sabato 26 settembre 2015

Ombre - 285

Dunque c’era una relazione tecnica a Bruxelles due anni fa che rilevava i trucchi all’omologazione dei diesel Volkswagen. Ma la commissione europea non ne fece niente. Senza scandalo, è la maniera di agire a Bruxelles: le carriere le fa la Germania.

Neanche il “Financial Times”, che ne dà notizia, si scandalizza. Ha chiuso l’edizione tedesca dopo un decennio, ma le relazioni Berlino-Londra, grande industria-grande finanza, restano eccellenti.

All’Osservatorio Giovani-Editori il presidente  della Bundesbank Weidmann tiene una conferenza a Firenze. Al termine incontra i giornalisti. Domanda: “Come valuta l’aumento dell’acquisto di titoli pubblici da parte della Bce (l’aumento del quantitative easing, da Weidmann avversato)? “Non è stato ancora annunciato”. Invece è stato annunciato, dal presidente della Bce Draghi. Ma nessuno lo ricorda.

Giornalisti numerosi a Firenze per Weidmann. Sono venuti anche da Milano e da Roma. Tutti molto rispettosi, quasi devoti, di fronte al presidente della Bundesbank. Ne hanno paura: questo Weidmnn porterà male? 

Scoppia lo scandalo Volkswagen e Pino Sarcina da Bruxelles ha infine spazio per dire sul “Corriere della sera” quanto sono forti le lobby tedesche a Bruxelles. Ma in breve, un colonnino appartato.

C’è grande voglia dei periodici dell’auto, che sapevano ma non hanno detto nulla dei test truccati Volkswagen, di tirare in ballo la Fiat. Ci provano in tutti i modi, c’è nella circostanza un’offerta esplosiva di siti specializzati bene informati. La Fiat non paga abbastanza? 

Olor de conclave, odore di conclave… gli amici argentini assicurano avesse sentito alcuni mesi prima”: Massimo Franco lo dà per certo nel suo libro sul papa. Alcuni mesi prima, va aggiunto, di una dimissione che fu del tutto inaspettata. Un “golpe annunciato”, una congiura ben riuscita?
In Vaticano, che il papa vuole sentina di tutti i vizi? O non fuori del Vaticano?

Il sindaco di Roma Marino se n’è andato in America per incontrare il Papa. Va a incontrarlo a Filadelfia, dove il papa celebra un raduno sulla famiglia. Lo vuole sfidare a duello?.

Marino non ha fatto molto in due anni e mezzo o tre. Ma vuole assolutamente privatizzare l’Ama, l’azienda della nettezza urbana romana. Vuole appestare la città?

Sulla privatizzazione dell’Ama Marino si scontra col vice-sindaco e con l’assessore alla stessa Ama, che ha appena nominato. Ma lui, almeno, si diverte?
 
Paolo Rumiz, scrittore fine, fa venire voglia al ministro Franceschini di “aprire” la via Appia al turismo. Come se adesso fosse chiusa. A meno che non voglia chiudere l’Appia, cosa inutile e irrealizzabile. Chiuderla non si può, e chi vuol farsela a piedi non ha che da mettersi in marcia, come Rumiz. Ma cosa non farebbe questa politica per un titolo di giornale.

Salvare l’Archivio di Stato, che invece vegeta nell’abbandono, e costerebbe molto meno, questo non viene in mente al ministro Franceschini. Che pure ne avrebbe l’obbligo.
Franceschini è quello che come progetto culturale Colosseo vuole ricostruirvi l’arena e far i “giochi” dei gladiatori.

Dell’Utri è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Parma. Lo stesso dove è rinchiuso Riina. Poi dice che la giustizia non è oculata.

La Mini Bmw si propaganda dicendo al conducente che si sente poco bene e ha provveduto ad avvisare il Servizio Riparazioni. Così uno si trova il meccanico tra i piedi perché così ha deciso la macchina. E c’è chi paga per questo optional. Poi dice che li truffano col diesel.

Dopo avere controllato per anni il caffè dei dipendenti pubblici, e i cartellini ai tornelli, le Finanze e la Corte dei conti si sono accorti quest’anno che un enorme giro di denaro, quattro miliardi in sei mesi, viene intascato dagli stessi con varie creste – o non intascato, a favore di parenti e amici. Cose che tutti hanno sempre saputo. Acquisti, appalti, affitti pagati a tre-quattro volte il prezzo di mercato, affitti non riscossi, non è nemmeno difficile arricchirsi con la Pubblica Amministrazione.
La corruzione è diffusa, ma forse solo perché è generale. 

Bambini rivoltati

Un miracolo? È un film catastrofista. E va bene, ai ragazzi, se non ai bambini, il genere piace. Ma anche concettoso: un film infatti di psicologia infantile e pedagogia, quando di più astruso. Ed è parlato in psicologese, più che rappresentato. I personaggi si chiamano Gioia, Tristezza, Disgusto, Rabbia, Paura. Tutt’e cinque occupano la piccola Riley, le cui emozioni si archiviano via via al Quartier Generale, simboleggiate da pallette del colore dei cinque sentimenti, per confluire a fine giornata nella memoria a Lungo Termine. Con le emozioni confluiscono successivamente al pannello di controllo anche le idee, in forma di lampadine.
Poi c’è il passaggio dalla prima alla seconda infanzia, contigua alla pubertà. Di ricordi felici la prima, di un presente difficile la seconda, tra solitudine, estraneità, abbandoni. Che un trasloco simboleggia, dall’agreste Minnesota a una San Francisco grigia e vuota. Senza più l’amato hockey su ghiaccio, in un classe estranea, tra genitori distratti.
Un Treno dei Pensieri opprimerà Riley, passando per il pericoloso Pensiero Astratto, per Immagilandia, per Cineproduzione Sogni, e per il Subconscio. Finché Disgusto, Paura e Rabbia non spingono Riley a fuggire di casa, per tornare in Minnesota e ai Ricordi Base. Gioia e una rigenerata Tristezza interverranno… C’è l’happy end, ma a volerlo seguire è un film da togliere il respiro.
I bambini accorrono a miriadi, ma non per il pop corn? O è una bufala o è una svolta. Una rivoluzione - il linguaggio è enigmatico per un adulto che abbia fatto qualche studio.  
Un film scorretto anche. Preceduto, come usava un tempo, da un documentario, “Lava”, che è una difesa maschilista: un vecchio terremoto è sopraffatto da una più fresca terremotessa - con la quale poi si concilierà fiducioso, ma chissà. La classe della solitudine di Riley a San Francisco ha maestra e compagni neri e gialli. Nessuna fatica di vivere nel duro Minnesota, topi, solitudine e silenzio dominano San Francesco, la città dei fiori multigender e multietnica. Saranno i bambini di oggi “rivoltati”, come dice il titolo -  come diceva l’umorismo napoletano di un tempo, del cavallo che partiva con le redini tirate, e viceversa: “Il cavallo è vecchio, l’abbiamo rivoltato”?
È anche un film d’autore: il regista Pete Docter, lo specialista della Disney-Pixar, sei volte nomination agli Oscar, una volta premiato, nel 2010 con “Up”, è anche autore del soggetto, della sceneggiatura e dei dialoghi.
Pete Docter, Inside Out

venerdì 25 settembre 2015

Secondi pensieri - 232

zeulig

Connessione permanente – È la virtù, la promessa, il progetto e la chiave dell’epoca: niente si vende meglio che il collegamento, universale e imm ediato. I treni, gli aerei, le automobili, i governi stessi, e naturalmente gli operatori, i social, ogni altra rete di vendita, tutto si promuove per il collegamento, generale e ovunque. Anche come “valore” privato. Un tempo si privilegiava l’irreperibilità, il vertice in carriera si raggiungeva quando uno si poteva proclamare irreperibile, fosse pure col sottinteso che era a letto con l’amante, oggi invece è la reperibilità – anche perché l’amante non conta più, non facendo guadagnare. È una passione, fino al dolore – l’ansia di reperibilità: se l’operatore ci fa mancare un collegamento non ci sono sospiri di rilassatezza, ci sono collere e minacce.

