sabato 11 aprile 2015

Problemi di base - 223

spock

Ecco perché le sanzioni a Putin, perché bisognava toglierle a Cuba?

Si ride solo a sinistra, per non piangere?

Quant’è comico il comico con la claque pagata a comando della regia?

Per che cosa combattono i Landini, se l’art. 18 ha portato quattro milioni di licenziamenti collettivi?

È la sinistra che tradisce il popolo, o il popolo che inquina la sinistra?

Ora è di turno la sigla PD, ma che fine ha fatto la P4? E la P3?

E cosa aspetta Milano, questo Renzi non sarà un golpista?

Ma c’era un embargo contro Cuba? Che mondo libero

spock@antiit.eu

Garibaldi pezzo d’asino e altre facezie

Gli appassionati di Augusto, anche solo della storia romana, faranno bene a rileggersi l’“Augustus” di John  Williams, tanto più veritiero – filologicamente attendibile – benché romanzato, narrato. Gli appassionati di Canfora invece si divertiranno. Il filologo gioca sempre al relitto comunista, non essendolo mai stato (Stalin l’avrebbe liquidato come trockista – anche Togliatti, il suo mito, anche lui postumo). Rivoluzionario e organico. Che sembra in contraddizione, ma lui sa come. Qui, ancora una volta, per tramite di Appiano.
Appiano è lo storico alessandrino delle guerre civili, di Mario e Sila, Cesare e Pompeo, estimatore di Spartaco e dei Gracchi, poco imperiale e molto repubblicano. Ma è anche uno di Alessandria, un levantino, avvocato di suo, nonché procuratore, una specie di governatore-esattore, dei tempi gai che le guerre di Traiano hanno assicurato, un personaggio che indurrebbe a prudenza. Canfora è invece tutto per lui, contro Plutarco oltre che contro Augusto. Appiano, forse perché la sua “Storia romana” è monca, e quindi aperta alle congetture, è da tempo riferimento costante dello studioso. Insieme con la corrispondenza, questa effettivamente sapida benché in tedesco (ma con ampio mistilinguismo) di Marx e Engels.
L’esordio è esilarante con Garibaldi “pezzo d’asino”, donkeyshaft, parola mezzo inglese e mezzo tedesca, nelle lettere di Marx al socio. Marx aveva confidato al generalissimo i destini della futura Internazionale, salvo poi ritrovarselo a Londra al braccio di Palmerston. Insomma, aveva qualche ragione. Ma Canfora, che condivide il disprezzo di Marx per Garibaldi, sbaglia: Garibaldi tra l’Internazionale e Palmerston, in una storia seria, sarebbe stato una forte traccia. Nella seconda parte della raccolta di saggi c’è anche Augusto, ma un po’ come Garibaldi, visto attraverso lenti deformanti.
C’è un vezzo degli studiosi, forse per la lusinga della pratica giornalistica, che si vuole “dissacrante”, di attaccarsi ai santi. Un decostruzionismo dei poveri: il santo è un criminale, il criminale è un santo, la vergine è puttana, e viceversa, e magari anche il ricco è povero - ma per ora, se Dio vuole, no. Canfora naturalmente è di più, e le sue scorribande, seppure a nessun fine, né storico né filologico, sono prodigiosamente cattivanti. Cioè al contrario: sono facete ma non ne resta nulla. Un pezzo di conversazione.
Luciano Canfora, Augusto, figlio di Dio, Laterza, pp. VI-563, ril. € 24

venerdì 10 aprile 2015

Il mondo com'è - 212

astolfo

Coscienza – È acquisizione recente e ancora non ben definita. È facoltà di distinguere il bene dal male, e insieme la capacità di sapere, la consapevolezza. L’italiano distingue, come l’inglese: conscience e consciousness. In latino e greco la stessa parola ha i due significati, e anche il francese conscience. Come è anche giusto, per la identica radice etimologica. È ambigua in sé, una facoltà non chiara.  “La coscienza acquisterà uno specifico carattere morale solo quando diventerà uno strumento d’ascolto della parola divina, e non più di quella umana”, voleva Hannah Arendt, “Alcune questioni di filosofia morale”, 1965-1966. Ma la tendenza è evoluta al contrario, e la coscienza dovrà aspettare..

Desinenza – È la sfumatura – la diminuzione, la declinazione, la coniugazione – che fa la realtà della parola. La radice spesso è comune a parole cui poi la desinenza dà un significato diverso e anche opposto. La coscienza è uno. L’anima-le un altro.

Diffamazione – Era il diavolo: διάβολος è il diffamatore che dice il falso.- da δια-βαλλω, butto tra le gambe. Il diavolo è anche altro. È il tentatore (Satana, Mefistofele), e l’angelo della luce (Lucifero), ma propriamente è un diffamatore. È quindi una forma umana. Le stesse leggi che lo sanzionano più spesso lo propagano-ndano.

Genocidio – Si accompagna al silenzio, non da ora. Il crimine peggiore è serpe stato noto e coperto – trascurato, minimizzato: in Turchia contro gli armeni, in Russia contro i kulaki, in Germania contro gli ebrei, e ora quello arabo e islamico contro i cristiani. È fragoroso il silenzio sulle stragi non solo delle masse arabe, anche in Europa, ma degli europei stessi e i cristiani in genere. Si argomenta, si obietta, si precisa. Più che altro si cataloga. Se si tratta di persecuzioni o di terrorismo. Di martirio o di provocazione. Di stragi, o di genocidio. Che vuole essere generalizzato, preordinato, organizzato (il famoso “ordine” della Soluzione Finale che non si trova in Germania…). Ma sempre è ben fattuale. E noto. La caccia ai cristiani nei paesi islamici non si nasconde e anzi si dichiara, in chiesa, per strada, a scuola, nelle forme anche più efferate, con tre-quattromila morti l’anno. Che non sono pochi, e comunque potrebbero essere dieci e cento volte tanto per gli islamisti se solo avessero abbastanza cristiani per le mani. L’espulsione in massa dei cristiani dall’Iraq e dalla Siria, e il tentativo solo temporaneamente fallito in Egitto – come già in Algeria. Il traffico di braccia, un neo schiavismo tollerato, con molte buone parole naturalmente.

Questo dei cristiani non sarebbe passato sotto silenzio con Giovanni Paolo II. Ma quando il successore Benedetto XVI ne accennò a Ratisbona, fu sommerso da critiche esagerate. Intenzionali cioè, mirate a zittirlo. C’è una volontà di genocidio, per i più diversi motivi.  

Germania – L’Europa germanica non nasce con l’allargamento a tappe forzate verso l’Est voluto da Romano Prodi quindici anni fa. Pur non proponendosi in nessuna dottrina o ipotesi pangermanista, è stato un movimento generalizzato nel mondo balcanico e orientale, dall’Estonia alla Macedonia, sia nella prima che nella seconda guerra mondiale. Nella prima una serie di “società” germaniche erano sorte in Belgio e in Olanda, e in molti territori dell’impero russo – sorta di partiti politici filotedeschi. La più attiva, anche perché annessionista, fu la Società tedesco-fiamminga in Belgio. Altre operarono un po’ ovunque, spontanee e militanti: una società tedesco-ucraina, una società tedesco-lituana, una società perfino tedesco-georgiana, e altre - il ducato di Curlandia (Lettonia).... Il fenomeno è poco studiato, se ne trova traccia solo nella storia di Fritz Fischer cinquant’anni fa, “Assalto al potere mondiale”. Ma fu diffuso. Creato e gestito da Berlino.
Nella seconda guerra molte formazioni militari si costituirono, sempre negli stessi territori, per affiancare la Wehrmacht. Grazie allo statuto di libero accesso decretato da Himmler nel 1940 per le unità combattenti, questi volontari furono inquadrate nelle SS. Nel 1945 erano costituite da volontari stranieri 25 delle 38 divisioni delle Waffen-SS, le unità combattenti. Il 57 per cento degli effettivi delle Waffen-SS. Volontari in senso pieno, senza alcuna forma di costrizione – a parte una ristretta minoranza di prigionieri di guerra che scelsero la collaborazione.
La prima divisione, e la più importante, fu costituita da fiamminghi e olandesi nel 1939, che l’anno successivo si integrerà con unità corazzate tedesche nella divisione più famosa, la Viking. Nel 1942 fu costituita una divisione Nordland, con norvegesi e danesi. A queste due divisioni furono affiancate quattro legioni, in Olanda, Fiandre, Norvegia e Danimarca, di volontari locali in funzione di ordine pubblico. In Belgio fu costituita anche una divisione di francofoni, la Wallonie. Ma più di tutti si distinse la divisione Charlemagne, di volontari francesi, che combatté fino alla fine della guerra, specie nella difesa di Berlino. Altre divisioni erano a base ucraina, ungherese, croata etc.
Le cifre dei volontari per nazionalità, ricostituite anche grazie alle pensioni di guerra poi erogate dalla Germania Federale, vedono al primo posto cosacchi e olandesi, con 50 mila volontari per parte, Lettoni 35 mila, Ucraini non cosacchi 30 mila, Fiamminghi 23 mila, Estoni, Croati e Italiani (quasi tutti prigionieri) 20 mila, Valloni 15 mila, etc.  Nelle Waffen-SS si censiscono in totale 400 mila “tedeschi del Reich”, 137 mila europei occidentali, e 200 mila europei orientali. Più 200 mila tedeschi allogeni: 80 mila dell’Ungheria, 45 mila della Cecoslovacchia, 25 mila della Croazia, 8 mila della Romania, 5 mila della Polonia, come della Serbia, e altri per cifre minori.
In Jugoslavia fu tentato già durate la guerra un primo attacco alla Serbia, mettendo assieme una sorta di guerra di religione, con i croati, cattolici latini, e i mussulmani bosniaci e albanesi. Ma furono sciolte presto, per l’ineffettività.

