sabato 26 marzo 2016

Problemi di base - 270

spock

“Un uomo perfettamente ragionevole non riderebbe” (Bataille)?

“Il risibile è quasi sempre oggetto di superiorità da parte di chi ride” (id.)?

Non si ride mai per ridere?

E piangere, solo per debolezza?

“La festa è sempre un ricordo della sventura” (Bataille)?

“La sventura ha un’affinità segreta con la festa” (id.)?

Beati gli sventurati?

E la lealtà, “non è cosa dovuto allo straniero” (id.)?

“La base della lealtà non è l’obbligo ma la generosità” (id.)?

Ma si è generosi con se stessi oppure con gli altri – estranei, stranieri?

spock@antiit.eu

Il ricercatore Renzi si è smarrito

Perde Roma, perde il Sud, perde la bussola? Renzi, osannato oggi da Scalfari come il novello Altiero Spinelli, rifondatore dell’Europa, potrebbe averne ricevuto il bacio fatale – la statistica dei precedenti endorsement di Scalfari è ferale. Ma più potrebbe averne per la sua politica della ricerca scientifica, sbrodolata sempre oggi sempre su “Repubblica”: è chiaro che non ne capisce niente e non si informa nemmeno, ma qui si parla di qualche milione di voti, consapevoli.
La ricerca scientifica è per il capo del governo italiano quella dei ricercatori italiani all’estero. Qualche centinaio di privilegiati, che prendono il doppio di un ricercatore italiano in Italia, per vivere a Parigi o Cambridge, non a Timbuctù. E ora ambiscono a tornare in Italia col posto di professore assicurato. Con una leggina, proponente “la Repubblica”. Mentre vige in Italia il blocco del turn-over da quasi vent’anni. Il blocco del turn-over nella ricerca è insensato, ed è come tagliarseli, ma questo è.
Renzi è un superficiale? Sì, ma qui è anche offensivo – nonché distruttivo come i rottamati suoi predecessori. Per una platea non più piccola: fra ricercatori stabilizzati e precari con minimi assegni, non sempre rinnovabili, la platea degli agnelli sacrificali della non politica dell’università e della ricerca sono ormai sui 150 mila.
Renzi non sa che ci sono? Non è possibile: un appello circola in rete di oltre settantamila firme, e Renzi non può non sapere cosa succede in rete, se non nelle università italiane. Ma qui non c’è populismo che lo salvi.


La caccia al cristiano è sempre aperta

È caccia continua in Pakistan ai cristiani, singoli e in gruppo, a casa, in strada, in chiesa. Impunita.  In Egitto si era cominciata la caccia ai copti, comunità cristiana di spessore, demografico oltre che economico, impunemente sotto la presidenza Morsi, di un presidente cioè presentato come buon islamico, moderato. La Bosnia è il paese che manda più “volontari” al Califfo, dopo il Marocco e la Tunisia, in odio all’Europa, ai cristiani europei, non solo a quelli serbi. L’unico nemico che il Califfato combatte nei suoi pogrom antieuropei è il cristianesimo: la caccia è ai crociati cristiani, non all’imperialismo, al neo colonialismo, al potere militare.
Si guarda con pena il papa nella sua via crucis – a chiedere perdono a questo e a quello. Il papa è stato a volte un condottiero, e non ne abbiamo buona memoria. Ma ci sono vie di mezzo. L’Europa è debole perché si nega – nega anche il cristianesimo. Gli ingombranti vicini islamici glielo imputano, e l’Europa non risponde col viso dell’arme, se ne vergogna.
È la grande debolezza che l’islam arabo – anche quello moderato - ha individuato nel suo assedio. L’islam arabo è conquistatore anche nella finanza e nelle squadre di calcio, ma sa che può perdere tutto per un niente. Invece contro i cristiani può far seguire un affondo all’altro senza rischio, nessuno risponderà.
Non si tratta peraltro della sola offensiva islamica. Danno addosso al cristianesimo, e insomma all’Europa, buon numero di paesi asiatici. Per prima la Cina, dove si contano a migliaia ogni anno gli attacchi alle chiese cristiane. 

La Germania si tenga stretta all’Europa

Se la Germania anteporrà la riunificazione – leggi: la politica nazionale – all’integrazione europea, l’emarginazione dell’Europa dal contesto mondiale sarà definitiva, e la stessa Germania non se le vedrà bene, qual che siano le illusioni di egemonia che coltiva. Un volumetto del 1955 (che tuttora circola in piccole edizioni in Germania), sorpassato dalla fine della guerra fredda e dalla riunificazione compiuta della Germania nell’ambito dell’Unione Europea, che tuttavia si mantiene – purtroppo – attuale.
L’Europa moderna è un seguito di tentativi egemonici di una potenza su tutte le altre, in successione di Carlo V, Filippo II, Luigi  XIV, Napoleone, Guglielmo II, Hitler, che sempre falliscono. Per l’opposizione, ai fini del riequilibrio, di potenze, o coalizioni attorno a potenze, periferiche (Russia) o insulari (Gran Bretagna, Usa). Come dire: l’Europa salvata dall’esterno. Ma ogni volta perdendo qualcosa, a costo cioè di un graduale sensibile spostamento di potere e influenza al di fuori dell’Europa. .
Dehio, storico della scuola di Ranke, trascurato negli anni buoni perché non allineato a Hitler (e un Vierteljude, ebreo per un quarto), recuperato nel dopoguerra in incarichi onorari, ha una visione lucida della storia europea. Qui raccoglie sei brevi saggi, pubblicati nella sua rivista, “Historische Zeitschrift”, su “De Monat” e su “Aussenpoliik”. Titoli rivelatori: “La Germania e l’epoca delle guerre mondiali”, “Ranke e l’imperialismo tedesco”, “Meditazioni sulla missione della Germania 1900-1910”, “Versailles dopo 35 anni”, “L’agonia del sistema degli Stati”, “La politica tedesca al bivio”.
L’attualità di questi suoi studi, soprattutto dei primi, sta anche nel riesame della storiografia tedesca che, alla scuola di Ranke, finivano per giustificare una “missione tedesca” in Europa e nel mondo, coniugata con lo spirito di potenza - il nazionalismo che ora rinasce nel dibattito sulla necessaria egemonia in uno Stato federato, quale vorrebbe essere l’Unione Europea. Dehio ci vedeva già all’epoca solo pericoli. La Germania ha già perso due grandi occasioni, e rischia, spiegava, di perdere anche la terza: quella dell’Europa federata, a cui sembra voler anteporre l’interesse nazionale. Ne parlava in termini di scelta tra l’opzione riunificazione (promessa all’epoca dall’Urss in cambio nella neutralità) oppure di una scelta europea. La riunificazione poi si è compita indolore, per il crollo dell’Urss, ma la scelta europea della Germania è ancora contestata – e contestabile dagli altri europei per la mancanza di una visone unitaria degli interessi e le aspettative di tutto il Vecchio Continente.
Ludwig Dehio, Deutschland und die Weltpolitik im 20. Jahrhundert

venerdì 25 marzo 2016

Letture - 251

letterautore

Balena – È di “Moby Dick” come di Giona: biblica. E di Pinocchio. Anche di Astolfo nell’Ariosto,  e del barone di Münchhausen. Figura anche in “Una storia vera” di Luciano. Lo stesso Gesù Cristo di san Matteo vi si richiama: “Come Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre della balena, così il Figlio dell’Uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”.

Colori-Sapori – È sempre in uso alle grandi mostre il linguaggio didascalico fiorito, mallarmeano. Che per dare sostanza al “capolavoro” impresta riferimenti alla zoologia, alla botanica, alla natura in genere – a maggior ragione oggi, certo, nell’era dell’ecologia. Ma lo stesso si fa nella ristorazione, dei masterchef e delle golosità in genere, che dominano le cronache. E negli assaggi o degustazioni, di vini, oli, cioccolate, prodotti e preparazioni varie. Il noto caffè che si promuove vantando “una tostatura leggermente più scura per mantenere il classico aroma di frutta secca e le note delicate di caramello e cioccolato più tipiche del blend” resta in tema: tostatura, aroma. Ma già con “note” delicate. Dei vini basta leggere le etichette.

Contrappasso – Da Dante a Burgess? “L’arancia meccanica” di Anthony Burgess – ma di più è evidente nel film di Kubrik - si basa sull’applicazione della pena del contrappasso, o del non fare agli altri quello che vorresti non fosse fatto a te: la punizione per Alex è sorbirsi le immagini e i suoni di vittime come le sue. 

Don Matteo – Il film tv più seguito d’Italia da dieci anni ha una costante: colpevoli sono i più deboli, abbandonati, problematici, bisognosi. Delinquono incidentalmente, non volendo, ma questo non dirime, se non di poco – manca la premeditazione: sono stati violenti e devono scontare una pena.
Ne ha anzi due, di costanti negative: un capitano dei Carabinieri che si fa fare da chiunque incontra, donne, sottoposti, bambini, giudici, superiori, ed è un po’ tardo. Piace dare la colpa ai deboli, naturalmente per scusarli e compiangerli. E pensare a carabinieri sempre nell’ottica delle barzellette.

