sabato 5 aprile 2014

La Germania s’indebita, la Bce compra

La Germania vuole un’iniezione di liquidità. Non più attraverso le banche, ma direttamente sulle finanze statali, con “almeno” un miliardo. Non lo dice, contrasta col rigore fiscale, ma se lo fa dire da Draghi.
È per questo che Draghi scopre la deflazione – solo ora, dopo due anni. Un fenomeno agli occhi di tutti: le vendite si contraggono, i prezzi ristagnano e anzi diminuiscono. Nel 2013 la Bce stimò l’inflazione all’1,5 per cento mentre era allo 0,7, cioè in calo per tutto il paniere eccetto gli alimentari freschi. Quest’anno all’1 per cento, mentre sarà dello 0,3-0,4 per cento. Non sono errori, le basi statistiche e gli organi rilevatori sono sempre uno, Eurostat.
Ma era l’ordine della Bundesbank: combattere l’inflazione, fare finta di. E quindi strizzare il credito e i bilanci.
Ora la Germania ha bisogno di liquidità, e le parole d’ordine s’invertono: non c’è più l’inflazione, c’è la deflazione. Le esportazioni non bastano a Berlino. E la disoccupazione mascherata da mini-job, 7-8 milioni, non tutte donne, benché a 400 euro al mese, costa caro alle casse pubbliche.
Il debito tedesco è per questo già di gran lungo il più alto dell’eurozona. Gli acquisti di Draghi consentiranno di calmierarne il costo. 

La bolla bancaria

Il piano miliardario contro la deflazione è la seconda fase del Draghi “tedesco” alla Bce. La prima fu la “Grande Bertha” , l’iniezione di mille miliardi nelle banche. Un salvataggio. Delle banche del Centro-Nord prima che delle spagnole. A nessun effetto o quasi per il credito e gli investimenti in Italia e negli altri paesi in recessione.
Qui la Bce si può dire all’origine della nuova bolla finanziaria, ormai bella grossa. I bilanci delle banche si gonfiano soprattutto di rendite finanziarie, per la gigantesca liquidità di cui sono state dotate. Inutilizzate se non per operazioni finanziarie.

Meglio combattere la Polizia che la camorra

Dopo molte paginate infamanti, e quattro anni di indagini, la Procura non ha nulla contro Nicola Izzo, ex vice-capo della Polizia, Giovanna Iurato, prefetto, e il generale Antonio Girone, ex direttore generale della Dia, Direzione antimafia della Polizia, e ne chiede l’assoluzione. Ex perché dimessi in seguito alle calunnie. Ne chiede l’assoluzione la Procura di Roma, va precisato, non quella di Napoli che li infamò e li destituì.
Si può dire la Procura di Napoli un’allegra brigata, dei De Magistris, per intendersi, Woodcock e altri fighi, con la Harley e senza. Tutti di buona, di ottima, famiglia, i giudici sono dinastie a Napoli. Che invano il mastino Cordova tentò di far lavorare. Ma non è divertente. Due anni fa, tra uno sghignazzo e l’altro, la Procura di Napoli aveva “tagliato” le intercettazioni del prefetto Iurato per farne una stupida. Mentre la giudice della stessa città Claudia Picciotti prontamente la interdiceva dai pubblici uffici, insieme con Izzo.
Ora, se si divertono, perché dobbiamo pagarli? Perché la spending review non si applica ai giudici? 
E perché una Procura è abbandonata a queste persone? Una Procura della Repubblica è un ufficio delicato. A Napoli di più.
È una giustizia privata? Izzo è inviso ai centri sociali e ai no global. Iurato è berlusconiana (era, ora è alfaniana, e quindi forse in linea: i prefetti possono stare con Casini). Ma, again, perché dobbiamo pagarla noi, pagarla nel senso proprio, con le tasse?

Meccanica quantistica, il risvolto del reale

Giovane ingegnere al Politecnico di Stoccarda, Musil si annoiava: “Così avvenne”, scriverà una trentina d’anni dopo, “che cominciassi a scrivere”. Roba che confluirà nei “Turbamenti del giovane Törless”, e in questo “Mach”. La noia infatti durò poco: Musil lasciò l’ingegneria e Stoccarda per la filosofia e Berlino, e Nietszche per Mach, sul quale scriverà questa che è la sua tesi di dottorato. A 28 anni, due prima del “Törless”.
Mach, scienziato e filosofo, era lo specchio di Musil. Che non vi identifica, ma ne trarrà lo spirito del suo lavoro letterario: il negativo del reale. Lo sradicamento di ogni positivismo. Che non aveva più campo né nella scienza né nella filosofia. Ma la sua estruzione non è indolore per Musil, pur sempre un ingegnere.
Mach è per la scienza un po’ quello che sarà Wittgenstein per il linguaggio, un decostruttore. Sarà aspramente avversato da Lenin (“Materialismo ed empiriocriticismo”, contemporaneo della tesi di Musil, 1908-1909), e criticato da Husserl e Max Planck. Musil si limita all’esposizione, non avendo i mezzi né l’autorità per avallare o criticare. Ma con alcune preferenze concettuali. Il riferimento a Maxwell e Hertz come a fisici matematici che, pur essendo “grandi promotori… di ipotesi meccaniche”,  le vogliono mere immagini dei fatti, immagini intuitive. Lo spazio, il tempo, il movimento riconosciuti “quantità di esperienza” soltanto in quanto significhino relazione. La “cosiddetta causa” che non è mai altro che il “cosiddetto effetto” – “in natura non esiste né causa né effetto”. Anche: “Il caso della quiete è solo un caso speciale di moto”. O: “La natura esiste una volta sola”, le ripetizioni sono “astrazioni che noi operiamo allo scopo di riprodurre i fatti”. E che dire degli elementi, instabili per natura – perché i corpi si fondono, si liquefano, si vaporizzano, trascolorano, e solidificano?
Robert Musil, Sulle teorie di Mach

Secondi pensieri - 171

zeulig

Divino – “L’indistruttibile in noi”, lo dice Kafka. In una lettera a Brod, 1920, parla di una “perfetta possibilità terrena di felicità” nel “credere al decisamente divino e non sperare di raggiungerlo”. La stessa frase ricopiava nei quaderni come aforisma, con una variante, “credere all’indistruttibile in noi” etc.

Esilio - L’esule è Ulisse, mezzo volontario e mezzo no – l’esilio s’intende in fondo volontario. Più avventuroso che ostracizzato. Uno che dell’allontanamento fa tesoro, anzi se ne fa il piacere.
Giocando però sull’ambivalenza: si dice esilio per distinguerlo dall’allontanamento - volontario oppure no, non importa. Poter essere al contempo radicato e sradicato.
Lo stesso per l’emigrazione.

È affermato dal nazionalismo, e insieme da esso rifiutato.
L’esiliato politico si fa forte delle radici, del rapporto negato con le proprie origini. “L’interconnessione tra nazionalismo ed esilio è come la dialettica hegeliana di servo e padrone, opposti che informano e si costituiscono l’un l’altro”, l’illustre esiliato in petto Edward W. Said torna spesso su questo argomento (qui in (“The Mind of Winter. Reflections on life in exile”). Ma insieme la sovverte e la ribalta. All’origine della questione meridionale, includendovi ragioni e torti, sono gli esiliati dal Regno delle Due Sicilie nel processo unitario. Simone Weil (“La prima  radice”) ha approfondito questi sviluppi: l’esilio stimola il narcisismo e può assurgere a feticcio, a distanziarsi da abitudini, attitudini e obblighi, un “masochismo narcisistico” che porta al rifiuto; un voler essere tanto più agevolmente si sostituisce all’essere, con l’esilio si attutisce o si perde la riserva morale e la prospettiva critica.  
“Tutti i nazionalismi nelle loro prime fasi si pongono lo scopo di soverchiare qualche estraniazione – dal suolo, dalle radici, dall’unità, dal destino”, continua Said. Ma non di riguadagnarle, non tali e quali: l’esilio condiziona le radici – la loro memoria e il loro sviluppo. O le sclerotizza: l’esilio continuato – come l’emigrazione – necessariamente fissa le radici, ne blocca l’evoluzione, quindi la vita. Se continuano a vivere è in forma folklorica. Forse evocativa, anche intensamente, ma risarcitoria e non rigenerante.