Velo - È la manifestazione più antica della discriminazione sessuale – non della differenza, della discriminazione. I capelli scoperti erano una manifestazione dell’impurità della donna. Temporanea mestruo) o professionale (prostituzione). Mentre le donne per bene avevano l’obbligo del velo, da tempo immemorabile.

Virtù – Ha un premio. Ce l’ha da oltre due secoli, quasi due secoli e mezzo, anche se poco propagandato - la filosofia, passata la stagione dell’illuminismo, non la tiene più in considerazione (giusto quella spuria di Machiavelli, mezza forza e mezza fortuna, che non manca a chi “ha carattere”). È anzi il premio più antico in vigore, letterario e scientifico, attributo dall’Accademia di Francia. Creato e finanziato da un filantropo illuminista, il barone Jean-Baptiste de Montyon, avvocato ed economista sotto l’Ancien Régime, emigrato con la Rivoluzione per salvare la testa. Nel 1814 ritornò in Francia, con la Restaurazione.
Montyon aveva creato e dotato il premio prima della Rivoluzione, nel 1782. Era all’origine tre premi: di costume, letterario e scientifico. I primi due assegnati dall’Accademia di Francia, il terzo dall’Accademia delle scienze. Solo il primo era intitolato premio di Virtù. Ma anche gli altri due dovevano andare a persone o attività morali.
Se ne è persa l’eco anche nella letteratura, dove pure ritorna spesso nell’Ottocento. Specie nei romanzi di Balzac. Baudelaire invece cita il premio di Virtù per criticarlo, e così pure dopo di lui Rémy de Gourmont e Octave Mirbeau.

astolfo@antiit.eu 

La morale non è etica in politica

Quante bugie può dire Renzi? Tutte quelle che vuole, basta che l’economia riparta, che l’’Europa rinsavisca, anche solo un poco, e che il terrorismo islamico non faccia stragi. Anche una sola di queste tre priorità basta. Le priorità sono politiche, e non etiche. Cioè: sono etiche perché sono politiche, cioè necessarie.
Il titolo regge da qualche anno un poderoso Meridiano Bobbio di duemila pagine, ordinato  da Marco Revelli. Questo è il vecchio celebre saggio che Bobbio pubblicò su “Micromega” nel 1986. Richiesto dalla rivista quando la questione morale ferveva, come sempre peraltro in Italia, paese di moralisti.
Bobbio è al suo solito prudente, limitandosi alla sua didattica lineare, l’esposizione sempre concettualmente semplice e chiara. Non prende mai di petto la corrività, ma non fa molto caso di Erasmo e Kant, del “buonismo”. Lo dice anche, cautelandosi con Hobbes e Weber, di cui è stato studioso, nonché con Croce, che hanno riconosciuto in anticipo quello che poi era diventato l’“autonomia del politico”: non se la sente di dare addosso alla politica. Che non si fa e non si giudica coi pater noster – questo Cosimo il Vecchio di Machiavelli è il leitmotiv del saggio.
La “questione morale” è un’arma politica come le altre, solo più spregiudicata. Doppia, se si può dire, perché si nega – anzi tripla, finge di negarsi (si legga “La questione morale” di Scalfari e Berlinguer, 1981, che sempre si riedita, e si resterà basiti da tanta sfrontatezza).
Norberto Bobbio, Etica e politica

giovedì 9 aprile 2015

Secondi pensieri - 213

zeulig

Anima – È platonica, ed è introvabile all’anatomista, ma è reale. E non tanto nel senso dell’anima razionale di Platone, quanto nella tripartizione di Aristotele, comunque intellettiva, sensitiva, e anche vegetativa.  Dunque cos’è reale? E come fare a meno dell’anima, cioè dell’io?
L’oggettivazione è un ottimo filone di ricerca (scoperta), ma fino a un certo punto.

È l’ultima cosa che la filosofia ha indagato, malgrado la nobile origine platonica,  e la prima che vuole scacciare. Per un fine? Proprio quando si cominciava a vederci meglio. Van der Leeuw se ne doleva già novant’anni fa, negli “Dei in esilio”: “L'ultima cosa che l’uomo scopre è se stesso. È una verità strana, eppure universale, che la sete umana della conoscenza debba cominciare da quello che è più lontano e finire con quello che è più vicino. L’uomo primitivo ha studiato i cieli; ma soltanto l’uomo moderno comincia ad esplorare i misteri della propria anima. Ma viene per ogni anima, nel suo lungo peregrinare, il momento in cui la vita diventa impossibile se non ne conosce il perché.

Femminista – Il primo è Gesù Cristo. Che ha un rapporto diretto e semplice con le donne, sia pure “impure”. Un fatto senza precedenti, e anche per molti secoli a venire ancora unico nella letteratura.
La storia è stata molto più femminista che non la letteratura. La discriminazione è letteraria, meno (molto meno) di diritto e di fatto.

Filosofia - È elicoidale. Le parole, spiega Platone nell’ “Eutifrone”, “girano in tondo”. In forma elicoidale: anche la ragione gira senza fine. Con residui, ma anche senza.

Il saggio Socrate dice che nessun mortale può essere saggio. Poiché Socrate non è immortale, la saggezza sarebbe il paradosso di Epimenide (“Epimenide cretese dice che tutti i cretesi sono bugiardi”)?

Giustizia – “A chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica tu lascia anche il mantello” – è precetto evangelico, Matteo, 5,40. Non c’è giustizia nei Vangeli.

“È arcinoto, credo, che non esiste ramo professionale in cui si sia più diffidenti e sospettosi nei confronti degli standard morali, e perfino degli standard di giustizia, di quanto lo si è sempre stati in campo giuridico”. H.Arendt, “Alcune questioni di filosofia morale”, p.11.

Infinito – L’illimitato e l’incompiuto è in realtà la condizione umana. Nella sua necessaria dialettica. La finitezza esemplandosi, definendosi, sull’infinitezza. Non qualcosa al di fuori dello spazio.
È il non finito di Michelangelo e di ogni altro artista e scrittore, per compiuto che si voglia. Laboratorio e paradigma della creatività. Ma anche dell’esistenza, che ha fine certa, e tuttavia trasmutante, metamorfica, nella memoria e nell’oblio – che di più infinito dell’oblio?

Legificazione – È il tratto dell’epoca, la moltiplicazione delle leggi. Per un’oggettivazione della realtà. Che è impossibile, si sa, e quindi è di fatto una delega. Di un minus habens a un plus, un maius. Un ritiro dal mondo. Una forma dichiarata del ritiro dell’umanità da se stessa. E quindi dallo steso mondo. Abbandonati, l’una e l’atra, al cosiddetto mercato, il minimo sforzo per il massimo utile – la forma più meschina dello scambio. A un meccanismo equalizzatore presunto imponderabile e inderogabile, mentre è soltanto una semisommersa volontà di potenza, infarrabile ma non ignota.
Le leggi si delegano a un corpo politico che peraltro è del tutto delegittimato nel mercato.

