraio 1989 Andreotti ha anche una curiosa perfidia a danno del Procuratore Capo delle delazioni, di cui storpia il nome alla Totò: “Un disinvolto personaggio si compilò denunce gravissime e false che fece avere a Giannantoni. In modo che Giannantoni si eccitasse ma non trovasse niente. Dopodiché – andava dicendo – «quando arriveranno i ‘veri’anonimi, gli sbirri di Giannantoni gli diranno che sono un calunniato abituale»”. Implausibile che un “disinvolto personaggio” andasse in giro a confidare i suoi trucchi. Ma l’“Europeo” e Sechi, altro grande fustigatore, se non i lettori, evidentemente ci credevano, credevano a Andreotti.
De Amicis sembra uscito dal suo libro “Cuore”, in mezzo a tanta navigata perfidia. Ma forse la cosa è caratteriale – sarà da catalogare tra i “caratteri originari”: “La lettera anonima è la più alta forma di artigianato locale”, sbotta a un certo punto Mastroianni in “Divorzio all’italiana”.
Edmondo De Amicis, La lettera anonima

Roma alla Norma

Caltagirone agli affari, Marino al Campidoglio, Pignatone a piazzale Clodio: la Sicilia presidia Roma nei sui tre gangli vitali. Il comparaggio funziona anche per l’acqua all’arsenico, l’acqua dei rubinetti. La cosa potendo coinvolgere il Campidoglio, Pignatone se ne disinteressa. O per la rinuncia al contenzioso sui costi della metro C: il costruttore essendo Caltagirone, Marino ha stabilito di pagare.
Si può dire anzi Roma al passo della Sicilia. Abbonda all’improvviso anche la cucina alla siciliana, regina la pasta alla Norma, e la pasticceria, ovunque cassate e cannoli. Mancano i pizzini e i traggediatori, ma quelli sono ormai folklore. E i contorni già sfumano. Tutti sono criminali organizzati, eccetto chi sappiamo. Tutto è sfascio, eccetto alcune immobiliari, che costruiscono ovunque, sopra e sotto, cubature ad libitum. Col sindaco che sta lì ma come se non ci fosse, come a Palermo negli anni Cinquanta.
Allora sparì la Conca d’Oro, non è che costruiranno villa Borghese?
Il sindaco di Roma Marino vuole cambiare il cda di Acea (“il management non è nelle mie corde”, si esprime così), lo comunica al consocio compaesano Caltagirone, e se ne frega degli altri soci, i cassettisti, il colosso francese Edf.  Sarebbe aggiotaggio, Acea è in Borsa, ma Marino è compaesano pure di Pignatone, il capo della Procura, e la cosa si derubrica a inesperienza.

La famiglia Esposito

Il giudice Esposito che nell’affollata sessione estiva si prese il processo di Berlusconi per condannarlo, è padre di due giudici, un maschio e una femmina. Belli, ma non per questo ben collocati, lui a Milano, lei a Bruzxelles: sicuramente ci sono arrivati per aver vinto il concorso, che è così difficile. La sapienza giuridica è attestata in famiglia anche per via avunculare, lo zio Vitaliano essendo stato Procuratore Generale, nientemeno, della Cassazione.I giudici in Italia non hanno conflitti d’interessi. Si è anzi giudici gloriosamente di padre in figlio e in nipote, e tra fratello e fratello, una Famiglia di Giudici è un bel titolo. Se ne può quindi parlare con libertà, è un omaggio che si fa alla nomea e il riconoscimento di un merito – se ci fosse una corte si direbbe un blasone.I giudici Esposito non sono politicizzati, nessun giudice italiano lo è, ma propendevano per Berlusconi. Al fratello Vitaliano, il Procuratore Generale, il ministro concittadino Nitto Palma aveva trovato per la pensione la carica di Garante della tutela ambientale a Taranto – figurarsi. Che non vuole dire nulla ma comporta – comportava – un appannaggio di 220 mila euro. Mentre l’Esposito figlio, bell’uomo di belle maniere, e di bellissime macchine, se la spassava a Milano con Nicole Minetti.Ultimamente però i due fratelli avevano ribadito l’indipendenza della magistratura. Fino all’esemplare condanna di Berlusconi il 9 agosto. Il figlio era stato denunciato dalla Procura di Milano al Csm per la frequentazione di Nicole Minetti, che la stessa Procura accusava di prossenetismo. L’appannaggio di Vitaliano non era stato rinnovato dal governo Letta-Berlusconi. Questo succedeva a giugno, il mancato rinnovo. L’11 luglio il Csm aveva assolto l’Esposito milanese, gli incontri ribaldi rubricando “occasionali” – cioè a pagamento? Dopo un’attesa di quattordici mesi, tre giorni dopo che il papà era stato investito urgentissimamente del processo Berlusconi in corso da dieci anni.Perché parlarne allora? Perché la Procura di Milano insiste a perseguitare l’Esposito figlio. Lo ha denunciato a Brescia come debitore insolvente. Facendo sapere nell’occasione che se la intendeva pure con Berlusconi, superindagato notorio, oltre che con Minetti.Che altro processo ha in mano l’Esposito padre? Perché, ovviamente, non si tratta di ricatti. 

