sabato 22 agosto 2015

Problemi di base - 241

spock

E dopo Milano, Astana?

Astana? Che però è in Champions, mentre Milano no

Se Hitler è l’imbianchino che dice Brecht, che dobbiamo pensarne – di noi?

E Erdogan che bombarda l’Is per bombardare i curdi: che dobbiamo pensarne?

Ci sarà omertà anche con l’Is?

Son tutte belle le mamme del mondo, ancora?

Tutto sesso, niente sesso?

(Cos’è il nulla? Sa molto di tutto)

Niente più rimozione, niente più Freud?

La chiave è l'ora esatta della morte

Un partita giocata come al bridge senza briscola. Decisa dal “rigor mortis”, di cui si fa indigestione – per risalire all’ora esatta della morte, questione di chi eredita che. Tema macabro, ma capriccioso, come lord Wimsey, il nome e il personaggio. Un uomo solo, pieno di bizze, ricco, che canticchia canzonette filosofiche e di solito suona Bach al piano – qui invece si esibisce in “uno studio strano, rumoroso e sgradevolmente disarmonico, di un compositore moderno, in chiave di sette diesis”. Nientedimeno.
A questo episodio l’autrice premette una biopsicologia complicata (freudiana) del suo Lord detective. Che resta un nobiluomo inglese, sfaticato e impegnato. E sempre à la page. Qui perfino in anticipo di un secolo, poco meno – il “Bellona Club” è del 1928. Sulla donna che lavora. Sulla fine della seduzione. E sull’eclisse dell’uomo, del padre: “Sono deciso a non diventare mai padre. I costumi moderni e l’abbandono delle belle tradizioni antiche hanno semplicemente rovinato la professione”. Senza per questo farsi oscurantista: “Dedicherò la mia vita e le mie fortune al sostegno della ricerca sul metodo migliore per produrre gli essere umani dalle uova”.
Lord Wimsey è più che mai Sherlock Holmes. Non isolato e anzi socievole, ma ugualmente sottile, a imbrogliare e sbrogliare la matassa. Dorothy Sayers è giallista con la mano sinistra. Aveva altre ambizioni, di commediografa, filosofa – seguace di C.S.Lewis quando faceva il filosofo - e teologa. Ma lavorando nell’industria editoriale, prima donna o quasi laureata a Oxford, sapeva come si costruiscono i libri, e ha creato uno Sherlock Holmes più simpatico. Lasciando qui e là i segni dei suoi veri interessi - qui di Aristotele (di cui successivamente leggerà la “Poetica” come un manuale per scrivere un giallo, “Aristotele e la detective story”): “Lui afferma che si dovrebbe preferire il probabile impossibile all’impossibile probabile”. Ottimo tema logico, anche etico – e ermeneutico: cosa ha voluto dire Aristotele?
Dorothy L. Sayers, Lord Wimsey e il mistero del Bellona Club, Donzelli, remainders, pp. 224 ril.€ 10,50

venerdì 21 agosto 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (255)

Giuseppe Leuzzi

A metà Seicento, calcola Galli della loggia (“L’identità nazionale”), “su 2.700 centri rurali che si contavano nell’Italia meridionale, non meno di 1.200 risultavano infeudati a genovesi”. Banchieri del re, che il re non pagava, cedendo in cambio province e villaggi. Ma non era feudalesimo, purtroppo, era fedecommesso e altri titoli di proprietà assenteista – a parte i titoli di proprietà, non si ricordano i Grimaldi, gli Spinelli, i Perrone, Grillo, etc., per qualche attività in Calabria, che pure possedettero quasi per intero.

L’antipatizzante Galli della Loggia collega – collegava nel 1998 – l’identità italiana al Mediterraneo.  All’Italia trovando non solo un’origine ma anche una vocazione mediterranea, da ultimo con Venezia e Genova. E quindi, almeno in parte, con le Venezie di oggi, così leghiste, e la Liguria.

L’unità disfece l’unica istituzione italiana, il Regno delle due Sicilie, che, nota Galli della Loggia, era stato una realtà per sette secoli, dal 1130.

Emma Marrone, salentina in tutto, per bellezza e carattere, ha come punto di riferimento Milano. È naturale, tra “Amici”, la discografia e la pubblicità o culto dell’immagine. Ma quando parla di casa, dice “giù” e “laggiù”. Eppure, il Salento non è da buttare – Emma è stata curata anche bene, a sentire lei, “giù”. La bellezza – della natura, della stirpe – non esime dall’odio-di-sé. 

Questo invece è ineccepibile: “Non mai, come in molti paesi dell’Italia meridionale”  - scriveva Francesco Saverio Nitti in “L’emigrazione italiana e i suoi avversari”, ora in “Scritti sulla questione meridionale”, vol.1 - “ho visto maggior numero di vagabondi, e di persone che vivono di rendita”. Questo è vero tuttora. In una paese della Basilicata “assai povero”, di malaria e emigrazione, “sopra cinquemila abitanti” Nitti contava “settantadue preti ed un numero triplo di persone che vivevano di rendita”. Rendita miserabile per lo più, un tempo dagli affitti ora dallo Stato..

La tarantella esce dalla caserma
È festa come ogni anno a Melpignano per la Notte della Taranta. Con folle sempre più sterminate di giovani che convergono per questo sul Salento. Questa’anno il festival si fa forte del “Taranta Project” di Ludovico Einaudi, che se ne dice “affascinato” – come già Lucilla Galeazzi, Vincenzo Sparagna, e in questo scorcio Ligabue: un concerto registrato nel Salento e mixato a Londra alla Real World Records. Mettendo assieme musicisti di tre continenti:  i griot  Ballaké Sissoko (Mali, con l’arpa liuto kora) e Juledeh Camarra (Gambia, col violino a una sola corda nyanero), Mercan Dede (Turchia, flauto sufi ney), il chitarrista blues britannico Justin Adams, e le voci salentine di Antonio Castrignano, Enzo Pagliara, Alessia Tondo.
Il perché del fascino si può capire: è musica semplice in tutte le sue quattro espressioni, la pizzica salentina, la tarantella del Gargano e quella aspromontana, e la tammurriata dei paesi vesuviani: il ritmo dei tamburi, tamburelli, chitarre battenti, organetti, perfino la zampogna e la lira, il motivo melodico breve e ritornante. La musica più pura, da danza, benché spesso cantata, ossessiva e quasi compulsiva.
È finita rubricata in caserma come ballo dei mafiosi, e questo dice tutta la miseria del Sud. Che parte dalle istituzioni.

Calabria
La battaglia dell’estate è dichiarare i Comuni  calabresi anti-‘ndrangheta. Promossa dall’Anci Lombardia, sull’esempio di Trezzano sul Naviglio, o di Monza?, su proposta di Klaus Davi, che ne fa il tormentone della sua tv KlausCondicio. Il sindaco di Locri l’ha trovata inutile e superficiale e non ha commissionato i cartelli. Il sindaco di Reggio Calabria, invece, democrat anche lui come quello di Locri, l’ ha subito adottato, meritandosi il plauso di Klaus Davi. Però il sindaco di Buccinasco, che è in Lombardia, lo stesso giorno ha fatto richiesta a Klaus Davi di sostituire ‘ndrangheta con mafia.

La campagna dell’Anci Lombardia non ha lasciato insensibile la magistratura. Il pm antimafia Gratteri si è dichiarato per la ‘ndrangheta. Il cartello “Comune vietato alla ‘ndrangheta”, dice, “fa paura ma va esorcizzato”. Paura della ‘ndrangheta, o del cartello?. 

Bomba d’acqua su Firenze, molti danni, qualche morto, pace. Bomba d’acqua su Rossano in Calabria, con molti danni ma non alle persone, e i geologi fiorentini accusano la mano dell’uomo, il mancato rispetto della natura, etc. Non ci si salva. Non c’è salvezza.

Anche il governo sollecito si precipita a Rossano, dove non ci sono fiumi, per stigmatizzare le costruzioni abusive sui greti dei fiumi, e i condoni (governativi). Ognuno è così libero di pensare che Rossano sia costruita ostruendo il fiume, come Genova. È una forma di giustizia redistributiva.

Subito si sveglia la Calabria che legge i giornali e impreca alla speculazione edilizia. Non all’abusivismo di necessità, il solo che – in Calabria – costruisce dove non paga il terreno, per esempio sugli argini demaniali delle larghe fiumare, che magari per decenni sono stati secchi.

È però vero che a quasi un anno dall’elezione, il presidente della Regione Calabria OIiverio non ha un assessore alla Protezione Civile. Anzi, non ha in realtà una giunta – Vuole pochi assessori, che fa e disfa, quelli che non rifiutano o se ne scappano. Non c’è solo Crocetta, c’è anche Oliverio: ma dove li prende il Pd?

È la regione che, con la Campania, ha il record degli occupati in nero, uno su cinque – la media nazionale è uno su dieci. In Campania in certo senso si giustifica: è l’occupazione necessariamente in nero dell’industria, teoricamente illegale, della copia: il segno del forsennato industriosissimo imprenditorialismo napoletano. In Calabria è il segno della rassegnazione: si va avanti tra colture intrinsecamente ricche, olivi, agrumi, primizie ortofrutticole, con rassegnazione, pareggiando ogni anno i conti a fatica – là dove territori che ne sono sforniti ci creano sopra fortune (al ristiranti è servito olio di Crescenzago)..

Dunque, Sgarbi voleva i Bronzi di Riace all’Expo, manufatti delicatissimi che passano più tempo al restauro che al museo. Ma li voleva per abbellire il padiglione di Eataly. Lo spiega un manifesto firmato da duecento e oltre storici dell’arte di tutto il mondo.