La previsione di Marshall McLuhan è profetica. Non si ristampa, ma dice sessant’anni prima e meglio ciò che molti cibernetici cominciano a intravedere – “il mezzo è il messaggio”, eccetera. Simulacro del suo villaggio globale ora è Facebook, dispensatore di emozioni facili e labili, in cambio di un indirizzo e una identità customercare, a fini commerciali.
Sloterdijk, che meglio approssima la connessione permanente, sposta l’accento sulla temporalità: “Comunismo temporale”. Ma è la “qualità” che più incide, lo spessore critico, riflessivo, o anche solo emotivo. Se è piatto o no.

Dematerializzazione – Lo scultore la insegue, per via di levare – Michelangelo col non finito. La musica ancora meglio benché abbia a fare con la voce e lo strumento. È il proprio dell’arte, usare i materiali per travalicarli, affrancarsene. È alla radice del successo (aspettative) della rivoluzione digitale..In una con le microtecnologie, l’economia dei servizi, il settore Ict, della Information Communition Technolocgy. Ma a prezzo di una materialità ancora più intensiva, e non meno sporca, che la rivoluzione industriale. Se per un ordinatore di 20 kg. si consuma tanta energia (petrolio equivalente) che per fabbricare un’automobile. La tecnologia avanzata inoltre moltiplica gli oggetti, incardinando l’effetto sostituzione: accelera e anzi vuole l’obsolescenza rapida, volendosi costantemente innovatrice. L’Ict, inoltre, lavora inoltre costantemente a costi ridotti, per cui i suoi prodotti sono disponibili per usi massicci, di mass sempre più vaste.

La dematerializzazione dell’idea di Dio è probabilmente il perno dell’ebraismo, la razionalizzazione radicale del mondo. Ma non senza contrappesi, o contestazioni. Per Martin Buber la ragione ebraica è adottata, non propria – e quindi congelata,.disseccata. E anche degenerante. È la mistica ciò che l’ebraismo ha di essenziale e creativo, opera di immaginazione–finzione. 

Filosofia – Se ne fa molta in Francia, perché è materia obbligatoria in tutte le scuole superiori, comprese le tecniche? Non se ne fa più in Germania perché non viene più insegnata – e comunque il sistema scolastico è molto selettivo, i quattro quindi della popolazione ai quindici anni sono indirizzati verso un diploma pratico.

Mangiare – Non si fa altro. Il Parco dellal Musica a Roma ha sospeso ogni altra attività, ha buttato fuori anche Santa Cecilia nel pieno della sua campagna abbonamenti , per una quatro iorni di “Taste of Rome, “il restaurant festival più grande del mondo” (“vieni ad assaggiare i grandi chef!”). Con “sensational dinners”. Una kermesse più impegnativa dello stesso festival internazionale del cinema, finora il suo evento più importante. Non c’è italiano che non arda di andare all’Expo, per vedere come si mangia bene – non si che parlare da mesi nei giornali dell’Expo come di una delle meraviglie gastronomiche. Gacendo la coda per ore. Per poi pagare 100-200 euro per un pasto. Iprogrammi tv di cucina non si contano più, essendo i più seguiti. Gli chef stellati vanno a premio su Belen. Miliardi ci girano attorno. Ogni innovazione dietetica e apparentemente anti-abbuffata è solo un invito a diversificare, la “serata vegana”, il brunch ipocalorico, l’aperitivo della nonna.
Il fenomeno è mondiale, qualcosa vorrà dire. Ma non c’è un’analisi, nemmeno una psicoanalisi, di tanta fame, e anche questo qualcosa vorrà dire.

Occidente – Il Giappone ne fa parte, Hong Kong, forse anche la Cina, e naturalmente i Caraibi, per più di un motivo, ma non mezzo Mediterraneo. E anzi, forse, tutto il Mediterraneo. È un concetto e non un territorio, come il termine geografico intenderebbe. E il concetto s’intende da un quarto di secolo, ma forse anche prima, un mercato capitalista ricco. Nonché la geografia, neanche la democrazia conta tra i suoi attributi.
Si vede anche dal Mediterraneo, che non tutto è escluso: le potenze arabe del petrolio e dei petrodollari ne fanno parte a pieno titolo: gli Emirati tutti, Abu Dhabi, Dubai, Qatar, col Kuwait e Bahrein, con l’Arabia Saudita naturalmente, che ne sarebbe invece agli antipodi, e perfino con l’Oman, che quarant’anni fa non aveva, e non voleva, le lampadine.

Sovranità – È in un pericoloso guado: perde impulso per via delle agglomerazioni multinazionali come la Ue, che però non sono loro stesse legittimate. “I poteri nazionali non sono più responsabili nei confronti dei loro popoli, ma anche nei confronti (dei popoli) degli altri Stati europei” – Sabino Cassese. Il che non avviene ed è anche difficile da configurare, ogni popolo avendo una sua propria lingua e suoi propri linguaggi, opinione pubblica, mentalità, modo di concepirsi e di essere.
Di fatto, peraltro, in tropi casi e quasi di norma la perdita di sovranità in Europa è a vantaggio dei governi di altri Stati europei, e ciò induce una gara al vantaggio comparato. Che in Europa il tema sovranità sia in subordine, ma si voglia tenerlo in subordine,  certificato dal fato che la Ue non sente in alcun modo il bisogno di una politica estera e di difesa: la perdita della sovranità si fa nel quadro di un mercato comune e nulla più.
La sovranità richiede un unico sentire, quello che si definiva nazione o patria..

Quanto remote le sovranità multilaterali, sovranazionali, quale quella europea, di istituzioni create da trattati ma avulse dal consenso, formalmente autarchiche, dalle sue elaborazioni iniziali, alla formazione degli Stati, di Bodin prima e Hobbes poi, che la legano alla libertà nazionale e alla difesa. E dalla elaborazione post-rousseauiana dell’Ottocento, che sa Repubblica Romana così riassunse, all’art.1 della sua Costituzione: “La sovranità è per diritto eterno nel popolo”. Senza che alcuna obiezione, né giuridica né politica o filosofica, le si sia potuto opporre.

Weltanschauung – Viktor Klemperer, “LTI”, la radica (con l’aiuto di Arthur Schnitzler, lo scrittore)  nell’anti-filosofia. “l’opposto dell’idea chiara”. Abusata non per caso dal linguaggio nazista. Non come rifiuto di un termine straniero – “filosofia” – cui invece il nazismo indulgeva, ma uno spostamento verso “l’intuizione e la rivelazione dell’estasi religiosa”. Una visione. Di origine romantica: “La vision del redentore da cui emana il principio vitale del nostro mondo: ecco il senso più intimo o la nostalgia più profonda del termine Weltanschauung,come è apparso nell’uso dei neo romantici e quale la LTI l’ha adottato”, la lingua del terzo impero, del terzo Reich.

zeulig@antiit.eu

L’egemonia tedesca e i quisling - 2

La Germania ha sempre ragione? Da “Gentile Germania” un passo significativo (c’entra anche Volkswagen):

“Almunia non è il solo tedesco di complemento – lo sono stati di più Draghi, come vedremo, e Monti: il vincente beneficia di una forte attrattiva. Per tutto il tragico 2012 giornalisti e giornali illustri promossero in Italia una campagna anti Fiat, colpevole di non cedere l’Alfa Romeo alla Volkswagen, su indicazioni e indiscrezioni Volkswagen. La Fiat diceva di no, che non vendeva, e quelli insistevano che sì, l’Alfa andava venduta a Vw, e dicevano anche come.
“La prassi non è insolita. Il caso preclaro è di Leoluca Orlando, che da “consigliere giuridico” trent’anni fa sacrificò il distretto minerario di Agrigento alla Salz u. Kali, dea germanica dei sali marocchini. Fu premiato con una laurea in Filosofia, anche se da un’università secondaria.
“Bisogna però conformarsi senza residui. Franco Tatò era un manager germanofilo. Entusiasta ricevette attorno al 1990 da De Benedetti l’incarico di risanare la Triumph Adler, un’azienda tedesca di automazione di uffici che Olivetti, di cui De Benedetti era allora il patron, aveva rilevato. Era un’azienda in crisi ma con una presenza forte nella Pubblica Amministrazione tedesca e sul mercato Usa. Tatò ne rimase così scottato che ci scrisse sopra un libro, titolandolo Autunno tedesco benché all’indomani della riunificazione, e le dita ancora gli bruciano. 
“Da un certo punto di vista è un capolavoro. Non si può fare colpa di Monti alla Germania. Ma non si può immaginarne uno più succube, una sorta di “servo volontario” – La Boétie, l’amico di Montaigne morto giovane, argomentava che la servitù è solo volontaria. Tanto più che conosceva la Germania. Da commissario Ue alla concorrenza per dieci anni, fino al 2005, almeno in un paio di casi non era riuscito a dimostrare l’evidenza: che VW e le Landesbanken ricevevano aiuti pubblici, il gruppo automobilistico da parte del Land Bassa Sassonia, quando ne era presidente Gerhard Schröder, e successivamente, quando Schröder divenne cancelliere. Anche nell’acciaio ebbe problemi.
“Angela Merkel può così fare la cancelliera evangelica, che sempre sorride, specie ai greci e agli altri mediterranei. E proporsi a defensor dell’euro. Il lavoro sporco lo fanno i suoi economisti, lei veleggia ilare, non senza ragione, sui cumuli di esazioni imposte a mezza Europa. Salvo sganasciarsi dalle risa ai vertici Ue la sera al bicchiere della staffa, della dabbenaggine e i sensi di colpa latini, di Sarkozy incluso, come sgomenti scoprirono i giornali francesi”.


