sabato 28 maggio 2016

Il mondo com'è (263)

astolfo

Bombardamenti – Quelli a tappeto, quotidiani, senza distinzione di obiettivi, che hanno segnato la seconda guerra, sono campo praticamente inesplorato in Italia e in Giappone. Sarebbero pretesto fertile di narrazioni e immagini, ma sono ignorati. Una trascuratezza che va molto, troppo, al di là della disattenzione. Si direbbe per un senso di colpa introietttato, avallato senza riserve in Italia e in Giappone. Ma, allora, non in Germania, malgrado le dichiarazioni pubbliche?
In Germania i bombardamenti sono materia di molte rricerche storiche e narrazioni.

Egemonia – Una categoria politica di cui discute molto la Germania. Non nel senso di Gramsci – peraltro del tutto trascurato nel dibattito – ma in quello strettamente politico, o del dominio, su cui si imperniava la categoria invece dismessa dell’imperialismo.
L’egemonia di Gramsci è “culturale”, nel senso del’autocoscienza del proprio essere sociale e delle potenzialità. Del dominio, se si vuole. Gramsci si muoveva nel solco di Lenin, che in più punti ne prospetta l’esigenza – “la rinunzia all’idea di egemonia è l’aspetto più grossolano del riformismo nella socialdemocrazia russa”, “dal punto di vista del marxismo una classe che neghi l’idea dell’egemonia o che non la comprenda non è, o non è ancora, una classe, ma una corporazione o una somma di diverse corporazioni”, “è proprio la coscienza dell’idea di egemonia, è propria la sua incarnazione concreta a trasformare, attraverso la sua attività, una somma di corporazioni in classe”. Ma di un dominio inteso come esito di una superiorità di progetto e di scopo.
In Germania se ne discute fra i politologi, a sinistra come a destra, come “potenza”, la potenza della Germania. Gian Enrico Rusconi ne dà una parziale rassegna in “Egemonia vulnerabile”. Con limiti: “vulnerabile”, “riluttante”, “controvoglia”. Ma anche “naturale”, “satura” (?), “della responsabilità”, e “di centro”, o “al centro”, quasi un fato morfologico, un po’ geografico un po’ storico. Dando per scontata l’egemonia economica, e col sottinteso di monetizzarla ora politicamente.
Un disegno a ogni evidenza imperialistico. Seppure giocato sulla cosiddetta “etica della responsabilità” - questo significa il “controvoglia”. Facendo cioè quasi un obbligo morale alla Germania di “uscire allo scoperto”: di assumersi l’egemonia come un onere, uscendo dalla comoda equivoca posizione che avrebbe sempre avuto nella Unione Europea di “leading from behind”.
L’egemonia è vecchio tema nazional-consevatore. Di Heinrich Triepel, dimenticato autore di un’opera già famosa, “Die Hegemonie. Ein Buch von führenden Staaten”, del ferale 1938.  Di Ludwig Dehio, “Equilibrio ed egemonia”, 1954. Ma è ora anche della sinistra estrema, quale è il caso di Wolfgang Streeck, “L’egemonia tedesca che la Germania non vuole”, con la bizzarra ipotesi di un’egemonia imposta a una potenza riluttante. Che Christoph Schönberger aveva appena teorizzato da destra, “Hegemon weder Willen”, controvoglia.
Il fulcro del ragionamento di Triepel, che Schönberger illustra, è la funzione naturale di guida devoluta allo Stato più potente all’interno di una federazione. Naturale, cioè imposta dai fatti. Ciò non è avvenuto per lo Stato federale più longevo e meglio funzionante al mondo, gli Usa. Ma il caso non è nemmeno citato. Ciò non avviene paradossalmente neanche nella Germania Federale, che ormai ha una storia di oltre sessant’anni, quasi più lunga del Reich prussiano, nella quale ha affrontato decisioni difficili, come la riunificazione e la stessa Ue, senza il bisogno di un’egemonia al suo interno. Amburgo e Berlino odiano e disprezzano la Baviera, il profondo Sud, cattolico per di più, che è lo Stato più innovativo e più ricco della Germania e dell’Europa, ma è tutto, non si va oltre il leghismo, non ci sono precettori in questa Germania. Anche  il “caso tedesco” è singolarmente ignorato. L’urgenza è solo imperialista.

Francesco  - Un papa kantiano.”Se si introduce nelle questioni di fede un senso morale (come io ho cercato di fare nella “Religione entro i limiti della sola ragione”), il credente non avrebbe in sé una fede vuota di conseguenze, ma una fede comprensibile e in rapporto con la nostra vocazione morale” (I.Kant, “Il conflitto delle facoltà”, tra filosofia e teologia). Nel suo ansioso inseguimento del secolo, delle novità dell’ultima ora, tanto più se di nemici della chiesa e della fede, Kant è un ancoraggio solido per il papa. Per un’etica (così anche per la fede?) da conquistare in continuuum, vigilando, integrando, mutando, mai dandola per scontata o fissata, magari una volta per tutte. E per una conquista anche personale, non imposta dall’esterno – non soltanto imposta dall’esterno.  

Islam - I jihadisti , nei paesi arabi, hanno in prevalenza formazione universitaria. Una ricerca americana, “Engineering of Jihad”, una denominazione che gioca sull’ambivalenza ingegneria-avviamento, li vuole al 69 per cento di formazione universitaria, e per il 44,9 per cento di questo 69 ingegneri. Questo nei paesi arabi. In Inghilterra e in Francia sono invece giovani per lo più renitenti alla scuola, a giudicare dai tanti protagonisti di attentati di cui si sono ricostruite le biografie .

Notevole è l’islamismo femminile, che invece non si sottolinea. Già nelle grandi masse e manifestazione di piazza pro Khomeini. Molte le madri che hanno “formato” i jihadisti, e le jihadiste, specie in Europa, anche se poi pentite o critiche. A volte è un islamismo modaiolo, con veli vezzosi, come si ama sottolineare nelle cronache ora dall’Iran, e perfino dall’Arabia Saudita – dove le uniche due o tre donne a volto scoperto del reame, peraltro esibito solo a Londra, o a Ginevra, fanno testo. Tuttavia, è indubbio che il motore del ritorno all’islam più tradizionale è proprio femminile, in famiglia e in piazza.