È la forma dei romanzi, secondo Lukáks, “Teoria del romanzo”: il romanzo, forma letteraria derivata dall’irrealtà dell’ambizione e della fantasia, è la forma dello “sradicamento trascendentale”.

Eternità - L’eternità, non ne sentiamo la mancanza, ma perché non sappiamo pensare senza, in realtà la diamo per scontata.

Geografia – “Sono cresciuto in una cittadina che era piuttosto diversa dal resto d’Italia, ai tempi in cui ero bambino”,  Italo Calvino scriveva nel 1960: “San Remo, a quel tempo ancora popolata di vecchi inglesi, granduchi russi, gente eccentrica e cosmopolita”. Non più vent’anni dopo: “Con la guerra, San Remo cessò di essere quel punto d’incontro cosmopolita che era da un secolo (lo cessò per sempre; nel dopoguerra diventò un pezzo di periferia milan-torinese) e ritornarono in primo piano le sue caratteristiche di vecchia cittadina di provincia ligure”. Una semplice destinazione d’uso muta caratteri e modo di essere – l’essere. I concetti di progresso, tradizione, radicamento e cosmopolitismo vi s’intrecciano anche ribaltati di segno di valore.

Heidegger – Dice tutto, si può dire, meno che riconoscere la verità del suo essere.

Infinito – Galileo attestava: “È ancora indeciso (e credo che sarà sempre tra le scienze umane) se l’universo sia finito o pure infinito…. La mente mia non si sa accomodare a concepirlo né finito né infinito”. Ciò gli viene imputato a eccessiva prudenza, nel quadro del Galileo traditore intellettuale. Ma il Big Bang non è una teoria del finito, sia pure illogica?

Metafisica – È immutabile (insondabile)? Si pone oggi come si è sempre posta – la domanda. Senza risposte, se non “metafisiche”, cioè argomentative. La fenomenologia, che da ultimo ha tentato l’assalto, e più di tutti Heidegger, non ha fatto che esercitazioni filosofiche: letture dei libri di filosofia. Solo aggiornandole all’attualità, alle questioni e le sensibilità correnti: lo psicologismo (emozioni), l’animalità, l’ecologia.

Borges, narratore “metafisico”, come già i pittori, ha le “perplessità chiamate metafisiche” - nel prologo a “La rosa profonda”: il tempo, l’io, lo specchio, lo sdoppiamento, il mondo, la vita, la morte il destino, il caso, il divino, l’infinito, l’eternità. Che però sono la nostra realtà, dell’uomo.

Rito - Freud lo vuole affine alla nevrosi ossessiva. Da non credente, per il rito religioso. Ma questo è più vero della ritualità ordinaria: tic, vezzi, atti e modalità d’uso, gusti alimentari, vestimentari, linguistici. La pratica religiosa è invece consolatoria: socializzante, comunicativa, sia pure solo fra il praticate e il suo Dio.
Nel linguaggio la ritualità è invece limitativa: una gestualità vocale, scrittoria

Suicidio - Recente è la filosofia illuminista del suicidio, della ragione che porta alla buona morte. Di Casanova, a suo modo: chi è bello non si uccide, diceva, comparando ermellino e scorpione. Di Montesquieu persiano, e di Maupertuis e Agatopisto Cromaziano: il suicidio ragionato. Benché non differente dal Menandro che Strabone cita: “Qui non potest vivere bene non vivat male”. Il canonico Paley, quello della teologia naturale o creazionista, della prova divina dell’orologio, dedica al suicidio un capitolo dei suoi The principles of mind and political philosophy.
Il suicidio ragionato è l’odierna eutanasia. All’origine quindi un gesto libertino, che ora si pretende pietoso, con maggiore proprietà, trattandosi del suicidio degli altri.

Agatopisto Cromaziano ne ha fatto l’inventario, Appiano Buonafede all’anagrafe, prete celestino di Lucca, nemico del Baretti. Sulle orme di Johann Heinrich Samuel Formey, tedesco della colonia francese di Berlino, ugonotto, leibniziano, divulgatore prolisso della filosofia di Christian Wolf, l’autore della “logica tedesca”, una logica nazionale, nel romanzo La bella Wolfiana, il tipo d’uomo ideale di Federico II di Prus-sia, di cui fu collaboratore, corrispondente dei dotti dell’Europa, autore prolifico di volantini e pièces fugitives, razzista, redattore della voce Négre dell’Enciclopedia che influenzerà ancora Hegel a Berlino, “l’uomo naturale, nella sua barbarie e sfrenatezza” tuonerà dalla cattedra, nemico del libero pensiero e di Rousseau, che se ne appropriò gli argomenti nella lettera XXI della Nuova Eloisa, detta del suicidio, e nella Dissertation sur le meurtre volontarie de soi-même. Entrambi erano affascinati da quanto racconta lo storico romano Valerio Massimo, che già il Senato di Marsiglia dispensava veleni per la buona morte. Ma né Agatopisto né Formey si suicidarono, la loro ragione era contro. “Se la ragione potesse”, obietta Casanova, “dovrebbe piuttosto uccidere il libero arbitrio”, invece di stare ad aspettare “di farselo col tempo amico” – il dongiovanni usava andare in profondità, che diceva: “È singolare che per vedere i buchi bisogna riempirli, il voto di castità è il vero peccato contro natura”.

Telematica - È la tecnologia diffusa, minimale, alla portata di tutti, con una forte componente di ricerca e innovazione scientifica. Se ne coglie la portata per confronto col fortissimo divario tra scienza e società ereditato dalla guerra e dalla Bomba (la missilistica, lo spaziale), col nucleare.

zeulig@antiit.eu

venerdì 4 aprile 2014

I novant’anni “fortunati e felici” di Scalfari

Un giusto omaggio, rendere accessibile al grande pubblico l’autobiografia di due anni fa per il Meridiano: Scalfari è l’unico imprenditore del dopoguerra (con Berlusconi), che abbia creato imprese durature, prima “l’Espresso”, poi “Repubblica” – e avrebbe potuto avviate nel 1990 il primo giornale europeo. “Una vita piena, non serena ma fortunata e felice”, può dirsi, guardando indietro dai novant’anni. Piena di umanità, si può aggiungere, Scalfari è imprenditore atipico: sempre curioso e mai cattivo, benché cinico. Il lettore lo vede di riflesso dai ricordi: le amicizie costanti (con Calvino e ogni altro), la cura dei genitori, così diversi e divisi, gli amori sofferti, la passione civile, l’impoliticità.
Cose già scritte, qui Scalfari le condensa. Con alcuni medaglioni giornalistici, di Andreotti, Agnelli, Moro, La Malfa. Con una pagina forse acuta su Moro e Berlinguer, su come vedevano l’alleanza di governo. E con le solite vistose assenze: il rapporto con Andreotti, la scelta di De Mita (Zichichi, Carboni, etc.), la campagna contro Craxi, l’uscita da “Repubblica”, direzione e proprietà. Un curioso parallelo, ripreso anche qui, suggerisce con Arrigo Benedetti, suo mentore in giornalismo e poi socio nell’“Espresso”, che a un certo punto, anche lui, si ritirò dalla vita attiva per scrivere i romanzi. Ma Scalfari non è il romantico saturnino che era Benedetti.
Il compromesso di Berlinguer era il fascismo
Anche sullo schieramento suo e di “Repubblica” per il compromesso storico, senza ma, Scalfari tace, qui come sempre. E sull’adozione delle due “subculture dominanti”, come si esprimeva, la confessionale e la comunista, da parte di chi si voleva ed era il faro della cultura laica liberale. Solo, mostra di non averne buona opinione, ora non più.
Sul compromesso storico è anzi ora, facendo finta di nulla, feroce: a Berlinguer accosta una terminologia deteriore, di fumisterie, consociativismo, canalizzazione del consenso. La pagina su Moro e Berlinguer, peraltro, qui la 111, caduta nella disattenzione, merita una rilettura: “Superare le contrapposizioni verticali tipiche delle democrazia liberale, ricomporre la società in una struttura organica”, questo, secondo Scalfari, il disegno di Berlinguer. Uno Stato hegeliano, se si vuole, di fatto totalitario: è il corporativismo con nome diverso - il fascismo prima che s’imbarcasse nella guerra.
Eugenio Scalfari, Racconto autobiografico, Einaudi-L’Espresso-la Repubblica, pp. 119 € 8,90

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (202)

Giuseppe Leuzzi

“Tra gli antichissimi volti” che lo “tormentano”, lo scrittore argentino Borges ha “il Nord con i suoi innocenti acciai,\ atroci nell’aurora e nel tramonto”. Un lapsus (Borges si vuole iperboreo)? No - semmai del traduttore: Borges ha “tres muy antiguas caras me desvelan”, mi  svelano, mi manifestano. Ma le albe e i tramonti d’acciaio del suo Nord vuole ben “ignorantes y atroces”, più che “innocenti”.