Evola – Per difendersene, siamo negli anni 1960-1970, avendone subito il fascino e la cultura, Marguerite Yourcenar lo fa, in “Incontri col Tantrismo”, la lettera-saggio ora in “Il Tempo, grande scultore”, un “italiano germanizzato”: “Come Malaparte, sembra essere appartenuto a quel tipo di italiani germanizzati in cui sopravvivono ancora non so quali ossessioni ghibelline”. Sperduto in”paraggi pericolosi”. E gli attribuisce “sogni di derivazione aristocratica e sacerdotale”. Dopo avere detto di non conoscerlo.
Gli imputa anche una serie di colpe: “Un concetto di razza eletta che, in pratica, porta al razzismo, un’avidità quasi malsana nei riguardi dei poteri sopranormali, che gli fa accettare senza controllo gli aspetti più materiali dell’avventura mana”. Cioè il contrario di Evola. A partire dal razzismo. Di uno che era antirazzista quando era pericoloso esserlo, nel 1936-38 e dopo, e ne scrisse anche. Yourcenar si riqualificava a sinistra per allontanare i trascorsi di destra.
Più sensata la seconda riserva: “Ciò che manca nelle componenti di Evola sono i principi d’umiltà e d’amore cristiano, di simpatia e di compassione buddica, che impediscono autenticamente, essi sì, ogni indurimento, e servono anche, forse più efficacemente ancora che l’esercizio ascetico, a sormontare il personale”. In effetti, Evola non era melenso – almeno a sentire chi lo frequentava, Massimo Scaligero, Pippo…..

Morte – Ai più rivela la vita, spiega Angelo Beolco “Ruzante” a un suo attore, in una lettera che Dario Fo riprende in “Dario e Dio”. Specie ai “campa a lungo”, i quali “quasi sempre si sono accori di essere stati al mondo solamente quando sono morti”. Succede anche in vita, che si gustano i momenti quando sono trascorsi – “morti”. La più “spensierata” è la giovinezza.

Münchhausen – Un Ariosto germanizzato – del tempo in cui i tedeschi dovevano copiare. Lo stile è delle imprese del “Furioso”, e anzi molte sue imprese già Astolfo aveva realizzate: dentro la balena, sulla luna, in groppo all’ippogrifo, dentro la sfera di fuoco sul carro di Elia.

Pinocchio – Fo lo vede modellato su Gesù,  secondo un’ermeneutica, dice, “cristologico-esoterica”: Le similarità in effetti sono tante – solo orecchiate da Collodi, roba che gli frusciava per la testa? Questo l’elenco di Fo: “Entrambi sono nati in modo a dir poco strano. Gesù per intervento dello Spirito Santo, Pinocchio da un pezzo di legno… E come Adamo, anche Pinocchio disubbidisce e mal gliene incoglie. Si rivolta contro il padre e si ricongiunge con lui solo dentro il ventre della balena”. Lucignolo “è il serpente tentatore”. La Fatina turchina la Maddalena. E il Gatto e la Volpe “due vescovi dello Ior”. Pinocchio non finisce in croce, “però impiccato sì. Tradito dagli amici per denaro”, anche lui. E “risorgono tutt’e due, Gesù ascende in cielo, Pinocchio si trasforma in un bambino in carne e ossa”.

Quaderni – La riflessione ordinaria, sistematica,personale,ma poi destinata alla pubblicazione, induce, si vede, alla tentazione antisemita, in Heidegger come già in Simone Weil. Nei “Quaderni” di lei con più asprezza – da odio-di-sé?

Sangue – “Il sangue non è necessariamente rosso”, direbbe Jarry. “L’amore in visita”: “E se, da secoli, i mestrui delle donne non accecassero gli uomini, si vedrebbe che ogni liquido è sangue”. Rigenera. ”Una sola cosa non è sangue”, direbbe ancora Jarry: “È il vino, perché è rosso… E ancora, lo falsificano, credo”.

Sciopero – Più proprio sarebbe degli intellettuali, secondo Simone Weil, “Quaderno X”: “Lo sciopero dovrebbe essere l’arma per eccellenza di coloro la cui professione implica il pensiero”. Per un motivo semplice: “Il grosso animale”, kil mondo, “ha bisogno per vivere dellpintelligenza, inseparabile dall’0individuo”.

Stupro – È d moda all’opera a Londra, al Covent Garden. Anche se non c’entra con le opere rappresentate, il “Guglielmo Tell” e “Lucia di lamermoor”: e non è una trovata di marketing: il pubblico in genere lo rifiuta, e molti hanno chiesto il rimborso del biglietto. È un piacere dei registi. Non gratuito, poiché non è senza effetto – e non vuole esserlo. È un forma di esibizionismo.