Il giallo vuoto


Una storia d’amore che non lo è, un falso detective, un falso giallo: lo scrittore marocchino francese – purtroppo non più tradotto da qualche tempo - si diverte col suo ispettore Alì sul tema del falso. Allora, 1993, in auge, e ancora di moda. Sensibilissimo, quasi un profeta, a tutto ciò che Fine Millennio senza midollo sarà e ancora è. Molta cucina, popolare e raffinata. Tra una barzelletta e l’altra, come Berlusconi – “la sai l’ultima?” Con molto denaro in Svizzera, in conto cifrato: “In questo mondo della libertà dei conti”. C’è anche “un silenzio da Bundebank: abbassare la guardia e il tasso d’interesse, neanche a parlarne”. E c’è il sospetto – “ho dovuto combattere per non diventare sospetto ai misi stessi occhi”: “Dovunque si viva, in questa miserabile fine del XXmo secolo, tutto è sospetto: le persone, i sentimenti, le ideologie, le religioni, le parole. Soprattutto le parole. Senza parlare del denaro, del nuovo rodine mondiale”.,  
Un’operazione sottile: un calco del giallo. Tutto contorni quindi, senza la “verità” supposta sua sostanza. In deriva diretta da Sherlock Holmes, all’insegna cioè dell’inverosimiglianza.Una decostruzione senza birignao, si diverte anche il lettore.  
Drisss Chraïbi, Una place au soleil, Points, pp. 138 € 5,70

giovedì 24 settembre 2015

Periodici a gasolio

Scoppia lo scandalo della Volkswagen in Usa  e il direttore di “Quattroruote Gian Luca Pellegrini prontamente lo commenta in video: ) “C’è una specie di maledizione Usa sulla Vw: ogni volta che si avvia a quote consistenti di mercato scopia uno scandalo”; 2) l’Epa Us, l’agenzia ambiente, “si dice che multerà Vw di 18 miliardi di dollari, ma non lo ha fatto”: 3) “Si dice che 482 mila auto Vw saranno ritirate in Usa, ma ancora non si è deciso niente”. 4) “Tutti i sistemi di omologazione sono fasulli e dunque vanno rivisti”. Ma “Quattroruote” non era per gli automobilisti?
Se i sistemi di omologazione erano noti per essere fasulli perché abbiamo avuto da una dozzina d’anni la magnificazione dei diesel, silenziosi e superpuliti – costano di più ma vale la pena? A opera non solo di “Quattrorute”, di tutti i periodici di settore. Corrono troppi soldi attorno all’auto. Una settimana fa, quando scoppiava lo scandalo, si pubblicava in italiano “Das Auto”, la rivista aziendale Vokswagen, promossa a rivista di elevato livello tecnico, allegata a un periodici di settore. 

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (259)

Giuseppe Leuzzi

Mafia antimafia
Carolina Girasole, ex sindaco di Isola Capo Rizzuto, biologa, operatrice di Libera, arrestata per concorso esterno in associazione mafiosa, è assolta per una serie di errori di filologia dialettale. Di trascrizione delle intercettazioni da parte della Guardia di Finanza. “Trecento volte” è diventato “trecento voti” per il trascrittore, ignaro o dimentico che “volta, volte” il dialetto dice “vota,voti”. E trascrive “sindaca” la pronuncia dialettale larga della vocale finale di sindaco.
Ma forse c’è dell’altro, secondo gli isolani in rete: la rivalità tra i Cara e Libera, tra don Edoardo Scordio e don Ciotti. Insomma, c’è da stare allegri.

Troppo caro il Sud in rapporto alla produttività
L’ostacolo al decollo del Sud è il costo del lavoro. Il costo in rapporto alla produttività. Questo costo è fuori mercato perché si allinea con le retribuzioni pubbliche, uniformi per legge in tutto lo Stato. Si allinea di fatto e per i contratti nazionali. Mente la produttività è al Sud inferiore: in termini di sistema, di infrastrutture, di formazione professionale.
La produttività al Sud è al 60 per cento dell’area lombardo-veneta. Diciamo pure al 70 per cento. Ma niente al Sud copre (rimborsa) questo divario.
Il Sud guadagnerebbe di più, molto di più, e uscirebbe dalla palude del ristagno ormai secolare, si lascerebbe perfino l’area-palude del sottosviluppo, se guadagnasse di meno. Nelle prestazioni di lavoro, di servizio, di intermediazione. Nei servizi questo avviene, non c’è mai stato allineamento, specie nel commercio. Retribuzioni ridotte non sarebbero nemmeno un’ingiustizia, se valutate col potere d’acquisto, che al Sud è notevolmente superiore.

La poesia in Calabria si fa in latino - o la poesia come misantropia
Continua con Lorenzo Viscido, latinista di New York nato e cresciuto a Squillace, il paese di Cassiodoro e del suo Vivarium, addottorato all’università della Calabria a Cosenza, la poesia in latino. Che in Calabria è una tradizione. Viscido non è un caso eccezionale, è l’erede di una tradizione: meglio poetare in latino. Non tanto per una sfida interattiva, per l’ermeneutica che oggi si privilegia, quanto per vezzo mentale: il colto si astrae.
È l’atteggiamento giusto del poeta? Lo è dei poeti reggini: Reggio è una città che presume molto di sé, al limite della misantropia. Viscido è un’eccezione, ma allora per essere di fuori porta, tra i remoti influssi del senatore, politico e letterato Cassiodoro, che segnò la fine dell’impero romano, mentre avviava meritoriamente la traslazione dei codici latini. Una tradizione peraltro ricca di riconoscimenti, ai vari certamina, premi letterari per la poesia latina, Houefftianum a Amsterdam, Capitolinum e Vaticanum a Roma, e il catulliano sul Lago di Garda.
L’antesignano è Diego Vitrioli, uno che per lo sdegno non usciva di casa. Celebre negli annali per aver vinto a ventisette anni, nel 1845, il primo premio Amsterdam, col poemetto “Xyphias”. Pascoli lo celebrerà in una evocazione raccolta in “Pensieri e discorsi” (“Un poeta di lingua morta”). Ricorda di averlo sentito nominare in collegio a Urbio, “da un vecchio frate che conosceva anch’esso i doni delle Muse, il padre Giacoletti”, nome “allora illustre per poemi latini sull’ottica, nientemeno, e sul vapore”. Giacoletti citava Vitrioli come qualcuno di un’altra dimensione. Da Messina Pascoli lo ricerca, e lo trova “vecchio e solitario”, uno che “schiva il consorzio e la vista degli uomini”. Che per prendere l’aria “si faceva portare in luoghi solinghi”. Poetava con facilità anche in greco, ma “diceva sorridendo di essere già vissuto tra Cicerone e Virgilio”. Uno che “sdegnava il presente… un poco in tutto”, per esprimersi in italiano usava la lingua del Cinquecento.
Lo stesso Pascoli, grande latinista, non andava esente dai cattivi umori. Premio Amsterdam una dozzina di volte, l’altra dozzina in cui fu solo segnalato non volle uscire dallo pseudonimo con cui gli invii andavano protetti. Il latino scarica i nervi, o li ricarica? O è l’imprinnting locale lo “spirito dei luoghi”?
Francesco Sofia Alessio, che molto si rifece a Vitrioli, fu invece socievole. Vinse tre volte il premio Hoefftianum di Amsterdam e dodici volte la gran lode, o medaglia d’argento. Di lui, benché antivo di Radicena (oggi Taurianova), Reggio si ricordò con un monumento – o il fascismo, che non lasciava inosservate le eccellenze.
Giuseppe Morabito, morto quasi centenario nel 1997, rinnovò la tradizione nel dopoguerra. Volle imitare l’insegnamento al liceo, per avere più tempo per poetare (ma dava anche lezioni private). E lo fece al classico “Maurolico” di Messina, col privilegio di scegliersi gli alunni, formando una sezione A di poche persone, in grado di seguirlo per preparazione e voglia – Salvatore Settis ebbe questo privilegio. Ha vinto due medaglie d’oro nel certamen Houefftianum, e diciotto d’argento, tre e due al Capitolinum, dieci e undici al Vaticanum. Neanche di Morabito c’è traccia a Reggio, nemmeno a Messina. È vero che è venuto un secolo dopo Alessio, i tempi cambiano.