mercoledì 5 marzo 2014

Secondi pensieri - 167

zeulig

Heidegger – Fu un poeta, secondo i due numeri storici di “aut aut” 234 e 235, fine 1989 e inizio 1990. E più secondo la lettera dell’11 marzo 1964 al colloquio su “Pensiero e linguaggio non oggettivanti nella teologia moderna”, tenuto all’università Usa di Drew (ora in apertura alla raccolta “Segnavia”). “Come esempio di un pensiero e di un dire non oggettivanti per eccellenza può servire la poesia”, esordisce Heidegger, e pronto richiama Rilke – “il canto è esistenza”, Gesang ist Dasein. “L’essere può mostrarsi in diverse modalità”, ma quella poetica ne è una sorta di radice comune: il dire poetico è diverso, è “poetante”, fattivo. “Il dire poetante è «esistenza». Questa parola «esistenza» è qui usata nel senso tramandato dalla metafisica. Significa presenza.  Il dire poetante è presenziare presso… e per il dio”.
In realtà, la rivista somma il rapporto di Heidegger con René Char, che fu attivo nella Resistenza (e non con Celan?),  le sue letture di Hebel, Rilke, Hölderlin, Trakl, e la lettera-saggio “Che cos’è la poesia”. Questa soprattutto nel corpo a corpo di Ferraris con Derrida, heideggeriano beffardo. Con innumerevoli declinazioni dell’“istrice”, il porcospino, il piccolo roditore che si vuole, potendosi appiattire, ovunque – e anche un po’ imbroglione nella favola di Grimm “La lepre e l’istrice”.
Ma, poi, anche lì si vira al politico, direttamente, senza ironie. “Perdoni la trivialità della domanda”, dice da ultimo il dottorando Ferraris a Derrida, “che del resto mi sembra inevitabile in un ragionamento sopra Heidegger e la poesia: non è convenzionale e insomma squallida la figura di uno Heidegger che, deluso e battuto dalla politica fa vela verso la poetica, trovando nell’Arcadia il porto sicuro?” Sì, è la risposta di Derrida – al modo di Derrida (“sì e no, e chissaché”): “Fa vela, come dice lei, verso una poetica che è anche un attracco, un porto d’attracco politico lo Hölderlin del Reno e di Germania”.Cioè: Heidegger si fa poeta in chiave nazionalistica, torcendovi Hölderlin – che però, ha notato Gadamer (“I sentieri di Heidegger”), “sciolse la lingua” al filosofo..

Pochi ricordano che il Filosofo fu poeta in senso proprio, pubblicò curate raccolte, a partire da Lo splendore morente, esordio crepuscolare.Weg und Waage,\Steg und Sage\finden sich in einen Gang”. È Palazzeschi? “Geh und trage\ Fehl und Frage\deinen einen Pfad entlang”. Bang, bang è l’esperienza del pensare, ingegnosa, di classici trochei, con rime, paronomasie e allitterazioni. Intraducibile, irriducibile – l’essere non c’è eccetto Heidegger, è questa l’ontologia fondamentale? “Passo e pesa\sasso e ascesa\si ri-trovano allo stesso viaggio.\Va e palesa\Squasso e intesa\seguitando il tuo passaggio”, oscenità solitaria: va e ritorna, lungo l’unico fico lingam.
Il “pensiero poetante” è da professor Pascoli devoto, che ha avuto anche lui vita segreta, sebbene da scapolo, o di uno Stil Novo che fosse carnale, appassionato e lirico.

Incomunicabilità - Non c’è dal momento che è materia di discorso. Ci sono “cose” incomunicabili.

Masse – Procurarsi il pane distruggendo la panetteria: tale è il criterio d’individuazione-azione che Ortega y Gasset ne enuclea nella “Ribellione delle masse”. Reazionario. Però?

Paradosso – “Non capisco quelli che si rifugiano nella realtà perché hanno paura di affrontare la droga”: il paradosso di Tom Waits è inattaccabile da ogni punto di vista. Sintattico, logico e, chissà,  etico. Il paradosso non è più paradossale: nell’età della globalizzazione (intercultura) e della comunicazione breve, brevissima, e interattiva è la forma assertiva per eccellenza. Incontestabile.
Ci sono fasi storiche in cui la conoscenza sopravvive, dissimulando.

Ragione – La natura è ragionevole – ha delle leggi. L’uomo no, è imprevedibile. E dunque l’uomo è innaturale?

Saggezza - È la stupidità dei più - umana? Non l’incapacità ma al contrario, l’arroganza, la pretesa di sapere. Quando si sa poco o nulla - giusto il giorno, la notte, la nascita, la morte.

Stupidità – Si declina in molti modi, dal candore all’orgoglio.
È indefinibile? Jerphagnon, lo studioso di sant’Agostino, la dice “polimorfa e onnipresente”, e propone di non definirla, scusandosi col dirla “naturale”. Che è però un pleonasmo, tutto è naturale  se esiste: il filosofo è turbato dal suo carattere ubiquo, fin nei fondamenti della saggezza.

Suicidio - San Tommaso Moro ne fa l’esito dell’Utopia qualora uno diventi “nocivo a se stesso e agli altri”. In Inghilterra, che allora ne deteneva il record, Montesquieu nota che il suicidio era più frequente “verso l’inizio e la fine dell’inverno, per un vento di Nord-Est che rende il cielo nero e affligge i corpi più robusti”. In linea col quadro di Morselli a Durkheim: i maschi si uccidono più delle femmine, gli alti più dei bassi, e di più in Europa centrale, dove ci sono meno pazzi - “invece che predisporre al suicidio, l’idiozia ne è un preservativo”. Il professore delimitò in Europa un rettangolo del suicidio, tra il 47° e il 57° di latitudine e il 20° e il 40° di longitudine, incluse alcune zone limitrofe, Nord Italia, Belgio e Sud inglese. Resta problematico il quando. Montaigne censura Cassio e Bruto, che “finirono di perdere i resti della libertà romana, di cui erano protettori, per la precipitazione e l’imprudenza con cui si uccisero prima che fosse opportuno”.

Le pene sono sempre state severe per i suicidi, benché ovviamente morti. Il reverendo Donne ricorda come le vergini di Mileto, martiri volontarie, fossero esposte nude. Tarquinio Prisco volle i suicidi esposti agli uccelli e altre bestie. Per Severo la pena arriva in forma di festa, placata.

E sarà vero che la morte è ricorrente. All’anagrafe arriva una volta sola nella vita – o per una volta è accertata, per incidente o sfinimento. Ma ognuno muore in effetti più volte, incluso in forma di suicidio, del rifiuto degli altri per rifiuto di sé, per cattiveria, sfida, follia, e per tara biologica, perché no. Gli altri, i fortunati, forse non hanno nulla da perdere.