letterautore@antiit.eu 

La guerra giusta, democratica, umanitaria ci consuma

Col “concetto discriminatorio di guerra”, tra guerre giuste e guerre ingiuste, “si giunge a scardinare l’ordinamento internazionale finora vigente, ma nessun nuovo ordinamento viene fondato al suo posto. Così viene soltanto avanzata una nuova pretesa di dominio mondiale, che solo una nuova guerra mondiale potrebbe tradurre in realtà”.
Il fondamento del “concetto non discriminatorio” è il riconoscimento del nemico come iustus hostis, invece di libellarlo Stato Canaglia, e non solo per la propaganda. L’esito è “che questa guerra priva del loro prestigio e della loro dignità i concetti di guerra e di nemico e li annienta entrambi, trasformando la guerra condotta dalla parte «legittima» in un’esecuzione o in una misura di epurazione, mentre la guerra della parte illegittima è una guerra illecita e immorale di parassiti, sobillatori, pirati e gangster”.
L’effetto è anche di escludere la neutralità, in tutte le sue forme, “benevola”, “armata”, “limitata”. In un disegno unitario che è imperiale: “Non appena viene negata l’idea di una possibile neutralità, e con essa la nozione di «Stato terzo» non partecipante alle ostilità, emerge la pretesa di esercitare un dominio universale o regionale”.
Introdotto da Danilo Zolo, tradotto e curato da Stefano Pietropaoli, la pubblicazione di questo Schmitt risale al 1938, la lettura se ne fa perciò con riserva – Schmitt, nazionalista conservatore, era anche vicino al regime nazista. Le tracce dell’epoca sono denunciate dallo stesso giurista subito, con un omaggio all’“articolo straordinariamente interessante del barone Julius Evola, «La guerra totale», nella rivista «La Vita Italiana (Il Regime Fascista)»”. E poi con una costante polemica contro lo spirito divisivo della Società delle Nazioni quando adottò le sanzioni contro l’Italia, uno dei suoi paesi membri, dopo la guerra all’Abissinia.
Pur con questo limite, la raccolta è di attualità estrema: dalla guerra del Golfo in poi, 1991, si conferma la “profezia apocalittica” di Schmitt, di una “guerra globale”, endemica, sottratta a ogni condizione e perfino alle formalità di legge – l’Italia di Scalfaro e D’Alema fece guerra alla Serbia senza nemmeno dichiararla, senza scandalo di nessuno, tacquero pure i vestali della Costituzione. E contro tutto e tutti, Stati, comunità, gruppi politici. Di una guerra “giusta” come una guerra civile, senza frontiere, e senza regole, né limiti. È già qui “la distinzione chiara ed esplicita fra il concetto classico di guerra (non discriminatorio) e quello rivoluzionario, improntato a giustizia (discriminatorio)”. Con tutti i fatti che oggi viviamo: la cancellazione dell’Onu, anche solo come foro di discussione, la criminalizzazione del nemico, la guerra preventiva ad libitum, da Israele nel 1967 alla Turchia oggi, la guerra “umanitaria”, la guerra di civiltà, gli “Stati canaglia” – altra categoria schmittiana, i vecchi Raüberstaat – e il Tribunale dell’Aja, creazione e strumento degli Usa.
La pubblicazione si compone di tre testi. Recensioni di alcuni manuali che innovavano il diritto internazionale, Scelle, Lauterpacht, Fischer Williams, McNair. Che ne rivoluzionavano il fondamento, svuotando la sovranità nazionale e l’autorità statuale a favore dei diritti civili, si direbbe oggi, di una concezione individualistica anche del diritto internazionale, all’ombra della Società delle Nazioni. Schmitt concorda che una innovazione è necessaria, lo ius publicum europaeum  era perento, ma la soluzione prospettata è in peggio: un’innovazione che apre e non chiude né limita la guerra, rispetto al vecchio sistema delle sovranità nazionali, degli Stati come soggetti di diritto internazionale. All’ombra, peraltro, di poteri di polizia imperialistici, ancorché non dichiarati. Un ritorno di fatto al diritto bellico medievale, quando l’arbitro era dichiarato ed era il papa.
La profezia della guerra globale
L’introduzione Danilo Zolo intitola “La profezia della guerra globale”. Questo Schmitt è infatti sorprendente oggi, nella guerra diffusa e globale – molto più che nella polemica tedesca. “Abolendo” la guerra nel senso clausewitziano, del perseguimento della politica con altri mezzi, il presidente Wilson e la Società delle Nazioni hanno aperto un vaso di Pandora, facendone uno strumento di distruzione illimitato, sotto i propositi pacifisti e universalisti. La Società delle Nazioni è, scrive Schmitt nel 1938, “solo un mezzo per la preparazione di una guerra «totale» in sommo grado, e cioè di una guerra «giusta» condotta con pretese sovrastatali e sovranazionali”. Non poteva che fallire. Oppure no, si potrebbe dire: ha preparato il terreno per l’Alleanza, poi vittoriosa nella grande guerra successiva, culminata infine con la Nato-Onu. Ma  ha anche instaurato un regime di guerra perpetua.
La dissoluzione dello ius publicum europaeum non è, non è stata, un fatto giuridico astratto: ha mutato  il concetto di guerra, e ci tiene in guerra anche in pace, nel riarmo morale e in quello repressivo o di polizia. Rompendo il sistema westfaliano, nato con la pace di Westfalia a metà Seicento: il mutuo riconoscimento della sovranità degli Stati, che ha preservato l’Europa dall’autodistruzione e le ha consentito il periodo di massimo sviluppo sociale e politico, nel Sette-Ottocento.  In questo che è il suo più lungo periodo di pace, dal 1945, l’Europa è stata in realtà in guerra fredda, con molti episodi bellici in senso proprio, poi nelle guerre etniche per i diritti, e ora nella guerra di civiltà o di religione con l’islam – con una parte dell’islam per fortuna, minoritaria anche se determinata fino alla morte (ma forse non molto minoritaria).
Già Versailles - i trattati di pace post-1918 – aveva decretato la guerra dei perdenti un “crimine internazionale”, da codice penale. L’art. 227 del trattato di pace con la Germania già prefigurava il tribunale di Norimberga. Con esiti infausti, poiché perpetua la guerra: giusto o non giusto, il diritto della “guerra giusta” è catastrofico. L’istituzione di Norimberga, nota Zolo, fu siglata l’8 agosto 1945, e cioè due giorni dopo il bombardamento di Hiroshima e un giorno prima del bombardamento di Nagasaki”. La guerra “giusta”, prolungata in “umanitaria”, è per di più una guerra di distruzione totale, senza distinzione fra obiettivi militari e civili, e senza più l’economia del minimo sforzo per il massimo risultato, ed è una guerra di polizia, ancorché si fregi di combattere per la libertà e la democrazia.
Il modello westfaliano è idealizzato e indefinito. A difesa di Schmitt, si può aggiungere che esso è risuscitato da qualche tempo dalla stessa America, da Kissinger già nel 1975, dopo la “lezione” del Vietnam, e ora con “L’ordine  mondiale”, del mondo multipolare. E, anche se non dichiaratamente, dal Dipartimento di Stato, e dallo stesso Pentagono. La pace di Westfalia, se stabilizzò il sistema delle potenze, fu lacunoso e imperialista (l’Italia, per esempio, non vi rientrava in alcun modo – né la Spagna), ma efficace: limitò la guerra. Fino alla Grande Guerra, che fu già una rottura dello ius publicum europaeum, prima degli Usa, di Wilson e di Schmitt. Come lo erano state le guerre coloniali: lo ius piublicum europaeum fu propriamente elaborato nel ‘500 (da Francisco de Vitoria et al.) come diritto di conquista. O già le guerre napoleoniche . La storia in realtà è questa: prima la Francia volle rompere l’equilibrio di Westfalia, nel primo ‘800, poi la Germania, un secolo dopo. E la Germania non si acconcia all’egemonia americana, con Schmitt negli anni della sconfitta, pre e post guerra mondiale, e ora con l’egemonia in Europa.
La polizia degli ideali
È la prima trattazione schmittiana dello sviluppo del diritto di guerra – del diritto internazionale che è di fatto diritto bellico -  che si completerà nel “Nomos della terra”. Redatta in un tempo in cui la Germania si risentiva di un assetto internazionale punitivo, e tuttavia di impianto forse oggi più valido di ieri, deprivato cioè del risentimento. A fondamento del nuovo diritto Schmitt pone la decisione americana, del presidente Wilson, il 2 aprile 1917, di dichiarare guerra alla Germania sulla base della ragione e del torto: è l’avvento di “una guerra totale”, nella sintesi di Zolo, “non più sottoposta a limitazioni giuridiche e quindi sommamente distruttiva e sanguinaria”. Tanto più, paradossalmente, per voler essere umanitaria – “e tuttavia considerata non solo «giusta» ma addirittura «umanitaria», perché concepita come azione di polizia internazionale contro i nemici dell’umanità”. Un diritto motore di instabilità e guerra cronica, presagiva Schmitt e oggi ognuno vede. 
Un raggiro diplomatico e legale, aggiungeva Schmitt, e una facile clausola di supremazia – chi osa opporsi al diritto umanitario? Lo diceva in funzione revanscista, ma non senza fondamento. Dopo una magistrale sintesi – non uguagliata – delle strategie Usa di politica estera. Dalla Dottrina Monroe, 1823, al “destino manifesto” di O’Sullivan, 1848, all’espansione “universalistica” di Theodor Roosevelt a fine ‘800, secondo la logica dei mercati economico e finanziario, alla “guerra giusta” di Wilson. Che è il tradimento del cosmopolitismo cui si appella, quello di Kant, di Spinoza, e l’instaurazione di un ordine mondiale inappellabile, sorretta da illimitata forza militare. Una polizia delle idee, anzi degli ideali.- “Caesar dominus et super grammaticam
Carl Schmitt, Il concetto discriminatorio di guerra, Laterza, pp. XLI + 85 € 15

giovedì 24 marzo 2016

Ombre - 309

“Lui pensava di fare lo scoop mondiale trovando Leonardo sotto gli affreschi del Vasari nel Salone dei 500, gli esperti lo hanno fermato” – cioè salvato dal ridicolo. Gli esperti sono la Sovrintendenza di Firenze. Lui è Renzi, allora sindaco di Firenze. Antonio Paolucci, ex sovrintendente a Firenze, ora che è in rotta con Renzi per la riforma delle sovrintendenze, finalmente dice la verità.

 

Dopo aver salvato Mondadori, una prima volta, comprandole Retequattro, e Rusconi, comprandogli Italia Uno, ora salva il “Corriere della sera” comprandogli la Rizzoli. Cioè niente, dopo la esclusione di Adelphi e, su  decisione dell’Antitrust, di Bompiani e Marsilio, nonché dei diritti sugli autori. Per 127 milioni si è comprato il catalogo della Bur, un doppione esatto degli Oscar: si può dire Berlusconi il benefattore dell’editoria, e di Milano.

 

Basteranno i milioni di Berlusconi a salvare il “Corriere della sera”? Il giornale ha salutato con jattanza la fuga dei soli azionisti che ci abbiamo messo dei soldi, i torinesi nipoti di Agnelli. Ma il gruppo è fallito da ogni punto di vista, a meno di una forte ricapitalizzazione, dopo una serie interminabile di perdite.    

 

Casa Rossa Occupata di Carrara vuole fare una manifestazione e non trova di meglio che negare le foibe, negarne l’esistenza. Anche l’Anpi di Carrara si impegna in questo negazionismo. Dopo un lungo sonno, sia dell’Anpi sia di Casa Rossa. Insensato? Sì m non è una malattia – non una riconosciuta come tale.

 

Carrara e dintorni hann o il record di ultracentenari, un centinaio, su una popolazione di trecentomila abitanti. Mentre dovrebbero essere tutti morti per le polveri di marmo.

 

Dieci miliardi di acquisizioni all’estero nel 2015, che saranno venti o poco meno nel 2016: i capitali non mancano. Mentre in Italia gli investimenti sono in contrazione. Si penserebbe perché le condizioni di mercato in Italia sono sfavorevoli. Ma le stesse statistiche dicono che gli investimenti stranieri in Italia nel 2015 sono stati di trenta miliardi, tre volte quelli italiani all’estero. Basta poter pagare le tasse all’estero:  si paga meno, anche molto meno, e non c’è il giro dell’oca da cui dover uscire con le mazzette.

 

Scorrono astrali nel silenzio improvviso al bar le immagini di Obama che fa la passeggiata per l’Avana, in campo ristretto, con quattro accompagnatori di cui tre neri, ma non ristretto abbastanza che non si vedano mura spesse e arbusti curati, nel recinto di qualche residenza istituzionale. Perfino la partita di baseball allo stadio sembrerà surgelata.

 

La Asl di Lecce vuole 600 giorni per una tac. Un tempo abbondante per morire prima, riducendo la lista d’attesa.  

 

La ministra Lorenzin manda allora a Lecce i suoi ispettori, per indagare sulla Asl. Non era meglio se mandava un’altra tac? Si risparmiava.

 

Fubini e il “Corriere della sera” dicono l’Italia un paese di emigranti: trecentomila nel solo 2015. Non è vero – sommano le iscrizioni anagrafiche nei paesi europei, grazie a Schengen di libera scelta, e non le cancellazioni.  Ma se anche fosse, perché non chiedersi perché?
Una parte di iscrizioni sono di studenti, una parte di giovani in cerca di sussidi, e una parte, forse la più cospicua, di pensionati e redditieri, che pagano altrove la metà dell’Irpef che in Italia, e per la casa un terzo – tanto medici e medicine se li dovrebbero comunque pagare anche in Italia.  

 

Sublime Battista tafazziano sul “Corriere della sera” svela “ una strategia” del capo leghista (“il secondo fine di Salvini”): “Farsi molto male per farsi bene, liberarsi con una sconfitta dall’ipoteca berlusconiana”.  Senza contare naturalmente Milano, dove magari vincerà col berlusconiano Parisi.

La Lega a Milano ha sempre ragione – ma Battista non è romano?