Milano
82 milioni di emendamenti sono proprio Milano: l’irrisione cattiva, non scherzosa ma aggressiva, contro un obiettivo in genere rispettabile – il governo, Roma, le istituzioni Il milanese non si diverte se non attacca, ha ancora il furor teutonicus di Lucano.

Ci sono a Milano due capolavori, almeno due, di spreco e corruzione, la Brebemi (Brescia-Bergamo-Milano) e la Teem (tangenziale Est esterna Milano), da poco inaugurate, a costi triplicati, e a utilità zero. La Brebemi, 62 km. in parallelo alla Milano-Venezia, per una spesa passata dagli 800 milioni iniziali a 2.400, ha un terzo, quando ce l’ha, del traffico ipotizzato. La Teem, che è costata il doppio del preventivato, ha meno della metà del traffico atteso. Ma non una critica sui giornali milanesi, la capitale morale è al disopra dei fatti.

Le due autostrade dovevano anche essere private: finanziate dai costruttori-gestori. Invece sono state pagate dallo Stato. A favore di gestori privati cui adesso concede tariffe elevate.

La Scala fa più poltrone vuote che occupate. Non da ora. Dopo una mezza dozzina di stagioni di riprese, senza mai un allestimento nuovo, senza mai un cast d’eccezione, sia pure di voci nuove. Ma è sempre il tempio dell’opera, per i milanesi che non ci vanno.

Malgrado i troppi allestimenti vecchi, sponsor generosi, e esecutori di secondo e terz’ordine, il bilancio della Scala è asfittico, e va rimpinguato dallo Stato. Ma di questo non una parola.

Si mangia bene all’Expo. Tra 150 ristoranti e paninoteche. Ma solo Milano poteva fare tanto chiasso su una fiera alimentare.

C’è anche, gioiello dell’Expo, il “supermarket del futuro”. Un gigantesca cloaca, anche, se si vuole: due quintali al giorno di scarti alimentari, rifiuti, prodotti in scadenza.

È la più grave macina al collo del Sud. Con Milano alla guida dell’Italia sarà sempre nera.
Il Sud è il suo punching ball e il suo divertimento: la corruzione, la malasanità (a Milano si muore in ospedale solo al Sud), lo spreco della finanza pubblica, il sottogoverno, i 100 alla maturità, la mafia, ora la ‘ndrangheta, e qualche camorrista, e nient’altro. Perché no, magari tra i tanti napoletani che fanno la musicologia a Milano, città sorda. Dopo avere insegnato alla città l’arte dell’insalata.

Della cocaina a Milano non si parla. Neanche per dire che è il Sud che la impone a Milano, Napoli, la ‘ndrangheta? Sarebbe un bell’argomento. Molto argomentabile: il meridionale nullafacente contro il milanese operoso.

Una città che ha fatto del pettegolezzo e dell’effimero la sua ricchezza. Invidiabile per questo. Ma superficiale più che frivola, e presuntuosa sempre: livorosa. I Borromeo, che la conoscevano, per questo la frustavano?

Serve anche il. Teatrino dei Casamonica, il ramo non criminale della famiglia, per crocifiggere Roma. Ma sopratutto per confermare il binomio giornalismo-giustizia. Che è il trademark di Milano, da Mani Pulite in giù, dal suo divo Di Pietro.
Che è come dire mafia-giustizia: il raggiro, affrancato dalla legge.

“Noctes Ambrosianae”, una serie di 71 colloqui immaginari, ebbero largo pubblico in Gran Bretagna, sul “Blackwood’s Magazine”, tra il 1822 e il 1835. Tra i personaggi gli autori inclusero anche il “mangiatore inglese di oppio” d De Quincey. Si chiamavano “Noctes Amrosianae” perché ambientate nella taverna di un Ambrose a Edinburgo.

Cosa ha dato, al Sud e al testo d’Italia, la capitale morale d’Italia? Felicino Riva, Michelangelo Virgillito e Michele Sindona, la Lega, Mani Pulite, Berlusconi, Monti, e ora le “banche d’affari”, gli impunibili affaristi a spese nostre, che mettono becco dappertutto..La rovina. Ma se ne compiace, e dall’alto fa la lezione all’Italia, di morale e buongoverno.

Si fa la coda di nove ore per visitare il padiglione Italia. Per vedere che?

Si pagano all’Expo 200 euro per un pasto. Altrimenti ci sono gli sfizi, a 15-20 euro il paio. È evidente che Milano il senso degli affari ce l’ha.

Ma questo Mr Bee non sarà l’iniziale asiatica di Berlusconi?

leuzzi@antiit.eu 

L’egemonia tedesca e i quisling

La Germania ha sempre ragione? Da “Gentile Germania” un passo significativo (c’entra anche Volkswagen):
“Il vantaggio comparato non è di percezione immediata, anche se dà guadagni incommensurabili. Ed è un fatto ostile.
La ragione economica è poco assimilata dai media,  resta irta e all’apparenza speciosa. Ma è il motore della politica in tempo di pace. Tanto più quindi in questa Europa della pace perpetua, che da ormai tre quarti di secolo vive senza guerre, un record storico mondiale. E può essere, seppure senza sangue, altrettanto distruttiva di una guerra.
“C’è stata una guerra economica della Germania all’Europa? È in corso. E non di Angela Merkel, o questo o quel gruppo, ma della Germania: opinione, parlamento, governo, industrie. L’Europa è restia a rendersene conto, ma il fatto è indiscusso in Germania, tra i fautori e i contrari. Perché la Germania è pure questa, l’opposizione esplicita, nell’opinione se non di fatto. È la specificità della Germania anche in questa crisi, di sapere che fa il male e di volerlo fare, di farlo con buona coscienza. La buona coscienza oggi è il fiscal compact, la vecchia stabilizzazione: l’austerità. L’austerità è come l’eutanasia, chi può obiettare.
“Il vantaggio comparato necessita peraltro a suo sostegno di una politica dell’immagine attiva, che la Germania ha saputo fare - gli interessi tedeschi hanno avuto più mercato in Italia di quelli italiani, per antiberlusconismo o falso europeismo, lo stesso in altri paesi. La gentile Merkel, politica di compromesso, incoronando senza resistenze “padrona” d’Europa. Mentre di fatto la Germania avrebbe potuto essere considerata il malato d’Europa. Coi suoi 7-8 milioni di posti di lavoro a 450 euro al mese, a carico della spesa pubblica per contributi pensionistici e sanitari, una politica economica deflazionistica in assenza d’inflazione, una politica di compressione salariale a beneficio del capitale d’impresa, un sistema bancario politicizzato. Nel 2007 le banche, piene di spazzatura, furono salvate dal governo Merkel con 500 miliardi. Venne poi la Grecia, che Berlino usò come leva per imporre il rigore, e le sue banche semi-fallite poterono speculare su 535 miliardi di titoli d’Irlanda, Grecia, Spagna, Portogallo e Italia, liquidandoli a premio grazie ai fondi Ue e alla Bce. Il tutto condito da sermoni.
“Il predominio tedesco si è in breve irrobustito ovunque: nel fiscal compact, nel commercio estero, e soprattutto nelle banche. La Germania ha potuto ricapitalizzare le Landesbanken, le banche regionali organi del sottogoverno, con sovvenzioni che la Ue proibisce, senza scandalo del Commissario alla Concorrenza Almunia. Lo stesso che invece arcigno contesta al piano di rilancio del Monte dei Paschi il “futuro”, “possibile” ricorso ad aiuti di Stato. Un assurdo, se non fosse una politica. Da parte di uno noto a Bruxelles per essere “il tedesco”, benché spagnolo”.
(continua)

