sabato 13 febbraio 2016

Ombre - 304

“Deutsche Bank, le sue passività sono pari al 54 percento del pil tedesco” – Federico Fubini, “Corriere della sera”. Cioè?
Ma non è un errore di stampa. La banca ha in portafoglio poco meno di mille miliardi, 952 per l’esattezza, di attivi finanziari, cioè speculativi – di cui 570 di derivati.

Deutsche Bank va periodicamente sotto tiro in Borsa non per caso: c’è un bubbone Deutsche Bank, non da ora, invischiata e anzi radicata nella speculazione.  Cosa che tutti sanno, ma solo questo sito lo ha detto prima di giovedì. L’informazione economica è drogata? Forse. È succube? Sì. È pagata? Speriamo di no.

Pagare giornalisti e politici di paesi temuti si facevano normalmente fino a un secolo fa. Mussolini fu pagato dai francesi, per  indurre l’Italia alla guerra nel 1915. Hitler pure, la prima campagna elettorale la fece con i soldi francesi. Ma c’è una guerra in corso?

Gli istriani cacciati dall’Istria Toni Capuozzo ricorda, per la giornata della memoria su Canale 5, che i ferrovieri della stazione di Bologna non li vollero perché erano “fascisti”. Non si fa ancora, dopo settant’anni, una storia di come l’abbiamo scampata. Di come si ammazzava impunemente chi non la pensava giusto, come il fratello di Pasolini, Guido, e gli altri partigiani suoi compagni. In omaggio a Tito. A Tito.

La Banca centrale europea vigilla sule banche, ma in questa percentuale: sull’80 e passa per cento delle banche italiane, sul venti o meno per cento delle banche tedesche. La vigilanza non è uguale per tutti.

E la ragione? Che l’80 per cento delle banche tedesche sono pubbliche. E non sono privatizzabili. Non c’è in Germania l’obbligo di privatizzare le banche, in ossequio al mercato, come c’è in Italia, in Grecia, etc..

Del 20 per cento delle banche tedesche soggette alla vigilanza Bce, del resto, cioè di Deutsche Bank, tutto è in ordine: zero rischi. Anche se la banca in questione ha un attivo di soli impieghi speculativi.

Amazon ha sei o sette vice-presidenti. In America molti sono i vice-presidenti in quanto non sostitutivi del presidente, e nemmeno direttori operativi settoriali, ma collaboratori specifici del presidente-direttore generale stesso. Ma Piacentini viene presentato come il vice di Bezos. Dagli internauti, che pure dovrebbero sapere di che si tratta. Sono a caccia di una consulenza, anche loro?

“Mi permetta un’ironia, signora giudice: quello che non era riuscito a rubare il ladro da vivo, glielo ha dato lei, completando il furto”. La condanna della giudice Beatrice Bergamsco a quasi tre anni di carcere e 325 mila euro a titolo di risarcimento a carico di un cittadino di Correzzola che quattro anni fa sparò al ladro e lo uccise, indigna il vescovo di Chioggia Tessarolo. Che un vescovo, un rete, debba dire questa cose, questo effettivamente è uno scandalo: si è perso completamento il buon senso.


“Un bel vitalizio per i familiari del ladro”, commenta il vescovo Tessarolo del risarcimento, “significano mille euro al mese per oltre 27 anni”. No, sono di più, perché vanno pagati tutti subito e non a rate. E questo è fuori da ogni criterio morale di giudizio, è proprio un oltraggio alla corte. Però: una giudice masochista.
Oggetto di contumelie e minacce in rete, la giudice Bergamasco  è ora sotto vigilanza rafforzata da parte della Polizia, con spreco di mezzi e uomini. Questi a chi li addebitiamo?

Il sindacato dei giudici interviene a difesa della collega Bergamasco: “Ci sono ancora due gradi di giudizio”. Il sindacato del giaguaro.  Quella che si dice una bella famiglia.   
Beatrice, Esposito, De Magistris, Narducci , sono numerose le dinastie napoletane della giustizia. Senza favoritismi.
L’(ex) comunista Napolitano che consiglia al (neo) democristiano Renzi di aggregarsi al carro democristiano di Angela Merkel la dice lunga su un certo modo di intendere la politica. Si capisce che i democristiani l’abbiano sempre vinta, di governo e di lotta.

Napolitano, che è anche liberale, è dunque anche democristiano di riserva. Il compromesso storco che ha distrutto la sinistra in Italia e ancora la tiene sotto giogo non è berlingueriano, è proprio costituzionale: niente dialettica, aggrappati al potere.

Pagine terrificanti del “Sole 24 Ore” domenica sulle perdite colossali delle banche europee, dopo le americane. Pagate con i soldi pubblici, anche quelli italiani. È il mercato?

La pubblicità Rai per giustificare il canone fa perno quest’anno sui “pacchi”, la trasmissione forse più immorale nella pur immorale Italia. Non si può dire che la Rai non sia in sintonia col paese.

Se Nietzsche si fosse mascherato da Pulcinella

Pulcinella Agamben vuole “un’idea, di cui manca la cosa”. Che egli va a cercare nei quadri, gli affreschi e gli schizzi di Giambattista e Giandomenico Tiepolo, entrambi cultori della maschera napoletana – il figlio da ultimo, ritiratosi da Venezia e dalla pittura, in un album di schizzi quasi giornalieri, 104 carte, che intitolò “Divertimento per li regazzi”. Sul filo di considerazioni del tipo: se Nietzsche si fosse mascherato da Pulcinella invece che da Zarathustra.
Appunti, più che un trattato, notazioni, che la maschera evoca fertile. Controvertibili a volte, nella loro causticità. “Il comico non è solo un’impossibilità di dire esposta come tale nel linguaggio – è anche una impossibilità di agire esposta in un gesto”. No, questo è Petrolini, ed è una gag, Petrolini diceva e agiva, eccome, sul palcoscenico. Mentre non c’è chi non veda che il comico è una grossa arma politica. Anche perché non c’è difesa. O a proposito di Eduardo - che ha fatto Pulcinella ma, come tutti gli Scarpetta, gli è contro: Pulcinella è tutti noi, esemplare dell’uomo non libero di Schopenhauer, in quanto è. O non è piuttosto l’uomo libero, in quanto è quello che non è?
Questa è peraltro la conclusione: “Meditare su Plcinela non significa soltanto chiedersi, come Stendhal,: «Che uomo sono? Qual è il mio carattere?», ma anche e innanzitutto: «Ho veramente vissuto la ma vita?»” E “che significa convivere con un non-vissuto”.
Un divertimento. Ma da “commedia filosofica”: la commedia, “più antica e profonda della tragedia”, è “più vicina di quella alla filosofia – così vicina che, in ultimo, pare quasi confondersi con questa”. Agamben fa l’analogo di Giandomenico Tiepolo, che anche lui “decide a settant’anni di dedicare la sua ultima fatica alla nascita, alla vita, alle avventure e alla morte di Pulcinella”. Una sorta di dialogo a tre, due veneti a parte intera e uno di elezione, i Tiepolo e Agamben, sul napoletano: per san Paolo “tutte le cose si ricapitolano in Cristo” alla fine dei tempi, per i Tiepolo in Pulcinella, senza blasfemia, e per il “regazzo” Agamben, sdraiato sull’erba sotto il Gianicolo.
Un regalo, anche per la cura grafica, dello stesso Agamben, e di Lavinia Azzone e Rossella Di Palma. Pulcinella la tragedia – e la stessa filosofia attraverso il dialogo – fa risalire allo scherzo giocoso, sia pure dei pelosissimi satiri: ai cori di satiri della “Poetica” di Aristotele. La filosofia come cachinno non è  male. Anche in senso evolutivo-selettivo, si direbbe, il satiro assimilandosi al montone, e perché no alla scimmia? Non è un satiro Socrate nostro padre, nonché di Platone? Pulcinella è un personaggio filosofico, e anzi la filosofia. È la parabasi, la deviazione o digressione.
Giorgio Agamben, Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi, nottetempo, pp. 143, ill., € 27 

venerdì 12 febbraio 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (275)

Giuseppe Leuzzi

Giambattista e Giandomenico Tiepolo hanno una serie interminabile di affreschi, quadri, disegni, schizzi, album su Pulcinella. Oggi non sarebbe possibile.

Si marcia uniti, in famiglia. Non tanto nella buona sorte quanto nella cattiva, per condividere gi errori e le sventure degli altri. È sempre stato così, la distruzione di Troia ebbe luogo non a causa di Elena ma perché Ettore, l’uomo giusto, volle aiutare il fratello Paride, che Elena aveva rapito. E per l’invidia degli dei, Atena contro Afrodite.