È la sindrome del fascista, quella di avere comunque ragione.

 

Battista e il “Corriere della sera” vogliono Salvini meglio di Berlusconi. Così tanto che propongono l’evirazione pur di liberarsene. Grande lezione di vita.

 

Si condanna Verdini dopo averlo assolto. A una pena mite. In un processo che va alla prescrizione.

È un processo politico? Sì, per le sue stesse modalità: un processo semplice, che si poteva celebrare nei tempi, ma che i tribunali fiorentini usano per “venderselo” politicamente. E un processo forse senza basi, intentato da una Procura che all’epoca si disse finiana.

 

Trentacinque infortuni muscolari in sei mesi per una “rosa” di una ventina di atleti sono una perdita enorme per una squadra di calcio: economico (campionato, coppe, rating, ranking) e di capitale umano. Ore che un handicap che può allontanare molti atleti. Ma niente dissuade la Juventus da Vinovo, il centro sportivo che ha creato in zona umidissima e quasi paludosa – ci sono stati dei morti. Il capitale immobiliare prevale su tutto: lo sport, l’atletismo, e anche la salute delle persone.

 

“Incomprensibile” è per gli avvocati berlusconiani la condanna di Berlusconi figlio e Confalonieri per i diritti tv (Mediatrade), che essi non hanno negoziato – dopo peraltro una prima assoluzione. No, perché incomprensibile? I giudici sono altri e ognuno ha la sua vocazione e la sua carriera. Si chiamano e sono del partito antiberlusconiano, questo è il senso di Milano.

 

Il processo Mediatrade, voluto dal sostituto Procuratore della Repubblica Fabio De Pasquale, è costato 2,5 milioni. Per nulla. De Pasquale è considerata poco all’interno del palazzo di Giustizia di Milano, e della stessa Procura, ma può spendere liberamente.

 

Quello dei diritti tv è un scandalo della non giustizia. Ci sono stati fondi neri e altri traffici illegali sui diritti tv, per esempio a opera della Rizzoli-Corriere della sera, dettagliati (quasi tutto è scritto in G. Leuzzi, “Mediobanca Editore”, Seam), che la Procura di Milano non ha perseguito.

Quelli di Mediaset non sono invece mai stati provati – questi processi sono un gioco?

 

Uno sente la candidata di Grillo a sindaco di Roma e si dice: non è possibile. Sembra la caricatura del romanesco. Difficile – le Guzzanti non ci riescono, lei è perfetta – ma è per ridere?

 

Quattro candidati  a sindaco a Roma dell’Ex Msi, anzi cinque. Che magari fanno l’occhietto ai grillini, dopo averci provato col Pd. Senza vergogna, in una città che ha dato loro tanto, a Storace, Polverini, Fini, Alemanno, e ne ha ricevuto solo disastri. Di gente che ha fatto i ministri a vita, senza mai una iniziativa, un progetto, un’idea di progetto. Il fascismo era così vuoto?

Aveva ragione Mussolini, che non si fidava degli italiani, dei suoi naturalmente.  

 

Perle di saggezza politica sul “Corriere della sera” di Gianfranco fini. Uno che le ha sbagliate tutte. Compreso ribellarsi a Berlusconi che lo aveva portato in politica e lo aveva fatto ministro e superministro – invece di succedergli. Un politico talmente vuoto che è difficile immaginarne un altro. Anzi disastroso al governo – capofila dei contrari a ogni risanamento del debito.

 


La scienza è senza rimorso

“In particolare si trattava di valutare le due principali vie che, nella letteratura sul tarantismo, erano state finora battute dall’indagine medica: la riduzione del tarantismo a una forma di aracnidismo e la sua riduzione a un disordine psichico”. L’antropologo napoletano e storico delle religioni evita il riduzionismo e crea un mondo a parte: il tarantismo è lo scongiuro di esistenze segnate dalla povertà e l’emarginazione. Di fronte a un centro, evidentemente. Che è lo studioso, seppure venga da Napoli.
Il resto si cancella: il ritmo, il canto, la danza? Confinati a un appendice di Carpitella – che effettivamente ne sa di più, sulla scorta anche di Kircher e Storace. La ritualità? I “tarantati” sono cronici, per la festa dei sampaolari a fine giugno, e Galatina, dove c’è la chiesa e la devozione di san Paolo, ne è immune – i “tarantati” vi convengono da fuori. E sono donne – il Pontano le chiamava “carnevalate di donne”. Ma l’etnografo non demorde, la cosa in sé gli è estranea. La sua splendida pubblicazione, che al tempo (1961) fece epoca, è tuttora per molti aspetti esemplare: illustrazioni, ricchezza di riferimenti, contributi specialistici, di Carpitella e Jervis, e di Letizia Jervis-Comba, Amalia Signorinelli, Vittoria De Palma. Ma è impegnata nel progetto: una forma di antropocentrismo, nel senso dello studioso di antropologia, che annulla del tutto il fenomeno, nonché ridurlo. Dove è qui la scienza? Non nella  “ricerca sul campo”. Sarà come dice Lévi-Strauss in “Tristi tropici”, dopo una vita: “La condizione dell’etnografo è simbolo di espiazione”.
De Martino riprende il tarantismo dove l’aveva lasciato Athanasius Kircher, il gesuita scienziato del Seicento, che lo aveva trascritto anche in musica. E lo curva al progetto. Ma con gli stessi aneddoti, irrigiditi in pregiudizi. Il proposito è di usare l’etnografia “ai fini di una storia religiosa del Sud, da intendere come nuove dimensione conoscitiva della cosiddetta «quistione meridionale»”. Lo studioso comincerà dal tarantismo. Per una ragione? La prima idea del tarantismo come inizio di una storia religiosa del Sud gli viene guardando “alcune belle foto di André Martin sui riti di san Paolo a Galatina dal 28 al 30 giugno” – la festa dei sampaolari.
Analogamente, molti dei tanti riferimenti si perdono nell’irrilevanza, tra il colore e la bizzarria. La purga primaverile come “misura igienica medievale”, mentre tutti l’abbiamo presa da bambini, quindi ancora negli anni 1950. Stefano Storace, che nel 1753 scrisse per il londinese “Gentleman’s Magazine” di un tarantolato di Torre Annunziata a cui egli stesso ebbe a suonare la tarantella risanatrice, è lasciato nel folklore – un napoletano a Londra. Il tarantismo diviene religione del rimorso per l’autorità del Pontano, il quale dice che, mentre gli altri non hanno scuse per le loro pazzie, i pugliesi ne hanno sempre pronta una, il morso della taranta – nel dialogo “Antonius” che è una satira, dei grammatici e degli italiani. Per di più, De Martino lo accomuna alle possessioni – di donne – rituali in Africa, e in Haiti, Brasile, etc.. Etc. Non manca l’apparentamento al “morbo sacro”, all’epilessia.
Oggi il Salento - ma già dal alcuni decenni-  è uno dei giardini meglio tenuti e più prosperi d’Italia. Ma non è questo il punto: è che De Martino è la massima autorità italiana in fatto di antropologia – venerato perlomeno come tale. Il cui maggiore e anzi unico contributo sarà stato di seppellire il Sud sotto una coltre di scongiuri, jettature, magie, paure “ataviche”. Tutto quello che il Nord si aspettava e si aspetta dal Sud, con qualche aggiunta, sia detto tra parentesi, tanto non incide. Ma è senza fondamento, se non la stracca ideologia del tutto è bisogno.
Il tarantismo esiste da millenni – è esistito. Vissuto in altra temperie, culturale e religiosa, essendo anche un fenomeno di canto e danza. Da storico delle religioni De Martino fa un affascinante, oltre che utile, excursus delle tante testimonianze. Prima e dopo la “ricerca sul campo”. Che è la filmatura di una sessione di tarantismo. E la “curvatura” al politicamente corretto dell’epoca. Tutto al di fuori della realtà ma non sterile: uno dei tanti macigni ha eretto che accasciano il Sud nella maledizione, il rimorso aggiungendo alla superstizione e alle magherie.

Ernesto De Martino, La terra del rimorso, Il Saggiatore, pp.445, ill., € 12

mercoledì 23 marzo 2016

L'attacco è all'Europa

Una cattiva coscienza inutile e anzi dannosa, e una intelligenza bacata, o forse traditrice. È su questo doppio binario che la guerra si riproduce.
La guerra c’è, da quindici anni, provocata dall’Occidente per incapacità o perversione. Dall’11 settembre 2001, La risposta al primo grande attacco del nuovo terrorismo invece di indirizzarsi verso il suo santuario, il Pakistan, e verso i suoi finanziatori e fornitori, i potentati del Golfo, ha mirato a disorganizzare il resto del mondo arabo, l’Irak, il Nord Africa e la Siria, oltre all’Afghanistan. L’effetto è questa guerra che l’Occidente subisce, apparentemente incontrollabile.
L’incapacità non è da escludere. Ma senza improvvisazione: quello occidentale, ma meglio sarebbe da dire americano, è stato un approccio ora fallimentare ma ponderato, non improvvisato. Dal tempo della guerra del Golfo: una strategia di polizia internazionale, senza averne la capacità e nemmeno la possibilità -  missili e cacciabombardieri, per quanto invisibili, non fanno polizia, se non nella fantascienza. Si è antagonizzato un mondo immenso senza una strategia vincente, anzi con una perdente: liberando le forze del male. Col falso pretesto di esportare la democrazia, mentre si sapeva bene che le piazze arabe e islamiche si entusiasmano solo per gli attacchi riusciti all’Occidente - in particolare lo fecero per l’11 settembre - e non per sostituire un rais qualsiasi, un Mubarak o Gheddafi o Assad.
Diverso è il giudizio se la guerra al Medio Oriente, che è il vicino naturale dell’Europa, si vede per quello che è: la continuazione della guerra all’Europa stessa, iniziata dagli Usa di Kissinger nel 1973 con la guerra del petrolio. Proseguita con la dissoluzione della Jugoslavia. Con la guerra alla Serbia, e poi alla Russia, nel Caucaso e in Ucraina, camuffata come guerra a Putin, il nuovo zar con connesso sciocchezzaio. Infine finanziando e armando, moralmente (mullah, moschee, madrasse) e militarmente, le guerriglie e le tribù nel mondo arabo.

