sabato 25 aprile 2015

Le radici della Repubblica

Testimonianze e discorsi sulla Resistenza, a partire dal 1955 e fino alla fine, in gran parte inediti in libro. Un omaggio a Bobbio, curato da Piero Polito, direttore del Centro studi Piero Gobetti, uno degli ultimi suoi allievi e curatore di molte sue opere, con Pina Impagliazzo. Ma con un paio di verità che il gossip politico non può manomettere. “La Resistenza è stata un fenomeno complesso”, 1966. E: “Le radici della Repubblica sono tutte nella Resistenza”, 1970. Anche il terrorismo, avrebbe potuto aggiungere dieci anni dopo, la guerriglia urbana - il gappismo, “esemplare”. 
Norberto Bobbio, Eravamo ridiventati uomini, Einaudi, pp. XI-161 € 12

Secondi pensieri - 215

zeulig

Amore – È bellezza, e viceversa. È la bellezza del tutto: è in questa identificazione che sorge il desiderio.
L’amore fisico può essere attrazione di un ceto canone di bellezza. Ma non definito, e non risolutivo, altre  sono le forme di attrazione: l’intelligenza, lo sguardo, la voce, il portamento, lo humour, la passione, la tristezza, la letizia, la generosità. Tutto ciò che fa il mondo: è bello ciò che innamora, e l’amore è del bello – del mondo, del creato. Si può rileggere la letteratura intorno alle forme dell’amore, da Omero a Joyce, a Pound, allo stesso Proust , e si troverà questo rapporto costante, nelle metafore, le similitudini, le aggettivazioni, gli attributi.
È il motivo per cui l’amore non può essere che eterno: caduco ma non condizionato. È questa identificazione il fondamento del matrimonio, prima che la procreazione – che può peraltro farsi come un semplice fatto tecnico.

Corpo – È materia. E la materia non può peccare - la materia è per definizione passiva, il peccato è esercizio di volontà. Si può anzi dire la materia effetto incondizionato della volontà di Dio.
Ciò contrasta con la pratica del peccato, che si identifica col corpo quasi esclusivamente. E allora il concetto di peccato rasenta la bestemmia – la coltiva, se ne sostanzia?

È oggetto a partire dal primo Maggio di una tre giorni di studio e festa all’Eremo di Fonte Avellana, al centro dell’Appennino tosco-marchigiano: “Nel cuore del corpo: estasi, parole, passioni”. Con relazioni, reading e performance, di autori, attori e danzatori. Tra i relatori lo stesso priore di Fonte Avellana, Gianni Giacomelli. Tema dell’“incontro” è: se l’Io è anzitutto un essere corporeo, come scrive Freud, parlare del corpo per parlare dell’Io. Trasgressione doppia?
L’eremo, che Dante voleva “disposto a sola latria” (“Paradiso”, XXI, 111), è dei camaldolesi. Ordine da qualche tempo di frontiera della chiesa, nel dialogo tra le fedi, etc.  Si apre un dialogo con il corpo?

Laicismo – “L’idea laica, in sé, è del tutto falsa”, argomenta Simone Weil nelle “Forme dell’amore implicito di Dio”. A meno che non si tatti di combattere “una religione totalitaria”, quali ce ne sono state, e ce ne sono, “la separazione fra istituzioni civili e vita religiosa sarà un delitto”.

Matrimonio – È naturale e non convenzionale, contrariamente all’opinione corrente. È implicito nella natura dell’amore, che è riconoscimento reciproco prima che promessa. E per ogni membro della copia un’immedesimazione col senso (la bellezza) del creato. Simone Weil ne fa a freddo – prototipo della single – la filosofia più conclusiva (“Forme dell’amore implicito di Dio”, in “Attesa di Dio”): “L’obbligo del matrimonio, oggi tanto spesso considerato una semplice convenzione sociale, è implicito nella natura stessa del pensiero umano, data l’affinità tra amore fisico e bellezza. Tutto ciò che ha un qualche rapporto con la bellezza deve essere sottratto al corso del tempo. La bellezza è l’eternità in questo mondo”.

Necessità – È espressione dell’incertezza, e forse del vuoto – del timore del vuoto, che è lo stesso. Una chiusura delle prospettive di vaghezza, di scelta multiple inesauribili. Puntuale, temporanea, non risolutiva, nella partenogenesi interminabile dell’universo.
“La domanda di Beaumarchais: «Perché queste cose e non altre?»”, argomenta Simone Weil (“Forme implicite dell’amore di Dio”, in “Attesa di dio”), “non ha mai risposta perché l’universo è privo di finalità. L’assenza di finalità è il segno della necessità. Le cose hanno cause, non fini. Coloro che credono di scorgere cause particolari della Provvidenza assomigliano a quei professori che, a spese di una bella poesia, si mettono a fare ciò che essi chiamano commento del testo”.
Beaumarchais è Figaro, al terzo atto del “Matrimonio”: “O bizzarra serie di avvenimenti! Com’è successo? Perché queste cose e non altre?” Per concludere, uno “costretto a percorrere la strada in cui sono entrato senza saperlo”: “Tutto ho visto, tutto fatto, tutto usato” – l’usato che usa, o “fare di necessità virtù”.

Partito – Ha riempito per molti pensatori, nel Novecento, l’orrore del vuoto. Da Sartre a Althusser, a Colletti e Negri, allo stesso Heidegger. La categoria dell’ “impegno” politico, analoga alla carità delle opere di carità: coinvolgenti e esaustive, fine a se stesse. Del vuoto che però sarebbe per gli stessi l’esercizio filosofico.

Vuoto – È la filosofia secondo Althusser, un campo di esercitazione in cui non succede niente, e niente realmente muta. Il che non è vero – è materialmente (chimicamente, fisiologicamente) impossibile: il più trascurabile pensiero è un evento e un trauma. E come ciò che non è possibile nel mondo fisico (l’aristotelico “la naura aborrisce il vuoto” non è realmente contestato)  sarebbe possibile in quello psichico, così produttivistico, ben più di quello fisico? Althusser arrivava al vuoto del pensiero sul presupposto di un “inizio assoluto”, avendo ridotto il suo Marx, come tanti, a un escatologo praticone, del paradiso di qua. E di un “processo senza soggetto” – il soggetto doveva essere collettivo, la classe ( il vuoto sarebbe dunque la classe?).

