sabato 22 novembre 2014

Letture -193

letterautore

Anonimo – La pratica corrente dei confidenti e pentiti l’ha indebolito. Anche come strumento di polizia – fino a non molti anni fa si insegnava nei Servizi I delle tre polizie come strumento per aprire indagini e colpire nemici. Ma come genere non è mai stato popolare in letteratura, troppo discreditato. De Amicis e Sciascia ne trattarono scandalizzati, da aristocratici della scrittura e della comunicazione.
Di casi letterari si ricordano “La vedova Beffarda” di Carter Dickson, un divertimento sulla pratica, che poi è servito a qualche giallo inglese della serie Barnaby o Poirot, e la storia di Marie de Morell, una tragedia”francese”. Il dicksoniano sir Henry Merrivale discute l’opinione se la lettera anonima non sia genere femminile: “La maggior parte della gente, perfino persone coltissime, crede che il novanta per cento delle lettere anonime sia scritto da donne isteriche. Vero o no?”. Lo fa cioè per ridere: il giallo si svolge su questa falsariga e naturalmente il colpevole poi non è femmina.
Marie de Morell è una ragazza che scrive una serie di lettere anonime, ai suoi genitori compresi, per mettere in cattiva luce un tenente di Saumur, l’accademia di cui il generale suo padre è direttore. La colpa del giovane ufficiale è di non averle fatto la corte, lodando invece la bellezza della madre, di cui la figlia ha il complesso. Dopo qualche tempo, Marie denuncia ai genitori un tentativo di stupro notturno in casa. Si giungerà a un processo celebre, spostato per maggior risalto da Saumur a Parigi, aperto al pubblico benché la “vittima” sia minorenne, Devéria e  Daumier vi assisteranno per documentare le scene madri, in cui il tenente viene condannato, il 5 luglio 1835, dopo cinque udienze. Contro ogni evidenza: la grafia degli anonimi è di Marie de Morell, la finestra del tentato stupro è rotta dall’interno e non dall’esterno, Marie non ha chiesto aiuto né, la governante dormiva nella stanza accanto, i genitori poco più in là. Sulla base di indagini condotte da due giudici istruttori uno cieco e l’altro sordo. E grazie all’influenza degli avvocati dei Morell, Berryer e Odilon Barrot, i più cari e quotati del foro.
La giustizia, nel caso, non sarà da meno dell’anonimo. Quindici anni dopo la condanna, Barrot, divenuto ministro della Giustizia nel governo post-1848 di Luigi-Napoleone Bonaparte, riabilita il condannato, senza riaprire il processo. De la Roncière, il condannato, riprende la carriera militare, e da tenente diviene governatore delle Colonie. Marie de Morell fu certamente l’autrice degli anonimi, e quasi certamente ha messo lei in scena il tentato stupro. Soffriva, si disse già all’epoca del processo, di allucinazioni, con crisi violente vicine alla catalessia. Sarà marchesa d’Eyragues, e avrà quattro figli, senza rimorsi. Il padre aveva lasciato Saumur e l’esercito subito dopo la condanna, schiacciato dai dubbi.

Comunista – Il Battaglia fa derivare la parola dal francese, e il Petit Robert la data al 1842. Il Tommaseo, un ventennio dopo, registra la parola come “Istituzione sociale, o piuttosto sogno d’istituzione in cui i beni materiali fossero tutti ugualmente distribuiti ad arbitrio de’ capi della società”. E commenta: “parole e idea esotica”. Giusti l’aveva recepita immediatamente, scrivendone a un amico: “Comunisti! Figurarsi se in Toscana, con tre braccia di terreno a testa che abbiamo, tanto per farci seppellire, vi può essere mai il comunismo nemmeno di nome!”
Il termine fu equivalente, in origine, a repubblicano e “fuochista” (incendiario). E stava per chi rivendicava le terre comuni, in gran parte di provenienza ecclesiastica a seguito delle leggi eversive, usurpate gratuitamente dai profittatori della manomorta. Ricorda Vincenzo Padula, sacerdote, scrittore e patriota dei moti del 1848: “nei moti del 1848 gli ufficiali del Governo (napoltano, n.d.r.) davano ai liberali il nome di teste riscaldate”, ma i borbonici “per crescerne le reità gli appellarono fochisti e comunisti”. Di nient’altro colpevoli che di “rivendicare ai comuni le vaste tenute usurpate dai grandi proprietari, che non avevano lasciato all’infinita turba dei braccianti un palmo di terra che potessero coltivare”.

Ironia – Si lega alla “tentazione totalitaria”? Sembrerebbe il contrario – l’ironia non è dissacrante? Ma l’atteggiamento di alterità di fronte all’esistente ha portato nel Novecento la triade di eccellenza Céline, Pound, Hamsun al fascismo e al nazismo. Tutt’e tre peraltro oggi politicamente correttissimi, coinvolti personalmente e intelligentemente nelle questioni dell’epoca: Céline nella questione sociale, Hamsun nella natura, Pound nella filologia.

Marx - È uno scrittore, precisamente uno storico creativo. Voleva scrivere, sapeva scrivere, e lo sapeva: “Il vantaggio dei miei scritti”, scrive in vecchiaia a Engels, “quali che ne siano i limiti, è che sono un insieme artistico”.
Rosa Luxemburg trovava il primo libro, “tanto apprezzato”, del “Capitale” “finemente lavorato, rococò, à la Hegel”. Marx avrebbe sottoscritto la critica. Non aveva orecchio e in traduzione viene meglio – con “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, la versione italiana invece di quella sorda originale, si sarebbe potuto dire che anche Marx cominciò con un endecasillabo, lo scattante pentametro giambico di Dante.

Probità – Le “buone lettere” non possono farne a meno, argomenta Leonardo, “Codice Atlantico”, 76 r.a: la buona letteratura ha per autori persone dotate di “probità naturale”. Leonardo dà più credito al letterato probo, anche se poco abile nella retorica, a uno che è abile lettere ma “nudo di probità”.

San Sebastiano – Il santo più rappresentato, dopo san Gerolamo. Un mito, esemplare del culto della bellezza e del mondo che venne col Rinascimento. Rielaborato nel senso della bellezza della giovinezza, della forza fisica, in un mondo chiuso, mascolino – militare – e con significato erotico e fallico evidente. Un adattamento della vera storia per consentire un esercizio pittorico libero del nudo, in chiesa. Del nudo maschile. Tanto più in quanto era stato popolarizzato, fino a tutto il Seicento, come protettore contro la peste – lo sostituì nella mansione san Carlo Borromeo. Terzo patrono peraltro, fino al Quattrocento, di Roma, dopo san Pietro e san Paolo. Ma fu popolare soprattutto nelle Fiandre e in Spagna, più che in Italia. Non sempre giovane e talvolta vestito – fino a Memling, che osò spogliarne il busto.
Il vero san Sebastiano fu salvato da sant’Irene, che lo curò con le sue ancelle. Poi finì lapidato nel Colosseo, e buttato nella Cloaca Massima. Le donne sono scomparse dalla storia. La chiesa lo considera morto per sagittazione, celebrandolo il 20 gennaio – dell’anno 268 – quando il supplizio delle frecce ebbe luogo sull’Appia.
Visse al tempo degli imperatori Diocleziano e Massimiano, e Diocleziano lo nominò capitano della prima compagna delle guardie. Poiché non aveva titolo al ruolo – riservato ai patrizi o agli eroi di guerra – si è supposto che fosse un “favorito” di Diocleziano. Divenne un mito letterario con D’Annunzio, prima che con Mishima: “Il martirio di san Sebastiano” è celebrazione sadomasochista – “bisogna che ognuno uccida il suo amore, prima che esso riviva sette volte più ardente”, col santo martirizzato dai suoi stessi compagni. Prima c’era solo negli Atti di san Sebastiano, del V secolo, falsamente attribuiti a sant’Ambrogio.

