sabato 8 novembre 2014

Cooperazione corruzione

Il Kossovo come  già la Somalia. I due paesi che hanno ricevuto più aiuti dall’Italia – e probabilmente dalla comunità internazionale in termini pro capite - sono i più corrotti, malgovernati e impoveriti. Sempre in armi al loro interno, se non in dichiarate guerre tribali e criminali.
Se non avesse questo sfondo pericoloso, lo scandalo Eulex, della missione europea che avrebbe dovuto assistere la nascita del Kossovo indipendente, sarebbe da farsa. Un miliardo, tremila impiegati a tempo pieno, sette anni di lavoro, e nessun esito, o quasi. Buona parte dei fondi sono stati distratti dalle bande che controllano il paese.
A carico dell’Uck, il partito che governa il Kossovo, si è dovuto creare un tribunale internazionale per crimini di guerra. In pratiche criminose è coinvolto pure Rugova jr., il figlio del Martin Luther King locale. Che dall’ambasciata d’Italia s’è fatto dare visti a favore di terroristi, attraverso un impiegato assunto pro tempore per le pratiche consolari. L’ambasciatore firmava a occhi chiusi le pratiche del suo cococo, tanto buoni sono i kossovari.
Una parte della responsabilità di questi fallimenti è dell’Italia. Soprattutto se si pensa che per liberare il Kossovo l’Italia ha dichiarato guerra alla Serbia nel 1998, contro le regole della Costituzione, a iniziativa del pio Scalfaro e del progressista D’Alema – furono loro che s’inventarono l’altro uomo pio, Rugova padre, esibendolo per Roma. E l’ha pure combattuta, coi bombardamenti aerei. Ma il Kossovo è solo una delle tante piaghe della cooperazione internazionale..
Gli aiuti allo sviluppo s’impiantano su buoni propositi. Ma alimentano la corruzione, che della bontà dei propositi si fa schermo. La cooperazione bilaterale – il fatto è accertato dalle statistiche delle partite correnti – favorisce i paesi donatori più che i recipienti. E quella multinazionale (Onu, Ue) è inefficace se non ai fini della sopravvivenza, il primo aiuto d’emergenza. Non si costruisce sulla cooperazione.

Questo Renzi sembra Andreotti

Sembrava Fanfani ma è solo Andreotti. Cambia con gli umori la genealogia di Renzi – fermo restando che sempre un fiero democristiano è. L’uomo del fare di Crozza si manifesta da qualche tempo sempre più solo, e temporeggiatore. Ringhia ma non morde. Farebbe bene un lupo solitario, si dice, se non fosse andreottiano: angustiato, complessato, solo apparentemente freddo.
Con le ovvie distinzioni. Renzi non ha avuto il padrinato di un De Gasperi, e non frequenta il Vaticano. Neanche da cinico, quale Andreotti si professava. Ed è pubblico più che riservato. Ma si rivela sempre più solo, e allo stesso modo, dispettoso. Anche rispetto ai collaboratori, che preferisce di mezza tacca. Nel partito di cui pure ha in qualche modo il controllo vivendo effettivamente da lupo solitario. Sfidato da ogni bordo. Mai apertamente ma sempre, sulle questioni grandi e sulle piccole, e insidiosamente. Che il proprio partito governa dialogando con le opposizioni. E anche al governo, con tutti quei ministri a due dimensioni. Con Gentiloni, dopo Mogherini, agli Esteri, uno che nel suo curriculum ha solo lufficio stampa di Rutelli sindaco, e una che non ha neanche quello. O alla Difesa una Pinotti che quando si candidò a sindaco di Genova arrivò terza di tre, con un curriculum fermo a capo scout. E candidatre fa circolare quasi sprezzanti al Quirinale, lo stesso Gentiloni, la stessa Pinotti, Chiamparino, Padoan, Delrio...
Un’altra differenza sarebbe che Renzi non sta nella Dc ma nel Pd. Ma questo non è dirimente, il Pd è una copia della Dc, divisa, attendista, conservatrice.

Se Marx era un laburista, quasi un liberale

Una celebrazione del centocinquantenario dell’Internazionale, con gli atti costitutivi dell’assemblea, il 28 settembre 1864 nella londinese St.Martin’s Hall, di duemila lavoratori britannici. Con l’indirizzo inaugurale e gli statuti dell’Associazione redatti da Marx tra il 21 e il 27 ottobre.  In chiave tradeunionista più che rivoluzionaria: “L’emancipazione della classe operaia dev’essere opera della classe operaia stessa”.
Di Marx si tenta un recupero in chiave illuministico-liberale. Un terreno di coltura che evidentemente c’era, ma è alla radice del marxismo messianico che si vorrebbe esorcizzare dopo l’esperienza sovietica, e quella in corso nella Corea del Nord, in Cina, a Cuba, e nei regimi islamici che vi si modellano. Marx redigerà anche le risoluzioni del primo congresso dell’Internazionale, nel 1868, d’impronta più collettivistica. Ma il radicale del liberalismo è l’anarchia, e questa è la cultura, la simpatia anche di Marx. Coniugata con la smania di assolutizzare – che è tutto il suo hegelismo.  
Per cultori ma a rischio oleografia. La Prima Internazionale fu rissosa – Marx era l’“ebreo tedesco” per Bakunin.
Marcello Muso (a cura di), Prima Internazionale. Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!, Donzelli, pp. XIV-256 € 25

Le doppie cronache

Piove, tracimano i fiumi, si allaga mezza città, Milano s’indigna. Ma sul fatto: l’eccesso di edificazione, bonifiche e arginazioni in ritardo o insufficienti, benché la legge e gli stanziamenti datino dal 1951, la statistica storica degli allagamenti. Per un giorno o due, poi basta. Piove anche a Roma e non si allaga niente. Ma le cronache dei giornali sono indignate. Ancora due giorni dopo. Parliamo dei giornali che hanno la cronaca di Milano e quella di Roma, il “Corriere della sera” e “la Repubblica”. Lo stesso criterio vale per la raccolta dei rifiuti, per la delinquenza urbana, piccola e grande, per gli sballi giovanili il sabato sera, per i regolamenti di conti tra pusher.
A Roma le cronache sono agitatorie perché il lettore è agitato? Non sembra, il romano è pacioso, a differenza del milanese lesidiritti, che su ogni questione s’impunta e cambia anche casacca politica. E allora? Due linguaggi nello stesso giornale non è possibile. Due pesi e due misure.
A Milano l’8 luglio l’acqua invase da Niguarda fino alla stazione Garibaldi. Era il trecentesimo o quattrocentesimo allagamento di Milano Nord dal 1951, dalla legge speciale. Il centonovesimo dal 1976, il quattordicesimo negli ultimi 48 mesi, e il secondo in due settimane. Dell’alluvione milanese Legambiente disse: “Sono caduti 61 millimetri di poggia e quindi non è un nubifragio”.
A Roma giovedì 6 sono caduti 100 mm. di pioggia e non si è allagato niente. Ma oggi sabato le cronache sono ancora minacciose: “Voragini, crolli e traffico in tilt”, “Roma con l’acqua alal gola”, “Aeroporto allagato”, mentre non lo è stato, “L’Appia Antica invasa dall’Almone”, che invece è intombato, “La pioggia e la resa di Roma, una gigantesca tragedia”.

venerdì 7 novembre 2014

Riforme addio, con Grillo alle elezioni

Sono sorpresi per primi i suoi: Renzi si smarca da Berlusconi senza necessità – le legge elettorale è un pretesto – e cioè per fare le elezioni?
Non è la prima volta che Renzi sorprende i collaboratori, da uomo solo al comando. Ma mettersi con Grillo non è una strategia dei “due forni” andreottiani, un colpo a destra e uno a sinistra. È rinunciare alle riforme istituzionali, su cui aveva puntato come bandiera. E limitare quelle politiche e sociali al fisco sul lavoro. Perché con Grillo le elezioni diventano sicure, e la legge delega del Jobs Act finisce con la legislatura, nonché le riforme delle Camere e del governo..
Le elezioni a questo punto non sono escluse. E ritorna un “election day” a fine marzo, attorno alla domenica delle Palme. Unificando il voto regionale con quello politico. Che vorrebbe dire condizionarlo: dare anche al voto delle Regioni, da cui Renzi è tenuto in larga misura fuori, il senso del voto politico, che a ogni sondaggio e previsione non sarà che renziano.  

