sabato 9 agosto 2014

Fine processo mai

Si discute della prescrizione, di ridurre le lunghezze dei processi, e questo ha messo i giudici di malumore. Sia quelli che fanno i Procuratori della Repubblica, i pubblici accusatori, sia i giudicanti. I Procuratori perché per loro è un diritto acquisto prolungare le indagini a tempo indefinito invece che entro i sei mesi di legge.
I giudici vorrebbero, e si sono per questo organizzati a dare battaglia in Parlamento, allungare i termini della prescrizione e non ridurli. E\o congelarne il decorso dopo una sentenza. Giudici come si vede che non hanno nessuna coscienza del loro ruolo sociale, e nei confronti delle vittime, degli accusati, degli accusatori. Di un’insensibilità peraltro radicata: la pretesa è incostituzionale, ed è assolutamente contestabile alla Corte Europea, ma si radica nello scempio del cosiddetto nuovo codice di procedura penale che una ventina d’anni fa introdusse il rito accusatorio. Uno scempio patrocinato dalla Cassazione e dal Csm.
Il “nuovo codice” dà ai Pm sei mesi per condurre le indagini. Ma si contano i casi in cui il temine è stato rispettato. Il codice prevedeva il prolungamento delle indagini per due volte sei mesi per ragioni particolari, e il termine quindi si è di fatto prolungato a diciotto mesi, tutti essendo casi particolari. Siamo già a un quarto circa dei tempi di prescrizione. Un altro quarto, se non due quarti, i pm se lo prendono con un trucco: poiché il termine di sei mesi per le indagini decorre dal momento in cui si indaga su una determinata persona, i pm non ne iscrivono il nome nell’apposito registro, lo fanno il più tardi possibile. Ma questo non ferma il decorso dei termini della prescrizione. Per cui per il processo vero e proprio restano non più di 24-12 mesi: il dibattimento ai affretta, i diritti della difesa si conculcano, il giudice decide fuori dal dibattimento stesso.
Omettere l’iscrizione di un indagato nell’apposito registro è un reato duplice: omissione di atti d’ufficio e inosservanza dell’apposita norma del codice di procedura. Ma la Cassazione, più volte investita della questione, più volte ha statuito che le Procure della Repubblica sono “sovrane”, possono fare quello che vogliono. Che sembra bizzarro e lo è, ma è la giustizia.     
Facendosi scudo dei tanti giudici martiri, di mafia o del terrorismo, e dei due o tre che lavorano, la giustizia si fa un privilegio della neghittosità. Oblomoviana, meglio belacquiana, dal Belacqua della “Divina Commedia”. l’accidioso., il pigro. Furba. Si vede dal trucco di farsi scudo di Berlusconi e le sue tante prescrizioni, per passare in massa per martiri, quando sono milioni invece i processi in cui i ritardi producono danni. Milioni ogni anno. Ritardi, va ripetuto, illegali, benché coperti dalla Cassazione e dal Csm. E impunita: senza mai un’autocritica.
Questa “riforma” non si potrà non fare - riportare la gestione della giustizia dentro la legge. Ma l’opposizione dei giudici non è senza importanza: sicuramente troveranno altri mezzi per non lavorare.
Fra tutti i blocchi che hanno indebolito e retrocesso l’Italia in quanto economia - produzione di ricchezza - il menefreghismo dei giudici è stato certamente il maggiore. Si potrebbe anche argomentare che non sarà tra molto che l’Italia non avrà più di che pagare i privilegi dei giudici. Ma è retorica che non attacca: il giudice resiste, resiste, resiste. 

Montalbano a teatro, con Eduardo e Genet

Per gli amanti del teatro una goduria, per dirla con Montalbano. Di personaggi: Eduardo, Ripellino, Adamov, Beckett, Silvio D’Amico, Orazio Costa, Egidio Guidobaldi (chi era costui? è tutto da leggere, dalla p. 305 in poi), Jerre Mangione (id.), Carson McCullers, Gassmann, Sharoff, Genet - con molto Pirandello, naturalmente, e Shakespeare. E di tecniche, di regia e di recitazione, problemi, soluzioni, innovazioni.
Il titolo è di Silvio D’Amico. Continua a piovere sull’arca e Noè, che ogni tanto deve uscire sul ponte a controllare che tutto sia a posto, si ripara con un ombrello: si bagna lo stesso ma si sente al riparo. “Forse è questo il teatro”, una compagnia che non risolve ma aiuta. La raccolta si presenta come un abbozzo di autobiografia tra le quinte, in palcoscenico e alla Rai..
Molto si discute di tecniche teatrali, che Camilleri ha praticato come regista e produttore per due terzi della sua vita attiva. Dei sensi occulti dei drammaturghi cosiddetti dell’assurdo. Del dialetto – il problema di Pirandello. Della recitazione e dell’attore. Non definitivamente, spesso nemmeno persuasivamente, ma Camilleri ha la vocazione e i tempi del conversatore amabile sempre. Specie nella lunga intervista con Roberto Scarpa che apre e chiude il volume, ma anche nei saggi e nelle lezioni che Scarpa ha selezionato.
Il sottotitolo promette “Come si diventa scrittori a teatro”, e questo non c’è. Ma l’aneddotica da sola è travolgente. Del teatro Camilleri è, oltre che praticante, studioso e anche analista fine, ma il “come direbbe Montalbano” basta e avanza.  
Andrea Camilleri, a cura di Roberto Scarpa, L’ombrello di Noè, best Bur, pp. 403 € 10

venerdì 8 agosto 2014

Problemi di base - 192

spock

Fu l’inchino di Schettino
A piegare il divino
Supino al padrino?
Che messe indusse
Di likes al telefonino
Del comandante Marino

Trombe d’acqua, incidenti, inchini, chi vuole male alle Madonne?

E dopo Santa Marta, dove si ritirerà il papa?

“Limite invalicabile”, sanciscono i cartelli dei Carabinieri e della caserme in genere: agli stessi militi?

I grillini dopo i leghisti e i massimalisti, l’opinione pubblica si vuole modesta?

Si aumenta il prezzo dei giornali per chiuderli?

Veltroni dalla Figc alla Figc?