Sherlock Holmes – È diventato una sherlockiana, una collana mensile di falsi. E forse questa è l’attrattiva del personaggio: di rendere il falso vero. Attraente, possibile, verosimile nell’inverosimile. Nel nome della verità, naturalmente.
Il giallo è più materia di ordinario inverosimile (straordinario) che di verità. Questa è accessoria – nel noir può non esserci, la violenza copre tutto. Nella rassegnazione naturalmente - il noir ha gusto amaro.

Spesa pubblica – L’1 febbraio 1865 il poeta patriota Vincenzo Padula già lo sapeva: “La Camera si scinde in partiti, il giornalismo salariato sostiene il ministero a furia di bugie, si fa molto rumore per un nonnulla, da un progetto ne succede un altro, le ambizioni mirano non al bene del paese ma a carpire un portafoglio, e tra mille passioni tempestose che scoppiano nell’arena parlamentare la cassa dello Stato si trova vuota alla fine, e il come se ne ignora”.

letterautore@antiit.eu

La leggenda nera dell’Aspromonte

Un caso peculiare del racconto che crea la realtà: l’Aspromonte è vittima consenziente e quasi goduriosa del titolo che lo celebra. Cupo, afflittivo. Quasi verista in ritardo – e fuori delle corde di Alvaro. Si è imposto come un reportage, e come tale si rilegge – anche se solo nelle scuole. Creando una immarcescibile leggenda nera dell’Aspromonte, montagna gentile.
Ha segnato la narrativa meridionale, il genere se non sono brutti e sporchi non li vogliamo: i Rea, Scotellaro, Nigro, Jovine, Strati, molta Sardegna, lo stesso Silone come Alvaro cosmopolita. E molta narrativa post neo realista, Morante, Parise. Si fosse fermato a questi racconti, Alvaro sarebbe peraltro “l’eterno esule” che diceva Pampaloni. Tanto più per identificarsi, nel mezzo del racconto-romanzo del titolo della raccolta, nell’allievo del san Giuseppe de Merode, benché rifiutato dall’istituzione: il buon borghese del Risorgimento e l’Italia unita. Con la deprecazione d’uso: “In questo paese anche la pioggia è nemica”,  “È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere”. Tanto più, ancora, per essere forte scrittore. Ma, allora, uno che fa torto a se stesso, poiché ha altre frecce al suo arco.
 “Gente in Aspromonte”, prima di diventare il marchio d’infamia della montagna, era stato un grazioso elzeviro, il primo di Corrado Alvaro sulla “Stampa”, il 14 gennaio 1927, più in armonia con la natura dell’Aspromonte: un eremita e il suo aiutante sono beneficiari e vittime, con la forte ironia dei luoghi, dei portenti che promettono e non sanno produrre
Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte

venerdì 21 novembre 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (226)

Giuseppe Leuzzi

Luca Ricolfi stima sempre in 50 miliardi il flusso annuale di risorse dal Nord verso il Sud e Roma. Oggi come nel 2010. Ma è la vecchia cifra è di Draghi, che da presidente della Banca d’Italia nel 2008 si prendeva la briga di valutare in 3 punti di pil “l’afflusso netto verso il Sud di risorse intermediate dall’operatore pubblico”.
Ora che il pil è diminuito, non sarà diminuito anche il flusso annuale di risorse dal Nord verso il Sud.
Ed è un flusso netto, al netto di quanto il Sud paga senza ritorno?

I Carabinieri, che si erano già segnalati per i video della Madonna di Polsi mafiosa, e per l’inchino della Madonna di Tresilico al boss, hanno immortalato gli ‘ndranghetisti in cascina in Lombardia, a giurarsi fedeltà nel nome di Mazzini, Garibaldi e La Marmora, pena il cianuro. Ora, nessuno ‘ndranghetista si è mai suicidato, nemmeno col cianuro.

E La Marmora? Chi è costui? Quale La Marmora?
Dice: sono massoni. Gli ‘ndranghetisti giurano per Mazzini, Garibaldi e La Marmora perché erano massoni. Gli ‘ndranghetisti sono andati a scuola, che sanno tante cose? O sono massoni. E gli intercettatori no? Quelli che le intercettazioni diffondono, se non quelli che le fanno.

Le processioni di Marx
Le processioni. Come non si è guardato ad esse con l’occhio di Marx, in questo caso acuto? Marx bollava la religione come “l’oppio dei popoli”, è risaputo. Ma in senso buono, come l’ultima risorsa dei deprivati. Ecco cosa diceva esattamente, nella “Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico”: La religione è il singhiozzo della creatura oppressa, l’animo di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione di vita priva di spiritualità. È l’oppio dei popoli”.
Per Marx la religione popolare aveva una valenza positiva. A Feuerbach, che la religione riduceva a  frutto di una coscienza capovolta del mondo, e quindi la voleva finita nel mondo tecnico e democratico, Marx aveva obiettato già nel 1844 che essa sarà pure un inganno che l’uomo opera su se stesso, ma è una consolazione e una promessa di verità..Ma già Shakespeare l’aveva detto nel “Re Lear”, che “ormai nessuno vede più miracoli eccetto gli infelici”, e il popolo di Marx non vuole essere infelice.

Si pratica la magia al Sud
Non c’è solo una letteratura del Sud – mentre non c’è del Nord, malgrado gli sforzi di Dionisotti e Mauri. C’è anche un magia del Sud, De Martino ne era convinto. Ma subordinata. Magia nel senso di pratiche magiche. Come materia folklorica. Etnologica. Antropologica. Subordinata nel senso di Gayatri Chakravorti Spivak e dei suoi “subaltern studies”. La metodologia di alcuni storici indiani degli anni 1980, che rilessero la storia dell’India dal punto di vista della “subalternità”, cui Gramsci aveva accennato nelle “Note sulla storia d’Italia”, mediata da Edward Said.
L’egemonia moderata dominante nel Risorgimento Gramsci aveva arricchita col riconoscimento della capacità di dominio culturale degli stessi moderati, Cavour naturalmente in testa. Con Gramsci, e con Foucault, Derrida e Barthes, i subaltern studies avevano concluso rapidamente che il padrone vince sempre, perché ha e dà le parole, racconta la storia. Con la coscienza maliziosa, da parte di Spivak: “Io scrivo, naturalmente, all’interno di un luogo nel quale si lavora per la produzione ideologica del neo colonialismo anche se sotto l’influenza di pensatori come Foucault”. Concludendo col “mostrare le complicità tra il soggetto e l’oggetto della ricerca – tra il gruppo dei Subaltern Studies e la subalternità”. Che non è un paradosso.
Resta inalterata l’esigenza di Gramsci: “Le classi inferiori” devono “conquistare l’autocoscienza attraverso una serie di negazioni”. De Martino lo faceva attraverso una serie di affermazioni. Lusinghiere, se si vuole: la fascinazione è comunque un segno di vita e forse una risorsa. Ma dove si incontra? Quella ricerca era di foglie secche, già sessant’anni fa. La subalternità, già in Gramsci, è l’introiezione della dipendenza.
Quanto alla magia, bisogna infine rendere giustizia al Nord. Essa era ed è ben viva al Nord, sotto le specie del satanismo. Con messe nere e circoli iniziatici. Con morti anche.