A Pasqua riprende l’economia

C’è soprattutto perplessità, tra i renziani e gli anrirenziani nel Pd, sulla decisione di Renzi di dichiarare decaduta la piccola intesa con Berlusconi. Il governo, che non ha la maggioranza al Senato, non può pensare di assicurarsela con Grillo. Non per le riforme, e nemmeno per l’ordinaria amministrazione. E dunque?
Se non si sa il vero motivo del cambio improvviso di rotta, se ne danno però ragioni plausibili. Ragioni cioè in favore di un voto anticipato. In primavera ci sarà l’attesa inversione dell’economia, che per la prima volta dopo molti trimestri avrà il segno positivo. Una campagna elettorale all’insegna della ripresa è sicuramente vincente. Ma più pesano le ragioni interne di partito.
Renzi ha già detto a molti che è rimasto sorpreso dagli echi della campagna antigoverno all’interno del Pd. Compreso l’improvviso risveglio di molte Procure contro gli uomini nuovi del Pd. Si aspettava un’opposizione, ma non un’opposizione in linea con l’opposizione. Cioè, a suo modo di vedere, suicida: di un partito che poteva stravincere e invece si vuole prigioniero di ras e caudillos, di piccoli feudi.
L’esito delle primarie in Calabria e in Emilia lo aveva spaventato. Ma di più temerebbe quello che si preannuncia nelle prossime settimane nelle regioni dove si voterà in primavera: i nemici interni non oppongono argomenti ma costruiscono ragnatele letali – in Calabria, fra i 100 mila delle primarie, molti sono stati  voti di vecchi arnesi del centro e della destra. .

Il trappolone

Il 23 sarà il giorno del giudizio per Renzi per più di un motivo. In Emilia-Romagna gli antirenziani del suo partito potrebbero semplicemente non andare a votare, come hanno fatto per le primarie. In Calabria, un’elezione vinta in anticipo rischia di ribaltarsi, di nuovo a favore del centrodestra. Senza colpa di Renzi, che in Emilia non ha imposto il suo candidato, semplicemente era l’unico, e in Calabria si è visto battere il suo da una coalizione di vecchi marpioni – imparentati col centro-destra: un locale casta.
In Calabria la sfida dei vecchi si è spinta fino al ridicolo del responsabile regionale della Cgil, sindacato localmente inesistente, che diffida Renzi dal partecipare all’assemblea del partito a Reggio a metà dicembre. Ma se il Pd vince, come è nei pronostici, non sarà la vittoria di Renzi. Mentre se perde, come ora è possibile, è la sua sconfitta. Prima elezione, prima sconfitta. È una sorta di trappola nella quale Renzi è stato costretto, e a cui difficilmente potrà sfuggire. Tanto più se, con o senza l’astensione, il Pd dovesse fare magra figura anche in Emilia-Romagna.
L’idea della trappola è peraltro di Renzi. Che non avrà candidati suoi alle regionali della primavera in Puglia, Liguria, Umbria, Marche, Toscana, e forse neanche in Campania e nel Veneto.
È come se Renzi riconsiderasse le sue opportunità. In un voto politico il Pd avrebbe vinto, e avrebbe vinto lui. Nelle Regionali lui non vincerà le elezioni, anche se il Pd vince, e potrebbe anche perderle.  

L’Europa non esisteva

Non c’era nessuna Europa - ecco perché non c’è adesso? Non almeno fino all’anno Mille, che lo studioso si è posto come segnatempo. C’era ancora un po’ di Roma, un’ombra, che però anch’essa, “dopo quella data,… lentamente, scomparve”.
Non c’è stata col latino, fino a non molti anni, né si fa caso della chiesa. Non ci sono stati  i Merovingi, Carlo Magno, gli Ottoni, il Barbarossa e la tela di fondo del Sacro Romano Impero, niente, Wickham cancella tutto. Ogni tanto si cautela: “La vecchia immagine di una cultura romana spazzata via dalla vile barbarie germanica è irrimediabilmente superata”. Ma non ci tiene. Gli sta antipatico pure sant’Agostino, anche se non lo cancella del tutto.
La civiltà, la storia e la cultura stavano tutte a Oriente. A Bisanzio ancora, ma più, anche allora tra Siria e Irak, nel califfato. Che, come si sa, è una creazione originale, non ha nulla a che vedere con la civiltà romana. Cioè, Wickham concede che il califfato possa essersi strutturato sull’esempio di Roma, ma la cosa gli dà fastidio. Si spiega così anche l’ignoranza di questi ultimi tempi, sugli arabi, l’islam e lo stesso califfato.
Molti studi, da Alessandro Passerin d’Entrèves a Hannah Arendt, hanno ricondotto alla chiesa altomedievale tutte o quali le forme della democrazia moderna, dalla rappresentanza alla mobilità sociale. Ma Wickham azzera tutto. Nonché non esistere, gli europei non avevano all’epoca neanche il senso dell’umorismo.
Un libro antieuropeo per voler essere anticristiano. Ma, poi, a che fine? Solo cavalcare la tigre: un  libro di quasi ottocento pagine scritto come un pamphlet – la storia può attendere.
La storia sa esere disinvolta. Ma questa, sotto sotto, è traditrice, del Nord e quindi della civiltà: singolarmente, l’Europa è annullata in favore del Mediterraneo. Non solo quello mediorientale, anche il Nord Africa. Dappertutto dove si tagliano le teste.

Chris Wickham, L’eredità di Roma. Storia d’Europa dal 400 al 1000 d.C., Laterza, pp. 784 € 38

giovedì 6 novembre 2014

Perché Draghi non si dimette

Arrivato all’interesse negativo sui depositi, senza alcun risvolto positivo sull’economia, né nei consumi né negli investimenti, un banchiere centrale dovrebbe trarne le conseguenze. Finanziare cioè lui stesso gli investimenti, rifinanziandone la parte pubblica, e indirettamente quella dei privati. Draghi lo sa ma non lo fa. Dice di volerlo fare, ormai da due anni, e non lo fa.
In questi due anni l’eurozona si è qualificata per l’unica area sviluppata deflazionata, e a rischio recessione. Ma Draghi non si muove. I suoi guardiani, la Bundesbank con gli accoliti di Olanda, Estonia, Lettonia, Austria e Lussemburgo, non glielo consentono. Il suo predecessore Trichet nel 2011 se ne infischiò e fece quello che doveva fare, per salvare l’euro se non per rilanciare le economie europee. Draghi non lo fa.
Contro Trichet si dimisero i consiglieri tedeschi della Bce. Non successe nulla. Se Draghi si dimettesse contro i consiglieri tedeschi e assimilati, lo scossone sarebbe tale che forse l’economia infine ripartirebbe. Ma Draghi non lo fa, benché stia per essere il presidente della rovina della Ue.  Si dice per carattere, che è un “aggiustatore”. In realtà ha fatto soltanto le cose che Berlino ha chiesto. Non c’è salvezza in questa Bce. 