spock@antiit.eu

Dio era greco

Per un Rinascimento che, a differenza di quello storico, non cada nell’errore di mettere lo spirito greco in antitesi col cristianesimo. Un’ubbia? Oggi sì: con la chiesa allineata al puritanesimo, non c’è altro cristianesimo se non negatore di ogni tradizione (si fa un revival delle radici ellenistiche del cristianesimo, curiosamente, proprio mentre la chiesa di Roma si spoglia di ogni concezione del sacro – rito, mito, intermediazione). Ma ancora oggi, rileggendola, Simone Weil è convincente. È anzi, di tutta la sua riflessione, il punto più solido. Con tanto parlare che si va facendo sul recupero del paganesimo in antitesi alla religione, alle religioni del Dio unico, Simone Weil sa argomentare il contrario, l’unità di Cristo e di Grecia – e per essa di Platone. Era un’idea del resto anteriore allo stesso Rinascimento, chiaramente formulata da Meister Eckhart, non uno sconosciuto anche se da qualche tempo trascurato: i pagani conobbero la verità prima dei cristiani, i sapienti greci, cioè la stessa verità, dell’anima del mondo. Al di sotto delle cose, dei fenomeni.
“La storia greca ha inizio con un crimine atroce, la distruzione di Troia. Lungi dal gloriarsene, come fanno di solito le nazioni, i Greci sono stati assillati dal ricordo di quel crimine come da un rimorso”. Questo non si trova ne “L’«Iliade» e il problema della forza”, lo studio forse più famoso di Simone Weil che apre la silloge, ma è l’attacco del successivo “Dio in Platone”: “Vi hanno attinto il sentimento della miseria umana. Nessun popolo ha espresso al pari di quello greco l’amarezza della miseria umana”. È in queste due proposizioni il senso dell’“Iliade” come il poema della forza: per la “subordinazione” che il poema rappresenta “dell’anima umana alla forza, vale a dire, in fin dei conti, alla materia”.
Col commento all’“Iliade”, e gran parte dei frammenti di Eraclito ritradotti, la silloge si compone di diversi approcci di trattazione di Platone. Ambiziosi questi, per una sorta di procedimento mimetico, volto a ricostituire Platone su Platone, anche stile argomentativo, quasi un calco, per una sorta di immedesimazione medianica. “La volontà di assumere e comprendere come un tutt’uno l’universo greco”, così Giancarlo Gaeta condensa l’impresa: “culti misterici, pitagorismo, i Presocratici, i tragici, Platone; e quello cristiano: i Vangeli, Paolo, l’«Apocalisse»”. O “la sostanziale comunanza tra le due forme di religione per quanto concerne non solo l’antropologia ma la teologia stessa, e di conseguenza la concezione salvifica”. Una missione impervia ma gratificante, e non meno vera, storicamente di altre. Simone Weil rompe il nesso giudaismo-cristianesimo, di questo affondando le radici nell’“insuperato” mondo greco. Opinabile, ma perché no. La sua rilettura di Platone, trascurata nei tanti revival,  specie dal “pensiero debole”, è la più feconda. Le confuse riproposte del paganesimo, in questo 2014, vi si rischiarano.
Con un apparato notevolissimo di Maria Concetta Sala e Giancarlo Gaeta. E la rilettura giusta, rispetto a quella di Mario Attilio Levi, della “forza” che Simone Weil celebra nell’“Iliade”. Che invece dice il poema, unico, dei vincitori e insieme dei vinti. E quindi di Dio in terra: “È impossibile”, annota nei “Quaderni”, IV, p. 186 dell’edizione Adelphi, “comprendere e amare insieme i vincitori e i vinti, come fa l’«Iliade», se non dal luogo, situato fuori dal mondo, in cui risiede la Saggezza di Dio”. È la scoperta delle comune sottomissione umana, dell’irregolare Achille compreso, alla necessità. Da cui la virtù per eccellenza, dice Simone Weil,  l’umiltà – che è anch’essa di Meister Eckhart: umiltà non come modestia o devozione, ma come scienza, atto del sapere. Dell’“Iliade” come – è quello che accomuna il saggio alle letture di Platone - del cristianesimo: il dolore comune nella disgrazia, l’eguaglianza si potrebbe dire nel bisogno, sarà dei Vangeli.
Opportunamente titolata, questa riproposizione di scritti ormai quasi centenari, nel millennio che si muove come un burattino senza fili, in superficie, è un tributo commovente. Commovente perché funebre. È come il canto di una prefica, sia pure nobile e ispirato, a un catafalco, per quanto sontuoso. L’ennesimo della serie di eutanasie che l’Europa sta perpetrando dei suoi lari, o delle sue, direbbe Simone Weil, radici: la latinità, il cristianesimo, l’umanesimo. L’aggressione alla Grecia del debito è solo un’espressione di questa violenta mutilazione. Dopo aver tentato di conformarsela secondo criteri eugenetici, al principio della superiorità, razziale, semantica, filosofica, economica. E ultimamente, dopo che la Greca classica, dopo quella vivente, era stata anch’essa sradicata: l‘Europa, fallita l’appropriazione della grecità, la reincarnazione della Grecia nella Germania, non vuole radici, siano pure decorose e inoffensive. Un continente mobile si vuole, nomade, giacché questa era la natura della sua parte continentale. Con violenza altrettanto nomadica tutto sradicando, la latinità, la cristianità, la grecità e ogni altro eredità che non sia la forza bruta – economica, ma d’impianto militare, bellicosa.
Simone Weil non è sola. Drury, “Conversazioni e ricordi”, con Wittgenstein, dice (p.22) che il suo mentore gli ha insegnato a “comprendere Platone”. In un particolare aspetto: nella continuità col pensiero e la religione cristiana – mentre prima lo riteneva del tutto alieno (“quando Platone parla degli dei, gli manca quel senso di timore reverenziale che si avverte nella Bibbia, dal Genesi all’Apocalisse”). Ma è isolata, e anzi remota.
Il lettore si consolerà con la filologia, che la giovane Weil possedeva in grado eccellente. Un Sofocle “unico”, unico tragediografo. Una traduzione integrale, con molte varianti, di Eraclito. La “forza” dell’“Iliade” reinterpretata come condizione umana, dei vincitori e dei vinti. E Platone, o l’ideale comunanza della cristianità col “mondo greco”. Ancora non è proibito pensare in proprio. Anzi, la lettura è tonificante per la sua inattualità – si parla di Grecia perché ha resistito alla Germania?
Simone Weil, La rivelazione greca, Adelphi, pp. 489 € 28

giovedì 7 agosto 2014

Recessione - 23

Tutto quello che dovremmo sapere ma di cui non si parla:
Trimestre su trimestre, l’Italia è in recessione da tre anni esatti. In recessione “tecnica”, cioè statistica. Di fatto lo è da sette anni.

Da ventidue anni lItalia è in ristagno. Il pil pro capite è aumentato in Italia nei 22 anni del 2 per cento in termini reali. Nelle altre grandi economie d’Europa è aumentato tra il 20 (Francia) e il 32 per cento (Gran Bretagna). Gli investimenti sono sempre in calo in termini reali: è una economia senza futuro. 

I poveri assistiti dalla Caritas sono cinque milioni, il doppio che nel 2007.
Secondo l’Istat i poveri - persone senza mezzi di sussistenza - sono “oltre”sei milioni, un decimo della popolazione. Sono raddoppiati in quattro anni.
Secondo la  chiesa, sono dieci milioni, ora, i poveri.

“Bonus, scontro negozianti-Renzi: “Invisibile!” Il bonus non c’è stato? Renzi non ha stravinto le elezioni? La recessione non sarebbe stata peggio senza? In recessione non è ora l’Europa?

Le vendite dei giornali si sono dimezzate in sette anni, da sei a tre milioni di copie – e una parte cospicua della diffusione è gonfiata, non sono copie vendute. Non per l’effetto sostituzione: i boom della lettura online sono in larga misura artefatti, con l’acquisto di blocchi di contatti. C’è probabilmente una crisi della lettura, una disaffezione dell’opinione pubblica verso l’informazione giornalistica. Ma c’è anche un effetto risparmio: un’edicola su quattro ha cessato l’attività.

Letture - 180

letterautore

Best-seller – Scogli a Tripoli? Sull’onda del successo di “Tu sei il male”, Marsilio moltiplica i Costantini, e il “Corriere della sera” lo serializza. Ma nella prima puntata de “Il male non dimentica”, titolo forse di Scerbanenco, Michele Ballistreri , l’alter ego del narratore, dice la madre morta sugli scogli a Tripoli – “non so se mentre precipitava verso gli scogli mia madre abbia pensato a me”. Cioè, dall’alto di un  precipizio la mamma è caduta sugli scogli. A Tripoli di Libia è impossibile.