Il romanzo dell’antiromanzo, due secoli fa

Lieve e implacabile, la giovane Austen (il romanzo, pubblicato nel 1818, un anno dopo la morte, era stato scritto vent’anni prima) traccia l’anti-romanzo. Peggio, meglio: fa romanzo con l’antiromanzo. Mentre difende il romanzo, come scrittura e come lettura – chi non li legge, bisogna pensarne male. Ma non così complicata come la stiamo facendo, la narratrice non superimpone nessuna teoria, le basta l’ironia, postata (lieve), quasi scontata, con cui accompagna la sua storia. Dove una giovane diciassettenne sì innamora, e ci ricama sopra il romanzo gotico che sta leggendo – per la storia l’“Udolpho” dell’invidiatissima Ann Radcliffe, invidiatissima dalle scrittrici dell’epoca, e anche dagli scrittori. Divertente nei diversi livelli di lettura, e il persistente bonario slittamento – il successivo sbugiarda il precedente.
Scontata invece oggi la novità, probabilmente, dell’epoca: la critica alla borghesia. Che la ventenne scrittrice fissa a Bath, la stazione termale, tra le due o tre sale di riunione, e le due passeggiate d’obbligo, per pungerla meglio. Ma si rilegge, la critica sottile della borghesia compresa, con invidia: che due secoli fa si potesse fare il romanzo-satira e la satira del romanzo, c’erano lettori per questo – l’ottima nota editoriale all’edizioncina dei classici Colins attesta che si pubblicò in quattr volumi, congiuntamente a “Persuasione”, con una tiratura iniziale di 2.500 copie. 
Tradotto anche come “Catherine” e “Katherine Morland”, necessiterebbe di una traduzione aggiornata.
Jane Austen, L’Abbazia di Northanger, Newton compton, pp. 192, ril., € 4,90

mercoledì 23 settembre 2015

Inquinare è tedesco

Lo scandalo Volkswagen più che altro è incredibile: che si investa su un meccanismo che bara sulle emissioni nocive piuttosto che sulla riduzione delle emissioni stesse. Che lo si faccia negli Usa, il paese con i controlli ambientali più stringenti. Che lo si faccia con un trucco nemmeno difficile da scoprire.
È perché Volkswagen appartiene a una cultura non ambientalista? No, al contrario: in Germania l’industria ecologica è fortissima. Non c’è acqua, di fiumi, di laghi, che non sia costantemente ripulita. E l’inquinamento atmosferico, pur essendo il paese pianeggiante e ricoperto di autostrade, è mediamente inferiore a quello degli altri paesi europei. Non sarebbe una sorpresa se si scoprisse che negli undici milioni di vetture VW omologate artatamente per quanto riguarda gli scarichi non ci sono quelle destinate al mercato tedesco..
No, è che in Germania l’industria è legge. E più grande è più legge è. Anche quella chimica, delle produzioni dannose: additivi, conservanti, coloranti, diserbanti. Anche coi sindacati. Con i socialisti. Con i Verdi.
Parafrasando un detto famoso, coniato negli Usa per la General Motors (ma lì in disuso da almeno mezzo secolo), tutto ciò che è buono per VW è buono per la Germania: una sorta di cartello, nemmeno surrettizio, regge il rapporto tra industria e Stato, in tutte le sue forme. Peter Hartz, che nel 2005 scrisse le leggi, e promosse gli accrodi coni sindacati, per ridurre le retribuzioni e liberalizzare il lavoro, era uno dei direttori Volkswagen.
È così che il governo di Berlino, col socialista Schröder prima, poi con Angela Merkel, si è sempre opposto a Bruxelles ai nuovi vincoli alle emissioni nocive dei segmenti auto medio-alti. Non si è propriamente opposto, la Germania non ne ha bisogno, ma ha sempre posposto il tutto, di rinvio in rinvio, dal 2015 da ultimo al 2017. 

Il mondo com'è (231)

astolfo

Abbronzatura – Un tempo segno di povertà e fatica, di sterratori in montagna, braccianti in campagna, mariani in navigazione, cavatori, scaricatori, è ora segno di buona salute e migliore reddito. Niente si lascia al povero. 

Alpinismo – L’hanno inventato gli inglesi, che non hanno montagne. È il challenge, la sfida.

Antisemitismo – Resta terreno insidioso, anche per le derive sull’odio-di-sé ebraico. E si desensibilizza volendosi estendere. Si veda quello di Heidegger, per esempio, filosofo aperto e compassionevole: fu antisemita, anche radicale, e mai chiese scusa, ma farne un antisemita è devitalizzare l’antisemitismo e non la sua filosofia – era nella vita un “piccolo uomo”, nazionalista, adultero, campagnolo. La querelle a ridosso del confuso antisemitismo di Heidegger riapre non inutilmente gli spazi interpretativi. Ma allora a scapito di qualche certezza.
L’odio-di-sé ebraico torna, non voluto, categoria di Theodor Lessing che l’ebraismo non digerisce, col libro di Roberto Curci, “Via San Nicolò 30. Traditori e traditi nella Trieste nazista”. O più, forse, con la vistosa presentazione che Paolo Mieli ne ha fatto sul “Corriere della sera” il 15 settembre. Il libro è su un ebreo triestino che si specializzò nelle denunce a pagamento degli ebrei alla Gestapo tra il 1943 e i 1945, Carlo Grini. Nella presentazione di Mieli prende molto spazio  Umberto Saba. Che non c’entra nulla col denunciatore. Saba viene sotto accusa, da parte di  Giorgio Voghera e ora di Curci, perché non voleva essere etichettato ebreo.
Una “tempesta sul niente”, del genere sollevato negli stessi giorni dal “New Yorker” a opera di Adam Gopnik, “Why we keep studying the Holocasust”, perché continuiamo a occuparci dell’Olocausto: “Questo rifare senza fine la storia delo sterminio degli ebri d’Euopa non cid à l’apparenza di serietà morale, mentre ci immunizza agli imperativi di una serietà morale attuale? Il rispetto è l’opposto della compassione, che si indirizza meglio verso quelli che ne hanno bisogno ora che verso quelli a cui fu negata allora”.

Europa - È sotto assedio, si dice, ma di più si è autoassediata, per riserve e fisime interne che proietta sul piano continentale. Cinque punti di crisi elenca George Soros, sulla “New York Review of Books”: quattro interne, l’euro, la Grecia, gli immigrati  e il referendum britannico, e uno esterno, “l’aggressione della Russia contro l’Ucraina”. In realtà ne ha di più: la secessione catalana, la secessione scozzese, la riduzione dei valloni a minoranza in Belgio, le risorgenti liti balcaniche, C’è soprattutto un governo comune incapacitato, dalla questioni di egemonia, tedesca o nordica che si voglia. Non c’è stato e non c’è in Germania e in Europa contro i bastonatori degli immigrati un decimo, nemmeno un centesimo, delle esecrazioni che si esercitarono contro l’Italia nel 2011 sui presunti squilibri di bilancio.

Quella odierna, “nordica”, riecheggia un imperativo nazista, “Aufnorden”, nordicizzare. Per primi i tedeschi. Sotto forma di legislazione, e anche di somatizzazione.

Geografia – Si è voluto – si è tentato di – cancellarla per una pedagogia molto semplice: gli Stati Uniti, paese continentale, non vi hanno interesse, e dunque nemmeno noi, che invece viviamo nella diversità.   Ma, cancellata dalle scuole - come peraltro la storia – dai ministri Berlinguer e De Mauro, gli unni della pedagogia, è la materia che più riscuote attenzione: il Nord, il Sud, i vicini, i lontani, il dove di ogni evento, i caratteri, geologici e antropici. 

Guerra santa – Nasce con le crociate, in risposta alla jihad. È una guerra di riconquista e, con tutti gli eccessi, una guerra giusta – uno dei rari casi. Fu anche di volontari ed élites, una sorta di guerra ragionata, e non di massa, come la jihad.