Singolare è che Althusser proponeva a prototipo di pensatore nel e del vuoto Machiavelli – nel corposo “Machiavel et nous”. François Matheron, che del filosofo è una sorta di esecutore testamentario, lo rileva in “La recurrence du vide chez Louis Althusser”: “Il testo di «Machiavel et nous” è letteralmente invaso dal vuoto: vuoto della congiuntura italiana, e senza dubbio in filigrana vuoto di ogni congiuntura; vuoto del soggetto chiamato dalla teoria a riempire il vuoto della congiuntura; vuoto inscritto al cuore di ogni analisi della congiuntura; vuoto prodotto nella teoria dal semplice fatto di pensare in termini di congiuntura; «salto nel vuoto teorico»  effettuato da Machiavelli”. Dallo scrittore e pensatore per antonomasia “realista”, perfino pratico.

zeulig@antiit.eu

venerdì 24 aprile 2015

L’emigrazione ignota

Tanta buona volontà, forse, tante chiacchiere sicuramente, e tanta superficialità. Un flusso di immigrati-quasi-profughi sicuramente gestibile dall’Europa, due-trecentomila l’anno su una popolazione di 500 milioni. Senza bisogno di tante tragedie nel Mediterraneo, con centinaia di morti annegati ogni pochi giorni.
Questa immigrazione sarebbe gestibile anche agevolmente. Se solo ci fosse la volontà di sapere. Il flusso è in gran parte per ricongiungimenti familiari. Che l’Europa può e deve regolare, e anche facilitare. A costi e condizioni umane, semplici: se l’immigrato ha un’attività, per quanto povera, ha diritto ad avere con sé la famiglia - con un visto magari gratutio, e un volo magari  prezzo ridotto. Una regolarizzazione sgonfierebbe subito il fenomeno.
Degli altri va accertato lo status di rifugiato, di profugo politico. Che ora tutti adducono quale passaporto d’ammissione. Se vengono cioè da paesi dittatoriali o in guerra civile. La maggior parte di quelli che s’incontrano a Roma o Milano vengono dal Senegal e dal Ghana, dove non ci sono situazioni di emergenza, e rafforzano il mercato degli ambulanti e dell’accattonaggio. In passato venivano da profughi i nigeriani, con regolari permessi, per gestire impunemente la prostituzione e lo spaccio. Un mercato che ha una logistica: per il trasporto, l’alloggio, l’operatività.
Poi c’è l’organizzazione. Che non è lo scafista. Quello è uno degli ultimi ingranaggi.  Il mercato è sicuramente schiavistico, basato anche sul disprezzo degli arabi per gli africani neri. Ma richiede organizzazione e implica molti soldi. Bisogna procurare le imbarcazioni. Di un certo tipo – imbarcazioni a perdere. Bisogna procurarsi in Libia – e prima anche in Tunisia e perfino in Turchia – posti di raccolta e di imbarco protetti. C’è da gestire un flusso consistente di denaro, in uscita e in entrata. Con ingenti controassicurazioni per gli scafisti, che ora vanno incontro al carcere.
Non un continente inesplorabile: sapere chi sono questi immigrati di forza non è difficile, poiché la frontiera è il mare. Il clandestino in realtà non lo è, è lì per farsi prendere, non per nascondersi. Se non ha documenti, o non li produce, è perché è di quelli, ci sono anche quelli, che hanno disegni non accettabili: che fuggono la famiglia, che fuggono la legge, che vanno a riforzare la delinquenza o il terrorismo - oppure per il malinteso senso di difesa. Prevale invece l’inerzia, l’ignoranza, la bugia a volte. Anche degli immigrati, che però hanno il diritto di difendersi. Sì, perché l’Europa, e non solo Salvini, li considera invasori.
Prevale in Europa, e non fa meraviglia, questa è l’Europa dei piccoli interessi. Ma prevale anche in Italia, che pure è il paese di frontiera. Non ne sanno niente le procure, e questo non meraviglia, le Procure sono lì per questo, per non sapere (lavorare). Ma le tante polizie? I tanti servizi segreti? Hanno perso il fiuto?

L’accoglienza è un business

Tanta buona volontà, forse, tante chiacchiere sicuramente, e tanta superficialità. All’insegna del piccolo business. Un’emergenza che dura da venticinque anni, gestita all’insegna della carità, che solo si preoccupa di avere “più risorse”, meglio se europee. All’insegna del “salviamo le vite umane”. Dopodiché niente più interessa: chi sono queste masse, da dove vengono, che cosa realmente fuggono, quali prospettive si pongono: il terzo settore non sa, non chiede, non ascolta, gli basta gestire i 30 o 40 euro al giorno dell’accoglienza per ogni immigrato.
Frutto di incapacità, forse. Il terzo settore è pieno di buona volontà ma con un personale per molti aspetti di scarto – il terzo settore funziona esso stesso da recupero psicologico e sociale. Dagli orizzonti limitati. Tipo quelli che “Mafia Capitale” ha illustrati, ma che sono generali, e noti a tutti: il terzo settore vive della carità pubblica. Della gestione della carità pubblica, un piccolo business. Compresa l’accoglienza. Che tanto piccolo business non è, è anzi la stella del terzo settore, più dell’assistenza ai tossicodipendenti o di quella ai senzatetto. È così che la questione si risolve con appelli alla Ue. Cioè ad avere più soldi da Bruxelles.

La tragedia ilare della Resistenza

“Il partigiano Johnny”, il romanzone che Fenoglio non si decideva a licenziare e Gabriele Pedullà ha pubblicato l’anno scorso, 500 pagine, “celebrava” la Resistenza, seppure sempre con occhio limpido. “Il libro di Johnny” ora, 800 pagine, consacra la saga del combattente poi resistente, di Roma e delle Langhe, dei garibaldini e dei badogliani (non) uniti nella lotta, dei romantici e degli avventurieri, riprendendo, per la cura sempre di Pedullà, il “progetto” iniziale del ciclo della Resistenza, poi frammentato in varie pubblicazioni, o abbandonato. Ma la narrazione più viva, in termini di testimonianza, della Resistenza di Fenoglio è in questa prima raccolta di racconti. Che, come sempre per questo scrittore, si fece tra continui cambiamenti, sette anni dopo i fatti, di scritture e riscritture.
Presentando “Il libro di Johnny” Pedullà suggerisce di leggere questi racconti come una “satira eroicomica” – in senso etimologico evidentemente: non cattiva ma piena di cose. Come la Resistenza è stata: una ilaro-tragedia. Un’esperienza multipla, di spensieratezza, paure, (dis-)organizzazione, disciplina e indisciplina, morte, debolezze, tradimenti, rivissuta cioè in chiave personale, senza le coordinate storico-politiche. Che tuttavia fu decisiva anche per i grandi disegni, i destini, la patria.
Questa Resistenza di Fenoglio si meritò l’interesse di Calvino e Vittorini, ma non senza dubbi e censure. Vittorini, che ne fu l’editore-redattore sollecito, presentò la raccolta in termini molto convinti. Come “racconti pieni di fatti”, quali sono, e di “penetrazione psicologica tutta oggettiva”. Di un esordiente che diceva “asciutto, esatto”. Con “un gusto barbarico che persiste come gusto di vita”, ma con “un temperamento di narratore crudo ma senza ostentazione, senza compiacenze di stile”.
Da americanista emerito, Vittorini era il più indicato ad apprezzare Fenoglio. Salvo rimangiarsi l’apprezzamento due anni dopo: pubblicò “La malora”, tentativo di romanzo non resistenziale, borghese, dicendolo “forse più bello” del primo, ma acculando Fenoglio al piccolo provincialismo. Ai “provinciali del naturalismo, i Faldella, i Remiglio Zena: con gli «spaccati», e le «fette»” della vita, con lo stesso “modo artificiosamente spigliato in cui si esprimevano a furia di afrodisiaci dialettali”. Lo stesso “più bello” intendendo in senso evidentemente antifrastico.
Era successo che “L’Unità” aveva stroncato Fenoglio. “L’Unità” di Milano, che Davide Lajolo dirigeva,  un Pci puro e duro, nonché langarolo che si voleva anche lui narratore, in concorrenza coi conterranei Pavese e Fenoglio. “L’Unità” di Lajolo aveva stroncato la scrittura e l’onestà dell’esordiente. Con un monito agli editori, come il Pci usava: “Pubblicare e diffondere questo tipo di letteratura significa non soltanto falsare la realtà, significa sovvertire i valori umani distruggere quel senso di dirittura e onestà morale di cui la tradizione letteraria può farsi vanto”.
Vittorini non si era sottratto. È per questo che la storia della Resistenza ancora si deve fare, dopo settant’anni: troppe incrostazioni, troppi non detti. E non più per paura o conformismo, il Pci non c’è più. È che nella Resistenza c’erano veleni, che tre generazioni dopo ancora sono attivi.
Beppe Fenoglio, I ventitre giorni della città di Alba

Recessione - 34

0,3, poi 0,5, ora 0,7, Renzi e Padoan esultano: il pil torna a crescere. Ma l’Italia viene ultima in Europa, dietro anche la Grecia fallimentare.