Vendetta – Non vuole essere equanime, e anzi si realizza nell’eccesso, meglio nella radicalità, la cancellazione dell’offesa attraverso la cancellazione dell’offensore.
Nasce dal sentimento del sé offeso. Etnico-tribale nel vecchio “delitto d’onore” e nelle faide, rancoroso in quello personale. Nutrito come pilastro della saldezza dell’io, ma indenne all’autocritica. Per questo non onorevole, in tutte le forme, compresa Medea naturalmente, benché maga.
La magnanimità è autocritica: non dimentica le offese ricevute ma non trascura quelle che ha arrecato. Ma è un non fare. La vendetta opera all’opposto: non si fa un torto di sé, e anticipa, innesca, provoca delle risposte. Assolvendosi col diritto-dovere di ristabilire un equilibrio oltraggiato, ma in realtà dissolvendolo.

È spesso caratteriale – si sarebbe detto per influsso degli “elementi”. Non si innesta su un’offesa, né vi si commisura, ma è un modo d’essere, di pensarsi: attivo. Violento. È però anche etnica, uno dei “caratteri originari”, anche se per stratificazioni storiche, cultuali,  “culturali” e non naturali. O può la natura dividersi in magnanima e vendicativa?

zeulig@antiit.eu

Recessione – 16

Tutto quello che dovreste sapere ma si tace:

Il pil 2013 è inferiore al pil 2000. L’Italia ha perduto in quattro anni di recessione tredici anni di crescita.

L’Italia è l’unico paese in Europa, Grecia compresa, in cui nel 2013 sono diminuiti rispetto al già critico 2012 sia gli investimenti, di un 5 per cento, sia i consumi, di un 2,5 per cento..

Mezzo milione di occupati in meno nel 2013 rispetto al 2012. Non è la perdita record – nel 1995 andarono persi più posti di lavoro. Ma è la sesta perdita consecutiva annua di posti di lavoro.

La disoccupazione nel primo trimestre 2014 sarà oltre il 13 per cento. È il valore peggiore dal 1950 circa, finita la ricostruzione nell’immediato dopoguerra e avviato il boom, con l’emigrazione interna.

Mai la disoccupazione era stata “a due cifre” dopo il 1950, eccetto che nel biennio 1988-89 (sfiorò il 13 per cento), prodromo alla crisi monetaria e a quella politica.  

La disoccupazione era al minimo storico, 6,1 per cento della forza lavoro, nel 2007, prima della crisi.

Il passaggio fu molto lento al precedente picco negativo della disoccupazione: diciassette anni dal 6 per cento del 1972 al 12 per cento del 1988. Con l’euro sono bastati sei anni, dal 6,1 per cento del 2007 al 12,7 per cento del 2013. Sarebbe stato peggio o meglio senza l’euro?

L’Oscar all’antipatia, donna, cinquantenne

Cate Blanchett che prende il testimone dei premi Oscar da Meryl Streep è un segno sinistro: nel matriarcato americano la cinquantenne è antipatica a tutti, oltre che a se stessa. A Woody Allen per le note biografiche, ma anche alle centinaia di giurati degli Oscar, evidentemente. Non sa essere madre, né moglie, né amica, in questo caso nemmeno sorella, ipocondriaca, supponente, egoista, un’idrovora, insaziabile, insensibile. Forse nemmeno psicopatica.
Woody Allen ha creato infine, non volendo?, la tragedia greca di tanti suoi scherzi. Premiato dall’esito, oltre che dall’Oscar, per avere osato: le sue identità smarrite, un po’ innocenti un po’ bugiarde, le ha ulcerate in Jasmine-Blanchett. Su uno fondo sociale alla Altmann, o alla Tennessee Williams, della way-of-life in bella e brutta copia, seducenti e repellenti, ricchi e poveri ugualmente stolidi, nell’etica e negli affetti.
Woody Allen, Blue Jasmine

Vita triste sotto gli ulivi, nel Sud senza luce

Lettura obbligata per riconoscimenti molteplici, etnici, onomastici, toponomastici, di comuni origini - a parte il parroco in bicicletta per le vie di Paracorio, una specie di don Matteo: impossibile, Paracorio è su un costone. Più volte interrotta per la ripetizione, l’insistenza, il verismo quasi in berlina, tra la “roba” e le disgrazie. Ripresa per la forza narrativa di cui Gangemi, malgrado tutto, dispone. Che fa vivere la storia senza il pregiudizio – l’odio-di-sé meridionale, la borghesia, il dannato della terra, le invidie sociali. Ma le nascite, le morti, le malattie, e il raccolto che è sempre insoddisfacente, la vita si svolge per lunghe pagine come un grumo indissolubile, nero di affanni, disgrazie, cattiverie.
L’editore lo vuole un racconto “del fascismo e delle colonie, delle guerre mondiali, della ‘ndrangheta delle origini, del passaggio epocale verso il progresso”, che però c’è poco o nulla. È la storia di una famiglia come luogo chiuso, con poche, casuali aperture all’esterno, quasi tutte malevoli. Eccetto che per gli irregolari: emigranti, rivoltosi, malandrini. Che potrebbe essere – lo era – un dato culturale, ma neanche questo taglio adotta il narratore. Il pattern è l’aneddotica minima della memorialistica compiaciuta di paese, dei vecchi di paese o dei nullafacenti incontinenti, in un pulviscolo di nomi, parentele, punti di riferimento che si perdono. Un esercizio di bravura, se si vuole, di scrittura, irretito dal suo soggetto. Anche se alla fine il tributo s’impone, emozionato, alla memoria - indipendentemente dall'economia del racconto, per fatto personale. Seppure recente, e già anestetizzata, quasi folklore: nel 1962, quando Giuseppe muore, sulla cui vita la storia si è dipanata, la barbarie di fatto impera, nei rapporti sociali, d’affari, familiari, che il ritmo elegiaco della narrazione trascura.
È un libro del buon ricordo, della vita ricca e povera, un secolo fa, senza strade, senza luce, elettrica e spesso nemmeno dell’animo, delle balze dell’Aspromonte sulla valle delle Saline, ora piana di Gioia Tauro. Luogo degli uliveti giganti, anch’essi senza luce – Gangemi ne ha scritto qui, involontariamente?, infine il poema. Tra le molte pagine verghiane, di maniera, tranches de vie baluginano che si ricordano. Dei modi di essere, degli usi, dei caratteri. In una certa misura anche dei linguaggi, sebbene appiattiti dalla sociologia del riscatto. Dei silenzi per esempio, dei figli nei confronti dei padri, dei padri. Delle passioni irragionevoli. Delle collere. Dei presentimenti. Che sempre sono tristi. Con gli incredibili snobismi delle società chiuse, le gradazioni infinite di onorabilità, non più quarti ma decimi e centesimi, e corrispondentemente di rivalsa. Sul nulla, il tanfo di stantio. E l’impossibile scambio, che sarebbe rigenerante, con chi si sottrae o si rifiuta.
Mimmo Gangemi, La signora di Ellis Island, Einaudi, pp. 625 € 19,50

martedì 4 marzo 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (199)