La guerra santa è anche l’inizio dell’antisemitismo sterminatore e di massa. Con l’estensione dell’epiteto di “infedele” agli ebrei, in un clima da armata Brancaleone. Nella prima Crociata, 1996, chiamata da Pietro e Gualtiero Sansavoir, molti capi si distinguono per dare la caccia agli infedeli a casa propria, i capipopolo tedeschi Emich di Leiningen, Gottschalk e Volkmar. Volkmar dalla Renania marcia verso Est attraverso la Sassonia, la Boemia e al Slovacchia, qui scatenandosi contro gli ebrei di Praga e Nitra. Lo fronteggerà il re ungherese Colomanno, che ne avrà ragione dopo gravi perdite, di Volkmar come di Gottschalk. Quest’ultimo è sceso lungo il Reno e il Neckar, facendo strage di ebrei. Una sfida, in territorio germanico, all’imperatore Enrico IV, che gli ebrei proteggeva. Parte da Spira sul Reno Emich di Leiningen attaccando gli ebrei. Il vescovo Giovanni di Spira li difende, le perdite saranno limitate a una dozzina. Ma Emich punta su Worms, la città dove Enrico IV ha stabilito pochi ani prima, nel 1090, le guarentigie agli ebrei. Qui fa una carneficina, malgrado l’intervento del vescovo. Lo steso a Magonza, dove il vescovo inutilmente ha fatto chiudere le porte della città. A Colonia brucia la sinagoga. I pogrom si estendono scendendo verso l’Ungheria. Finché le orde di Emich non incontrato il re Colomanno e si disperdono..

Hitler - È finito pazzo mentre è stato il dittatore più, e più a lungo, amato del Novecento. Anche nella sconfitta: tutti hanno memorie di tedeschi che si aggiravano tral e rovine nei primi mesi del 1945 ma con la fiducia intatta in Hitler, e nella vittoria. E anche dopo, seppure sotto traccia. Ai tedeschi impose pure la zuppa contadina, l’Eintopf, il piato unico composto di quello che c’è, nella stagione e nel territorio. A tutti i comuni subito propose una Domenica dell’Eintopf, la sostituzione del piatto tradizionale di carne con l’Eintopf, e la contribuzione del risparmio a una cassa mutua per l’inverno, il Winterhilfswerk (WHW). Con adesione generale.

Jonio – Mare di straordinari mobilità, incessante, nell’antica Grecia, per e da Siracusa, Reggio, Crotone, Taranto: di filosofi, letterati, medici. In un viavai incessante. Coscì come il Tirreno meridionale, da e per Elea-Paestum. L’impero romano lo vive come una continuità territoriale e culturale (politica) di fatto, più e meglio che con le antiche popolazioni italiche, sempre infide e estranee - i Bruzi, i Lucani, gli Apuani, i Sanniti (popolazioni, queste ultime, che Roma “riconcentrò”: i Sanniti al Nord, gli Apuani nel Sannio).

Nomadismo – Ha sempre abito a stabilizzarsi, prima e dopo Attila e Gengis Khan. È invalso consideralo “poeticamente”, alla Chatwin, e come amano i tutori  dei rom, sedentari, volontari con stipendio. Nonché per il romanticismo del “viaggio” che l’industria del turismo ha generalizzato. Anche per il residuo del “non lavorare” sessantottesco, sempre qui e là insorgente. Ma è un mondo che si rifiuta. Per operare in ambiente ostile, le tundre e i deserti, di sopravvivenza, o senza possibilità di accumulo, se non – con difficoltà – stagionale, soggetto alla natura poco prevedibile, senza praticamente difesa, alla ricerca costante di un futuro o una chance, una fatica quotidiana. Si ama dire ad abbellimento del nomade che canta e balla, ma non lo fa per disperazione?

Occidente – Lo evoca, curiosamente, solo il papa. Non l’ERuropa né gli Stati Unti. Il papa lo evoca, in genere, per rimproverarlo, di sfruttamento, egoismo, intolleranza, etc.. Come sinonimo della cristianità? Ma anche l’Occidente cristiano, dopo quello antisovietico, è in contrazione, rapida.
Ancora qualche tappa , già in via di scorrimento, e si può immaginare il papa che rimprovera l’Occidente dal di fuori, non più dal di dentro: come mondo agnostico, senza religione – irreligioso anche.

Re – Sono diventati di nuovo il segno e il sigillo delle unità nazionali, della stabilità contro le guerre civili.Il Belgio non è più che questo, “il Re e la Regina”, si dice da qualche tempo nel Belgio stesso. Lo stesso si può dire della Gran Bretagna, a fronte del recesso scozzese che è ormai nei cuori. E si sarebbe dovuto dire della Spagna, non fosse stato per le intemperanze senili di Juan Carlos. Del Marocco e della Giordania. Dell’Olanda. Dell’Afghanistan, dove dopo la guerra di inizio millennio è stata scelta la via della corruzione col governo Karzai, invece dell’unità tradizionale attorno a Zahir shah.

astolfo@antiit.eu

La creazione dell’Inghilterra

Come nacque il giardino all’inglese. Dopo le insoddisfazioni che Pope e Addison manifestarono per le rigidezze all’italiana, trapiantate in Gran Bretagna via Versailles.
Uno svago dello studioso emerito, che si diverte a raccontare il giardiniere della trasformazione, come in un serial tv. Si chiamava Lancelot Brown, era di origini modeste e sempre rimase modesto, anche se lavorava con i reali e la nobiltà, fu infaticabile, e per questo soprannominato “Capability”, trasformò 170 parchi. E creò l’Inghilterra, nientemeno, il paesaggio inglese che ne fa l’attrattiva. 
Masolino D’Amico, Il giardiniere inglese, Skira, pp. 85 € 13

martedì 22 settembre 2015

Problemi di base - 245

spock

Perché la Volkswagen imbrogliava solo negli Usa, dove si fanno i controlli?

In Europa invece non si fanno i controlli, perché Volkswagen non imbroglia?

Ma un controllo europeo su Fiat-Chrysler, perché no? Anche sulle case francesi

Perché con Chrysler la Fiat è rinata, e si compra General Motors, e la Mercedes è (quasi) fallita? Che imbroglio c’è sotto?

La Turchia no, non la vogliamo, la Siria sì?

Allargare la Ue per allargare l’offerta di lavoro?

Perché la Ue non cresce più, dopo avere immagazzinato la forza lavoro dell’Est? Ancora uno sforzo

E se fagocitassimo la Russia? Sono cento milioni di faticatori

spoc@antiit.eu 

Il maestro Weidmann

Venerdì Weidmann inaugura a Firenze, all’Osservatorio permanente Giovani-Editori di Andrea Ceccherini, una serie di conferenze pedagogiche, per una migliore comprensione delle realtà internazionali.
A migliori fini educativi suggeriamo, estratti da “Gentile Germania” (libro utilissimo che i giovani dell’Osservatorio potranno trovare in libreria, o anche comodamente in e-book), alcuni quesiti che sarebbe opportuno porre al giovane presidente della Bundesbank. Tenendo presente che il presidente di una banca centrale è tenuto, per tradizione, per opportunità e anche per legge, alla riservatezza.

“Ufficialmente la Germania sosteneva, guardando ai saldi della bilancia interna della Banca centrale europea, che la Bundesbank sopporta i costi maggiori della crisi. Trovandosi per questo sovraesposta nei confronti del Sud Europa, dei paesi col debito più alto, e quindi essa stessa a rischio contraccolpi. Era la tesi del presidente della Bundesbank, Weidmann, e più ancora del beffardo Sinn. Mentre i conti dicevano il contrario: il Sud Europa paga l’austerità, la Germania accumula attivi. Sono questi attivi fragili, a rischio cancellazione? Ma è la Germania che ne blocca il bilanciamento, col no a una politica Bce espansiva e il no agli stimoli alla sua domanda interna, che consentirebbero più esportazioni – più lavoro, più reddito - ai partner euro.
…………….
“La Bce avrebbe voluto allargare la liquidità, in sintonia con la Bank of England e la Fed Usa, ma la Bundesbank prima l’ha impedito e poi ha limitato l’intervento.
“I dirigenti della Bundesbank, Stark, Weber e Weidmann, hanno contrastato l’azione della Bce, col blocco della giunta direttiva e con dichiarazioni minatorie – Weber e Weidmann anche in qualità di consiglieri ascoltati di Angela Merkel. La cancelliera ha voluto che la crisi greca, debitoria e bancaria, scoppiasse in modo da impedire i rimedi. Ha imposto alla Grecia il rientro immediato dal debito, il blocco dell’attività, e la disintegrazione della funzione pubblica, che il debito avrebbe dovuto gestire. Stimolando in chiave sciovinista la propria opinione pubblica.
“Il “modello greco”, benché i suoi effetti nocivi fossero già noti, Angela Merkel ha voluto quindi imposto a Spagna e Portogallo. Che non avevano un debito alto ma banche deboli. E per due anni ha provato a imporre all’Italia, che ha banche solide ma un debito alto. È lo schema Orazi e Curiazi, ma inventato non è: è così che le cose sono andate. Allo scoperto, la Germania come sempre non si nasconde, piena di buone ragioni come sempre in passato”.