Male – È metafisico? È tela di Penelope? Il maggiore apostolo del bene, Gesù, viveva tra i malfattori: Barabba, Giuda, gabellieri, adulteri, ladri. Per il perdono sì, ma. Anche il diritto va in questo senso, con la garanzia del giusto processo e la limitazione delle pene: il malfattore può infliggere il male, il male non può essere corrispondentemente inflitto al malfattore – la vecchia legge del taglione.
Si perdona sempre perché è inestirpabile? Per realismo dunque. Ma non conduce all’omertà – problema del controllo mafioso? Alla sottomissione houellebecquiana – problema delle culture inquinate, decadenti?

Platone – Il cristianesimo gli deve più che ai Vangeli – miti, idee, programmi: l’anima, l’aldilà, il paradiso e il tartaro, il giudizio.

Questione morale – Si moltiplicano le leggi e le pene, forse necessarie, contro la corruzione. Che però, endemica, è un fatto di etica. L’etica non è il diritto, e il diritto meglio di tutti lo sa. L’etica è naturalmente altra, anche, dalla questione morale, che è un’arma politica.

Religione - La più appassionata. approfondita e acuta interprete nel Novecento del pensiero cristiano, dei Vangeli, san Paolo, sant’Agostino, molti padri, la tomistica, e dell’impianto politico (novità) della chiesa, sarà stata Hannah Arendt , una filosofa nata e vissuta, con molti rischi, e problemi personali e materiali non indifferenti, nell’ebraismo, anche se fuori dalla religione. Per contro l’amato di Arendt, Heidegger, figlio di sacrestano, chierichetto, seminarista, raramente e superficialmente fa caso della tradizione cristiana. Solo i miscredenti animano la religione?

Scandalo - È originariamente – σκάνδαλον – una trappola tesa al nemico. Come “ostacolo, insidia, per far cadere il nemico”, un sgambetto, lo registra il Rocci – da un possibile sanscrito.Lo scandalo evangelico per eccellenza, dei piccoli, è di chi è in nostro potere.

È ciò che i Vangeli dicono irreparabile, né con il perdono e nemmeno con il castigo. Gesù nei Vangeli, che a tutto perdona, sullo scandalo è irremovibile: condanna senza prove.

Sesso – È l’assenza più cospicua nei vangeli, anche come condanna – l’ossessione della chiesa, dell’ebraismo, della psicoanalisi (in quanto proiezione dell’ebraismo?).

Storia – Si fa, non è, per accumuli e sottrazioni.  Sarà maestra, ma necessariamente volubile.

Uno\due – È dell’addestramento formale in caserma – compreso il “segnare il passo!”. Dell’indeciso – volere e non volere. Del furbo. Del doppio, che va di moda, sosia compreso. È di Nietzsche, che era pazzo. Socrate voleva essere uno. “Sarebbe meglio per me essere in conflitto col mondo intero, piuttosto che con me stesso”.
C’è poi quello a due dimensioni di Abbott, e a una di Marcuse. Ma sdoppiati?

Verginità – Tutti i tabù della fisiologia femminile, mestruazioni, gravidanza, puerperio, allattamento, aborto, Ida Magli vede legati “esplicitamente all’apertura del corpo della donna, che è pericolosa perché è da lì che passa tutto quello che ha a che fare col mondo di-là”. Attraverso il concepimento e la nascita, eventi miracolosi. Da qui l’infibulazione, pratica antichissima e oggi islamica, e la verginità. Una deriva che Ida Magli rafforza con Lévi-Strauuss: “Lévi-Strauss ritiene, in base alla sua teoria delle opposizioni, che la donna debba essere «otturata in alto»  proprio perché è «aperta in basso, cosa questa che giustificherebbe il divieto della parola (tenere la bocca chiusa)”.

Volontà di potenza – È la forza dell’umiltà, prima e più che dell’imperio. Dei santi, e tra essi dei più nei più umili - san Francesco, sulle orme del Gesù dei Vangeli.

zeulig@antiit.eu

Quel padre è di tutti

Col revival che i devoti Canciani e Vito coltivano siamo alla preghiera mattutina di Simone – già compresa in “Attesa di Dio”, la raccolta degli scritti del 1942 attorno alla religione e alla tentazione del battesimo. La tarda fortuita “scoperta” del “Padre Nostro” fu una folgorazione per la filosofa, dopo la sconfitta e la persecuzione: “Mi sono imposta, come unica pratica, di recitare il Pater una volta ogni mattina”, ha scritto all’amico e guida spirituale padre Perrin, e qui lo commenta, passo per passo. Con acume e passione, tali da spiegare abbondantemente l’attrattiva che la preghiera stessa continua a esercitare – anche nelle contestabili traduzioni. Vigile, non da neofita entusiasta, avendo “scelto di vivere la fede rimanendo sulla soglia della Chiesa”, come scrivono i curatori. E tuttavia partecipe, come chi non credesse a tanta grazia ricevuta. E consolata, almeno in questo momento della mattina.
Inevitabile l’accostamento di questa lettura con la rilettura di Ida Magli, che in “Gesù di Nazareth” ne contesta l’autenticità cristiana e ne fa un’interpolazione: “Il «Padre nostro», considerato dai cristiani la preghiera per eccellenza proprio perché insegnato da Gesù, deve necessariamente essere stato interpolato o addirittura inventato dai discepoli”. Il motivo? “È in contraddizione, sia per la sua stessa esistenza come formula, che per i suoi contenuti, con tutto il pensiero e l’azione di Gesù, mentre risponde pienamente ai valori della cultura ebraica”. Di cui elenca, anch’essa punto per punto, le coordinate: “santificare il nome”, il messianismo persistente (“venga il tuo regno”), il “sia fatta la tua volontà”, il “così in cielo come in terra”, la questione del debito naturalmente, e il “non ci indurre in tentazione”. Tutte questioni che Simone Weil svolge al di là di ogni confessione, con argomenti che anche i non professanti intendono e “sentono” – forse l’antropologia ha bisogno di categorie, di fissare il mondo, sezionando (definendo) e quindi escludendo.
Simone Weil, Padre Nostro, Castelvecchi, pp. 40 € 7.50

mercoledì 8 aprile 2015

Letture - 210

letterautore

Agente letterario – Lunga e documentata celebrazione su “L’Espresso” il 25 marzo di Roselina Salemi dell’agente letterario. Se non che nessuno dei libri acclamati uno ha il desiderio di leggere – forse la Perrella, fra tutti i citati, che lavora con Santachiara. Questi agenti, allora, che cosa fanno “leggere”, e a chi? E quanto vendono esattamente? “Gomorra” si vuole che abbia venduto due milioni e mezzo di copie, ma sicuramente non ha avuto due milioni e mezzo di lettori - ce ne saremmo accorti: un po’ meno mafie, anche editoriali. 

Amore – Non è grande tema romanzesco, contrariamente a quanto si crede. Non nel romanzo europeo e americano dell’Otto-Novecento. In nessun italiano, eccetto che, baluginante, in Pavese.
C’è invece in Céline. Anche in Pound.
L’incapacità d’amare, al contrario, non c’è vizio peggiore e miglior tema di romanzo: Dostevskij, Flaubert, Proust, Joyce ci hanno fatto fortuna, anche Svevo. Anche Tolstòj, in fondo, e naturalmente Zola, D’Annunzio e tutti i non romantici.
C’è molto in letteratura sotto forma di sesso, ma più allora come disamore.

Berlusconi – È il rifugio e la salvezza degli autori italiani. Non solo salva le case editrici, ora anche quelle della Rcs (Adelphi, Bompiani, Rizzoli e altri marchi), ma pubblica, valorizza, impone, si sa che è un abile venditore, anche quelli che più fanno campagna contro di lui, come corruttore, puttaniere e fascista: Scalfari, Camilleri, Ginsborg, l’elenco è lungo. Li innalza perfino a classici, ce li rende lettura obbligata, e quasi religiosa. L’ultimo è Saviano, che dopo un giro di valzer da Feltrinelli, è tornato da Berlusconi, che invece paga. Per ora da “Amici”, non  senza giustificazioni naturalmente (“in queste trasmissioni si incontrano i giovani, che sono il mio pubblico”), ma certo dalla porta di servizio.