Letture - 191

letterautore

Dante – Dante e Shakespeare, il parallelo lo tenta Prezzolini, “L’Italia finisce”, al § “L’antitaliano”. Per dire Shakespeare un meridionale, a differenza di Dante. Era l’identità che a Shakespeare mancava, e se non altro per questo il parallelo è degno di nota. Ma non sarà un titolo alla Croce, che spesso, per ragioni editoriali, metteva assieme autori estranei?
Dante antitaliano era già tema di Papini – come anche il contrario: Dante troppo italiano – litigioso, individualista, vendicativo..

Landolfi ne fa il (suo) capro espiatorio, nelle poesie della morte (“Il tradimento): ““Il giorno che dovrai dire:\ «Dante, non ho la tua forza»\ Sarà il giorno più triste\ Dell’anima tua. Non si può partire\ Se non certi di superare\ Il maggiore che ci viene innanzi”. Una sfida masochista?

Freud - Ebbe una figlia bellissima, Anna, e la tenne chiusa in casa. La figlia amava le donne, e Freud non lo seppe mai. Anna si portò in casa l’amica del cuore, che era la casa di Freud. Una vita a tre di cui Freud non si accorgeva, a Vienna e a Londra. Anna tenne in terapia il figlio dell’amica per 45 anni. 

Italia – Si vuole adesso, segno dei tempi?, da più parti non esistita. Nemmeno in letteratura, che non costa nulla. Ma non converrebbe meglio dirne – depressione per depressione – la letteratura vittima? Vincenzo da Filicaja, nobile arcade fiorentino, che le dedicò più sonetti, nel sonetto LXXXVII, il più famoso, ne ha una sorta di porta sfiga: “Italia, Italia, o tu cui feo la Sorte\ Dono infelice di bellezza, onde hai\ Funesta dote d’infiniti guai\ Che in fronte scritti per gran doglia porte”. E sempre in armi, seppure di difesa, come ora vuole Mameli: “T’amasse men chi del tuo bello ai rai\ Par che si strugga, e pur ti sfida a morte!” Mentre gli italiani proprio farebbero a meno di sfidare, ed essere sfidati. Il problema dell’Italia non saranno i suoi poeti, tutti gente ovviamente in pantofoe?

Marx“Appena Marx ebbe chiara coscienza del proprio sistema”, dice Rosenberg l’antichista, comunista senza partito, “dovette cercare gli operai”. Al British Museum non ce n’erano, e Marx non ha mai frequentato un solo operaio. Gli stessi comunisti egli disprezzava eccetto Engels. Di cui è nota l’opinione sui partiti: “Che importa a noi, che sulla popolarità ci sputiamo, e che perdiamo la testa appena cominciamo a diventare popolari, di un partito, cioè di un branco d’asini che giurano nel nostro nome perché ci credono loro pari?” Incoercibili politicanti in realtà entrambi. .

Si vuole da qualche tempo liberale, per liberarlo dal marxismo. Ma cristiano sarebbe più giusto. Alcuni pensano, diceva Lévi-Strauss, che il marxismo è una furbata in forma di ragione per occidentalizzare il mondo: non è vero, ed è vero. “Marxismo o rivoluzione?” titolava Massimo Scaligero nel 1968. Non per ridere, non per la “colonizzazione dialettica” che si faceva in Cina, né per il “conservatorismo di sinistra” di Togliatti. Rivoluzione è il cristianesimo, si sa, il messianesimo compiuto – gli ebrei se ne distinguono perché non credono in realtà al messia, non ne vorrebbero uno. Un messianesimo che parte da Treviri, la Terza Roma, invece che da Gerusalemme. La guerra che Cristo ha portato dicendo il dovere del paradiso in terra.
Più di Cristo Marx è vantone, vuole guerre, come se le avesse vinte in partenza, propone miracoli, e dà la certezza della salvezza. Anche se è più tollerante, un Cristo laico. Ma il Diamat lo ha crocefisso, e senza resurrezione, lo tiene lì in croce.

Liberale anche, perché no. Oltre che grande borghese, inconsapevole. Snobbò Eugène Sue, “piccolo borghese sentimentale, socialista della fantasia”, candidato dai socialisti “per far piacere alle grisettes”, perché era liberale. Chiudendo il Manifesto, alla vigilia del ‘48, offre un’alleanza ai borghesi, l’alleanza dei produttori, roba da Saint-Simon. La Neue Rheinische Zeitung non spiacque ai borghesi renani, il suo giornale, nell’intento che ritenevano condiviso di sottrarsi al Congresso di Vienna di Metternich, che li aveva annessi alla Prussia.

Voleva il pianoforte per le figlie, e un buon matrimonio, ma non c’è infamia in questo. Marx era superbo, in questo è reo. Ironico: per un Witz avrebbe dato il “Capitale”. In tutti i rapporti, anche familiari, il criterio della verità diventa per lui distacco critico: io e gli altri. È la forma più esasperata di egotismo, limitare alla misantropia, il fastidio dell’umana imperfezione.
L’ironia è il suo lato simpatico, oltre che una grande dote conoscitiva, socratica. Ma è il virus che ne mina la dottrina. Il cristiano si riscatta al confessionale, per quanto ipocrita possa la sua confessione essere, il comunista non può pentirsi mai. Pena l’ipocrisia, che è malvagia. Inoltre, ironizzare porta all’insensibilità, non a più conoscenza. Attraverso lancinanti ulcere o gialle epatopatie - soffriva Marx di fegato? Nabokov lo vede in aspetto di “traballante e bisbetico borghese in calzoni a quadretti di epoca vittoriana”, il cui “cupo Capitale è “figlio dell’insonnia e dell’emicrania” – ma Nabokov ne condivide il sarcasmo, con punte snob perfino più acute, anche se non sembra possibile. Come l’altro monopolista Freud, che molta buona psicologia ha oscurato, Marx ha per questo vezzo cassato molto socialismo, alle sue radici: la compassione.

Marx voleva un’altra cosa, e lo disse subito, stabilendo nella “Miseria della filosofia” che cosa non andava. Non era contro i borghesi per i proletari. Cioè sì, ma contro la stupidità di chi vuole produrre la ricchezza a mezzo della miseria, dei proletari e sua. “Negli stessi rapporti entro i quali si produce la ricchezza si produce altresì la miseria”, a opera degli stessi: “Questi rapporti producono la ricchezza borghese, ossia la ricchezza della classe borghese, solo a patto di annientare continuamente la ricchezza dei membri che integrano questa classe, e a patto di dar vita a un proletariato sempre crescente”. Grandi palle alzava Marx ai borghesi intelligenti, anche solo poco. A Ford, per dire, quand’era sobrio dall’antisemitismo. E non si può fargliene una colpa. Il gregge è il corpo del pastore, ne è l’estensione, il formicaio lo è delle formiche, l’alveare delle api: ne estende il corpo e la mente, per i pascoli e oltre, nella lunga giornata senza tempo, nella transumanza. La fabbrica lo è dell’operaio, l’azienda dell’impiegato, il lavoro del lavoratore. È una condizione antropologica, non una classe. Marx non lo sapeva perché non lavorava.