L’hegelismo meridionale ha dato all’Italia una cultura europea. Il Nord ha dato il fascismo. E Gobetti. Che per andare  indietro a fare a Torino il giovane hegeliano prima di Napoli, s’imbatte nel positivismo e scopre Cattaneo, l’insegnante delle tecniche.  

Non come il Nord, ma anche il Sud a volte è ferino: per la mancanza radicale di libertà. Il Sud non è tanto quello non affrancato dal bisogno quanto quello dipendente dalla violenza: è al primo stadio, Vico direbbe, del passaggio verso la libertà.

Se la provincia fa il carattere.
Grado non è Jesolo, con la quale pure compartisce la laguna: le due cittadine sono due mondi totalmente diversi. Perché Grado è friulana, o giuliana, e Jesolo è veneta, cioè di diverse autorità regionali? O si prendano i napoletani, sempre indulgenti con se stessi. Mentre a Caserta, pochi chilometri, è un altro mondo, non compiaciuto – e comunque disprezzato dai napoletani, senza reazione dei casertani. O, lungo la Cassia, i due mondi totalmente diversi tra il senese e il viterbese. O i due mondi sovrapposti ed estranei, anche remoti l’uno dall’altro, di Lucca e di Massa Carrara..
Ogni città, ogni paese, dice Norbert Elias, separato dal vicino per un qualsiasi evento, anche amministrativo, finisce per avere una sua “configurazione”, un sistema di interrelazioni specifico o “chiuso”, che cristallizza nel tempo in comportamenti e mentalità. Questi nuclei, “configurati”, si identificano nella rete di cui sono parte, etnica, storica, linguistica, dice il sociologo. E evidentemente anche amministrativa – politica, di governo. Ed ecco che basta un semplice tratto sulla carta per segnare differenze vistose.
Si può farne il riscontro lungo l’autostrada. Stessi luoghi, stesse popolazioni siano divisi amministrativamente: dopo qualche decennio, la diversa gestione politica cambia anche i connotati. È la forza della politica -  dell’azione, dell’attività.
Si segua la statale 116 Ionica e a un certo punto, prima dei segnali, si avverte un cambiamento. La stessa strada non ha più buche, ha l’asfalto liscio e la barra continua bianca ai bordi e al centro. Perché si è lasciata la Calabria e si è entrati in Basilicata. Le stesse popolazioni, le stesse famiglie probabilmente, hanno una diversa sensibilità da un lato e dall’altri della provincia, tra Cosenza, che pure in Calabria è bene amministrata, e Potenza. Ecco come nasce il Sud, col malgoverno.

Com’eravamo
21 ottobre 2006:
“I sindacati portano a Foggia venti o trentamila manifestanti contro lo sfruttamento del lavoro immigrato. Al Sud e non al Nord, o al Centro? Dove gli immigrati sono molto più numerosi oltre che sfruttati?
“In Puglia, si dice, c’è il caporalato. Perché, nel Veneto non c’è?”

Sudismi\sadismi
Gioacchino Criaco assicura di sapere, nel suo ultimo romanzo, “Saltozoppo”, per via di nonno, che “i contadini affamati” in Calabria mangiano “i cani, e anche i gatti. Qualche volta persino i topi. (Il nonno) diceva che gli uomini fanno cose terribili quando hanno padroni spietati”. Se non che i calabresi possono essere spietati, ricchi e poveri, ma non hanno padroni, sono anarcoidi per costituzione.
Non si sono mai mangiati topi in Calabria, né animali domestici. Negli anni del nonno di Criaco, anzi, 1940-1950, era un bengodi: si mangiava senza limitazioni, e senza borsa nera.

Su mezza pagina un fumoso articolo a doppia firma (doppia confusione?) di traffici illegali nel Mediterraneo, non si da dove a dove, né di che. Sì, droga, armi profughi, probabilmente anche organi umani, c’è tutto, ma così per dire. Non importa, la mezza pagina serve al “Corriere della sera” per una vistosa cartina del Mediterraneo in cui è segnato in evidenza il porto container di Gioia Tauro. Gli è proprio indigesto.
Non si può dire razzismo, il “Corriere della sera” è diretto da un napoletano. Oppure sì, l’odio-di-sé è funzionale al razzismo?
Gli unici traffici sospetti che l’articolo denuncia sono quelli ”segnalati dall’Ais” (Associazione Italiana di Sommelier? Associazione Italiana di Sociologia? Automatc Identification System? Probabilmente è l’Aise, i servizi segreti italiani): “L’Ais ha segnalato nel capoluogo ligure 7 casi sospetti, 5 riguardanti munizioni e 2 profughi”. Allora, sarà che Gioia Tauro è diventata “capoluogo ligure” al posto di Genova.
Però, quanta ignoranza a Milano.

Discolpa
Essendo solo un italiano del Sud
Da trattare perciò con diffidenza
Tanto più che non sembro del Sud
Il che la cosa rende più sospetta
Al punto che a volte pur mi confondo
Se in Germania mi prendono (a esempio)
Per francese, e in Francia invece per tedesco
È per questo, per non pestarmi i piedi,
che evito il Nord, dal muro di Ancona in su.

leuzzi@antiit.eu

Le strane relazioni tra Germania e Italia

“Non conosco i rapporti bilaterali italo-tedeschi così bene da poterli commentare”, dice a Paolo Valentino, “Corriere della sera”, l’ex ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul: “Ma mi ha colpito il fatto che il South Stream sia stato cancellato, mentre ora viene raddoppiato il Nord Stream. Lo trovo strano”. Malizia americana sui rapporti intereuropei, ma non solo.
McFaul era a Roma ieri al Transatlantic Forum on Russia organizzato dal Center for American Studies, il centro presieduto dall’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro e diretto da Paolo Messa. Un convegno dove l’ambasciatore Dan Fried, coordinatore della politica sulle sanzioni del dipartimento di Stato Usa, aveva detto che è stata Berlino a volere la cancellazione del South Stream, il gasdotto Gazprom-Eni via Mar Nero e Turchia verso l’Europa e l’Italia. Per poi, poco dopo, raddoppiare il Nord Stream, il gasdotto che Gazprom sta costruendo attraverso il Baltico verso la Germania. Facendo de facto della Germania il collocatore del gas russo nel Centro Europa, con laute provvigioni. In barba, si può aggiungere, alle sanzioni contro la Russia di cui pure si dice paladina.
Fried ha parlato senza smentite - la Germania ha sempre taciuto sulla questione. Nel silenzio, peraltro, degli italiani. Al convegno di Casini, presidente della commissione Esteri del Senato, e dell’ex ambasciatore Salleo. Fuori e prima del convegno dell’Eni.

L’Italia sbancata dei governi Napolitano

Dunque, la Germania vuole che le banche italiane non detengano Bot e Btp. Non più del 25 per cento del loro capitale, ma è la stessa cosa: vuole un diluvio di Bot e Btp sul mercato. Perr accrescere lo spread, che – non si dice ma si sa, una delle tante cose che si sanno ma non si dicono -  è un riapprezzamento dei titoli del debito tedeschi, un minor costo degli interessi passivi per la Germania. Renzi si oppone, e uno deve dire: era l’ora. Tanto più che non c’è nessun criterio per il 25 per cento piuttosto che per il 20 o per il 30 - la Bundesbank mette questo limite perché le “sue” banche sono sotto quel rapporto.
Questo esercizio di oneupmanship va in aggiunta al bail-in, altra medicina suppostamente di mercato imposta dalla Germania. Che però ne esenta le sue banche. E mentre la banca più dissestata di tutte, Deutsche Bank, è quella che passa meglio gli stress test e le altre jugulazioni della Banca centrale europea. Dopo aver buttato a mare tutti i Bot e Btp che deteneva a metà 2011, e averlo fatto sapere al “Financial Times”, perché la tempesta si scatenasse.
Non si finisce di fare i conti di quanto male la Germania abbia fatto e stia facendo all’Italia. Nel suo interesse, con codazzo di Stati vassalli. Nessun complotto, beninteso, è tutto dichiarato e sigillato. Il problema è della servitù volontaria. Dei governi di Napolitano, Napolitano-Monti e Napolitano-Letta, peraltro consigliati da Angela Merkel.
Non si finisce di fare i conti dei danni enormi dei governi Napolitano. Un po’ di autocoscienza il presidente emerito dovrebbe farla, oltre che bacchettare gli altri.

Camilleri rifà Notari

Una mantide vittima, forse anche innocente. Plot tragico, ma volto alla maniera di Prevost (“Les démi-vierges”, “Les don Juanes”), pornosoft di costume, anzi alla Umberto Notari. Camilleri va di fretta, stampellandosi col “Santuario” di Faulkner - ci prende in giro ? – e col caso Casati, tanto più drammatico in cronaca. Poi da ultimo – redazionalmente? – col Minotauro, Teseo, e il labirinto, lei chiamandosi Arianna.
Andrea Camilleri, Il tuttomio, Momdadori, pp. 147, ril., € 9,90

giovedì 11 febbraio 2016

Stupidario classificatorio

L’Italia è il 70mo paese più corrotto secondo Transparency International. Che trasparente non è affatto: chi è, cosa fa.  In Europa l’Italia è il paese più corrotto, secondo solo alla Bulgaria.