Il fatturato dell’industria torna a salire nel primo trimestre, ma sull’ultimo trimestre del 2014. Mentre resta inferiore ali fatturati di dodici mesi prima.

Il fatturato dell’industria torna a salire nel primo trimestre solo grazie alla produzione del gruppo Fiat – del relativo successo dei modelli derivati dalla 500..

I consumi rimangono al livello di dodici mesi prima, con incrementi infinitesimali. Malgrado il forte rialzo delle vendite (molto scontate) di automobili: più 32,6 per cento a febbraio rispetto a dodici mesi prima.

Il governo vanta a marzo un aumento dell’occupazione per 92 mila unità. Ma gli occupati sono ancora 100 mila in meno rispetto a sette mesi prima, settembre 2914.

I nuovi posti di lavoro non incidono sul tasso di disoccupazione, che resta al 12,7 per cento. 

giovedì 23 aprile 2015

Letture - 212

letterautore

Confessione – Paul de Man, prendendo a esempio Rousseau, mostra che la confessione d’autore è impossibile, e dice perché. Analizzando l’aneddoto di Marion e del nastro rubato (che Rousseau aveva rubato, incolpandone poi Marion, una ragazza che come lui serviva in casa de Vercellis a Torino), nella prima parte delle “Confessioni”, de Man distingue fra confessione e scusa: “Confessare è superare la colpa e la vergogna nel nome della verità. È un uso epistemologico del linguaggio in cui i valori etici di bene e male sono sostituiti dai valori di vero e falso”, scrive de Man al cap. “Scuse (Confessioni)” in “Allegorie della lettura”. Ma l’autore che si confessa in pubblico non s’impone di ristabilire la verità quanto di assolversi.
De Man, il padre della “scuola decostruzionista di Yale”, che verrà alle cronache dopo morto per la sua biografia (collaborazionista in guerra, antisemita, bigamo, spergiuro, padre assente e, pare, anche ladro), era stato diffidente del genere autobiografia, come si legge nel saggio “Autobiography as De-facement”, in quanto supponente, oltre che necessariamente falso – artificioso, costruito. Esteticamente, “nulla di comparabile alla tragedia, l’epica, la lirica”. E in sé “piuttosto indecente e autoindulgente”, incompatibile “con la monumentale dignità dei valori estetici”.

Downton Abbey – Il serial è tutto nelle “Confessioni” di Rousseau, al libro Secondo, tra la signora de Warens e la contessa di Vercelli. L’aneddoto con cui finisce l’occupazione ancillare del giovanissimo Rousseau in casa della nobile torinese sembra un episodio di “Downton Abbey”: rimasto senza impiego e senza buonuscita alla morte repentina della contessa, ruba “un piccolo nastro color rosa e argento, ormai vecchio”, e incolpa del furto Marion, “una giovane moriennese” da poco cuoca, “bella”, di “una freschezza di colorito quale non si torva che in montagna”, e sopratttto di “un fare modesto e dolce grazie al quale non si poteva vederla senza volerle bene”. L’oggetto non ha alcun valore e il furto non è un furto, ma tutti i meccanismi del serial vi sono in funzione: si parla di furto, se ne accentua la gravità, più tra i servi che con i padroni, e il giovane, immoralista come sono tutti i giovani, dice la prima cosa che gli viene in mente: “Me l’ha dato Marion”, scontando magari che Marion per questo non verrà licenziata né punita.

Francese – “Les combattants”, brillante commedia sulla mania della “sopravvivenza” (onere già deprecato e rifuggito quando c’era la coscrizione obbligatoria), si propone nei cinema in italiano come “The fighters”. Insieme col depliant, e il déssert.

Lillian Hellman – Eroina o falsaria? Si rifiutò di testimoniare alla commissione McCarthy per le Attività Antiamericane (1947-1952), e per questo fu a lungo apprezzata dall’opinione liberale. Anche dalla scena teatrale, che non si privò dei drammi per cui era celebre, malgrado McCarthy l’avesse incluse nella “lista nera”, dei personaggi da proscrivere – Hollywood invece la cancellò. Questo fino al 1980. Dicendo no alla convocazione di McCarthy, “Lilly” Hellman aveva detto che non aveva nulla da dire al senatore, non essendo iscritta al partito Comunista. Era sembrata un’ottima difesa, coraggiosa e insieme onesta. Ma nel 1980 Mary McCarthy, liberale e progressista,  rovesciò la prospettiva: Lillian Hellman era una stalinista, aveva evitato la commissione McCarthy per non essere incriminata di spergiuro, reato grave negli Usa, ma spergiura era lo stesso. A Mary McCarthy si aggiunse Martha Gellhorn, una delle mogli di Hemingway, per accusarla di falso nelle sue memorie, intitolate “Pentimento”, all’italiana, per quanto riguardava Hemingway e la guerra di Spagna. E su questa revisione “femminile” della sua storia Hellman morì tre anni dopo.
La storia cambia, anche rapidamente.
A Mary McCarthy sarà poi addebitata la carriera accademica prestigiosa di Paul de Man negli Usa, dopo essere stato un collaborazionista in Belgio. La scrittrice, allora giovane romanziera in voga, bella e anche procace, che l’illustre critico e accademico Edmund Wilson aveva voluto impalmare, conobbe socialmente Paul de Man, “rifugiato” dal Belgio pochi anni dopo la fine della guerra, e lo introdusse in università prestigiose. De Man sarà uno studioso di riferimento del decostruttivismo, letterario e filosofico, negli Stati Uniti e in Europa. Ma dopo la morte nel 1983, un anno prima di Lillian Hellman, si saprà che era stato collaborazionista in Belgio, antisemita, bigamo, spergiuro, e forse ladro.  