Corpo Camilleri, dopo Sciascia, attribuisce a Pirandello una sorta di psicosi del corpo. “Il corpo è, per alcuni, la bestemmia assoluta”, esordisce l’autore di Montalbano in conversazione con Roberto Scarpa (in “L’ombrello di Noè”). Così è in effetti: il corpo è  stato – è ancora – il peccato grande, la colpa originaria. Le persone pie si lavavano poco per non toccarsi. È ancora ricordata nell’agro fiorentino la camicia da notte col ricamo: “Non lo fo per piacer mio ma per far piacere a Dio” – non è lazzo di miscredenti. Ma Camilleri, dopo Sciascia, ne fa una menomazione in particolare per Pirandello: “Pirandello del corpo, quando è vivo, ha sempre un enorme schifo e, quando è morto, lo definisce un orribile ingombro”.
In particolare, basandosi sulla biografia di Giudice, Camilleri collega la psicosi a un trauma infantile: Pirandello a sette anni esce di casa a Girgenti, cosa assolutamente proibita, sfuggendo al controllo della madre e della tata, per curiosare nella torre diroccata di fronte dove ha visto dalla finestra riporre un cadavere – la torre serviva all’esposizione temporanea dei cadaveri di sconosciuti, per favorirne il riconoscimento. Ma dentro, dietro la panca su cui è adagiato lo sconosciuto, una visione gli si palesa che lo traumatizza poco: “Sente un fruscio d’ali, un sommesso tubare. Alza lo sguardo, nessuna colomba. Il frullo continua, stranamente ritmico, ininterrotto. Si guarda attorno e vede in un angolo dello stanzone una coppia allacciata che si dondola curiosamente. Lei, la donna, ha in  testa un cappellino, segno ch’è una signora, ed è la sua sottana inamidata, alzata e stretta tra i due corpi, a produrre quel fruscio…”. Una delle “storie di costumi, francesi, che Camilleri coltiva nel tempo libero – una coppia che si dondola curiosamente anche dopo che è entrato il bambino?
Ma c’è uno scrittore italiano che si misuri col corpo, a parte i burleschi? Camilleri, per esempio, che lo fa, si limita al canone hollywoodiano di una scena di sesso al take numero ics. Ci sono gli odori, gli umori, le vertigini, le mancanze, i trasporti incontrollabili? C’è un po’ di possesso, magari reciproco, ma sbrigativo. 

Donna Ragno – La prima della Marvel, Jessica Drew, è del 1977. Ercole Luigi Morselli, il commediografo amico di Pirandello e Martoglio, ne scrisse nel 1915, un racconto che è probabilmente il primo di fantascienza in Italia.

Hitler - Più di tutto dava fastidio in Germania ai non nazisti nel 1932 e nel 1933 il cattivo tedesco di Hitler. Del “Mein Kampf” e dei discorsi. Ne parla ampiamente Lion Feuchtwanger ne “I fratelli Oppermann”, il romanzo su “tutto Hitler” pubblicato ai primi del 1933 in esilio. Con apprezzamenti per l’expertise filologica antihitleriana di Richard Kasper, un pubblicista che scriveva per il “Tagesanzeiger”. Non era il solo. Allora i più perplessi in Germania lo erano per il cattivo tedesco del “Mein Kampf”, più che per le cose che denunciava e minacciava. Per la filologia.

Scrittore.lavoratore – Fu prassi trattarlo da proletario, lavoratore salariato, nelle derive del ’68 – Cesare Garboli, per esempio, o i “Quaderni piacentini”. In termini pratici la cosa è però alquanto vera. In un modo: lo scrittore, l’artista, è uno stakanovista, lavoratore ossessivo. In un altro senso però è del tutto esornativo: non viene retribuito, né tanto né poco, non alla settimana né al mese, e neppure all’anno, per lo più mai in tutta la vita. Al più si può dire un accumulativo. Uno di quelli che comprano la casa per i figli: la retribuzione, se arriva, è postuma, per i figli e i nipoti.

Sciascia – Sopravvive, poco, come autore siciliano. Per cura di siciliani, in ambiti di sicilianità. Mentre è probabilmente l’autore nazionale del secondo Novecento, più e meglio di Pasolini. Ma lui stesso ha privilegiato la sicilianità, in una sua seconda parte di vita, in qualità di Personaggio, dopo averla rifuggita nella prima parte – dopo essere stato adottato da Parigi e su sollecitazione di Parigi? “Io non ho fatto altro che introdurre il dramma pirandelliano”, diceva da ultimo a Federico Campbell, suo traduttore e critico messicano, “ovvero il problema dell’identità, nel racconto poliziesco”. Mentre più che Pirandello ci ha introdotto Borges. Il poliziesco è una parte minima della sua opera. C’è il falso, il non detto (il mistero: Brunelli-Canera, Majorana, i pugnalatori), il lirico perfino, oltre al voltairiano, e anche l’avventura. E c’è, soprattutto quel gusto morbido per la contemporaneità, politica, sociale, che Pirandello assolutamente non aveva, sprofondato nelle origini, al limite del folklore, nell’idillio che non aveva avuto, oppure a rovistare nelle viscere delle cose, da chirurgo e non da contemporaneo, in una sorta di visionarietà.

Shakespeare – Il serenissimo mancava – o no, la genealogia shakespeariana è sterminata? C’è Otello infatti, tutto Otello, la storia e le sfumature, a Bassano del Grappa. Con la capra e la scimmia (Iago: “Anche se fossero lascivi come capre, focosi come scimmie…”), la dark lady, una famiglia con un “corno” sullo stemma, e il marito geloso – qui un farmacista. Non per caso dunque il Moro è di Venezia. – terminale di Cipro, l’isola omerica della dea Venere e la bellezza. In un’opera di meta ‘500, in tempo dunque perché Shakespeare la vedesse. Questo si scopre ora, al Museo Civico di Bassano che riapre dopo molti anni, e in un ampio salone esibisce l’affresco. Di Jacopo Bassano naturalmente, di cui il museo è custode, con 24 opere. Qui trasferito quarant’anni fa, con un restauro che s’intendeva definitivo, staccandolo dalla facciata di palazzo Del Corno, nella parte alta della città, esposta alle intemperie, che adornava dal 1541.
È Roger Prior, grande esploratore di Shakespeare, che ci trova le troppe “coincidenze”: la capra, la scimmia, il nome Otello, che fu Shakespeare a sovrapporre al Moro, il personaggio degli “Ecatommiti” di Giraldi Cinzio (che invece conteneva già Desdemona) da cui aveva preso la storia. E inoltre: la storia che si raccontava solo a Bassano, il farmacista (Brabantio, padre di Desdemona, accusa di stregoneria il seduttore della figlia: “Hai abusato della sua tenera giovinezza con l’aiuto di filtri o sostanze velenose che annullano la volontà”. E ancora: era conte Lazzaro Dal Corno, il committente, come il corteggiatore senza nome di Porzia nel “Mercante di Venesia”, e altrettali. Ma, certo, Venezia è fondale di molto Shakespeare, ben più che Verona o Milano, volumi se ne potrebbero scrivere su Shakespeare è veneziano.

Teatro – Più della vita è per Shakespeare nell’“Amleto”. E più che al monologo dell’“Essere o non essere”, in quello che lo precede: “Oh il furfante, il bifolco che sono”, là dove si meraviglia che l’attore si intenerisca per Ecuba – “Per Ecuba! Ma chi è Ecuba per lui, o lui per Ecuba da piangere per lei?” E che farebbe se avesse un motivo reale di sofferenza?  Amleto–Shakespeare trova “mostruoso” che “l’attore solo in una finzione, sognando la sua passione, possa forzare l’anima”, ma è un fatto e non uno scandalo, e come tale lo registra. C’è del teatro nella verità, come rappresentazione, come casting (attribuzione dei ruoli), come conteggio del peso (drammaticità) dell’evento – lo stesso evento può far ridere e può far piangere.