Casole Bruzio ha il record  della raccolta differenziata, molto prossima al “Rifiuti Zero”. Benché ospiti alberghi e ristoranti, mobilifici, supermercati. Ma il record viene stabilmente riconosciuto a Capannori. Forse perché Capannori in Toscana.

Niente Casole Bruzio, il “Corriere della sera-Sette” ha una tiritera, a opera della sua firma top Stella, contro Falerna, che per la differenziata spende il doppio di un comune veneto, o friulano. Senza dire che Falerna triplica la popolazione d’estate – è un paese di condomini di vacanza costruiti da immobiliaristi veneti e romani.

Resistono nel Nord della Calabria cospicui toponimi tedescofoni: Galdo, Laino Borgo, Mormanno, Longobardi  e altri. Residui del vecchio regno longobardo del Sud. Ma Longobardi si vuole opera di Liutprando, quando i Longobardi ancora non aveva idea del Sud – il papato ci stava in mezzo, amico e avverso. Ma Liutprando s’illustrò per battere i bizantini, cioè la grecità.

Fanno record di visitatori i Bronzi di Riace al Museo archeologico di Reggio, dopo Pompei, gli Uffizi e il polo Reale di Torino. Ma la città non se ne accorge. Non è nemmeno interessata: i visitatori li portano in massa gli operatori dalla Sicilia e dalle Eolie.

“Le dieci cose che devi sapere prima di uscire con una calabrese”, è un servizio di “Cosmopolitan”. La calabrese è tutta cucina, pelosa, e nana. L’autrice del servizio è calabrese, Marica Bruno. Non per ridere: il servizio è uno di una serie di “donne regionali” del periodico, sul tema “Sesso e amore”. La pugliese, la siciliana sono agrodolci, come vogliono questi servizi melensi. Marica Bruno invece è spietata: “L’hai conosciuta in biblioteca, sul volo Berlino-Roma, in vacanza a Tropea? Non importa”, la calabrese è quella lì. Ma: Marica Bruno, “operaia di penna al momento inoccupata”, non sarà calabrese pure lei? L'odio-di-sé è violenza pura.
Terra generosa. “Quando i francesi imposero in tutta Europa, per volontà di Antoine Parmentier, il noto agronomo e nutrizionista, la coltivazione della patata, la Calabria, in quanto possedimento d’oltralpe, divenne uno dei luoghi ideali in cui fra crescere il tubero. Fatto che comportò disboscamenti e la fine di un mondo”. Questo pezzo sulla Calabria, della serie “Sentieri del gusto”, “Trekking” del settembre 2012 titolava “Terra generosa”.

La fine del mondo, secondo la rivista, è questa: “Storicamente, i calabresi si dividevano in «popoli da albero» e «popoli da grano»”. Simpatica scoperta, ma... Sarà vecchia antropologia – del genere “famolo strano”? Sicuramente ai redattori della bella rivista l’avrà raccontata qualche calabrese. Tutto, ma la storia no.

Giudici vs. preti: la verità delle processioni
Non sarebbe stato il vescovo di Oppido-Palmi, mons. Milito, a proibire le processioni in Calabria, sarebbe stata la Procura di Palmi. Cioè, il vescovo ha proibito le processioni, e il divieto mantiene in vigore, ma perché assediato dai Carabinieri, cioè dalla Procura. A un anno dal fatto, un’altra lettura se ne dà: tutte le funzioni religiose vennero messe sotto assedio, per trovare dove e come le parrocchie erano dominate dalla ‘ndrangheta.
Il vescovo Milito per la verità non voleva le processioni: “Sono riti pagani”. Ma è vero che fu messo in berlina dall’apparato repressivo. Andarono anche a cercare e pubblicarono le graduatorie d’insegnamento delle sorelle, come se fossero privilegiate, mentre non avevano commesso alcun abuso. Ci fu una ricerca frenetica di testimonianze, pentimenti, documenti sull’infeudamento dei riti alla ‘ndrangheta. Che non ha prodotto nessun esito. Un fotografo dilettante di Scido, Pino F., che si dilettava di fotografare le processioni, fu messo sotto pressione, e alla fine gli sequestrarono tutti i reperti – che ancora non ha riavuto. La processione su cui fu imbastito lo scandalo, peraltro, quella di Oppido-Tresilico, era da tempo governata da un regolamento che distingue nettamente la funzione religiosa dalla festa civile.
Passata la buriana, le processioni potrebbero riprendere. Con uno statuto analogo a quelle di Oppido, sede originaria della diocesi del vescovo Milito. Distinguendo cioè nettamente le funzioni religiose, regolate dal consiglio di parrocchia, dalle feste concomitanti. Ma la ferita resta, una sorta di timore. Anche Milito e le sorelle ne escono indenni, ma il colpo è andato a effetto: il vescovo sembra scomparso dalla Piana di Gioia Tauro che pastoralmente amministra

Conversazione jonica
C’era l’uso, allora raro nei paesi, della macchina o biroccio che si fermava per un’impellente conversazione con qualcuno, la cui fine dovevate attendere pazientemente in coda. Raro perché allora le macchine erano rare, e anche i birocci. Un uso che, avendolo riscontrato in Grecia, nel Peloponneso jonico, in forma acuta una volta che due motociclisti occupavano la carreggiata procedendo lentamente affiancati in discreta conversazione, abbiamo deciso di definire jonico, stanti anche i collegamenti linguistici e quindi culturali di molta Magna Grecia con le Grecia jonica.
Ora, il fatto è che questa pratica è diventata normale nei paesi al Sud, anche se probabilmente non jonici. C’è una sorta di dirazzamento, insomma. Ma di che tipo?  Intanto, le macchine si sono moltiplicate, ognuno ne ha una. Ma di più si è moltiplicata la voglia di usare la strada a proprio piacimento, da parte di uomini in genere grassi e grossi e dall’occhio spento, ma anche da parte di ragazzi disinvolti, nonché di signore e di signorine. Tanto più che nessuno nei paesi del Sud fa più un passo a piedi, e quindi l’incontro automobilistico comporta il necessario scambio di informazioni, personali, familiari, professionali. C’è una certa disinvoltura, che uno imputa alla lunga stagione di isolamento e di scarsa circolazione in questi paesi di furiosa emigrazione, fuori  cioè dalle poche settimane in cui ci siamo tutti. Ma con un che di minaccioso.
Magari nessuna minaccia è sottintesa, ma viene naturale aspettare pazienti, trenta secondi o qualche minuto, e non strombettare o comunque chiedere strada. Non si sa mai. La conferma si ha quando il guidatore o la guidatrice in conversation piece decide di ripartire, che non accenna un gesto di scusa, come usava una volta, ma vi guarda come per dire, “questo chi è, che vuole?”, questo importuno cioè. Un gesto semmai s’intuisce dietro lo sguardo di sprezzo e sfida.
Si dovrebbe uno complimentare che il popolo, affluito all’affluenza, non ha complessi e anzi sfida il mondo? Mah, la democrazia è bella, ma prima di tutto è maleducazione.

leuzzi@antiit.eu

La mafia è delle istituzioni

Un aureo libretto, d’interesse inalterato a vent’anni, dell’allieva di Adorno a Francoforte, specialista da giovane di Frantz Fanon, che ha scelto la Sila, il “piccolo Tibet”, e professato a Cosenza. Che la mafia agisca “sull’immaginario collettivo” no: è una falsa mediazione quella del’opinione pubblica, di giudici cronisti e scrittori di successo. Non c’è e non c’è mai stato un culto della mafia, un senso eroico, un’attrattiva. Ma che “la mafia che attacca lo Stato e divide il paese affonda le sue radici nella vita di ogni giorno”, questo è vero, senza acquiescenza e seminando dolore.
Cose anche elementari, che tuttavia bisogna ridire: la mafia non è una famiglia – e non perché è monosessuale. Anche le donne possono essere mafiose: molte madri, soprattutto, e alcune sorelle. Etc. Ma soprattutto, oggi come vent’anni fa, come sempre da un secolo e mezzo ormai, resta verissimo: “Collusione e inefficienza delle istituzioni, disconferma del testimone: si tratta di scenari che nei decenni sono rimasti sostanzialmente invariati. Quando poi il testimone è femmina, il quadro si arricchisce di un ulteriore elemento: un’indagine accanita – non sui presunti colpevoli ma sulla vita privata della testimone”. Ora c’è semmai di peggio, dopo Riina: la mafia non attacca più lo Stato, e il testimone non si disconferma perché è proprio il mafioso, come confidente e come pentito. 
Renate Siebert, Mafia e quotidianeità

La scoperta dei Casamonica

I Casamonica tengono a Roma una delle loro solite funzioni stravaganti - un funerale da “padrino”, genere Kusturica, per il patriarca Vittorio - da zingari pieni di soldi, e i media li scoprono. Dov‘erano prima i giornali e le tv? Poiché i Casamonica sono i Casamonica a Roma da almeno un paio di generazioni, noti a tutti: on c’è romano probabilmente che non sappia chi sono i Casamonica, sinti abruzzesi, non etnie chiuse.
Feste ancora più pacchiane hanno fatto a Villa Miani e in altri luoghi celebri, e niente. Sfarzo analogo, mancava solo l’ironia del “Padrino”, per il padre di Vittorio Casamonica, venticinque ani fa, sempre a Roma, sindaco Vetere del Pci. Molti cavalli e feste anche a Ostia, giusto due settimane fa, per la “regina degli zingari”, ramo cadetto dei Casamonica. I quali alloggiano prevalentemente in case e palazzi del Comune, probabilmente non pagando nemmeno il riscaldamento. Pieni di ori e di supercar, ricchezze che non nascondono, e che non si sa come hanno fatto. L’opinione comune è che le abbiano fatti coi furti, forse. Con la protezione contro i furti sicuramente . E poi?
Nonché ai giornali, infatti, il clan è rimasto sconosciuto all’apparato repressivo. Solo un paio d’anni fa sono state poste sotto sequestro alcune supercar e qualche villa, ma senza condanne. Il business della protezione è attivo o passivo?
Dodici macchine dei vigili urbani hanno sveltito la circolazione nella celebrazione, una in cima e una in coda al corteo festivo-funebre. Dov'è il mistero? I due o tre esponenti del clan che non si riesce a condannare ma si pongono agli arresti domiciliari erano stati accompagnati al funerale del padrino Vittorio dalla Polizia.
 