Riso – Prezzolini (“L’Italia finisce”, p. 67) opina che sia diabolico: “Un santo può sorridere ma il riso si addice solo al diavolo”.  Di intelligenza senza compassione, “in contrasto col Cristianesimo”. Nel quale, è vero, non si ride mai, dal Vangelo in poi.

Romanzo familiare - È genere letterario dominante ora che la famiglia è in disuso.

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Il Grande Racconto dell’emigrazione

“Tra il 1946 e il 1976”, i primi trent’anni della Repubblica, “hanno abbandonato la penisola esattamente 7. 447.770 individui”. Metà degli italiani, dunque, se li ricordano, i viaggi non della disperazione – ma della speranza sì. Aperti un secolo prima dal vapore e dal treno.
Di una speranza, però, mal fondata. Ed è questa la “scoperta” di questo libro, il circolo vizioso tra emigrazione e piccola proprietà, che ha dominato a lungo l’Italia agricola, quella meridionale fino agli anni Settanta, ed è la chiave del suo (relativo) sottosviluppo. Un’accumulazione faticata, con sacrifici impensabili, dispersa nella piccola proprietà. Improduttiva, se non di debiti, col fisco e con le banche, e quindi di emigrazione, per tentare di ricostituire il capitale, e cioè la piccola proprietà. Con un occhio alla demografia, e alla storia di genere – come farne a meno?
L’emigrazione è fra i fenomeni più abusati della storia politica, nel senso di agitatoria. Come segno molto emotivo di povertà, e esito della stessa. Da intendersi a sua volta come sfruttamento, ingiustizia, sopruso. O al contrario come esito altro rispetto al brigantaggio, in una sorta di equivalenza, nelle letture di Scalise, De Nobili e altri galantuomini posivitisti, fino a Nitti e Norman Douglas. Tanto basta – bastava – per esaurire il fenomeno: una presa di distanza. Questi studi aprono altre, più realistiche, prospettive.
C’è ancora molto da sapere sull’emigrazione, anche su quella italiana, all’apparenza pure molto indagata, e Andreina De Clementi, che già aveva diretto nel Duemila, con Piero Bevilacqua e Mimmo Franzinelli, la “Storia dell’emigrazione italiana”, poi confluita in due corposi volumi, esamina qui i punti controversi della storiografia, raccogliendo e rivedendo i saggi che via via ha ad essi dedicato. Alcuni ancorati ai numeri, per una più corretta analisi delle statistiche: i cicli migratori - transoceanici, europei - e le rimesse, sia nelle dimensioni che nell’uso. Altri istituzionali: essenzialmente gli accordi della prima Repubblica con l’Argentina e i paesi europei del carbone, Belgio, Germania, Francia, Gran Bretagna. Altri raccontati, su scritture inedite, testimonianze orali, minute corrispondenze o insorgenze familiari.
Questa è la parte nuova della raccolta, sottotitolata “Donne e uomini nell’emigrazione italiana”. Che la studiosa ha organizzato come storica di genere, mobilitando i suoi allievi – le sue allieve – alla ricerca delle trascurate scritture domestiche, cartoline o lettere per lo più e atti legali, nonché di testimonianze di persone che avevano vissuto la vecchia emigrazione in prima persona. Una ricerca di cui dà conto nei tre capitoli centrali, “I lavori delle donne”, “A ruoli scambiati”, “La sfida dell’insularità”. 
Non ci sono precedenti, se non, incidentalmengte, larciprete di Comparni (Mileto) Lorenzo Galasso, Arabi e beduini d'Italia, 1911, e il vecchio studio pubblicato da Comunità nel 1961, Il contadino polacco in Europa e in America, di Thomas e Znaniecki, e quindi questo apporto si può dire una scoperta. Con molte sorprese. La donna non è solo la fattrice e nutrice della vulgata, in un mondo contadino privo di sensibilità, tra marito e moglie, tra genitori e figli. Lemigrazione si configura infine nel suo dato più caratteristico, di sfida e quasi di scelta - “l’umanità viva avida e potente dell’emigrazione di quarant’anni fa” che Corrado Alvaro rilevava nel 1933, in “Itinerario italiano”. Lo stratagemma storiografico di Andreina De Clementi, il recupero della carte perdute di un mondo che si presume senza carte, apre un tesoro nascosto all’opinione ricevuta, e probabilmente un filone d’indagine. L’insularità è più forte nelle comunità italiane negli Usa. Dove però serve anche come autoprotezione, a salvaguardia  – come tale la rappresenta “La fine”, un romanzo di non più di una diecina d’anni fa, di Salvatore Scibona, ancora attiva a Cleveland, Ohio, nel secondo Novecento: non come fatto di esclusione ma di un’etnicità sentita e anzi rivendicata. 
Il racconto va ripreso perché è fermo a un secolo fa, anche un secolo e mezzo. A Franchetti, Foerster, Nitti, che costruirono “il Grande Racconto, contraltare dell’effusione di bastimenti, lacrime, fatiche e struggimenti imbastita dalla retorica popolare” (p.5). Succede. Si fanno meraviglie dell’innovazione tecnologica, è retorica d’obbligo. Oggi naturalmente dell’elettronica, che annulla lo spazio e rimpicciolisce il tempo, sembra anzi annullarlo. Centocinquant’anni fa il vapore e il treno rimpiccolivano per la prima volta lo spazio, avviando mezzo secolo di emigrazione di massa, dall’Europa meridionale e centro-orientale verso le Americhe, e dall’Europa meridionale verso il Centro-Nord europeo. La più grande emigrazione di massa che si ricordi. Le cui motivazioni e i cui effetti restano in larga misura ancora incogniti.
La liberalizzazione, benedetta
Il fascismo truccava i dati, la Repubblica se n’è disinteressata, a parte le lacrime, finte. Le prime pagine Andreina De Clementi deve dedicarle a demolire gli stereotipi. Il “tutto povertà” – “I poverissimi abitanti dei Sassi di Matera furono gli ultimi a mettersi in cammino”. Il “tutto feudo”: “Per tutto il corso dell’Ottocento, la vendita dei beni ecclesiastici e demaniali e l’egualitarismo del sistema successorio introdotto dal Codice piemontese, in rotta di collisione con la crescita demografica, contribuirono l’una alla proliferazione delle microproprietà e l’altro al suo spezzettamento ossessivo dall’una all’altra generazione” (p.14) - ma anche nel Novecento, fino alle “riforme” agrarie degli anni 1950. La “campagna arretrata”, impreparata alla liberalizzazione, allora e sempre benedetta: “Fu come gettare in acqua un neonato un po’ gracile e vederlo più volte sul punto di annegare” (p.15). Si vuole che la liberalizzazione affini e moltiplichi l’industria, mentre favorisce gli speculatori improduttivi, gli importatori: Le industrie più remunerative e diffuse, della seta, del cotone, della lana, del truciolo, furono spazzate vie. Il grano e il vino subirono violenti scossoni: “Nell’ultimo trentennio del secolo, il ferrarese e il ravennate diventarono teatro di un imponente processo di proletarizzazione” (p.16). E siamo solo alla terza pagina.
I numeri e le date dell’emigrazione di massa confermano questi scorci. Parte per primo il Triveneto, per “la grande diffusione della proprietà particellare sempre più sbocconcellata e la rarefazione dell’industria domestica” (p. 18) – partono anche le donne. Il fenomeno si estende presto con la fillossera, certo. Che però è importata dagli Usa in Provenza, e da qui in Italia. E poi, nel 1883, col colera, ma anch’esso importato, da Francia, Austria e Baviera.
Un’analisi più ricca forse perché non pregiudiziata – non ve ne sarebbe motivo tra gli storici, ma i paraocchi sono quasi un attrezzo del mestiere. Si prendano la demografia e il “genere”. Si fanno più matrimoni, più giovanili. I paesi sono rivitalizzati. Le mogli, le madri diventano centri di spesa, per i consumi e anche per gli investimenti familiari. Donne giovani e giovanissime, d’improvviso affrancate, decidono. C’è l’inquietudine e c’è il bisogno, ma altrettanta energia, anzi di più. C’è lo spaesamento ma non lo sradicamento – “Io quando sono qui vorrei essere in America e quando ero in America tutte le notti sognavo la mia casa”, può dire congruamente uno dei tanti “Emigranti” di Perri, del romanzo omonimo. Sullo sfondo, non presa a partito, è la partenza come “lutto” di Ernesto De Martino – o altrimenti dobbiamo dire che abbiamo più vite.
L’emigrazione è un fenomeno frastagliato, scomponibile in molte realtà, che variamente si sovrappongono. Si prenda l’insorgenza mafiosa, naturalmente non esclusa dall’emigrazione, “insulare” e non.  Andreina De Clementi pone “le complicità dei contesti”: “Perché negli Usa proibizionisti degli anni trenta sì, e in Canada o in Australia o in Francia no?” Non è un fatto etnico, i contesti contano. E in molte forme. Proprio in Canada, Australia e Francia si può testimoniare che la mafia si manifestava ancora di recente, ma diverso era l’approccio. Attorno al 1980, a Reggio Calabria, indagando sui rapimenti di persona, il comando dei Carabinieri aveva ricostituito, stante il segreto bancario in Italia, le diversificazioni finanziarie di cui alcuni mafiosi erano già specialisti attraverso i loro contatti in Australia e in Canada – e in almeno un caso, i Pesce di Rosarno, invischiati in altre attività non lecite, in Francia. Una rete dettagliata dei movimenti di denaro con persone e banche della Locride e della Piana di Gioia Tauro era stata ricostruita grazie alle segnalazioni delle polizie di quei tre paesi. Che però si guardavano bene dal farne un fenomeno speciale. Diverso era - è - l’approccio, una sorta di de-insularizzazione del crimine. Non dovendone fare terreno di bagarre politica, l’apparato repressivo di quei paesi non indulgeva in società segrete, cupole, associazioni e concorsi esterni, ritardando di decenni e di generazioni la punizione del crimine, bensì colpiva subito i rei, per reati specifici. Molto più semplice, e anche produttivo.:  
Piccola proprietà, tasse, debiti si mangiano l’accumulazione
Il fatto centrale è il circolo vizioso proprietà-emigrazione. Una sorte di Grande Scoperta, se condurrà, com’è possibile, a individuarvi l’origine vera del ritardo del Sud: l’incapacità di accumulo. Ovvero l’erosione dell’accumulazione primaria per l’offa della proprietà. Una beffa tragica, che molta letteratura ha già rappresentato – ma non la sociologia: dai primi “Emigranti” di Francesco Perri, 1928, alla “Cognizione del dolore” di Gadda, al seminale “Di padre in figlio” di Gay Talese, con gli epigoni italiani (Melania Mazzucco, “Vita”, Mimmo Gangemi, “La signora di Ellis Island”, etc.), e ai “germanesi” di Abate e Behrmann, 1986. Un’idea sbagliata del riscatto produttivo e sociale. Reiterata ancora a metà Novecento, con le ultime “riforme agrarie”. Tutte destinate al fallimento, tra le tasse e i debiti. Dopo aver bruciato i risparmi, rimesse comprese, di milioni di persone. E cioè l’accumulazione primaria che sempre è necessaria a un’economia solida e prospera (autopropulsiva). Nonché milioni di vite di sacrificio, come usava dire, di “promiscuità estreme, solitudini lancinanti” (p.163), di malattie, di soprusi.
C’è un equivoco all’origine dell’emigrazione di massa. Che non è una fuga dalle campagne ma, purtroppo, una fuga per riacquistare le campagne e disperdervi il nuovo capitale. Non si può ridurre naturalmente l’emigrazione a un equivoco. C’entra anche il bisogno. C’entra l’avventura. Per chi ha mezzi intellettuali. Per chi ha o intravede un mercato – il gelataio, l’occhialaio, il decoratore. Ma anche per i più sprovvisti, specie nei decenni e verso le destinazioni che prevedevano un contratto di lavoro e quindi la traversata gratuita.  C’entra anche la semplice curiosità, di chi vuole andare a vedere le meraviglie che si dicono – sono molti milioni anche gli emigrati di ritorno. Ma l’equivoco ha maggiori responsabilità, ed è l’aspetto nocivo della questione: tanti sacrifici per nulla.  
Andreina De Clementi, L’assalto al cielo, Donzelli, pp. 289 € 27