Tre - Gli arabi, che i numeri crearono, dissero il tre, numero fondamentale, thlathah. Che in greco, con lieve slittamento vocalico, è il mare. Si può dire che gli arabi, non conoscendo il mare, di cui si sentiva sempre parlare, ne fecero il tre.
Nick Tosches ha ne “La mano di dante” una filastrocca araba che attribuisce a un giudeo – un vecchio saggio che a Venezia demolisce Dante facendogli scoprire il suo limite, essersi imprigionato nella terzina: “Hun ‘askunu\ ‘ala al-thalatha\ fi al-thalatha\ fi al-thalatha”, io qui dimoro,\ nel tre\ che è del tre\ che è del tre”.

letterautore@antiit.eu

Il traditore onesto

Il poeta della fame, della terra, delle erbe, delle piante, delle acque fu arrestato e processato dopo la guerra come collaborazionista dell’occupante nazista. Passò due anni in manicomio, dove redasse queste note, nelle quali ripercorre la vicenda giudiziaria. Fu infine condannato a una pena pecuniaria, cioè alla povertà. A casa sua ma nel disprezzo: pacchi di suoi libri gli venivano buttati dai concittadini nel giardinetto.
Malgrado la sconfitta, è uno che non si scusa e non si pente. Nobel del 1920, aveva mandato nel 1939 la medaglia-ricordo del Premio in omaggio a Goebbels. Hitler non gli era piaciuto, un chiacchierone – gli aveva parlato per ore di una ferrovia da costruire nell’estremo Nord della Norvegia. Ma ne scrisse e pubblicò l’epicedio dopo morto a guerra perduta, il 7 maggio 1945.
È un traditore che non si nega: “Scrivendo, dicevo ciò che credevo”. E che cosa credeva? “Che la Norvegia avrebbe occupato un posto assai eminente fra i paesi germanici d’Europa”. Il suo credo è onesto, cioè manifesto – non il tipo “non sapevamo”, “non volevamo”. “Tengo in alta considerazione il rispetto per l’autorità giudiziaria del mio paese”, conclude: “Ma non più in alto della mia coscienza del bene e del male”.
Era stato esempio della cultura del Blut und Boden, sangue e terra. Filotedesco anche nella prima guerra, antianglosassonne, poiché antidemocratico, fin dalla giovinezza. Pur avvalendosi, come notò Thomas Mann, “di influenze americane”, oltre che russe, nella scrittura.
Knut Hamsun, Io traditore

mercoledì 6 agosto 2014

La fine delle feste religiose in Calabria

Sembra un copione a soggetto. Tema: le Madonne. I vescovi impediscono la processione? I comitati cancellano la festa. Una questione di puntiglio, come sempre in questi posti, e di collere terribili.
Le collere terribili in genere recedono dopo un giorno, ma queste no. L’estate è dunque senza processioni e senza feste in Calabria. Niente luminarie, niente fuochi d’artificio, niente tamburi e novene, niente giganti né ciaramelle, niente concerti di vedettes in piazza, gratuiti.
Un giro d’affari di alcuni milioni che sfuma. Le vedettes pop tirano la cinghia, un centinaio di concerti sono stati annullati. E tutto il piccolo mercato delle luminarie, le pirotecnie, le fiere della festa.
Una cosa molto calabrese. Tanto più che nessuno crede alle storie degli inchini ai mafiosi. La rappresentazione di Tresilico, della Madonna inchinata al boss, pochi ci credono e a nessuno interessa.
In effetti, è più roba da chat e forum, il genere che una volta si liquidava come “lettere al direttore”. Ma ben montato: plot semplice, da idea geniale, la regia pure, poche ma ottime inquadrature, bene illuminate, ben montate. E sono finite le feste religiose in Calabria.
Un piccolo capolavoro, ma non ci voleva molta fantasia né determinazione. Pochi anni dopo il papa Giovanni Paolo II, che sfidò gli ateisti, convertendone molti, il papa Francesco, il papa nato oggi, non vuole critiche “a sinistra”, dai non credenti. L’ambiente era dunque propizio per l’azione. Ma non c’era nemmeno bisogno di un comandante laico della Legione Calabria per avere l’idea ammazzasanti: i preti hanno sempre odiato le processioni, troppa fatica, troppa polvere, riti pagani. Negli ultimi decenni, postconciliari, anche la chiesa, nella sua ansia protestante di religione nuda, spoglia di tradizioni, ha patrocinato il sospetto, se non il rifiuto, del rito. Niente più incensi, labari, congregazioni in costume, statue, quadri, Madonne. E così, mentre il laicismo ripropone il paganesimo, con altri dei, mitici, storici, avventurosi, galanti, la chiesa abdica ai suoi. 
Non una misura di ordine pubblico. Una rivoluzione dall’alto, come una volta si chiamavano quelle fasciste. Per ora solo sociale: una condanna aggiunta alle tante altre, una convivialità sempre più spenta. Uno stato d’assedio quasi perfetto, comprensivo del coprifuoco. L’esito è l’abbandono. Per ora del ritorno in paese, del mantenimento di un legame, per quanto tenue, con gli emigrati, in Italia, in Australia, in Canada. L’esito sono borghi muti. Colpevolizzati – più di quanto già lo erano, che non sembrava possibile. Deserti anche d’agosto, quando molti tornavano per la festa.
La festa era il motivo in più che gli australiani e i canadesi si davano per ritornare. Una o due volte nella loro vita restante, portandoci anche una figlia o un nipote. La certezza di offrirsi e di offrire loro un ritorno comunque gioioso, colorato, animato, di qualche interesse che non fosse la desolazione del paese abbandonato nei suoi lungi giorni magri. A maggior ragione il pretesto valeva per le famiglie cresciute a Milano o Roma: interrompere la vacanza dei figli, specie se adolescenti, piombandoli in una realtà che, seppure senza stimoli, perlomeno era festiva e in qualche modo celebrativa.
Ma potrebbe esserci di più. Il divieto è un rebbio o braccio di una sorta di tenaglia. Poiché la chiesa nello stesso tempo, e più ora questa del papa argentino, non si cura che del modernismo o laicismo. E fra i laici non delle anime in pena ma degli Scalfari e Odifreddi, gente di solida, massonica, professione di ateismo. Senza sapere, forse, che la via del laicismo è lastricata di cattive intenzioni. 

La chiesa dei poveri

Il nuovo vescovo di Locri-Gerace, Francesco Oliva, ha abolito anche lui le processioni, e con esse si avvia a bloccare la festa della Madonna della Montagna o di Polsi, che fu la prima indiziata di mafiosità dai Carabinieri, con molti video in giro per il mondo su youtube, una festa popolare di largo richiamo in Calabria e Sicilia. Si celebra il 2 settembre, con canti e balli, anche in chiesa, e la cosa non è più tollerata. Si interrompe una tradizione di almeno due millenni e mezzo, in questo che è il luogo di culto con più continuità in Europa (http://www.antiit.com/2007/09/polsi-il-luogo-di-culto-con-pi.html ) ma non importa.
In una “Lettera estiva” ai fedeli, mons. Oliva chiede di finirla per sempre con le processioni: “Resistono ancora processioni dalla lunga durata, durante le quali tutt’altro si fa che pregare. Esse nascondono radici che sanno di paganesimo o comunque sono evidente commistione tra sacro e profano”. Il vescovo chiede in sostituzione “gesti evangelici”, o “di accoglienza, solidarietà e condivisione”: “L’accoglienza anzitutto nei confronti degli immigrati e dei profughi… Accoglienza nei confronti dei poveri, dei piccoli e dei sofferenti”.
Tutto ineccepibile. Ma forse la chiesa ha voglia di finirla, se si riduce al semplicismo, che sempre è ineccepibile – che si può eccepire al povero di spirito? Sul solco, rispettabilissimo, dei testimoni di Geova, che per prima cosa appunto rinunciano alla festa, eccetto l’agape comunitaria.
Anche la chiesa dell’accoglienza non nasce ora. Le “Lettere Meridionali” di Pasquale Villari, il primo studio sul Risorgimento dimezzato, 1862, addebitavano allo Stato unitario, le cui avide borghesie per prima cosa s’erano incamerati i beni delle parrocchie e dei conventi, di aver lasciato senza protezione le diecine di migliaia di poveri e di malati poveri di Napoli cui la chiesa provvedeva. Ora lo stesso Stato locupleta la chiesa e le sue opere buone (il terzo settore, o volontariato, o onlus) di sussidi, nazionali e europei, per occuparsi degli immigrati, dei profughi e dei bisognosi. Ottima soluzione, se la chiesa lo sa fare meglio dello Stato. Ma ha chiesto anche l’abolizione delle feste? Non sembra, questa è una fissa della chiesa.