 

giovedì 20 agosto 2015

Ombre - 280

Non bastandogli i gladiatori e le battaglie navali al Colosseo, il ministro della Cultura Franceschini ha arruolati sette signor nessuno a dirigere i migliori musei italiani. Dice che innova, che è il mercato. E nessuna critica, ha il miglior ufficio stampa del governo. Quanti altri lutti ci attendono?

Stanco di vedere classificate le università italiane agli ultimi posti (per premi Nobel, per premi Nobel in cattedra, per citation impact factor), l’ingegner De Nicolao, dell’università di Pavia, ha rapportato tutti i dati alla spesa – all’investimento. E allora le università italiane sono diventate le migliori. Miseria della spesa minima per la cultura e l’università. Ma anche accortezza di gestione.

Nel quadro delle privatizzazioni imposte alla Grecia, si privatizzano  subito 14 aeroporti, i più redditizi. Subito, prima che il Bundestag voti il suo sì all’accordo europeo. E si privatizzano in favore della società tedesca Fraport.
Alla Merkel, e al fido Schaüble, l’ordine della Giarrettiera: Honi soit qui mal y pense, non bisogna pensarne male.

La Fraport, la società che si compra le privatizzazioni imposte alla Grecia, non solo è tedesca, è anche pubblica. Questo è un problema di logica – sicuramente la filosofia tedesca ha una soluzione per l’incongruenza.

Si privatizzano i porti turistici – parliamo dell’Italia. Il sindaco di Roccella Jonica, Pd ex Pci, vuole mantenere una quota di minoranza. La cosa è criticata con asprezza da Vincenza Bruno e Nicola Stumpo: “Si intralciano gli interessi dei privati”. E uno non sa che pensare: Stumpo e Bruno sono anche loro del Pd, ne sono anzi i capi in Calabria.

“L’Inter è un cantiere, Mancini vuole rinforzi”. Mancini si è fatto comprare una ventina di calciatori tra dicembre e questa estate, tutti fuoriclasse a leggere i giornali milanesi, anche se poi non hanno meritato di giocare, tutti, soprattutto, costosi. La simpatia fa aggio su tutto? O il mercato -. comprare e vendere?

Electrolux ha chiuso per mesi, minacciando la chiusura totale. Ma a Ferragosto ha bisogno assoluto di produrre. Proprio il giorno di Ferragosto, che questa’anno è anche sabato. Perché i nuovi accordi consentono di non pagare gli straordinari, nemmeno festivi. Sensibilità capitalistica? Scandinava?

Malagò senza tregua contro Carolina Kostner, non perde occasione  per scagliarle un tribunale contro. Solo che Carolina, bella, brava e intelligente, non ha commesso alcun reato. E Malagò? Dicono che è bello, ma per il resto?

Malagò sarà però ricordato senz’altro. Per aver mandato ai mondiali di atletica a Pechino che cominciano sabato più accompagnatori che atleti. Lo stesso pacchetto che ha preparato per l’Olimpiade in Brasile tra un anno. La solida base elettorale ce l’ha.

Il personaggio più gettonato del “Corriere della sera” è Mourinho. Ha più pagine lui che Renzi. Insomma, quasi. Anche se non combina niente di buono – le solite buffonate, le solite battute. Uno tra l’altro antipatico ai più, anzi probabilmente a tutti gli italiani, compresi alcuni interisti. E dunque? È il baüscia tipo, benché portoghese.

È la sinistra Pd che rincorre Berlusconi, ora, per “fare le riforme”. Poi dice che c’è una destra e c’è una sinistra, inconciliabili – non è lo stesso Berlusconi che quel Pd e le sue Procure vorrebbero da tempo decapitato?

Posto il problema della rete internet nazionale – ce l’hanno tutti, anche il Sud America, anche l’Asia, buona parte: è indispensabile per gli affari e anche per la vita civile – Renzi l’ha accantonato. È la prova del nove che è un vecchio-nuovo democristiano: tutto si fa o si dice per il potere. Voleva mettere in riga le bande che hanno occupato la telefonia mobile, evidentemente c’è riuscito, e tanto gli basta.

Mourinho, allenatore di calcio più pagato, da qualche anno non vince niente. Però, dice lui, non perde. Non è pagato per vincere, è pagato per parlare, per l’immagine, per occupare i media: lo sport nel mondo del mercato è della chiacchiera.

La scomparsa dell'Onu


a tempo remota, come il suo segretario Ban-Ki-Moon, è da qualche anno scomparsa: l’Organizzazione delle Nazioni Unite è come se non ci fosse. Molte questioni internazionali sono aperte, trucide e truculente, ma l’Onu non se ne occupa. Gli sbarchi in massa della disperazione nel Mediterraneo, con più morti che in guerra E  le tante guerre, non solo in Israele, ora in tutto il Medio Oriente e nel Nord Africa. La Libia. La Tunisia. Il terrorismo. L’Is in Medio Oriente, Nord Africa, Africa sub-sahariana (Nigeria, Somalia, Kenya).
L’Onu è nella sostanza una proiezione degli Stati Uniti, e la sua scomparsa è coincisa con la presidenza Obama. L’eclisse potrebbe essere la conseguenza dello scarso interesse di Obama per la politica estera. O c’è una mutata dottrina americana nei riguardi dell’0nu, della diplomazia multilaterale?  