La Germania è la prima terra d’immigrazione di islamici, e di ebrei – ce ne sono stati anche di “ritornati”, quelli fuggiti in tempo o sopravvissuti a Hitler. È il paese europeo che ha più immigrati islamici, o quasi, poco sotto la Francia, che ne ha sei milioni. Ha il doppio egli immigrati islamici della Gran Bretagna, quattro volte quelli dell’Italia. Del resto, è sempre il Paese che ha avuto la maggiore immigrazione del dopoguerra, dapprima dal Sud Europa, poi dalla Jugoslavia e la Turchia, ora dal Medio Oriente, fino all’Iran, e dal Nord Africa. Di lavoratori, ma con diritto al ricongiungimento familiare agevolato. Quindi è terra d’asilo. Con l’immigrazione islamica in massa ha maturato però una rilevante avversione.

Legge – È spesso arbitrio. “La legge è qualcosa di sordo e inesorabile”, si sa, almeno da quando famosamente ne scrisse Tito Livio, 40-41. Ma, si direbbe, con limiti, che sono quelli della stessa legge nel suo significato proprio, come atto di legge. L’altro suo significato, figurato, di apparato repressivo, polizie e giudicatura, è invece slegato da vincoli: è puro arbitrio.
Due cause di lavoro lo ricordano, entrambe allo stesso Tribunale, a Roma, contro lo stesso soggetto, la Rai, che hanno avuto la scorsa settimana due sentenze diametralmente opposte, e in contrasto coi presupposti. Lamberto Sposini, colpito da ictus nello studio Rai dove si apprestava a condurre “La vita in diretta” cinque anni fa, ora in difficoltà per pagarsi le spese mediche e la riabilitazione, aveva citato la Rai per il ritardo nei soccorsi, un paio d’ore, che hanno reso devastante l’emorragia cerebrale. Il giudice gli ha dato torto. Ha invece dato ragione – non lo stesso giudice ma lo stesso Tribunale, la stesa sezione di Tribunale – a una giornalista Rai che ricorreva contro un “demansionamento”: un risarcimento di un milione, e il riconoscimento di un’invalidità permanente del 7 per cento, causata dalla sofferenza psicologica.

Manomorta – Era la rendita dei poveri. In capo alla chiesa, ma a beneficio dei poveri e gli ammalati. Lo ricorda Pasquale Villari nelle sue “Lettere meridionali” del 1862, contro l’appropriazione della manomorta a Napoli - che fu il primo pensiero del governo italiano: era con le rendite pie che si mantenevano i poveri e gli ammalati senza reddito nella città. Lo scriveva anche Carlo Cattaneo, nel 851: “Nella sola provincia di Milano si ha una rendita annua di oltre 7 milioni, proveniente da legati pii, da pie fondazioni”. Una cifra, aggiungeva, “che nelle debite proporzioni dà un risultato di soccorso maggiore di quello che offre la tassa pei poveri d’Inghilterra”.
La nascita della borghesia nazionale ne fu infettata, facendo dell’appropriazione indebita e dell’avidità il suo dna. E una questione sociale subito si creò, per l’abbandono delle masse dei diseredati, di cui le storie nazionali non tengono conto, ma testimoniato ampiamente dal proliferare dell’accattonaggio e le epidemie.

astolfo@antiit.eu 

Alice nelle meraviglie celtiche

La prima versione di “Alice”, l’originale: quella orale, trascritta, con disegni d’autore, e regalata a Natale a Alice Lidell con questa copertina: “A Christmas Gift\ to a dear Child\ in memory\ of a  Summer Day”, e il risguardo: “Alice’s Adventures under Ground”.
Prima di approdare al “Paese delle meraviglie”, la bambina curiosa aveva vissuto la propria avventura “Under Ground”, nel sottosuolo. Nel “dorato pomeriggio” di un giorno d’estate, il 2 luglio 1862, Carrollo\Dodgson era in gita in barca sull’Isis, da Folly Bridge, vicino a Oxford, a Godstow, insieme col reverendo Robin Duckworth, e le figlie del decano Liddell, Dorina, Edith e Alice, con la governante. La gita restò memorabile soprattutto per i racconti del reverendo Dodgson alle bambine. Qualche mese dopo il reverendo le trascrisse in bella copia, adornandole di molti disegni, e ne fece regalo a Alice, la più curiosa e intraprendente delle sorelle.
Il prezioso volumetto è la riproduzione anastatica del manoscritto, testo e disegni, con la traduzione e una introduzione di Adele Cammarata, tanto succinta quanto pregnante. Specie dove trova ad “Alice” una derivazione dalle fantasie celtico-druidiche. Per echi forse irriflessi ma evidenti. L’albero che nei disegni di Carroll\Dodgson qui affianca la porticina da cui passerà Alice nasce da un gioco di parole, un identità: quercia e porta sono unificate nel celtico duir. La stessa parola, duir, quindi quercia e porta, è il mese lunare celtico che va da 10 giugno al 7 luglio. Il reverendo Dodgson frequentava George McDonald, lo scrittore dei miti e del fantastico celtico, e noti pittori Pre-Raffaelliti, che prediligevano miti e leggende celtiche. Il titolo della storia fu a lungo “Elfland”, prima che “Wonderland”: “Alice nel  paese degli Elfi”..
I disegni di Dogson\Carroll Cammarata trova senz’altro del “genere horror”. Non delicati e nemmeno gradevoli. Ma con un’Alice, in fondo al manoscritto, più vera di quella di Tenniel: “Era bruna, e portava i capelli con la frangetta e la riga nel mezzo”, invece della bimba bionda, con la fascia sulla fronte e il grembiulino di Tennant. E con lei molto altri personaggi, molto diversi da come Tenniel ce li ha poi fatti immaginare. Per un fatto semplice: che la prima stesura di “Alice” è sicuramente “a chiave”, molti nomi corrispondono a personaggi reali: il Pappagallo è Lorina (Lory, equivalente di “Loreto”), l’Aquilotto è Edith (Eaglet), il Dodo è Do-dogson stesso, l’Anatra il rev. Duckworth.
Lewis Carroll, Alice underground, Stampa Alternativa, remainders, pp. 165 € 5

venerdì 27 maggio 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (287)

Giuseppe Leuzzi

Un solo film, tardo, e a basso budget. Anzi no, un film d’autore, quasi da superotto, “Fuocoammare”, il film di Gianfranco Rosi. Su un luogo, Lampedusa, e su una serie di vicende, gli sbarchi in massa, le morti in massa, i salvataggi, i soccorsi, gli sos, che altrove avrebbero suscitato una letteratura e una filmografia. Un delirio d’immagini, tutte potenti, di personaggi, tutti fuori norma, di situazioni. E un solo film. Quasi autoprodotto. Se Lampedusa fosse stata a Genova, oppure al Lido di Jesolo?