Flaubert - Il prometeico creatore di Madame Bovary trovava inutili e irritanti le donne, e quando andava a Parigi andava al bordello. Dove talvolta Maupassant si esibiva in coiti ripetuti, per il piacere dello stesso Flaubert e altri amici, che potevano guardarlo.
Guy de Maupassant era figlio di Laure Le Poittevin, sorella di Alfred. Gustave de Maupassant, il padre, era noto a Flaubert e Alfred Le Poittevin come Béjaune (giovane sciocco e inesperto”, Littré). Lo zio di Maupassant per parte di madre, Alfred Le Poittevin, era stato l’amico del cuore di Flaubert, che gli aveva indirizzato e confidato i suoi primi scritti. Un rapporto interrotto astiosamente quando Alfred decide di sposare Louise de Maupassant, la sorella di Gustave – si fecero due matrimoni incrociati. Salvo pentirsene alla stessa cerimonia di nozze e morirne due anni dopo – ma dopo averle fatto un figlio. Flaubert ristabilì il rapporto con Alfred solo dopo morto, ma allora con molte lacrime e abbracci al cadavere scomposto.

Genere – È irrilevante? La lista dei generi letterari è talmente lunga e minuziosa – compilata da wikipedia, http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_literary_genres
che è irrilevante di fatto al mercato. L’unico criterio è copiare subito il libro che, per caso, ha avuto fortuna.
È irrilevante anche perché in rapida continua trasmutazione. Una sigla, un riferimento immediato, più che una realtà sostanziale: chicklit etc.
La mappa dei generi di bookcountry
che li gradua in quote di mercato non sembra neanch’essa realistica. Le fette più grosse del mercato sono dei gialli – Mistery e Thriller - e del romantico. Tallonati da vicino dal Fantasy.  Seguono Science-fiction, Donne, New Adult, Erotica, Light Comedy – generi che da tempo non vendono nulla. Youg Adult fa largo spazio al paranormale...
L’unico uso utile è in libreria per cercarsi da soli i libri.
                        
Giuda – Ritorna in libri di successo, di Amoz Oz e Zagrebelsky, ma sempre come traditore. Ida Magli ne ha fatto in “Gesù di Nazareth” l’unico discepolo che abbia condiviso il senso vero del vangelo: “L’unico che l’affronta”, affronta la morte, per il dubbio di non aver capito,  di aver capito troppo”. E per questo “nessun  discepolo ha sofferto il Getsemani se non Giuda come l’ha sofferto Gesù. Proprio perché non avevano capito che l’unica forza è nell’uomo, proprio perché ricostruendo le costanti strutture del sacro – preghiera, rituali, sacrificio, magia, mediatore – potevano aggrapparsi a una forza ritenuta più forte dell’uomo, trascendente nei confronti dell’uomo, i discepoli «sono da più del Maestro»; sono, cioè, più forti di lui, perché non e sposti al rischio del dubbio, della propria debolezza, come, viceversa, Gesù nel Getsemani”.
E ancora: “Il Getsemani è il momento in cui Gesù verifica che non solo non è riuscito a convincere gli uomini che debbono lottare contro la morte, ma che non è riuscito neanche a convincerli di quanto  sia illusorio e falso usare la morte come strumento per salvarsi”.

Heidegger – Un dottor Heidegger, nel racconto di Hawthorne “L’esperiemnto del dottor Heidegger” (è ricompreso nella vecchia antologia dei “Marmi” Longanesi, “Il ritorno dell’impossibile”) è un vecchio mago, che illude i vecchi amici di una vita con l’acqua dell’eterna giovinezza. Cioè con l’illusione. Dopo essere stato causa di innumerevoli disgrazie. Alle quali è rimasto immune: il dottore è insensibile alle disgrazie che causa, compresa la disillusione.
Il “mago” della devota Hannah Arendt sembra identificarvisi, il vero Heidegger. Come tale viene percepito all’improvviso con la pubblicazione, da lui voluta, dei “Quaderni neri”. I filosofi non ci filosofano più, gli studiosi non lo studiano, i traduttori non lo traducono, neanche questi “Quaderni” al successo di scandalo, gli editori che se ne contendevano i titoli guardano altrove. Ci sono perplessità pure in Germania, l’unico posto dove i “Quaderni” sono letti: la Fondazione a suo nome si è svuotata e nessuno si propone in sostituzione. Non tanto per l’antisemitismo, quanto per la povertà delle argomentazioni. Che però gli era costante.
Rivedere tutto richiederebbe una lunga indagine, Heidegger ha scritto tantissimo. Ma un suo lettore ha netta questa sensazione: dopo aver esplorato la miniera aperta dal disprezzato Husserl, con Jaspers, mezzo ebreo anche lui per parte di moglie, e col fardello della riabilitazione a opera della infaticabile Arendt, il filosofo dell’autenticità era presto rientrato nella Selva Nera. Con pensieri corti e desolatamente grossolani. Da contadino figlio di sacrestano ergendosi a montanaro perché aveva imparato a sciare, ma non più di tanto. Il respiro corto era peraltro sempre stato costante in tutta la letteratura propria, articoli, discorsi d’occasione, poesie, molta corrispondenza.
Quella con la giovane Arendt, che per lui non era un’ebrea ma una diciottenne che sapeva il greco, fumava, e amava l’amore, è desolante di pochezza: “Non chiamarmi, chiamo io”, “Aspettani con la luce spenta”, “Non farti vedere quando entri”, benché in luoghi remoti, fuori città. Nient’altro.

Machiavelli – L’anno di Machiavelli, il 2014, non è stato prolifico. Le celebrazioni sono state numerose, ma ripetitive. Trascurato del tutto nelle ambizioni letterarie, di commediografo, poeta, narratore. Le uniche novità sono di scoperta non recente. Da ragazzo aveva copiato il “De rerum natura” di Lucrezio - lo aveva copiato anonimo per non incorrere nelle persecuzioni del frate Savonarola. La grafia è stata riconosciuta nel 1961.
Quattro anni dopo, nei corsi universitari ora raccolti in “Alcune questioni di filosofia morale”, Hannah Arendt ne rovesciava il presupposto: “È a mio avviso un fatto incontrovertibile che la gente è spesso tentata di fare il bene e deve fare uno sforzo per compiere il male… E Machiavelli lo sapeva: è per questo infatti che nel «Principe» sostiene di dover insegnare ai governanti «come non essere buoni»”. Anche perché, aggiungeva (ma è il punto principale) “per Machiavelli la norma in base alla quale si giudica è il mondo, non l’io - la norma è e esclusivamente politica”. Da qui la sua caratterizzazione come filosofo morale – scienziato della politica: “Egli è più interessato a quanto accade a Firenze di quanto lo sia alla propria anima”.

Sesso Resta oscuro per l’arte, che non sa figurarlo, più che per i preti. Flaubert dice il coito un bisogno immaginario - talvolta vi indulgeva al casino, per non perdere tempo (Maupassant e Taine pure, ma con regolarità, certi giorni della settimana, anche se non con la stessa puttana). Simenon si vantava di farlo ogni giorno, con una o più squillo, e invece si sa che era tutto famiglia. Il sesso “non esiste” in effetti in letteratura, se non per cenni fugaci, detti pornografia, che è invece l’occupazione maggiore di ogni essere umano, e probabilmente animale, più del lavoro. E dunque la letteratura di che tratta?  
Ma è un chiama e rispondi con Freud, questa dittatura del sesso sotto forma di peccato, di mistero sfuggente. Nel momento in cui a esso si appende la libertà, l’uno imponendolo, l’altro esecrandolo.

letterautore@antiit.eu 

Fate una legge, fatene un’altra

“Sa quanti decreti ci sono stai dal 2011 ad oggi che hanno cambiato le regole di bilancio per i Comuni? 64, uno ogni 15 giorni”, dice Fassino, sindaco di Torino, sconsolato a Lorenzo Salvia sul “Corriere della sera”. Lo stesso giorno in cui da Strasburgo arriva l’obbligo di un nuovo capitolo di leggi penali, attorno alla tortura. 
Se si voleva “efficientare” i Comuni, e tagliarne gli sprechi, questa è la maniera per impedirlo. Lo stesso nel penale: se non si vuole punire un delitto basta moltiplicare le leggi.
La moltiplicazione delle leggi è inutile e dannosa. Ed è un chiaro segno dell’inettitudine dell’epoca. Dell’Europa a questo punto, venendo la richiesta di leggi speciali contro la tortura dalla Corte Europea, che si lusinga di essere all’avanguardia nella protezione del cittadino. Lasciando credere che i problemi si risolvono con le leggi, non con l’applicazione della legge.
Per punire eccessi e abusi alla scuola Diaz c’erano e ci sono leggi rigorose, volendole applicare. Sia per le responsabilità dei singoli che per quelle della catena di comando. Ma la società dei diritti queste cose non le sa più. Favorita da presidenti delle Camere ignoranti e inetti, anche se a volte giudici. Che i Parlamenti impegnano e esauriscono nella legificazione. Una legge, un nugolo di leggi, ogni poche settimane o mesi: leggi speciali contro lo stupro, per le quote rosa, contro gli incidenti stradali, contro la corruzione, e ora contro la tortura.
È principio di Rousseau incontestato che una democrazia bene ordinata vuole poche leggi, giacché la loro moltiplicazione le rende inefficaci, e favorisce gli abusi e la corruzione. Senza contare la concussione, della burocrazia e della stessa magistratura – in favori e onori, se non in soldi. Più leggi più avvocati: una via d’uscita il criminale la trova sempre. 