Microfonare – Il teatro microfonato è una specie di Sanremo, o un talk-show tv, meno stentoreo ma sempre ugualmente non emotivo. L’uso di recitare in teatro col microfono lo ha singolarmente appiattito. È come se lo avesse privato della voce, che ora mantiene la stessa sonorità in tutte le situazioni, che il personaggio parli di fronte o di spalle, lateralmente, a fondo scena, fuori scena. Lo ha privato della profondità, in senso spaziale, che nella scena ha molte funzioni – non è, non era, la stessa cosa sentire una voce al proscenio, rivolta al pubblico, oppure in fondo alla scena, magari in un “a parte”. Ha appiattito anche le inflessioni. Una nuova tecnica di recitazione probabilmente maturerà con la voce artificiale, ma per ora questa è solo soprammessa, gli attori preparandosi alla vecchia scuola, della dizione ausilio elettronico.
C’è una differenza sostanziale tra il teatro microfonato e quello che ancora fa affidamento sulla voce dell’attore. Netto è il ricordo della prima recita microfonata, alla prima de “Il diavolo con le zinne”, di Dario Fo e Franca Rame, il 7 agosto al teatro Vittorio Emanuele a Messina, per Taormina Arte. Fo aveva già rinunciato ad andare in scena, e Albertazzi che lo sostituiva sembrava lui stesso impacciato. Perfino i movimenti – c’è molta ginnastica ne “Il diavolo”, sembravano contratti, irresoluti.

Marie Regnier – Un nome un destino? Non c’è parentela ma Marie Régnier, coetanea e conoscente di Flaubert,  ha un catalogo analogo a quello di Marie de Régnier, due generazioni dopo. L’una nata Serrure, sposa del dottore R.E.Regnier, la seconda nata de Hérédia, sposa del poeta Henri de Régnier, solo questo le distingue. E le foto. Per il resto sono una copia l’una dell’altra. Entrambe romanziere e drammaturghe, entrambe in arte con pseudonimo maschile, Daniel Darc e Gérard d’Houville. Entrambe con patrocinatori eccellenti, Flaubert per la prima, Pierre Louÿs – che ne era il cognato e ne fu l’amante – per la seconda. Entrambe con una catalogo di opere porno soft. “Le follie di Valentina”, commedia in un atto, la prima, con “La couleuvre”, “Le peché d’une vierge”, “Petit bréviaire du parisien”, “Voyage autour du bonheur”, “Les Rieuses”, “Joyeuse vie. Polygamie parisienne”. Per la seconda: “L’incostante”, “L’esclave”, “Il tempo d’amare”, “Il seduttore”, “Jeune Fille”, “Proprette et Cochonnet”, “Esclave amoureuse”.
Le foto per cui Gérard d’Houville si segnala sono dei nudi in quantità con cui volle farsi immortalare da Pierre Louÿs, amante di lungo corso - da cui ebbe un figlio – che aveva sposato sua sorella minore, Louise de Hérédia. Marie de Régnier, che morirà quasi novantenne nel 1963, si segnala per relazioni intime in gioventù anche con D’Annunzio, Jean de Tinan, e altri letterati, col marito intrattenendo un matrimonio bianco.

Terrorista – Non ha buona letteratura. Neanche un buon terrorista nella letteratura europea. A partire dai “carbonari”, che pure la scuola santifica – a lungo li ha santificati come libertari e patrioti. Molto se ne è scritto ma contro: Dostoevskij, Stevenson, Conrad, Belyj, Némirovsky, Sartre, lo stesso Camus de “L’uomo in rivolta”.  Non c’è un’apologia delle Br, che pure fu un vasto fronte intellettuale: tutti si dissociano e molti (Scalzone, Battisti) negano, perfino l’evidenza.
Anche il combattente della Resistenza trova difficoltà a eroicizzarsi. Per la condizione esistenziale (“L’uomo in rivolta” di Camus), e per lo svolgimento reale della stessa, al di sotto dell’impegno politico e della retorica. Sono forme di eroismo in contrasto con i tempi, sanitarizzati, virtuistici – magari al coperto delle stragi affaristiche (la lira, l’euro, la Grecia).

leterautore@antiit.eu

Il Sud raddoppia le perdite

Meno 7 per cento di pil per effetto della crisi 2007-2014 al Centro-Nord, meno 13,5 al Sud. “Le due recessioni che hanno colpito l’economia italiana negli ultimi 6 anni hanno interessato i diversi territori in maniera non omogenea. Nel 2008-09 il brusco calo delle esportazioni ha avuto effetti soprattutto nel Nord Ovest e nel Nord Est. Nel biennio 2010-2011, mentre il Centro Nord recuperava, nel Mezzogiorno il prodotto continuava a contrarsi. Il biennio successivo, caratterizzato da una forte flessione della domanda interna, ha visto un calo del prodotto più forte nel Mezzogiorno: nel 2013 il pil vi risultava inferiore al livello del 2007 del 13,5 per cento, a fronte di una contrazione del 7,1 nel Centro Nord”
Il motivo è semplice. “Su tali dinamiche ha inciso la diversa struttura economica, nel Mezzogiorno meno aperta alle esportazioni e più dipendente dall’attività dell’operatore pubblico”. Più precisamente: “Tra il 2007 e il 2013 il pil è diminuito del 13,5 per cento in termini reali nelle regioni del Mezzogiorno, a fronte di cali più contenuti nelle altre aree: poco meno di 6 punti nel Nord Ovest, poco più di 8 nel Nord Est e nel Centro. In termini di prodotto pro capite, il divario nella dinamica a sfavore del Mezzogiorno si riduce a circa 3 punti, per effetto di una crescita della popolazione più contenuta al Sud”. Il Sud ha smesso anche di fare figli.
Ma non c’è solo la debolezza delle esportazioni, sul Sud ha pesato di più l’aggravio fiscale. “A partire dal 2011, l’economia del Mezzogiorno ha risentito in maniera più accentuata rispetto al Centro Nord degli effetti del consolidamento fiscale, che hanno comportato una decisa riduzione delle spese (sia correnti, sia in conto capitale) e un aumento del prelievo fiscale, soprattutto di quello patrimoniale”. Sulle seconde case degli emigrati, magari fatiscenti – seconde per modo di dire, non essendo praticamente mai abitate, ma un relitto della memoria, inalienabile.
Non sono i soli indici negativi. Vanno messi nel conto anche più emigrazione, più emigrazione intellettuale, meno iscrizioni universitarie, e meno consumi. “I trasferimenti di residenza dal Mezzogiorno verso il Centro Nord sono sensibilmente cresciuti nel 2012, facendo registrare, rispetto al passato, un aumento della quota di migranti con elevati livelli di istruzione”.
E “i divari territoriali si sono ampliati anche con riferimento alle scelte di istruzione terziaria. La flessione nelle immatricolazioni è stata più intensa nel Mezzogiorno, soprattutto tra i giovani appartenenti a famiglie con minori capacità di spesa. Tra quanti hanno deciso di intraprendere il percorso universitario, è aumentata la mobilità verso le regioni centrosettentrionali”, etc. etc. Sessanta pagine di testo, e altrettante di grafici e tabelle, per un pozzo senza fondo.
Banca d’Italia, L’economia delle regioni italiane, pp. 122, free online

mercoledì 22 aprile 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (243)