Il film di Rosi, premiato a furor di giuria a Berlino, è stato peraltro poco visto in Italia, poco raccomandato. I critici rispondono solo ai grandi produttori, Berlusconi, la Rai, Sky. Ma non è tutto: non ha funzionato nemmeno il passaparola. Il leghismo ottunde i sentimenti.

Falliscono le banche venete. Tra ruberia e malversazioni. Non una, per caso, per un errore, per la disonestà di un amministratore. No, falliscono (cioè non falliscono) a grappoli – in altra area si direbbe che “fanno sistema”. Piccole, medie e grandi. E niente: una inchiesta? una indagine? una moralità? Anzi, quasi non se ne parla, se non con riverenza, quando non con ammirazione. Niente questione morale, niente tare ereditarie, niente mafie. La deprecazione si conserva contro le retribuzioni dei funzionari pubblici siciliani. Anche contro la malasanità a Vibo Valentia, peraltro minore che a Niguarda.

Seriamente, qualora fosse possibile: è il Sud, la Sicilia, che vive al di sopra dei propri mezzi, oppure il Veneto?

L’unità a Custoza
Non si tiene conto di Custoza, di cui si vanno a celebrare i centocinquant’anni tra un mese, nella storia dell’unità d’Italia, ed è una mancanza grave. La “battaglia” vide protagonisti i protagonisti reconditi della stessa unità, Vittorio Emanuele II, Lamarmora, Cialdini – reconditi nel senso che ne furono protagonisti, malefici, quelli che la fecero fallire, ma non si dice
Il terreno era infido, bisogna riconoscere: due volte l’Italia sfidò l’Austria a Custoza, e due volte beccò.  Ma la prima vide Carlo Alberto fronteggiare con abilità e coraggio le truppe preponderanti di Radetzky per quattro giorni, dal 22 al 25 luglio 1848. La seconda volta vide suo figlio Vittorio Emanuele II in concorrenza con i suoi generali preferiti Lamarmora e Cialdini, per la “vittoria certa”, e quasi una lezione all’alleata Prussia di Bismarck, che tardava a dare battaglia all’Austria: 150 mila uomini contro la metà degli austriaci, e 400 cannoni. Due o tre volte l’organico e i mezzi di Napoleone a Austerlitz. E un avversario attestato in pianure indifendibili. Ma ognuno combatteva per la sua gloria, cioè non combatteva: la battaglia in realtà non ci fu, la sconfitta fu autodichiarata.
Un generale non della cricca, Giuseppe Govone, riuscì a prendere Custoza attacando da Ovest. A quel punto bisognava continuare l’attacco – lo “sfondamento” - ma nessuno si mosse. Il comandante delle divisioni attestate a Villafranca, 5 km. da Custoza, Della Rocca, uomo del re, si rifiutò di marciare. Cialdini, schierato a Sud, sul Po, invece di attaccare si ritirò. Fu il segnale di una lotta tra generali per rinfacciarsi una sconfitta che non cera stata – anche come perdite, gli austriaci ne avevano avute di più, le truppe italiane mantenevano integri l’armamento e gli effettivi schierati. Alfonso Lamarmora era capo del governo e comandante in capo delle forze armate.  
Lamarmora e Cialdini, governatori a Napoli subito dopo la consegna del Regno a Vittorio Emanuele da Garibaldi, e poi alla testa della lotta al “brigantaggio”, sono i principali artefici di quella che sarebbe diventata la marcia questione meridionale. Sbarcarono a Napoli con un disprezzo, totale, irrimediabile, e la stessa scienza militare che mostreranno a Custoza applicarono subito (im)politicamente all’unificazione.  

Mafia antimafia
Mafia e antimafia
Si moltiplicano gli arresti nella “terra dei fuochi”, tra Napoli e Caserta, una volta la parte più proficua della Terra di lavoro,  per i rifiuti tossici. Senza ancora un processo dopo tanti anni. E senza ritrovamenti dei rifiuti tossici indicati dai pentiti. Non si scava abbastanza?
E come si fa la bonifica se non si di che rifiuti si tratta?
Si tratta di dare qualche appaltino agli ambientalisti?
Di dare un'occupazione riposante agli inquirenti - basta lo scandalo?
Rifiuti così velenosi e nessuna urgenza?
È una storia metropolitana – Napoli e Caserta se ne gloriano, quasi?
Ma i rifiuti tossici da qualche parte verranno pure. Ospedali, aziende. Per ché non si tracciano le fatture? O, peggio, che le fatture non ci siano? Non ci sono responsabilità in chi le ha cedute, a operatori ecologici non affidabili, per trattamenti non adeguati?

C’è una strana voglia di mafia a Roma. L’hanno innestata Pignatone e Prestipino e si può capire, sono siciliani, anzi palermitani, e non  hanno altro argomento. Ma si vuole la mafia per affittopoli, che è invece una fatto di corruzione romana , “normale”, nota a chiunque e da alcuni decenni anche denunciata, protagonisti ricchi e poveri, destre e sinistre, preti e magiapreti, chef stellati e centri sociali.
Da qualche tempo la mafia viene estesa al litorale, che per averlo frequentato, come altri milioni, si può attestare che non ha proprio nulla di mafioso. Ci sono abusi – si vedono – come dovunque, una duna mediterranea spianata per il punto ristoro, un chiosco bar al centro della profonda spiaggia, utile ma certo non concessionario, etc.. Ma roba di capoccioni che si sono fatti da sé, qualche famiglia di rom, qualche altra di veneti sfuggiti alla bonifica. Dov’è la mafia?
Voglia d’infangare Roma? Non gliene frega nulla a nessuno, Roma è abituata agli invidiosi. Vendere una copia in più? Semmai il giornale non si compra più per questo: troppo contato, noioso. Un lavoretto semplice semplice per gli inquirenti? Questo è possibile: polizie e giudici s’acquattano dietro il concorso esterno in associazione mafiosa e tornano a dormire – o intrattenere l’amante, qualcuno ce l’ha.
Ci sarà un giorno un’antimafia che colpisca questo tipo di corruzione “romana”, dell’abulia degli inquirenti?