Le stragi non sono un segreto

Quattro articoli sulla “Stampa”, dopo piazza Fontana, Gelli, Gladio. Bobbio è indignato. Come tutti. Ma lui si lascia andare, contro la sua stessa proverbiale capacità di analisi e quindi di giudizio – lo stesso gli succedeva per i fatti di mafia al Sud. Vede così ombre dove invece ci sono pilastri. Magari fragili o stupidi, ma dichiarati, noti anche.
Gladio era chiaramente sopravalutata da Andreotti – con la sua terribile ironia: un’accozzaglia di scemi. Ma era noto che l’Italia era in libertà vigilata, con la guerra fredda, la cortina di ferro e il partito sovietico. La loggia di Gelli è poco più di niente a petto delle banche, d’affari e non, che gestiscono l’opinione e l’economia. Ma anche le banche: sono poteri segreti?
Marco Revelli, che ha curato le duemila pagine del “Meridiano” politico di Bobbio, inquadra meglio nell’introduzione a queste breve antologia il problema del segreto politico e del segreto di Stato. Bobbio è amareggiato e non va oltre la rabbia – la repressione era visibilissima, altro che “potere invisibile” e “nella più assoluta oscurità”.
Un altro politologo di fama, seppure non dello spessore filosofico di Bobbio, Giorgio Galli, passava in quegli anni all’occulto. A quello proprio, dei maghi, le formule, gli astri. Ma era più produttivo, nel senso dello svago. La scienza politica del mistero è invece disorientante – è come essere Cossiga invece che Andreotti.
Norberto Bobbio, Democrazia e segreto, Einaudi, pp. XXIX + 53 € 9

Meglio intercettare che lavorare

Sostiene il giudice Gratteri, con Maria Antonietta Calabrò sul “Corriere della sera”, che intercettare è conveniente: un’intercettazione “costa solo 3,5 euro al giorno”. La notizia è interessante perché, a fronte di una spesa per intercettazioni sui 250 milioni di euro, si hanno 72 milioni di giornate ascoltate. E quindi almeno 72 milioni di giornate lavorative, ma probabilmente il doppio e il triplo, gli agenti lavorando in coppia, con un supervisore più o meno stabile. Diciamo fra 72 e 216 mila giornate di lavoro. E altrettante per la trascrizione? Siamo già a 144-432 mila giornate di lavoro. Col vaglio delle trascrizioni e la compilazione delle relazioni all’autorità giudiziaria siamo già a mezzo milione di giornate lavoro, e forse a un milione.
Mezzo milione, almeno, di giornate lavorative sono un bel costo, ma non è questo il punto. Il punto sono due punti: 1) le intercettazioni non servono al processo, 2) hanno indebolito e anzi obliterato la capacità investigativa. La cosa non è contestabile perché ormai le intercettazioni sono la sola informazione con qualche frillo. Sia pure malsano, da “Novella 2000”. Ma servono a indebolire l’indagato e indurlo a confessare e\o accusare altri, come il carcere preventivo, gli interrogatori mancati, e altre forme di costrizione psicologica.  Con effetti non necessariamente conclusivi nel perseguimento del crimine – la maggior parte degli oltre mille carcerati di Mani Pulite con la confessione-accusa a catena sono usciti assolti. I processi sono orientati per l’eco mediatica, che però è un’altra cosa, non quello che si richiede alla giustizia. Che, al contrario, più che attardarsi su pettegolezzi e opinioni, dovrebbe arrivare a conclusione certe e rapide, e concludersi possibilmente con condanne. Le chiacchiere, se Dio vuole, ancora non  decidono i processi - non  tutti. Ma si è perso il fiuto, che è l’anima dell’investigatore.
Effetto ancora più perverso è questo: l’estraniazione degli apparati repressivi, soprattutto i Carabinieri e la Finanza, dalla prevenzione e la punizione del crimine. Tangibile e sensibile soprattutto nelle aree di mafia, a crimine cioè spicciolo e diffuso. Ognuno lo può vedere con la propria stazione dei Carabinieri: un ufficio-bunker, con orari restrittivi, senza alcun contatto con la strada, il quartiere, il paese, la città. Il fiuto, i contatti, la confidenza, la presenza sul territorio, sono il fulcro dell’investigazione, della repressione stessa. Le intercettazioni generalizzate “assolvono” anche gli inquirenti, li esimono da altre e più fruttuose indagini.
Si prenda il calcio, dove si può anche ridere – ma non del tutto, poiché ci sono feriti, e ci sono stati morti. Un cumulo di videosorveglianza e intercettazioni con daspi e regolamenti “ferrei” rende l’accesso alla partita asfissiante agli appassionati, e costosissimo alle forze dell’ordine. Prendere i cento – o sono solo dieci - romanisti teppisti, che tutti peraltro conoscono, questo no, non è possibile.
L’intercettazione è un lavoro comodo, oltre che gratificante, in contatto con giudici e giornalisti, la crema della nazione. Ma la nazione gradirebbe dai suoi sbirri un po’ più di fiuto, di lotta al crimine sostanziale: di prendere i ladri subito, non dopo dieci anni di intercettazioni, di prenderli con prove a carico e non chiacchiere, e con loro gli assassini, i concussori, così devastanti in ogni servizio pubblico, i mafiosi.

L’Europa delle ruote di scorta

Dodici riforme in due anni, il governo deve fare per avere udienza all’Unione Europea. Non sa nemmeno quali, né a che fine, ma deve promettere. Cioè sì, lo sa, per il “fiscal compact”, che però è una fisarmonica, si apre e si chiude a caso. Cioè non a caso, ma come dicono Angela Merkel e i suoi sedici satelliti, Spagna compresa. La Finlandia per esempio o l’Estonia. Ma che saranno questa Finlandia e questa Estonia da cui l’Italia dipende?
“Riforme” è una parola. Vuota. Di cui la Germania s’è impadronita per non chiamare bastone il bastone. E quand’anche avessero ragione loro, che le “riforme” non bastano mai, che Europa è questa? Con la Gran Bretagna virtualmente fuori, e la Francia succube. Per primo di due presidenze inette, Sarkozy e Holande. Al carro anch’essa di Berlino, seppure non dichiarata. Alla Francia converrà pure fare la ruota di scorta. Ha evitato così la sorte dell’Italia. Ma tutto questo a che fine?
La famosa mozzarella della Baviera intanto conquista i supermercati. Si po’ vendere mozzarella tedesca, in Italia, non surrettiziamente, con marchio (“le Vali della Baviera). A 4,50 eur al kg.. Che è materialmente impossibile ma la mozzarella tedesca fa il miracolo. Magari senza nemmeno pagare i funzionari europei della concorrenza (hanno un direttore generale, un olandese, che di nome fa Italianer…), l’obbedienza è un riflesso condizionato E non è possibile protestare. Non c’è protezione dei marchi, doc, dop, etc., non di quelli italiani, per quante proteste e procedimenti si aprano a Bruxelles. Con la danese Westhager ora come il suo predecessore spagnolo Almunia: li sceglie Berlino, ben selezionati.
Perfino i corrispondenti italiani, a Berlino e Bruxelles, sembra che li scelga Angela Merkel Non capiscono niente, e non è possibile. Capiscono benissimo, fanno solo finta – sono gli unici – che ci sia una Unione Europea.

martedì 7 aprile 2015

Stupidario europeo ter

Le molestie continuate e aggravate contro la Greci - più teutoniche che stupide?