Più in generale, per anni e ancora di recente, Weidmann si è distinto per intemperanze antitaliane di ogni sorta, che esulano dal suo incarico, ma ne riflettono il prestigio. Cui bono? Qualche esempio tra i più recenti (ma infuriò quasi giornalmente nel 2011 e anche nel 2012): “Francia e Italia, in ritardo sulle riforme, diventano sempre più i «bambini problematici» dell’eurozona” (13 ottobre 2014), “Caro Draghi, acquistare titoli di Stato è un invito a indebitarsi. L’Italia sia responsabile” (13 dicembre 2014), “Il piano di acquisti (della Bce) va a ridurre la pressione su paesi come l’Italia e la Francia”, mentre “il rischio di deflazione, di una spirale di bassi prezzi e salari, è molto debole”. Ogni dichiarazione un terremoto, che peggiora le posizioni più deboli.
Nominato da Angela Merkel presidente della Bundesbank nel 2011, a 43 anni, dopo essere stato capo della segreteria economica della stessa Merkel per cinque anni, dall’accesso al cancellierato, Weidmann non ha precedente esperienza in banca, se non un passaggio all’ufficio studi della stessa Bundesbank, tra uno stage alla Banca di Francia e uno alla Banca del Ruanda. Una nomina politica, in un posto che avrebbe dovuto essere tecnico, di elevata specializzazione e forte potere morale, riservatezza compresa.

Il fratello Brontë

Le sorelle Brontë avevano un fratello. Dopo Charlotte, Emily e Anne, veniva lui, Patrick Branwell. Era il minore e lo è rimasto, dimenticato. Benché fosse studioso di storia, esperto di latino e greco, pittore suggestivo, musicista raffinato, e un po’ disperato, drammaturgo già a tredici anni. Disperato realmente, non seppe tenersi un lavoro, non ebbe amici o quasi, e viveva al pub. Nel famoso ritratto delle tre sorelle nel 1834, che è opera sua, si cancellò una notte in un ascesso di furia – è l’ombra al centro, trasformata in colonna. Lo rianima Silvio Raffo, rianimatore di tanta poesia angloamericana femminile, facendo uno strappo alla specializzazione, con i testi originali e una presentazione simpatetica.
Il fratello fu geniale già da subito. Compilatore con Charlotte del  “leggendario ciclo di “Angria”, come già dei “Young Men”, una serie di giochi di ruolo, molto inventivi nella ripetitività – quelli di “Angria” attorno a Napoleone e al duca d Wellington. Dagli undici anni, gennaio 1829, alimentò un proprio “sito”, un periodico come usava, che intitolerà “Branwell’s Blackwood’s Magazine”, una satura  di poesie, drammi, critica, storie, dialoghi. Il “Blackwood Magazine” era la pubblicazione di Edimburgo nella quale aveva seguito appassionato le sue prime letture seriali, le “Noctes Ambrosianae”, una serie di avventure di vari autori ambientate nella taverna di un Ambrogio – il periodico rifiuterà costantemente i suoi testi. Scrisse a De Quincey, che lo invitò. Scrisse a Coleridge, che gli suggerì di esercitarsi su Orazio (ottimamente tradotto, assicura Raffo) e poi voleva complimentarsi ma non lo fece – la lettera è rimasta incompiuta. E presto si spense, a 31 anni, sfinito dall’alcol e dall’isolamento – nelle famiglie che lo presero a precettore s’innamorava impropriamente, della figlia, della moglie, etc. Lo ricorderà solo una biografia di Daphne du Maurier.
Ossian alla potenza
Queste “Poesie” sono un cimitero: “Spossata giace la disperazione”. Un’epifania della morte: “A un tratto vidi la mia nuova vita:\ niente di ciò che amavo mi restava-\ in solitaria libertà infinita\ quieto vagavo a guardia delle tombe”. Al meglio è “L’inno del dubbioso”: “La vita è un sonno breve,\ i suoi eventi un sogno tormentato,\ la morte un risveglio improvviso\ a luce d’alba lieve”. Un rifacimento di Ossian, alla potenza. Con qualche ragione.
Branwell fu soprattutto il fratello di Emily, che morirà tre mesi dopo di lui - ma tutti poi morirono presto: Anne sette mesi dopo Patrick, Charlotte sette anni dopo, la sola che visse quasi quarant’anni invece che trenta. Ora si ricorda per la vita, anche in queste “Poesie”. Dai toni sempre cupi: desolazione, notte, silenzio, dolore, morte sono le parole ricorrenti, più volte in memoria delle sorelle Marie ed Elizabeth, morte di undici e di nove anni, quando Branwell ne aveva 5-6. Un dolore esistenzial. “Un altro baudelairiano «angelo caduto»”, lo dice Raffo, ma allora vero. Che Emily ha “trasumanato” in Heathcliff di “Cime tempestose”.

Era una famiglia speciale. Sir Patrick Brunty, il padre, si cambiò il nome in Bronte in onore dell’ammiraglio Nelson duca di Bronte, aggiungendo la dieresi per inglesizzarlo. Charlotte, Emily e Anne pubblicarono i loro rinomati romanzi con pseudonimi maschili, Currer Bell, rispettivamente, Ellis Bell e Acton Bell. I quattro fantasiosi fratelli erano stati accuditi, nota Raffo, da una tata irlandese, Tabyta Ackroyd, fantasiosa di racconti immaginari.
Patrick Branwell Brontë, Poesie, La Vita Felice, pp. 94 € 9

lunedì 21 settembre 2015

Letture - 228

letterautore

Aperitivo – Usa quello culturale: musicale, letterario, archeologico, filosofico. La cultura è passata dalla curiosità minoritaria all’aperitivo di massa, come i festival ma ovviamente più numerosi e affollati. Preludio a un concerto, una dizione, una conferenza, una mostra, ma non necessariamente, più spesso sono aperitivi come aperitivi e basta, uno spettacolino in sé. Riti alternativi all’accademia. I curatori-inventori del genere sono – quelli di Roma noti, per esempio – cultori della materia rimasti fuori dalle università, che invece ce la mettono tutta a restringersi e quasi a cancellarsi - senza soldi, senza posti, senza idee.

Corano – Più della Bibbia, la lettura del “Corano” è a rischio professione ateismo, tanto Dio vi straparla. La Bibbia attenua l’insistenza con storie, profezie, idilli, inni, rievocazioni, anche retromarce, il “Corano” marcia costante e iterativo.

Discrezione – È titolo di Mary de Rachewiltaz, dove narra la sua prima vita, fino ai vent’anni con l’arrivo delle truppe alleate, abbandonata dai genitori, Ezra Pound  e Olga Rudge, il poeta e la concertista, in una famiglia tirolese, e suona più come indiscrezione. È ora titolo di Pierre Zaoui, “La Discrétion”, tradotto come “L’arte di scomparire”. Ma confina, nelle lettere come in ogni professione, con l’inesistenza, l’autocancellazione: bisogna farsi strada, sgomitare, gridare, e esserne contenti, non c’è altra via.

Gadda – Un disadattato. C’è un rifiuto del presente nella circonlocuzione gaddiana, cinque-secentesca. Disadattato si voleva lui stesso, benché ingegnere di professione, quindi in team, e scrittore socievole.