L'Europa è generosa, nella direzione sbagliata

Questa guerra è di cultura e di religione. Anche per quegli islamici che professano “il vero islam che vuol dire pace”, che si vogliono amici dell’Europa, che prosperano in Occidente:  nel loro intimo anche loro godono alle stragi degli imprendibili, siano pure kamikaze. Lo spirito di rivalsa rode tutto il mondo islamico, da Khomeini in poi, da due generazioni ormai. È il rifiuto dell’integrazione. Anche, se non di più, tra i più integrati – la generosità suscita odio più che riconoscenza, è una vecchia verità. Basta scorrere il web a ogni attentato dell’Is: il giubilo dilaga, e non è dei diseredati o degli esclusi. Il terrorismo islamico è molto religioso, anzi solo religioso O magari non lo s, come vogliono i buoni islamici, ma è anticristiano – non è sociale, non è economico, non è politico (imperialistico).
L’Europa si fa colpe – le si danno colpe – che non ha. Non ha creato “ghetti economicamente alienati, politicamente subalterni, socialmente emarginati” come si legge degli immigrati. Ma paradisi in confronto alle situazioni economiche, sociali e politiche di provenienza. Il rifiuto non nasce dal bisogno o dall’esclusione ma semmai da questo “gratuito” benessere, quantomeno modernizzazione, sociale in primo luogo, per censo e per genere. Non c’è città più accogliente di Bruxelles. Non c’è continente più ricettivo, malgrado tutto, dell’Europa. Anche in Africa e in Asia i milioni di profughi delle tante guerre tribali hanno solo l’assistenza che gli europei danno, e gli americani in parte.
L’odio è peraltro fomentato, non nasce da condizioni restrittive. È l’opera di imam anche improvvisasti, ma sempre ben forniti dall’Arabia Saudita e gli altri potentati della penisola arabica. Una trentina sono stati espulsi solo dall’Italia, dopo regolare processo, negli ultimi quindici an

Gli ultimi fuochi sono più rumorosi

Verso la fine si fanno i fuochi più intensi e a maggiore potenza. C’è molto entusiasmo attorno all’Is, ma è in calo. Uccide molto ma non vince. Non paga più: le fonti finanziarie e militari, nella penisola arabica e in Turchia, si sono chiuse, comunque ristrette. Il web s’intiepidisce – costituzionalmente anche, il web è incostante: è come i romani antichi al Colosseo, naviga per impressioni improvvise e non durature, e vuole sempre novità, come i romani al Colosseo. I clamorosi attentati in Francia l’anno scorso non hanno rianimato l’ormai spento volontariato, non in Europa e neppure in Nord Africa. La morte di molti giovani mussulmani a Parigi a novembre ha suscitato proteste, anche tra professi islamisti. L’Is è sempre strumento della rivalsa che è il sentimento comune del mondo islamico e arabo, anti-cristiana e quindi anti-occidentale, ma a quel che sembra meno di prima.

Dario parla con Dio

L’attacco è già celebre, del Dio che non esiste, però s’è inventato da Dio. Il seguito è più scontato: Dio è femmina, è nero, anche un po’ nano e un po’ peloso, mentre Bergoglio è “un vero giullare, santo, provocatorio, ironico, coraggioso”, e rivoluzionario, come Morales. Manca Chavez, ma per il resto non manca niente: il rivoluzionario è a volte conformista. Manca anche il Dio multigender. E quello capitalista. Il resto c’è tutto: le fregnacce della Bibbia, le oscenità, le violenze, la misoginia della chiesa di Roma, l’umanità nata incestuosa, la perfidia di Dio.
Festeggiandosi per i novant’anni, Fo è scoppiettante come sempre – “Il sospetto è che, se ci ha fatti davvero a sua immagine e somiglianza, anche Lui deve avere i suoi lati oscuri”. E il mondo appare anche a lui pieno di magia, o altrimenti inspiegabile. Il “Creatore o chi per lui” dice un mago prodigioso, dotato di un senso dell’ironia e dello spettacolo insolito. Un artista crudele, “il cui fine è la meraviglia”. Proprio: un attore. E ritorna spesso agli inizi, al “Mistero buffo”  che lo ha innalzato da teatrante a grande letterato – “che nel rituale mistico di tutte le religioni indica l’iniziazione, l’incanto, lo spettacolo magico”. Al suo modo, fabulatore. Ma inarrestabile, e senza la mimica e l’“improvvisazione” teatrale, anzi quasi sistematico.
Un trattato Fo sembra tentare. E di teologia morale, nientedimeno. Che è noiosa in bocca allo specialista, figurarsi a un figurante. Per di più spietato. Del Dio violento, a partire da Caino, il fratello buono, che induce a uccidere, o dal pio Abramo, che costringe, quasi, a uccidere il tenerissimo figlioletto. A cui rimprovera, per pagine imprevedibilmente lunghe, tutta la vulgata. Compreso il volgare, volgarissimo, sant’Agostino, del “saltimbanco della croce”– che però non è, anche lui, un santo un po’ ambrosiano, come l’amato Ambrogio (c’è del marcio pure a Milano?).
Con un che di conformista, purtroppo. Effetto forse della ripetitività: non c’è luogo comune che Fo ci risparmi, attorno a Dio, alla Bibbia, anche ai Vangeli, con profusione di vangeli apocrifi, e alla chiesa di Roma. C’è perfino il “liberi tutti”. Di un Cristo che si oppone a Dio suo Padre nel nome del Sessantotto, della rivolta generazionale e dei valori. Si sbeffeggia lo Spirito Santo, che, al più, si accetterebbe femmina – ma qui Fo non perde un colpo, non dovrebbe essere multigender? E la castità di Maria, naturalmente, la castità non è un virtù, nemmeno in chiave anticlericale. Politicamente corretto anche con Giuda, appiattito sul Giuda del Millennio, “il più degno degli apostoli”, il complice segreto del disegno del Figlio di Dio. E scontato, di luoghi comuni e perfino frasi fatte – fuggire a gambe levate, infuriato come una belva… Con un bisogno di completezza, si sente, da sistematizzatore: non c’è piega dei testi sacri che non esamini, da incredulo celebratore. L’unica cosa che non si spiega è la predicazione evangelica all’improvviso, all’impronta, ai trent’anni, e già illuminata. Fa così andare Gesù in India. Mentre si sa che inizia la predicazione a Cafarnao, centro carovaniero, incrocio di commerci e di culture. Senza dimenticare che Gesù crebbe in Egitto, crogiolo di tutte le religioni.
A tratti il Giullare (di Dio?) sembra scherzoso – eccessivo. Ma c’è il sospetto che non lo sia. Come molti atei professi, Fo è di spirito intensamente religioso, inquietamente – un angelo ribelle, anche lui. “Per scoprire Dio bisogna lottare con lui”, gli suggerisce l’intervistatrice, e in effetti con Dio Dario ha molta familiarità, di giorno e anche di notte, ci discute e lotta pure nei sogni. Questo è l’ultimo di una lunga serie di canovacci, compresi quelli femministi di Franca Frame, su Dio e dintorni, a partire dal “Mistero buffo”. Che resta giustamente celebrato, mentre lo stesso intreccio di argomenti qui è prolisso e pretenzioso - molto “divino”: un Dio strapotente e strafottente ha in mente Fo, cardinalizio, non pietoso, misericordioso come oggi si dice, il Dio cattivissimo di Mosè e non quello della Passione, che unifica Cristo con Persefone, Dioniso, Osiride.
Il meglio si racchiude in un paio di pagine: il nome Fo, l’infanzia in una Lombardia remota, dove il medico arriva, quando arriva, per caso (per miracolo). E le sintesi immaginifiche di cui conserva la maestria. Di Giona. O del nonno “Bristìn”. O delle rappresentazioni pittoriche. Di tante figure della Cappella Sistina. Delle figurazioni apocalittiche, di Cimabue, Luca Signorelli, Giotto, Bosch.
Da studioso d’arte rilegge il “Cenacolo” di Leonardo sempre corrivo: Giuda è l’unico sereno, insieme col Cristo, e il giovane amoroso accanto al Cristo, sognante, non è Giovanni ma Maddalena, “sua moglie” - con tratto da attribuzionista: “Conoscendo il tratto di Leonardo, risulta chiaro che è una donna”. Ma è di grande cultura anche nell’iconografia, l’esito migliore di questo dialogo: Fo si precisa un letterato visivo, oltre che linguistico, un forte padrone dell’immagine oltre che del linguaggio, più percettivo della critica specialistica.
Quanto a Dio: gli ha dato, gli dà, anche in sogno, molteplici occasioni e lui le spreca? Se é da credere la filosofa Simone Weil: “Se si ama Dio pur pensando che non esiste, egli manifesterà la sua esistenza”.
Dario Fo-Giuseppina Manin, Dario e Dio, Guanda, pp. 175 € 15