Giuseppe Leuzzi

Il “Corriere della sera” scopre “la bella e negletta casa del Manzoni”. A Milano, la sua città. Una casa che “affaccia su piazza Belgioioso”, indirizzo storico.
Negletta è un eufemismo, dalle foto sembra una catapecchia. Ma per una volta ci è risparmiato lo sdegno: Milano non si critica.

A una settimana dall’appello a salvare la casa del Manzoni, si fa vivo Giovanni Bazoli, il presidente di Banca Intesa, il primo gruppo bancario. Intesa è disposta a intervenire, dice Bazoli, a condizione che altri condividano la spesa. Il costo stimato della ristrutturazione è di 6 milioni. Emozione sì, ma con juicio.

Platone, “Gorgia”, nella discussione tra Callicle, giovane e volenteroso, e lo scettico Socrate, al punto in cui si cita Euripide (“chi può sapere se il vivere non sia morire\ e se il morire non sia vivere?”), immette a peggiorare le cose un Siculo, o Italico: “Un ingegnoso facitore di miti, forse un Siculo o un Italico, ha giocando sulle parole chiamato «orcio senza fondo» la parte dell’anima dove stanno le passioni, nelle persone sprovvedute di giudizio, per la sua facilità a farsi trascinare e persuadere”. 
Il riferimento sarebbe preciso, al pitagorico Filolao e a Empedockle di Agrigento. Ma il “facitore di miti”, a fronte dei creduli? Già Platone aveva scovato il Siculo-Italico – per di più col perfido “forse”.

Nell’invenzione dell’albo d’oro della ‘ndrangheta non manca la filologia, con le etimologie. Ma qui con qualche intoppo: anandria era in greco la viltà – il non essere uomo.

Ma non è Milano
Riccardo Muti, cacciato da Milano, crea nella vituperata Opera di Roma, litigiosa, nullafacente, indebitata, Roma cialtrona, si sa, un rinnovato Puccini e una “Manon” che lasciano stupefatti e commossi il pubblico, che non finisce di applaudire, e i critici. Solo il sovrintendente della Sacla, Pereira, si aggira disorientato: lui Anna Netrebko, con Muti a Roma una Manon da sogni reiterati, voluttuosa e abbandonata, sonora e smarrita, imperiosa, appealing e immutabilmente triste, nelle arie e nei recitativi, un sorta di presenza cosmica, l’aveva proposta, per Mozart a Salisburgo col grembiulino da pornocameriera, e l’italiano deformato delle sventurate dell’Est.
I critici, convenuti in frotte da Milano, ne hanno preso atto entusiasti. I giornali sgomenti hanno smorzato i toni, con titoli generici, ma l’emozione traborda dai testi. Perfino il sospetto di nepotismo si riesce a cancellare lontano da Milano: la regia di Chiara Muti, figlia del maestro, è anch’essa esaltante, evocativa, memorabile, di più a petto degli insulsi “ammodernamenti” che i critici venuti da Milanno hanno dovuto subire alla Scala.

Pentiti
Luigi Lombardi Satriani progettava nel 1990 un libro sulla delazione come fenomeno antropologico italiano. Ne parlò con Denise Pardo de “L’Espresso”. A proposito della lettera anonima, e della più generale vigliaccheria quando è garantita dall’impunità. Poi ci furono i pentiti di mafia e il libro non fu più scritto.

Nel “Giudice meschino” di Mimmo Gangemi sceneggiato per la Rai, Giancarlo De Cataldo accentua il ruolo di un boss che dal carcere, giocando al pentito con un giudice consenziente, sgomina la concorrenza. Altro che pizzini e telefonate in codice.
L’espediente fa molto giallo alla Chandler (le cui ambientazioni morbide il film ricopia, Reggio come una piccola San Francisco), dell’innocenza smarrita, impossibile – al “suo” giudice il boss può far sapere anche che l’amico di una vita è colluso. Ma politicamente corretto? Il pentitismo non ci salva.

Doppiamente scorretto se il sottinteso è che certe cose possono accadere solo a Reggio Calabria.

Al processo di Palermo del giudice Montalto sfilano i pentiti più inattendibili. Perché l’accusa li presenta. Perché il Tribunale gli fa da quinta?
E perché a Palermo, in attesa della condanna dello Stato mafioso, non si fa nulla contro la mafia? Non si prendono più latitanti, non si confiscano patrimoni, solo si fanno processi di routine - con assoluzione - ai berlusconiani?

Don Patriciello e Marco Demarco, “il grande demistificatore dei miti politico-culturali nati al Sud” (Aldo Cazzullo), pubblicano un libro, “Non aspettiamo l’Apocalisse”, sull’esigenza di fare, non aspettare, darsi una mossa. Ma credono a Schiavone. Fermamente. Anche quando s’inventa che faceva il professore all’università – è un ex capo camorrista, da vent’anni fa il pentito. In un apposito capitolo, anticipato il 16 febbraio, don Patriciello ne parla con emozione.

Perché l’antimafia – certa antimafia, questa antimafia – fa così largo credito ai pentiti? Che non sono uomini d’onore. A un pentito basta conquistarsi la fiducia di un giudice, poi può dire qualsiasi cosa, anche negare di averla mai detta.