Il condono mafioso 3
Se si vuole creare, ingigantire, irrobustire le mafie, bene, è quello che si fa. Celebrandole molto e colpendole poco e tardi. Non negli interessi principali, la droga, la finanza. Gli arresti di balordi corredando di giuramenti, iniziazioni, riti, devozioni, santini, “pungimenti” e altre messinscene ancora più balore.i ancora più balordi. Nonché di conferenze stampa celebrative, e di storie, sociologie, interviste magnificatrici, di assassini e pentiti. Di testimonianze  prese sempre per buone e eccellenti. Soprattutto se a carico dei propri nemici – un uomo politico, un uomo d’affari, un inquirente, concorrente nella carriera, un giornalista concorrente nella confidenza, un avvocato, qualche vescovo (i vescovi ora non più, con papa Francesco).
È evidente che i Carabinieri hanno videoautori molto buoni, ma uno non sa se congratularsi. Perché mai la mafia ha prosperato tanto, e tanto invasivamente, come in  quest’epoca di antimafie istituzionalizzate e ridondanti. E di pentiti, che pure sono migliaia. E forse meglio che video autori sarebbero stati agenti dell’ordine. Un Messina Denaro si cattura e basta, non si lascia sfuggire alla cattura una, due, dieci volte, a dieci, venti o cento inquirenti messinadenarologi, primula rossa, robin hood, mago houdini.
I vaniloqui di Riina, con  sconosciuti messi alle sue costole in cella, condurrebbero a chiedersi: tutto qui? E invece l’estorsione non si punisce subito, e amen. No, s’interviene dopo venti e trent’anni, quando è diventata pratica abituale, con atti d’accusa magari di cento e mille pagine, ma quando i soldi sono scomparsi, e i morti hanno fatto catasta.
Oltre che per l’abiezione, Riina fa paura per la stolidità: non sembra capire molto di quello che dice. Ma questo è l’uomo che ha fatto tremare lo Stato. Uno il cui cervello è solo nella potenza di fuoco, degli altri per di più. Ma, è vero, indisturbato: lui può mettere le bombe, lo Stato no. E anzi deve difendersi dai riinologi: estimatori, compagni in cella, intercettatori, scoopisti. Questo è vero: la mafia crea ricchezza, dà lavoro.

In “L’assalto al cielo”, una raccolta di studi sull’emigrazione, la storica Andreina De Clementi pone “le complicità dei contesti”: “Perché negli Usa proibizionisti degli anni trenta sì, e in Canada o in Australia o in Francia no?” È vero e non lo è: lemigrazione è varia, per provenienza, destinazione, epoca, e quindi si compone di realtà diverse, che variamente si sovrappongono. Ma a proposito dell’insorgenza mafiosa si può testimoniare che proprio in Canada, Australia e Francia essa si manifestava ancora di recente. La grande differenza, più che nel contesto, stava nellapproccio.
Attorno al 1980, a Reggio Calabria, indagando sui rapimenti di persona, il comando dei Carabinieri aveva ricostituito, stante il segreto bancario in Italia, le diversificazioni finanziarie di cui alcune mafie erano già specialiste attraverso i contatti australiani o canadesi, di parentela o paesanità. E in almeno un caso, i Pesce di Rosarno, in Francia. Una rete dettagliata dei movimenti di denaro con persone e banche della Locride e della Piana di Gioia Tauro era stata ricostruita grazie alle segnalazioni delle polizie di Canada, Australia e Francia. Che però si guardavano bene dal farne un fenomeno speciale. Diverso era - è - l’approccio.
Non dovendone fare terreno di bagarre politica, l’apparato repressivo di quei paesi non indulgeva in società segrete, cupole, associazioni e concorsi esterni, ritardando di decenni e di generazioni la punizione del crimine, bensì colpiva subito i rei. Molto più semplice, e anche produttivo.

leuzzi@antiit.eu

Leonardo faceva il verso a Dan Brown

Dan Brown e il “Codice da Vinci” non cessano di fare vittime, tra esse lo stesso Leonardo. La Biblioteca Vaticana, la Liberia Editrice Vaticana, e Sabrina Sforza Galitzia quattro anni fa ne proposero una versione autentica, rintracciando il codice segreto nell’arazzo ai Musei Vaticani che riproduce il Cenacolo di Milano – “Il Cenacolo di Leonardo in Vaticano. Storia di un arazzo in seta e oro”. Leggendone la raccolta francese non si sa che pensarne. Ci sarà la guerra mondiale, senza codici senza limiti, (“si vedranno sulla terra creature che senza posa si combatteranno, con grandi perdite e morti da una parte e dall’atra”). Ci sarà lo schiavismo – c’è già stata la scoperta dell’America: “O città dell’Africa! I vostri propri figli saranno fatti a pezzi nelle loro stesse dimore, dai più crudeli e feroci animali dello stesso paese”. E anche la crisi demografica, perché no: “La natura desidera sterminare la razza umana, come essendo inutile al mondo e distruttrice di ogni cosa creata”. E c’è naturalmente il Leonardo visionario precursore, dell’elicottero, della nave a vapore, e ora di internet. A leggerlo, è più che altro apocalittico, in ogni materia, api, formiche, montoni, ghiande, castagne, cielo, acqua, aria.
La mostra dell’Ambrosiana quest’anno ritorna al Leonardo classico, mettendo in relazione il “Codice Atlantico” col “Trattato della pittura”. Sui quattro temi principali: la tecnica della pittura, l’ottica e la prospettiva, la figura umana (proporzioni, anatomia, movimento), le luci e le ombre col colore e la pittura del paesaggio. Due anni fa (11 dicembre 2012-\10 marzo 2013), la mostra “I diluvi e le profezie” puntava anch’essa, seppure più con le figure che con i ragionamenti, sul profetismo del presunto “codice” segreto. Ma le profezie definiva “satiriche”, nel contesto storico di Fini Secolo, fine Quattrocento, “percorso da un pessimismo apocalittico”. Quasi che, si potrebbe dire, facesse il verso in anticipo al fortunato bestsellerista. Nel “Codice Atlantico”, 155 r. a, Leonardo stesso si fa un programma di “profezie”: “Tratta dapprima degli animali ragionevoli”, e poi a scendere altri sette temi via via meno importanti – ottavo e ultimo “le cose filosofiche”.  
La mini-raccolta francese è però assortita di due molto più vaste sezioni di “Pensieri” filosofici e di “Aforsimi”, ben più leonardesche. Confermando, con questo ipertascabile, la fortuna sempre viva di Leonardo oltralpe . Che da noi è confinato – era, ora non più – alla pubblicità di Telecom. In francese  è possibile leggerne anche due volumi di “Taccuini”. Questo volumetto contiene anche estratti “inediti”, delle collezioni Leicester e Forster..
Léonard de Vinci, Prophéties, Folio, pp. 115 € 2
Il Trattato della Pittura, tracce e convergenze, 9 settembre-14 dicembre a Milano, alla Pinacoteca Ambrosiana e nella Sacrestia del Bramante (Santa Maria delle Grazie)

giovedì 20 novembre 2014

Fisco, appalti, abusi (61)

Equitalia deposita alla Casa Comunale di Roma la vostra multa, insieme con 9.991 altre, un certo giorno di fine luglio, senza darvene comunicazione. Dopodiché tre anni dopo, vi chiede il doppio della somma. Senza nemmeno incorrere nel divieto di usura, nonché di truffa - il doppio lo conteggia a vario titolo, indennità, compensi etc. Ben congegnato, se non fosse una società di Stato, e comunque soggetta alla legge.

Anche la multa che è all’origine dell’atto ingiuntivo di Equitalia può non essere mai stata notificata. All’Ufficio Contravvenzioni di Roma Capitale è pratica corrente. Dopo un congruo periodo di tempo, lasciato passare per cancellare la memoria, mediamente tre anni, la multa verrà passata all’esazione raddoppiata. Come far fruttare un bene intangibile, una multa stradale - magari contestabile. Ingegnoso anche questo, ma non è un furto con violenza?

Andrea Garibaldi ha, sul “Corriere della sera-Roma” del 19 novembre (“Poste, i sogni e la realtà”) gli avvisi mai recapitati di una raccomandata non consegnata. Questa non è una novità, ma è ora pratica corrente a Roma: il postino delle raccomandate passa e non lascia avvisi – ma non passa, ha un secondo lavoro. Il destinatario finisce così nella rete di Roma Capitale, Ufficio Contravvenzioni, e quindi di Equitalia. Nelle raccomandate, questi sì recapitate, che raddoppiano e triplicano la multa.
Inefficienze? A caro presso per i destinatari, a volte carissimo. Ma è inutile protestare con le Poste, Garibaldi spiega in dettaglio.