Piscopio, il sobborgo di Vibo Valentia da cui origina la famiglia del padre, Scalfari lo vede semi-feudale – che non è, non è mai stato. Il Sud è terra incognita ai più.

Napoli era la Germania
A conclusione di “A unified Italy? Sovereign debt and investor scepticism”, il capitolo della sua ricerca su “Sovereign Bonds: Odious Debts and State Succession”, dove Stéphanie Collet analizza “il caso storicamente più prossimo dell’emissione di un debito sovrano di uno Stato unitario” in sostituzione di quelli degli Stati membri, Napoli viene avvicinata alla Germania.
Il Regno napoletano o delle Due Sicilie aveva all’unificazione la metà del debito del Piemonte e la tassazione più bassa fra tutti gli stati italiani. “Possiamo fare un paragone tra Napoli e la Germania”, scrive la storica dell’economia: “Come Napoli prima dell’integrazione unitaria dei debiti sovrani degli stati italiani, la maggiore economia dell’eurozona beneficia dei più bassi costi d’indebitamento sovrano. Napoli sperimentò un forte incremento nel costo dell’indebitamento in prossimità dell’integrazione.... Questo significa che la Germania perderebbe il rating «ottimo» se gli eurobond fossero introdotti”.
Il bilancio diventò del tutto italiano, unificato e posto sotto controllo unitario, solo nel 1872. Fino ad allora, rileva lo studio “Warfare, Taxation and Political Change: Evidence from the Italian Risorgimento”, di Dincecco, Federico e Vindigni, la fiscalità media pro capite era in Piemonte più alta del 20 per cento che negli stati del papa, ed era quasi il triplo delle entrate fiscali pro capite del Lombardo-Veneto.

Galantuomini
“È un calabrese, ma galantuomo”. Lo ricorda Scalfari, calabrese peraltro suo malgrado, in “Racconto autobiografico”. Era il giudizio, inteso positivo, del suocero Giulio de Benedetti, il direttore della “Stampa”, all’Avvocato Agnelli, per invogliarlo a parlare con lo stesso Scalfari. A metterlo a parte dei suoi crucci.
Il cruccio dell’Avvocato erano gli attacchi dell’“Espresso” di Scalfari a Segni e Moro per il “piano Solo”, il progetto di golpe – siamo negli anni 1960. “L’Espresso” era di proprietà di Carlo Caracciolo, cognato dell’Avvocato, e la Dc imputava gli attacchi a lui, all’Avvocato stesso. Che stava lavorandosi la Dc per impedire all’Alfa Romeo, allora di proprietà pubblica, di investire nell’Alfa Sud.
Poi l’Alfa Sud fu realizzata, ma per piccoli volumi, come voleva l’Avvocato.

Sicilia
Si vada “rovistando”, insinua Arbasino dal castello di Chatilly, “dove il gran Condé s’intratteneva con Molière e La Fontaine”, sul “Corriere della sera” il 24 marzo, “tra le vecchie enciclopedie circa il duca d’Aumale, Henri d’Orléans, quartogenito di Louis-Philippe, che morì alla fine dell’Ottocento in una tenuta siciliana a Partinico, lasciando tutto all’Institut de France con la disposizione precisa di non spostare né prestate niente. Governatore dell’Algeria e colonizzatore contro Abd el-Kader, fautore dell’indipendenza italiana, consorte di Maria Carolina di Borbone (il cui nonno era stato Ferdinando IV-I delle Due Sicilie, n.d.r.), collezionista, bibliofilo, intrigante, deputato, presidente di corte marziale, esteta di raro gusto, storico dei principi di Condé, e loro erede. Ma scartabellando, se si cercano informazioni su quella tenuta siciliana di Zucco, si trova qualche notizia solo su Luciano Zuccoli, I lussuriosi, Il maleficio occulto, La freccia nel fianco”. 

Palazzo d’Orléans, oggi sede del governo della Regione Sicilia, era il palazzo del duca d’Aumale. Ereditato dal padre Luigi Filippo, che prima di diventare re di Francia aveva vissuto a lungo a Palermo. Morendo, Luigi Filippo lo aveva lasciato alla moglie Maria Amelia, che lo cedette al figlio in cambio di un vitalizio.
Il duca effettuò grandi lavori di restauro, e ampliò il parco fino a 70 ettari. Che poi sono serviti alla rendita urbana, degli immobiliaristi voraci.

Ciò che dice Arbasino è vero e non è vero. La Regione Sicilia ha molte pagine dedicate al duca d’Aumale. Questo il ritratto del duca agricoltore, “La fattoria dello Zucco”, di Laura Stassi. La passione per l’agricoltura, che era del padre, il duca trasferì alla viticoltura. Nel 1853 comprò il feudo dello Zucco dai La Grua Talamanca, e l’azienda agricola da don Vincenzo Grifeo duca di Floridia e principe di Partanna. Il feudo misurava seimila ettari – una provincia. Il duca lo bonifico e lo dotò di un sistema d’irrigazione, affidando i lavori all’ingegnere Giuseppe Adamo e alla sua morte all’ingegnere agronomo Salvatore Galluzzo Caruso, rivitalizzò i vitigni locali, catarratto, vernaccia e inzolia, altri se ne fece venire d’oltralpe, chiamò da Bordeaux due specialisti di vinificazione, Mr. Rondeau e Mr. Martin, e produsse per molti anni 30 mila ettolitri l’anno a mercato sicuro. Di vini imbottigliati in proprio, come Zucco, da dessert, oppure venduti in Francia per irrobustire i vini transalpini. Lo stabilimento era reputato in tutta Europa. René Bazin, che fu allo Zucco nel 1891, ne scrisse in questi termini: “I famosi vigneti che hanno diffuso nel mondo intero il nome dello Zucco…”.
Morto il duca, la storia s’accorcia. Nel 1920 venne la fillossera. Nel 1923 l’azienda fu venduta. Dopo la seconda guerra ne fu dichiarata cessata l’attività.
Si capisce lo snobismo dei siciliani, che tutti vorrebbero essere duchi.

Pietrangelo Buttafuoco ha scritto un articolo di fuoco domenica 23 sul “Sole 24 Ore” contro la sua Sicilia. Ingiusto, ma non è chi non concorderebbe. E questo è già metà del problema.

Di Crocetta, il presidente della Regione che per molti rappresenta il rinnovamento, l’arcinemico Buttafuoco sbandiera varie credibili imprese: nominare assessore alla Cultura, al posto di Battiato, la propria segretaria, e alla Formazione una studentessa fuori corso. Credibili perché è così che si esprime l’isola, buttandosi i massi sui piedi, dopo averli cercati con cura.

Sciascia pretendeva che tutto (il marcio) viene all’Italia dalla Sicilia. Quello che avviene in Sicilia, diceva, diventa italiano l’anno dopo. Questo da un quarto di secolo non è più vero, da quando Milano ha preso a gestire l’Italia. Ma l’antipolitica ancora no: è nata in Sicilia, col pam, il politica-affari-mafia di Leoluca Orlando, politico rotto a tutte le esperienze.