“A Roma la corruzione è il triplo che nel resto d’Italia” – questo lo dicono i giudici. Roma è fuori classifica? 

L’Italia è al decimo posto, su una trentina, per “ignoranza” – di chi non capisce cosa gli sta succedendo. I più intelligenti sono i Coreani (del Sud). La classifica, di anonimo “istituto di ricerca” americano, viene immortalata da “La lettura”.

La Francia fa gelati migliori dell’Italia. Solo nel 2015 l’Italia si è rifatta vincendo al classifica.

L’Italia fa pochi aborti, appena 9 Igv (interruzioni volontarie di gravidanza?) ogni mille donne. Peggio fanno in Europa solo Cipro, Romania, Lituania e Repubblica Ceca. Ma proprio peggio?

L’Italia non legge. I lettori di libri sono in Italia 24 milioni. I “lettori forti”, cioè le persone che leggono in media almeno un libro al mese, sono il 14,3% dei lettori. Tre milioni e mezzo di lettori  forti sono pochi?

Gli italiani non sanno la matematica. Lo ha acertato il Pisa, il Programma internazionale di valuatzione degli studenti, che non si sa cosa sia - non è niente: è un ufficio dell’Ocse, uno dei tanti creati per non lavorare abitando a Parigi, ben retribuiti.

L’Italia non si lava le mani al gabinetto. Questo lo ha accertato un istituto inglese. Di ricerca?

La guerra sunnita su due fronti

La guerra dell’Arabia Saudita è contro l’Iran e contro l’Is. Contro l’Iran come potenza regionale e come islam sciita. Contro l’Is per la supremazia nel mondo sunnita. Una guerra su due fronti è difficilmente componibile, ma è quello che il reame sta tentando, nell’inedito attivismo militare.
Il nuovo corso saudita viene collegato alla successione a capo del paese, alla morte del re Abdallah un anno fa. Sarebbe il nuovo re Salman all’origine dell’attivismo del reame, fino ad ora sempre discreto, dal punto di vista diplomatico e militare. Salman è il più innovatore, o progressista, dei principi sauditi. Ma proprio per questo, si dice, più dei suoi predecessori ha bisogno di una base stabile di potere. Da qui la  decisione di combattere anche militarmente i nemici.
La militanza sul fronte islamico è però precedente a Salman. Il segretario di Stato Usa, John Kerry, ricorda che fu due anni il ministro degli Esteri di Abdallah, il principe Saud, uomo molto cauto, anch’esso poi deceduto, a spiegargli il fenomeno Is: “Daesh (l’acronimo arabo per Is) è la nostra risposta al vostro sostegno al Da’wa”, al partito sciita che controlla l’Iraq dopo Saddam Hussein. “Nostra” come di noi sunniti. Che però sono un fronte irrimediabilmente diviso.
L’Arabia Saudita è il paese in cui la propaganda online dell’Is raccoglie più attenzione. Ed è più radicale, se si può, anche più della propaganda antioccidentale e anticristiana. Le accuse più infamanti sul piano religioso del “califfo” dell’Is, Abu Bakr Al Baghdadi, sono dirette contro la dinastia custode dei luoghi santi islamici. E sul piano politico sono costanti. L’offensiva saudita nello Yemen contro l’influenza iraniana Al Baghdadi ha bollato di “sussulto del morente”. La dinastia saudita definendo “non gente di guerra  ma di lusso e stravaganza, gente di intossicazione, prostituzione, danze e banchetti, impegnata a difendere ebrei e crociati”.
L’intervento saudita  nello Yemen a marzo è stato una risposta all’accordo Usa-Iran sul nucleare, e una manifestazione tanto di volontà di combattere militarmente, una novità assoluta, quanto di inefficacia: i sauditi non hanno nessuna esperienza in campo militare. Ma la sfida allo sciismo è anch’essa campo di battaglia nello scontro tra le fazioni sunnite, del wahabismo saudita e del fondamentalismo Is, che si combattono con accuse reciproche di politeismo eretico e di “rafidaismo” – di rafidah, di rigetto della successione canonica di Maometto. L’appellativo ingiurioso rafidah era storicamente indirizzata agli sciiti, seguaci di Fatima, la figlia del profeta.

Il paradosso Gadda

“Il Foscolo mi fa imbestialire”, scrive Gadda al cugino Piero mentre il radiodramma – ma è una farsa, linguistica – va in onda a radio Rai, a metà 1958. Un radiodramma di cui questo è il testo, uno sfogo. Una delle bizze dell’Ingegnere, particolareggiata, insistita - di “generosa bile”, dice il curatore della Garanti, Fausto Gavazzeni. Contro la “lindura faraonizzata” del poeta dei “Sepolcri”, e contro “la poesia dei Vati”, che si fa il dovere in ogni epoca di mascherare sopraffazioni e violenze dei potenti.
Gadda ne ha per molti, ma per il “Basetta” Foscolo in modo particolare. Per Napoleone, il Nano, per il Kuce, il Somaro, il Mascellone (tutti Mussolini), per i suoi piccoli borghesi lombardi, nonché – a livello più alto – per le madri e le ville in Brianza. È spesso di malumore, che invano tenta di stemperare con l’humour. Ma per  Foscolo in modo particolare. E a sessant’anni mise insieme tutti i malumori in una “farsa” alla radio.
Scrivendone a Bigongiari, al suo solito cerimonioso, per non scriverne – per non scrivere dello stesso Bigongiari, “Alle origini dello stile foscoliano” – Gadda mostra una unga dimestichezza con l’autore che rifiuta. Per motivi che è inutile ripercorrere, nei pro e nei contro, essendo umorali. Una satiriasi, che celebra nel mentre che dissolve. Unicamente per il piacere della scrittura, se non della lettura. Accortamente Gavazzeni sottolinea nell’introduzione Garzanti i debiti dannunziani: “il capobanda”, già usato da D’Annunzio contro Mascagni, invidioso di demolirne “Cavalleria Rusticana”, “il labbrone”, “il Basetta”, etc.
Uno sceneggiato canonico, secondo le “Norme per la redazione di un testo radiofonico” dello stesso Gadda per la Rai nel 1952. Foscolo gli è antipatico, dice Gadda in una finta intervista con il “Radiocorriere Tv”, perché è “un campione del distillato spirito” dell’autore, di se stesso, “delle sue ragioni e dei suoi umori”. Foscolo è fissa cronica di Gadda, come Manzoni. L’articolo-intervista, che Gavazzeni allega, dice tutto, di Gadda e del Foscolo.
La farsa Rai, recuperata in volume da Garzanti, editore storico dell’Ingegnere, nel 1999, viene riproposta da Claudio Vela, il curatore del revival Bembo. Una esumazione per aficionados ma noiosissima. Col paradosso Gadda messo a nudo. Del commento migliore – leggibile, godibile – del testo. Sia quello dell’edizione Garzanti, di Fausto Gavazzeni, sia questo di Vela, che lo adorna di godibili note, quattro volte più lunghe del testo. Questo successe specialmente per i testi polemici: le bizze del capitano in congedo sono socievoli quando non sono permalose. – l’ironia non regge il volume. Un paradosso con codicillo: Gadda non ha – non ha avuto finora – epigoni e eredi, ma sì molti critici entusiasti, ai quali funge da dopamina.
Carlo Emilio Gadda, Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo, Garzanti, pp. 103 € 8,50

Adelphi, pp. 267 € 20


mercoledì 10 febbraio 2016

Letture - 246

letterautore

Best-seller – Dovrebbe essere un prodotto sostituibile o rimborsabile se avariato - se non è quello della pubblicità. Come ogni altro prodotto, la scatola del tonno ossidata, o il ripiano Ikea fuori squadro. Come lo stesso libro se manca una pagina o è rilegato male. Tanto più per essere un prodotto ch si compra a scatola chiusa, su indicazione della pubblicità.
La pubblicità ingannevole dovrebbe dare diritto al cambio\rimborso. Anche maggiorato rispetto al costo, considerato il tempo che ll best-seller, in genere voluminoso, impegna.