La mafia, dove non c’è, è noiosa.

Non c'è la mafia a Palermo. Non più dopo Riina e Provenzano, dopo gli ultimi fuochi contro  Falcone e Borsellino. Giusto un fantomatico Messina Denaro, che magari esiste anche.
Di fatto si processato i Carabinieri. Da parte di altri Carabinieri. E dei giudici palermitani, che altrimenti si annoierebbero - in attesa di un posto a Roma, anche solo al Csm ora che non ci sarà più il Senato.
Questi processi sostitutivi sono talmente inventati che perfino i giudici di Palermo non possono fare a meno di mandare assolti gli imputati.
Ma la filiera sembra inesauribile. Assolti Mori e Obinu, si processano i Carabinieri di Mori e Obinu,  per falsa testimonianza. E c’è sempre, minaccioso, lo Stato-mafia – idea geniale del giudice Morosini.
Con Morosini non comincia, però, la decadenza? È il primo giudice che dovrà accontentarsi del Csm, non essendoci più, si spera, il Senato. Dove non si fa nulla, come al Csm, ma s’incassano 30 mila euro al mese, metà assegno, metà rimborso spese a forfait – la parte assegno per tutta la vita.  

Milano
Ci si meraviglia dell’utero in affitto. Delle madri in affitto chicanas o filippine. Mentre il business era in fiore, e in luce, a Milano, con “modelle” a caccia di mille euro. Presbiopia? Ipocrisia? Milano per un po’ si nasconde. Poi si perdona. E poi Antinori ha quel nome toscano. .

“Sulla cessione il nodo sono io: resterei altri tre anni ma i cinesi mi vogliono cacciare”: è proprio Berlusconi, il decisionista indeciso a tutto. Un imprenditore che non sa che comanda uno solo.
O la verità è, com’è probabile, un’altra: che i compratori non “sganciano”.

La vendita a cinesi sconosciuti. Che parlano un linguaggio ignoto ai più – la fidejussione è la stessa ovunque, ma per questi cinesi evidentemente no. Tramite un mediatore italo-americano, Sembra una commedia alla Totò e Peppino, ma tutto è top, trattandosi di un affare meneghino, la cessione del Milan.

Altrove approdano sceicchi con montagne di soldi, a Parigi, a Londra, in Spagna, in Germania. A Milan sedicenti affaristi afroasiatici. Ci sarà una ragione?

Muti cacciato vent’anni fa ritorna alla Scala, dove da un pio d’anni gli fanno ponti d’oro. Ma ci torna con la sua orchestra, La Chicago Symphony. Contro cioè l’orchestra della Scala che lo cacciò. Ma tanto basta per dire: “La sua Scala lo sta aspettando”. Dopo che si è perdonata, Milano si consola.

Muti mette gli accenti sulle i: “Oggi non no nessun rancore verso il teatro. Ognuno di noi può commettere errori, però una cosa me la riconosco: di aver messo in quegli anni tutto me stesso”. Si vede che Muti non è di Milano: ha un’altra logica.
Mai un’autocritica, neppure un accenno, da parte dell’orchestra e della direzione della Scala, che cacciarono Muti. Erano gli anni del sindaco leghista Formentini - Muti è di Molfetta.

Nessuna autocritica nemmeno oggi, che Muti dice, rivendicando il suo proprio impegno: “Si vede dal repertorio sinfonico e operistico che ho diretto e dalla qualità dell’orchestra”. Sottinteso: allora – oggi nessuno invita più l’orchestra della Scala, troppi poltroni (ma anche questo, non si dice).

Milano tiene molto all’Europa, e si paragona a Francoforte. È giusto, se, come il cav. grand’uff. Marinetti scriveva alla signora Rachilde, “la città è essenzialmente tudesca”.  Ma è evidente che i milanesi, abbonati a Montecarlo, o anche solo a Santo Domingo, non sanno più com’è fatto il mondo dietro Chiasso.

Tangentopoli. Ci voleva un prete, gesuita per di più, per dirne senza lamenti la portata: “Una sorta d’infezione che intacca il senso di lealtà sociale, fondato sulla parola data, sul mantenimento delle promesse, sull’equità delle relazioni. Ne consegue la sfiducia, la quale porta ciascuno a preoccuparsi di sé. Il danno è grave, perché la società si basa sulla fiducia”. Con altre parole – la corruzione “bianca” – c’era arrivato già otto anni prima dei giudici.

Ma Carlo Maria Martini, cardinale e arcivescovo di Milano, era un prete speciale – scelto da un papa che non amava i gesuiti. Non milanese (era piemontese), si faceva le sue vacanze come tutti, come cápita, ed era capace di camminare, anche per ore, anche da solo.

leuzzi@antiit.eu

La passione del mattatore

Pacino, che invidiava Gassman, ne ha anche rifatto il non fortunato “Profumo di donna”, fa il Benigni: il suo attore è un mattatore, per liberarsi deve gigioneggiare. Con accenti sempre appassionati, eccessivi. Ma dà una lettura avvincente della “Salomè” di Wilde, in parallelo con la vicenda giudiziaria, e col “De Profundis”, il tradimento dell’amato: come una antevisione del suo calvario. Ha anche un rassicurante piglio giovanilistico, nient’affatto trombone, benché sempre in scena e a 71 anni – quanti ne aveva cinque anni fa quando fece il film, non premiato a Venezia: breve, diretto, tonico.
Lo stesso con Jessica Chastain: le concede poco ma la valorizza come una nuova Meryl Streep, più e meno sgradevole. Più attrice, con più teatro, e più attraente, con più ruoli.
Al Pacino, Wilde Salomé

giovedì 26 maggio 2016

La ripresa è drogata

Succede di ritrovarsi il modello di auto comprato tre anni fa in vendita a tremila euro in meno, il venti per cento. Con considerevole danno sul mercato secondario, volendo rivendere. Follia delle case costruttrici – della Fiat nel caso? No, la ripresa è drogata. Il dato di marzo, del crollo dei fatturati dell’industria, non è casuale o insignificante, come viene presentato: si vende per vendere, anche in perdita, o con margini al minimo – non c’è domanda (non c’è reddito per sostenere la domanda)
A marzo il settore auto, che ora risulta al cuore della brusca frenata di vendite e redditività degli industriali, aveva aumentato il numero di veicoli venduti del 20 per cento – del 30 per cento il gruppo Fiat, Alfa Romeo esclusa. Il comparto che ore registra un calo del fatturato doppio di quello di tutta l’industria nel suo insieme rispetto a un anno prima: del 6,5 per cento. Un crollo.