Le molestie continuate e aggravate del teutonismo contro l’Europa

La condanna dell’Italia per tortura (sic!)

Il batterio anti-antibiotico delI’Inghilterra – dopo la mucca pazza

Danilo Taino: “La via di Mosca: ultimo ricatto di Tsipras alla Ue”. I precedenti, quali son stati?

Kenyatta: “Il Kenya fermerà il califfato”. Magari ci riesce – con l’aiuto di Mogherini?

Comunque ci prova, il Kenya si difende.

L’illegalità della giustizia

Il generale Adinolfi, comandante della Finanza a Firenze, è intercettato perché fa gli auguri al sindaco neo eletto Renzi. Colpa grave, dicono - dopo sei anni – i giudici di Napoli. Ma la cosa non è da ridere: perché un generale era intercettato dai napoletani a Firenze?
Evidentemente il generale Adinofi era intercettato a suo tempo da non sappiamo chi - il giudice napoletano Woodcock all’epoca faceva guasti a Potenza. Il generale è stato intercettato, e l’intercettazione ora è stata venduta alla Procura di Napoli. Proposta cioè alla Procura di Napoli, che l’ha fatta propria. L’intercettatore – dei Carabinieri, o della stessa Finanza - essendo evidentemente compagno di fede o di merende di Woodcock.
E perché la cosa, di nessun rilievo penale, si divulga ora? Perché la caccia è a Renzi. Si sa, più di una Procura sogna  di abbattere la tigre Renzi, non solo la napoletana. Ma allora: perché Renzi, ora presidente del consiglio, di fronte a tanti abusi fa finta di nulla? Perché Mattarella, che è anche presidente del Consiglio Superiore della magistratura, fa finta di nulla? Quesito facile: hanno paura dei giudici. E la rovina è tutta qui, la vera corruzione: l’illegalità costante. Spacciata per giustizia.

Il fine e i mezzi di Mani Pulite

Si continua a celebrare Mani Pulite nel post-ventennale, ma sempre più per quello che non si dice, la disillusione. Gli effetti sono stati e sono terrificanti, e non c’è più la paura, di pensarlo se non di dirlo: se il fine giustifica i mezzi, li qualifica anche. Poiché il fine di Mani Pulite era ed è stato di liberare gli affari dalla politica, come giudicarne i mezzi, l’operazione Mani Pulite stessa? Una serie di illegalità. Lo aveva capito lo storico della rivoluzione francese Furet all’epoca, che la “rivoluzione italiana” era un imbroglio, e questo è il sentimento oggi, anche se inespresso – è su di esso che la serie Sky fa audience.
Un’operazione montata a freddo, tra grandi interessi, il lombardismo di Bossi, e un potere dello Stato che non si è mai defascistizzato, quello dei giudici. La serie Sky ha il merito di aver messo l’accento sull’aspetto businesslike di tutta l’operazione. Dagli inizi, e poi sempre. All’epoca la cosa era nel tempo, dopo il crollo del Muro. Con apoteosi proprio in Russia, nelle privatizzazioni di Eltsin, che furono l’appropriazione del patrimonio pubblico da parte dei soliti noti, per niente. Ma la Russia dopo si è data una qualche regola, l’Italia non più: è rimasta mergers & acquisitions, proprità privata degli affari..
L’Italia civile, l’Italia perbene, l’Italia che combatteva contro i lacci e lacciuoli, l’Italia dei tecnici e dell’uomo giusto al posto giusto era ed è quella degli affari, che si sono liberati da ogni controllo. Se si rubava dieci prima, si è rubato cento dopo. Gli interessi convergenti di Berlusconi (Dell’Utri) con quelli dei media – gli Agnelli e De Benedetti  - e di Confindustria – Romiti e ancora gli Agnelli – e con i willing executioners banchieri.
È la verità effettuale di Mani Pulite. Che non si dice, imperversando ancora la demagogia giudiziaria, dei cronisti e dei loro giudici. Ma è sentimento comune: il fine di quella crociata giudiziaria e delle migliaia di arresti era ed è stato di lasciare l’Italia indifesa, senza partiti e senza politica, in balia degli interessi. A partire dalle famose privatizzazioni a gratis, Telecom eccetera.

La catena ambrosiana di sant’Antonio

Riemergono nella lenta (cinica) ricostruzione dello sceneggiato Sky le “irritualità” di Mani Pulite. Cioè le vere e proprie illegalità, che il gip Italo Ghitti - “sono un liberale”, ma in altro contesto si direbbe un compagno di merende - avallava una per una senza mai un’eccezione. Due volte il giudice Ghitti non sanzionò il carcere, per Zaffra e Dini, due socialisti lombardi, e ora si scopre che per entrambi la cosa era stata contrattata da Craxi con Di Pietro (Claudio Martelli al “Corriere della sera” sabato 4). L’illegalità principale fu di mettere in carcere un migliaio di personaggi per alimentare lo scandalo: ognuno di essi poteva lasciare il carcere a condizione di fare un nome, cioè di allargare l’inchiesta. Una specie di catena di sant’Antonio dell’infamia. A volersi tenere larghi: il metodo è quello mafioso dell’“avvertimento”.
Una catena molto ambrosiana: la città conta anche, non solo i giudici – che peraltro erano in gran parte napoletani. Rintracciando Stefano Cagliari, l’architetto figlio di Gabriele Cagliari, “Panorama” ha ricostruito una vicenda che assomma all’annientamento, tipico della persecuzione mafiosa, l’invidia sociale sotto forma di sdegno. Il settimanale ricorda che davanti al palazzo Belgioioso, quando si diffuse la notizia che Raul Gardini vi si era sparato, una folla si era assemblata, malgrado l’afa di fine luglio, per ghignare contro il morto e plaudire ai suoi persecutori. E questo è Manzoni, “La colonna infame”. Ma anche in chiesa, ai funerali di Gabriele Cagliari, padre dell’architetto, i milanesi si erano assemblati numerosi, malgrado l’afa asfissiante, per fischiare e rumoreggiare.
Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, si è ucciso in carcere, dove il giudice De Pasquale lo teneva rinchiuso da mesi senza ascoltarlo. Cagliari non aveva imputazioni specifiche, ma era tenuto in carcere perché facesse il nome di Craxi.

Lo scandalo Rai

I consiglieri d’amministrazione saranno revocabili dal governo in ogni momento. Mai il sottogoverno Rai era stato così esplicito come lo è nella riforma Renzi. Con l’esclusione di qualsiasi forma di privatizzazione, ossia di gestione responsabile: come proclamare la Rai un feudo e non un’azienda. Col beneplacito della stampa benpensante – ma farebbe scandalo ormai il contrario. Col silenzio-assenso dei giornalisti Rai e del sindacato.
Sarà una Rai a piè di lista, del Tesoro. Destinata quindi a un ridimensionamento feroce – non è più tempo di carrozzoni pubblici. Farà la mondovisione per il papa, e i soliti quindici muniti a tg per i politici. Surclassata dai privati. Già ora, nell’ora di maggiore ascolto, tra le 20,230 e le 21,30, Mediaset offre “Striscia la notizia”, una trasmissione contro gli abusi, le truffe, la corruzione, gli sperperi, in forma di satira del costume, Mentre la Rai si è ridotta a regalare cifre spropositate, in una trasmissione di nessun contenuto, per nessun motivo – a caso? Si è ridotta alla corruttela, all’incitamento al denaro facile.