Corrispondenza – L’ultimo film di Tornatore, “La corrispondenza”, ha una singolare corrispondenza con un romanzo breve  di Rodari, “C’era due volte il barone Lamberto. Ovvero i misteri dell’isola di san Giulio”: il barone paga il maggiordomo e altre sei persone a cottimo per ripetere il suo nome e tenerlo-riportarlo in vita, sulla base della profezia di un santone egiziano – “Colui il cui nome è sempre pronunciato resta in vita. Tornatore non menziona Rodari. Ma gira buona parte del film al Lago d’Orta, all’isola san Giulio. Forse perché hanno la stessa luce, invernale, grigia, dell’ambientazione da lui scelta per la storia, a Edimburgo e contorni scozzesi. Ma sono anche i luoghi di Rodari, che del lago è il genius loci. Nonché di molte prose di Piero Chiara, che anche lui menziona san Giulio. Inoltre, se il lago è ben vivo, di memorie e sorprese, è anche moribondo o morto, poiché alcune sue sorgenti (il lago non ha immissari) si sono esaurìte e altre sono in esaurimento. Il film di Tornatore è di una vita oltre la morte.

Dante – “Dialettale” e “drammaturgo” lo vuole Gadda, “Le belle lettere e i contributi espressivi delle tecniche”, in “I viaggi la morte” (suo nobile antenato?): “Poiché il dialetto non meno di certo dialogo di Dante, è prima parlato o vissuto che non ponzato o scritto”. Di scrittura vissuta.

Esicasmo – Ritorna, magari via l’om zen, il mantra meditativo, nel film “La conversazione” di Tornatore: è la chiave di accesso all’aldilà: il nome ripetuto undici volte fa materializzare la persona.

Galileo – Tema inesauribile di Brecht: i processi alle idee, gli accomodamenti, le abiure. Che Brecht ripensa variamente, specie nelle note di scena, negli anni in cui era membro attivo e dirigente del partito Comunista tedesco a Berlino Est. In veste critica, vogliono i brechtiani, seppure mascherata, subliminale. Ma allora autocritica: Brecht fu anche un fedele funzionario di partito, che mai si ribellò, neanche nelle forme della contestazione, e anzi si conformava ai dettami di governo, correggendo, cancellando, eliminando. rinunciando. Avendo a interlocutore non un Bellarmino, un discussant, ma fredde note, burocratiche e inappellabili, del Comitato culturale per l’editoria del Partito, l’ufficio della censura preventiva.   

Napoleone – Una “superba piccolezza” lo vuole l’antipatizzante Gadda, “La battaglia dei topi e delle rane”, in “Il tempo e le opere”.

Pasolini – La sessualità viveva, per convergenti testimonianze, come evacuazione – per questo anche quotidiana, necessitata. Per una colpa inconfessabile che è una voglia sacrificale? Del martirio che è uno stato di beatitudine, e s’intende fecondo, padre e madre. Già nel “Decamerone” si era esibito come Mishima, con la benda alta sulla fronte. Come lui avrà inscenato la propria fine, ma allora per esibizionismo di segno opposto, non illuminato alla Sade ma nel buio polveroso. Per un trapasso alla natura angelica intellettuale – san Tommaso, che gli angeli dice intellectuales, riconosce loro un “motus cognitionis angelicae”, dei colpi d’ala?

Il cinema dà felicità, più dell’Ariosto quando si cantava a memoria. Grande invenzione mitica, che Pasolini ha amato e non ha demolito. La sola, in nessun caso, mai. Benché il cinema si faccia come paccottiglia, pecionaro, poco critico (professionale). Nutrito di visi tenuti con lo scotch, drogati, alcolizzati, sfioriti, e sempre impomatati. Nonché, nelle inevitabili scene d’amore, di promesse di lussuria in corpi freddi e anzi sterili, perfino avvizziti - il diritto alla felicità genera infelicità. Per la forza del mito, una sorta di preghiera orfica, o di scongiuro: si prega Pan, dio della paura, per non soccombervi – o Marx, dio della materia, per non soffocarne? Per l’estro pittorico, che anch’esso mai lo ha deluso: colorato classico in “Medea”, “Edipo”, da arte povera nel “Vangelo”. Sin da “Accattone” che fa morire a Olevano nei paesaggi rarefatti di Corot. Pittore in privato, elegiaco, intimista - di se stesso.

Pasolini e le donne sarebbe un capitolo fascinoso – chissà perché trascurato nel revival che ancora non si spegne per i quarant’anni della morte. La storia della “non esigua schiera di donne che si innamorarono di lui”, ricorda Naldini in “Come non ci si difende dai ricordi”. Un tentativo molte volte ricambiato, e più con donne che non fanno la storia. In una sorta di “schema sacrificale”, opina Naldini, “dove il camminare a piedi nudi su tizzoni ardenti  oppure l’offrire i propri occhi dentro un piatto non fu mai seguito da catarsi”.

Scrivere – È il “dipingere di maniera” del marchese Vincenzo Giustiniani, l’uomo d’affari collezionista di Caravaggio. “Cioè che il pittore, con lunga pratica di disegno e colori di sua fantasia, senza alcun esemplare, forma in pittura quel che ha nella fantasia”. Nella graduatoria in dodici posizioni del bravo pittore, questa occupa per il marchese il terzo posto, medaglia di bronzo. D’argento è il futuro naturalismo-verismo-realismo, “ma dimostrando un sapiente uso delle luci e delle proporzioni, come i pittori fiamminghi”. Primo viene il “dipingere di maniera e con l’esempio davanti al naturale”. Ma al modo del Caravaggio – anche di Annibale Carracci. Cioè non sappiamo come.

“Scrivere un libro è come amare qualcuno: può diventare molto doloroso”, è una delle tante elucubrazioni del bestsellerista Joël Dicker. E leggere no?

Storia - Lo dice pure Sciascia: “La storia, quan-do è davvero quello ch e deve essere, consiste in un’elaborazione di films”.

Lo storico di Brecht è critico: uno che “si adopera per correggere tutto ciò che legge e sente”. Pregiudiziato anche, nel suo caso dalla politica. Ma non sempre – la politica di Brecht ha un che di sovrammesso, benché l’impegno fosse diuturno, e la sottomissione al potere senza limiti.

letterautore@antiit.eu

Fisco, appalti, abusi (85)

Nel sua storica sindacatura Marino ha trovato i soldi per dotare i vigili urbani di una fornitura di  macchine – tutte della stessa ditta - per il controllo della velocità in città, limite di 50 kmh. A Roma è impossibile superare il limite. Eccetto che nelle autostrade urbane, Colombo, Pontina, Salaria, il viadotto Flaminio, i viali di circonvallazione, Fiorentini, Togliatti, etc., nelle ore non di punta. L’ora e i luoghi dove i vigili si appostano. Poi si dice che non ci sono mafie a Roma.

Afferma il legale di Buzzi al processo Mafia Capitale che le cooperative rosse del suo assistito non avevano che il 3 per cento degli appalti. Del sociale. Sembra inverosimile ma è possibile – anche il 5 per cento, anche il 10 sarebbe plausibile: il terzo settore, dei servizi pubblici privatizzati, è gigantesco, cresciuto senza controlli, e pullula di soggetti, anche non qualificati – le cooperative se non altro funzionavano. È il cuore del sottogoverno, anche senza mafia.

I vigili urbani di Roma fanno pagare 14 euro per spese di notifica, per una multa di 28 euro. Per inefficienza o per sopruso. Illegale, ma chi ricorre per dieci euro?

Un percorso medio dal quarto sud-occidentale di Roma, Trastevere, Monteverde, Testaccio, Magliana etc., verso la stazione Termini comporta un paio di km. di più dopo la chiusura dei Fori Imperiali. Che naturalmente andava fatta. Ma non ci sono altre soluzioni rispetto ai girotondi improvvisati per la subitanea decisione.