La lingua di Hitler

“Caratteriale”, “combattivo”, “radioso”, “fanatico” e “fanatismo” per entusiasta e entusiasmo, essere “tedesco” o “nordico”, contro il “razzialmente inferiore”, la “guerra giudaica”, “il sistema” (la repubblica di Weimar – oggi sarebbe “la casta”), il “materiale umano”, e “cieco”, “ciecamente”, “messa al passo”, “montare”, “credere”, “settembrizzare”, “assalto”, “grande”, “storico”, l’esclamativo, il superlativo delle cifre, le sigle, SS, SA, HJ, le prime schiacciate per imitare il fulmine, il segnale di scariche elettriche: il nazismo parlava una sua lingua, semplice. Piena di bugie naturalmente, in pace e in guerra – Dresda “risparmiata” dai bombardamenti perché i nemici volevano farne la capitale della Cecoslovacchia, fino al fatale 13 febbraio 1945. Ma non ci fu l’invenzione di una lingua nazista: “Il Terzo Reich non ha forgiato, di suo, che un piccolissimo numero di parole della sua lingua, e forse anche verosimilmente nessuna. La lingua nazista rinvia molto ad apporti stranieri, e per il resto si rifà al tedesco prima di Hitler. Ma cambia il valore delle parole con la loro frequenza”. Come dire: il nazismo è tra noi, con noi. Non il diavolo che si esorcizza.
“Stranieri” sta per il fascismo mussoliniano e per il comunismo sovietico: nuove per questo in tedesco e ricorrenti furono la “cellula d’impresa” e la “spedizione punitiva”. Ma Klemperer non è Nolte, non collega le dittature - non scusa Hitler col dire che c’erano prima Mussolini e Lenin o Stalin. Molto influiva l’espressionismo, bellico e postbellico, che Klemperer fa figlio del futurismo, della invadenza di Marinetti. Con un insospettato lato “provvidenziale” nella storia di Hitler: “la Provvidenza ci guida” ricorreva in “quasi ogni discorso, quasi ogni appello”. Una “storia provvidenziale” del buon austriaco Hitler, ma più protestante che cattolica: il cerimoniale nazista prevedeva l’“Azione di grazia olandese”, un inno del 1626, della rivolta contro la Spagna. Tutto, soprattutto, è völkisch. Che sarebbe “popolare”, ma è molto di più: il concetto nazista di völkisch è la barriera che si erige tra “ariani” e “semiti” - gli studiosi di Heidegger, così pieno di Volk, non potevano avere dubbi (la cosa è stata peraltro ampiamente spiegata anche da Faye, “Langages totalitaires”, 1974, e “Le langage meurtrier”, 1996).
Con molto nazismo surrettizio, discutibile. Per esempio nelle “Memorie di una socialista” di Lyly Braun, 1911. Nel linguaggio degli stessi ebrei durante la persecuzione, orale e critto, in opere anche di autori considerati. E nei “materiali” che Herzl, il padre del sionismo, avrebbe seminato e Hitler ingigantito. La voglia disperata degli ebrei tedeschi di essere tedeschi è fra i capitoli centrali più densi. Ma uno di essi non era Klemperer. Che imputa a Herzl, in lunghe pagine, di avere dato tanto al nazismo col sionismo, fino a “infettarne”, sic, la Germania, dall’Austria dove il sionismo era divenuto dominante e Hitler lo aveva mediato. Non per cattiveria, per la comune radice romantica, del sionismo e del nazismo - “non soltanto il romanticismo kitsch ma anche quello vero”. Ma poi ce l'ha anche contro Buber, in teoria per il suo misticismo, di fatto per la scelta di Israele. Un’opera d’autore, più che un repertorio di filologo, disperata: di uno che vuole essere tedesco contro venti e tempeste. La “maledizione del superlativo” non è importata dalla “influeza italo-spagnola” del Seicento, per sé ignota alla proba lingua tedesca - “Il superlativo maligno della LTI è per la Germania un fenomeno senza precedenti”?
Sapevamo
I meriti, però, sono eccedenti. Leggendo questo diario, non c’è revisionismo possibile. Le cose – i lager, le “spedizioni punitive”, le bastonature, le persecuzioni, radicalissime e costanti, ogni giorno, ogni ora, contro gli ebrei - erano dette e note dal primo momento. Non ha senso nemmeno il “non sapevano” dei più, della Germania nata e crescita negli anni di Hitler: erano storia quotidiana, e nota a tutti, fanatici e oppositori.
La “Lingua Tertii Imperii” nasce da un diario segreto, che il filologo Klemperer tenne per i dodici anni di Hitler. Come un bilanciere da equilibrista, dice, che lo salva sulla corda sospesa sul’abisso. La disanima che fa a regime finito è senza animosità. Eccetto che per i colleghi: nessuno gli venne in aiuto, nemmeno per una conversazione. La “colpa” non è – era - dei campi di sterminio: c’era stata, lungo un lunghissimo dodicennio, la privazione, del lavoro, poi della casa, poi degli amici, infine delle conoscenze. Delle relazioni umane in genere, perfino delle letture, con la proibizione dell’accesso alle biblioteche.
“LTI” è un saggio e non il diario. Il diario è stato redatto per la pubblicazione a guerra finita, nel 1945, ex post. Ma fatti ed eventi, oltre che impressioni e giudizi, sono incontestabili, e sono – erano - noti a tutti, esercizio quotidiano, a partire dal 1932. Gli ebrei, pur tedescofili, si trascinavano tra gli “ariani” con la stella gialla, ogni giorno erano deprivati di qualcosa, i non deportabili, per vari motivi,.erano confinati nelle Judenhaus, i Cpt dell’epoca, nessuno li poteva frequentare, e alla fine nemmeno parlargli. Mentre la guerra fu sempre giusta, di difesa, e anche messianica, l’Europa doveva essere germanica per scelta divina.
L’inizio è sintomatico, col fascino che emana il passo dell’oca, il tamburo che batte il passo, la marcia celebrativa della battaglia dello Skagerrak, che l’8 giugno 1932 toglie al professor Klemperer, con la sua forza paurosa nelle immagini tonanti del cinegiornale che precede il film, il piacere della visione dell’“Angelo blu”. Tanto più che per Klemperer il Tamburo maggiore, o Tamburino che sia, è Hitler, come lo stesso futuro führer si voleva al processo nel 1923 per il putsch della birreria: “Non è per modestia che volevo diventare tamburino, è ciò che c’è di più nobile, il resto sono bagattelle”.
La LTI invece è “povera e monotona” nell’analisi che Klemperer premette, “come se avesse fatto voto di povertà”. Modellata sul “Mein Kampf”, 1925. Con tratti del linguaggio militare (cioè di caserma?), che poi sempre più corromperà. Ma invasiva: ricorrente nel “Mito del XXmo secolo” come nell’“Almanacco del commerciante”, e in bocca anche all’operaio, all’oppositore, e agli stessi ebrei che disprezzava.
Il diario è di un sopravvissuto, sotto minaccia quotidiana per molti anni. Un figlio di rabbino, allontanato dall’insegnamento nel 1935, e poi sempre più ristretto, fino al lavoro obbligatorio in fabbrica, ma non deportato, per via della moglie “ariana”. Una coppia non qualsiasi: lui è un “ebreo non ebreo” (Isaac Deutscher), che si battezzerà senza problemi al matrimonio, entrambi filologi romanzi, lui specialista di letteratura francese e italiana. Da ultimo Victor e la moglie sopravvivono da sfollati in Lusazia, protetti dalla comunità sorabe, serbi del’alta Sprea, o wendes, protetti a loro volta dal territorio acquitrinoso, e storicamente dalla Boemia. E il giorno in cui lui infine, contro la legge, viene convocato per la deportazione, il 13 febbraio 1945 (a guerra perduta si facevano ancora deportazioni, la burocrazia germanica è inflessibile)  sarà concluso dal bombardamento che distrusse Dresda. Ma il filologo vuole capire e non combattere
Tedeschi di Dresda, i filologi Klemperer si ritroveranno comunisti alla divisione della Germania e si adatteranno, l’importante per loro è tornare all’università e riprendere gli studi. A Natale del 1946 Victor, cugino del più famoso direttore d’orchestra, è in grado di licenziare questo LTI (il diario sarà pubblicato per intero solo nel 1995). La Germania Est non era già più vetrina di libertà, e la “Lingua Tertii Imperii” avrà vista grama, con distribuzione ridotta – ma assommerà pur sempre dodici edizioni, prima della riunificazione della Germania e del rilancio editoriale. 

Victor Klemperer, LTI, la lingua del III Reich. Diario di un filologo, Giuntina, pp. 355 € 20

mercoledì 19 agosto 2015

Letture - 224

letterautore

Autobio – “La confessione di sé”, spiega Hannah Arendt che ha studiato sant’Agostino, “ha un senso generale: è così che la grazia di Dio regna su una vita”. Diceva sant’Agostino che Dio è sopra di noi ma va cercato dentro. Confessio è del resto l’elogio di Dio. È la “forma creata che si sviluppa vivendo” di Goethe. Attraverso la memoria. Anche se la prima persona - la confessione come genere letterario - può essere artificiosa al quadrato. Dice Rousseau di Montaigne: “Si dipinge somigliante ma di profilo”, è un “falso sincero”. Questo nel primo abbozzo delle sue atteggiatissime “Confessioni”.

La prima persona è doppiamente doppia quando non racconta in tempo storico ma al presente storico, per esempio. Questo flusso è nato dalla confessione in analisi, la masturbazione in due, ma il lettore non è un analista. O lo è?
Si può configurare il lettore come analista, ignoto, impersonale, al quale lo scrittore confida fantasmi e fantasie. Taciturno, ma con segni di attenzione inequivoci, indicazioni nette.

Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di un’inesausta confessione. Di che? La confessione è la sua opera – lasciando impregiudicata la questione se l’opera confessa la vita, o la vita confessa l’opera, l’accresce, l’affina. È per questo che gli scrittori senza lettori ammattiscono: alcune nevrosi si aggrovigliano nella scrittura-confessione, invece di spiegarsi. Si prenda Proust, che per venire, confidò a Gide, aveva bisogno di rudi sensazioni, tra esse un assalto di topi che lo penetrassero su per le viscere. E non sapeva che puttana è un modo d’essere più che di fare, e fu sempre amico ingenuo di Laure Hayman. Neppure Swann lo sapeva. Ma Proust in generale delle donne pensa che passino il tempo a divisare battutine acri, e degli uomini, a parte i culattoni, non immagina nulla. Questo è il sorprendente della sua opera.

Bisogna anche avere qualcosa da confessare, volendolo fare. Ma più interessante è evidentemente il non detto. Ci fu partenogenesi di memorie nel Gran Secolo in Francia. Che sono delle creazioni narrative, a base di esprit. L’ordine genera queste introspezioni critiche, dell’ordine e di sé.
Il genere è per questo inconsistente in Italia, dove non c’e mai stato regime né ordine, se non nell’antica Roma. E non si sa che cosa è più inventivo, se l’ordine o la memoria.

Ma con il “panorama indiziario” – tanti indizi fanno una prova - la scuola del sospetto arriva alla portata di tutti, il dottor Freud ha contagiato la storia e le vere scienze. Gran lavoro di costruzione, mediante la confessione, a uso degli sfaticati e gli egoisti: una cura non per ridurre ma per nutrire il narcisismo. Non dal confessore che, piglio paterno, condanna, assolve, soffia, scaracchia, in quei posti bui, pieni di saliva rappresa e di polvere. No, da un signore che si paghi bene e arredi a studio una seconda casa, con un salotto dove mettere il paziente a suo agio e a frutto la colpa, possibilmente a due porte, e si sorbetti fantasie e sogni, uno che peggio ne sente raccontare più si delizia.

La confessione, diceva il cardinale Passionei nella causa di beatificazione del cardinale Bellarmino, che a 71 anni s’era scritta l’autobiografia, è egoismo e alterigia. Diversa è la confessione di chi lo fa per una mercede.

Sant’Agostino riprende la tradizione, nel suo romanzo di formazione e vocazione, che vede sempre santi nelle confessioni. Comprese quelle del blasfemo Sade, che non cessa d’interrogarsi su Dio. Le carmelitane si racconta che si puniscono tuttora con le canne, a luci spente, le tende nere tirate, le vesti alla vita, o con fruste di corde intrecciate, dopo avere confessato in pubblico le cattive azioni e i pensieri impuri. Delirio da confessione, gli strizzacervelli ci convivono  agiati. Solo Casanova fa eccezione, che scriveva per sé, non per farsi l’esame di coscienza ma per esibirsi. Pascal, che riprova Montaigne, “lo sciocco progetto che Montaigne ha di dipingersi”, e Casanova, che si confessa per “godere una seconda volta”, lasciano intravedere la verità: confessarsi è compiaciuto onanismo, si vedano le dilettazioni dei peccatori pentiti. I preti l’hanno sempre saputo, che tengono lontane le zitelle beghine e le puttane in età. Piuttosto che essere veritieri ci si calunnia, talmente la realtà è odiosa, a volte.