Bello e vincente, può barare al quiz

È morto l’altro mese centenario l’avvocato Rubino, nato di genitori siciliani, che a fine 1959 aveva difeso con successo Charles Van Doren in un famoso scandalo di quiz televisivi truccati. Una vicenda che Robert Redford ha recuperato vent’anni fa in questo film ancora appassionante.
Lo scandalo è ricordato da Hannah Arendt nella sua disamina della questione etica (“Alcune questioni di filosofia morale”), come caso esemplare dello spiazzamento molto personalistico dell’etica stessa:  il pubblico era per il truffatore – la filosofa dice il caso scandaloso per almeno tre motivi: carpire la buona fede degli ascoltatori, farlo da intellettuale, farlo da insegnante. Charles Van Doren era specialista di letteratura inglese, che insegnava alla Columbia. L’università dove il padre, poeta premio Pulitzer, era già professore - un quarto motivo di scandalo Arendt avrebbe potuto aggiungere: negli Usa non sta bene che il figlio faccia carriera col padre. Mark Van Doren, il padre, non fu tenero col figlio, cui si indirizzò con Shakespeare, secondo Redford, “Misura per misura”: “Alcuni si elevano per il peccato e altri per le virtù cadono”. Ma il figlio fu ricco, assolto e, si presume, felice.
Nel film viene denunciato da Turturro, in qualità di ebreo povero del Queens. Un Herbie Stempel  che nel quiz “Twenty One” della tv Nbc viene fatto vincere per alcune puntate. Se non che il build-up dello sfigato non ha presa, e Stempel viene mollato, in favore di concorrente-personaggio agli antipodi, biondo e anglosassone, il tipo wasp: Charles Van Doren, che è anche professore. Stempel faceva calare gli ascolti, Van Doren li rilancia, per 14 puntate è un crescendo d’interesse.
Stempel non ci sta e spiega che il quiz è truccato. Il Grand Jury di Manhattan che esamina il caso non gli crede, anche sulla testimonianza giurata di Van Doren. Un ispettore del Congresso, invece, Richard Goodwin, che figura tra i produttori di Redford, crede a Stempel e porta il caso a una commissione parlamentare d’inchiesta. Ma senza Van Doren. Che d’accordo con lui si fa eliminare dal quiz, dal quale comunque esce con la vincita record di 64 mila dollari, che allora suscita enorme impressione.
Stempel però non ci sta, e alla sottocommissione del Congresso che indaga denuncia anche il concorrente: “Come me”, dice, “anche Van Doren avrà le risposte truccate”. Van Doren chiede allora di testimoniare, e si accusa dei fatti contestati. Redford gioca il film sulle due umanità, quella del perdente che intristisce e incattivisce, e quella radiosa del vincente che passa sopra a ogni disgrazia. Il Congresso infatti apprezza la testimonianza e glorifica Van Doren invece di punirlo. Carl J. Rubino, un ex Procuratore pubblico di New York, al suo debutto come avvocato, aveva consigliato il trentatreenne studioso e l’aveva accompagnato al Congresso. A questo punto il Grand Jury di Manhattan, offeso, intende rifarsi e condannare Van Doren a tre anni di prigione per falsa testimonianza. Ma Rubino, di nuovo, convince il giudice che lo presiede, Edwad Breslin, che il giovane professore ha già “sofferto abbastanza”, e con questa motivazione la sentenza viene sospesa.
Robert Redford, Quiz Show

Recessione – 33

La disoccupazione continua a crescere, a febbraio è poco sotto il 13 per cento – quella giovanile poco sotto il 43.

Il numero dei nati nel 2013 è diminuito rispetto al 2012 (di 19.878 unità, pari al 3,7 per cento). Si rafforza la tendenza alla diminuzione delle nascite degli anni 2009-2012: sono circa 64 mila in meno i nati negli ultimi cinque anni.

Torna a crescere l’emigrazione: nel 2013 circa 82 mila italiani si sono trasferiti all’estero (14 mila in più rispetto al 2012), il valore più alto registrato nel corso degli ultimi dieci anni.

Le case diminuiscono ancora di valore. Nel 2014 il calo è stimato nel 4,2 per cento.
Tra il 2010 e il 2014 il valore delle abitazioni si è ridotto, secondo i calcoli Istat, prudenziali, dell’11,5 per cento.

Un negozio su sei ha chiuso negli ultimi otto anni.

Un’edicola su cinque ha chiuso negli ultimi quatto anni, definitivamente.

La pressione fiscale è salita al 50,3 per cento del pil nel quarto trimestre del 2014. Quella ufficiale. Quella percepita è maggiore.

Le tasse sulla casa sono raddoppiate nei tre anni a fine 2014

Nel 2013 quasi mezzo milione di contribuenti in meno – con un reddito ridotto cioè alla no tax area: 334 mila lavoratori dipendenti, 168 mila pensionati, 60 mila autonomi e imprenditori. 

Gli antenati di Bouvard e Pécuchet

Monsieur Bovary si diverte e diverte – anche conciso. “Padre Cruchard sono io”, è come se dicesse nel raccontino del titolo, breve e inedito come tutte le prose qui raccolte, nel mentre che scriveva “Bouvard e Pécuchet”. Da tempo del resto si firmava p. Cruchard con gli intimi, in alternativa a “San Policarpo”, di cui celebrava gli onomastici, “Orso delle caverne”, “Ganachon”, stupidone, e “Vecchia tata”. La sua breve “vita” è uno spasso a ogni riga. Con dedica alla “Signora Baronessa Dudevant, nata Aurore Dupin”, al secolo George Sand.
Invitato al “Vertice dei Tre imperatori” per l’Esposizione Universale di Parigi nel 1868, alle Tuileries tra fuochi d’artificio e balli, dà il braccio a molte signore, che non apprezza – scapolo, si soddisfaceva al bordello – e incontra una pletora di personalità. “Il principe Umberto”, futuro re d’Italia, “non ci capisce molto”. D’inventiva costante, l’“idiota” p. Cruchard non se ne perde una. Altri “pezzi” sono memorie commosse degli amici, quello di scuola, Alfred Le Poittevin, di cui fu gelosissimo, e il compagno delle scorribande letterarie a Parigi, Louis Bouilhet, il dedicatario dell’opera prima “Madame Bovary”. Con “Agonie”, pensieri filosofici, e “Il funerale del dottor Mathurin”, le prime prove, a 14-15 anni, dedicate, con le “Memorie di un pazzo”, a Le Poittevin e a lui confidate.
Una pubblicazione del Centre Flaubert per il centocinquantenario di Bovary”. Con un succulento apparato di note del curatore Yvan Leclerc, rimpolpato da Chiara Pasetti. Una chicca, anche grafica. E quasi un’autobiografia, anzi un hyperselfie: “Quando ero giovane e puro”, nel 1835, a 14 anni... Un giovane vecchio, molto sentimentale e inaffettivo. Flaubert dice da subito molto di sé, come poi nella attivissima corrispondenza. Qui si vuole “rabelaisiano” e “demoralizzatore”, ma in senso antifrastico - “Il funerale del dottor Mathurin” non è rabelaisiano (e non fu beneaugurante: Le Poittevin morirà giovane).
Gustave Flaubert, Vita e lavori del rev. p. Cruchard, excelsior 1881, remainders, pp. 165 € 6,75

lunedì 6 aprile 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (241)

Giuseppe Leuzzi

La chiesa si riprende le processioni
C’era del marcio nelle processioni in Calabria. Il vescovo di Capo Vaticano (Mileto-Tropea-Nicotera), mons. Luigi Renzo, ha emanato un regolamento con cui avoca alla parrocchie la scelta dei collaboratori, escludendo l’ingerenza delle “istituzioni dello Stato”. Il vescovo si pone sul fronte antimafia, ma la vera novità del suo regolamento è il punto D) “Adempimenti canonici e civili”: l’ingerenza dei carabinieri, “pur nello spirito di un’opportuna e saggia collaborazione di massima, non trova fondamento nel vigente sistema normativo dello Stato italiano”. La collaborazione sia “di massima”. Finalmente c’è qualcosa, in Italia, che si tiene distante dalle caserme.
Il vescovo Renzo condanna le mafie, naturalmente. Ma invita alle processioni, avviandosi la stagione con la Settimana Santa. In quanto al passato, si limita a condannare “andazzi impropri”. Esclude dalle processioni chi sia stato condannato, ma “senza prima aver dato segni pubblici di pentimento e di ravvedimento”. E proibisce le soste “davanti a case o persone”, salvo “ospedali, case di cura, ammalati”. Come prima, cioè, del divieto.
Ravvedimento tardivo? È possibile, i vescovi sono conservatori. Anche se l’“operazione Tresilico”, che avviò l’abolizione delle processioni, preannunciata e rivendicata su facebook, col video degli “inchini” preconfezionato su youtube, non si nascondeva. L’attenzione quest’anno è stata spostata da Tresilico a Sant’Onofrio, ma senza thrill – se non quello del san Giovannino che fa trovare alla Madonna il suo figlio risorto.