Un provvedimento esecutivo su cinque dell’esattoria Equitalia è infondato, e dei restanti quattro tre sono appellabili. Equitalia se ne lamenta, per giustificare i suoi costi, ma è l’esito della pubblicizzazione dell’esazione fiscale: gli enti pubblici fanno a meno del minimo di efficienza richiesto dall’atto amministrativo, specie i Comuni. Che peraltro hanno il vezzo-vizio di caricare il budget di esazioni infondate – come fece Veltroni sindaco di Roma coi famosi due milioni di “cartelle pazze”

La guerra Instagram prima di Instagram

La preistoria di Instagram, sulla comunicazione-persuasione per immagini. Di un potere però rovesciato, dissuasivo: Le immagini di guerra sono di distruzione, nella sconfitta: occhi bassi, smorfie di sofferenza, fango, macerie. Più che un abbecedario una appello contro la guerra. Contro la guerra di Hitler, ma poi anche, su pressione del Partito, degli Alleati occidentali. Ma sempre malinconico più che militante. Brecht sperimenta qui la retorica delle immagini più che quella dell’antimilitarismo.
Analogo esperimento aveva anticipato Ernst Jünger negli anni a cavaliere del 1930 con cinque volumi fotografici e un breve saggio sul “nuovo primitivismo” della civiltà delle immagini, e sulla sua violenza “tecnica”, connaturata al mezzo  (una mostra se ne è tenuta a Milano nel 2007, a Brera). Nel quadro del suo tema più noto, la non verginità del mezzo: “La tecnica possiede il senso di un mezzo esistenziale in confronto al quale la differenza delle opinioni non ha che un ruolo subordinato”.
Quello di Jünger  era il primo ripensamento del linguaggio delle immagini, che sarebbe stato successivamente fertile, tra gli altri con Benjamin, Barthes, Sontag – la quale spesso cita Jünger. Sulla traccia jüngeriana per eccellenza della modernità egualizzatrice (uniformante), per i singoli e per la società. “La vita moderna produce immagini caratterizzate da una sempre maggiore geometria… Una disciplina automatica cui sono sottoposti sia l’essere umano che i suoi strumenti”. Nel volume che Jünger progettò con Edmund Schultz per la mostra di Brera, una sorta di antologia dei volumi da lui steso curati,  una sezione è dedicata alla guerra, “La guerra non ha creato un ordine del mondo”.
Brecht preparò questa raccolta per una ventina d’anni, concentrandola sulle immagini di guerra. E  la corredò via via con quartine di commento, più evocative che didascaliche, La breve nota di Ruth Berlau, che curò la pubblicazione nel 1955, l’anno prima della morte di Brecht già malato, ne spiega la composizione in termini politici: “Non sfugge al passato colui che lo dimentica”. Nelle quartine è presente – voluta dal partito – anche la polemica anti-americana e anti-occidentale. Coll monito su un nazismo sempre vivo: “È ancora fecondo il grembo da cui è strisciato”. Anche questo di propaganda, riferito alla Germania Federale, benché non senza verità. Ma con una nota di fondo, che era quella sua propria originaria, prima della censura, che ci fu, sulla potenza dell’iconografia: “Questo libro vuole insegnare l’arte di leggere le immagini”, assomigliate a “vere e proprie iscrizioni geroglifiche”.
Bertolt Brecht, L’abicì della Guerra, Einaudi, pp. 162, ill., € 11

martedì 9 febbraio 2016

Il mondo com'è (249)

astolfo

Aramco – Ritorna sul mercato il colosso petrolifero saudita, cioè in Borsa? In piccola parte si, il 10-20 per cento. Quanto basterà a portare al erame alleanze solide, e ridare fiato alle sue finanze in questo anno di magra, per effetto della politica, anch’essa saudita, di contenimento dei prezzi del petrolio. Una politica determinata dalla necessità di bloccare l’“effetto sostituzione”,che avrebbe potuto colpire l’Arabia Saudita in due modi, come fonte di energia e come fonte di approvvigionamento. Una piccola percentuale del suo gruppo petrolifero nazionale supplirà ai problemi di bilancio.
Nata settant’anni fa come American Arabian oil Company, in rappresentanza delle compagnie americane che avevano il monopolio del petrolio saudita, con le riserve più grandi al mondo e le più redditizie per i bassissimi costi di produzione, è stata progressivamente nazionalizzata dopo la “guerra del petrolio”, tra il 1973 e i 1980. La Saudi Aramco copre i nove decimi delle entrate del reame. Quanto vale è presto per dirlo, non ci sono parametri di riferimento. Ma un 10-20 per cento dell’Aramco basta all’“Economist” per dire il collocamento “la vendita del secolo”.

Blocchi – La politica dei blocchi è improduttiva e anzi autolesionista? Sì per quanto concerne l’Occidente, cioè la Nato, il fronte comune Usa-Europa. Per la debolezza e incapacità dell’Europa.
La politica dei blocchi resta centrale nella Nato anche nel multilateralismo, la dottrina di Kissinger che governa il mondo dopo la caduta del Muro e il crollo dell’Urss. In senso tradizionale, per il contenimento della Russia: in Serbia, nel Caucaso e in Georgia, in Ucraina. E come nuova strategia mondiale, contro i focolai di ribellione, e più in generale di contenimento del mondo arabo-islamico: Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, e fino a ieri l’Iran. Ma non funziona, tutti i fronti restano aperti e incerti.
È questa l’analisi di “International Affairs”, la rivista del ministero degli Esteri di Purin: l’approccio occidentale non funziona, la crisi finanziaria perdurante e quella dell’immigrazione ne sono l’esito, incontenibile. Ma questa è anche l’analisi di vari centri studi americani, di cui il “Wall Street Journal” si fa eco, anche se per un motivo diverso: l’inefficienza o incapacità dell’Europa, appunto. L’approccio per blocchi si scontra con la debolezza europea, sia sulla questione immigrazione-invasione, sia su quella degli “stati-canaglia”, in Siria e in Libia, come già in Iraq e in Afghanistan. È su questi presupposti che Obama ha anticipato ieri a Mattarella un intervento americano, sia pure ancora solo di supporto, logistico più che di intervento militare diretto.

Captologia – È la scienza alla base delle app. Una “nuova scienza” proposta dal Persuasive Technology Lab di Stanford, il laboratorio dello Human Sciences and Technologies Advanced Research Institute dell’università. Attivo dal 1998, il laboratorio ha formato i migliori creatori di app della Silicon Valley. Fondato da B.J.Fogg, iniziali segrete, un ricercatore che lavora a metà per l’università e a metà per l’industria, teorico di un Behaviour Design: “La mia specialità è creare sistemi per cambiare i comportamenti umani”. Che è il fulcro della pubblicità . Fogg usa “metodi della psicologia sperimentale per dimostrare che il computer possono cambiare i pensieri e i comportamenti delle persone in modi prevedibili”, secondo il sito del laboratorio.
Captologia è un acronimo per “compuer come tecnologia persuasiva”. Una forma di psicologia del consumo applicata, ma centrata sull’uso intensivo – “obbligato” - della rete.

Destra-sinistra – L’inversione dei ruoli sta diventando sistemica sulla questione immigrazione. In Germania soprattutto, ma anche in Italia, malgrado le intemperanze della Lega, sono gli industriali  – i “padroni” di Dario Fo – difendere e valorizzare le maree di immigrati, profughi e non. Che vorrebbero ordinate, ma questo a beneficio degli stessi immigrati e non in senso punitivo. In Germania la partita è addirittura tra la Confindustria e gli xenofobi.
La Confindustria tedesca calcola che 600 mila posti di lavoro non sono coperti già oggi per la debolezza della forza lavoro. Che si ridurrà in quindici anni, nel 2020, di altri sei milioni di unità, per effetto della decrescita demografica – un fatto non ipotetico: i sei milioni non sono nati. Mentre “i profughi offrono un potenziale gigantesco” di ampliamento della forza lavoro.  Tanto più che “più della metà sono giovani con meno di venticinque anni”.
Un ampliamento della forza-lavoro per poterla dominare meglio, secondo i vecchi modelli classisti di lettura? Sì e no: Gli industriali tedeschi sono anche all’avanguardia nella formazione della forza lavoro immigrati, da tutti i punti di vista, linguistici, culturali, tecnici, per almeno tre anni. Con la sospensione di ogni motivo di espulsione o allontanamento, nei tre anni di formazione. E su un presupposto che è anche dei sindacati: migliorare la qualificazione per non abbassare i salari – la mancanza della formazione, invece, e i salari bassi e precari caratterizzano il “modello” italiano.

Eurasia –Non c’è senza l’Europa. Un‘evidenza di cui la politica russa comincia però solo ora a prendere cognizione, avendo considerato il retroterra europeo un dato di fatto,  acquisito. L’ostracizzazione della Russia a causa dell’Ucraina ha fatto emergere l’Europa coma la “parte mancante” alla strategia eurasiatica. Ufficialmente, è all’inverso che il disegno eurasiatico viene proposto. Facendosi forza cioè dell’Oriente, della via della Seta, per negoziare con l’Occidente: facendosi madrina e tramite dell’Eurasia, la Russia avrà infine relazioni fruttuose con l’Europa.
Il che è vero, ma fino a un certo punto: il retroterra asiatico dà più forza alla Russia nelle relazioni con l’Occidente. Ma bisogna che l’Occidente, o almeno l’Europa, sia disponibile.