Ma perché non potrebbe essere un complotto, sempre per far fruttare un bene intangibile, seppure tra ladri? Almeno sembrerebbe una cosa intelligente. Un complotto tra Vigili Urbani, Poste e Equitalia: c’è nulla di più antipatico - in uno Stato legalitario si direbbero altrimenti?

Si è impunemente sollecitati a connessioni con le numerazioni satellitari, 0016, 0011, etc, costosissime e di  nessuna utilità se non per il dialer, senza che mai la polizia postale pensi di intervenire. Né la carissima Autorità Garante delle Comunicazioni.
Per la Befana del 2010 l’Autorità aveva disposto il blocco automatico di queste chiamate. Ma era forse uno scherzo – avrà confuso la Befana col Carnevale.

Si è disturbati diecine di volte giornalmente dai dialer satellitari, e i non accorti truffati. E sollecitati da innumerevoli call center, diecine di volte giornalmente, con offerte farlocche di tariffe telefoniche, luce e gas. Chiamano in automatico, grazie al non piccolo mercato degli elenchi della concorrenza, che si penserebbero riservati. Che vengono scaricati dalla reti, Terna, Snam, Telecom – o da esse venduti? Senza che le Autorità della Comunicazione e dell’Energia, o il Garante della Privacy abbiano nulla da ridire. Si è assediati e truffati nel nome del mercato e della protezione del consumatore.

Un pacco spedito con Poste Italiane cambia tre uffici postali nella città di spedizione (Bologna) e tre nella città di destinazione (Roma). La logistica non è stata ancora inventata.

Sda-Poste, per gli stessi pacchi che girano per sei uffici in due città, offre il tracciamento automatico. L’entrata e uscita dagli uffici il tracciamento segue al minuto. La notizia della consegna la dà due giorni dopo. Sda-Poste se ne separa a malincuore? 

Si proclamano a Roma, e in altre città, due o tre domeniche a piedi d’inverno contro l’inquinamento atmosferico. Senza effetto, si sa, tanto più quando piove. Ma bisogna giustificare, coi disagi per tutti, quando piove non si può andare nemmeno a piedi o in bici, gli onerosi stipendi e costi di gestione delle varie strutture ambientali. Che ora difendono le domeniche a piedi come un fatto pedagogico. Alla bestemmia?

La via di fuga non è Keynes

Il punto più drammatico è quando il Renzo Fubini del titolo, prozio dell’autore, giovane, brillante economista, viene attirato fuori casa in valle d’Aosta con un trucco dalla polizia fascista, a fine 1944, a guerra finita, sulla base di un anonimo che lo denuncia in quanto ebreo, e deportato a Auschwitz, in tempo per morirvi quando l’Armata Rossa liberatrice era alle porte. Ma non lo è, anche qui Fubini crea un anticlimax: ciò che gli interessa è ragionare. Su questo come sugli altri reportages che si intrecciano: i sinti dei cinque palazzoni sventrati di Catanzaro che rispondono allo stesso numero civico, vile Isonzo 222, massa di manovra elettorale decisiva, a 50 euro a crocetta; i nazionalisti razzisti greci di Alba Dorata, una sorta di Nuova Europa, a Nicea, il posto del concilio, dove il capotribù, pittore fallito come Hitler, conciona contro il complotto ebraico e regala un trancio di tonno a famiglia; il monetarismo tra le due guerre, nell’analisi di Albert O. Hirschmann, studente a Trieste di Renzo Fubini, e quindi si presume dello stesso Fubini. Anzi, non gli interessa nemmeno ragionare, ma esporre e far agire i pezzi del puzzle o i lego della costruzione disastrosa che tutti sanno, tutti vedono, e nessuno previene o corregge, allora come oggi. Come se la via di fuga in realtà non esistesse, le catastrofi fossero ineluttabili anche se annunciate. 
È più, di fatto, una “storia” della crisi. Una storia che Fubini vuole interessante per il dibattito economico che sottende. Anche perché Einaudi non protesse il suo allievo - non lo avvertì, è stato detto, del pericolo imminente - ma questo Federico Fubini non lo dice, e Renzo sicuramente non lo pensava, anche perché sapeva bene da solo cosa succedeva. La “storia” è più dei Fubini economisti, testimoni della crisi. Quella che Renzo sperimentò e studiò in America, dove si trovava nei primi anni 1930 con una borsa della Rockefeller Foundation, inviato da Einaudi, e quella di oggi, esplosa con la Grecia. Federico Fubini la rintraccia da giornalista economico, ma più attento alle dinamiche politiche e sociali che alle questioni di potere, politico, manageriale o accademico. Con molte pagine sul keynesismo contro il liberalismo – anche se Keynes si voleva liberale.
Non ce ne sarebbe materia: Renzo Fubini, a quel che si deduce, non è Hirschmann, e non era contro Einaudi. E i mezzi migliori per uscire dalla crisi sono sicuramente dell’uno e dell’altro tipo, keynesiani (spesa pubblica) e liberali. Renzo Fubini negli Usa senz’altro lo avrà saputo. La discussione è piuttosto un segno di vivenza nell’apatia che sta sommergendo l’Italia e l’Europa. La crisi del 1920 fu vinta con una politica ultraliberale. Alla crisi successiva al crac del 1929  si rimediò anche con misure di spesa pubblica – compresa la vantata Tennesseee Valley Authority, molto famosa in Italia per via della Cassa del Mezzogiorno che vi fu modellata, che però ebbe un ruolo ritardato nel tempo e marginale, limitato territorialmente. Ma il liberismo ha avuto miglior effetto del keynesismo, andrebbe aggiunto.
Il crac del 1920 fu vinto in pochi mesi, già l’anno successivo l’economia Usa galoppava. La grande depressione degli anni 1930 si segnala invece non tanto per la profondità del punto di crisi quanto per la lentezza con cui gli Usa recuperarono, per il misto di misure liberali-statali con cui se ne tentò la soluzione. Per un più di democrazia, o di malintesa giustizia sociale. Nel 1929, alla vigilia del crac, la quota di ricchezza dei più ricchi si era notevolmente ristretta rispetto al 1920, benché in un mercato liberista. E si può continuare col crac del 2007, che gli Usa hanno riassorbito prontamente con la nazionalizzazione-privatizzazione delle banche, a costo quasi zero per le stesse banche - un enorme indebitamento pubblico, sui trenta punti di pil, a favore del mercato. Con l’effetto di dimezzare subito la disoccupazione.
Più interessante è, in filigrana sul racconto di Federico Fubini, il ruolo dei due liberalismi, quello ortodosso di von Hajek-Einaudi e quello di Keynes, in rispetto alla libertà. O al totalitarismo. Su cui, anche qui, qualcosa va aggiunto. La colpa di Einaudi sarebbe stata in realtà di essere rimasto “ancorato alla visione classica di von Hajek”, in pace e in guerra. Ma in guerra von Hajek fu personalmente attivo contro il totalitarismo come e più di Keynes. Mentre in pace è dubbio che sia stato il keynesismo l’antidoto alla grande depressione, se non appunto per il ruolo, limitato, della Tennesseee Valley Authority. Lo stesso Keynes lo dice.
Nella prefazione all’edizione tedesca, datata 7 settembre 1936, Keynes presenta la “teoria generale” come un rivolgimento da lui attuato rispetto ai principi dell’economia classica, fino ad Alfred Marshall, di cui era stato allievo e aveva praticato per anni la dottrina. E lamenta di essere per questo poco seguito o capito nelle economie classiche “di libera concorrenza e di prevalente laissez-faire”. In Germania invece si aspetta di più. Un paese i cui economisti, scrive, sono sempre stati critici rispetto all’adeguatezza della teoria classica al mondo contemporaneo. Ma senza trovare una teoria alternativa. Quella che più avrebbe potuto riempire il vuoto, del Wicksell, continua Keynes, era piuttosto seguita dagli studiosi di Svezia e Austria, e “questi ultimi integravano le sue idee con la teoria tipicamente austriaca, in modo da ravvicinarla alla tradizione classica”, ricardiana. Keynes ritiene improbo il compito di “superare l’agnosticismo economico tedesco”. Persuadere gli economisti tedeschi che “i metodi di analisi formali” possono contribuire all’economia di fatto, contemporanea. Ma, si dice ,”dopotutto, l’amore della teoria è tipicamente tedesco”, e dunque confida. Un ultimo ostacolo è che la teoria generale è costruita su casi, esempi e bibliografia “principalmente con riferimento alla condizioni esistenti nei paesi anglosassoni”. Ma non dispera: “Cionondimeno, la teoria complessiva della produzione, che questo libro si propone di offrire, si adatta assai più facilmente alle condizioni di uno Stato totalitario di quanto lo sia la teoria della produzione e della distribuzione di un volume dato di produzione, ottenuta in condizione di libera concorrenza e di prevalente laissez-faire”.
Federico Fubini, La via di fuga. Storia di Renzo fubini, Mondadori, pp. 221 € 17,50