Letture - 259

letterautore

Céline Un precario a vita, di fatto e di sentimento, handicap grave per uno che non aveva scelto e non apprezzava la bohème. Il precario per eccellenza, frustrato, risentito, marginale – il su demonismo è la sua marginalizzazione costante. Le biografie non mettono in rilievo questo senso di precarietà. La prima lettera alla scrittrice Élisabeth (Lucie) Poquerol, per la recensione del “Viaggio” che più lo ha lusingato, è tutta in queste poche rughe: “Non sono un funzionario, lavoro a giornata in un dispensario. 60 franchi al giorno. 25 malati. Quando non ci vado non vengo pagato. Niente diritti, niente pensione, ausiliario, come si dice… Giorno per giorno da 6 anni – da 39 in realtà”.
Depresso si dice sempre, e non per “cattiva volontà”, e stanco.

È nella corrispondenza con le “amiche” uomo disincarnato, a tavola e a letto, malgrado gli eccessi provocatori della stessa corrispondenza e dei romanzi. Parla molto di sesso ma con occhio clinico. Ricorda N:, nella testimonianza a Colin W: Nettelbeck raccolta in “Lettere alle amiche”: “Lui che frequentava solo buoni ristoranti, dove ci metteva un’eternità a scegliere i piatti, attentissimo a tutto ciò che mangiava, non sembrava ricavarne alcun piacere, cos’ come facendo l’amore”. Era astemio.
Alla stessa N. scrive il 22 novembre 1932, vigilia del Goncourt, che sarà assegnato il 7 dicembre e che è quasi sicuro di vincere: “Sono continuamente tormentato da tremende miserie materiali e umane e sociali, tanto che non ho quasi il tempo di vivere, cioè di procurarmi  del piacere” – sono o mi sento è la stessa cosa.
Ipocondriaco fu certamente, con punte di paranoia. L’insistenza sulle malattie, sulla decadenza del corpo, l’abulia, l’ossessione del cancro, malato immaginario più spesso che non. Insistente. Al modo come lo dice alla sua nuova amica, la scrittrice Élisabeth “Lucie” Poquerol, subito dopo il “Viaggio”: “La mia vita è finita, Lucie, il mio non è un esordio, è un epilogo nella letteratura, una cosa ben diversa – o piuttosto le mie vite, poiché insomma ne ho avute almeno tre o quattro che io sappia”. Lucienne Delforge, la pianista che aveva la metà dei suoi anni, se ne allontanò perché lo sentiva distruttivo – la “nevrastenia” ne lamenterà, da “canceroso”.

La vita è “un gioco al quale in qualche modo abbiamo già perso in partenza”, nota Colin W. Nettelbeck - curatore delle “Lettere alle amiche” - della prima corrispondenza di Céline, attorno al 1932, l’anno del “Viaggio” e del successo: comincia qui il pessimismo di Céline. Che non è connaturato, i coetanei anzi lo ricordavano espansivo, compagnone, sempre battagliero, anche nelle cause perse. Comincia in contemporanea col progetto e la redazione di “Morte a credito”: è la cattiva coscienza di quella terribile requisitoria familiare – Gadda, che ne avrà sempre cattiva coscienza, anzi se ne farà una colpa, sarà molto più blando. “Io non ho avuto giovinezza”, lamenterà il 10 marzo 1934 con N.: “Mi vendico a modo mio su tutto ciò che trovo”.
Il culto della bellezza, e di una femminilità maschia: compagnona, virile. Nulla del misantropo, e del lupo solitario.
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Critica – È la ragione d’essere dello scrittore per Čechov: ”Se avessimo una critica saprei se sono un elemento, buono o cattivo, non importa; saprei se sono utile come una stella è per un astronomo. Cercherei allora di lavorare e sapere perché lavoro Adesso invece io, voi”, scrive al suo editore Suvorin, “Muraviev, somigliamo a manici che scrivono libri e pièces per il loro proprio piacere. Il proprio piacere è una bella cosa, certo, lo si prova scrivendo, e poi?”.
Senza il critico, testimone e garante, anche un  po’ pigmalione, non c’è l’opera d’arte: “Un’infinità di razze, di religioni, di lingue, di civiltà sono scomparse senza lasciare traccia, per mancanza di storici e di biologi… Allo stesso modo per la mancanza totale di una critica spariscono sotto i nostri occhi un’infinità di autori e di opere d’arte”.

Dante – Era un politicante. La cosa, nel disprezzo oggi della politica come professione, si trascura. Ma è nel suo caso insopprimibile, tanto più che era per lui un bisogno, una droga quotidiana.
Santagata lo ricorda con Paolo Di Stefano sul “Corriere della sera” domenica: la “Commedia” è tutta politica, le prime due cantiche, il “Monarchia” ovviamente pure. Quando scrive l’“Inferno” è guelfo – “Dante confida ancora nell’amnistia personale”. Nel 1308 Corso Donati muore, e con lui la speranza dell’amnistia: “Nel «Purgatorio» cambia tutto”. Nell’“Inferno” ha condannato Federico II in quanto epicureo, nel “Purgatorio” ne salva invece il figlio Mafredi, “scomunicato come il peggior nemico della Chiesa”, ma “capo dei ghibellini italiani”.  Lo stesso fa con Federico da Montefeltro e suo figlio Guido.
Alla discesa di Arrigo VII, prosegue Santagata, Dante si schiera con lui. Da Genova si reca probabilmente a Pisa a incontrarlo, nel 1312. A Pisa scrive probabilmente il “Monarchia”.
Un terzo cambiamento si ha quando l’imperatore l’anno dopo muore: “Il partito ghibellino si squaglia e il capo della città diventa Uguccione della Fagiola”. Dante era già in rapporto con Uguccione, e più lo diventa nell’occasione: Nel 1315 i pisani cacciano Uguccione, che finisce a Verona, da Cangrande della Scala, “ed è pobabile che Dante sia stato accolto nella corte scaligera grazie a lui”.
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Misericordia – È celebrata nei salmi di Borges, un altro argentino, nel suo “Vangelo apocrifo”: “Beati i misericordiosi, perché la loro gioia risiede nel’esercizio della misericordia e non nella speranza di un premio”.
Ma il verso lo stesso Borges commenta in un’intervista come “una liberazione dal cielo”: “Come disse Shaw, «Mi sono liberato dalla corruzione del cielo». Il cielo, in realtà, non è che una forma di corruzione”.