Comunismo – Di straordinaria sterilità, in prosa e in poesia – meno a teatro, ma, poi, Brecht difficilmente è etichettabile. Ha avuto molti Nobel ma senza capolavori “comunisti”. È anzi, malgrado i Nobel, singolarmente inefficace: niente se ne ricorda. Di Cuba si ricorderà “Buena Vista Social Club”, che però è opera di Wenders, e rappresenta la Cuba di prima, sopravvissuta. Sterile la Germania  Est: Brecht non se ne può dire autore, e per il resto che, Christa Wolf? Dell’Urss si ricordano le vittime, e Pasternak, che non si può dire in linea. E in Italia? Le riletture del secondo Novecento sono ben più vive fuori del Pci, il partito dei compagni di strada, che dentro, Negli stessi autori che si volevano Pci: Pasolini è più leggibile quando non si vuole “comunista”.

Feltrinelli È l’unico caso di morte drammatica, degli anni del terrorismo, passato nella trascuratezza. Se ne è scritto troppo poco, passati i funerali. Non si è indagato per nulla, neppure sulla sua fine: dove si nascondeva, con chi operava, come operava. Né in sede giudiziaria né fuori.
La sua morte sembra una sua trama, di complotti annunciati. Poco prima che morisse sul traliccio di Segrate, che avrebbe tentato di sabotare, un console boliviano era stato ucciso ad Amburgo con la sua pistola. Senza ragione apparente, se non che la Bolivia era stata ferale al “Che” Guevara. Molti anni prima. Molti altri anni prima  una “Organizzazione Consul” era stata il segretissimo gruppo armato tedesco contro l’occupazione francese della Ruhr e i collaboratori tedeschi, e contro la repubblica di Weimar.  Sembra una caso “inventato”, di manovre spionistiche (la “strategia della tensione”, gli “infiltrati”, etc.) che sempre si rifanno a modelli, riferimenti, titoli “classici”, e forse lo era.

Italia – È set preferito, fino a molto Ottocento, per le agiografie, anche in America. E per le storie d’amore, di sesso, anche gay, e di mistero “gotico”.

“In materia di gloria, vale per la SA lo stesso che per la letteratura italiana: solo gli inizi sono smaglianti”. La SA è l’organizzazione armata delle camicie brune, le truppe d’assalto di Hitler. Ma il giudizio non si vuole negativo, a parte l’accostamento. Non per la letteratura italiana. Perlomeno, così dovrebbe essere. L’autore, Victor Klemperer, lo pone all’inizio del suo “LTI, Lingua Tertii Imperii”, il diario segreto di come il nazismo (Terzo Reich, il terzo impero di Germania) trasformava la lingua tedesca. Ma essendo di suo, prima della persecuzione razziale, docente a Dresda di filologia romanza, di francese e italiano.

Poesia – È più arte che non ispirazione? Joyce Carol Oates si interroga sulla “New York Review of Books” il 13 agosto. Ma l’ispirazione porta, attraverso una scelta di casi umani legati alla poesia, all’ossessione: la metafora come un rigurgito, e una terapia di autoanalisi.

Scrivere – Viene per imprinting, come una forma di linguaggio? Pope ne prospetta l’ereditarietà nell’“Epistola al Dr. Arbuthnot”: “Why did I write? What sin to me unknown\ Dipt me in Ink, my Parents’ or my own?” “Perché ho scritto, che peccato a me foresto,\ dei genitori o mio, mi buttò nell’inchiostro?”. Lui stesso ne sarebbe un caso esemplare, per la facilità di versificazione. Nell’eroica “Iliade” resa in “distici eroici”, e non solo.

letterautore@antiit.eu

La poesia delle parti basse

Cecia, la “tropeana” che ha fatto godere mezzo Capo Vaticano, fa testamento del suo strumento. Un poemetto non citabile, e tuttavia non scurrile: sfrontato e anzi strumento di libertà. Succedeva allora - Ammirà è poeta dell’Ottocento, nato e vissuto a Monteleone, ora Vibo Valentia, per lo più dialettale (in italiano fu autore, tra l’altro, di una traduzione libera dell’“Eneide”) – che il sesso fosse metafora di libertà. In lingua no ma in dialetto sì: un vicino di Ammirà, Vincenzo Padula di Acri, che era pure sacerdote, la pensava allo stesso modo, senza eccessi. Precedeva entrambi, due secoli prima, Domenico Piro, passato all’arte come Duonnu Pantu, che anche lui celebrò, come Cecia, la “Cunneide”, ma anche, più famosa, una “Cazzeide”. Roba non isolata, ma tutta dimenticata: forse è qui la causa di una letteratura singolarmente inerte, dopo i primi tre-quattro secoli, nel perbenismo che ha reciso e seccato ogni fermento di vita vera. Di linguaggio vivo e non da boccuccia atteggiata. Singolarmente inerte anche l’effimero revival del canto popolare, peraltro limitato alle canzoni di protesta del primo Novecento. 
Ammirà fu tardo garibaldino, quando il generale risalì la penisola. Dopo aver assaggiato le prigioni borboniche per l’attività risorgimentale – ma ufficialmente in quanto autore di poesie satiriche contrarie al buon costume.    
Vincenzo Ammirà, La Ceceide

Fisco, appalti, abusi (76)

Una società di telefonia mobile, poniamo Wind, avendo deciso che un’area non è redditizia, la cede a concorrente, poniamo Vodafone, che sia invece alla ricerca di traffico, di accrescere i volumi. Gli utenti Wind si troveranno per un numero imprecisato di giorni senza copertura. E dovranno pagare alla nuova società, poniamo Vodafone, un bonus di accesso, 20 euro. Più il canone mensile, 10-20-40 euro, anche se lo hanno già pagato a Wind.

Sembra una scorrettezza e una truffa e lo è. Una truffa piccola, di 30-60 euro, che però moltiplicata per migliaia di utenti fa una somma. Oltre al danno del mancato collegamento. Ma all’Autorità di vigilanza sulle Comunicazione non la considerano tale: gli operatori del settore sono liberi di aprire o cedere aree di operatività, il mercato le giudicherà. Un’Autorità salomonica.

L’Autorità per le Comunicazioni non è la sola che invece di vigilare il mercato a favore degli utenti, si assume il ruolo di giudice imparziale, “a favore del mercato”. Cioè degli operatori del mercato. Un controsenso e un’illegalità. Ma le denunce contro le costose Autorità di controllo del mercato non interesano le Procure.

Non si è potuto creare in Italia una rete internet estesa a tutto il territorio nazionale, che era il progetto Stet vent’anni fa, per dare campo libero alle società che si venivano costituendo con le privatizzazioni. Per rompere il monopolio pubblico. Gli operatori privati hanno sfruttato lo sfruttabile, con utili che per molti anni hanno superato il 50 per cento del fatturato, e l’Italia è rimasta senza rete, per buona metà del territorio nazionale, dove al più si naviga con estrema lentezza col Gps. Non si rompe il monopolio pubblico per migliorare il servizio, si rompe per distribuire i profitti. 

Il capo del governo chiede con urgenza un piano per una rete internet nazionale, e poi se lo dimentica. Gli interessi delle società di telefonia mobile, che in mancanza di una rete nazionale vendono caro internet, sono evidentemente strapotenti.

La lingua del papa

Monsignor Galantino ha scandalizzato i più perché ha parlato come i più. Si vuole che il vescovo parli col naso, untuoso, per formule. Anche il tipo da talk-show. Così come lo si vuole rotondo, roseo, gli occhi vitrei e la mano moscia. Uno che non fuma, non cammina, non va in bicicletta, non ha mai fatto la spesa, non si arrabbia, non impreca, e in cucina non sa usare la moka. È la ricetta volgare di una presunta sacralità.
Gli ultimi papi hanno tentato d’innovare, rispetto alla sacralità di programma ancora di Pio XII e Paolo VI. Il primo fu Giovanni XXIII, che però resta al fondo un diplomatico. Giovanni Paolo II, pur molto politico, e in certa misura anche diplomatico, innovò invece costante, fin alle estreme ultime ore: roccioso e anche roboante, ma con parole sempre significative, dirette. I suoi successori si sono messi sulla stessa traccia, ma con evidente rapida parabola nel rituale.
Papa Ratzinger, che debuttò ilare e anticonformista, sembrava il bambino che scopre l’imperayore nudo (“se posso essere papa anch’io”…), presto immalinconì. Papa Bergoglio, che debuttò col “buonasera!”, e si divertiva agli incontri col papa dimissionario come un giovane col povero caro vecchio, si è presto anche lui inabissato negli occhi bassi, le formule vuote, il sorriso di maniera: sembra l’immagine della stanchezza.  
Forse è il Vaticano, la lotta di potere (intrigo) costane, che li deprime, e li costringe a rifugiarsi nell’indistinto.
O è la condizione sacerdotale, curiosamente sentita come una privazione e non un arricchimento.