“Troppo spesso”, rileva il vescovo di Locri, “il nostro modo di far festa che non bada a spese e che è facile tacciare di consumismo (cantanti, fuochi, luminarie, etc.) serve poco alla nostra crescita umana e spirituale, culturale e sociale”. È per la decrescita, anche lui. Una pastorale infine laica? Il dialogo religioso si rivela sempre nell’ambito della vera fede – ce n’è una sola. Che oggi si vuole crisaiola, non si canti e non si balli.       

Al dio Tannhäuser

La serenità pagana frustrata dalla cristianità è tema ricorrente in Heine. Nel “Libro dei Canti” (“Il crepuscolo degli dei”, “Gli dei della Grecia”), nelle pagine italiane dei “Quaderni di viaggio” e delle “Notti fiorentine”, etc. Ma questo lo sappiamo da Lia Secci, che ha curato questa nuova edizione riveduta, rispetto a quella del 1978. Qui Heine prende di petto i Padri della Chiesa per il loro “ebraismo cupo, magro, ascetico”, aprendo l’annosa polemica col suo ebraismo, nel breve testo che apre la raccolta, la seconda parte del saggio “Gli spiriti elementari”. Per il resto si diletta , in tre dei quattro pezzi della raccolta, quello del titolo, “Gli spiriti elementari” e “La dea Diana”, a ritrovare gli dei antichi nei racconti del Medio Evo fantastico e del Cinque-Seicento, Marte, Apollo, Dioniso, Caronte, Plutone, Mercurio, Giove. E Tannhäuser, in due o tre versioni.
Niente Veneri tra gli dei. La stessa Diana è sbiadita. Ma molte gesta si svolgono attorno al Venusberg, il monte di Venere, che in Germania è il luogo della fantasia. E il Mefistofele del “Faust” è donna. Heine bisogna ripensarlo sulfureo? Anche il paganesimo vuole sacrilego.
“La dea Diana” e “Il dottor Faust” - che molto ha in comune con Tannhäuser, suo personaggio prediletto - Heine ha redatto in forma di balletto. Su commissione, ma senza fortuna. Miglior uso del suo lavoro ha fatto Wagner: del Tannhäuser riscoperto e, nell’“Olandese volante”, dello “Schnabelewopski”. La “Nota introduttiva” al “Dottor Faust” e la lettera d’accompagnamento al committente del balletto, l’impresario londinese Lumley, sono un’utile silloge del personaggio nella letteratura tedesca, col “Faust” di Marlowe e quello di Byron, “che o chiama Manfred”. Con  un finale imprevedibile allineamento dell’irrispettoso poeta alla nascente identificazione della Germania con la Grecia classica: “Faust, sia quello torico sia quello leggendario, era uno di quegli umanisti che diffusero in Germania la grecità, l’entusiasmo per la scienza e l’arte greca. La sede di quella propaganda era allora Roma”.
Heinrich Heine,  Gli dèi in esilio, Adelphi, pp. 131 € 12

martedì 5 agosto 2014

Il mondo com'è (183)

astolfo
Egemonia - Si torna ad abbellirla, abusando di Gramsci, ma è il potere. È come disse l’imperatore analfabeta Sigismondo ai Padri della chiesa e dotti orientali riuniti al concilio di Costanza, in particolare a un vescovo che gli rimproverava gli errori di grammatca: “Ego imperator Romanus supra grammaticos sto”.

Europa – Sul n. 51 dello “Spiegel” 2008, alla vigilia di Natale, Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia, spiegava: “L’Europa ha un grosso problema riguardo alla cooperazione. Ogni singolo Paese è, in termini di deficit e di risultati economici, in una situazione significativamente peggiore rispetto a quando l’Unione europea si è costituita (attorno all’euro). La cooperazione è quindi cruciale. Ma se la Germania, che rappresenta la maggiore economia, la rifiuta, non esiste alcuna cooperazione”.

Feticcio – È Hitler nella precoce (1933) denuncia del nazismo di Lion Feuchtwanger, “I fratelli Oppermann”. Il doppio dell’autore, che non si capacità come questo possa succedere in Germania, alla fine sbotta: “Avevano scovato tra i ferri vecchi un feticcio e veniva da vomitare al pensiero che c’erano dei professori universitari i quali bruciavano incenso a quel feticcio, e c’erano giudici che emanavano sentenze in nome di quello stesso feticcio. Era un commedia schifosa. Sul trono c’era un re in mutande e il popolo inginocchiato ne vantava i magnifici paludamenti…”. Non un pazzo, dunque Hitler ma un feticcio. È più persuasivo.

Si inaugura un campo petrolifero in Nigeria. Questa la cronaca che “La morte è giovane”, romanzo in via di pubblicazione di Astolfo, ne fa:
Altri capi hanno dichiarato juju la mattina della cerimonia il cespuglio al centro della rotatoria fra il villaggio, la piazzola degli elicotteri, il terminale e i campi. Sacro cioè, impossibile passare, sacrilegio calpestarne  l’ombra. Uno di loro, di prima mattina, ha chiesto del capo. Guardingo, temendo i soldati. L’espatriato che fa la guardia a Osanyefu gli ha offerto gioviale una Coca-Cola e cento dollari, sapendo di che si tratta. È stato un errore. Gli altri capi, che si tenevano rispettosi discosti, si sono allora manifestati, e il palaver è partito, la trattativa. Il chief esploratore ha raccontato dei cento dollari. Provocando borbottii di rifiuto e smorfie, le maschere dell’irritazione: il juju non vuole soldi, vuole il giudice. E questa è stata la parte più difficile, cercare un giudice che sancisse i cento dollari.  
“È subentrato il panico: la mattina anche in Nigeria non è facile trovare un giudice. Ma il nome dell’Ente è risolutivo. E il giudizio è lesto sulla stessa rotatoria, e non senza solennità, mentre atterrano gli invitati e un certo grado di emozione, l’arrivo delle autorità da Lagos non potendo tardare. Il giudice sbuca da non si sa dove, alto, corpulento, gli occhi arrossati, sulle spalle una toga nera, si calza una parrucca di crini grigi, chiede brusco di che si tratta, zittisce i capi, vuole che ognuno esponga la sua rimostranza, non fa domande, e statuisce: cento dollari bastano per l’uso del juju. Con una coda che colma i capi: cento dollari a testa e una carta. Una dichiarazione di sacralità, che tornerà utile se qualcuno vorrà cambiare destinazione d’uso al cespuglio che fa da rotatoria”.
Non è un caso eccezionale, la narrazione prosegue: “I capi esplicano la loro funzione di preferenza dichiarando juju questo e quello, un albero da abbattere per le esigenze del cantiere o di una strada, o una semplice mangrovia. Juju mobile è una cassetta rossa della posta inglese, che rifiorisce qua e là dove uno spostamento o un cambiamento si prospetta, souvenir d’una gita in città, poiché qui la posta non si distribuisce. Ogni albero, sentiero, anfratto può essere dichiarato juju, nel concetto inglese della legalità come game, e il divieto va monetizzato.
“Ogni poche mattine, ma anche con preavviso di minuti se c’è urgenza, si pronuncia il giudice di pace. Molti sono giudici di pace, ma il tipo è unico: è un signore bene in carne, con panciotto slacciato sul ventre prominente, le froge larghe, le guance butterate, gli occhi iniettati di rosso, la parrucca di crine sintetico. Sia il giudice che il ricorrente vanno pagati: si fa il giudizio per sapere di quanto, e normalmente si paga di più il giudice perché riduca l’oblazione”.
La moneta nigeriana è il naira, ma il dollaro vale di più, come dappertutto in Africa.
La monetizzazione del sacro è peraltro consueta in ogni sito turistico. In Africa per  esempio tra i Masai, tribù che ha fatto del turismo una professione,  e il sacro espone come folklore.