Ottanta – Gli ultimi anni felici della Repubblica sono ancora espulsi dalla storia. Ancora, cioè dopo gli sconquassi della Seconda Repubblica. Che evidentemente non ha liberato l’Italia ma l’ha costretta in un corridoio opaco, quello compromissorio, e dissolvente. In altra temperie culturale si direbbe delle “forze della reazione in agguato”. In Italia non si può dire perché questa reazione si annida a sinistra più che a destra – i nostalgici peraltro essendosi quasi estinti per ragioni anagrafiche. al solito
Si sono celebrati i terribili anni Settanta. Del terrorismo urbano quotidiano. Dei governi Andreotti. Dell’inflazione al 15-20 per cento. Del cedimento del partito Comunista. Ma gli anni Ottanta non si possono nemmeno menzionare. Dell’Italia quinta – e anche quarta, alla pari con la Gran Bretagna  – potenza economica occidentale. Della riduzione dell’inflazione al 3 per cento. Della maturità dei lavoratori, che si eliminarono in un referendum gli automatismi della scala mobile. Di una presenza di primo piano, e anzi decisiva, nello scacchiere internazionale, dal Medio Oriente (Libia, Libano) agli euromissili. Dell’affascinante, glorioso mondiale di calcio di Spagna, vincendo, addirittura, su Argentina e Brasile. Dei governi di Spadolini e Craxi, horribile dictu, presidente della Repubblica Sandro Pertini – quando Scalfari se la faceva con De Mita, e anche con Carboni. Tutto questo non è storia nell’Italia della Seconda o Terza Repubblica. Che anche per questo forse si vergogna. 

astolfo@antiit.eu

Il lato oscuro di Pasolini

“L’estate del 1943 era bellissima e la guerra aveva reso Casarsa un luogo ancora più desiderabile”. Pasolini, 21 anni, e Naldini, 14, trovavano compagnia in abbondanza per  giochi erotici. Pasolini di preferenza con un Bruno, “ragazzotto né bello né dolce, ma plebeo, violento e sgarbato che coronò in modo sbrigativo e brutale il sogno così a lungo cullato da Pier Paolo”, Naldini con un Attilio. I racconti si susseguono di ordinario dragaggio, dell’uno e dell’altro, che non lascia mai traccia, se non dell’inappagamento, e tuttavia disegna un mondo.
Storie di ragazzi più che di amori. Di cacce di ragazzi. Più indispettite che nostalgiche. Al Castro Pretorio a Roma, a Magherno, nella “vita arcaica e ancora magica”, negli anni 1960, “che si svolgeva alle porte di Milano, nella campagna veneta, in Nord Africa e dove capita. Ma più dei primi anni a Casarsa e Versuta, le prime trepide avventure condivise con Pasolini. In uno scenario bizzarro: sono gli anni della guerra, anzi quelli più brutti, 1943 e 1944, dei bombardamenti, dell’occupazione, della resistenza o guerra civile. Ma la guerra non c’è, se non per il bello del biondo teutonico, e per i lampioni abbuiati, che lasciano spazio per “gli insaziabili abbracci” nel “buio più fitto”. Naldini lo sa, che si giustifica: “Non sapevamo quasi nulla della guerra”” – ma Guido sì (e com’era possibile, a Casarsa, sulla linea del Brennero?).
È con l’omosessualità che Naldini vuole fare i conti, e questo spiega la messa a fuoco ristretta: tutte le narrative che Nicola De Cilia ha qui raccolto ruotano su questo fatto. Il testo del titolo anticipa papa Francesco, in un lungo inciso a p. 141: “La Chiesa tiene legata la collettività a un severo destino comune”? Bene, “il modo irrisolto del peccato di Sodoma potrebbe acquisire uno status millenario di maledizione ma anche di redenzione in un processo infinito”. Non una rinuncia né una normalizzazione, ma dare un senso al peccato, alla colpa.
Non è però questo il tema di Naldini. L’omosessualità rivive non giuridica, come ora usa, per le questioni di parità, ma fisica. Risolvendola nell’inappagamento – la vera condanna, la vera colpa. E nell’ereditarietà, via la nonna materna che veniva da Casale Monferrato. Una inferenza che condivide col cugino Pier Paolo, col quale vanno a caccia di spiegazioni nella cittadina piemontese. Le storie fa non di passioni ma di corpi. Una galleria di bei tipi, per un motivo o per un altro, i fianchi, la capigliatura, gli occhi, il “biondo veneto”, ma senza psicologia. Nemmeno dura, del cacciatore di frodo. Una vita-ananke da “Nostra Signora dei Fiori”, il paradigma di Jean Genet.  Con partner dimore di corpi.
È in questa “intermittenza” che il giudizio si distacca anche da Pasolini, il cugino maggiore che lo ha sovrastato – e forse castrato: Naldini è anche lui narratore, poeta, commediografo, cineasta. Il gregario, curatore, e primo biografo è qui sensibilmente critico. Di Pier Paolo, “certamente dispettoso e insolente”, ricorda il giudizio sferzante sul suo succube: “Quel Naldini che pare non osi nemmeno esistere”. E altri aneddoti di puro egoismo (narcisismo?). Come quando, a Chioggia, doveva discolparlo di una lite da lui stesso provocata e non lo fece. Ne richiama la sessualità nevrotica, sempre “per bene”, e sempre in “situazioni allarmanti”, di “libidine compulsiva soprannumeraria”, incontenibile e insoddisfatta. Compresa l’idolatrica – decadente, affettata – infatuazione religiosa, con la femminilizzazione della figura del Cristo, “imprigionata dentro i suoi privati tormenti e trasfigurata con il più folle arbitrio”. Ne ricorda l’inimicizia degli ultimi tempi, inspiegata: culminata, “aumentando il suo rancore”, in “un epigramma in cattiva salsa montaliana”. Ma senza astio: si è dedicato a lungo alla biografia e le opere del cugino, e qui ricostruisce affettuoso il ritrovamento disteso il giorno prima della morte. Che sembra ritenere, benché drammatica, incidentale. Richiama la conoscenza di Pelosi sotto il Castro Pretorio, un paio di giorni prima dell’assassinio, come di un ragazzo di diciassette anni senza colpa, uno che si comportava “molto gentilmente” - se non quella oggettiva della morte di Pasolini.  
Le presenze però sono vivaci, la raccolta - di testi sparsi - è notevole perché Naldini sa scrivere i ricordi. Specie dei personaggi: Marin, Virgilio Giotti, Bartolo Cattafi, Giovanna Bemporad, Fellini, che la sera tirava disperatamente tardi per ritardare il più possibile “la perfettissima dimora” di Giulietta), Comisso, Parise, Gadda. E i Pasolini a più riprese, la madre Susanna vezzosa sempre a tiro, sui tacchi nel fango, il marito Carlo Pasolini dell’Onda reduce di guerra trascurato, rifiutato, amareggiato, Guido il figlio e fratello mal amato, generoso, ardimentoso.
Nico Naldini, Come non ci si difende dai ricordi, Cargo, pp. 175 € 12

lunedì 8 febbraio 2016

Dietro le banche, riaffiora il debito

Sarà una settimana di forti crolli di Borsa, domani peggio di oggi, e la crisi finanziaria non si può più nasconndere. Il subitaneo rimbalzo degli spread sui titoli del debito pubblico mette peraltro in rilievo che la crisi non è solo delle banche ma, di più, del debito. Per una serie di fattori concomitanti, tutti in senso negativo. L’aumento dei tassi americani che porta a un rincaro del debito stesso. Dei titoli Usa ma più del debito in dollari: il debito estero in dollari delle nuove economie si calcola in quattromila miliardi – uno per la sola Cina. L’entrata in qualche modo in campo del debito pubblico cinese, che non si sa nemmeno quanto è, forse tre volte il pil. Il giro di vite europeo, previsto ma non scontato, a) sulle banche con il bail-in e i nuovi parametri di patrimonializzazione, e b) sul debito pubblico con il fiscal compact. Di cui si è come persa la memoria, ma che per un paese come l’Italia comporterà un taglio al debito di 60 miliardi l’anno per vent’anni.
Il fiscal compact comporta da quest’anno una riduzione progressiva in vent’anni del debito europeo in essere del 35 per cento del pil. Ma il rientro è molto più agevole di questa percentuale per alcuni paesi, e molto più pesante per altri, tra essi l’Italia.
Il pattern – dalle banche al debito – ricalca la crisi del 2007-2010. Ma non è un modello vuoto. troppi elementi lo sostanziano. I maggiori indicatori dei rischi finanziari, il Risk Appetite Barometer, il Market Regime Indicator, il Global Financial Stress Index, il Vix, Volatility Index, approssimano tutti il limite superiore della rischiosità, tra 9 e 10 in una scala da 1 a 10.