La libertà proclamata dal papa

Sembra oggi, come non pensarci? Il primo dei romanzi inediti di Morselli, pubblicato giusto quarant’anni fa, non era una fantasia, era semplicemente avveniristico. C’è a Roma Giovani XXIV, un papa straniero – è irlandese, ma poteva essere di altra nazionalità - che rivoluziona i costumi: niente più celibato, amore quasi libero, condivisione dell’islam e del buddismo, e una Madonna donna come le altre, non più vergine. Un papa non libertino, personalmente, un libertario: Roma, la chiesa, il Vaticano Morselli immagine come epicentro e nocciolo della libertà dei costumi.
Morselli ha fatto il futuro come dice Wittgenstein del futuro lettore del suo “Tractaus”: “Dovrà gettare la scala dopo esserci salito”. 
Guido Morselli, Roma senza papa

Germania ingrata e insolemte

Per settanta dei suoi settantacinque anni di vita, la Repubblica Federale di Germania ha avuto bisogno dell’Europa. Fino al 2005 aveva cinque milioni di disoccupati. Fino al 2010 aveva (e ha) le banche più bacate d’Europa, che ha salvato coi fondi europei – la metà meno sanabile del sistema bancario, gli istituti regionali e locali, sottraendo da ultimo alla vigilanza della Bce, questo succedeva appena ieri, naturalmente senza obiezioni. Inutile stare a dire il bisogno di aiuto che aveva la Repubblica Federale, e ha avuto in abbondanza, coi russi in casa per quasi mezzo secolo.
Sono bastati pochi anni, pochi mesi, per trasformare la Repubblica Federale in un’arcigna matrigna. Che governa d’un colpo l’Europa con l’insolenza, facendosi forte dei tanti vassalli balcanici e scandinavi.
Assurdità? Angela Merkel dovrà mendicare i voti in Parlamento per far passare l’accordo Grecia, che peraltro è iugulatorio. E da più parti, non  solo dai leghisti locali, si prospetta un Gexit: la Germania che fa marameo all’euro e all’Europa. Da ultimo lo evoca il professore emerito di sociologia Alber, uno che pure ha insegnato all’università europea di Firenze, su “La lettura” Lo dice per scherzo, ma sempre professorale, come i suoi concittadini
Basta dunque poco ai tedeschi per diventare nocivi¨: la Repubblica Federale sembrava vaccinata contro i virus che hanno infettato il paese nel Novecento, ma evidentemente no. La riconoscenza non ha senso in politica, ma qui è come se l’Europa avesse cullato per settant’anni il drago che la divorerà.
Alber prospetta il Gexit in risposta a Maurizio Ferrera, che gli obietta gli enormi surplus della Germania, contrari alle regole dell’equilibrio commerciale europeo. Ferrera non dice perché. La Germania prospera perché ha distrutto il mercato del lavoro, liberalizzando radicalmente, cerando un esercito di sottoccupati, e passandolo  all’assistenza pubblica. Un dumping sociale, che Bruxelles si guarda naturalmente dal sanzionare, ma che dovrà avere una fine – non si può finanziare indefinitamente otto milioni di minijob, a 400 euro al mese. Inoltre, ha eliminato di colpo sette anni di pensionamento - come poi hanno fatto la coppia Fornero-Monti. Salvo ricredersi dopo solo un paio d’anni e riaprire le porte ai pensionamenti.
Non solo albagia dunque, anche furbizia. La Germania finge di dare lezioni di correttezza e legalità, in realtà bara come e più degli altri. Ma forse il vero problema è un altro: che questa evidenza distruttiva non si vuole “capirla”. Per incapacità? Per un disegno?

Il partito filotedesco

Una riflessione circostanziata e devastante, di Philipe Legrain, economista alla London School of Economics, consulente della Commissione Barroso dal 2011 al 2014, sulle responsabilità della Germania nella crisi, è relegata dal “Sole 24 Ore” all’ultima pagina, senza nemmeno una riga di richiamo nella “prima”-indice del giornale: “Berlino rischia di essere il nemico della Ue”. Non disturbare il conduttore? Abbiamo un partito filotedesco.
Il partito filotedesco è anzi dominante. Avendo qualche confidenza col tedesco, o anche solo con l’inglese, ci si può informare delle cose tedesche ed europee meglio sui giornali e i siti tedeschi che su quelli italiani. Meglio, nel senso di un approccio critico, avvertito, considerato. In Italia invece solo secondo lo schema: la Germania ha ragione, gli altri sono merda. Un partito fortissimo alla Rai e a Milano. Alla Rai che è il Pd, cioè una Dc con altro nome, partito legatissimo ai due partiti democristiani tedeschi. A Milano c’è Monti naturalmente, un sorta di braccio destro di Berlino, ma soprattutto, ora che il professore è un po’ bollito, uno schieramento roccioso al “Corriere della sera” e allo squinziano, democristianissimo, “Sole 24 Ore”: turbe di collaboratori e forti squadre di redattori e inviati presidiano il fronte, apodittici, senza mai un dubbio, Anche quando le politiche tedesche sono palesemente intese a danneggiare gli interessi italiani. Il “Sole 24 Ore” è per questo patetico: dalle precedenti gestioni ha ereditato collaboratori e redattori più critici, che “invisibilizza” con cura: tagli bassi, titoli anodini, al massimo su due colonne, a riempitivo. Il “Corriere della sera”, che ha molti inviati e corrispondenti critici, li ha emarginati

Truculenza democristiana

Sono sempre stati truculenti, con le zanne lunghe, gli artigli rapaci, perfino assassini in senso proprio, ma sempre vellutati. Nei modi, nell’eloquio, nella comunicazione o immagine. Sono da qualche tempo spregiudicati anche all’apparenza, si esibiscono nella loro vera natura: sono i nuovi vecchi-democristiani. Sono Schaüble e, dietro di lui, Merkel, Weidmann, Dobrink e numerosi altri tedeschi., Juncker, Djisselbloem e, in Italia, Renzi. Il rottamatore di Letta, e di mezzo mondo. Che appartiene al Pd, anzi ne è il capo, ma parla solo con i vecchi-nuovi democristiani, in Italia e in Europa: Merkel, Rajoy, Juncker, etc. Non con i socialisti, teoricamente del suo stesso partito: Hollande, Schulz, Gabriel.
E forse è qui l’origine della dissolvenza dell’Europa. Anche perché questi vecchi-nuovi democristiani sono così per non essere più quelli del vescovo, del Vaticano. I quali, non “avendo” più i voti, non gestendoli, più non contano. Per il Vaticano, anche col papa argentino, la pregiudiziale europea è fondamentale, l’Unione Europea. Per i vecchi-nuovi democristiani è solo uno dei luoghi del potere.
Ci sono evidenti incongruenze in Europa, nella guida politica, nella gestione delle istituzioni, a cui non si pone rimedio. E il motivo può essere questo: che per i Dc contano gli assetti di potere, dunque, in questa fase, la Germania. Non il buongoverno, non la soluzione dei problemi, non la scelta delle politiche migliori, ma il mantenimento del potere. Che per i democristiani d’Europa significa anzitutto il mantenimento del potere in Germania – c’è un partito-guida non dichiarato anche  per i Dc, come una volta c’era quello sovietico per i partiti Comunisti: nella guerra fredda, con la Germania divisa, era la Dc italiana, poi è diventata la Cdu-Csu tedesca.

Il mistero dell'impero

Ci fu un rigurgito di colonialismo nel 1947, con De Gasperi, in parte coltivato dal Vaticano, come “sbocco per l’eccesso demografico”: la Repubblica come già il fascismo appena sconfitto, e l’Italia post-unitaria del “posto al sole” – come se in Italia fosse la cosa che manca. La storia sempre riserva sorprese, ma quella dell’imperialismo italiano malgrado tutto è povera. Anche questa di Mola, che lo dice lui stesso.
“Sbrigativamente liquidato come «avventura» di capi politici e militari, come ambizione di una dinastia recentemente affermatasi, frutto esotico del gracile capitalismo nascente, l’imperialismo italiano, spesso riduttivamente denominato «colonialismo», attende ancora un’esauriente ricostruzione storica”. La attendeva nel 1980, quando Mola pubblicò questo repertorio, e la attende ancora. Ora che l’Italia si vuole di nuovo imbarcare in Libia, fra centocinquanta tribù intrattabili, sarebbe opportuno sapere almeno perché.
Mola non tenta un’analisi. Organizza un’antologia di storici settoriali e protagonisti d’epoca (Pascoli, Nitti, Fortunato, Sonnino, Franchetti, Labriola, Corradini, Ferdinando Martini…), sui vari aspetti della colonizzazione. Limitandosi a deplorare che “non si sia sviluppato, in questo dopoguerra, un adeguato dibattito storiografico intorno all’acquisto ed al governo delle colonie”.
Aldo A.Mola, L’imperialismo italiano

Secondi pensieri - 227

zeulig
 
Amore – Ne è piena la poesia, così come è piena di morte, ma nessun poeta è mai morto d’amore – si è consumato per un amore morto, o alla morte dell’amante: ha sempre trovato il tempo e l’applicazione per dirlo. Di dispetto forse qualcuno è morto (gelosia, vendetta), ma non d’amore. Di gioia, di dedizione.

Capitalismo – Indebitamente collegato al fatto religioso, da una andazzo sociologico tedesco tra Otto e Novecento, nato come sociologia del fatto religioso – il nome più cospicuo è Max Weber, forse sotto il pressing del “sistema” hegelo-marxiano, totalitario. Anche erroneamente: la fenomenologia e la simbologia sono diverse. E naturalmente la natura del fatto, oltre alla finalità: il bisogno di arricchirsi, o il bisogno di identificarsi (annientarsi) in una potenza superiore, buona e cattiva che sia. Al fondo, o all’origine, per un sottile antisemitismo: la voglia di collegare il giudaismo al (vile) denaro.
Una sociologia religiosa del capitalismo (con poche eccezioni, una o due: notevole quella di Lujo Brentano, che lo riporta al polemos, la competitività e la guerra). che non vale la pena ripercorrere, ma che si può riassumere in due filoni: una del capitalismo come spesa, anche suntuaria o del lusso (superfluo), da Mandeville a Sombart (ma già realizzate nell’evergetismo); e una del thrift, dell’accumulo, tra sobrietà e rinuncia. Una bipartizione di cui è eccellente compendio, letterario e cinematografico, “Il pranzo di Babette”, il racconto di Karen Blixen trasposto nell’omonimo film di culto. O, in Lombardia, le storie convergenti dei due Borromeo: san Carlo, arcigno e occhiuto controllore, pur nell’opulenza della Controriforma, dei mores  del più remoto villaggio di montagna valtellinese, e il cardinale manzoniano Federico, gran signore, collezionista, committente, munifico, dei cui lasciti Milano ancora si adorna.
È peraltro il lato meno solido, anche argomentativamente, della sociologia delle religioni, di Sombart con l’ebraismo, o di Max Weber con i protestanti. Una volta – Weber - coi calvinisti: il denaro è la grazia. E un’altra coi pietisti, i luterani che Weber trova più affini al cattolicesimo. E che dire della diocesi milanese di san Carlo Borromeo, controriformistica, del “lavorerio” inevitabile, quotidiano, estremo.