Il Sud dopo la povertà
C’è abbondanza nella povertà del Sud. Guadagnata nei secoli con applicazione e fatica, ma da tempo ora trascurata. Usata, al meglio, come una rendita, a esaurimento. Sia quella accumulata col sudore, sia quella spontanea, naturale – il mare, la luce, l’aria, la tradizione. Raramente, quasi mai messa a capitale: rinnovata, adeguata, a valore aggiunto accresciuto. Gli ulivi centenari del Salento trascurati e ora moribondi non sono un’eccezione. Si girava per il Sud fino a un paio di generazioni fa nell’abbondanza nella natura. Coltivata per decenni e secoli con applicazione minuziosa, tignosa, infaticabile, messa a frutto in ogni più remoto angolo, anche in estensioni minime, l’orto di casa, un costone, un terrapieno. Di coltivazioni sempre curate, di ulivi, vigneti, agrumeti, frutteti, castagneti, mandorleti, ortaggi, granaglie, tabacco, essenze, arnie. Ora le coltivazioni sono trascurate e anche abbandonate.
Sono abbandonate le vigne in costa, altrove pregiatissime, da cui si traevano i vini più robusti e gustosi. Abbandonati o trascurati i frutteti e i castagneti. Ridotti e sempre più invecchiati gli agrumeti. E ora anche gli uliveti. L’artigianato e la piccola industria di trasformazione, primaria o anche finale, disinveste, oppure si adagia su materie prime d’importazione: marroni dal Piemonte e mandorle dalla Romania la dolciaria, olio tunisino l’olearia, miele balcanico, castagne slovene, perfino agrumi spagnoli da contrabbandare a km. zero.
E ancora, benché fraudolenta e masochista, questa è un’attitudine fattiva, operativa. Ma residuale, non più diffusa. Diffuso è il disimpegno. Segno che non c’è la necessità: il problema del Sud è che non c’è più il bisogno. Da tempo, diciamo quarant’anni. Da quando il Sud non cresce più. Le statistiche nascondono la verità contabilizzando solo il reddito monetario. Da qui l’immagine del Sud straccione e bisognoso. Ma il Sud che sopravvive con metà del reddito della Lombardia non ha evidentemente gli stimoli a fare di più e industriarsi che ha la Lombardia. Questo non per un dato caratteriale o di tradizione, sono sciocchezze – il meridionale trapiantato sa essere ferocemente “lombardo”, eccome. Per vari handicap infrastrutturali sì, ma non in misura decisiva – le mafie, la corruzione, le comunicazioni. Il fattore decisivo è l’assenza del bisogno, che può essere letale per i nuovi abbienti, per chi arriva dopo generazioni a un comodo standard di vita.
La misura del ritardo del Sud non è il reddito ma lo standard di vita. Il Sud è prevalentemente non urbano. E nelle aree non urbane anche un redito modesto può essere sufficiente. Una pensione sociale o d’invalidità, un numero di giorni lavorati minimo, anche senza contributi sociali. È difficile “trovare lavoro” al Sud nel senso di dare lavoro: giornalieri agricoli o domestici, specialisti agricoli (vignaiuoli, terrazzieri, potatori, sterratori…), anche occupati di lungo periodo in costanza di rapporto – l’assenteismo predomina. Tra gli stessi autonomi, prestatori d’opera-artigiani (muratore, pittore, idraulico, meccanico, falegname, carrozziere…), la scelta prevale del tempo libero sugli impegni.
Il Sud è uscito dalla povertà, e non pensa a entrare nella ricchezza, se non per i modesti segni della prima abbondanza: l’abbigliamento, la festa, la gita, il suv. Che può permettersi con redditoridotto avendo ammortizzato la spesa per la casa, e con un costo della vita dimezzato per l’alimentare e la prima necessità. Non pensa a migliorare il prodotto e a produrre di più. Anzi produce di meno, pro capite e in assoluto, se si leva dal computo del reddito la funzione pubblica, in stipendi, pensioni e contributi.
È allo stato un’ipotesi. Ma è una “cosa vista”, un “fatto”, che si riscontra ovunque, quotidianamente. Terreni fertili estesamente abbandonati o non curati. Servizi mai migliorati e più spesso deteriorati. E comunque di offerta sempre carente, dalla sanità alla piccola meccanica. Lo stesso avviene con la cultura e l’arte: il Sud si è alfabetizzato, e non va oltre. Lo stesso con la socialità: il Sud ha i servizi igienici in casa e non si cura del fuori porta - i vicini, l’ambiente, la spazzatura. O con la sanità: il Sud viene comunque curato, e non si cura di migliorare la prestazione a parità di costo, o a ridurlo.

Milano
Si rubano mezza Expo, piloti suicidi ammazzano i bambini, i paesi arabi fanno la guerra all’Iran, e Milano sforna intercettazioni e intercettazioni di Ruby. Anche di mancate intercettazioni – Ruby è quella di Berlusconi. Lo squallore non vi ha misura.

È la città degli untori - la colpa è sempre degli altri. Berlusconi, infatti, non è milanese.

Un processo a tutti i testimoni della difesa è barbarie che non ha precedenti. Che Milano invece celebra in allegria, smettendo perfino il cipiglio cattivo.
A opera di giudici napoletani, è vero, è sempre putipù e triccheballacche. Di cui la città però si avvale – benché servi, li tratta anzi molto bene. Anche di giudici valtellinesi, di parrocchia.

La verità è che al processo i testimoni sono stati sicuramente comprati. Non tutti, le donne - anche se non tutte, alcune. Ma al mercato con la giustizia.
A Milano il dilemma è insolubile, se viene prima la giustizia oppure la corruzione.

Molte stragi a Milano, solo quella di Riina è stata punita.
Si sono sempre fatte stragi impunemente a Milano. La città è contagiosa.

Dopo Milano, l’Expo andrà a Astana. Astana?
Non ci vorrà molto, nel 2017. In teoria se ne fa una ogni cinque ani, in pratica un’Expo non si rifiuta a nessuno. Astana però gioca in Champions, mentre Milano no.

È, dovrebbe essere, la città di Leonardo. Venti e più anni di ingegnerie, architetture, pitture, anche musiche e scenografie. Di cui le tracce non si sono perdute, malgrado le svendite e i ladroneggi. Ma la città non lo sa – c’è nel logo dell’Expo e niente più. Parigi invece se ne fa un’attrazione e ne celebra il culto, dove passò solo tre anni, gli ultimi, e poco produttivi. Non per difetto di senso commerciale, che anzi ha elevato, è che Milano ha la memoria corta.  

Gerardo Braggiotti, celebrato genio della finanza ambrosiana, ha appioppato a Rcs una “sola” spagnola, la Recoletos, per 1,1 miliardi. Sui quali il gruppo del “Corriere della sera” ha registrato perdite in due anni per 846 milioni. Col raddoppio del debito. Un affare difficile da concepire.

Ora che si vorrebbe Braggiotti in consiglio d’amministrazione, i giornalisti protestano. Ma non dicono, non se lo chiedono neanche, a favore di chi il bidone è stato giocato. Il management Rcs non è nuovo a spolpare l’azienda: di tutte le gestioni degli ultimi venticinque anni sono un paio non ne hanno approfittato. Ma Milano sempre è compassionevole con se stessa.

“La mattina dei funerali di suo padre”, ricorda su “Panorama” Costanza Rizzacasa d’Orsogna a Stefano Cagliari, figlio di Gabriele, il presidente dell’Eni suicida in carcere nell’estate del 1993, “venne trovato morto Raul Gardini (a palazzo Belgioioso). Davanti a Palazzo Belgioioso, dove si era radunata una piccola fola, qualcuno gridò ad Antonio Di Pietro: «Bene, vai avanti così»”. È sempre una città di untori.

“Dopo”, ricorda Stefano Cagliari, “mi riferirono che in chiesa, al funerale, tanti avevano fischiato”. Uno che non aveva rubato nulla – lo tenevano in carcere per indurlo ad accusare in qualche modo Craxi. Però, che impegno, perdere una mattina per andare in chiesa a fischiare un morto innocente. Sembra una trama di Bontempelli, l’autore della “Vita operosa”. Lombardo – ma lui da “quel ramo del lago di Como” veniva (era quasi svizzero).

leuzzi@antiit.eu