Giuseppe Leuzzi

La scomparsa della mafia in Sicilia
L’unico libro di mafia che manca, fra i tanti in classifica, è proprio quello che le scalerebbe tutte, sulla Procura di Palermo. Sul perché da venti e più anni, dopo Falcone e Borsellino, non processa più mafiosi ma: la Polizia (Contrada) e i Carabinieri (Mori, De Donno e altri). Cioè l’apparato repressivo, con la sua rete di informatori e confidenti che così smantella. E lo Stato, da Andreotti a Napolitano, passando per Mannino, Schifani, Romano, Dell’Utri, e alcuni presidenti di Regione – usa molto il concorso esterno in associazione mafiosa senza gi associati. Sulle carriere politiche che vi si sono innestate, con determinazione, senza mai uno scrupolo: di Violente per l’ex Pci (il Procuratore Capo si chiamava Caselli, ma era Violante), di Grasso e Ingroia, e ora di Gratteri per il Pd “bianco”. Sulla grande bonaccia di mafia, a Palermo e in Sicilia.
La scomparsa - meglio: sparizione - della mafia, bel soggetto sarebbe. Non fosse appunto per i carabinieri, i poliziotti e i ministri. Ma non senza rimedio: si potrebbe  argomentare che la mafia è lo Stato - come fa Montalbano, eroe solo. La politica cioè, e l’apparato repressivo. Solo che: la Procura di Palermo è anch’essa Stato, o che cosa? -  a questo Camilleri non c’è arrivato.

La processione e la fede sterile
Il lavoro fisico “costituisce un contatto specifico con la bellezza del creato”, è opinione costante di Simone Weil. Perciò il “popolo” ha accesso diretto a Dio, per una fede connaturata nell’esistenza – nella natura, nelle cose. “All’epoca in cui esisteva una civiltà popolare – di cui noi oggi raccogliamo con il nome di folklore le briciole come fossero pezzi da museo – il popolo aveva senza dubbio accesso a questo tesoro”, scrive la filosofa in “Attesa di Dio”.
All’epoca in cui le processioni non erano anatemizzate, per andare su facebook e fare l’antimafia? “Lo attesta anche la mitologia”, prosegue Simone Weil la filosofa, “parente prossima del folklore, se ne analizziamo la poesia”. Cioè, direbbe l’anatema, le superstizioni.
Bisogna sterilizzare la religione, la fede. 

Vedi Milano e poi muori
Federico II di Svevia, il “vento di Soave” , cioè di Svevia, del “Convivio” di Dante, non fu più lui dopo la guerra ai lombardi.
Federico II ebbe vita facile in Lombardia, contro i lombardi alleati del papa.  A Cortenuova, Bergamo, il 27-28 novembre 1237, li sconfisse agevolmente. La Lombardia lo snobbava e l’ha cancellato. Carlo Cattaneo, nelle “Note” sula Lombardia, menziona svagato una battaglia di Casarate, località inesistente, nel 1239, contro “Federico II e i suoi arabi”. Ma agli arabi, a loro gran sorpresa, i lombardi avevano ceduto senza combattere il Carroccio. E all’imperatore i milanesi avevano offerto un patto di fedeltà perpetua.
Si favoleggiò allora di una armata di settemila cavalieri arabi d Lucera al seguito di Federico II, e di duemila tedeschi, cavalieri teutonici o famigli dei principi del sacro romano impero. I duemila tedeschi c’erano – un po’ di meno ma c’erano: l’imperatore era di passaggio al ritorno dalla Germania  E c’erano i moltissimi veneti (padovani,trevigiani, trentini, vicentini e veronesi) forniti da Ezzelino III da Padova, i ghibellini di Cremona e Pavia, e di Modena, Parma e Reggio, e le truppe toscane di Gaboardo di Arnstein. Ma i settemila arabi non saranno stati 700, o 70? C’erano settemila arabi, bambini e donne compresi, a Lucera nel 1237? E settemila cavalieri, come immaginarli? Ma molto nemico molto onore.
È vero invece che Federico II, dopo queste scorribande, mostrò tatti nevrotici e tirannici prima a lui sconosciuti.

Amare la bellezza
Simone Weil, “Forme dell’amore implicito di Dio”: “La tendenza naturale dell’anima di amare la bellezza è la trappola più frequente di cui si serve Dio per aprirla al soffio che viene dall’alto. È la trappola in cui cadde Core. Al profumo dei narcisi sorridevano tutta la terra, la volta del cielo e il turgido mare. Appena la povera ragazza tese la mano, fu presa al laccio. Era caduta nelle mani del Dio vivente. Quando ne uscì, aveva mangiato il chicco della melagrana che la legava per sempre. Non era più vergine; era la sposa di Dio”.
“Amare la bellezza”. Bova ancora festeggia Core, la ragazza, di nome Persefone. La domenica delle Palme, con le “persefoni”: una processione di grandi figure femminili di rami d’ulivo intrecciati, su telai di canne, punteggiate di fiori, e dei gialli e rossi degli agrumi – Bova, ricca di ulivi come tutta la Calabria, nutre agrumi portentosi. Core-Persefone è peraltro presente tutto l’anno: un comitato cittadino a Locri prepara la petizione, che una delegazione porterà biennalmente a Berlino, dove non viene ricevuta, per chiedere la restituzione della grande statua che è l’attrazione dell’Altes Museum, il museo antiquario della capitale tedesca, e ripristinare l’antico luogo di culto. Una statua gigante, di grande interesse anche per la simbologia, la mitologia, la linguistica. Fu tagliata a pezzi e trafugata dalla località La Moschetta (mesquita) nel 1911 da trafficanti tedeschi. Che poi la vendettero allo Stato Prussiano a caro prezzo. Legalmente, si dice, allora si potevano “esportare” i beni culturali, seppure non a pezzi e di nascosto. Ma in contanti: il museo non ha alcuna pezza giustificativa dell’acquisto.
Corrado Alvaro racconta il trafugamento in “Mastrangelina”.

La mafia arriva col Piemonte
L’esercizio non usa più, ma furono molte e fantasiose ai tempi di Sciascia le scorribande di mafia. Dell’origine della parola. Metà erano nell’arabo. Che nessuno conosceva, ma la Sicilia già allora teneva molto al dominio arabo. Gli arabisti, interpellati, non seppero proporre niente di meglio che Mu Afah, forza e protezione, Maha, cava di pietra, Ma Afir, la stirpe saracena che prese Palermo, e Mahias, presuntuoso. Sciascia virò allora sulla Spagna, dicendo che Manzoni, leggendo “Don Chisciotte” in spagnolo e annotando su un quaderno i termini ancora vivi nel dialetto milanese, trascrisse anche “mafia”. Ma, forse, Sciascia insinuava che la mafia era milanese, poiché nel “Chisciotte” non si trova, e il quaderno nemmeno. Da ultimo Sciascia la trovò a Firenze nel Cinquecento, con la doppia alla fiorentina, sinonimo di “povertà, miseria”, nelle “Lettere di cortigiane del secolo XVI”. Ma nelle “Lettere” non c’è. C’è invece, con la doppia, come voce gergale, e nel significato di miseria, nel Tommaseo – “mi dolgono i tommasei”, diceva Manzoni degli importuni, anche non riferito al facondo fedelissimo.
Nell’Ottocento mafia è in Piemonte: mafiun sta per “uomo piccino, gretto, meschino”. Il “Nuovo dizionario siciliano-italiano” (1876-1881) del barone Vincenzo Mortillaro la dice di origine piemontese, importata con l’unità, e l’apparenta a camorra. Qualche anno prima del barone, nel 1868, anche il Traina, nel suo dizionario siciliano-italiano, considerava “mafioso” un neologismo postunitario, “per indicare azione, parola o altro di chi vuole fare il bravo” – il bravo alla Manzoni.
Di origine piemontese potrebbe essere pure il termine cosca, dalle “bande di barabba”, o “coche”, che proliferavano nel secondo Ottocento a Torino. Lo ricorda Gaetano Mosca, nel sempre ottimo “Che cos’è la mafia”, 1900, in senso diminutivo - nulla al confronto con la mafia siciliana: “La cosca mafiosa ha una saldezza di compagine, una forza d’azione e soprattutto una vitalità infinitamente superiori a quella della cosca barabbesca”.