Egoismo – È il segno più concreto del genio creativo, da Tolstòj a Parise. Ma dello scrittore, i poeti d’amore compresi, più che del pittore o architetto: la parola più che il segno richiede più attenzione, esclusiva? E dello scienziato puro, matematico. I più non hanno mai avuto legami, né d’affetto né d’amore, e nemmeno di matrimonio.

Heidegger – I “Quaderni neri” delimitano il nazismo di Heidegger, o non lo insinuano più ampio – più radicale? Per quanto brogliacci, e non rivisti per la pubblicazione, sono stai redatti e conservati in vista della pubblicazione postuma, ordinati. Opera dunque di un Heidegger sempre in maschera, maestro di se stesso. Di cui confermano la passione politica, per quanto, appunto, mascherata.
I “Quaderni” confermano la passione politica come la corrispondenza con la moglie confermò l’insaziabile attività sessuale. Può la riflessione farsi indenne attraverso “pensieri ”così pressanti?

Identità – Si vuole da qualche tempo negare, ma più spesso si camuffa e si moltiplica - Kierkegaard, Pessoa. O è negata. È il caso di Ettore Schmidt, in arte Svevo, accreditato di un romanzo quasi postumo, e invece scrittore tra i più fertili, di una diecina di romanzi e drammi, e centinaia di racconti, in sintonia col mondo vivente, che non si pubblicavano. Uno per il quale, diceva, “scrivere è sentirsi vivi”. L’“impersonalità del mondo” di Heidegger è già nel “Grand Hotel” di Vicki Baum, per non dire del più tragico Pirandello, nell’antropologia di Plessner (“eccentricità”) e Gellner(“destituzione”), e nella fine della prima grande guerra civile europea.

Santità – Dostoevskij ha i santi-peccatori. Le agiografie invece vedono i segni della santità subito, alla nascita o poco dopo. Alcune prevedono anche il peccato, ma prima della santità, che allora è conversione.
Indubbiamente ha ragione Dostoevskij, la santità non può isolarsi dal male. Molti santi moderni, ancora “attivi”, Ignazio di Loyola, don Bosco, hanno avuto storie contestate, fino a prima della morte – e anche dopo.

Stupidità – È celebrata in filosofia. Kant spesso diceva sciocchezze, si sa, perché l’esperienza fondava sull’apriori, le cose sapute. Avere un buon giudizio è utile quando ci si muove al buio: gli spazi, gli oggetti, si trovano in base all’idea che se ne ha. Ma intanto il sole non tramonta mai, questo l’aveva già scoperto Copernico. E poi, per dirne una, che male gli avevano fatto i neri per averne cattivi apriori? Aveva pregiudizi.
Ma il pregiudizio c’è, anche lui. Nonché i noti artifici dell’esposizione, per quanto semplificata: barzellette, doppi sensi, giochi di parole, la mossa del varietà, e gli hapax, lo slang e gli altri usi succulenti, locali e di gruppo, della parola, rebus, agiografie, centoni, innari, immagini e ricordi accidentali, la stessa mimica della conversazione. E i refusi, che entrano nel testo confidando nell’inavvertenza di redattori e correttori - i “corruttori di bizze” – creando coi loro misteri inesauribile filologia. La moglie del sardo che in realtà è la moglie del sordo, invenzione di Larbaud, che trascorrerà afasico gli ultimi vent’anni, il “Corriere” la attribuisce a Grazia Deledda – il “Corriere della serra”, che non è refuso ma citazione di autorevole giornale a Parigi.

Verità - Dopo un secolo e alcune altre guerre micidiali, con la Bomba, il menu è uguale al dettaglio: shopping, urbanismo, nevrosi del quotidiano, teatro politico, tv realtà, e la cultura è giornalismo. Il deserto è perfino peggiorato, in Europa e non solo. Con tutto il flusso di coscienza, che è una sega, seppure senza sfogo. E i trucchi: l’invenzione della mamma, l’invenzione del bambino, l’amore di coppia - “il bambino è il padre dell’uomo” è di Woodsworth, 1850, piena epoca borghese. La letteratura è trucco, ma quello della verità è trucco da baro, non da poeta. Tutto si àncora al “si”, impersonale e inautentico. Ma la democrazia è banale, e inautentica: volendo comporre gli interessi si tiene in superficie.

zeulig@antiit.eu

La mano del mostro Heidegger

La sessualità non c’è in Heidegger. Eccetto che una volta, tra virgolette, nel 1928. Non c’è il genere, o la differenza, e non c’è la parola. E allora Derrida s’impegna a rimediare: non a spiegare l’assenza ma a ricostituirla. Con un saggio sulla sessualità (che non c’è) in Heidegger. Anzi due, è qui compreso anche “«Geschlecht». Differenza sessuale, differenza ontologica”. Che è all’origine “Geschlecht 1” (“Sesso 1”), mentre questa “Mano di Heidegger” è “Geschlecht 2” - o “La nozione intraducibile di Geschlecht: Heidegger e la mostruosità”.
Due saggi esilaranti, non fosse per l’astrusità. Anche perché inevitabile viene la proiezione di queste arrampicate sugli specchi sul casanovismo insaziabile del filosofo svevo-alemanno, contadino dai robusti appetiti. Con giubilo per i giochi di parole. In “Geschlecht 1” il prefisso “zer-, che il neolatino rende con “dis-”: Zerstreuung, Zerstreuheit, Zerstörung, Zersplitterung, Zerspaltung, dispersione, disseminazione, distruzione (resa nell’originale francese con distrazione”), divisione, dissociazione. Una goduria. E lo stesso “Geschlecht”, “questa parola sensibile, critica e nevralgica”, che però non sappiamo cosa vuole dire, tra sesso e un’altra diecina di cose diverse, comprese la stirpe e la razza. Cioè, non sappiamo di che stiamo parlando.
In Heidegger, comunque, qualcosa Derrida intravede: di Geschlecht non ce n’è per un “tacere transitivo e significante (ha taciuto il sesso)”. E la mostra-mostro, zeichen? Qui veniamo al saggio del titolo: “In una parola dirò che si tratta della mano, della mano dell’uomo, del rapporto della mano con la parola e con il pensiero”. Questa è la premessa, ma non il concetto: la mano c’entra, il proprio dell’uomo, in quanto mostra-mostro. Partendo dall’incolpevole Hölderlin, “Mnemosyné”: “Un segno (Zeichen) siamo noi”. Heidegger avrebbe proposto l’ambivalenza in “Che significa pensare?”, ma solo nella traduzione di Derrida: “La mano offre e riceve, ma non soltanto delle cose, perché essa stessa si offre e si riceve nell’altra. La mano conserva, la mano porta. La mano traccia dei segni, mostra, probabilmente perché l’uomo è un mostro”. Senza colpa di Heidegger che invece dice: “vermutlich weil der Mensch ein Zeichen ist”, probabilmente perché l’uomo è un segno. La mano come la vuole Aristotele, che prolunga (articola) il cervello, e il sordomuto- per non dire dei delfini,cui manca solo la mano.. 
“La mano di Heidegger” riporta Heidegger, attraverso le varie intraducibilità e l’unicità della lingua tedesca, a Fichte. A un nazionalismo “progressista”, dice Derrida. O al “nazionale” avverso al “nazionalismo”, come pretese di distinguere Heidegger nella memoria difensiva del 1945, a quest’ultimo imputando “una ideologia biologista e razzista” che deplora. Derrida concorda: “La condanna del biologismo e del razzismo, come di tutto il discorso ideologico di Rosenberg, ispira numerosi testi di Heidegger”.
È difficile pensare il compassatissimo Heidegger vittima di Heidegger, ma Derrida ci prova. Sublime è senz’altro l’annotazione che la mano “è strettamente legata a un trattamento classico della «politica» di Heidegger nel contesto nazionalsocialista”. Come? Heidegger si giustificava nel dopoguerra che lui era per il lavoro artigianale, ma avrebbe potuto schierarsi con quella che Derrida chiama “la produttività tecnica”. Come Fanfani, insomma.
Filosofare sull’inesistente, perché no? È ottimo esercizio – non è il proprio della filosofia,  compresa quella del “realista” Ferraris, che venticinque anni fa curava, sempre sull’onda, Derrida, compreso questo, e Heidegger? E una riflessione induce sull’infatuazione: se la filosofia è una serie di note a Platone, giusto sarebbe dire Heidegger Filosofo Secondo, come colui che eclissò il primo. Da ultimo Derrida trova intraducibile perfino Gedicht, così comune, poema, poesia, poetica. Perfino Ort – e come faranno in Alto Adige?. È l’amore, l’ebbrezza, la voluttà del tedesco che Derrida rincorre, più che una qualsiasi ermeneutica di Heidegger, di cui fu per mezza vita contemporaneo.
E dire che Derrida l’aveva sgamato. Malgrado la critica dell’umanesimo come base della metafisica, Heidegger gli si era rivelato permeato di un umanesimo tenace, nelle sue forme canoniche: disprezzo dell’animale e di tutto ciò che non è spirito – e nazionalismo, e totalitarismo. Ma non lo dice. In italiano Derrida si direbbe “derida” – a lui sarebbe piaciuto, un gioco di parole – e questo è sperabilmente più vero, che lui al fondo si divertisse, almeno lui.
Jacques Derrida, La mano di Heidegger