Tra i rimproveri di Buttafuoco a Crocetta è che usa l’omosessualità come bandiera, mentre nessuno ci fa caso, e certamente non gliela rimprovera. È vero, c’è molto da indagare sulla sessualità al Sud – due presidenti di regione dichiaratamente gay su sette non ce li ha nessuno.
Rileggere Brancati in questa chiave sarebbe sicuramente produttivo.

Gianfranco Micciché tenta di risuscitarsi con le elezioni europee. Aveva favorito la vittoria di Crocetta contro il suo partito, in odio al candidato. Poi era scomparso. Ora nessuno lo vuole, né Berlusconi, con cui è cresciuto, né Alfano-Casini.
La Sicilia è penelopesca, le piace disfare quello che ha fatto, se è venuto bene – ci gode.

leuzzi@antiit.eu

giovedì 3 aprile 2014

L’eurobond costa di più – il caso Italia

 “Gli investitori non credettero alle obbligazioni italiane per sei anni dopo l’unità, fino a che non fu introdotta una fiscalità unificata”. Il caso dell’Italia postunitaria è per almeno tre aspetti analogo a quello della Ue: stati eterogenei, per storia, lingua, ricchezza, consistenza, con sistemi fiscali separati e diversi, per i quali l’integrazione del debito sovrano è proposta come strumento dell’integrazione politica. Il varo degli eurobond, o bluebond, o e-bond, ammesso che ci si arrivi, potrebbe non essere benefico, agire cioè per la riduzione del debito, dei costi del debito, non nell’immediato.
Collet pone d’acchito questa parte della sua ricerca, che intitola “A unified Italy? Sovereign debt and investor’s scepticism”, nell’attualità. Si discute sull’impatto dell’unificazione dei debiti sovrani in Europa, ”se è la ricetta per ridurre i rendimenti richiesti dagli investitori”. La risposta è no. Non subito, e non prima dell’unificazione dei sistemi fiscali. Perché in ogni caso, concluderà la studiosa, non si potrà europeizzare tutto il debito degli Stati membri – ipotesi comunque da escludere, perché d’impatto sicuramente negativo, il mercato ne diffiderebbe. La proposta più accettata, per quanto teorica, è quella del centro “Bruegel”, di europeizzare fino al 60 per cento del debito dei paesi dell’euro, lasciando il resto del ai redbond, le obbligazioni emesse e garantire dagli Stati membri.
Decisa nel 1863, due anni dopo l’unità politica, l’unificazione del debito non incontrò che scetticismo. Per almeno sette anni, finché l’unificazione dei sistemi fiscali, avviata nel 1867, non divenne consistente e definitiva – o no, anche, per lo sbarco dell’Italia  a Roma, relativamente indolore. Gli spread  aumentarono tra 90 e 260 punti base nel 1861 e nel 1862. Sull’ipotesi “troppo grande per fallire” prevalse lo scetticismo sull’esistenza dell’Italia – “il razionale sottostante è che quando si fa la frittata è poi difficile separare le uova”. L’esito? “Il fattore comune «Italia» resta debole fino al 1868”.
La diffidenza, andrebbe aggiunto, fu alimentata anche dai rendimenti: i nuovi titoli venivano offerti al tasso fisso del 3 e del 5 per cento, mentre i vecchi avevano rendimenti variabili dal 6 al 10 per cento - con punte del 12, e anche del 14, in coincidenza con l’unità politica – “attorno all’unificazione, nel 1861, aumenti dei rendimenti sono rilevati per tutte le obbligazioni” dei sette Stati italiani.
La conclusione è che i “premi di rischio” si collegano non solo alle guerre ma anche alle unificazioni di più emittenti. L’europeizzazione del debito dovrebbe quindi essere “collegata alla questione della fiscalità comune e del controllo delle finanze degli stati membri”, come oggi fanno gli stati federali sugli enti locali. In mancanza, “è legittimo chiedersi se l’integrazione dei debiti sovrani non provocherà un aumento del premio di rischio richiesto dagli investitori e dal mercato”.
Il debito non è sovrano
Lo studio è la tesi di dottorato, discussa dalla studiosa due anni fa alla Solvay Brussels School of Economics and Management. I debiti sovrani non sono esenti da rischi, malgrado il nome, o forse a causa di esso. C’è sempre il rischio della guerra, o della rivoluzione. Lo studio esamina i tre casi più ordinari: il ripudio del debito per la sua “odiosità”, “l’introduzione di un debito comune dopo l’unificazione di uno stato”, e “la divisione del debito in seguito alla partizione di uno stato”. Il secondo, che è il caso dell’Eurozona oggi, la studiosa pone in controluce con l’unità d’Italia perché è il “caso storico più prossimo”, documentabile (Collet usa gli archivi delle Borse di Parigi e Anversa, su 27 titoli italiani), di unificazione dei debiti di vari stati.
Questo è il caso che interessa oggi. Il terzo caso, la divisione di un paese unito, quale poteva essere un paio d’anni fa il Belgio e oggi la Spagna e la Gran Bretagna, la studiosa analizza sul database storico della nascita del Belgio nel 1830 per scissione dall’Olanda. Ma anche il primo caso non è privo di interesse, analizzato sulle esperienze di Cuba e della Russia zarista. Entrambi i paesi pagavano una penalità per l’“odiosità” del debito, Cuba per il revanscismo anticoloniale, che poi s’impersonò in Castro, la Russia per il dispotismo. Ma la penalità più alta, quella sulle obbligazioni di Cuba, si aggirava sui 200 punti base. Non sui 500 e più che hanno colpito il debito italiano nel 2011-2013.
La nutrita bibliografia segnala tre soli contributi italiani, non estesi – di Conte, Toniolo e Vecchi, di Dincecco, Federico e Vindigni, e di Giuseppe Tattara. Eugenio Scalfari è forse quello che se ne è occupato per primo, su “Nuova Antologia”, nel 1947, in prospettiva unitaria – il suo problema è l’eredità del “pesante lascito di diversi Stati e staterelli”, ricorda in “Racconto autobiografico”. Da allora quasi più nulla. 
Stéphanie Collet, Sovereign Bonds: Odious Debts and State Succession, free online

Il Tartufo della riforma

È talmente spudorato che non suscita sdegno ma spasso – sarà un comico, pure lui? Si legga l’intervista di “Repubblica” a Zagrebelsky:
http://www.repubblica.it/politica/2014/04/03/news/zagrebelsky_una_grande_riforma_piena_di_pasticci_fuori_dalla_costituzione-82630652/?ref=search 
Un professore, questo Zagreblsky, colonna peraltro dello stesso giornale, e anzi guida spirituale a sinistra, di cui solo si ricorda la sentenza costituzionale a garanzia della confessionalità delle fondazioni bancarie, patrimonio dei vescovi e dei loro amministratori, Guzzetti, Bazoli, quel tipo lì. Uno che allude. Alle riforme, discusse da trent’anni, e al voto ora del Parlamento, come a un colpo di Stato. Senza dirlo ma lui ha un suo linguaggio biforcuto.  Le riforme sono anticostituzionali. Le riforme sono di Berlusconi. Renzi è Berlusconi. O per dirla con lui: “Le schermaglie non sono divergenze sui contenuti ma timori reciproci di mancamenti ai patti o calcoli d’utilità politica contingente”. Uno che parla così.
Oppure: il Senato è meglio abolirlo che riformarlo. Così dice dopo aver promosso un appello in difesa del Senato. Uno che con la sinistra si diverte, insomma, nelle pause delle gite a Napoli, dove alla terza età s’è proposto docente a contratto all’Istituto Suor Orsola Benincasa. Si è anche fatto editore delle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza”, di cui ora si fregia – s’intravede il ghigno. E Grillo naturalmente dice  meglio di Berlusconi, cioè di Renzi, avete capito. Anche perché, alla fine, il discorso è sempre quello: “C’è un disegno istituzionale che cova da lungo tempo e che oggi, a differenza di allora, viene alla luce del sole”. Che per gli iniziati vuol dire Gelli, ma il professore non si espone a nominarlo.
Gelli dunque. Uno che apparenta Renzi a Gelli, che sinistra è? Come si può essere di sinistra e riformatori e voler abbattere Renzi? Se questo non è Gelli...
Untuoso naturalmente, e soave, come il Tartufo – non il gelato, quello di Molière. Che argomenta che questo Parlamento non è abilitato a fare leggi poiché è stato eletto con una legge che la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale. E quindi: dobbiamo tenercelo senza alcun potere legislativo, oppure dobbiamo scioglierlo e non più rieleggerlo, mancando una legge elettorale? 
Le anime candide del suo manifesto antiriforme forse non capiscono, Bonsanti, Spinelli, Settis. O sennò che dobbiamo pensarne?