mercoledì 19 novembre 2014

L’Opera comica di Roma

Per migliorare i conti dell’Opera di Roma, invece di moltiplicare le rappresentazioni e i biglietti, il sindaco Marino e il suo supermanager Fuortes hanno licenziato il coro e l’orchestra. Come il famoso marito che a dispetto della moglie se li tagliava. Dicendo che per divertirsi si sarebbero messi una protesi: avrebbero fatto la stagione in outsourcing, prendendo l’opera qua e là. Come se costasse meno. Mentre si tenevano i 350 amministrativi. Da pagare a debito, poiché hanno fatto saltare la stagione e gli abbonamenti..
Ora hanno riassunto il coro e l’opera. Congratulandosi: “La fermezza paga”. Cioè, si sono riempite le casse? Senza più Muti, che assicurava gli abbonamenti e gli esauriti, senza una stagione, e senza nessuna tranquillità del personale artistico.
Tutto questo, il licenziamento, la riassunzione e le fermezza col plauso costante delle cronache romane, al “Messaggero”, a “Repubblica”, al “Corriere della sera”. Per obbedienza di partito? Il partito della “Roma ladrona”?
Si discute se Renzi non sia un corpo estraneo al partito Democratico e alla sinistra. Ma forse è un anticorpo: senza di che altro se ne direbbe? O un cache-sex: senza non sarebbe un bel vedere.

Il matriarcato è un sogno

È la riedizione della scelta operata da Maria Piera Candotti vent’anni fa, in chiave femminista, nella congerie di rifacimenti e ampliamenti cui Frazer sottopose il suo opus magnum. Per dire, paradossalmente, che il matriarcato non esiste. È un’evoluzione, ammette lo studioso, dal comunismo sessuale primitivo, ma niente più. Ricorda alcuni casi, delle isole Pelew, e della tribù dei Khasi, nel Malayam, provincia nord-orientale dell’India, entro l’Assam. Che ripetono le strutture note dell’Egitto dei faraoni: clan esogamici matrilineari, la madre sola proprietaria, eredità avunculare, le antenate privilegiate nei culti sugli antenati, divinità femminili a protezione della casa, culti e profetismi femminili. Ma è e resta maschilista.
Questi casi Frazer registra come rarità. La “regola generale” è che “la società è stata in passato e – poiché non muta l’umana natura – sarà con ogni verosimiglianza anche in futuro governata soprattutto dalla forza maschile e dall’intelligenza maschile”. Ci sono eccezioni, ma “la teoria di una ginecocrazia è davvero un sogno di visionari e pedanti”. La stessa predominanza di divinità femminili, tra i Khasi e altrove, è creazione maschile: le grandi religioni sono creazioni maschili.
Si può dargliene credito considerando le sopravvivenze, a Bagnara in Calabria, nella Sardegna barbaricina, nello stesso progressista stato indiano del Kerala, oggi come un secolo fa nelle ricerche di Paul Lafargue, tra i Nair. Ma questa fenomenologia, sociale più che religiosa, non è nelle corde di Frazer. La curatrice ha estratto questi testi dall’edizione 1907-1912, la terza, in dodici volumi, del “Ramo d’oro”, più il supplemento aggiunto nel 1937. Sono testi che non si trovano tradotti nell’edizione ridotta, approntata da Frazer nel 1922, e poi servita per le traduzioni. In italiano si edita sempre quella dell’editore romano Stock del 1925, opera di Lauro de Bosis, lo scrittore che insegnava italianistica a Harvard, dove è ricordato con una cattedra, e morirà nel 1931 a trentanni nel mare della Corsica, inseguito dagli areei di Balbo, dopo un volo-beffa su Roma con lancio di manifestini antifascisti. L’edizione Stock sarà ripresa da Pavese nel 1950 per Einaudi, e dal 1965 da Boringhieri. Questa edizione mette insieme pagine tratte dal secondo volume dell’edizione integrale, “Adonis, Attis, Osiris”, quarta parte, e dal supplemento del 1937.  
Di più questa scelta dice indirettamente su Frazer. Lo studioso scozzese è più una figura di autodidatta. Alla maniera dei grandi repertoristi americani di quegli anni, quali Charles Lea (celibato dei preti, confessione obbligatoria, inquisizione), Alexander Del Mar (storico e critico della economia), James Ford Rhodes, specie diffusa tra fine Ottocento e primo Novecento. Mauss, Lévi-Srauss e Wittgenstein ne fanno un “letterato”, uno convincente. A prescindere dalla verità di ciò che assume.
James G.Frazer, Matriarcato e dee-madri, Mimesis, pp. 98 € 5,90

Stupidario ambrosiano

Non si capacita Stella sul “Corriere della sera” che i ricercatori italiani diventino professori all’estero. Perché reputa le università italiane peggiori di quelle turche. La graduatoria la prende da un Times International. Di New York? Di Londra? Un Times qualsiasi?
Sono peggiori di quelle turche eccetto la Bocconi – che può pagare.

“Siamo pessimisti, ci mancano i sogni”, getta l’allarme Severgnini su “Sette”. È il motivo è questo: il rapporto Prosperity Index del Legatum Institute, mettendo a confronto 142 paesi colloca l’Italia al 132mo. La domanda era: “È un buon momento per cercare lavoro?”
E il Legatum Institute?

L’Italia è il paese dove si sta peggio, troppo stress- fa peggio la Polonia. È la classifica del “Corriere della sera” “secondo l’ultima ricerca europea”. I più sereni sono i danesi e gli svedesi.
O non potrebbe essere un’ultima sfida protestanti-cattolici?

Umberto Veronesi: ”Liberalizzare la cannabis, è innocua”.

Id.: “Se si deve ricorrere al proibizionismo, significa che abbiamo fallito nella nostra azione educativa”.

Id.: “Dopo Auschwitz, il cancro è la prova che Dio non esiste”.

martedì 18 novembre 2014

Una politica estera per l'Europa?

Uno Stato palestinese, contro le tergiversazioni di Netanyahu, e una politica di buon vicinato con la Russia. Che la Ue abbia, o voglia, una politica estera e di difesa? Dopo averla osteggiata per un decennio, la Germania unitamente alla Francia e alla Gran Bretagna. Sarebbe una novità non da poco, di peso politico non inferiore alle convulsioni della politica di bilancio e monetaria, bisogna aspettare per vedere.
Mogherini non è sola. Angela Merkel è anche lei contro la politica aggressiva antirussa, di cui elenca preoccupata i troppi fronti: Ucraina, Moldavia, Georgia e “i Balcani occidentali”, tra Bosnia e Skropska. Non  è un allarme eccessivo. Che la Bosnia islamica sia schierata col militantismo antioccidentale non è dirimente. Non con gli Usa, apparentemente, e nemmeno con Francia e Gran Bretagna. Il fronte dell’“armiamoci e partite” delle tante guerre che ha scatenato ultimamente, in Libia, Siria e Ucraina, e l’Europa ha pagato e paga – oltre naturalmente a quello che pagano gli ucraini, i libici e i siriani. Il fronte degli arsenali da guerra da smaltire, e dell’industria bellica di alimentare.
Se Mogherini dura
Mogherini, se dura, avrà anche modo di riscontrare che non c’e una singola azione che gli Usa abbiano intrapreso dopo la caduta del Muro, che non abbia danneggiato l’Europa. Tutti i fronti aperti sono europei, e nelle aree limitrofe in paesi di primaria importanza per l’Europa, dalle guerre del Golfo a quelle dei Balcani e alle primavere arabe. Per le fonti di energia, per il contagio terroristico, per la tratta degli immigrati. Anzi, ancora prima del 1989, già dal 1973: la cosiddetta guerra del petrolio mise in ginocchio lEuropa e risollevò leconomia americana, reduce dall'inconvertivbilità del dollaro, quansi una dichiarazone di insolvenza. Una “guerra” scatenata dall’Arabia Saudita e dall’Iran, allora anch’esso suddito fedele degli Stati Uniti. Contro la “Fortezza Europa”, di cui il conio è americano.