Non c’è un Nord al Sud  - 2.
Nord e Sud più che una divisione interna è europea. Più saldamente: da più tempo e con più virulenza. E con maggiori appigli. Anche per l’effetto quisling generato nella lunga tenzone: se la squalifica del Sud deve molto ai meridionali emigrati, quella del Sud Europa deve molto ai Nord-del-Sud. La subordinazione Nord Europa-Sud Europa è stata in parte creata, e del tutto recepita, dal Nord provinciale, lombardo per lo più.
L’Italia era nell’Unione Europea promotrice e senza complessi, a opera del messinese Gaetano Martino. Che lanciò l’idea, quando fu per un periodo ministro degli Esteri, e promosse la riunione da cui prese l’abbrivo la Cee proprio a Messina, nel 1957. Milano e Torino, che all’epoca contavano molto, nicchiavano. Quando videro che la cosa era d’interesse della Germania e della Francia, e quindi si faceva, se ne assunsero il comando. E fu la fine dell’Italia.
In tutti gli adempimenti comunitari, la politica agricola, l’emigrazione, la circolazione dei capitali, il Sud Italia fu jugulato per (l’illusione di) vendere qualche macchina Fiat in più oltralpe. L’opinione instaurando, prima che la prassi, di un Sud inaffidabile, confusionario, e imbroglione. Per Sud intendendosi l’Italia. “Tenersi aggrappati all’Europa”, intimavano Agnelli e Cuccia, proponendo essi stessi per primi un’Italia da bassa classifica, e quasi estinta.

La mafia immacolata
Da una generazione, poco più, le mafie sono organizzazioni finanziarie prima che sanguinarie. Cioè: sono sempre sanguinarie, anche per il più piccolo “sgarro”, ma il loro tempo e le strategie sono a pensare lungo, lontano, e “scorporato”, smaterializzato in un qualche corporation, meglio se finanziaria oltre che anonima.
Poiché sono di moda le storie della mafia - che invece non ha storia, è delinquenza “pura” – se ne possono tentare tre periodizzazioni, una terza aggiungendo alle due “classiche”, di Leonardo Sciascia: la vecchia mafia di campagna, l’onorata società, degli uomini d’onore, tanto simpatica, e quella metropolitana del pizzo, delle lottizzazioni e della droga, improvvisamente miliardaria e spietata. Una terza s’è aggiunta, l’Anonima. Pino Arlacchi l’ha teorizzata già quarant’anni fa in senso proprio, guridico, come “mafia imprenditrice”, sulla base dei processi imbastiti a Reggio Calabria dal giudice Agostino Cordova, poi Procuratore Capo di Palmi. Ora anonima anche in senso figurato.
Si fa finanza, ovunque se ne vedono i gorgogli, i mastici, i collanti. Prestiti. Senza nemmeno usura. Prestito a basta. Ai ludopati, che spesso sono albergatori, ristoratori, dettaglianti: al poker, per esempio a Roma. Ai cocainomani, che sono tanti, i più a Milano e nel retroterra. A volte di nome, qualche cantante d’opera non più en beauté, qualche ex vedetta della tv. Anche a persone innocenti, per comprarsi la casa, per pagare il matrimonio della figlia. Ma sempre per il business.
È così che moltissimi esercizi commerciali a Roma hanno cambiato padrone, specie della ristorazione. Molti anche di nome. Dove il cliente malgrado tutto fedele si ritrova gestori a ogni evidenza incapaci, perché sono persone di fiducia delle cosche. Con effetti di transustanziazione, si potrebbe dire se non fosse blasfemo: nelle confische che ora si moltiplicano dei beni di mafiosi non compare mai una banca o una finanziaria, solo capannoni, terreni e immobili, magari già dati in pegno a qualche banca.
È questa una terza mafia anche in senso genealogico. La mafia moriva col mafioso. Da una- generazione o due si vedono i mafiosi figli, specie in Calabria e in Campania. Ora abbiamo le dinastie mafiose, o quasi: con i nipoti al posto dei vecchi “consigliori”, avvocati e gestori patrimoniali, e quasi immacolati se non ripuliti.