Problemi di base - 176

spock

Zagrebelsky-Rodotà, si farà in tandem la successione a Napolitano?

Con Grillo: è lui l’ideale democratico dei difensori della Costituzione?

Torna l’accoppiata Grillo-Rodotà: è l’amore odio, o viceversa?

E non dobbiamo preoccuparci?


Perché Grillo è meglio di Napolitano? Certo, ha più capelli.

Dovremo anche imparare a ridere?

Ma Rodfotà non sarebbe meglio di Grillo, più giovane, agile, svelto, nuovo?

Renzi impiccato o abolire il Senato?

E per che cosa corre il partito Democratico? la maratona è finita l’altra domenica

Se non Grillo, perché Dio non sarebbe un comico?

spock@antiit.eu

mercoledì 2 aprile 2014

Il mondo com'è (168)

astolfo

Don Camillo e Peppone – Si riprometta sempre la serie ed è la sola storia politica dela Repubblica. Non solo alla tv, neanche nei libri se ne trova altra, e nei giornali seri: la Dc e il Pci, e nient’altro. Non c’è stato altri governo, non c’è stata e non c’è altra sub-cultura, non ci sono stati altri aprtiti né altre personalità. Un culto. Se Andreotti, l’anticomunista più duro, che sull’anticomunismo si costruì anzi la fortuna politica, anche con i suoi governi della solidarietà, appoggiati dal Pci di Berlinguer, fu ed è un’icona dello stesso Pci e dei suoi epigoni.
Una forma di sovietismo della memoria. Magari le due sub-culture hanno fatto anche l’Europa, il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia, lo statuto dei lavoratori, il sistema sanitario nazionale, e quando c’era l’inflazione l’hanno abbattuta.

Eurasia – Stalin ritagliò le repubbliche centro-asiatiche con vari accorgimenti: spostamenti di popolazioni, nuovi confini, interconnessioni obbligate, con l’intento non di autonomizzare le repubbliche, ma di sottoporle in misura più o meno ampia all’elemento russo. Più di tutti nell’immenso Kazakistan, grande quasi quanto la Russia ma desertico e poco popolato, dove i russi hanno una presenza consistente, attorno al 25 per cento della popolazione. Il Kazakistan si è creato una capitale, Astana, per farne un centro urbano kazako. Fino a pochi anni fa i kazaki erano nomadi e le città-paesi erano di pescatori e coltivatori russi, dal Caspio agli Urali.

Per Putin è una scelta difensiva, ipotizzando Mosca come molto probabili le zone di libero scambio che gli Stati Uniti hanno progettato per l’Atlantico e per il Pacifico, la Ttip e la Ttp. Contrariamente all’ipotesi geopolitica dominante, Putin ritiene che la Russia possa difendersi col nocciolo continentale, anche se dovesse essere accerchiata senza faglie nel rim costiero. L’Eurasia di Putin è una risposta ai due grandi progetti americani.
Anche su questo terreno la Russia trova convergenze con la Cina: l’Eurasia incontra la spinta cdella Cina verso Ovest. Nuove vie verso Occidente attraverso il Kazakistan sarebbero più brevi della transiberiana, ma Pechino le ritiene meno affidabili – l’elemento turco Pechino teme come forza dissolvente più del Dalai Lama.

Maschilismo – Il maschio presumendo uguale alla femmina, sarebbero - saranno – sue anche le funzioni femminili, a meno della gravidanza. Con la consueta finezza, Barbara Stefanelli ne fa un quesito su “Io donna”, che però è già una risposta: perché il padre non dovrebbe scegliere i vestitini anche della bambina, vedersi i cartoni con lei, e sbattere insieme la frittatina, impastare il dolcetto?

Perù – Fa vent’anni di sviluppo ininterrotto – eccetto i tre anni di crisi dei mercati esteri, nel 1999, nel 2001 e nel 2009. A un tasso medio annuo del 6,5 per cento, che si conferma nelle previsioni quest’anno e nel 2015. Un boom sostenuto dalla domanda interna, più 10 per cento circa nel 2013, più che dalle esportazioni grezze. Con l’inflazione al 2,5 per cento. Riserve valutarie di 64 miliardi di dollari. E un debito pubblico limitato al 9 per cento del pil.
“È - vale - un Perù”, si è detto a lungo nei secoli della ricchezza per antonomasia, quando il Perù era la terra dell’oro e dell’argento, la ricchezza mineraria di pochi spagnoli. Era ancora l’Eldorado per il Candido di Voltaire, che vi sbucò da un tubazione sotterranea. Era finito nella stagnazione dopo l’indipendenza nel 1821, cioè nella miseria per i più, i cholos, la metà abbondante della popolazione che è amerindia, e buona parte del 30 per cento della popolazione di sangue misto, la minuta  borghesia delle poblaciones urbane, delle borgate. Ora il Perù si arricchisce integrando i cholos e anzi grazie ad essi. Nella geografia urbana l’élite creola o bianca si ritrae in suoi “nuovi” quartieri isolati, lasciando le città, dopo le campagne, ai cholos. Che sono infine integrati, politicamente e socialmente, e sono la forza del boom.
Il Perù si segnala perché è un caso di ricchezza “creata” dal buongoverno. Uno di non molti – il più robusto, in Cina, è l’opera di un regime totalitario. Mentre il buongoverno per lo sviluppo si manifesta al contrario nei due paesi un tempo più ricchi e apparentemente più solidi del Sud America, l’Argentina e il Venezuela. L’Argentina ha perso il treno dell’Unione Europea (grano e carne), benché fosse legata all’Europa per cordone ombelicale, formazione, cultura, ed economia, e non si è più ripresa. Il Venezuela, che aveva costruito un’economia con le rendite del petrolio, l’ha disintegrata con la cattiva amministrazione nel nome del vetustissimo caudillismo.
I governi hanno un ruolo nello sviluppo, che il mercato non saprebbe cancellare. “Il paese va avanti di notte quando i governanti dormono”, recitava amaro “Inside Latin America”, il bestseller del terzomondismo nel 1967, di John Gunther, uno specialista degli “insider” – libri di attualità che restano bizzarramente sempre validi (specie il primo, “Inside Europe”, 1936, e “Inside Usa”, del primo dopoguerra).

Turkestan - Dostoevskij, “Diario di uno scrittore”, inneggia a più riprese alla guerra russo-turca del 1877-78, l’undicesima della serie, quella che “libererà” il Turkestan nell’impero russo – la metà occidentale del Turkestan. È un destino e un dovere, dice Dostoevskij: tutto pur di liberare dai turchi i nostri fratelli slavi. Il ritorno della Turchia alla (relativa) potenza economica ora un’attrazione contraria sull’ex Turkestan. Un’evoluzione che configura il fattore più potente di collusione tra la Cina e la Russia oggi: il Turkestan orientale, abitato dagli Ujguri, Pechino teme come focolaio di terrorismo e insurrezione.

Yalta – Con la Crimea, la Russia si è ripreso anche lo “spirito di Yalta”, le zone d’influenza che furono sancite nella conferenza alleata del 4-11 febbraio 1945. Con un anno quindi di anticipo sul settantesimo dell’accordo. Manovrando le truppe al confine con l’Ucraina, Putin  intende anche influenzare il voto presidenziale in quel paese, incoraggiando i russi e i filorussi. Ma l’esito della crisi non sembra più in dubbio: associata, forse, alla Ue, l’Ucraina resterà comunque fuori della Nato e riconoscerà la grande minoranza con una struttura federale. È la vecchia ricetta della “finlandizzazione”, ma ora in senso attivo, di promozione della Russia, più che difensivo - come si fa valere per camuffare vincitori e vinti.