martedì 22 marzo 2016

Un terrorismo europeo

Molto il terrorismo urbano islamico ha dell’attacco esterno, all’Europa, ai valori dell’Europa - o alle sue abitudini mentali – e alla sua forza militare o di repressione: la forma (il fanatismo kamikaze), la finalità dichiarata o rivendicata, la scelta degli obiettivi, tutti in qualche modo simbolici, esemplari, il gioco, la danza, l’informazione, la vita collettiva, il “lavorerio”. Ma è un terrorismo più o meno europeo, a Bruxelles come già in Francia e a Londra. Di europei di seconda generazione, nati e educati in Europa. Con legami tenui, perfino inesistenti, con centrali terroristiche estere.
Gli attentatori conosciuti vanno in coppia, in genere fratelli, nati o cresciuti in città in Europa, e soli o solitari, neanche buoni mussulmani, anzi neanche mussulmani, solo irretiti dal gioco al massacro, una  sorta di videogioco. Giovani senza radici, non familiari né di cultura, preda di ogni eccesso, dalla microcriminalità al teppismo e al bullismo, di sé stessi compresi, identità  senza identità - quella islamica é robusta.
Il fatto è tanto più vero se collegato al volontarismo, anche di giovani europei senza legami di sangue o di religione con l’Arco delle Tempeste arabo-islamico. Effetto del romanticismo della rivoluzione: della religione della purezza e del nuovo inizio, del Prometeo liberatore. Di superficialità estrema, e comune generazionalmente, nei casi in cui i kamikaze hanno parlato prima di morire o, se sopravvissuti, pentendosi: non hanno idea di quello che hanno fatto, il loro “messaggio”, quello che hanno recepito e pensano di lanciare, è del tipo twitter, una battuta.  
Un falso mito – falso per l’approssimazione - a cui sarebbe facile rimediare, se l’Europa non vivesse essa stessa in falsi miti, fuori dalla realtà delle cose. Rimediare non nel senso di cancellare il mito e l’orizzonte del Prometeo, ma di ancorarlo: al lavoro, all’impegno, politico, sociale, alla cittadinanza – invece che al benessere dovuto, aun orizzonte chiuso al selfie.

Il mondo com'è (254)

astolfo

Antisemitismo – La summa è in Marx, non critica, “Sulla questione ebraica”, 1843-1844 – in risposta al saggio di Bruno Bauer dallo stesso titolo, 1843. Comprensiva del “complotto” (“I protocolli dei savi di Sion”) e del destino (metafisica) dell’autoannientamento, la cui scoperta si fa risalire al tardo Heidegger dei “Quaderni neri” – di tutti i luoghi comuni dell’antisemitismo Marx pone le fodnamengta, caso preclaro probabilmente dell’odio-di-sé ebraico:
“Consideriamo l’ebreo reale mondano, non l’ebreo dello Shabbath, come fa Bauer, ma l’ebreo di tutti i giorni. Cerchiamo il segreto dell’ebreo non nella sua religione, bensì cerchiamo il segreto della religione nell’ebreo reale. Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’egoismo. Qual è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo Dio mondano? Il denaro. Ebbene. L’emancipazione dal traffico e dal denaro, dunque dal giudaismo pratico, reale, sarebbe l’autoemancipazione del nostro tempo. Un’organizzazione della società che eliminasse i presupposti del traffico, dunque la possibilità del traffico, renderebbe impossibile l’ebreo. La sua coscienza religiosa si dissolverebbe come un vapore inconsistente nella vitale atmosfera reale della società…
“Noi riconosciamo dunque nel giudaismo un universale elemento attuale antisociale, il quale, attraverso lo sviluppo storico, cui gli ebrei per questo lato cattivo hanno collaborato con zelo, venne sospinto fino al suo presente vertice, un vertice sul quale deve necessariamente dissolversi. L’emancipazione degli ebrei nel suo significato ultimo è la emancipazione dell’umanità dal giudaismo…..
“L’ebreo si è emancipato in modo giudaico non solo in quanto si è appropriato della potenza del denaro, ma altresì in quanto il denaro per mezzo di lui e senza di lui è diventato una potenza mondiale, e lo spirito pratico dell’ebreo, lo spirito pratico dei popoli cristiani. Gli ebrei si sono emancipati nella misura in cui i cristiani sono diventati ebrei….
“Qual era in sé e per sé il fondamento della religione ebraica? Il bisogno pratico, l’egoismo. Il monoteismo dell’ebreo è perciò, nella realtà, il politeismo dei molti bisogni, un politeismo che persino della latrina fa un oggetto della legge divina…. Il Dio del bisogno pratico e dell’egoismo è il denaro. Il denaro è il geloso Dio d’Israele, di fronte al quale nessun altro Dio può esistere…. Il Dio degli ebrei si è mondanizzato, è divenuto un Dio mondano. La cambiale è il Dio reale dell’ebreo. Il suo Dio è soltanto la cambiale illusoria. Ciò che si trova astrattamente nella religione ebraica, il disprezzo della teoria, dell’arte, della storia, dell’uomo come fine a se stesso, è il reale, consapevole punto di partenza, la virtù dell’uomo del denaro…. La chimerica nazionalità dell’ebreo è la nazionalità del commerciante, in generale dell’uomo del denaro. La legge, campata in aria, dell’ebreo è soltanto la caricatura religiosa della moralità campata in aria e del diritto in generale, dei riti soltanto formali, dei quali si circonda il mondo dell’egoismo…..
“Il giudaismo, come religione, non ha potuto, da un punto di vista teorico svilupparsi ulteriormente, poiché la concezione del bisogno pratico è per sua natura limitata e si esaurisce in pochi tratti….. Poiché l’essenza reale dell’ebreo nella società civile si è universalmente realizzata, mondanizzata, la società civile non poteva convincere l’ebreo della irrealtà della sua essenza religiosa, che è appunto soltanto la concezione ideale del bisogno pratico. Non quindi nel Pentateuco o nel Talmud, ma nella società odierna noi troviamo l’essenza dell’ebreo odierno, non come essere astratto ma come essere supremamente empirico, non soltanto come limitatezza dell’ebreo, ma come limitatezza giudaica della società. Non appena la società perverrà a sopprimere l’essenza empirica del giudaismo, il traffico e i suoi presupposti, l’ebreo diventerà impossibile, perché la sua coscienza non avrà più alcun oggetto, perché la base soggettiva dei giudaismo, il bisogno pratico si umanizzerà, perché sarà abolito il conflitto dell’esistenza individuale sensibile con l’esistenza dell’uomo come specie. L’emancipazione sociale dell’ebreo è l’emancipazione della società dal giudaismo”. 
La polemica contro Bauer non c’entra. Bauer rifletteva sull’emancipazione degli ebrei avviata dalla Rivoluzione francese per proporre un modello di Stato moderno a sua volta emancipato dalla religione. Non irreligioso ma costituzionalmente tollerante: solo in uno Stato laico, argomentava, tutte le confessioni avrebbero potuto prosperare ugualmente.

Occidente – È valetudinario, se non è ipocondriaco. Ne “Il mondo e l’Occidente” Arnold Toynbee profetizza un nuovo passaggio epocale, come quello che portò l’impero romano a grecizzarsi e cristianizzarsi. Resta da vedere chi battezzerà chi.

Razzismo – La razza è mito, si può convenire con Evola, ma ben tedesco. Per la mole impressionante, anche se non di qualità, e perfino ridicola, degli studi e le professioni di fede. Senza equivalente in altre lingue e culture. Annettendosi le culture germanizzanti limitrofe, dalla Svizzera all’Olanda e alla Scandinavia. Il razzismo e l’eugenetica di Hitler non sono episodici o eccezionali: sono l’esito di una vastissimo impegno a carattere scientifico e culturale. Non se ne fa uno studio, ma quello di Evola, benché datato 1937. quindi coi limiti dell’asse nazifascista, è impressionante.  “Il ciclo razzista che conduce fino al Wirth”, conclude Evola, cioè fino al sistematore delle tribù e sottotribù umane, è solamente tedesco. Con un paio di innesti inglesi e tre o quattro francesi sull’onda dell’antisemitismo.
L’impegno predominante della cultura storica tedesca del secondo Ottocento-primo Novecento, di antropologi, di preistorici e paleontologi, e di storici, sociologi, psicologi, storici della religione, è rivolto, quasi senza eccezioni per un secolo e mezzo, a costruire complesse identità razziali, inafferrabili peraltro malgrado tanto impegno. La lista di teorici e teorie che Evola riassume e critica in “Il mito del sangue” è impressionante. E tutta tedesca, con le eccezioni di Gobineau, Vacher de Lapouge e Chamberlain.
Si parte da Herder e Fichte – quindi Gobineau e Vacher de Lapouge – e si continua con Franz Bopp, Ludwig Wilser (“Origine e preistoria degli Arii”, che tuttora si pubblica in tedesco), Theodor Poesche, Karl Penka, Friedrich Lange, Ludwig Woltmann (“I Germani e il Rinascimento in Italia”, 1905, che si annette il Rinascimento, e tutti i personaggi storici da Dante a Garibaldi e Cavour, fa tedeschi di nome, è tuttora edito in tedesco), Gustav Friedrich Klemm, Alfred Weber, Heinrich Driesmans, Oskar Lange, Christian von Ehrenfels, Joseph Ludwing Reimer (“La Germania pangermanista”, tuttora in edizione), Hans F.P. Günther, F. Ludwig Clauss,  psicoantropologo, Merkenschlager, Boehm, Von Leers, Rosenberg, Hauer, von Reventlow,  Bergmann. E l’olandese Herman Wirth, e lo svizzero Bachofen, per quanto altrimenti benemerito.