leuzzi@antiit.eu

Divertirsi col Dante eretico, seriamente

Un volume costruito in forma di parodia, come piace a Eco – ma robusto. Tra echi, proporzioni, inversioni di senso (specchi). Apre Eco, chiude Asor Rosa. A seguire, dopo Eco, e prima di Asor Rosa, la prefazione e la conclusione della curatrice – un “doppio abbraccio” insinua il wikipedista, molto al modo di Eco. Il titolo anagramma i Fedeli d’amore.
Il titolo è opera di Bartezzaghi, Eco avverte nell’introduzione. Che conclude con questa nota: “Confido che lettori sospettosi non traggano illazioni esoteriche dal fatto che le autrici sono 7. Più due autori, all’inizio e alla fine, si arriva a 9. Prefazione, ricerca e appendice fanno 3. Alberto Asor Rosa è stato invitato a commentare il lavoro per le sue competenze d'italianista e non per il chiasmo onomastico che mirabilmente epitomizza la mistica ossessione degli adepti del volume. Parimenti, è casuale il fatto che la differenza tra Um e Al sia data dal fatto che il secondo nome trae le sue lettere dalla prima metà dell'alfabeto e il primo dalla seconda” – Um(berto) e Al(berto). Eco non ci crede. È suo dovere non crederci, è scolastico ortodosso. Ma ci ha prosperato, in romanzi e ricerche, anche non parodistiche, dal “Nome della rosa” in poi. Qui, nove (!) anni dopo “Il nome della rosa”, tiene accesi i riflettori con un mastodontico reappraisal.
La raccolta non è infatti uno scherzo. Né l’ennesimo repertorio delle letture esoteriche di Dante. È una esercitazione sulla “semiosi ermetica” sviluppata da Eco nei suoi corsi a Bologna dal 1986. Partendo dall’assunto, “incontestabile”, che gli esseri umani pensano “sulla base di giudizi e identità”, Eco proponeva un “paradigma della somiglianza”: “Una pratica interpretativa del mondo e dei testi basata sull’individuazione dei rapporti di simpatia che legano reciprocamente micro e macrocosmo”. Se non che dall’“analogia universale al complotto e al segreto” il passo è breve, il segreto chiama segreto: “Una volta messo in azione il meccanismo dell’interrogazione analogica, non vi è garanzia dell’arresto”. Tutto è peraltro plausibile perché tutto è legato. Una contraddizione evidente – che Popper aveva già messo in luce: “In un universo in cui non valgono i rapporti casuali lineari, ma ciascuna cosa determina tutte le altre, e ne è determinata,  ci si trova esposti alla più occulta… delle tirannie causali. Qualcuno trama sempre alle nostre spalle”.
L’armamentario che Eco individuava è poi divenuto di accezione comune. La “sopravvalutazione degli indizi”.  La legge del sospetto. L’“eccesso di meraviglia”. Il post hoc ergo propter hoc. Grazie più spesso al “terzo testo archetipo”, ce n’è sempre uno che è all’origine di tutte le cose, e quindi dei testi sotto esame altrimenti non collegabili. Tutto insomma si regge. A dimostrazione, Eco porta il caso di René Guénon, che tutto lega, senza contraddizioni apparenti.
Ma non su tutto questa epifania ermetica si esercita: “Il gioco della lettura sospettosa e dunque di un’interpretazione indubbiamente eccedente” si scatena sui testi divenuti “sacri” per una certa cultura. Dante non è propriamente sacro, ma è comunque “oscuro”, quanto basta per scatenare quelli che Eco chiama infine spregiativamente, dopo tanto filosofare, gli “Adepti del Velame”. E che classifica, a proposito di Dante, in occultisti (Guénon), complottardi (Rossetti, Aroux, Valli) e protostrutturalisti per eccesso (Pascoli) – e i numerologi-pitagorici?
Su questa traccia, “l’eccesso delle pratiche di interpretazione sospettosa”, o di sovrasenso, Eco ha disseminato un branco di astute “cacciatrici di falsità” – alcune ispanizzanti, piace pensare sulle orme di Maria Zambrano, che il “Dante eretico” perseguitò fin da ragazza: Maria Pia Pozzato, che cura il libro (Luigi Valli e i Fedeli d’Amore),  Helena Lozano Miralles (Rossetti e il “paradigma del velame”), Maria R. Lacalle Zalduendo (Eugène Aroux), Sandra Cavicchioli (Pascoli), Cinzia Bianchi (Benini e la numerologia); Claudia Miranda (“Guénon o la vertigine della virtualità”), Regina Psaki (critici ortodossi e allegoristi). La raccolta si completa con una bibliografia anche per palati difficili – da cui manca proprio Zambrano: l’esoterismo è un parco incontornabile.
Maria Pia Pozzato, a cura di, L'idea deforme. Interpretazioni esoteriche di Dante.

Renzi se la gioca sulla giustizia

Il senatore Gentile c’è andato di mezzo ma solo per non essere del Pd – che per il Pd equivale a essere un fantoccio (compreso il Pd calabrese che in Calabria non esiste). Il meno colpevole in una ribalda vicenda di fallimenti e provvidenze, ma personaggio remoto, un calabrese, per di più socialista e berlusconiano. Un fantoccio comodo a Rosy Bindi, l’intemerato Zanda e gli altri “pidisti” ultimativi. Ma il bersaglio grosso è Renzi, in serbo per il quale i vice-ministri Barracciu e Del Basso de Caro restano sotto tiro. Sempre che non si vada a votare – i due sono portatori di voti.(La vicenda Gentile, eretta a libertà di stampa, è minima cosa, di bassa corte di provincia. Di un’industria editoriale che vive di soldi pubblici. A opera di “imprenditori” della politica, a base di ricatti – sbruffoneggiano, si registrano, e si mettono online. Lo stampatore è noto per essere stato missino e berlusconiano, per questo quindi a capo della finanziaria regionale - con la quale si è attribuito contributi per 6 milioni - e ora, per non perdere il posto, alfaniano. Tortuosamente analogo, sull’altro versante politico,  il percorso dell’editore).Renzi d’altra parte sembra gradire la sfida. Poiché ha nominato alla Giustizia due che Pignatone e la Procura di Milano non gli perdonano, Cosimo Ferri e Costa. Sapendolo. Per le elezioni? Sembra che si debba andare a votare a ogni mossa di Renzi, già sull’Italicum, che pure era stato già mezzo votato alla Camera. Andare al voto con Renzi che agita la giustizia, invece di Berlusconi, e invece degli scomodi fisco e lavoro, è un’idea che collima con l’uomo, col suo fiuto. 

lunedì 3 marzo 2014

Le divisioni della Germania

L’Ucraina divisa sarà stata l’operazione più agevole, ma non è l’ultima. Una nuova Europa si va ridisegnando da un venticinquennio attorno all’egemonia tedesca. Resta in attesa il Belgio, qualora la nuova politica, di allineamento su Berlino invece che su Parigi, non risultasse adeguata. La Svizzera si è premunita col referendum anti-stranieri, ma non è detto che basterà.Il primo passo fu effettuato dalla Germania appena riunificata a spese della Jugoslavia, promuovendo una serie di secessioni all’insegna del marco. La Germania, venendo da una divisione, sa come si inoculano e si tengono vivi i suoi veleni. Il secondo la pronta divisione della Cecoslovacchia.Procede, muto ma schiacciante, il ridisegno della carta europea attorno alla Germania. In Jugoslavia, Cecoslovacchia, e ora in Ucraina, l’attrazione tedesca si esercita su popolazioni slave e non tedesche. Ma è lo stesso forte, anche se non è etnica. La Germania è peraltro l’unica nazionalità forte oggi in Europa, non contestata e anzi adesiva, attraente.
Costante della nuova Germania dopo la riunificazione, dei governi moderati come di quelli di sinistra, di Schröder come di Angela Merkel, è la proiezione continentale invece che atlantica. Ciò presuppone una politica di buon vicinato e anzi di asse con la Russia. Nella proiezione verso il grande continente euroasiatico che s’intende il futuro. Ma in questa prospettiva, a bilanciare il sovrappeso russo,  la Germania s’irrobustisce a sua volta, con stati e staterelli confederati di fatto, utili intanto del day-to-day dell’euro e il mercatino europeo. 
Un fantascienziato politico potrebbe argomentare tra dieci anni una Catalogna indipendente “seconda casa”  tedeschi. Tra cinquanta una Slesia autonoma dentro una Polonia confederata. E\o un’Alsazia-Lorena indipendente in una Confederazione del Reno. Tra cento un Lombardo-Veneto indipendente, cioè pangermanico. 