La donna divorante

Il film, rivisto, è sempre una storia d’amore finita male – la storia del primo amore, della iniziazione. E una lettura ammodernata di Marivaux, che in altri film il regista tunisino si è divertito a rileggere, qui della “Vita di Marianna”. Verbale, come il modello, ma anche fisica: una rappresentazione di voracità, di cibo, baci, masturbazioni, accoppiamenti dettagliati e prolungati. Senza i quali probabilmente, dimezzandone le tre ore, il racconto avrebbe ugualmente retto, se non meglio. Se non che per questo, forse, è stato celebrato e premiato a Cannes. È anche, come gli altri flm di Khechiche, prepotentemente pittorico. La copia è curiosamente assortita al celebre foto ritratto di Man Ray, 1936, “Nusch Éluard e SoniaMossé”, la bella donna confidente e l’artista volitiva. Come nella copia del film. La nuova impressione è di un singolare flop, quasi un autogol, nel suo assunto principale: la rivendicazione della normalità omosessuale.
Il film ne è anche un manifesto, nei dialoghi e nelle insistite scene di sesso. Da film-verità. Ma su questo aspetto cozza con se stesso: la storia è un lungo, lento, perciò più crudele, benché senza coltello, caso di femminicidio tra femmine. Una delle quali è riservata, sfruttatrice, cattivissima.
Il rapporto è intenso e breve. Si consuma al suo proprio calore, si sarebbe detto delle vecchie storie. Adele è una quindicenne, curiosa, anche assetata d’amore. Solo che qui l’esito si anticipa, nell’egotismo assoluto dell’artista che la seduce. Una ingorda avara. La usa, anche come modello, di cui si farà un successo, e la scarica, con durezza. Maschilista pure nella violenza. Quasi che il ruolo fosse ineliminabile, del maschio eterosessuale, anche senza l’organo. Una virago – vir-ago - appena dissimulata nella foja
L’autogol – o è un gol? – è anzi doppio. Una forte misoginia la rappresentazione istiga, la donna trasponendo da madre divorante in compagna divorante.
Abdellatif Khechiche, La vita di Adele


mercoledì 5 novembre 2014

Secondi pensieri - 194

zeulig

Anomia – Con la comunicazione diffusa un libertinismo altrettanto diffuso si impone. Altrettanto confuso, l’autorità escludendo, così come la formazione (la storia, la logica). Ogni forma di conoscenza additando come autoritaria ed escludendo: quella d egli affetti, parentale, quella conoscitiva, della scuola, quella morale, della religione, e la legge, quella politica.
La comunicazione diffusa esclude la socievolezza e la società? Nel nome di un diffuso anarchismo. Confuso, necessariamente. Illuso.