Il “mito” di Evola andrebbe implementato della religione dell’avvenire – fu positivista, della scienza dell’avvenire. Nonché di altri nomi non trascurabili, anzi semmai più famosi. Il sewcondo Ottocento pullula di religioni dell’avvenire - in questa chiave si sostenne pure che il marxismo è opera dell’“ariano” Engels, cui il semita Marx l’ha rubato.
E in Francia che l“arianesimo”, come ogni altra dottrina, fu perfezionata. Da Paul Anton de Lagarde, il quale scelse di essere tedesco malgrado le ascendenze lorenesi, voleva Parigi rasa al suolo, e ungheresi, turchi, lapponi e celti perire, in omaggio alla religione dell’avvenire. Lagarde fu amato da molti Thomas: Carlyle, Masaryk e Mann, il quale lo nominò Praeceptor Germaniae. Il genio di Gesù, sosteneva, fu di “non voler essere ebreo”. Lagarde lo sostenne nell’ambito dell’“arianità” di Gesù, dolicocefalo biondo, mentre Chamberlain lo faceva “ariano” ad onore.  Fino a Drumont l’“arianesimo” fu francese.
In Germania l’“arianesimo” ebbe un solo avvocato prima di Hitler, Arthur Trebisch, che era ebreo. Arnaud de Quatrefages, padre dell’antropologia francese, disse peraltro i tedeschi “ariani” a metà, i prussiani essendo slavo-finnici, o finnici, popolazione che il professore non stimava in quanto ramo inferiore della razza bianca. L’ipotesi il dotto politico e scienziato teutone Rudolf Virkow empiricamente verificò nelle scuole tedesche, svizzere, austriache e belghe. La ricerca durò dieci anni e coinvolse quindici milioni di ragazzi, di cui si misurò il cranio e si rilevò il colore degli occhi e dei capelli. L’idea iniziale era di misurare i soldati, ma i generali non vollero. Coronò lo studio la scoperta che pure i finnici sono biondi, benché non dolicocefali, verificata personalmente da Virchow, il quale a tale scopo si recò in Finlandia.
Per un po’ anche spagnoli e portoghesi furono tedeschi, dovendosi esportare l’“arianesimo” in America Latina e nelle Filippine. Nel 1865 l’Anthropological Review di Londra scoprì “una famiglia spagnola bionda e puramente gotica” nello Yucatàn. Ma durò poco, l’“arianesimo” è religione del Nord per il Nord.
In Italia fu diverso: il mito fu pure del Sud. Giuseppe Sergi, siciliano di Messina e fine folklorista, scoprì che gli europei in blocco vengono dall’Abissinia. Giunti in Europa, presero due direzioni, il Nord baltico e il Sud mediterraneo. Quelli del Sud, dice Sergi, “per parecchio tempo dovemmo difenderci dai barbari ariani”. Sembrava una conciliazione e invece manteneva, seppure sottile, la distinzione. Ma rimediò all’eccezione Luigi Pigorini: pur ribadendo l’unitarietà ancestrale in Abissinia, il discepolo di Sergi riconobbe senza esitazioni la civiltà al Nord, tra i baltici “ariani”.
Molto del razzismo nordico fu sviluppato in antitesi a Roma e alla latinità. C’è un filone storico e culturale tedesco che ancora la Germania a Roma attraverso il Sacro romano-impero – il filone degli Ottone, degli Hohenstaufen (di Federico II di Svevia, quello che progettò di unire la Germania alle civiltà greca, latina e anche arabo-islamica). Romantico, ma durato fino a Jünger. E c’è uno instancabilmente antiromano, anche quando non ne avrebbe motivo, predominante nell’Otto-Novecento, compreso Thomas Mann, che è razzista, la propria identità ricercando e affermando in odio alle altre, quella slava e, di più, quella latina.

astolfo@antiit.eu

Stupidario classifiche, bis

C’è chi ci crede:
In Italia i giovani più poveri fra i paesi industriali, secondo il Luxembourg Income Study.

L’Italia ultima per spesa culturale in Europa – “The Economist”-Eurostat.
La maglia nera dell’Italia viene registrata tra la  piattaforma petrolifera più a Nord del mondo, sotto l’Artico, italiana, e il “vento di Marte” della missione Schiaparelli, guidata da due scienziate italiane.

L’Italia spende per la cultura meno della Bulgaria. Ma non paga molto più degli altri, dietro solo alla Germania, e alla pari con la Francia e la Gran Bretagna, per il mantenimento di Eurostat – o questa non è una spesa culturale?

Italia tra gli ultimi, 141 su 169, per la chiarezza del sistema fiscale, secondo la Banca Mondiale.

La migliore scuola è in Finlandia.

La migliore insegnante è in Palestina.

L’Italia è di nuovo paese di emigrazione di massa: trecentomila emigrati nel 2015 (Federico Fubini sul “Corriere della sera”). Sommando le iscrizioni anagrafiche degli italiani negli Stati europei, e non i saldi - le iscrizioni meno le cancellazioni.

L’anima dell’Europa infetta l’Africa, al casino

Proposto in libreria tra i gialli, è un’epopea. Della cultura africana dai faraoni al vudù e al jazz. Di cui si propone di curare un’epidemia, cui vanno soggetti i bianchi, indotti a ballare fino a morirne.  Datata, 1972, e di autore accademico, poi professore a Berkeley, università di California, per oltre trent’anni, l’epopea è anche una satira, dei bianchi e dei neri insieme. Sconclusionata – “haitiana” – e divertente ancora oggi, animata da un detective animista, Papa LeBas, coadiuvato da un mago illusionista, Black Herman. Ma, nell’ambito della Black Renaissance, della riscoperta africana delle radici, è anche un’“americanata”: un atto di pirateria, americana, nei confronti dell’Africa. Di cui qui non c’è niente eccetto il colore della pelle.
L’assunto è oggi scontato: c’era un’Africa prima del razzismo. Non così ancora cinquant’anni fa, quando la riscoperta si veniva facendo col “sole delle indipendenze” africane. Spuntato in Africa e coltivato dagli africani, specie in Kenya e in Senegal. Anche in America, già nel primo Novecento, con Marcus Garvey, Booker. T. Washington e William E. DuBois, ma come ricerca dell’Africa. Cinquant’anni fa, al tempo del Vietnam, Reed, Martin Bernal e innumerevoli altri, con James Baldwin e gli scrittori americani di pelle nera, se ne sono appropriati come di un “circus” americano, con poco rispetto per la storia, e per l’Africa. Un fenomeno di cui è utile dare conto con la presentazione che, all’apparire, ne fa Astolfo in “Non c’è anarchico felice”:
Lo storico Diop è stato defraudato, la storia si fa negli Usa - sarà vero pure questo del Saggio di Gobineau, che “la storia sorge solo dal contatto con le razze bianche”. Si fa all’università, e in Mumbo Jumbo, che fu il primo prestito africano dell’inglese d’America, il casino, ed è ora romanzo di Ishmael Reed. Gli africani si prendono non solo l’Egitto e i faraoni, ma le crociate, i templari e ogni complotto, secolare e religioso, di prima e  dopo, gli africani d’America. Semplicemente mimando la razza bianca del conte – di cui anche la Bibbia dice in fondo che i neri sono un’altra espressione. È l’essenza dell’uguaglianza. Un mumbo jumbo, dice Reed nel suo romanzo storico alla maniera di Walter Scott, l’inventore della scozzesità, è anche giallo, gotico, d’azione e sentimentale, un po’ di tutti i generi si appropria, l’America del Vietnam trasponendo in dimensione animista. La storia della cultura è seduzione irresistibile, benché rischiosa, e gli africani amano divertirsi, sono spensierati ed è il loro bello. Una volta individuato il meccanismo, l’operazione è semplice, la tentazione grande, la storia è della stupidità – anche se il quesito insorge: dove collocarsi, africanisti, terzomondisti, uomini di buona volontà?
“Nero è, con Cristo, tutto l’Occidente. E non c’è scampo per i monogenetisti: nera era Eva e il paradiso terrestre, che sta in Sud Africa dalla parte della Rhodesia, o era in Kenya. Il detective metafisico di New Orleans PapaLaBas pratica nella cattedrale di Mumbo Jumbo vudù e animismo, per esorcizzare la cospirazione contro la coscienza dell’Occidente, il furto che ai neri si fa del rock. L’America balla con gli spiritelli che Haiti ha tenuto nel vaso. Senza la filologia di Senghor e il razzismo antirazzista di Sartre, balla e basta, è un’altra religione e un diverso Occidente. Mentre l’Europa sta con gli associati al bilancino, radiocarbonio, dna, genealogie, etimologie. Il ritorno si fa in the Usa: rimosso Booker Tagliaferro Washington, il pedagogista, omesso Marcus Garvey ma non rimosso, Reed, Martin Bernal e Chester Himes cercano e trovano le radici a New Orleans, in Brasile, ad Haiti. L’America è grande: se evita la barbarie, nella guerra in Vietnam dove carica come toro infuriato cieco, ha dalla sua oracoli e dei. Garvey il ritorno in Africa volle materiale, con le navi, i dollari e i fallimenti dolosi. Ora il ritorno si fa circolare, da e per gli Usa – dispiacerebbe ai gentili afroamericani vivere in un paese altrettanto grande ma vero yoruba, la Nigeria per esempio. E dunque anche la tradizione sarà stata alla fine rubata all’Africa, dai neri americani.
“Ma l’Africa è un falso scopo, in realtà è dell’Europa che i neri si appropriano tramite gli Usa, appropriandosi dei metodi. L’America si rifà nera con tutta la storia dell’Europa. L’Africa faceva bell’arte al tempo dei faraoni, l’Africa sicuramente nera. Non ne ha memoria non avendo scritto nulla, nemmeno sulla pietra, o sulla corteccia degli alberi. Ma la materia fossile è piena di bei manufatti, già gli studiosi sistemano le epoche, dei Nok, dei Yombé, dei Dogon, e quando ci saranno soldi per un’archeologia nera si scopriranno tombe e palazzi. Non di questo però si tratta, questo è Ottocento attardato, l’Europa del nazionalismo. Si tratta di prendere all’Europa l’anima, o all’America. Anche se non si capisce perché rubarla, tanto più se è bacata”.
Ishmael Reed, Mumbo Jumbo, Mimimum Fax, pp. 303 € 14.50