L’epurazione di Kerç

Kerç, la comunità italiana, le purghe di Pajetta, e la paura dei tedeschi, di cui si tace nelle cronache dalla Crimea, erano così narrate nel 2008, nel romanzo “La gioia del giorno”, di Astolfo, ambientato negli anni 1968-1969:

“Il comunista ha l’ambizione di essere assolutamente uomo”, dice bene il cane da guardia Nizan: “Il comunismo comanda il respiro, la vita privata, l’avvenire, la morte. Uomo e non cittadino”. Ma crede a Mosca. Inspiegata è la fedeltà dei comunisti all’Urss, di cui nulla sanno, che non ha creato una sola emozione, e non ha alcun potere di coercizione, ora che non c’è più da preparare la rivoluzione mondiale, né da difendersi.              Boleslao, che è stato a Mosca nei Trenta, prima di arruolarsi con Anders e liberare la Russia, l’Ucraina e l’Italia, lo racconta spesso:
- Per un periodo fui assegnato a Odessa, in pratica deportato. A Kerč, vicino Odessa, c’era una colonia di pugliesi. Un giorno con Pajetta fummo comandati di partecipare a una cistka, un comitato per l’epurazione, di questa colonia italiana, e ce la cavammo non decidendo nulla. Ma pochi mesi dopo, a Mosca, ho letto che il comitato cittadino del Partito era stato “smascherato, arrestato e punito”. Con la deportazione o la fucilazione. - Si materializza un luogo della storia sfuggente: si sono assimilate nel tempo le colonie franche, cioè genovesi, stabilite in Crimea, ma non questa di contadini e pescatori che negli anni dell’emigrazione nel secondo Ottocento hanno scelto la penisola, fertile di grano e di pesce. “La morta Kerč”, una città che trasloca, così la vede Sklovskij nel Punteggio di Amburgo, con le donne sedute su cuscini alla finestra, verso una fabbrica in costruzione, uno dei pochi luoghi nominati degli ebrei kazzari, la tredicesima tribù. Era ottimo porto, che signoreggiò il Bosforo Cimmerio, attesta Algarotti. In guerra la popolazione sarà sterminata dai tedeschi, col noto espediente di radunarla in piazza per avvisi importanti. Furono falciati con le mitragliatrici, ma non in piazza. A gruppi, furono portati alla fucilazione fuori città.
- Andavamo a Mosca – spiega Boleslao - pur sapendo che potevamo sparire, per contrasti nel Partito che passavano sopra la nostra testa, o per delazioni, anche dai paesi d’origine. Pajetta racconta che fu tentato di uccidersi per la vergogna, ma c’è sempre qualcuno che è migliore comunista di te, c’è il comunismo. – Pajetta che va dicendo: “Sto in questo partito da cinquant’anni, gran parte dei quali trascorsi, senza grande esito, a smascherare socialisti e socialdemocratici”. Bisognerà ora smascherare i comunisti. - Le cistke sono raduni nei quali i compagni si confessano, tutti contro tutti. Lenin le inventò per introdurre un po’ di democrazia: essendo il partito unico esposto col potere ad abusi e corruzione, i suoi membri dovevano passare periodicamente un esame pubblico. Si partiva dalla famiglia d’origine, prima della rivoluzione.

La novità è la società giusta, del 1971

Si riedita dopo ventidue anni (ma il saggio era del 1983) Bobbio con commenti di Renzi e Cohn-Bendit. Inutili, se non a dire inutile l’argomentazione stessa di Bobbio. Fuori tempo oggi, anche nel modo tignoso di procedere del filosofo (specie nella messa a punto che volle far seguire alla prima edizione), contro la spensierata baldanzosità in voga – merito, innovazione, etc.. Lo salva Massimo Salvadori nell’introduzione, rispolverando la “giusta società”, su cui Bobbio, nel suo “messappuntismo”, si era sintonizzato nel 1996, dopo la vittoria dell’Ulivo di Prodi.
D’Alema aveva salutato la vittoria elettorale come una “rivoluzione liberale” – lo slogan con cui Berlusconi aveva stravinto due anni prima. “Avrei preferito che un grande partito di sinistra”, obiettò Bobbio, “invece di lasciarsi sedurre dalla riproposizione della «rivoluzione liberale», quando tutti erano diventati liberali e naturalmente in primo luogo gli avversari, risollevasse la bandiera della «giustizia sociale»”, per la quale avevano militato le masse: “Se dovessi proporre un tema di discussione per la sinistra, oggi, proporrei il tema attualissimo, arduo ma affascinante, della «giusta società». Continuo a preferire la severa giustizia alla generosa solidarietà”.
Era la teoria di John Rawls, possibile in America nel 1971 e non in Italia - non per Bobbio. Ma chissà come il filosofo americano si sarebbe meravigliato della sua adozione in Italia, come equità sociale  e anche come giustizia giusta. Non si può obiettare a Bobbio la politica dello struzzo, ma è come se.
Norberto Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli, pp. 180 € 19,50