Latino – Si può dire il rifiuto del presente, nell’arte di poetare in latino in uso fino un paio di generazioni fa – e più in Calabria, e specialmente a Reggio, Vitrioli, Sofia Alessio, Morabito, Viscido. Insieme nobilitandosi, come di un’esistenza compiuta. Quelli di Reggio erano tutti poco socievoli e quasi misantropi, interlocutori solo dei certamina, i premi internazionali che ne costituivano la ragione di vita, lo Hoefftianum a Amsterdam, il Capitolinum, il Vaticanum, quello catulliano a Srimione e sul lago di Garda.  Di componimenti che altrimenti non illustravano – non pubblicavano e non curavano di pubblicarli.
Di Pascoli, che vi indulse di preferenza, non si può dire: era un democratico, partecipe degli eventi del tempo, e persona socievole. Ma non tollerava minusvalutazioni: le tredici medaglie d’oro al premio Amsterdam non ne colmarono l’ambizione, la dozzina di volte che non fu coronato non consentì che si facesse il suo nome (gli invii erano anonimi). Questo si suppone (si suppone che abbia partecipato sempre per una trentina d’anni), lui non ne ha lasciato traccia.

Levare – “Le opere più belle sono quella in cui c’è meno materia”, concludeva Flaubert giovane scrivendo nel 1852 a Louise Colet. È l’arte dello scultore, sia pure nel non finito di alcuni Michelangelo: si rappresenta meglio sgrossando.

Messina – Ora dimenticata, la città è stata luogo privilegiato delle lettere. Eco forse delle prime Crociate, alcune partirono dal suo porto, e dei poemi che le accompagnarono. A parire da Boccaccio, con la novella “Lisabetta da Messina”. Con ripetuti riferimenti di Bandello e Shakespeare. Anche di Molière. In un apologo Diderot elogia “un calzolaio di Messina”, che del laboratorio fa corte di giustizia. Schiller ha una “Sposa di Messina”. Vittorini “Le donne di Messina”. Fino all’ “Horcynus Orca” di Stefano D’Arrigo, 1975 – qui finisce la storia.
“Eufemio da Messina” è opera – una tragedia – di Silvio Pellico prima della prigione: Eufemio, turmarca della flotta bizantina, accusato per gelosia di avere sposato una monaca, si ribella e finisce dal sultano di Tunisi. Nietzsche ha “Gli idilli di Messina”. Nietzsche a un certo punto s’imbarcò a Genova, come Colombo proclamandosi Liberator Generis Humanorum, su un cargo per Messina, dove sbarcò in barella, mezzo morto, per decretarla, come già Sorrento e poi Roma, sua città ideale: “Questa Messina è proprio fatta per me”.
È “patria dei barbieri” per Soldati, della rasatura a mano libera. Più spesso torna nella letteratura tedesca, Schiller appunto, Goethe, Jünger, Lenz, etc.: per essere stata forse patria di Evemero, per il quale gli uomini sono dei, o luogo di raccolta di crociate e flotte, che sempre portò buono ai cristiani, o perché si pronuncia facile. Per molti è toponimo succedaneo, per chi va a Taormina, per i quadri viventi di von Gloeden, e non ha il coraggio.

Già committente di Antonello, Caravaggio, Ribera, Guercino, Mattia Preti, Rembrandt. Il nobile e ricco Bembo - che inventerà l’italiano, sarà l’amante di Lucrezia Borgia e morirà cardinale - venne a impararvi il greco da Costantino Lascaris, che la città non sa chi sia – come del resto Evemero e lo stesso Bembo. La città mantiene postura strepitosa e quartieri di nome Paradiso, Pace, Contemplazione. Ma trascura Antonello e Caravaggio, che tuttora ospita. Trascura anche Alessandro Scarlatti, che vi è nato. Antonello vi ebbe una mostra nel 1953, ma era un’idea del buonissimo architetto Scarpa, veneziano..

Fu l’ultima ad arrendersi ai Savoia, dopo Gaeta, il 13 marzo 1861. Ma di Messina Emerson ricorda che “in un giorno di pioggia tutte le vie si accesero di ombrelli rossi”. Era stata la città che per prima aveva chiesto la Costituzione nel ’48, finendo per dare il nome al Re Bomba, Ferdinando II delle Due Sicilie, che la distrusse per due terzi, raccapricciando l’Europa.

Pascoli, che ci abitò con la sorella Mariù, ne mantenne ricordo ottimo: “Io ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita”, scriverà qualche anno dopo, il 10 luglio 1910 a Ludovico Fulci – deputato radicale di Messina per vent’anni, mazziniano, docente di Diritto Penale..

Saba – Il mite poeta viene additato dalla pubblicistica triestina, da Roberto Curci (“Via San Nicolò 30. Traditori e traditi nella Trieste nazista”), dopo Giorgio Voghera (“Anni di Trieste”), come un antisemita. Per aver scritto – nel 1953 – alla figlia Linuccia: “Penso che - tranne dal punto di vista pratico: persecuzioni ecc. - do quasi sempre ragione a… Hitler”. O allo psicanalista nel 1949: “(Gli ebrei) che si battezzino, se vogliono battezzarsi, e se no rimangano (come ho fatto io) senza nessuna religione”. Al tempo delle intercettazioni non si può più parlare al vento, ogni parola va in tribunale.
La questione è stata portata sul “Corriere della sera” da Paolo Mieli. Suscitando il risentimento di Antonio Debenedetti, che con Saba un po’ è cresciuto. Antonio ne fa un caso di “mezzi ebrei”, quale è lui – “come lo era Saba e lo sei anche tu, caro Paolo”. Di cui Saba diceva: “I mezzi ebrei sono due volte ebrei perché si vedono essere ebrei”, - e intendeva col senso di colpa doppio. E conclude: “L’ebraicità è un privilegio che si sconta vivendo”. Un altro “mezzo ebreo”. Karl Popper, riusciva invece a essere sereno, che su questo punto diceva: “Ci vuole misura”.

Sartre – Non è più filosofo? “Vengono etichettati come «filosofi» persone che in effetti non lo sono affatto, tipo Jean-Paul Sartre ieri o Bernard-Henri Lévy oggi”. È apodittico Pierre Zaoui, giovane filosofo francese, autore di “La discrezione” – con Alberto Mattioli sulla “Stampa”..

letterautore@antiit.eu

Marineide

Il sindaco di Roma Marino vuole andare a Filadelfia a incontrare il papa. Ma il papa non sta a Roma?
Il sindaco di Roma Marino torna spesso a Filadelfia, anche un volta al mese, città che aveva lasciato per Palermo. Roma è peggio di Filadelfia, e di Palermo?
Marino è un celebratore di matrimoni, è la funzione che più gradisce – un po’ papale in effetti lo è. Cattolico fervente, s’illustra ogni volta che può celebrando matrimoni omossessuali, con apparati fotografici gratuiti alla stampa.

Ma chi è Marino, e cosa ha fatto, prima di diventare sindaco? “Oltre 650 trapianti di fegato”, dice, che sono una cifre enorme – l’operazione è complicata. Ma non sappiamo in che età. Lo conosciamo perché diventò all’improvviso senatore, nel 2006, tanto rapidamente che volle diventare anche capo del Pd e candidato presidente del consiglio alle elezioni del 2012. E poi si accontentò di Roma. Dove si è specializzato nella denuncia dei suoi sottoposti, vigili, uscieri, autisti dei mezzi pubblici – ma senza poi infierire, gli scandali rientrano. Un personaggio positivo dunque? Fa bene trovare ogni tanto qualcuno pieno di autostima. 

Come distruggere la città col 24\24 h

Qual è l’argomento della grande distribuzione per guadagnarsi l’unanimità dei giornali sull’apertura 24h. su 24, sette giorni su sette, e mettere fuori gioco l’economia di quartiere, dei servizi sotto casa, dal fruttivendolo al corniciaio e al barbiere? Nessuno.
La disponibilità non interessa a nessuno,.né la notte né la domenica. Nemmeno ai singles, contrariamente a quanto si vuole, che sono anzi i primi clienti di quartiere. È chiaro, si vede a occhio, che l’apertura notturna si fa a perdita, e anche costosa. Ma si fa per battere l’economia dei piccoli servizi. La grande distribuzione riduce i prezzi? Da ridere. Migliora la qualità? Favorisce il cliente? Coi commessi che non sanno cosa vendono, e più spesso non ci sono?
Quali sono allora gli argomenti? Soldi? È possibile, ma non ci vede come, troppi onest’uomini sono paladini sui giornali della grande distribuzione.
Forse è solo il chiacchiericcio del “mercato”. Dice il papa che le ideologie “non fanno”. Altro che se fanno, danni. La città italiana ne uscirà distrutta.