Francesco - Fu francescana prima che gesuita, e più radicale, la svalutazione della volontà o capacità di giudizio personale - il “perinde ac cadaver”. La superbia intellettuale Francesco combatté al punto da imporre per testamento ai suoi seguaci la rinuncia alla cultura. Una forma cosciente di misticismo, e perciò molto intellettuale – filosofica, razionale: la verità e la grazia saranno preminenti sulla ragione nel raggiungimento della verità, ma non per caso o per deriva naturale, bensì per cultura e raziocinio.

Freud – Nella lettera a Romain Rolland per i suoi settant’anni si professa psicopatologo e non scienziato: “Il mio lavoro scientifico si è dato per obiettivo di elucidare i fenomeni inabituali, anormali, patologici, della vita psichica, cioè di metterli in relazione con le forse psichiche che li sottendono e di far apparire i meccanismi che vi sono attivi”. Daprima esercitandosi su se stesso, aggiunge, poi su altri, infine , “in un’estensione audace”, di farne la teoria.

Marx - Si vuole Marx economista e agitatore e non filosofo. E invece lo è, sotto forma di Heidegger, il primo marxista: i tedeschi della rivoluzione conservatrice, che Marx abominavano, se ne sono appropriati i criteri e gli obiettivi, anche se solo in funzione antiliberale. Marx fu economista fantasioso, essendo autodidatta, e politico mediocre, litigioso, invidioso. Il nodo è il corpo, la materia, il mondo. È l’estraneità dell’essere quale è, materiale, che ha nutrito la borghesia, e la chiesa oggi borghese, e le fa ipocrite, quindi stupide.
Già in questo senso il nazismo era marxista. Per essere, come si sa, biologico - materialista. Per la percezione del corpo in quanto eredità, sangue, passato che non passa, con tutto ciò che questo implica di fatale, quindi obbligato. Un Diamat ematologico. Chiunque enunci un affrancamento dalla fisicità senza coinvolgerla tradisce e abiura, è il nemico.
Lo stesso antiumanesimo che Heidegger dichiara è il Diamat. Col popolo e il popolare. L’insistenza sul völkisch, volumi di völkisch, il principio v., l’essenza v., lo spirito v., la voce v., la scuola v., la gioventù v., durante e dopo Hitler, e prima? Una riscrittura di Marx, l’“ebreo tedesco” di Bakunin -  la Prima Internazionale fu rissosa.

Nevrosi È la specializzazione scelta dal medico psichiatra Freud, che ne esce col complesso di Edipo e il romanzo familiare. Strutture psichiche che in seguito universalizza, facendone le forche caudine della psiche umana in genere. Per una nevrosi, non abbastanza curata nell’autoanalisi con cui avviò il tutto?

Opinione pubblica – Si parla di opinione pubblica in epoca borghese. Nella sua conformazione più tipica essa è legata al regime politico rappresentativo, o liberaldemocrazia. In una cultura in cui valori laici, o profani, subentrano alla sacralità del potere, e le forme del cambiamento si moltiplicano, nella tecnica, nel modo di vita, nella morale. È il polmone che articola la dialettica rappresentanti-rappresentati, modernità-passato.
Ma pur esprimendosi più ordinatamente in una fase della società e in un determinato regime politico, è sempre stata attiva nella storia. Nel corso dei secoli, prima ancora dell’epoca borghese, è stata l’unico veicolo di espressione dell’indistinto popolare. L’opinione pubblica ha quindi una s seconda connotazione, popolare, sostanzialmente diversa dalla prima, che riemerge con la cultura di massa.
A lungo articolata e espressa in ambiti ristretti, tra chi sapeva leggere, e sapeva parlare, l’opinione pubblica è divenuta di massa col suffragio universale, lo Stato sociale, l’economia dei consumi, e la pubblicità. Usata correntemente in un’accezione deteriore, come opinione non qualificata e prona a sordidi condizionamenti, l’opinione di massa mantiene tuttavia una forte valenza democratica, non solo perché influisce sulle scelte politiche e di economia di mercato  ma anche perché zavorra il soggettivismo delle élites e le sue propensioni narcisistiche. È un grande stomaco della società, che assimila lentamente i messaggi. Questa ruminazione è importante, in larga misura determinante, in un’epoca d’incertezza, quando la stessa opinione qualificata subisce impennate labili.
L’opinione di massa, d’altra parte, non è naturalmente democratica, ma si alimenta attraverso l’opinione qualificata. Se la dialettica tra giornalismo di qualità e opinione corrente è interrotta o non funziona, si pone un problema anche per la democrazia. Coinvolgendo l’opinione qualificata, però, più che quella di massa.

In epoche normali l’opinione pubblica resta il cuore “democratico” della democrazia per un’altra ragione. La tirannide democratica non viene dietro a nessun’altra per scelleratezza. Ci vuole quindi ujn antidoto all’assolutismo anche in democrazia, e questo è l’opinione pubblica: Una riflessione continua sui tempi prolificanti dell’etica, che pongono scelte sempre vischiose, se non sono ben ponderate.  Cosa a cui può servire il pro e il contro, e l’opinione dei più.

Pedagogia –Una funzione esaurita o svuotata dalla comunicazione istantanea e “totale”, invasiva. In famiglia, a scuola, e nei gruppi di eguali. La morte della pedagogia va in uno con l’anomia. Con l’abrogazione della legge, come di ogni altra indicazione o obbligo che venga da fuori, e quindi “dall’alto”.