Pasolini - La foja insaziata della mitografia omosessuale si imputava a colpa, è risaputo. È un classico: “Giura”, irrideva Kavafis al suo sé, e poi, “quando giunge la notte col suo potere\ del corpo che desidera e reclama, fa ritorno,\ smarrito, a quel predestinato suo piacere”. Ma Kavafis era ben più solo di Pasolini ad Alessandria. Che invece ha una larga società che non gliene fa alcun rimprovero, se non appunto per l’ossessività, ma torna a casa dalla mamma ogni notte in colpa. Forse per riconoscersi nel materialismo naturale degli aborriti Usa, del sesso come evacuazione. O in realtà senza colpa, per una voglia sacrificale, verso l’amata madre altrimenti impossedibile.
Susanna, la madre dolce che cancella il marito, è il tremulo nibbio di Leonardo e Freud, lo è nei geroglifici in Egitto. Nella leggenda cristiana il nibbio è solo femmina, fecondata dal vento, novella Vergine. Se l’omosessualità, forzatamente senza figli, è narcisista, la moltiplicazione delle marchette è un martello pneumatico contro se stessi, una forma di autocrocefissione, la morte oscena. Non si sa di un erotismo goduto infernalmente, neppure in Sade. Non nell’esercizio esasperato dell’omosessualità, la retorica del genere è mite. Voleva essere il Poeta della Vita, di ciò che è. E la realtà, essendo beffarda, gli ha restituito odio e umiliazione.

Pinocchio – Il signor Bortolucci, intagliatore, è il più fotografato della fotografatissima Roma turistica, nel negozio laboratorio che ha aperto in via di Torre Argentina dietro il Panteon. Con i Pinocchio che fa intravedere appesi al soffitto, mentre sull’uscio lavora al tornio. Non c’è bambino che passi che non si fermi incantato. Non c’è mamma che resista a immortalarsi, anche lei, col burattino. Anche i babbi sono curiosi.

Epico? Camilleri, “Certi momenti”, ne ha il sospetto, ricordando che così gli si presentò alla prima lettura, quando , a dodici o tredici anni, racconta, essendo stato prima occupato a leggere “romanzi e storie da grandi, non avevo aperto una pagina dei cosiddetti libri dedicati ai ragazzi”. Ne fu affascinato come quando, a otto anni, aveva scoperto l’ “Orlando” dell’Ariosto-Doré: “Ne ebbi la stessa fascinazione subita con l’ “Orlando” e fu forse per questo che le avventure del burattino si trasformarono per me in un racconto epico; mi colpì moltissimo la coincidenza del nome Medoro”. Un’impressione che perdura, ancora oggi che Camilleri ha novant’anni: “Ancora oggi non riesco a non considerare il libro di Collodi, che ha sempre il suo posto nelle librerie dei ragazzi, come una narrazione epica”.

Wagner – “Un romantico”, lo liquida Borges. Forse è qui la radice del disagio – dei non convincenti fanatismi: “Non capì nulla dell’universo scandinavo”.

letterautore@antiit.eu

La verità di Primo Levi e altri soggetti

Camilleri al meglio, narratore impenitente, di sorprese sempre piacevoli. Di persone conosciute e fatti vissuti, scelti o presentati con bonarietà. In una dimensione “più” vera, da testimone vivente, oltre che simpatetico. Tabucchi per qualche motivo irraggiungibile. Pasolini intrattabile, ideologo e poeta quasi disumano. Arthur Adamov, depresso cronico, che a Roma invece si entusiasma.  Salvo Randone, il siciliano geniale e cupo, capriccioso. Le bizze del capitano in congedo Gadda, e di Stefano D’Arrigo, lo scrittore di “Horcynus Orca”. Un ricordo affettuoso di Livio Garzanti – l’unico? E, forse, la “verità” di Primo Levi.
Con qualche traccia di robusta antropologia. Semplice: la vita sotto i bombardamenti. Complesaa: gli sdoppiamenti del cantastorie Minicu (due teste, due nature..) - il due in uno di Nietzsche e della dialettica.
Impagabile il richiamo alla necessità della dizione, tanto più oggi che si recita alla tv, e anche sullo schermo, da parte dei doppiatori, “come nella vita”, con suoni cioè incomprensibili o insensati, soprattutto le belle ragazze che si promuovono attrici. 

Andrea Camilleri, Certi momenti, Chiarerelettere, pp. 163 € 15

mercoledì 25 maggio 2016

Renzi kamikaze

Non si vede, è ormai un mese che ha lanciato la campagna, la ratio di Renzi nel referendum sulle riforme. Coalizzare tutte le opposizioni, più quella interna al Pd, lo dà in netta perdita, 7-3.
Punta alla convinzione personale dell’elettore, al fatto in sé, saltando la politica? Ma è difficile, l’argomento non si presta. E comunque avrebbe bisogno di una spiega puntuale e umile, contro l’arroganza dei partiti, non facendola invece propria.
Punta a un “plebiscito Renzi”? In Italia non funziona, niente uomini della Provvidenza, più che un kamikaze sarebbe allora uno deciso all’harakiri.
È Renzi in Giappone a suscitare un vocabolario masochista? Ma da rottamatore a kamikaze, questa è l’unica certezza. Non sfidato peraltro da nessuno: la sua non è una reazione, magari disperata, è un attacco.

Stupidario italiano

L’Italia è al 47mo posto nel mondo per la produttività, secondo non si sa bene che “istituto di ricerca”, che però fa notizia sui quotidiani. Nel 2015 ha migliorato leggermente la posizione, dal 47mo al 43mo posto.
Ma l’Italia è il paese che più esporta in Europa, dopo la Germania.