Hamsun paranoide

Un Hamsun inedito, in questi racconti e bozzetti dispersi, pubblicati su giornali norvegesi, danesi e americani, recuperati dopo la morte dello scrittore dal critico norvegese Lars Frode Larsen, subito tradotti sessant’anni fa, e poi abbandonati. Scritti nel pieno della maturità letteraria di Hamsun, tra il 1884 e il 1906, ma non collimanti col calco whitmaniano che è la sua maschera postuma, di uomo semplice di campagna, ispirato dalla natura, spirito anarcoide, irriducibile all’autorità, e alla piattezza della vita urbana e borghese. La raccolta ne conferma la qualità di scrittura, ma in un altro quadro. Di giovanissimo iperletterato. E accidioso. Pieno di tic molto urbani, e anzi paranoide.
I primi racconti sono del letterato ventenne “determinato raggiungere il successo, sicuro del proprio talento”, come nota nella perfetta presentazione Fulvio Ferrari. Sono successivi ma fissano quell’esperienza, dunque caratterizzante per lo scrittore. Un ventenne che ha già pubblicato due romanzi, “Il misterioso” e “Biørger”, e un poema, “Un rincontro”, è disceso dal Nordland alla capitale Kristiania (Oslo) per farsi un nome, e a questo fine gira i giornali e organizza conferenze sui migliori nomi su piazza, Strindberg, etc.
Una raccolta sempre da leggere, seppure ineguale. Ma curiosa. Smentisce la favola di un Hamsun uomo della natura e quasi naïf, anarchico individualista e beffardo, che è venuta buona nella posterità per esorcizzare il suo nazionalismo pangermanico, e infine l’ubriacatura per Hitler. C’è il risentimento ancorato all’ironia. Il racconto lungo “Il mio compagno di viaggio” è anzi da paranoia. Non ingiustificata nell’economia del racconto. Ma anch’esso, come un po’ tutti i racconti e i bozzetti della raccolta, intinto nell’ipocondria, con una forte dose di misantropia. Kristiania non va bene, Bergen neppure, né Lillesand, dove vive, borgo di scemi, le ragazze, ingenue, belle e anche virginali, finiscono “dietro i portoni”, e pure gli amici sono importuni. La raccolta si legge come un autoritratto compito dell’autore, ripetuto, ribadito. Ce l’ha perfino coi morti, uno spreco, tutti quei marmi, i fiori, le pulizie costanti, “tutto questo capitale morto”, “un capitale pietrificato”.
È un Hamsun attivissimo. Gli anni che si rifletteranno in questi racconti e bozzetti, nel mentre che organizzava conferenze,  lo vedono due volte negli Stati Uniti, nel febbraio 1882 per un paio d’anni, e nel 1887 per un altro anno, tra mille progetti, tentativi, mestieri, impiegato postale ad Aurdal, infine scrittore affermato –“Fame” è del 1890, “Misteri” del 1892, “Pan” del 1895. E tuttavia lagnoso, abitudinario di nessuna abitudine, lunatico – anche in senso etimologico (p. 143). Ridicolizza “Punch” e le caricature, lui che ne è specialista. Al punto che non incontra altro per strada, lamentando: “Che vuoi farci? Sparta internava i suoi storpi…”.
I cattivi umori di “Cattive giornate”, il penultimo testo della accolta, che è del 1897, nel pieno della gloria, Ferrari legge elegantemente come una satira di Strindberg, “notoriamente una delle figure più ingrate della storia della letteratura”, che Hamsun ammirava molto e aiutò, a Parigi e in Norvegia. Ma è solo un bel “racconto” di Ferrari, nessun riferimento a Strindberg è possibile, l’astio è troppo. E del resto i cattivi umori seguitano nell’ultimo racconto, “In clinica”, quasi dieci anni dopo, nel 1906.
Questi “Frammenti” aprono un’altra dimensione, non necessariamente riduttiva, di Hamsun. Lui probabilmente avrebbe protestato, alla sua riduzione postuma a vate della natura. Se un corretto giudizio storico fosse possibile, non ne avrebbe comunque bisogno. Tarmo Kunnas, che l’ha studiato a lungo - da “La tentazione fascista”, 1972, a “L’avventura di Hamsun “ in via di traduzione, e ora, insieme con un’ottantina di grandi intellettuali tra le due guerre, in un voluminoso “Il fascino del fascismo” – dice di Hamsun: “Era un patriota norvegese. Poteva deridere il razzismo di Quisling (il governo norvegese collaborazionista durante l’occupazione tedesca; n.d.r.), ma nel suo cuore aveva l’idea della grande Norvegia germanica”.
Il segno distintivo resterà quello delineato dal prefatore di un’altra edizione Oscar di Hamsun (“Pan”), Anton Reininger, che ascrive Hamsun all’area germanica: pensava, scriveva e si ritrovava nella cultura germanica, da cui era stato peraltro subito riconosciuto e apprezzato. Singolare l’assenza dell’“America”, sia come fatto culturale (letture, riferimenti) sia come valori, modi di essere e di pensare, giusto il rifiuto – “Come, come, cheapest milk & wine”, l’insegna di una chiesa del Wyoming è l’unico ricordo.
Knut Hamsun, Frammenti di vita

lunedì 17 novembre 2014

L’Italia fu presto delusa

È un “romanzo francese” (Flaubert, Maupassant) o borghese, di adulteri, che si rilegge come quadro storico-politico: il primo romanzo della delusione della politica, della democrazia, dell’Italia. È del 1885 – ma il disincanto era già stagionato.
Matilde Serao, La conquista di Roma, Elliot, pp. 253 € 16,40

Il mondo com'è (195)

astolfo

Aggiornamento – È sessuale. Papa Bergoglio si è fatto rinchiudere anche lui nella gabbia del sesso. Che non gli pertiene , forse neppure in confessionale, se il peccato è trasgredire i comandamenti. Come gli altri papi innovatori delle costituzioni ecclesiastiche, Benedetto XVI e Paolo VI, anch’essi vittime volontarie dell’ossessione del sesso: papa Montini inciampò nella contraccezione, papa Ratzinger nella pedofilia, ora Francesco nella sodomia. La spiritualità confondendo, e in definitiva il vero aggiornamento, con l’opinione pubblica, che per natura è  volubile, pettegola e anche beffarda. I due buoni papi che la chiesa ha avuto dopo la guerra – dopo Pio XII, il papa della guerra – se ne sono fregati: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, intenti a rivoluzionare la chiesa nel dominio della chiesa, l’ecumenismo, il dialogo. Dopotutto la generazione è opera della lussuria. Con gli altri è come se il celibato fosse una fissazione e una tentazione.
Sul sesso, è vero, è da tempo che la chiesa incespica. Pur avendo dentro di sé gli anticorpi. L’abate Gioberti a metà Ottocento, che fu primo ministro dei Savoia e  voleva il matrimonio civile, o don Sturzo un secolo dopo. Volere la modernità e inciampare nel sesso è una contraddizione e un’assurdità, ma s’intende una questione di potere, malcelata.