Il mondo com’è (226)

astolfo

Austerità – Ritorna con la Germania – secondo i giornali italiani (in realtà è più vero il contrario: l’austerità la Germania impone al resto d’Europa, mentre è il mercato del lusso nell’Europa stessa: automobili, abitazioni, arredamento, vacanze). Ma l’inventore fu Fanfani. Fu Fanfani a inventare la parola e la cosa, nel 1974, da segretario della Dc, per reagire alla sconfitta nel referendum sul divorzio, come via d’uscita dalla crisi monetaria e finanziaria indotta dalla guerra del petrolio un anno prima.  Ne parlò in un’intervista, e subito Moro se ne appropriò, il suo eterno rivale, insieme con Giorgio La Malfa e Enrico Berlinguer. Quest’ultimo ne farà il tema dei suoi ultimi dieci anni di attività, teorizzandolo anche: “Austerità, occasione per trasformare l’Italia” è un saggio-manifesto del 1977.
L’austerità di Fanfani fu geniale a molteplici fini. Era marxiana, quindi gli portava Berlinguer, di nuovo dopo il divorzio – Marx credeva, come Caligola, che la rovina dell’economia non è la carestia ma l’abbondanza. E incollava gli italiani alla sua tv, la tv di Fanfani. Che è lacrimosa, ma non a caso: la tela che continua a tessere del pauperismo, del mondo tutto e dell’Italia, è di fatto la tela del potere inoppugnabile. Ogni comunista non poteva che dirsi per questo buon cattolico, e ogni velleità era così troncata.
In questo senso Fanfani poteva prevedere cosa sarebbe successo, poiché si era visto in Inghilterra dopo la guerra, che a lungo ha subito l’austerità: steak-house senza bistecche, pub senza birra, strade sporche, case scrostate, cenci ricoperti da soprabiti consunti, uno stato depressivo generalizzato, che si faceva ben governare. Gli altri il senatore diabolicchio acculava ai consumi: i fautori della modernità e della libertà diventavano i patacconi dell’auto nuova e lo stereo double bass. L’austerità si può vedere in forma di tosatrice: un taglierino che, sotto le specie della paura, operoso evira ogni cambiamento.
Fanfani tentava anche il recupero del Vaticano, dopo la disfatta del divorzio, in guerra aperta alla Fuci, la gioventù universitaria cara al papa Paolo VI, tra Andreotti e Moro. “Siamo tutti responsabili”, disse nell’intervista dell’austerità. Non era una furbata. Cioè lo era ma per altro motivo: la menava in lungo con le relazioni internazionali, di cui si fingeva protagonista, e alla fine spiegava che “siamo responsabili”, sì, di aver pagato il petrolio con dollari svalutati invece che con “attrezzature e cointeressenze utili ai paesi arabi”.
Il senatore Fanfani aveva in mente un altro filone di storia pratica. Ma Berlinguer aveva bisogno di quella parola d’ordine, di essere colpevole, e La Malfa, altro “triste” della politica, non volle essere da meno. Più non si parlò di Nuovo Modello di Sviluppo. Ne restò giusto la tentazione forte di mettere da parte le automobili, di cui l’Italia viveva - dopo aver messo fuori mercato l’elettronica di consumo rinviando la tv a colori. Ottima idea di politica libertina? Fanfani fu personalmente sconfitto, ma l’austerità trionfò.

Fanfani puntava anche a vendicarsi dell’Avvocato Agnelli. Che a suo parere gli aveva sbarrato nel 1971 la strada per il Quirinale con un’accesa campagna della “Stampa”. Ma l’Avvocato si dichiarò d’accordo: le macchine inquinano e consumano. Evitò così d’investire in nuovi modelli – fu l’inizio della fine della sua Fiat, che aveva più della metà del mercato italiano e rivaleggiava cion Volkswagen.

Comunismo – Il comunismo di Mosca, compreso il Pci malgrado tutto, aveva una risposta per tutto, il che ne faceva un’ortodossia. Da qui la teoria liberale del partito-chiesa. Di partito-chiesa parlava nel 1938 Eric Voegelin, ancora lui, individuando la “religione” del totalitarismo che poi  sistematizzerà, con qualche dubbio, nel 1952, nella “Nuova scienza politica”.
Il partito come chiesa è di Waldemar Gurian, stesso anno 1952. Di chi è convinto che non ci sono né Dio né leggi indefettibili, ma con l’effetto comico di dichiarare insieme inevitabile il bisogno religioso. Dopo aver bandito Dio, cosa che neppure Marx e Engels credevano possibile. Povera chiesa, dunque, e povera religione. Le guerre sul campo della fede sono inoltre insidiose: vanno oltre la libertà, per fini e divinità che non sono nei testi sacri né nei riti. Il comunismo vi si è indirizzato con la fredda religione dell’ateismo, ma senza buone ragioni: una cosa è dire – Marx - che la religione è un’ideologia, con sue proprie caratteristiche, un’altra, semplicistica, è dire che tutte le ideologie sono religioni.
L’obbedienza del Pci e degli altri partiti Comunisti a Mosca, o la conformazione senza obiezioni, è però un’obbedienza nel senso della servitù, non della religione. Insomma, è un paralogismo – il meccanismo logico per cui i greci, per divertirsi, l’uomo riportavano a gallina implume.

Il comunismo senza intellettuali non è niente. Senza cioè la credulità, se non la fede. La Cina di Deng. O la Cuba di Castro ormai da decenni, che più non dice nulla – giusto la musica del film di Wenders. , che però è pre-Castro, una sopravvivenza. O la Germania di Pankow, pure così piena di intellettuali, da Brecht a Christa Wolf, che però evidentemente si vergognavano - nessuna traccia è rimasta della Germania comunista. Del partito Comunista Italiano, che tanta parte ha avuto nella storia politica dell’ultimo mezzo secolo, non una sola proposta, idea, dottrina, è rimasta.

Don Bosco - È il santo forse più moderno, ma il bicentenario della nascita è passato nel silenzio, anche delle autorità religiose. Forse per la stessa ragione per cui è moderno: che una pedagogia praticava dei giovani esente da clericalismo. La religione e la morale ancorando non alla sudditanza, al trasporto, al potere, alla politica, bensì alla coscienza libera. La socievolezza privilegiando e la serenità.
L’insensibilità al personaggio è una spia certa: l’epoca è del potere, sotto le spoglie della libertà, non altro rapporto è concepito-ibile, se non di interesse, e quindi di sfruttamento..

Feltrinelli – È uscito dalle cronache e anche dalla storia (ricordi, memorie, rievocazioni) se si eccettua il ritratto, molto di sguincio, del figlio Carlo, “Senior Service”, benché sia stato personaggio rilevantissimo in  tutto quello che ha fatto, da ricco imprenditore, editore, e rivoluzionario, e per molti aspetti emblematico, di una cultura, una classe sociale, un’ideologia, un Partito. Nemmeno sulla morte, per un’esplosione su una traliccio che avrebbe provato a minare, si fanno indagini e neppure ipotesi  - questo già a pochi giorni dalla morte nel 1972.

Nazismo – Ha pochi o nessun pentito. Sono pochi i nazisti che ne hanno scritto dopo la guerra: un paio, Höss, Speer, forse tre. E l’architetto Speer per dire che lui c’era ma non sapeva. La “vera storia”  è ancora da scrivere.
Ortodossia – Paolo Giordano ha trovato buon numero di giovani folli, sbandati sul monte Athos. Che fanno i guardiani, o i novizi. È l’impressione che Patrick Leigh Fermor aveva avuto già un’ottantina di anni fa, leggendo il suo diario di viaggio nella comunità monastica. Ma si continua a pensare all’ortodossia come a un focolare di misticismo, con l’esicasmo etc. Troppo anticlericalismo (anticattolicesimo) non è un buon consigliere del giudizio.
Russi – Inevitabilmente patrioti, come in ogni paese continentale, che guarda verso l’interno. La popolarità di Putin all’86 per cento, o al’87, è sicuramente artefatta, i sondaggi sono maneggevoli. Ma in qualche misura altrettanto  sicuramente c’è: la Russia non è un paese che vada in soccorso dell’aggressore. Resta però un dubbio. Nei ricordi di Lillian Hellman della lunga permanenza in Russia nell’inverno del 1944-1945, una donna spicca che le dice: “Non si sono calvi in Russia!” Putin è calvo, o è a macchinetta zero?
Truman – È i presidente americano più attivo in politica estera nel dopoguerra, insieme con Nixon -  i due personaggi più mediocri dunque sono stati i migliori diplomatici.
È anche il creatore effettivo dell’impero americano, avendo liberato definitivamente gli Usa, alla fine della guerra, dall’isolazionismo, con la tremenda esibizione di forza che furono le atomiche sul Giappone. Usò l’atomica, volle la Nato, la Cia e la Dottrina Truman. Una “Dottrina” tuttora in vigore: gli Stati Uniti forniranno assistenza  politica, militare ed economica a tutte le nazioni democratiche sotto minaccia, dall’esterno o a opera di forze autoritarie interne. Una “Dottrina” che ha definitivamente riorientato la politica estera americana verso l’intervento, anche in regioni remote.

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