Hitler – È Catilina, oltre che feticcio, sempre nel romanzo profetico di Feuchtwanger. Nella diagnosi del preside François, tedesco di origini ugonotte, preside del Liceo dove si ambienta un filone dei “I fratelli Oppermann”: “Parole ripetute in coro, discorsi incendiari, agitazioni senza scrupolo, il più misero dilettantismo”. Un’evocazione a cui mancò l’essenziale: “«Speriamo di trovare presto anche tra noi un Cicerone»”, concluse”.

Parlamentarismo – Si assiste, oltre alla gazzarra, a miriadi di dichiarazioni senza senso di personaggi sconosciuti e senza spessore, che l’informazione conformista, Rai, Sky, Mediaset, grandi giornali, ci impongono. La lite continua, col conformismo dei media, mettono in mostra - un’inquadratura non costa, un’intervistina non si nega a nessuno - folle di personaggi incredibili se non si vedessero, per il cipiglio, l’abbigliamento, le eccentricità da oviesse, loro che sono i più pagati d’Italia, e le sciocchezze che dicono, concentrati, serissimamente seriosi. Gente di nessun nome e nessuna qualità occupa gli spazi e ha svuotato di ogni senso non il Senato ma il Parlamento tutto, con la complicità dei media. Quando non sono traffichini, alcuni noti per questo. Che mostri producono le elezioni? La domanda è qualunquista, ma cos’altro ci resta?
Il Parlamento è al centro delle Costituzioni, specie di quelle postbelliche. Che per questo non funzionano, a meno appunto di non esautorare il Parlamento, come è stato fatto in Francia e in Germania - e anche in Inghilterra: sono  giornali scandalistici che fanno cadere i governi non  Comuni. Il decadimento è forse storico, per l’avvento che il “privato” - il mercato, gli interessi preponderanti – ha preso nelle società, a danno della funzione Pubblica, di cui le Camere sono la fucina. Ma anche, in parallelo, generazionale. Il raffronto tra Napolitano e i suoi successori alla presidenza della Camera, da Pivetti a Boldrini, è improponibile, sono cose del tutto diverse.

Napolitano non è molto realizzativo. Ma un’esperienza ha fatto prima di grande efficienza, da presidente della Camera, nel ferale post-elezioni del 1992, tra gli attacchi alla lira e quelli alle istituzioni. Una Camera intimidita, messa sotto giudizio, è riuscito a condurre a una legislazione rapida e importante - quasi meglio che da ministro dell’Interno, quando bloccò il commercio di schiavi dall’Albania coi respingimenti. Dopo Napolitano, nella Seconda, non proclamata, Repubblica, le presidenze delle Camere sono state ridotte a orpello onorifico, un po’ come il futuro Senato. Al più per figure glamour, da Pivetti a Boldrini, e compreso Grasso - il cui titolo è di essere bello. E non si fa più una legge, se non per decreto e sotto fiducia.
 
Politica - Dice Sciascia che la politica è attività mediocre riservata ai mediocri. Si dice anche sui treni. Ma la politica gira attorno alla sacralità del capo: dal capo, per il capo, con il capo, è esercizio di comando prima che di controllo. Quella americana più, a suo tempo, della sovietica. Nel Pci allora più che nella Dc, anche se della Democrazia Cristiana i capi erano numerosi.
Quando si pensa alle notti fumose trascorse a menare il torrone, nelle sezioni di partito e sindacali, le cellule, i gruppi, i consigli comunali, provinciali, regionali, i comitati, tutto ciò ha un senso nella sacralità dell’esito: diventare capo. Arricchirsi si fa più proficuamente in altri modi, la politica si ama perché dà un’autorità.
Un gioco narcisista, caduco, eunuco. Inspiegabile: di mediocri spesso, più delle masse che in essi si specchiano. Ma i potenti e gli aspiranti richiamano a grappoli i ragazzi ambiziosi e le ragazze – anche se per parata, chi ha le chiavi dell’amore già comanda. È per questo la politica un esercizio attraente, per la vergogna della razionalità, Max Weber si arrampica sugli specchi. In Africa si vede, dove il potere è dappertutto transitorio, ma il suo fascino non scema e anzi si accresce.

Settanta – Gli anni Settanta di cui si favoleggia sono i Sessanta. Gli anni Settanta sono della politicanteria, della “linea”, della repressone. Del terrorismo. Dell’unisex. Dell’ardore femminista che tanti guasti ancora produce. Gli anni in cui l’Europa, con l’Ostpolitik e gli euromissili, fu per diventare sovietica.

astolfo@antiit.eu

Dante prigioniero della terza rima

Un polpettone. L’autore-detective, roso dall’alcol e dal diabete, insegue con dispendio di pallottole e sangue il capomafia Joe Black per il manoscritto della “Divina Commedia”. È caccia grossa, tra New York, Palermo, Venezia. Non fosse per Dante: l’uomo dell’ideale si rivela incerto, creativamente bloccato dalla scelta della terza rima, e quasi uno scolaretto a scuola di un imperscrutabile cabalista ebreo. Un pretesto per dire infine molte cose: il poligrafo Tosches  vuole infine sanzionare le cose di cui sa: il libro, l’editoria, Dante stesso, di cui è cultore, gli albanesi d’Italia, etnia cui appartiene, da Casalvecchio di Puglia, Marziale, la cabala, e ogni altro argomento incidentale.
A suo modo italianista, specialista di Sindona, oltre che di Dante, di Dino (Dean Martin) e di Cosa Nostra (in guerra con le Triadi cinesi), il vecchio reporter di “Rolling Stone”, quando la rivista faceva reportage d’autore, quarant’anni fa, si concede ogni licenza. Il rapporto con i libri è la lussuria dei celibi – è il sostituto della carne, è un rapporto sensoriale. A questo mondo ci sono soltanto due tipi di persone: gli italiani e quelli che vorrebbero esserlo.
Nick Tosches, La mano di Dante

lunedì 4 agosto 2014

Secondi pensieri - 183

zeulig

Barbarie – Si dismette nella storia come freccia. Come di uno sfondo remoto, o un contorno, che sfuma e si dissolve. Mentre è l’unica costante della storia, che sempre inevitabilmente  ritorna alla barbarie – è sostanza stabile e non volatile, né adulterabile. Uno storico, per  esempio, troverà molta barbarie nell’Europa odierna, specie a Bruxelles.