L’Italia è 77ma, su 180 Paesi, per libertà di stampa, secondo Reporter senza frontiere. E ha perduto ben 28 posizioni in due anni, dalla 49ma del 2014. Ma che ha fatto il governo Renzi contro la libertà di stampa?
Non c’è più nemmeno Berlusconi da incolpare. O a Reporter senza frontiere se ne sono dimenticati, che non c’è più Berlusconi?

C’e più libertà di stampa in Namibia (posizione 17), Ghana (26), Burkina Faso (42). Semplice ignoranza – il Ghana, il Burkina Faso?

Roma è la città peggiore in Europa secondo l’Unione Europea. Peggiore in tutto: trasporti, sanità, sicurezza, polizia, manutenzione amministrazione, qualità dell’aria, eccetera.
Ma Roma è la grande città meglio amministrata d’Italia.
Dunque, le grandi città italiane sono le peggiori d’Europa.
E un sillogismo, ma così ragiona Bruxelles.

Roma è la città che ospita e dà lavoro al maggior numero di non residenti, un milione su una popolazione che non raggiunge i tre milioni.
Ma Roma è la città peggiore d’Europa.
L’Europa non è per i non residenti?
Questo sillogismo è già migliore del precedente.

Risate da pazzi

La parte migliore è il remake di “Thelma e Louise” – che è il remake del “Sorpasso. Ma è breve. E annegato nel disagio mentale. Con spreco énaurme, di presenza in scena – non una sola senza - e di talento, delle protagoniste, Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi. Alla quale tra laltro il personaggio della schizofrenica controllata (“Il capitale umano” da ultimo, dello stesso Virzì) comincia a pesare come una maschera.
È l’effetto del pesadismo Rai? Si vuole una commedia, ma come si fa a ridere in una serie di disgrazie senza fondo?
Lideologia di Rai Cinema è dissolutrice. Qui è della famiglia in ogni forma, fino alla comunità o casa-famiglia. Ma è troppo facile. Mentre per lo spettatore è faticosa: due ore di sofferenza - il disagio è contagioso.
Rai Cinema è anche potente, in questo senso vanno rilette le critiche entusiaste. Siamo in pieno disgraziere, neo realista “in linea”: il mondo è mezzo cattivo e mezzo stupido, risaputo e prevedibile - se non per le inquadrature effervescenti di Virzì.. 
Paolo Virzì, La pazza gioia

martedì 24 maggio 2016

Secondi pensieri - 263

zeulig

Arte. E da qualche tempo programmatica - in controtendenza rispetto all’abbandono (fallimento) della programmazione per eccellenza, quella economica. Non si realizza, non si mostra, non si esprime più materialmente, pietra, metalli, colori, voci, suoni. È dichiarata, programmatica, perlopiù prolissamente, e la ricezione fa da sostituto alla creazione – una ricezione necessariamente mediata, esplicativa. L’arte è - era - incarnata, materializzata, ora è un enunciato: “Immaginate che....”.
È verbale. Gli artisti soprattutto sono verbosi: erano muti e ora sproloquiano.

Democrazia –“Un abuso della statistica” la può definire Borges. Da conservatore ma certamente non antidemocratico: il suffragio universale, benché dovuto, non è in effetti una garanzia o un approdo, e semmai inficia la democrazia, la cui essenza è il buon governo. Più dà sostanza alla democrazia il contesto storico, specie nella forma della durata – accettazione delal legge, immedesimazione, per i suoi benefici e anche per le sue costrizioni.  

Dissimulazione – Kant la teorizza – la propone – nel piccolo Streit, la controversia che ebbe con la censura reale quando a Federico II succedette il beghino Federico Guglielmo II, con l’impegno a non discutere più la religione. Lo spiega lui stesso nella prefazione al successivo “Conflitto delle facoltà” 1798 - successivo alla morte di Federico Guglielmo II. La risposta alla intimazione der re, progettata in dettaglio e redatta in tre versioni, ha un puto nodale. Là dove Kant obbedisce “come suddito fedelissimo della Vostra Maestà Reale”. Questa clausola, spiega poi, lo esime dal continuare a non occuparsi di religione non essendo il re più in vita, senza spergiuro.  Per la distinzione che propone tra “veridicità” e “franchezza”: tra il dire con verità tutto ciò che si dice e il dire tutta la verità che si conosce: “Ritrattate e rinnegare la propria intima convinzione è abietto; ma tacere in un tal caso come il presente è dovere di suddito;  e se tutto ciò che uno dice dev’essere vero, non perciò è un dovere dire pubblicamente ogni verità”.
Un dovere dell’ipocrisia? Senza la sacertà di Kant, o della filosofia tedesca, esso scadrebbe a furbizia.