Yalta sarà stato il Congresso di Vienna successivo allo sconquasso della guerra, del tramonto del bonapartismo tedesco in Europa. La divisione in zone d’occupazione e influenza, ciò che s’intende comunemente per “Yalta”, era stata già abbozzata a Casablanca a gennaio del 1943, e concordata a Teheran a fine novembre dello stesso anno. Yalta sancirà, a guerra quasi finita e quindi con l’orso sovietico dentro l’Europa, una sorta, al contrario, di cuscinetto protettivo per la Russia. Nella forma della “finlandizzazione” più che dell’occupazione diretta, come poi avvenne. Nel 1947, malgrado l’occupazione militare conseguente alla guerra, Stalin pensava a uno statuto di neutralità per Bulgaria, Romania e Ungheria, in aggiunta alla Finlandia, e a nessuna forma di controllo su Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Jugoslavia. La svolta avvenne nel 1948, e fu decisa per consolidare la divisione della Germania – su cui gli Usa concordavano.

astolfo@antiit.eu


La natura, la storia e lo Stato sono Hitler

Un Heidegger inedito che si legge per i contributi critici. Carlo Augusto Viano rileva nell’esercitazione pedagogica “una connessione esplicita tra la filosofia di Heidegger e l’ideologia nazionalsocialista, ricondotta al Führerprinzip incarnato da Hitler”. In questo testo e più in generale. Infastidito anche, malgrado la rivista che lo ospita, dal vezzo persistente della “cultura di sinistra antimoderna o, come prese a chiamarsi, postmoderna”, di rifarsi a Heidegger “per mettere in guardia contro ciò che il Führer aveva fatto, addossandone la responsabilità alla cultura liberale” - una delle “imposture che i seguaci di Heidegger hanno diffuso a piene mani”.
Giovanni Reale sbriga in poche parole la questione dello Stato di Heidegger e la Repubblica di Platone: non hanno nulla in comune. Gianni Vattimo invece si arrampica sugli specchi per dire la filosofia di Heidegger non nazista. Che non sarebbe difficile. Ma Vattimo evita di dirsi, e dirci, cos’era il nazismo. Se lo si confina alla follia è pure facile, ma non è possibile. La questione di cos’era – cos’è: la Germania non ne parla ma non se ne è vaccinata – il nazismo resta inevasa. Sì, la guerra perduta dopo averla vinta. Sì, la Soluzione Finale. Ma poi? Nell’attesa, questo si può dire: il nazismo, eccettuata la sconfitta, fu tutto quello che Heidegger voleva, il Volk, la Germania “greca”(che nessuno, non solo Vattimo, ci dice ancora cosa voleva dire), superiore, pura. Tutte scemenze, pericolose, ma quello è.
Il testo è la sintesi che le matricole di Friburgo fecero di un’esercitazione che il neo-rettore Heidegger volle dedicare loro, le menti vergini, nel 1933-34. Dieci ore di lezione, alcune spese metodologicamente sulle nozioni di essenza e di concetto, il resto a portare i neofiti all’adorazione di Hitler. Roba di poco conto, tanto più nelle dispense studentesche. Se non per l’incarnazione esplicita dello Stato ne “il Führer e il suo popolo”: “Solamente dove  guidatore e guidati (Führer e Geführte) si legano collettivamente in un destino e lottano per la realizzazione di una idea, cresce un ordinamento statuale… L’esistenza e la superiorità del Führer sono incarnati nell’essere, nell’anima del popolo, legandolo con originalità e passione al compito. E se il popolo sentirà questa dedizione, si lascerà guidare nella lotta e amare e volere la lotta”.
Non è la sola ridicolaggine. La “necessità di un Führer” ricorre altre tre o quattro volte nell’esercitazione. Con l’affettuosa conclusione che non a torto il Führer era stato detto  “Tamburino”, per i suoi discorsi persuasivi e la potenza delle sue azioni. Anche perché l’“avversione” è una “relazione di privazione che si trasforma in un evidente rapporto di negazione”, nulla di più: non c’è resistenza possibile, sia pure nella “costrizione”. In altro testo, più impegnativo, così il filosofo Heidegger presentava la storia: “Quando girano le eliche di un velivolo non accade propriamente nulla. Ma se il velivolo porta Hitler da Mussolini, allora accade la storia. Il volo diventa storia. La storia è cosa rara”.  
Per ridicolo che sia filosoficamente il Führerprinzip,  è un fatto – con e senza Heidegger: l’identificazione di popolo e capo. Si potrebbe cominciare da qui a chiarire il nazismo. Che fu espresso dal popolo più filosofico, ricco e, a suo modo, potente d’Europa, che era il continente più industrioso e civile del mondo, mica da una tribù dispersa preda dello sciamano.  
Martin Heidegger, Su essenza e concetto di natura, storia e Stato, ”Micromega”, n. 7\2013, pp. 51-96 € 15

martedì 1 aprile 2014

Letture - 166

letterautore

Dialetto - È arduo a leggere. In Camilleri come in Porta o Belli. Leggere Belli è come leggere una lingua straniera, anche se si vive a Roma. L’“amico di casa” è orale. Alla lettura perde anche efficacia – d’intonazione e sesso (allusione, pregnanza).

Dostoevskij – “Essa (la slavofilia, n.d.r.) non vuole invadere né conquistare ma vuole liberare gli umiliati e offesi, ridare loro una vita nuova per il bene loro e dell’intera umanità”. I propositi di Dostoevskij erano irenici, ma la sua slavofilia disorienta gli slavisti, e glieli aliena. Per le ragioni, curiosamente, che lui stesso annota in altra parte del “Diario di uno scrittore”: “Su parecchie cose ho delle opinioni piuttosto slavofile, sebbene io non sia probabilmente uno slavofilo puro. Per taluni la slavofilia consiste in kvas e ravanelli… Per la maggioranza, slavofili sono coloro che desiderano la redenzione ed unione di tutti gli slavi sotto l’egida russa. Per alcuni altri si tratta dell’unione di tutti i credenti ortodossi onde poter dare alla grande Russia un’autorità morale sufficiente a pronunciare la parola attesa sa tutta l’umanità. E questa parola sarà pronunciata per l’unione di tutta l’umanità, unione universale il cui seme è sempre stato slavo e particolarmente russo… Questa è anche la mia fede. Non c’è da ridere”.
Non soltanto slavofilo, Dostoevskij era profondamente, religiosamente, ortodosso.
Ma non si faceva illusioni: “L’Europa naturalmente non capirà e ci tratterà nuovamente da barbari”, si diceva in altro passo.

Kerouac – Si legge in altro modo se si sa che, sotto la vita bruciata che esibiva, era visceralmente  attaccato alla mamma, al suo patois franco-canadese, alla sua religione, molto fervida. O se si astrae la scrittura dal personaggio: la scrittura fratta sembra presa di vangeli, comprese le parabole – ha anche i miracoli, a suo modo.

Lettera al giornale – Si è moltiplicata dacché i giornali, seguendo il format di “Radio anch’io”, che da quasi mezzo secolo fa le mattinate delle radio Rai, e molti pomeriggi – nonché tutta la giornata delle altre radio – danno largo spazio ai lettori. Ora, con l’uso moltiplicato dalla messaggistica – ogni blogger o twitter ne è terminale – si può dire un genere. Non letterario, comunicativo. Interattivo, anche compulsivo, un sorta di stimolo nervoso, e complice, cenacolare. O all’opposto violento. Mai posato: analitico, critico, riflessivo. Sugli stessi toni, però, di coloro che scrivono o parlano professionalmente, giornalisti, commentatori, rubricisti.
Maria Laura Rodotà, cultrice della materia, avendo tentato di rinnovare i format di Donna Letizia e Contessa Clara, ha trovato subito riscontro. A chi le contesta: “Dai, confessa, certe lettere te le inventi”, assicura: “E invece”. Ma è un’altra forma di conformismo.