lunedì 21 marzo 2016

Secondi pensieri - 255

zeulig

Esibizionismo – L’artista è un esibizionista. Anche l’artigiano, fino a un certo punto. E il manager. Il santo di più: se non è esibizionista non è esemplare, come la santità si vuole. E dunque una virtù?.

Luce – Messa al centro della liturgia cattolica da Giovani Paolo II (dal Concilio Vaticano II) e professata specialmente dal papa Francesco, è al centro della spiritualità razziale ariana per il conte de Gobineau: “il concetto di luce, di splendore”, nella sintesi critica che ne fa Evola. Gli dei ariani di Gobineau sono “nella più stretta relazione col principio intellettuale”, dell’intelletto “creatore e dominatore”: “Gli dei ariani sono essenzialmente divinità della luce, dello splendore solare, del cielo luminoso, del giorno. Dalla radice du, che vuol dire illuminare, sarebbe derivato il nome degli dei nazionali più significativi delle sottospecie della razza: il deva e il dyaus degli Indù, il Deus dei Latini, lo Zeus  degli Elleni, il Dusgallico, il Tyr nordico, il Tiuz dei Tedeschi antichi, il Devana degli Slavi”.  

Nietzsche – Avversava gli antisemiti -  anche per questo infine Wagner. E in generale il razzismo. Ma ne pone le fondamenta, seppure al suo modo, asistematico e anzi disomogeneo. Resta biologica la sua “religione della vita”, avalutativa e intrascendente. L’“inversione di tutti i valori” è la castrazione della sua “vita”. A opera dello spirito, contro l’istinto, la “forza vitale”. Dei “valori della decadenza”, cristianesimo compreso,  e del “risentimento”, a opera degli schiavi, i deboli, i reietti della natura. Per un moto aristocratico, forse, condito dalla religione a lui contemporanea della “natura”, ma il suo Superuomo è alla fine la bestia bionda conquistatrice.

Opinione pubblica – È la “volontà generale” di Rousseau – il lato oscuro della cosa.

Prova  - È evidence in inglese. Uno dei falsi amici linguistici, poiché la prova non è evidente. Va sempre trovata (scovata), e quando appare “evidente” resta da decifrare – quando non da individuare nella sua stessa “evidenza”, come la “lettera aperta” di Poe.

Religione – È sempre sacrificio, anche se ora simbolico. In tutte le forme testimoniate. Sacrificio altrui: l’officiante, dovendo testimoniare, sopravvive. Ma senza ironia: la divinità è sempre temuta, una entità che va propiziata. 
È il fondo portato in chiaro da Girard. Ma è in questo quadro l’attrattiva (rivoluzione) del cristianesimo, il fatto che introduce un’altra dimensione. Il sacrificio di sé, anzitutto, e non altrui. E come segno non di paura ma di amore. E nello stesso tempo rende conto del significato tradizionale della religione, nelle intemperanze tra Padre e Figlio, e anzi nella rivolta del Figlio nei confronti del Padre – della Legge, della Tradizione.

Carnalità e religiosità vanno di pari passo, anch’essi, nell’esperienza storica. Anche nei soggetti più avulsi, si penserebbe, dai sensi; i santi e, più ancora, le sante.

Tradizione - I fedeli sostengono che la storia vanifica la lezione del passato, che la tradizione invece illumina. Sì, il passato, anche remoto, non trapassa. “Chi non è quello che fu\ fa poesia”, insiste Mary De Rachewiltz. Una cosa che non è pura, il passato contiene tutto, compresi gli errori, e vergognose lacune - questo sapeva già Gobineau, “Sull’ineguaglianza”, il tradizionalista vittima di Wagner e dei wagneristi. Il passato tende all’arteriosclerosi, privilegia le cose vecchie, le vicine le rimuove. Donde l’esigenza d’interpretare la tradizione: alleviare il peso del passato, non lieve a giudicare dalla lentezza dei progressi, è l’unico modo per esorcizzarlo. Il passato è la nostra essenza, non perché millenario, ma perché cerebrale, folle, duro.
La stessa poesia diventa reale col fluire dei secoli. Con “l’oscuro sentimento” che Fichte depreca, il costruttore della nazione e del sociale. La favola s’incarna nella tradizione, che si alimenta del sangue del popolo. Dai tempi di Herder la tradizione, è “disseminata” sulla terra, come la ragione – Herder che, diceva, “non sono che un’onda sul mare della storia”.
La tradizione è dove si esercita la libertà. È la tradizione che ispira il mutamento. Un meccanico la direbbe l’albero di trasmissione. L’odio della tecnica è malposto, perché ne tocca il motore, l’innovazione, e non il presupposto, che può essere giusto e sbagliato. L’innovazione produce solo frutti, il problema è una modernità piatta. Senza radici sarebbe mera ripetizione, sia pure consolante, che quindi sa di morto.

È cultura della decadenza, il culto del passato, di rovine, morti. Dell’Occidente impaziente col passato, che così si vendica. Dappertutto altrove invecchia e muore la natura, non la cultura, la memoria della sto-ria. È l’effetto del movimento a freccia, che il bersaglio intermedio sia fallito o centrato - l’Occidente è un arciere che va di corsa, e a volte vede e capisce poco, mentre bisogna portare pazienza.
Se la tradizione rendesse accessibile tutta la realtà d’un tempo non ci sarebbe d’altronde più storia: sarebbe un bene? “E può succedere”, Heidegger avverte, “che storia e tradizione vengano appiattite a magazzino indistinto d’informazioni, utili per l’inevitabile pianificazione di cui l’umanità pilotata ha bisogno”. Pilotata, e da chi? L’arpa tripla, lo strumento che caratterizza la musica in Galles, è versione dell’arpa barocca italiana, adattata dall’arpista della regina Anna, Elias Sion Siamas. Il pilota potrebbe essere il maestro Siamas, la regina Anna, o lo stesso Galles.

La modernità è antica, direbbe un Oscar Wilde. Ma è pure vero che la storia senza la modernità sarebbe un mondo di pizzichi. La modernizzazione è insensata dove la ricchezza è la tradizione, lo sradicamento va bene per gli sradicati. Ma non è detto: la scienza ha bisogno d’una tradizione per determinarsi, per capirsi. Anche se alcuni nascono in una caverna migliore di altre.

La storia esiste, ma ogni linguaggio e ogni storia, insegna Gadamer, è colloquio con la tradizione. Che è l’essenza dell’interpretazione. E quindi della verità. Un passato non è mai dato, Huizinga insegna, solo la tradizione è data. Vale dunque il precetto di Paratore, che il rettore Taubes da sinistra diede a Rudi Dutschke, d’imparare il latino.

Verità Il documento stesso è una menzogna, argomenta Le Goff:  “Si dimentica che la sua verità è quasi tutta nelle sue intenzioni”. La verità, nella Bibbia, era la voce di Dio, proprio in senso acustico, quello che si dice. Dio si nasconde, nel roveto ardente perfino sotto la formula evoluzionista: “Io sarò quello che sarò”. Ma se il mondo è creato qualcosa di divino ci dev’essere rimasto, imperscrutabile, nell'uno e nell’altro senso, del sapere e non sapere, e del sapere di non sapere.
Nietzsche filologo ne ha intuito il meccanismo – della verità, ma è come dire della tradizione – nell’appunto su verità e menzogna dettato al barone von Gersdorff, ciambellano di Prussia, poi non pubblicato: “Cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite, e dopo un lungo uso sembrano a un popolo solide e vincolanti”.

zeulig@antiit.eu