leuzzi@antiit.eu 

Gli scrittori meglio usa e getta

La letteratura del Duemila è, nell’ordine: Michele Serra, Piccolo, Fabio Fazio, Crozza, Littizzetto, Severgnini, i vignettisti in blocco, Antonella Cilento, Michele Mari, Wu Ming, Andrea Vitali, Paolo Giordano, Scurati, Gipi (poesia a fumetti), Roberto Vecchioni, candidato al Nobel, e altri cantautori, la tv-verità, “Braccialetti rossi”, WhatsApp, con rimando a Ezra Pound, anche a Joyce, e a Apollinaire, e a Derrida (saggetto molto “alto”, qui Paolo Costa, pluricontributore divertito più degli altri, esagera), Amazon, i blog, google e il big data, google Italia,  le librerie bar, il digitale e l’editoria fai da te (una vera ricerca, questa, di Laura Cerutti, molto precisa, aggiornata), l’e-book, il diritto d’autore, il kindle, la distribuzione congiunta Messaggerie-Feltrinelli, “la retorica della commozione” per invitare a “una presa di coscienza sulla condizione omosessuale”, e il calo delle vendite, forse non dovuto alla crisi economica. Con la fame nel mondo naturalmente – aggiornata: ora la fame è in Africa, con le malattie.
Ci sono anche Magris e Maurizio Cucchi,  trattati, come Piccolo, con qualche deferenza. E Romano Montroni – che ha reinventato la libreria - che sa di che si parla. Per il resto, il “volume tiraturesco” 2015 Vittorio Spinazzola decide che è, al quindicesimo anno del millennio, la letteratura del secolo, se non del millennio, e rovescia tutto. La celebra con una cinquantina di monografie. E liquida quella degli sperimentatori, delle avanguardie, ammesso che ce ne siano ancora, e di ogni altro sopracciò, decidendo che il giornalismo è meglio, e farsi leggere è tutto - meglio senza ingombro. Proprio ora che il giornalismo è moribondo? È un canto alla memoria che il professore emerito si concede con questo suo annuale almanacco?
Una divertente compiléscion. Con tono grave, come si conviene a un’analisi che nasce sociologica, di sociologia della lettura. Ma come prenderla sul serio. Spinazzola, professore emerito di contemporaneistica, ne ha sicuramente viste di peggio – è uno dei pochi italiani a non essersi biografato su wikipedia: non si prende sul serio, viene da pensare, data la materia che annualmente lo prende. Qui accetta tutto, sul presupposto che l’alto e il basso non debbano distinguersi. E non può essere che un’antifrasi rabelaisiana.
Il Novecento voleva che si scrivesse difficile, il Duemila non più. “L’epoca duemillesca ha capovolto le carte in tavola, perché ha accettato il principio funzionale della leggibilità. Le opere scritte sono fatte per essere lette”. E quindi anche scritte mediocremente, senza lasciare traccia? Si. “Una cosa resta comunque certa: oggi come oggi, un rispetto particolare va riservato a coloro che si adoperano in favore di un incremento dei valori extraletterari più consentanei a un incrocio di liberalesimo e democrazia; assieme, un privilegio di simpatia spetta a quanti ricorrano a una scrittura di mediazione fra nitidezza affabile e cordialità
disinvolta”. Anzi, “all’aspetto più significativo di questo volume tiraturesco: il richiamo dell’attenzione su quella categoria di scrittori-giornalisti che lavorano per la grande stampa ma soprattutto per i mezzi audiovisivi”. Se non è ironico, il lettore ci guazza doppio, che deve rifarsi dei tanti euro spesi inutilmente, per libri di cui non ricorda nulla  - il giornale, come si soleva dire quando se ne facevano, il giorno dopo serve a incartare il pese, il talk-show è dimenticato coi titoli di coda.
Essendo offerta graziosamente dal Saggiatore, la lettura non fa male: bisogna sapere, in questo il professore ha ragione, in che epoca si vive – lui non si spreca per più di due paginette. Si lgge anche come il giornale, più in fretta.
Vittorio Spinazzola (a cura di), Tirature ’15. Intellettuali che fanno opinione, Il Saggiatore\ Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, pp. 258 free online

martedì 21 aprile 2015

Problemi di base - 225

spock

Ora che il gas di Ischia va a Bologna, chi ci racconta un po’ di retroscena?

Ci toccherà invocare D’Alema?

Ci sarà un centro di recupero per l’astinenza da intercettazioni“

E perché Milano non intercetta più, è rischioso?

Perché il Parlamento s’intigna a votare?

Ai tempi del fascismo\ non sapevo di vivere\ ai tempi del fascismo”, H.M.Enzensberger: si è fascisti senza saperlo?

Frontex ha sede a Varsavia: l’Europa si prepara agli sbarchi dei russi?

Ma l’Africa, non era stata scoperta prima di Gesù Cristo?