Lettura  - Si legge di più, si compra meno. Non è negativo, è anzi positivo, l’esito dell’indagine Nielsen sugli acquisti di libri e sulla lettura nel triennio 2011-2013. Letto al contrario per inerzia (la convenzione è che l’italiano non legge), e per la stolida disattenzione dalla crisi economica, che l’Italia non ha mai sperimentato così gravosa. Si comprano meno libri, se ne leggono di più nelle biblioteche municipali e in prestito. Dov’è lo scandalo?
Il calo delle vendite si fa sentire soprattutto per i grandi spazi, le librerie che hanno costi generali elevati, di affitto e di personale: sono sempre affollate, la voglia di leggere non manca, ma le vendite si sono quasi dimezzate. Non da ora, ma non senza ragione: il pil si è ben ridotto
È frase fatta che in Italia non si legge. Su questo, invece, il paese bene  male regge. E ha una pubblicistica annua record in Europa, con 60 mila titoli.

Slavistica – È curiosamente antislava. Nel mentre che ne cura e ne esalta la letteratura, diffida del sentimento slavo. La germanistica no, non diffida della Germania, benché il germanesimo sia sempre stato tossico all’Europa e al mondo. O la francesistica della Francia, l’americanistica degli Usa, pure così controversi in politica e fondamentalmente imperialisti, l’ispanistica della Spagna.

Tragedia - È finita col primo Nietzsche, con la sua “Nascita della tragedia”, con l’apollineo e il dionisiaco, le arti figurative e la musica – e il loro contrario (Nietzsche non apprezzava la coerenza). Prima ancora dunque che la facesse rinascere in Wagner. Anzi nel festival di Bayreuth.
O è scomparsa per l’eccezionalità tragica del Novecento europeo, della vita vissuta. Da drammaturghi, interpreti e pubblico assieme. La mobilitazione totale, cioè la distruzione.

letterautore@antiit.eu

Il 1989 dimenticato del flâneur baarioto

La prima emozione è imbattersi tra i dorsi cinerei di una libreria d’occasioni nel faccione dell’amico, in uniforme da reporter. A vent’anni dalla morte, altra coincidenza, appena sessantenne. La seconda è rivedere con lui il 1989, l’anno della caduta del sovietismo. Evento dimenticato – i suoi venticinque anni si fanno passare nel silenzio.
Un anno prima del crollo, cioè della rinascita, a fine novembre 1989, la Cecoslovacchia è un paese morto. E con essa Praga, la città più bella del mondo a giudizio del nunzio apostolico Rodolfo, seconda metà del Trecento, che Buttitta cita in esergo. Una serie di racconti, corrispondenze per la radio per lo più, scandiscono dopo questa presa d’atto la fine dell’incubo. Che non è un sorpresa: il regime era un guscio vuoto, di teste di legno.
Un libro onesto, con alcuni camei d’autore. Da flâneur per eccellenza. Forse per natura, come altri baarioti eccellenti dopo di Pietro, e prima di lui il padre Ignazio.
Pietro A. Buttitta Praga, primavera a novembre

lunedì 31 marzo 2014

Ma che Europa è questa

Per uno che è nato e cresciuto europeo e europeista, da Messina a Stresa, beneficiando della saggezza politica di Altiero Spinelli, questa Europa sembra una disgrazia. Di abusi e soprusi.Di scemotti a Bruxelles al soldo di Angela Merkel – si dice per dire, i tedeschi non pagano, ordinano. Della Francia che può sforare un  anno si e l’altro pure l’indebitamento al 3 per cento del pil, senza sanzioni. Di una Spagna che ha contratto i consumi del 10 per cento, ha banche senza ossigeno, metà immobili invenduti, si sta per dividere in due e forse tre tronconi, ma si gloria di mettere il sale sulla coda all’Italia.
Un’Europa che vuole Europa il Montenegro. Anche la Macedonia. Paesi dove la legalità è notoriamente al top. E santifica la corrottissima Ucraina. Ma esclude la Serbia, troppo ortodossa.
Ma è inutile farne il catalogo, le turpitudini sono ovunque: nei prodotti alimentari, nelle truffe (il parmesan, lolio di oliva al 4 per cento), i veleni. Dice Napolitano che l’Europa resta rispettabile perché assicura la pace, ma non è vero. Ha fatto le guerre continentali fino al 1989 – la guerra fredda era una guerra, altroché. Ha poi fatto guerre locali ovunque ha potuto, nei Balcani e nel Mediterraneo. E ora pensa di fare guerra alla Russia, Si dice per l’Ucraina, ma è un vizio. Di cui forse Bruxelles non è colpevole: il burocrate non capisce quello che fa. Però lo fa. 

Fisco, appalti, abusi (47)

L’Agenzia delle Entrate prevede online la registrazione dei contratti di locazione. Ma il conduttore dev’essere obbligatoriamente un cittadino nato in Italia. È previsto che sia nato all’estero, ma deve prima avere una provincia di nascita italiana. Provare per credere (bisogna registrarsi ma vale la pena):https://telematici.agenziaentrate.gov.it/RLI-WEB/sc/salvaConduttore.do

 “Questo prodotto (RLI-WEB, n.d.r.)sostituisce gli altri prodotti web per la registrazione dei contratti di locazione e comunicazione degli adempimenti successivi (Locazioni web, Iris web, Siria web, Pagamenti registro web)”. Ogni pochi mesi l’Agenzia delle Entrate cambia la modulistica. Già di per sé sempre complicata. Per l’appalto del software?

L’Agenzia delle Entrate “comunica” esclusivamente con i consulenti fiscali. Anche per pagare 10 euro bisogna andare dal consulente. L’Agenzia ci guadagna qualcosa? 

Si dà la tutela dei Beni culturali a caffè “storici”, trattorie, botteghe, per aumentarne il valore locativo.“Cesaretto” in via della Croce a Roma ha cambiato per questo gestore tre volte. Il gestore “storico”, Luciano, dovette lasciare quindici anni fa perché l’affitto era salito a tremila euro, al mese. Subito dopo la tutela dei Beni culturali. Il successore ne ha fatto un ristorante caro, per pagare i tremila euro, poi seimila euro, poi novemila. A fine 2013 la richiesta è stata di dodicimila euro.

La RcAuto aumenta del costo dell’inflazione, dice l’Ania, l’associazione degli assicuratori. Mentre la aumenta mediamente dell’8 per cento: una classe di merito CU 2 passa in un anno, per un 1.400 benzina, da 560 a 603 euro.

Il governo dice la RcAuto immutata. Mentre ha aumentato le tasse dal 12 al16 per cento.