L’intollerabile politica estera e di difesa europea

Si chiudono le frontiere interne per non adottare una politica estera e d difesa. Per la quale c’è un titolare, un Mr. Pesc, politica estera e di sicurezza comune, con un’organizzazione volumnose e un cospicuo bilancio, anzi una Mrs., Federica Mogherini, la quale però è un pesce fuor d’acqua, Mrs. Scacciapensieri..
La fine di Schengen non è un paradosso, ma l’esito di una politica: quella di non avere politica, un’Europa attrice nei contesti internazionali. Non negli affari monetari e commerciali – la globalizzazione è nata e si gestisce tra gli Usa e la Cina. Non nella diplomazia continentale e nei fatti bellici. Non, da tempo, nel grande bacino di tensioni di ogni tipo che è il Mediterraneo meridionale. Come pure nell’Ucraina, o a suo tempo nella Jugoslavia.
Per affrontare l’emergenza immigrazione non sarebbe necessario uno sfoggio di potenza: basterebbe un minimo di coesione e iniziativa. Ma il livello politico europeo, o delle mentalità dominanti, e la capacità di iniziativa approssimano il nulla, al netto delle insopportabili chiacchiere, al vertice e alla base.

Secondi pensieri - 250

zeulig

Anima – È animale, giusto l’etimo, nel senso che è materiale. Ma non una cosa, è un modo di essere. Non una cosa nemmeno nel senso che intende Nagel, “Mente e corpo”, una proprietà fisica irriducibile alla fisica, al campo d’indagine e alle leggi della fisica. È un corpo cosciente, anche nell’incoscienza. Di una coscienza più perfezionata, o di un corpo più perfezionato, in grado di capire molto di più e funzionare molto meglio di qualsiasi altro organismo animale, cioè anch’esso dotato di corpo.
È il segno distintivo dell’umanità: la capacità di porsi problemi, e in qualche caso di risolverli. È la conclusione dei molti, da Platone e Aristotele a Pascal e Kant, non escluso Spinoza. Certo, è l’anello mancante dell’evoluzione – se l’uomo è ancora scimpanzé ma non del tutto, al 98 virgola qualcosa per cento.   

Connessione – È una forma di adescamento. L’inglese hooked per “connesso”, branché, rende meglio l’idea, che l’aggancio estende al mestiere più antico del mondo (hooker). Siamo connessi in quanto appesi, adescati. Verdone ne ha fatto la satira vent’anni fa in “Viaggi di nozze”, ma la realtà supera la satira: non si vedono più volti in treno, in tram, nelle file in attesa, al caffè e perfino in piazza ma capigliature curve sullo smartphone, in attesa di un messaggio qualsiasi, o intenti a digitare, postare, approvare, disapprovare, rilanciare, twittare, guardare e ascoltare yyoutube, giocare (investire, scommettere, votare perfino). Non farlo è isolarsi, per eccentricità, o decrepitudine. O non il contrario è più vero?

Le ipotesi di McLuhan si potrebbero a questo unto chiamare leggi ferree: il messaggio è il mezzo. Non sono dieci anni che l’iphone è arrivato sul mercato, e ha occupato l’umanità. Negli Usa si calcola una media di cinque ore e mezza al giorno spesa individualmente sui media digitali, la metà su quellli mobili. Con punte anche del doppio, per esempio nei college,  comunque nella fascia d’età 18-24 anni. Uno studio inglese vuole che controlliamo il cellulare 221 volte al giorno, esattamente ogni 4,3 minuti in media – e il calcolo vuole approssimato per difetto,  poiché due persone su tre pretendono di consultare il cellulare meno frequentemente di “altri”. Il mezzo è versatile, lo smartphone vanta la penetrazione commerciale più rapida di tutta la storia della tecnologia, in molti paesi europei, Italia compresa, e negli Usa essendo già arrivata in pochi anni al 50 per cento e più del mercato. Ma questo miracolo non moltiplica la socievolezza, moltiplica l’isolamento, nelle forme della caduta della empatia, e del narcisismo..
Una ricerca americana dà due intervistati su tre “più liberi” con lo smartphone, e uno su tre “al guinzaglio”. Ma la percezione della libertà è di questo tipo, specie tra i ventenni: “evitare gli altri attorno a te”. Il mezzo che avviluppa tende piuttosto a isolare. Anche nella costruzione dei profili e delle reti facebook, all’apparenza un germoglio di socialità: la rappresentazione di se stessi viene distorta, specie nell’età della formazione, proprio per dover essere pubblica - accettabile, amata, ammirata. E in definitiva la connessione serve a cancellare ogni riserva di ansia, cioè di riflessione.

Tutte le relazioni sociali si trovano “in attesa”, e alla lunga disconnesse, dall’invadenza della connessione: la convivialità, l’amicizia, il lavoro, anche l’amore. Che scivola man mano nella prospettiva voyeuristica e onanistica della pornografia. Facebook è lo sviluppo di un programma messo su da Zuckerberg nel college per codificare gli appetiti sessuali dei suoi compagni di dormitorio, flirt, relazioni, “conquiste”. I blind dates in rete non hanno altro substrato che la curiosità sessuale, animale, surrogati di un rapporto personale. La disattenzione è il dato comune.
Le rilevazioni fra gli studenti universitari americani mostrano un crollo sensibile – un dimezzamento – degli indici di empatia, all’interno del college e all’esterno. Sul presupposto che la rete è un punto di contatto migliore, perché “si può uscirne all’istante”, senza danni.

Corpo – Usa contrapporlo all’anima, nel riduzionismo non solo ma anche nella sua vecchia antitesi, la teologia e la morale cristiane. Non così lo intendeva Nietzsche, che si prende per pietra fondativa del riduzionismo, la nuova versione del materialismo – “Corpo io sono in tutto e per tutto, e null’altro”. Il corpo è “corpo”, un organismo che si ascolta e si emenda, in quanto è animato. Il corpo del maiale non ha questa caratteristica.

Perversione – È un concetto più che un fatto (legale, penale), e regressivo. Non regressivo, altalenante: come il comune senso del pudore, che può essere molto restrittivo in epoche di grande permissivismo, e anzi di liberalizzazione totale dei costumi. Il multigender, che si supporrebbe la liberalizzazione della licenza, si vuole invece regolatissimo, protetto dalle leggi. Così come in genere l’erotismo, che si vuole regolato e restrittivo, anzi proibizionista, sancendo la prostituzione e l’adulterio, anche in epoca di copia aperta e di liberazione sessuale. E l’amore degli adolescenti sancendo come abuso mentre impazza la cultura-commercializzazione del teen-ager - lo scivoloso terreno della pedofilia.
L’ultimo best-seller francese – il penultimo, l’ultimo è “Sottomissione”, l’islam al governo – è costruito sul lolitismo, “La verità sull’affare Harry Quebert”. Sulla condanna  di ogni sessualità nei teen-ager, compreso il piccolo esibizionismo della nudità - molte centinaia di pagine si sviluppano sul fatto accertato che una quindicenne ha posato nuda per un pittore. Mentre a Roma è in corso una retrospettiva di Balthus, il pittore che si potrebbe dire delle ninfette, eppure al suo tempo molto rispettato e anzi perbene, direttore dell’Accademia Francese a Roma.

zeulig@antiit.eu

Il Libano vittima del papa

Ha più profughi siriani che la Turchia e tutta l’Europa sommate, forse due milioni. Su una popolazione di  quattro milioni o poco più. Non sta bene ai sunniti, e non  sta bene nemmeno agli sciiti che sono la maggioranza della sua popolazione. È cancellato dall’Is, che si chiama Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – non più della Siria come distinta dal Libano, ma dell’area prima della partizione coloniale. Ha da tempo una forte diaspora, verso i paesi ricchi del Golfo e verso gli Stati Uniti – dopo aver per generazioni guardato alla Francia - ed è l’unica sua speranza, fuggire. È il Libano, ultimo avamposto cristiano, costituzionalmente cristiano, a metà, nel Medio Oriente.
Il Libano continua a difendersi, ma è indifeso, da quasi mezzo secolo ormai campo di manovra degli Assad e dei loro nemici sauditi. La Francia, che era la sua protettrice diplomatica, si è defilata con Sarkozy e Hollande, in qualche modo infeudati all’influenza saudita. Ma la sua disgrazia maggiore è di essere a metà cristiano di obbedienza latina. La sua debolezza è quella di Roma, e più con gli ultimi papi. Che forse non sanno nemmeno dove il Libano si trova, nella loro confusione rigeneratrice.
justify;line-height:normal;background:white'>Inoltre, malgrado la grave e perdurante crisi economica, che imperversa ormai da nove anni, il libro si continua a comprarlo. Si pubblicano circa 62 mila titoli nuovi l’anno, per una vendita di circa 100 milioni di copie. Una media di 1.800 copie a titolo non è disprezzabile. La Francia, forse il paese con più mercato di lettura, ne stampa sui 70 mila l’anno, con una tiratura media molto più elevata, circa 6 mila copie a titolo. Ma ha una platea di lettori nel mondo tre-quattro volte più grande di quella italiana, dal Canada ai Caraibi, il Nord Africa e il Medio Oriente, i mari del Sud, da Tahiti alla Nuova Caledonia, con Belgio e Svizzera compresi. 