Chiarezza – S’intende l’opposto dell’oscurità ma non lo è: è il cammino della filosofia, attraverso la materia della filosofia, che non può essere che oscurità. Che è a sua volta una sorta di miniera che sempre si ricostituisce: più i filosofi fanno chiarezza su questo o quell’aspetto, più l’oscurità si slarga, e se fa posto in un punto s’ispessisce in un altro. 

Edonismo – È “termine greco spregiativo” per W.Pater - che lo reintrodusse con gli studi sul Rinascimento. E a proposito del “Dorian Gray” di Wilde ne preciserà il limite: nei “troppi elementi di un mondo non particolarmente raffinato dentro e attorno a sé”.
Pater aveva un problema, ribatté Oscar Wilde, che pure era cresciuto coi suoi scritti, gli “Studi sul Rinascimento” e “Mario l’Epiureo”: aveva paura della sua ombra – “è ma stato vivo?”. In clima vittoriano era una prudenza necessaria. Ma ovunque il piacere si deve negare.
Lo stesso Wilde precisa, in senso estetico e anche morale, l’inversione nei termini di Pater, ne “Il declino della menzogna”. Si ha arte, e cultura, quando “la vita viene affascinata dalla nuova meraviglia (l’arte, nd.r.), e chiede di essere ammessa nel suo circolo incantato”. La cultura e l’arte si dissolvono quando “la Vita prende il sopravvento e porta l’arte fuori, nel suo territorio selvaggio”.

Equità – Equo è per Simone Weil, “L’ “Iliade” o il poema della forza”, Ares, il dio della guerra. Ares uccide coloro che uccidono. Che detta così sembra una faida, interminabile. Ma impone e estremizza il concetto della pena. È anche, si potrebbe aggiungere, il precetto biblico, o ebraico, dell’occhio per occhio, dente per dente.

Galileo – O della resistenza: se debba essere radicale, oppure finalizzata.

È filosofo,oltre che scrittore e scienziato. Se la matematica è il linguaggio di Dio. Non il calcolo, ma l’armonia delle cifre, delle proporzioni, delle relazioni – degli “incastri”. È in questo senso, divino, che gli antichi elaborarono i fondamenti della scienza, gli antichi greci. Quando, cioè, coinciarono a cogliere le costanti nella varietà delle cose, dei fenomeni. Delle regolarità.  Enucleando la logica, la pensarono , se non la dissero, divina. Nel suo costante adeguamento, è un punto fermo.

Heidegger - Senza il nazismo, molto resta inspiegato, della vita e dell’opera. Col nazismo no.
Il nazismo lo diminuisce? Diminuisce tutto perché è finito nell’ignominia.  Ma ha combattuto, temuto, fino all’ultimo. Essendo più che meno: più temibile che debole, più efficiente che disorganizzato, più interiorizzato che superficiale, e infine più attraente che repulsivo. Più nazionale e popolare, anche in senso gramsciano. Antisemita, antislavo, antilatino: quattro generazioni si sono succedute dopo Hitler e l’Ausrottung della Germania e non sono bastate a mutare l’opinione. La barbarie del nazismo è molto profonda : radicale e radicata.

Jeanne Hersch, che ne ha opinione irriverente, da  allieva di Jaspers e ebrea, solleva però più punti deboli. Come l’uomo del sì e del no insieme. Della chiarezza e dell’oscurità. E soprattutto della forza. “Ho già scritto una volta e lo riscriverei”, insiste nell’intervista del 1996 con “Sic et non”, la sua ultima, “che Heidegger è qualcuno che gode dellla forza. La ama, ama costringere… Non vuole avere ragione, vuol essere il vincitore. È questa la sua verità. La sua verità deve diventare la mia”. Per aggiungere in fine, pensosa, sottolineando: “Non ha un vero pensiero”.  Peggio: “Ha una propensione (Liebe) per una sorta di Notte di Valpurga, in cui le tempeste imbrillantano le cose”.
Un mago, come lo voleva Hannah Arendt? Jeanne Hersch insiste: “È uno ingegnoso. S’ingegna di trovare formule inattese, che all’improvviso sbocciano e lasciano intravedere qualcosa, che finora non era stato visto... Non dico che le sue parole non abbiano nulla di creativo. Hanno qualcosa di creativo ma non la chiarezza della verità per la libertà”. 

A tratti è pleonastico più che magico: di Welt weltet che vuol dire, il mondo mondeggia? O der Raum raumt, lo spazio spazieggia?

Nichilismo – Il più rigoroso è cristiano. Anche mussulmano, e ebraico, di tutti quelli del Dio unico. Un Principio e un Termine la cui ascesa è, come diceva Blake, “scendere nell’annientamento del proprio io”.  Si ascende a Dio, già Dante lo sapeva, andando all’ingiù. Bisogna essere umili, fino all’annientamento.

Sogno – È spesso in forma teatrale – mise en abîme: sogno di sogni. “Tutto quello che vediamo dormendo  è sonno”, direbbe Eraclito.

Storia familiare – Muore appena nata, con la paternità – con fecondazione eterologa e l’utero in affitto. O era già alle origini una forma di selfie? Diavolo di un Freud, anche il selife  ha inventato.

Tre – Il fondamento delle numerologia suona all’origine come il mare. Fu chiamato thlatha dagli arabi che lo inventarono. Il mare come dell’immensità? Un’idea, nata dall’assonanza, con lieve variazione vocalica superimposta al numero? Resta ambiguo anche nella Cabala.

Vanità – “Per vanità avevo fatto a meno di lei” – della vanità (Oscar Wilde, nella polemica seguita alla pubblicazione del “Dorian Gray”. La vanità dell’umiltà. Che non può non essere atteggiata.

zeulig@antiit.eu

La dea delle piccole cose

“A morte!”, “A morte!”, lo “spettacolo” all’ultimo atto della banda Bonnot è ancora vivido dopo cent’anni, e ignari dei fatti – da ultimo: Bonnot e Dubois sparati e bruciati dagli sbirri per paura nella casa di Choisy-le-Roi dove si erano rifugiati. Colette alla Camera? L’aula sorda e grigia del Buonanima si fa solfatara. Proprio quella di Pozzuoli: “Bolle qui, fermenta appena là; ci sono zone inerti, che l’ebollizione non ha raggiunto, che non raggiungerà mai. Un angolo crepitante freme, si agita, come quei posti della solfatara in cui la sabbia, bollendo a secco, danza in grani irritati”. Colette in Corte d’Assise? La dark lady del triangolo assassino ipnotizza i giudici – e la cronista. Della banda Bonnot, anarchica e stupida (assaltava le banche), anche il terrorismo torna vivo: il processo l’anno dopo ai componenti processo. È anzi è un pezzo d’antologia – se se ne faranno - del terrorismo, come poi abbiamo saputo con le Br in tribunale, tra “insolenza” e “compiacimento di sé”, “la venerazione dello stampato, il fanatismo della parola difficile”: “intossicati” dal “veleno della letteratura”, con la quale “prendono contatto al modo dei bambini, degli illetterati  e dei selvaggi: col dramma”. Tanti tipi diversi, ma tutti “hanno purtroppo bevuto alla stessa pericolosa coppa: hanno letto”. C’è anche il dissociato, muto, triste.
Drammaturgie semplici, di eventi vari e tendenze (la fitness, la musica al ristorante, i numéro d’enfants), mostre, personaggi, di cui Colette fu cronista per “Le Matin” nel 1912 e 1913, brevi e brevissime. Che si rileggono dopo cent’anni come un mondo vivo. Sempre meno il personaggio, lei stessa,  di cui si compiaceva, e sempre più scrittrice, per grazia infusa, per lievito animale, per spirito lieve, una che resta del Novecento francese.
Colette, Contes des mille et un matins, librio, pp. 94 € 2