spock@antiit.eu

La Resistenza fu anche gappista – terrorista

L’assassinio di Gentile è un cold case, dice l’editore, che dopo settant’anni resterebbe da esplorare. E perché? Il Pci lo rivendicò, dopo una ribadita condanna – Togliatti sull’“Unità”, che allora si pubblicava a Napoli,  se ne inorgoglì, riducendo il filosofo a “bandito politico” e “camorrista, corruttore della vita intellettuale italiana”. I gappisti fiorentini se sono assunti la paternità.
È un brutto storione, e si presta alle ricostruzioni, questo sì. Questa è particolarmente insinuante, un labirinto. Di nomi, riferimenti, retroscena, progetti e complotti politici, aggrovigliati e quindi confusi. La parte migliore sono i “ritratti” di molti personaggi dell’epoca, nello specchio dell’evento, dell’assassinio: Berenson, Croce, Markevitch, Gelli, i gappisti Fanciullacci e Martini, Garin, Guido Calogero, Concetto Marchesi, Antonio Banfi, Bianchi Bandinelli. Un terzo del testo è di note (con bibliografie), che però non chiariscono. L’ennesima ri-narrazione, il “caso” resta “freddo”.
Mecacci si basa su una insinuazione di Cesare Luporini, in un’intervista radiofonica del 1989: ci sono “cose che forse ancora non si possono dire”. Con l’aggravante che Luporini è – era - “una delle teste pensanti del Pci”. Dopo essere stato - si può aggiungere ma a nessun effetto risolutivo, giusto per intorbidare ancora più le acque - a Firenze con Cantimori, altra testa pensante a guerra perduta del Pci, vicino al nazismo, antisemitismo compreso: Luporini studiò in Germania con Heidegegr e Hattmann, il itolare di filosofia a Belino negli ani di Hitler, Cantimori da Firenze si legò a Moeller van den Bruck (“Il terzo Reich”, 1923) e Carl Schmitt. Ma la verità non è tutta qui, nelle cose che si sanno?
No, Mecacci ci aggiunge il quadro internazionale, di spie e affari riservati, inglesi e americani, in Italia. Un quadro anch’esso risaputo. La “ghirlanda fiorentina” è il titolo di un taccuino di un italianista scozzese che si vuole agente dei servizi segreti britannici e in missione a Firenze durante la visita di Hitler nel maggio 1938, John Purves. Sono molti i britannici uomini di lettere che si vogliono agenti segreti contro le dittature. Ma pensare che gli americani, o gli inglesi, avessero in mente di sconfiggere Hitler uccidendo Gentile è un po’ troppo, probabilmente si occupavano di altro.
I retroscena sono piuttosto l’evidenza. Un attentato facile – nulla a che vedere con l’agguato di via Fani, che Mencacci evoca – che bastava solo concepire. Gen­tile era indi­feso, benché fosse personaggio eminente nella Repubblica di Mussolini. E non era in sintonia col fascismo estremista  toscano e fiorentino. Ma anche l’ipotesi di un regolamento di conti all’interno del fascismo, proseguito con l’eliminazione del filosofo, non regge. Perché si sa come andò: chi decise l’assassinio e chi lo realizzò. Il Pci fiorentino avallò l’operazione, il resto del Comitato di Liberazione Nazionale cittadino lo criticò.
Gentile era migliore
La narrazione resta tuttavia accattivante. Per i personaggi – Firenze ieri, e oggi - e qualche retroscena. Fu Bianchi Bandinelli il mandante? Uno dei mandanti, come disse la Polizia subito dopo l’assassinio, che lo arrestò? Sì. “Sai bene quello che gli hai fatto”, gli avrebbe detto  Pompeo Biondi, suo padrone di casa, quando vennero per arrestarlo, annota Mencacci. E uno s’immagina bene Biondi, gigantesco e sbuffante, sempre un po’ agitato, di fronte all’irruzione. Ne viene fuori anche un Gentile migliore di molti.
È questo forse l’oggetto vero dalla lunga rappresentazione dello psicologo Mencacci. Qui c’è il Gentile degli ultimi scritti, sotto l’occupazione tedesca, ministro di Mussolini ma pensatore in proprio, per la concordia e la ricostruzione. Per la continuità dell’Italia e dello Stato italiano. Come disegno politico e non come fatto bellico, di guerra civile. E non come complotto, o disegno surrettizio. Ma non vale l’ipotesi della “pacificazione nazionale” che Gentile avrebbe patrocinato e gli inglesi avversato: Gentile era pur sempre un “irriducibile”. Invocava la “concordia”, ma sotto la guida di Mus­so­lini, “voce antica e sem­pre viva della Patria”, e a fianco del “Con­dot­tiero della grande Ger­ma­nia”. E per i partigiani aveva parole di disprezzo - “i sobil­la­tori, i tra­di­tori, ven­duti o in buona fede, ma sadi­sti­ca­mente ebbri di ster­mi­nio». Mentre non si fa abbastanza caso del terrorismo urbano, allora “gappista”, che è pur sempre un dato di fatto. Specialmente in Toscana, all’epoca, e a Firenze. Più la Liberazione si allontana più i libri che la celebrano si allontanano dalla storia invece di chiarirla.
Luciano Mecacci, La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Adelphi, pp. 520 € 25

lunedì 20 aprile 2015

La Resistenza vedova del Pci

“Il mito conteso della Resistenza della Liberazione” Emilio Gentile celebra al Parco della musica a Roma il 25 aprile. Il mito in verità non saprebbe essere conteso, perché non c’è di che. Gli stessi fascisti hanno accettato e accettano la sconfitta, senza alcun revanscismo – sono loro che meglio di ogni altro accettano, sia pure polemicamente, la Repubblica nata dalla Resistenza, o la Resistenza come mito. No, la celebrazione non è sentita perché non c’è più la Liberazione, mancando del tutto dal ricordo la sconfitta e gli Alleati. Il ruolo degli Alleati nella Liberazione e alla Liberazione, come ideologia e come amministrazione. Né si rimedia alla scomparsa del Pci, che la Resistenza aveva monopolizzato.
Si pensava che ci sarebbe stata più Liberazione, più Resistenza nella sua vasta gamma, con la scomparsa del partito egemone della storiografia italiana, e invece no. Siamo a una sorta di orfanaggio, di vedovanza. La cultura in Italia, la cultura storica, è come in trance. O  in stato di shock prolungato, non essendosi ancora ripresa dalla devastazione ingloriosa del sovietismo. Che pure era, avrebbe dovuto essere, piccola cosa di fronte alla  Resistenza, così varia e complessa – ma evidentemente non lo era.
È questo lutto prolungato all’origine della cancellazione degli Alleati dalla Liberazione? Anche: la cancellazione è avvenuta prima del crollo del comunismo, a opera della stessa storiografia picista. Contro ogni verità storica, dai rifornimenti – tutti Alleati – alle forze in campo, tra le quali i comunisti erano minoranza. Ma il Pci è morto da molto tempo – è durato quarantacinque anni, è morto da venticinque. La memoria della Liberazione, con tutto il concetto di Resistenza, è morta per conto suo, malgrado le celebrazioni rituali. Renzi, che è appena stato in America, non ha nemmeno pensato di invitare qualcuno alle celebrazioni, magari un’associazione di reduci, una delegazione ai cimiteri di guerra, una società patriottica italo-americana.