Il destino era integralista

Era vent’anni fa, quasi, che Chahine denunciava l’integralismo mussulmano, in una storia straordinaria nella sua semplicità: Averroè perseguitato nella pur tollerante Cordova, sul finire della sua vita e del secolo dodicesimo, nel nome della vera” religione, vittima dello scontro tra un califfo debole, El Mansur, e uno sceicco fanatico integralista, Riad, che vuole una lettura rigorista e settaria  del “Corano”. Una storia straordinaria nella sua semplicità, animata di canti e balli, quasi un  musical, con molte innesti nel cinema euro-amercano del Bollywood indiano.  
Un atto d’accusa anche contro “i monopolisti di Dio”. Chahine ha preso le sue precauzioni: il film si apre con un rogo in Linguadoca, di libri e dell’autore dei libri, considerato eretico. Ma, seppure con una trama dai molteplici contrappunti, e senza mai gridare, proclama che la religione non può uccidere il pensiero. “Il sapere è la patria, l’ignoranza è un paese straniero”. Temendo il rivale Riad, il califfo ordina di bruciare i libri di Averroè. Poi ci ripensa, ma i suoi inviati trovano Averroè in atto di gettare sul rogo il suo ultimo libro. Che li accoglie con un: “Il pensiero ha le ali, nessuno può arrestarne il volo”.
Un film di poesia più che di polemica. Il più bello della stagione 1997. Che però Cannes non premiò  - Chirac non lo consentì, la presidenza della Repubblica. Il festival premiò Chahine da solo, istituendo un premio straordinario per i suoi 50 anni, suoi del festival.  
Yussef Chahine, Il destino

Ma l’Italia legge

“Se fa piacere che il 64,4 per cento delle famiglie italiane”, due su tre, “abbia in casa fino a 100 libri, e il 7,4 per cento più di 400, non ci si può rallegrare che il 9,1 per cento”, lamenta Giuliano Vigini su “La lettura”, “dichiari di non avere in casa nemmeno un libro”. Nemmeno uno sembra impossibile, c’è dappertutto un libro di preghiere, o un Barbanera. La percentuale dice Vigini sconfortato, “corrisponde a 2.303.000 famiglie”.
I milioni fanno sempre impressione. Ma la verità è che l’Italia, contrariamente a quello che si dice, legge. Secondo le stime Istat, nel 2015 almeno il 42 per cento degli italiani dai sei anni in su ha letto un libro. Va peggio al Sud, dove meno di una persona su tre ha letto un libro, il 28,8 per cento. Ma, sempre secondo l’Istat, c’è un’elevata percentuale di “lettori forti”, che leggono in media almeno un libro al mese, circa il 14 per cento del totale: otto milioni e mezzo di persone, non male..
Inoltre, malgrado la grave e perdurante crisi economica, che imperversa ormai da nove anni, il libro si continua a comprarlo. Si pubblicano circa 62 mila titoli nuovi l’anno, per una vendita di circa 100 milioni di copie. Una media di 1.800 copie a titolo non è disprezzabile. In Germania un titolo tira mediamente poco di più, pur essendo il mercato di lingua teedsca doppo rispeto a quello italiano, estedendosi a Svizzera e Austria. La Francia, forse il paese con più mercato di lettura, ne stampa sui 70 mila l’anno, con una tiratura media molto più elevata, circa 6 mila copie a titolo. Ma ha una platea di lettori nel mondo tre-quattro volte più grande di quella italiana, dal Canada ai Caraibi, il Nord Africa e il Medio Oriente, i mari del Sud, da Tahiti alla Nuova Caledonia, con Belgio e Svizzera compresi. 

domenica 7 febbraio 2016

Verso la guerra Usa-Russia

La guerra Usa-Russia infine si farà? L risposta oggi è sì, anche se by proxy, con truppe gregarie, e in territorio neutro, la Siria. Anzi, non è escluso il contatto diretto, delle due aviazioni, quella russa e quella occidentale.
John Kerry, il capo della diplomazia americana, ha sostenuto la concertazione con la Russia e l’Iran, per battere il comune nemico, di Usa, Russia, Europa e dello stesso Medio Oriente: lo Stato islamico. Un tavolo di trattativa si è anche aperto, in sede Onu. Ma la guerra all’Is è già passata in secondo piano. Il Pentagono è per una attacco militare contro il governo siriano e i suoi alleati, e cioè la Russia e l’Iran. Giustificando la guerra come un intervento umanitario e in difesa della democrazia. E di logoramento della Russia di Putin. E questo è l’esito verso cui Obama sembra ora propendere.
È in questa chiave che l’Arabia Saudita si è offerta di fornire le truppe di terra che mancano al piano del Pentagono. Insieme con quelle dei suoi 30 alleati sunniti. Il fronte Assad vede le ruppe siriane sostenute da truppe irachene, iraniane e libanesi (Hezbollah), con la copertura aerea della Russia. Il fronte anti-Assad è sul terreno frammentato e diviso, e ha solo la copertura aerea occidentale.
L’offerta saudita non è sembrata in un primo momento apprezzabile. I trenta alleati sono fantomatici. E le truppe saudite non hanno esperienza sul terreno. Una inesperienza che le difficoltà logistiche, di operare su un fronte remoto e nemico, aggraverebbero. È invece sotto esame al Pentagono.
Il finale di partita ad Aleppo sarà decisivo. Assad assedia la città con gli aerei russi. Il fronte occidentale ha finora evitato un contatto diretto dei suoi cacciabombardieri con quelli russi.

Non è speculazione, è rosso banche - di nuovo

Ogni settimana mille miliardi di capitalizzazione in fumo da dopo Natale sui mercati mondiali: settemila miliardi. È come se le Borse di tutto il mondo tirassero i remi in barca in attesa del peggio.
Le banche minimizzano: Deutsche Bank, Goldman Sachs, Ubs, JPMorgan. Ma molte delle stesse grandi banche se la passano male: Il quadro che ne fa oggi sul “Sole” Fabio Pavesi è solo spaventoso. La Deutsche ha chiuso il 2015 con la perdita record di 6,8 miliardi – e non ha finito: altre cause minacciano altre perdite. Oberata per di più da titoli illiquidi per 31 miliardi, la metà del suo capitale. La Royal Bank of Scotland, il maggior istituto britannico, ha accumulato in sette anni perdite per 155 miliardi, tutte pagate dallo Stato, e solo ora accenna a rientrare in bonis. Quando un nuovo ciclone minaccia la solidità di tutto il credito,
Sono anche altre le cause della tempesta finanziaria. Il calo delle materie prima, gli idrocarburi per primi, che ha messo fuori gioco metà dell’industria petrolifera americana, con perdite sui 200 miliardi di dollari nel solo 2015.  Il rallentamento cinese. La recessione delle nuove economie, Russia e Brasile più di tutte. Ma il rischio di un nuoco crac è soprattutto connesso alle banche. Di cui non è paradossalmente considerato segno di buona salute il record di utili negli Usa, sui cento miliardi di dollari nel 2015 per le sei maggiori banche, quasi il doppio di quanto guadagnavano alla vigilia del craci del 2007: è considerato eccessivo, segno di malessere del sistema.
Deutsche Bank, JPMorgan e Goldman Sachs minimizzano la minaccia considerando unicamente il fattore Cina: anche la Cina dimezzasse la crescita rispetto al rallentamento già in corso, la riducesse al 3-4 per cento annuo, l’effetto sul resto del mondo sarebbe dell’ordine dello zero virgola qualcosa. Ma c’è una bolla bancaria in agguato.
Quello dei titoli illiquidi è un capitolo ben più minaccioso dei crediti incagliati delle banche italiane, che sono un problema unicamente per i ritardi e l’incapacità del governo, all’interno e nel rapporto con Bruxelles – le Landeesbanken tedesche, che si assomigliano alle nostre locali, hanno accumulato in sette anni 14 miliardi di perdite: avrebbero dovuto essere fallite da tempo. I titoli illiquidi sono un bubbone ben più consistente e rischioso. Sono titoli spazzatura, derivati, asset tossici di varia natura creati dalle stesse banche in attività puramente speculative che ora vengono al pettine. Anche per una serie di procedure giudiziarie che vedono le banche regolarmente soccombenti.
I titoli illiquidi sono per Barclays l’81 per cento del suo patrimonio, 61 miliardi di sterline. Per Bpn Paribas il 39 per cento. Per Commerzbank, la seconda più grande banca tedesca, periclitante da sette anni senza soluzione di continuità malgrado la relativa nazionalizzazione da parte dei governi Merkel, il 24 per cento.  Per il Credit Suisse ben il 79 per cento.

Problemi di base - 264

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