Burocrazia  - È quella del Piemonte, devastata, devastante, attraverso cui si compì rapidamente dopo l’unità la  “conquista regia”. L’8 febbraio 1865 il sacerdote, poeta e patriota Vincenzo Padula poteva scrivere sul suo giornale “Il Bruzio”: “Siccome il governo fa tutto, e dà le norme di tutto con sterminati regolamenti (e gli stampati finora in Torino potrebbero coprire la superficie della terra), è chiaro che nei governi accentratori impiegato non sia più che uno spedizioniere. Di qui, creduto non necessario l’ingegno in chi non l’ha, dannato lo impiegato ai lavori materiali, a lavori di esecuzione, che il fanno bieta se nacque pieno d’ingegno e cavolo se nacque bieta,  l’opinione invalsa che ad esercitare un impiego basti qualunque uomo”. Con disprezzo del burocrate, e il malcontento del burocrate stesso.
Era chiaro anche l’altro aspetto, la burocrazia pletorica, costosa, inefficiente: “L’enorme numero degl’impiegati poi, oltre il dispendio incredibile che partorisce all’erario, produce il pessimo effetto di dare all’amministrazione un’aria di pedanteria, perché egli è evidente che a scusare la loro esistenza si sono dovuti separare uffizii inseparabili, e ridurre ciascuno ad un tritume di pratiche , e con perdita di tempo, di denaro e di ordine affidare a quattro ciò che meglio sarebbe andato fatto da uno solo”.

Europa-Usa – È una relazione privilegiata all’apparenza e di costante concorrenza, se non ostilità ,di fatto. Prosegue dal lato europeo nel quadro dell’interdipendenza che reggeva la guerra fredda. Di alleanza stretta contro un mondo radicalmente ostile. Mentre gli Usa se ne sono sganciati a partire dal 1973, nel quadro della multipolarità di Kissinger, che introduceva altre sponde nello scacchiere internazionale. Di cui i primi esiti furono la guerra del Kippur, che prese Israele di sorpresa, e la concomitante guerra del petrolio, a opera dell’Iran dello scià e dell’Arabia Saudita, i due paesi mediorientali più legati a Washington. Per agganciare il nazionalismo arabo e islamico, e mettere a nudo l’Europa, petrolio dipendente. Lo stesso poi per i diritti civili e umanitari. Per la globalizzazione, che si è fatta lungo l’asse Usa-Cina. Per il nazionalismo antirusso nell’Europa orientale e fin nel il Caucaso: tante guerre sono state  sono impiantate all’interno proprio dell’Europa. Per l’islam radicale in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa fino all’Algeria, ormai da trentacinque anni, un mondo che è la frontiera dell’Europa.  Il tutto, sempre, a iniziativa e con il patrocinio Usa.

All’Apec di Pechino, il forum dei paesi del Pacifico, si è deciso che la Russia che avrà un’area di libero scambio con gli Usa come potenza asiatica. Perché la Ue non le consente di restare in Europa? O meglio, non sa di non consentirlo, ma fa quello che gli Usa le dicono di fare.

Marx – La vera biografia resta da fare, che pure è semplice. Marx era uno che capiva una diecina di lingue, corrispondeva con migliaia di persone, leggeva i giornali di tutto il mondo. E non ha mai fatto la fila per il burro, benché disoccupato.
Si è cos detto tutto. Si può aggiungere che fu marxianamente figlio del tempo, gli anni fra il 1851 e il 1862, quando rintanato nella biblioteca al British Museum ponzò i quattrocento articoli per la New York Tribune e la New American Cyclopedia e la critica dell’economia, mentre i tribunali disgregavano il comunismo e la corsa alla ricchezza subentrava con la pace alla scoperta dell’oro in California.
Non fu marxiano, però, per il lavoro. Non solo in Ford alla fine, e in Owen all’inizio, ma nella Cadbury, alla Rowntree e in ogni altra azienda quacchera, in molte società cattoliche e in quelle socialiste del mutuo soccorso, l’Ottocento ricorreva al lavoro per migliorare l’igiene e l’istruzione, o il rispetto di sé. Finché il lavoro non fu disseccato nel plusvalore. Di cui le critiche presto erano emerse con Eduard Bernstein, e poi con Rosa Luxemburg, semplici, Marx le avrebbe sottoscritte: il moderno proletario è sempre povero ma non pauperizzato, la crescita della ricchezza non viene con la diminuzione del numero dei capitalisti ma con la loro moltiplicazione – si potrebbe fare un partito di massa dei ricchi, non fossero tanto ricchi da farsi passare per poveri. E lo slogan “i proletari non hanno padri” non è vero, purtroppo. Ma questo era contro l’interesse del Partito a farsi Stato.
Non fu però buon politico: collerico, fazioso, dispettoso. Non un agitatore, era un pantofolaio. Ma era cattivo politico perché era cattivo comunista.

Mediterraneo – È la riprova che l’imperialismo è volontario – una forma di servitù volontaria. In larga misura e nella sua essenza: convince prima di opprimere.
È stato da tempo svuotato a favore del Nord Europa. Se Dante è tedesco – quando non è islamico. La pittura italiana origina dalla fiamminga e anzi la copia. La scoperta dell’America è vichinga – quando non è islamica, anch’essa. E anche l’umanesimo, chissà: non erano Petrarca e soci che andavano in cerca di Platone ma i conventi tedeschi che li conservavano, e magari glieli nascondevano, agli italiani predatori, per meglio conservarli. Del resto non è da oggi che la Germania incarna la Grecia – che anch’essa è venuta dal Nord, dorica e “ariana”.
Lo svuotamento non avviene con la forza, ma con la persuasione – con la forza delle cose. Si vede nei due paesi che sono allo stesso tempo mediterranei e atlantici, o continentali, Francia e Spagna. Per i quali il Mediterraneo è politicamente, territorialmente, e socialmente inesistente, quando non è un danno. Se la Catalogna si staccherà dalla Castiglia, la Castiglia ne sarà al fondo contenta. La Catalogna che peraltro è, con le Baleari, una dépendance, immobiliare e di affari, della Germania
Ora il Mediterraneo viene riempito di profughi e assassini, nel nome del’islam e della riconquista. È una legge fisica: il vuoto si riempie. Ma quanti quisling: non si può dire che il Mediterraneo sia stato o sia coartato: è stato ed è volentieri gregario. Si vede nella crisi economica. Si vede nell’uso delle macchine – ah, le macchine tedesche, che vogliono sempre assistenza.

Neoguelfismo – È ancora arretrato rispetto al “Rinnovamento” dell’abate Gioberti: avversione ai concordati, separazione assoluta delle giurisdizioni laica ed ecclesiastica, matrimoni civili, istruzione pubblica, riscatto della manimorte, nessuna sovranità, né di Stato né di territorio, al papa, con vantaggio per la sua autorità morale e spirituale.
O al Capecelatro, arcivescovo di Taranto, intellettuale napoletano giansenista, ma di etica epicurea più che rigorista. Che propugnava un’istruzione laica e liberale, e polemizzava contro il celibato ecclesiastico, la censura (inquisizione), la clausura, l’infallibilità e l’assolutismo pontifici.