Il compromesso della Resistenza

David Bidussa fa dialogare Bobbio in veste di filosofo applicato e Pavone storico sul suo proprio terreno. Oggetto: il “nuovo sguardo” sulla Resistenza, dopo quarant’anni di mitografia. E da allora, quando il dialogo tra Bobbio e Pavone sfociò ne “Le tre guerre”, il titolo che Pavone avrebbe voluto alla sua ricerca, poi, nel 1991, pubblicata da Giulio Bollati come “Una guerra civile”, la Resistenza e la Liberazione non sono più state le stesse.
È il periodo più controverso della storia recente, dall’armistizio dell’8 settembre alla Liberazione il 25 aprile, un anno e mezzo. Ma solo all’apparenza, per una revisione che si vuole traumatizzante della mitografia della Repubblica nata dalla Resistenza. E non si vede perché, non in questo libro.
Bobbio e Pavone concordano: la guerra in quell’anno e mezzo fu patriottica, contro l’occupante Germania, ma anche di classe e civile. La seconda connotazione era compresa nell’idea della Resistenza, la terza ha sostituito ogni altra connotazione della Resistenza stessa. Arbitrariamente.
Manca però la Liberazione, la guerra-guerra, gli Alleati.
Nella pubblicistica che si accavalla per i settant’anni della Liberazione, questo scambio tra Bobbio e Pavone è di intelligenza superiore. Manca però la guerra-guerra, gli Alleati. Come combattenti, e come ossatura della Resistenza. Dallo sbarco in Sicilia all’8 settembre nella rotta. E dall’8 settembre nell’organizzazione, l’approvvigionamento e i rifornimenti di armi, munizioni e strumenti delle forze partigiane, dei gruppi di difesa. La Liberazione, gli Alleati, c’erano nella prima letteratura della Resistenza, sono scomparsi negli anni 1970.
La questione – la “scomparsa della Resistenza” - è in realtà interna alla società, e alla sua cultura. Che da troppo tempo è quella, sempre, dell’ex Pci – ora per inerzia. La pretesa di egemonia di Berlinguer, che non trovò nessuna resistenza a esercitarla, e teorizzò nel compromesso storico, il grande assente della storia politica di questi decenni. Di cui il dibattito sulla Resistenza è parte. Una sorta di Cln senza il nemico, e quindi senza polarità positiva: della politica come corpo morto. Ora “democristiano”, nuovamente, ma non è quello il problema. Il problema non è la Resistenza, sia pure tripartita, patriottica, di classe e civile, ma il tradimento della Resistenza. Un vero dibattito sula Resistenza dovrebbe essere su questo compromesso.
Bobbio e Pavone se lo dicono ma non lo dicono – e nemmeno Bidussa. Che il modello del nulla, su cui l’Italia si è creata con la Resistenza, o dell’interruzione della storia, non regge. È singolare che l’ipotesi storiografica dominante nei primi quarant’anni della Repubblica, quella del Pci, regga ancora tanti ani dopo la caduta del Muro e lo scioglimento del partito Comunista. Lo schema fondamentalmente di Gramsci, per cui la periodizzazione non è Risorgimento-Fascismo-Repubblica, ma Risorgimento-Fascismo-Vuoto-Stato Nuovo (Resistenza). Con la cancellazione della guerra civile, certo. Ma anche della Liberazione, degli Alleati. E della Resistenza militare, e della luogotenenza.
Norberto Bobbio-Claudio Pavone, Sulla guerra civile. La Resistenza a due voci, Bollati Boringhieri, pp. XXIII-177 € 15

domenica 19 aprile 2015

L’Europa senza

C’è, a ogni ecatombe di africani poveri nel canale di Sicilia, invariabile il lamento del papa e del governo italiano all’Europa. Che si mostra come un palazzo con le bandiere e le parole di un portavoce senza nome. È una trenodia più che un mortorio da prefiche, una cosa igienica, molto asettica. Molto per bene anche. Forse domani l’Europa stanzierà qualche milione in più per la Marina italiana.
Si dice di queste reazioni che sono senza cuore, ma questa Europa è senza niente.
Lo stesso per le decapitazioni di cristiani, ora anche etiopici, di cui l’islam non sa più come affollare la rete. Quando non li butta in mare. Sono africani e mediorientali, ma pur sempre vicini di casa. L’Europa non si lamenta nemmeno, come si farebbe di condomini importuni.

Un banchiere centrale che invita alla speculazione era da vedere. A fine settimana, per far preparare meglio gli arsenali. In supporto alla offensiva del superministro tedesco, se qualcunonon avesse inteso. Un banchiere d’affari che diventa banchiere centrale, anche questo era da vedere. Quali altri record batterà Draghi? Quali altre infamie ci riserva questa Europa?

Ombre - 264

Emilio Gentile racconterà al Parco romano della Musica il 25 aprile “Il mito conteso della Resistenza e della Liberazione”. Che nessuno contende – i fascisti, neo ed ex, da tempo hanno accettato la Repubblica. Forse lo storico dirà, finora non lo ha detto, chi contende l’antifascismo e la liberazione.

Nessuno contesta l’antifascismo eccetto la sinistra - Gentile quindi incluso. La quale  ha soppiantato la Resistenza e la Liberazione con la guerra civile. Per non dover ringraziare gli Alleati? Per introdurre alla storia che non si fa ma che sarà inevitabile della Volante Rossa e del Triangolo della morte? Della voglia, se non di un progetto, di sovversione.

Sarà un caso, ma si assiste con la “Seconda Repubblica” a un inconcludente quanto interminabile manipolazione delle carte  Da prestidigitatori e forse da bari. A opera, bisogna dirlo, degli storici e non dei politici, che quindi qualche onestà la conservano.
La Seconda Repubblica data, più o meno, dalla caduta del Muro. Dalla caduta delle illusioni di cui la storia non è stata fatta e, come sembra, è vietato fare.

Paolo Conti sul “Corriere della sera-Roma” depreca “una città al collasso”. Oggi e non ieri, lo fa a giorni alterni. Ieri ne celebrava la bellezza – come di consueto gli altri giorni alterni – sotto le specie di un glicine al Gianicolo. È un modo di essere romano, essere e non essere. È da Roma che la politica italiana ha preso il suo modo di essere?

Il 17 aprile, venerdì, Renzi torna dall’America, va a Pompei e dichiara: “L’Italia è una superpotenza culturale, il mondo chiede Italia”. Era Mussolini che il 2 ottobre 1935 dichiarava guerra all’Abissinia invocando “questo popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di navigatori, etc.”. Me nessuna ironia si legge. Nemmeno sul venerdì 17. Mussolini si riserva per Berlusconi: è la logica di regime.

Allarme tg: “Un peschereccio italiano fermato dalla Marina libica nel canale di Sicilia”. C’è una Marina libica? C’è la Libia?

Dunque, dieci mesi dopo aver condannato Berlusconi perché “non poteva non sapere” in materia di fisco delle sue aziende, la Cassazione stabilisce il contrario, a opera dello stesso giudice relatore, Amedeo Franco: che il reato fiscale non si può presumere, deve essere provato.  
C’è del trucido in Cassazione. E non può essere altrimenti, è il vertice di un “ordine” giudiziario marcio.

Con le parcelle milionarie che deve ai suoi tanti avvocati, Berlusconi ha dovuto aspettare che un qualche giudice o impiegato della Cassazione segnalasse a “Libero” la doppia morale della Corte. E allora: o Berlusconi ci guazza in questa giustizia, il masochismo esiste, oppure è un pirla, se ne approfittano tutti, giornalisti, onorevoli, e anche gli avvocati.

Abbattere il governo per la legge elettorale, evidentemente si può. Ma che lo faccia il Pd, contro il suo governo, che senso ha questa “dura opposizione”? Da parte di parlamentari che esistono solo nei talk-shows – non sono politici, non hanno fatto politica, non fanno politica, solo si mettono in mostra. Ogni partito ha le sue starlettes, anche se con la barba.

Non ci sono i milanesi in Duomo per  i funerali della strage al palazzo di Giustizia. Né dentro né fuori, dove erano state preparate inutili transenne. Benché, dice Lerner, solo di avvocati a Milano ce ne siamo 18 mila. Ma li assolve, gli avvocati e i milanesi: “Il funerale di Stato ha trasmesso la sensazione di una Roma venuta a Milano sospinta dal timore”. Dalla colpa cioè.
I milanesi, diceva Malaparte, buttano sempre l’immondizia al piano di sotto.

Comincia Porto-Bayern, Neuer abbatte Jackson Martinez. Era gol fatto, ma Neuer è solo ammonito. Noblesse oblige, Neuer è campione del mondo.
E poi la finale di Champions si gioca a Berlino, una squadra tedesca ci vuole.