zeulig@antiit.eu

L’Eurasia, che paura

Carrère ne ha fatto un reportage eroicomico con “Limonov”, Benoist ne fa la (quasi) filosofia con Alexandr Dugin, ma sempre sui toni irreali, da teatro satirico. Sembra che non ci sia altra Russia che sopra le righe, se non folle..
L’Eurasia è un’idea che è, o avrebbe dovuto essere, il pilastro della terza presidenza Putin. Il quale, subito dopo l’elezione, aveva anche indicato nel 2015 il decollo pratico dell’idea, con un’unione doganale con i paesi del Centro-Asia. In armonia con la Cina da un lato, e l’Unione Europea dall’altro. La Ue la rifiuta, e anzi ha in atto un bizzarro containment della Russia da guerra fredda. Di cui forse non misura l’assurdità: tenere Mosca impegnata in Europa. E questo è quanto – lo stato dei fatti.
Il fondo culturale dell’Eurasia è la comunanza di destino delle popolazioni europee con la “grande madre” Asia. Per una sensibilità umana e sociale che si vuole non mercantilistica. E quindi non “americana”. Il progetto politico è sempre stato russo, poiché vede la Russia come perno della sua proiezione. Ma la teorizzazione geopolitica dell’Eurasia è anglosassone. L’Eurasia è lo heartland  di Halford Mackinder, studioso britannico (1861-1947), diplomatico, geografo, esploratore, alpinista e Nicholas John Spykman (1893-1943). Americano, sociologo studioso di Simmel, e geopolitico, Spykman viene citato nelle storie della guerra fredda come il teorico che consentì la politica di containment. Aggiornò la teoria di Mackinder, dell’Eurasia come  heartland o “isola mondo”, ponendo in rilievo invece l’accesso allo heartland, e cioè il rimland, o bordo esterno di confine, la fascia marittima che delimita l’“isola mondo”. Come zona di scontro e insieme di mediazione. Forte della sua superiorità tecnico-culturale, per una maggiore agilità e apertura mentale, e per maggiori contatti con l’esterno, rispetto allo heartland continentale.
Al termine della guerra fredda Spykman è stato riciclato a tutore di una diversa strategia mondiale. Che avrebbe dovuto vedere ora gli Usa impegnati nel rimland per contenere le spinte egemoniche continentali, della Germania, della Russia, della Cina. Quindi nel Mediterraneo, nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano. Che è quanto sta avvenendo.
Eurasia è la condizione geografica dell’Europa, appendice del continente asiatico. Cui si apparenta, in ambito slavo, una concezione politica, contrapposta all’Occidente. L’Occidente volendosi anch’esso un concerto fondamentalmente geografico: la metà del mondo a Ovest del Meridiano Zero o Meridiano Primo, Greenwich, e a Est dell’Antimeridiano: un’area da cui quasi tutta l’Europa è esclusa. Culturalmente l’Europa, rifacendosi alla classicità greco-romana, si escludeva dal Medio Oriente e tanto più dall’Oriente, e anzi si caratterizzava in opposizione a essi. Pur provenendone con ogni evidenza (linguistica, mitologica, religiosa).
La nozione è resuscitata dalla Russia postsovetica, e in particolare nei quindici anni ormai di governo di Putin. Che effettivamente fa dell’Unione Economica Euroasiatica il perno della sua politica. Con cautela, appunto perché il concetto di Eurasia è in Russia al centro dell’ideologia fascista rinascente sulle spoglie del sovietismo. Attorno ad Aleksandr Dugin.
Dugin, ben conosciuto in Italia attraverso la rivista “Eurasia”, di cui è uno dei pilastri, e le Edizioni del Veltro, che editano la rivista e ne pubblicano le opere ((la più nota è “Fondamenti di geopolitica”), lega la nozione a un movimento di russi emigrati dopo il 1917, e alla minaccia che la globalizzazione rappresenterebbe per tutte le diversità, nazionali, storiche, culturali. Tradizionalista, cultore e seguace di Guénon e Jung, antiliberista e per questo antiamericano, fu uno dei capi del Fronte di Salvezza Nazionale venticinque anni fa contro l’ultraliberismo di Boris Yeltsin. Collaborò alla redazione del programma del nuovo partito Comunista di Ghennadi Zjuganov. Presto si staccò dal Fronte, per fondare nel 1994 un partito Nazional-Bolscevico, con Eduard Limonov. Al quale qualche anno dopo lo lascerà. Sulla base di un manifesto, “La rivoluzione conservatrice”, pubblicato nel 1994, che fa proprie le posizioni  della “rivoluzione conservatrice” tedesca (antihitleriana) degli anni tra le due guerre.
Di dieci anni più giovane di Putin, Dugin ha la stessa formazione, all’ombra dei servizi segreti che portarono alla perestrojika, e poi tentarono di governarla. Nei primi anni Duemila ha fondato vari partiti e movimenti euroasiatici. Da qualche anno ha posto il centro della sua attività a Astana, la capitale del Kazakistan, che il dittatore Nazarbayev ha dichiarato capitale dell’Eurasia.
Un fatto importante, insomma, il nazionalismo panrusso. Ma preso sempre, anche in questo colloquio, dal lato sbagliato, esoterico: minoritario quindi, velleitario sempre, scandalistico, spionistico. È la Russia, e quindi bisogna che le cose siano bislacche, quando non sono feroci. Se il pericolo è Dugin, non si vede perché.
Alain de Benoist, Eurasia, Vladimir Putin e la grande politica, Controcorrente, pp. 142 € 10

La decadenza in campo

Juventus-Olympiakos 7-0: google insiste inopportuno (inopportuna?) a proporre il risultato di dieci anni fa al compulsatore ansioso che segue la partita. Dieci anni? Un mondo fa, ora la Juventus vince la partita per caso, alla fine, dopo aver dato l’impressione sempre di averla persa.
Perché parlarne? Una partita è una partita, cioè niente o poco più. Ma è anche un segno. Non unico né isolato, si prende Juventus-Olympiakos perché è l’ultima vista.
È la partita dell’essere contro il non essere. Questo è anzitutto la squadra italiana. Molle e lenta, sfilacciata, nervosa, senza disciplina. Che perde, rischia di perdere, da un avversario con un palmarès modesto, cui dieci anni fa ha rifilato sette gol, un esito quasi da guinness, pagato oggi un quarto, forse un quinto, del suo monte ingaggi. E che non fa un gioco trascendentale, anzi da maestro di scuola: squadra compatta, tutti insieme avanti e indietro, su una fascia di una ventina di metri, dove si corre di meno e si produce di più. Reattiva sempre.
Il non essere riflette forse Torino. I calciatori della Juventus si muovono come uscendo dal bar Sport di una qualsiasi città di provincia. Torino non è più centrale. Da capitale dell’economia, della tecnologia, dell’industria, dei servizi, della finanza, e in buona misura anche della politica, fino a un paio di decenni fa, è ora una città provincia, coi numeri, e i sensi, dello svuotamento.
E questo è, la partita è anche un segno più profondo. L’Olympiakos è squadra greca, di un Paese disastrato ma combattivo. La Juventus è molle come l’Italia nella crisi. L’inerzia, il fatalismo, e l’orticello privato, privatissimo, di ogni atleta che pensa al suo contratto – i calciatori in Italia sono i più pagati, dopo quelli che giocano in Inghilterra. Che sono i segni della depressione, economica e individuale. E anche i segni della decadenza storica, ha stabilito Santo Mazzarino, lo studioso del fenomeno nell’antichità classica.

martedì 4 novembre 2014

Problemi di base - 203

spock

Mariti martiri?

Coccole, caccole, zoccole?

E le porcellane porcellone?

Essere, sesso, ossessione?

Di amore segno, oppure di umore?

E l’amore di umori amari?

Con la finzione della funzione

È l’honneur du domicile, o l’horreur?

E amici del giaguaro o giaguari dell’amico?