Plebiscitarismo – “Il guaio è la carenza, non l’eccesso, di leadership”, lamenta bene Michele Salvati su “Lettura” ieri. Il plebiscitarismo ha moltiplicato la mediocrità - arrivismo, pressapochismo: dal sindaco di Roma Marino allo stesso Grillo.

astolfo@antiit.eu

domenica 16 novembre 2014

L’Europa salvata dalla Svizzera

Conciso e breve, prosaico e non spettacolare come lo Spengler del “Tramonto dell’Occidente” un secolo fa, quasi, l’ex ministro degli Esteri della Germania ed ex leader dei Verdi non è meno pessimista – “Scompare l’Europa?” è il titolo. L’Europa potrebbe finire prima di nascere: era una storia di successo ancora pochi anni fa, nel 2008, è ora un rottame politico, un rottame economico, e si fa minacciare dalla Russia a Est. Non c’è solo la crisi economica, quella politica è peggio, con gli antieuropeisti in crescita e forse già maggioranza – ma l’una cosa non è legata all’altra? Per colpa, in larga misura, dei governi Merkel.
Un libro di cui curiosamente in Italia non si parla - solo in Italia: c’è un delitto di lesa-Germania? Un po’ Fischer fa autocoscienza, criticando quelle che chiama “politiche di euroegoismo”. Che poi sono una: nel 2008 la Ue è entrata in “crisi esistenziale” per avere la Germania impedito un programma di salvataggio europeo. Avviando di fatto una politica di “ri-nazionalizzazione”. Immemore di quando l’Europa, nel 1953, le abbuonò i debiti di guerra, quasi 12 miliardi di dolari su 23, dilazionando il resto su trent’anni.
Fischer critica il nazionalismo, fomentato in Germania dai governi conservatori: “Il più grande pericolo per l’Europa è oggi la Germania”. L’austerità imposta da Angela Merkel ai partner deboli dice  “devastante”, come è: impone “la deflazione dei salari e dei prezzi”, e non consente ai paesi più indebitati di uscire dalla crisi, col ”pretesto del risanamento dei conti”. Benché si professi fuori dalla politica, Fischer critica in realtà Angela Merkel.
Parla molto di Kohl, il leader del partito cristiano-democratico defenestrato da Angela Merkel, già sua pupilla, per dire che c’era un’altra maniera per lo stesso partito di governare la crisi: “Né Schmidt (il cancelliere degli anni 1970, nd.r,, altri anni di crisi) né Kohl avrebbero reagito in modo così indeciso, voltandosi dall’altra patte come ha fatto la cancelliera. Avrebbero anzi profittato dell’impasse creato dalla crisi per fare un altro avanti verso l’integrazione europea. La Merkel così distrugge l’Europa”.
In un’intervista allo “Spiegel” un mese fa Fischer ha lanciato anche lui la frase famosa: “Parliamo là fuori di una Germania europea o di un’Europa tedesca?” A colloquio con “Die Zeit” riconosce anche lui che non c’è solo il successo dei partiti anti-europei a minare la Ue, c’è anche una divisione perniciosa tra i paesi del Sud Europa e quelli del Nord Europa. Reduce da una vista di lavoro in Italia, si dice sconcertato dal numero di volte in cui ha sentito menzionare astiosamente Merkel e mai Berlusconi.
Ma poi dice che anche la Francia ha le sue responsabilità. L’unificazione dell’Europa è a rischio perché la Germania è ferma agli “amati soldi” e la Francia alla sovranità politica, all’orgoglio. E allora passa alla proposta tecnica: fare un’Europa alla svizzera.
Federalista da sempre, Fischer specifica che non ritiene possibile, e comunque non gli piacerebbe, un federalismo all’americana. Quello svizzero gli piace di più, ed è più vicino all’Europa quale è: non una nazione, con una lingua, ma più esperienze storiche che di comune accordo si combinano insieme. Ma poi, dice anche, niente si può fare se Francia e Germania non decidono. E questa è forse la sola verità:
Joschka Fischer, Scheitert Europa?, Kiepenheuer & Witsch, pp. 160 € 18

Ombre - 244

A che servono gli stress test della Bce e gli esami “più rigorosi” che la Bce prospetta sulla base dei regolamenti Basilea III? Ma a rilanciare le fusioni e acquisizioni. Un settore molto florido, che rende molti milioni in consulenza, senza nessun rischio, ai banchieri d’affari. Questo sì che è business, tutto grasso.

Singolare maestro Cazzullo si erige in Carlo De Benedetti per il suo ottantesimo compleanno, maestro di saggezza. Uno che ha fallito tutte le imprese, eccetto la jugulazione di Calvi, e compresa l’editoria, dove ha dimezzato gli effettivi senza successo, giusto per pagarsi un dividendo, si fa giudice malevolo di Marchionne, Berlusconi, Prodi, e lo stesso Scalfari. Quant’è buono il padrone di giornali?

De Benedetti approfitta del buon Cazzullo anche per smarcarsi dal Pd: mai stato la prima tessera del Pd. Non era il primo elettore di Prodi, che oggi trova strano? Con Renzi si fa una vera Dc?

Si esce frastornati dal Nuovo Sacher, il cinema romano di Moretti. E non per il film di Olmi, “Torneranno i prati”, che pure è forte. No, per la programmazione, che promette quatto capolavori  da non perdere di furiosi accoppiamenti omosessuali, sotto e sopra le coperte. È un cinema, quello di Moretti, che proietta “the best european movies”, dice la pubblicità in sala.

Quattrocento giudici prepensionati entro il 215, altri novecento entro il 2018. Tutti “direttori o semi-direttori” di uffici. Per farci risparmiare? No, per metterc il cappello, di Renzi e Orlando.

Si moltiplicano i risarcimenti per ingiusta detenzione. Decretati da giudici. Si penserebbe: bene, la giustizia funziona. Mentre, invece, non c’è sanzione sui giudici che hanno sbagliato con dolo. C’è contro di noi contribuenti, che dobbiamo pagare per il divertimento dei giudici.

Il Tribunale di Monza, scrive Aldo Fontanarosa su “Repubbica”, indirizza dal 2009 le vittime dei processi lenti (“le Corti d’Appello di quasi tutte le province hanno condannato lo Stato a risarcire le persone danneggiate da processi lumaca”) a risarcirsi sul canone delle frequenze tv, circa 20 milioni l’anno, dovuto allo Stato da Mediaset. Che dunque deve tenere aperto un apposito sportello e affrontare contenziosi. A tanto arriva l’odio? O c’è una Spectre dei giudici?

Schifani assolto dopo quindici anni di (false) indagini. Bellavista Caltagirone, Scalia, Orsi e Romeo, imprenditori facoltosi, sono stati incarcerati, rovinati e poi assolti. Questi in un paio d’anni. Da giudici che poi faranno pagare allo Stato, cioè a noi, le indennità per l’arbitraria detenzione, ancorché modeste. Non ai giudici che si sono divertiti. Questa giustizia è un gioco dei furbi.

Al processo Stato-mafia i due accusatori sono Siino e Martelli, un pentito e un ex ministro della Giustizia. Siino peraltro accusa Marteli, capolista craxiano nel 1987 in Sicilia, di avergli cheisto insistentemente i voti  della amfia. Una bella coppia.

È stato un dossier “Mafia & Affari”, afferma il generale le Mori a “Panorama”, a procurami dal 1991 l’odio inesausto della Procura di Palermo, che gli intenta sempre processi. Senza obiezioni.

Procuratore Capo era allora Pietro Giammanco, che aveva vinto il concorso contro Falcone, forte dell’appoggio di Andreotti. Giammanco, che fu poi costretto a lasciare, per avere isolato nella Procura Falcone e Borsellino, mettendoli nel mirino della mafia, Mori accusa esplicitamente. Ma Caselli, che è venuto dopo? E Grasso?

 “Riforme e risparmi incerti, i dubbi Ue”: la Commissione di Bruxelles attacca per alcuni giorni di seguito l’Italia, la tenuta dei conti italiani, sulla base di un rapporto vecchio di alcuni mesi, e non ufficiale. O è il “Corriere della sera” che se ne fa portavoce? Per provincialismo? Per vendere una copia, o per non venderla?

In Emilia-Romagna, come già in Piemonte, in Campania e nel Lazio, e in Liguria, tra le spese pazze dei consiglieri regionali le più alte pro capite sono quelle dei dipietristi. Dei moralisti, anche giustizieri.

La Spagna è a rischio implosione, soprattutto sulla diversa ripartizione tra le grandi regioni degli oneri del debito pubblico in rapporto ai benefici – il regionalismo della Lega di Bossi radicalizzato, e con più fondamento. Ma i bonos spagnoli pagano meno interessi dei Btp italiani. Mercato?