Quel Galileo è proprio Brecht

È la “vita” di Brecht, sotto quella di Galileo, che si inscena. Brecht ci lavorò per vent’anni, facendone tre storie diverse, con lunghe note esplicative (confluite negli “Scritti teatrali”). Nella riedizione per il teatro si ripubblica la vecchia introduzione di Emilio Castellani, il traduttore, che molto insiste sul fatto autobiografico – corredandola con le note degli “Scritti teatrali”, su Galileo e su come la “Vita” va messa in scena. Nei Tascabili si ripubblica l’edizione che Giuseppina Onet, ora traduttrice dall’inglese,  aveva approntato nel 1994, confrontata con l’originale, con una lunga introduzione, e un apparto di note molto esplicative, sopratutto al testo tedesco.
Nelle note, Brecht celebra la straordinaria carica di energia dell’“epoca nuova”, che l’eroe vuole ricercatore, pioniere, esploratore. Ma c’è nuovo e nuovo, riflette: vecchissimo (reazionario, regressivo) è il modo nuovo di fare la guerra. Siamo nel 1938, in Danimarca, sempre vicini al “fronte”, sono note alla prima redazione della “Vita”: “Ormai è la barbarie stessa che si atteggia ad epoca nuova”. Brecht è ancora “aiutato da alcuni assistenti di Niels Bohr, che stavano studiando il problema della disintegrazione dell’atomo”. Dieci anni più tardi, nel 1947 in America, la “cosa” è avvenuta anche tra gli scienziati: siamo due anni dopo Hiroshima, con la segregazione, per la prima volta nella storia, degli esiti della ricerca scientifica, la sua militarizzazione esclusiva, e nel pieno della caccia alle streghe di MacCarthy, delle delazioni – Brecht sfuggirà alla Commissione, lasciando gli Usa, il giorno della prima della “Vita di Galilleo”, riscritta per tenere conto del tradimento degli intellettuali. Questa versione sarà ricomposta con la prima, nel 1956, l’anno della morte di Brecht, forse l’ultima sua fatica, e in questa terza riscrittura si rappresenta.
Nel 1938, in esilio volontario da cinque anni, Brecht fece di Galileo l’eroe della dissimulazione, il combattente segreto.  Nel 1947, dopo la Bomba, Galileo si autodenuncia, reo di tradimento della scienza. Brecht era a Los Angeles, scrive nelle note, all’annuncio della vittoria dopo Hiroshima: “La grande città si diede a manifestazioni di stupefacente cordoglio. L’autore udì conducenti d’autobus e fruttivendole al mercato non esprimere altro che sgomento. Era la vittoria, ma con l’ignominia di una disfatta”. Aggravata dal segreto di cui scienziati e politici circondarono “la gigantesca fonte di energia”. L’abiura di Galileo, ossia la proposizione che la fede è separata dalla scienza, che “appare ragionevole” agli scienziati, poiché consentì a Galileo di continuare il suo lavoro, Brecht giudica una resa, per giunta opportunistica: “Egli punta il cannocchiale verso le stelle e si consegna ai suoi torturatori”. La Bomba – la nota è del 1947 – è l’esito di questa separazione: Galileo è il predecessore di Openheimer e Fuchs, gli scienziati che hanno tradito. E sua è la colpa, più che della Chiesa: notevole è la reiterata avvertenza a registi a attori che il dramma non è contro la Chiesa, semmai contro il potere, contro tutti i poteri, ma più è sulla necessaria resistenza. Poi venne MacCarthy, e la fuga per non tradire. Seguita da otto anni non eroici e anzi di cedimenti, di un Brecht libero a Berlino Est di virtuosamente dissimulare. La terza redazione ripristinerà la dissimulazione della prima, ma senza eroismo, con l’autodenuncia del tradimento, ed è quella che si ripubblica.  
L’introduzione di Castellani, all’edizione del 1963, oggi suona ridicola: “Vita di Galileo è anche una delle opere fondamentali della cultura del nostro secolo”, segnata “dalle lotte dei popoli contro il fascismo, il colonialismo e il neocapitalismo, dall’affermarsi di modelli di società socialiste, e dallo spalancarsi di una paurosa frattura tra progresso tecnico e progresso sociale”. Ma è vero che “in nessun altro lavoro brechtiano si assiste a una così ampia e radicale dialettizzazione di un personaggio, a un così spregiudicato rovesciamento e raddrizzamento di idoli”. Nella genesi e i continui ripensamenti seguendo la storia personale di Brecht. Fino all’ultimo, si può aggiungere: fino a quando Brecht a Berlino difese il partito Comunista – la Chiesa - contro l’insurrezione operaia.
La “Vita di Galileo” è la rappresentazione dei tradimenti intellettuali del Novecento. Brecht la vuole emblematica. Della solitudine, e i cedimenti, dell’intellettuale. Non sarà il personaggio storico che rappresenterete, avverte insistente, né la Chiesa sarà la Chiesa storica. Nemmeno nella figura, curiosamente, del papa persecutore, Urbano VIII Barberini, occultista e nepotista. L’inquisizione (Hitler, MacCarthy, Stalin) sta sullo sfondo, in scena si agitano i fantasmi della scienza che tradisce i suoi presupposti, l’autonomia e la libertà. A specchio degli ultimi vent’anni di Brecht, e del suo proprio tradimento, comunista puro e duro col conto e il passaporto in Svizzera, per il timore di Mosca. Oggi non ci sono tradimenti in vista degli intellettuali, non che si dica – né ci sono inquisizioni che li richiedano, non che si dica. Ma la “Vita di Galileo” è l’unica opera di Brecht in circolazione, per il teatro, per i lettori, e ora anche per le scuole.
Bertolt Brecht, Vita di Galileo, Einaudi Tascabili, pp. XXVI + 258 € 12

domenica 30 marzo 2014

Ombre - 214

Si moltiplicano i rientri di capitali dalla Svizzera in contanti – tanti ne hanno beccati i doganieri a Chiasso. Anche i ricchi sono in bisogno.

Si moltiplicano a Chiasso i sequestri di capitali riportati dalla Svizzera in contanti. Nei nascondigli più impensabili – la biancheria sporca, quella femminile, le imbottiture dei sedili. Ma i doganieri vanno a colpo sicuro, tra le miriadi di automobili che passano la frontiera. I banchieri svizzeri sono inflessibili con chi ritira i fondi.

Il n. 1 è Lupi. Claudio Sabelli Fioretti, spulciando le rilevazioni del Centro di ascolto radiotelevisivo su quattro anni di “Porta a porta” e di “Ballarò”, al primo posto ci ha trovato Lupi – primo da Vespa, secondo da Floris. Renzi viene secondo – primo da Floris, terzo da Vespa.
Ma le sorprese non sono finite. Italo Bocchino (chi era costui?) è decimo a “Ballarò”. Subito dopo Enrico Letta. Che viene dopo Stefano Fassina – il nome dice qualcosa.
Per  gentilomeria Claudio non ha voluto dire delle ospiti?

In dodici anni di euro la Francia ha più sforato che non il tetto del 3 per cento nel rapporto deficit\pil. Compreso il 2013 e, si dice da Bruxelles, anche per questo 2014. Senza procedure d’infrazione. Nemmeno una tiratina d’orecchi. Che Europa è questa?

Hitler rubava, inglesi e americani compravano. Le istituzioni, non i mercanti. Il British Museum ha 3.200 pezzi “di incerta provenienza”, scrive Fabio Cavalera in un desolante reportage. E 75 mila monete di “fonte inappropriata”. La storia dell’ignobiltà va riscritta.

Nella questione di Mauro Floriani e le baby prostitute dei Parioli, la rete insolentisce Alessandra Mussolini, che invece è vittima anch’essa del marito. Non sarà il web fascista – magari da sinistra, come usa?
Fascista coi fascisti è ancora più terribile.

Snobbato dal presidente degli Usa Obama, il sindaco di Roma Marino ha intrattenuto in Campidoglio il presidente della Roma, il “miliardario” Pallotta. Che non ha visitato il Colosseo ma ha baciato la Lupa.

Il papa ha riunito i parlamentari a messa alle sette di mattina, li ha strigliati, “siete ladri”, e se n’è andato. Ma erano tutti buoni cattolici, benché democristiani. Moti hanno anche fatto la comunione. In peccato?

“Non più frutta nelle bevande, si spacca il Pd” annuncia “la Repubblica” di giovedì. Ma quante volte si spacca il Pd, ogni giorno?

Il presidente Napolitano ammonisce a rispettare l’Europa, perché “ci ha assicurato la pace”. Non è stato vero, la pace la dobbiamo agli Usa - se e dove l’hanno voluta e la vogliono. Ma se fosse? Siamo alla frutta.

“Sorpresa del web, siamo più «social» degli altri”, titola trionfale “Affari & Finanza”: “Nella connessione ai network battiamo gli Usa e l’Inghilterra”. Non siamo più “analfabeti digitali”. Sì, ma dove sta il punto debole? Ancora uno sforzo.
Forse siamo più soli, ma non è questo oggi un punto debole.

Della Valle, il presidente di Ntv-Italo, di cui il socio di riferimento Sncf, le ferrovie francesi, è scontento, dà del somaro a Moretti, l’ad di Fs. È proprio la fine dei maestri di scuola.

È vera guerra tra Marino a Caltagirone, i due siciliani re di Roma? O c’è solo da ripulire l’Acea per la privatizzazione, a Caltagirone.