domenica 2 marzo 2014

La conversione di Scalfari

“Quant’è bella giovinezza\ che si fugge tuttavia,\ chi vuol essere lieto sia\ di doman non c’è certezza”. È un inno alla giovinezza, che Scalfari tesse su “Repubblica”, dove identifica Renzi con Lorenzo il Magnifico? O  insinua il dubbio, come era solito non fidandosi del Rottamatore? Non c’è dubbio, è una lode. E non della giovinezza ma del giovane Renzi - perfino più del Magnifico, che morì a 43 anni.
Sdilinquirsi per Renzi si può, avrà il suo fascino. Se non che a Scalfari è sempre stato indigesto. Anche trasformarsi: è meglio che perire – e non siamo qui tutti a celebrare la fenice, che splendida invenzione? Ma c’è modo e modo, e quello di Scalfari mette a disagio. È anche bene ricredersi, se ci sono ragioni valide. Scalfari né si ricrede né dà ragioni valide. Anzi, ne trova solo di non valide: confusione, vaghezza, superficialità, seppure condite da entusiasmo.
È uno sberleffo, scritto in forma di elogio? E perché – non lo capisce nessuno? No, sembra una retractatio, di quelle che sottoscrivevano i reprobi dopo il carcere duro, i Campanella. Ma qui nessuno ha tenuto Scalfari in ceppi – non che si sappia. No, è una conversione: la fede è cieca.

L’Europa porta male

Si stava meglio quando si stava peggio? La Cia era meglio dei volpini dell’M15 britannico e del Deuxième Bureau francese, che ci portano da vent’anni a fare guerre a perdere? Giustificandosi col chiamarle guerre umanitarie, per il diritto e la libertà dei popoli, che invece non c’entrano nulla?
Non è vero naturalmente. La Cia ci ha portati, sempre nei vent’anni, in Afghanistan e in Iraq, guerre senza senso, dopo la Serbia. Ma che dire dell’Egitto, della Libia, e per un pelo della Siria? E ora dell’Ucraina? Dopo i subdoli tedeschi, che provocarono il bagno di sangue jugoslavo per annettersi la Slovenia e la Croazia. Bella nomea si sta creando l’Europa liberatrice, di disastri.
C’è nostalgia di Yalta, che si celebra in  anticipo, come se ne ricossero i settant’anni, anticipandola di un anno, al febbraio 1944. Per non poter dire bene di Putin. Due incongruenze, che però mostrano da che parte sta il fiuto, il favore popolare. Per non dire di Julia Tymoshenko, l’eroina dei liberatori, che ha pratica di mondo e corre a Mosca.
Far morire gli ucraini per l’Europa? È ridicolo. L’Europa se ne rende conto, che si aggiorna alla settimana prossima. Quando l’avventurosa Julia, la monopolista del gas (russo), avrà ristabilito la verità della storia. O l’Ucraina sarà spartita? Per la libertà di chi?
La diplomazia, di cui l’Europa si vantava di possedere l’arte, è da tempo abbandonata. La Ue la politica estera la lascia alla baronessa Ashton, un’incompetente e un’incapace. I governi europei ad altri incompetenti, anche se più giovani e graziosi, Mogherini per Renzi, il ventisettenne Kurz, un bambolotto, per la grande coalizione di Feymann in Austria.

La stupidità è contagiosa

“Immensa è la folla degli imbecilli”: Agostino, un santo che pure non presumeva molto di sé, lo sostenne “Contro gli Accademici”. Jerphagnon, studioso di sant’Agostino (e di Roma antica, il cristianesimo, la banalità - dopo Arendt - e Pascal), è tornato sul tema negli ultimi suoi giorni, consegnando nel 2010, un anno prima della morte, questo “florilegio”. Conscio di dover esercitare la prudenza, ma a lungo tentato, dice, da una “fenomenologia della stupidità”. Dopo esservisi esercitato un paio di volte, in un saggio sugli imbecilli nei “Dialoghi” di Platone, e sul “numero incredibile di allusioni alla stupidità” nell’opera di sant’Agostino. Infine, per l’età e il residuo pudore, limitandosi a un assetto tematico dei reperti.  
 “Imbecilli”, diceva Flaubert, l’idiota di casa, “sono quelli che non la pensano come voi”. O Clitandro delle molieriane “Donne saccenti”: “Avete capito male, malissimo, e io vi sono garante\ che lo stupido saccente è stupido più d’uno ignorante”. Ma la materia attrae, e del resto Pascal voleva stupido Montaigne, perché si dipingeva pieno di saggezza – come Pascal. La stupidità Jerphagnon fa nelle conclusioni “polimorfa e onnipresente”. Anche “naturale”, con Kundera. In realtà sfuggente: l’unica immagine che se ne prospetta, dice, è “la «sfera» di Pascal – e prima di lui di Hermes Trismegisto: la sfera «il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo»”. Il fatto è che “una miriade di essere unici pretende a ogni istante di decidere della stupidità di altri soggetti altrettanto unici”.
Uno sveltissimo libello. Senza i riferimenti dobbligo: Cipolla, Musil,.Jean Paul, il masochista Wilde (“Il solo peccato che conosco è la stupidità), e il Cocteau d’ordinanza ( Il dramma della nostra epoca è che la stupidità si è messa a pensare”). Con l’imprevista resurrezione di Mauriac (François, lo scrittore “cattolico”) e Montherlant. E un effetto beffardo. Che non è quello che si pensa, della serie il malvagio è buono, il buono è malvagio, l’inutile è utile, l’utile è inutile, il gioco del rovescio. Il tema si presta, quant’è stupida l’intelligenza, o quant’è intelligente la stupidità, ma il filosofo ce lo evita. Jerphagnon parte da Raymond Aron, che avrebbe “riconosciuto la stupidità come il fattore dominate della storia”. Ma l’antologia non è umoristica. Né uno stupidario, un repertorio di stupidità – magari sulla stupidità. Cioè lo è, ma dei riflessi negativi sugli autori antologizzati. Che presi uno per uno ne sono esenti, naturalmente. Ma messi in fila, 140 o 150, e divisi per categorie sembrano ottusi.
La stupidità è contagiosa, non si può sanzionarla - solo riderne. È come dice da ultimo Amélie Nothomb nella “Metafisica dei tubi”: “Non si è trovato niente di meglio che la stupidità per credersi intelligenti”.
Lucien Jerphagnon, La sottise? (vingt-huit siècles qu’on en parle), Livre de poche, pp. 139  5,60