Il refuso rifuso riposa

spock@antiit.eu

L’amore sparito tra i russi dopo la rivoluzione

Lo Zoo è il noto quartiere di Berlino, brulicante nel primo dopoguerra di russi fuoriusciti, poveri e ricchi, chiacchieroni e mutangoli, artisti o truffatori, che fanno buona parte della narrazione, compreso Pasternak. Alla fine Šklovskij alza le mani, si arrende e torna in Russia, dove sarà rispettato e privilegiato sceneggiatore di cinema e filologo formalista, col suo amico Roman Jakobson, riprendendo il filo del giovanile “L’arte come artificio”. Teorico della prosa (“La teoria della prosa”), di “Marco Polo” o del viaggio, e di altre prelibatezze. Ma anche autore di narrazioni sparse come questa, il coevo “Viaggio sentimentale”, “Il punteggio di Amburgo” e altre. E di prefazioni ogni volta diverse a questo libro. Vivendo novantenne fino ad annusare la perestrojka, nel 1984, sempre di buon’umore.
Molti dei suoi russi torneranno con lui in Russia, altri si sposteranno a Parigi, a rinnovare la bohème: Remizov, Némirovsky, Cvetaeva, Berberova tra i tanti, per qualche tempo anche Nabokov. Con loro la non amata Alja di queste lettere non spedite, al secolo Alja Kagan, in arte Elsa Triolet. Che a Parigi c’era già stata prima e durante la guerra, per farsi sposare da un Mr Triolet, un dandy che la portava in vacanza a Tahiti ma non era un letterato. Ritornandoci, si farà sposare trentacinquenne da Aragon, gay e comunista professo – cosa che Alja aborriva: “Come si può essere comunisti? La rivoluzione è terribile”. Si fa fatica a immaginare uno Sklovskij surclassato in amore da Aragon, ma Aragon era Parigi, poeta e scrittore in carriera, che peraltro professerà anche, in poesia, un amour fou per Elsa. Insomma, un gioco del rovescio, un incrocio di rovesci.
Qui l’iperletterato è pieno di molte cose eccetto che della non innamorata. Tutte irrelate tra di loro, e tuttavia convergenti, nell’anima se non nel corpo della narrazione. Come un discorso libero, un flusso di coscienza, di cose viste. Fermo restando, avrà modo di osservare, che certi romanzi, anche d’avventura, sono una variante del gioco dell’oca.
Si ripubblicano periodicamente queste lettere da una ventina d’anni. Di un innamorato in teoria non corrisposto. In realtà di Šklovskij a se stesso, le lettere non sono inviate, la destinataria è una silhouette assente. Una sorta di iperrealismo dell’assenza, in tono con gli assemblaggi e collages che il movimento Dada aveva messo alla moda. Ma forse anche l’unica corrispondenza amorosa postromantica possibile, di sé a se stesso.
Scrivere a se stesso
Non senza ragione: Šklovskij si rilegge meglio per queste prose narrative. Indirette e anzi autobiografiche, una sorta di autofinzione in anteprima. Šklovskij va famoso per aver sancito che “l’arte è sempre libera dalla vita”. O anche: “Parlo a nome mio”, per aver detto, “ma non di me. Inoltre, quel Viktor Šklovskij di cui scrivo probabilmente non sono io e forse, se ci incontrassimo e prendessimo a parlare, sorgerebbero tra noi dei malintesi”. Invece si diverte in nome proprio. A costruire un romanzo d’amore, quindi di relazione, attorno a un vuoto, il vuoto d’amore. Le lettere sono o d’amore o di separazione, spiega alla prima pagina, e avendo io deciso per la forma epistolare scelgo il (non) amore. Uno sberleffo, in realtà, alla destinataria.
La destinataria non c’entra. La sua è anche tutta un’altra storia. Eloisa è ironico, sta per vergine inaffidabile, “una che si è fatta straniera”, ne dirà Šklovskij verso la fine. Alja è sorella maggiore di un’altra Kagan celebre, Lilya, “Lili”, sposata Brik, musa di Majakovkij. Due donne belle e distanti. Due allumeuses. Šklovskij lo fa intendere in trasparenza. Elsa più bella e più brava di Lili, a scuola d’architettura e in casa, aveva sedotto tutto il seducibile, Majakovskij per prima, Šklovskij, Jakobson (dev’essere stata dura), Ehrenburg e Duchamp, prima di Aragon. Una bella a trazione Fiat: “Il fascino principale di una buona macchina”, Šklovskij scrive in una delle lettere, “è il carattere della sua trazione, il carattere del crescere della sua forza. Una sensazione simile al crescere della voce. Molto piacevolmente cresce la voce-trazione della Fiat: premi il pedale del gas, e la macchina ti porta con entusiasmo” - le auto italiane erano reputate a Parigi dopo la Grande Guerra, scriveva il corrispondente Corrado Alvaro, “le migliori del mondo”.
Nobile famiglia di mercanti e musicisti, i Kagan. Una casa piccola per le due sorelle adulte, ma con due pianoforti, e una mamma dall’orecchio assoluto. Due delle tante, le sorelle, muse parasovietiche alle costole degli intellettuali che facevano tendenza a Berlino, Parigi e Londra, tra le due guerre e nella guerra fredda. Da Parigi Alja disdegna Šklovskij pur non avendo altro da fare che infilare collanine, in un alberghetto rue Campagne Première, e a Natale disegnare cartoline. Scrive romanzi elevati, che non si traducono in francese, incoraggia i poeti francesi, traduce in russo Céline, “Il viaggio”, che ancora non era stato in Russia e non aveva scritto il “Mea culpa”. Gor’kij la incoraggiata, che amava le belle donne. Elsa e Aragon saranno a Mosca nei momenti più drammatici, il 1936, il 1948, con  l’eugenetica di Lysenko, il 1953, dei pogrom contro i medici e gli intellettuali ebrei. Sarà Lilja che dalla magione moscovita aprirà a Elsa a Parigi il fascino del televisore e del magnetofono, e di Salinger del “Giovane Holden”.
Tra i bolscevichi, Šklovskij ricorda, i quali vinsero per essere più crudeli, gli intellettuali mostravano forte tempra: spaccavano il ghiaccio, scrivevano orazioni, si accusavano. A Šklovskij fucilarono due fratelli, che amavano entrambi la rivoluzione. I primi bolscevichi, belli, giovani, colti, si presentarono a Šklovskij in aspetto di sbirri: volevano denunciare qualcuno. Sklovskij che era stato di tutte le guerre nell’inferno russo, e quindi di tutte le infamie, in Ucraina sperimentando una dozzina di cambiamenti di fronte in poco più d’un anno, ancora non aveva visto nulla di simile.
Giulietta Greppi ne ha fatto una traduzione dinamica, che Šklovskij avrebbe apprezzato. Aggiungendo brevi note sui personaggi che vi s’incontrano e i luoghi, dettagli ormai necessari. .
Viktor Šklovskij, Der Zoo, o lettere non d’amore. O la terza Eloisa, Meridiano Zero, pp. 158 € 10

lunedì 3 novembre 2014

Il mercato dell’informazione è a buon prezzo

Si vende il petrolio a caro prezzo più facilmente sui giornali che alla pompa. Non è un caso di pubblicità redazionale, anche la redazionale ha un costo. È un caso di superficialità, o stupidità, o corrività. Questa probabilmente è più diffusa: l’opinione segue l’argomentazione dominante, basta darle pezze giustificative con un’apparenza ragionevole..
L’argomento è che il petrolio deve stare a 100 dollari non perché è il suo costo di produzione. Né perche le economie ne hanno bisogno. Ma perché le economie delle compagnie ne hanno bisogno. Per pagare dividendi altissimi. Per pagarsi fra di loro licenze, permessi e giacimenti a prezzi sopravvalutati – con provvigioni percentuali sopravvalutate. Per pagare produzioni marginali che costano molto, come gli scisti bituminosi nordamericani. Perché – assurdità massima – i bilanci dei potentati della penisola arabica e la Russia hanno bisogno di 100 dollari a barile per loro faraonici progetti, militari, immobiliari, religiosi. E il mercato?
Ancora nel 1986 il prezzo di mercato del petroli era sui 10 dollari a barile. E nessuno falliva.