domenica 3 agosto 2014

La sagra dell’io posticcio, fruttuosa

Blogger di tutto il mondo, rincuoriamoci! Il nostro libro dunque era stato scritto, già qualche anno fa, dotto e assolutorio: niente di cui pentirsi. Il diario è arte minore - premette la studiosa: “Il diario occupa una posizione tra le più basse nella gerarchia dei generi che si dedicano all’io. Autobiografie, confessioni, memorie, epistolari godono di una reputazione e di una capacità seduttiva assai più elevate”. Assai forse no. E qualche sottogenere – gli epistolari – non usa più, la comunicazione è ora istantanea e a perdere. Ma è vero che la letteratura dell’io prospera, e anzi è il segno del tempo. L’autofiction è il genere del Millennio, perlomeno negli Usa e in Francia, le due culture-mercato che fanno il presente. Mentre le memorie si vendono a carissimo prezzo e a milioni di copie, anche di figure di terza e quarta fila, sottosegretari, attricette, ladri, e perfino comparse di reality.
Viviamo in una sorta di sagra perpetua dell’io posticcio. Ma il genere si nobilita molto in questa rassegna. Simonetta Piccone Stella - col concorso, premette, di Andreina De Clementi e Marina D’Amelia - ne ricostituisce una genealogia nobile. Tra chi anticipò i blog, pubblicando il diario, di vita vissuta e di vita letta, o scrivendolo per la pubblicazione. - Stendhal, Baudelaire, Drieu, Musil. Le testimonianze, di eventi o epoche particolari. Tra esse molti diari del dopoguerra, coi nomi d’obbligo, Sebald, Jünger, Viktor Klemperer, e in Italia le tante donne - ancora mogli, sorelle, innamorate, insomma vicarie. E il mestiere di vivere, anche qui coi nomi d’obbligo: Kafka, Virginia Woolf, Pavese, Sylvia Plath. Il disagio cioè della condizione umana mescolato con la riflessione, pregressa o propria, dove il narcisismo si mescola all’incertezza. I diaristi che non si colpevolizzano si chiamano Stendhal, Baudelaire, Musil, Wittgenstein, Gide, Julien Green, Canetti, Larbaud, la lista sarebbe interminabile, o anche i fratelli Goncourt - e i “Saggi” di Montaigne?
Simonetta Piccone Stella privilegia i diari degli scrittori, escludendo quelli della “gente comune”, quali con dubbia categorizzazione sono stai raccolti da Saverio Tutino a Pieve Santo Stefano. Di ci fa del mestiere di vivere il mestiere di scrivere – “cammino facendo frasi, mi siedo architettando scene”, fa eco arguta Virginia Woolf. Tanto pù che la vita è irrelata, “sognata”, dice Kafka.
Una scrittura che propone una relazione intensa col lettore, di “compassione, repulsione, entusiasmo, pena, estraneità” ma sempre coinvolgente. Per l’autore è risarcitivo, il diario è “malleabile”, è “sperimentale”, è “libero”. Una sfida, a partire dal dottor Johnson e fino al beffardo Gombrowicz del diario in pubblico. Un’oggettivazione che crea (modula, modella): la “vita quotidiana” in sé è muta – quella del Bloom di Joyce richiede molta applicazione. 
Ma più che la funzione pubblica (“la retorica dell’intimità”, o della personalità), lo studio esplora la funzione privata e personale della diaristica. La erezione del sé a monumento, con effetti variamente costruttivi-decostruttivi. Di autorivalutazione o di svalutazione – molto dicono in questo senso i diari di Sylvia Plath e Leiris. Ma sempre di un sé che, benché esteriorizzato, in qualche modo scolpito, ma non mai espulso, impossibile, diventa un sostituto più che un termine di confronto, e alla fine un proprio reale. Il blogger si mette alla tastiera, potremmo dire attualizzando le ricerche di Piccone Stella, e si confronta con un blog che è suo ma anche non (più) suo.
Il diario-blog lo studio spiega come una forma del conosci-te-stesso esteriorizzata. Un altro-da-sé intimo, e insieme materiale. Dotato cioè di una sua solidità e non più conformabile. La forma si estende perché, per quanto incontrollata, prolissa, ininteressante, vuota, è pur sempre un dialogo, e una creazione. Di un altro io, sia pure appunto  posticcio, nel senso deteriore - non veritiero, fatuo..  
Simonetta Piccola Stella, In prima persona. Scrivere un diario. Il Mulino, pp. 144 € 11,50

Torna il Sonderweg

Per l’Ucraina come già per la Libia il 17 marzo 2011, o del sostegno a Israele, Berlino si è tirata fuori della Nato e del “concerto occidentale”, transatlantico, all’Onu. Un po’ come in Europa per la seconda fase della crisi finanziaria, quella del debito. Il 17 marzo 2011 il rappresentante tedesco all’Onu si astenne dal voto per la “liberazione” della Libia. Unico tra i partner Nato. In linea con la Cina e la Russia. Per l’Ucraina non si è astenuto, ma l’Onu non ha votato. Nei fatti è come se: Angela Merkel tratta direttamente con Putin. A differenza dell’Italia, che vuole far sapere di non militare contro la Russia, Berlino apparentemente capitana gli ex Paesi sovietici ora Ue, militanti antirussi, ma per diritto di signoraggio, non privandosi di disinnescarli.
Gli incidenti dello spionaggio sono stati acuiti allo stesso fine: smarcare Berlino il più possibile da Washington. Obama – cui peraltro nella visita a Berlino Angela Merkel rifiutò la Porta del Brandeburgo per celebrare il mezzo secolo dell’impegno solenne di Kennedy - e l’amministrazione americana sono stati sorpresi dalle denunce e le espulsioni per spionaggio da parte di Angela Merkel.  Che ha sconvolto e contesta in realtà un modo di essere interalleato e non fatti di spionaggio ai danni della Germania. Creato nella guerra fredda e rimasto in piedi perché ritenuto inoffensivo nella mutata situazione europea – un po’ come le basi americane a Aviano e Sigonella. La novità è lo sganciamento di Angela Merkel dal sistema di sicurezza americano.
Lo stesso ora con Israele. “Nel 2003”, ricorda la sua biografa politica Getrud Höhler, antipatizzante, “Angela Merkel aveva vivacemente criticato i governo rosso-verde guidato da Gergard Schröder quando si trattò di mettere ai voti l’intervento in Iraq, accusandolo di ignorare “la lezione più importante della politica tedesca”, vale a dire che non ci sarebbe mai stato un Sonderweg, una via speciale, squisitamente teutonica”. Sull’attacco alla Libia invece, otto anni dopo, il Sonderweg è stato un fatto. E ora si ripropone con Israele.
Nel 2008, parlando alla Knesseth per i sessant’anni della nascita dello Stato israeliano, Angela Merkel ne ha eretto la sicurezza, dice Höhler, a “ragione di Stato della Germania”. Questo non è vero – Merkel non ha detto “ragione di Stato” ma raison d’être. L’impegno tuttavia fu incondizionato: “Nessuno può negoziare questa scelta che è prerogativa della Germania”. Il presidente della Germania Gauck, eletto successivamente, nel 2011, che in un primo momento aveva obiettato sull’ammissibilità costituzionale di un simile impegno, poi vi si è allineato.