Heidegger - Il presunto antisemitismo dei “Quaderni neri” che ancora non si leggono, successivi al 1929, ripropongono il problema di Hannah Arendt, se si può amare un nazista. Se un’ebrea, perseguitata come tale, può amare un nazista, anche “dopo”. Tra l’altro, nel caso specifico di Hananh Arendt, uno che l’ha sempre trattata da fascista, molto prima di Hitler.
“Quando Hannah è arrivata a Marburg”, Heidegger vegliardo ha confidato spudorato a Beaufret, gentile negazionista, “aveva diciott’anni, era stupefacente d’intelligenza, e non ho mai visto uno studente che sapesse così bene il greco”. Il Filosofo nella menzogna è magnanimo, avendo egli in realtà in orrore le ragazze dai capelli corti, che fumano, e che non sono vergini, tutte cose che Hannah era e non era. La ragazza gli piaceva a letto ma per un po’, lui era sposato e lei ebrea, e la licenziò col paterno consiglio di farsi un amante giovane.
Ma non ci fu niente in quella relazione che non fosse fascista. Una relazione non è simmetrica, ognuno la vive a modo suo. Ma amare non riamati è la disgrazia, come un fiume che il mare respinga, prepotente, subdolo. Se poi dura una vita, e lui è il diavolo, dev’essere l’inferno. Hannah incontrava Martin negli alberghetti, ogni sabato uno diverso. Anzi l’opera si concepì, “Essere e tempo”, nell’“essere breve” intimato a Hannah, segreto, episodico, in locali anonimi, con l’ora assegnata al minuto, e il divieto di scrivergli, o salutarlo in pubblico. Si scrivevano poesie, a quaranta, a cinquanta e a sessant’anni, ma non sono le stesse, dalla parte di lei e dalla parte di lui, benché notevoli.
Il  4 dicembre 1975 il cuore ha stroncato Hannah Arendt a settant’anni, quattro mesi dopo l’ultimo incontro con l’adorato Martin, rincoglionito, ma non abbastanza da non essere sgradevole. Martin Heidegger, che per lei è stato der Einzige, l’unico, dal primo incontro a diciott’anni, nelle pagine del diario che ricopiò col titolo “Die Schatten”, le ombre, per fargliele leggere. “Con la volontà di Dio ti amerò ancora di più dopo la morte”, gli scriveva. E anche: “La tua assenza è una presenza”. E “perdo il mio diritto alla vita se perdessi il mio amore per te”. Lui è “l’intimo amico” di una dedica, “cui sono e non sono\ rimasta fedele,\ sempre per amore”. Lei gli diceva nei primi convegni poesie di Goethe, Hölderlin, Pindaro, Yeats, che accompagneranno il pensiero di lui. “Che tu non possa finire, questo ti fa grande,\ e che tu mai cominci, questo è il tuo destino.\ Ruota il tuo canto come il firmamento…”.
Ma non c’è l’amore, è noto, in “Essere e tempo”, solo in nota. E Hannah è rimasta un’ombra, come il titolo della sua memoria.
Tutte le lettere di Martin Hannah ha conservato, anche i biglietti e le cartoline illustrate, da ragazza e in età matura. Martin le spediva diligente ogni suo scritto. Ma non ha letto mai una riga di lei, le sue lettere gettando nella spazzatura. Lei gli scriveva degli amoretti, con Benno von Wiese, con Günther Stern\Anders, lui si complimentava, e le fissava altri appuntamenti clandestini. Lei gli scriveva “se vuoi avermi” pur sapendo che era “un pirata”. Mentre lui le loda “il tuo amore al servizio del mio lavoro”, e “il tuo modo peculiare di essere per me, la tua gioia nell’essere disponibile”. Cos’altro è il fascismo? La prima lettera di Heidegger, quella della “purezza dell’essenza” di Hannah, esclude ogni “illusione”: “Non vogliamo immaginarci qualcosa come una amicizia spirituale, che tra esseri umani non esiste mai”.
Una sola delle lettere d’amore di Hannah a Martin resta, di cui lei ha conservato la minuta, quella in cui gli giura, ragazza, amore eterno: “Ti amo come il primo giorno – tu lo sai, io l’ho sempre saputo”. E: “La solitudine di questo tragitto è volontaria, ed è l’unica possibilità di vita che mi è concessa”. Anzi no, questa è la penultima. L’ultima, anch’essa conservata da lei in minuta, è quella in cui, il giorno del matrimonio con Stern, gli assicura “la profonda consapevolezza che il nostro amore è diventato la benedizione della mia vita”. Lo assicura a Heidegger.
Un complimento di lui la faceva arrossire di gioia ancora a sessant’anni. Quando riprese dopo la guerra la relazione, la tenne nascosta alle amiche più care. Fino all’ultimo gli ha mandato fotoritratti, senza pudore, come una qualsiasi fidanzatina.
Aveva lasciato Marburg, cioè Heidegger, a ventiquattro anni, da lui obbligata, “assolutamente determinata a non avere mai più un uomo”. È successo, ma, spiegava senza pietà, “mi sono sposata giusto per sposarmi, con un uomo che non amavo”. Con l’unico allievo che Martin aveva ripudiato, Günther Stern, poi “Andres”, un sostituto
Il Filosofo in cattedra aveva bisogno di sgravarsi, e con Hannah, filosofa e fresca, gli veniva meglio, benché sposo di appena sei anni, padre di due figli, come gli verrà con altre allieve e alcune principesse. Anche per il lato clandestino, il celarsi, di cui Heidegger ha fatto un’arte: se la moglie avesse detto “beh, vacci”, la cosa forse non gli sarebbe piaciuta (il non detto si conferma essere la verità di Heidegger su questo e altri temi nella corrispondenza privata che a trent’anni dalla morte si è iniziato a pubblicare, mentre dei due figli si è saputo che uno non è suo). Anche se Hannah, l’amata-per-sempre dei bigliettini della foja, grecista, espansiva, gioconda, sempreverde, così fra i compagni era nota per l’abbigliamento e la naturalezza, insomma amabile, non avrebbe comunque posto problemi.
È lo schema non nuovo dell’amante non ricambiata, e tuttavia devota: la dedizione è luciferina, nel rapporto del dare e avere è inesauribile, le riserve deve avere immense. Il cuore di Heidegger non è cambiato, Hannah disse a Mary McCarthy nel ‘50, quando l’aveva cercato e ritrovato dopo il nazismo: cosa non vera, il Filosofo fingeva, per riabilitarsi. L’amato-per-sempre è allora il padre che si nega? La Germania, che è maschile. Ma il gioco analitico resta inerte nella vicenda. Tanto più che Hannah è stata forte resistente, al presente - non un’opportunista, la persona libera riconosce il nemico quando c’è.

La filosofia sarà stata prodiga di orgasmi negli anni che la guerra approntarono. Anche Jaspers ebbe nel ‘28 a Heidelberg la sua ninfa diciottenne, Jeanne Hersch, ma non un cuore avventuroso. Heidegger invece vi si applica. Ancora nel ‘45, a sessant’anni, è nel letto di Margot di Sassonia-Meiningen, depresso ma non troppo per la sconfitta, e i manoscritti dispersi a Messkirch sotto le macerie della banca di Fritz. Tre anni aveva festeggiato, sotto le bombe, con i figli al fronte russo, la giovane principessa, sua fresca allieva benché madre di due figli, Natali e Capodanni inclusi, la moglie Elfride confinando alla filosofica Hütte nella neve alta senza riscaldamento. Alla fine della storia ha letto a Elfride, autorizzato dalla principessa, le lettere che lei gli ha scritto, e che lui ha conservato, mentre non ha conservato nulla di Hannah, né della moglie.

Kant – Si fa con l’età ottimista. In paradossale antitesi con le connotazioni ordinarie dell’età, ottimismo\gioventù, pessimismo\vecchiaia. Invecchiando rovescia anzi la prospettiva giovanile, di una entropia, si direbbe con Teilhard de Chardin, del mondo, nei saggi del 1754 sul tema “Se la Terra invecchi”, che la fine prospettavano come un processo continuo, una sorta di legge fisica della materia, per la diminuzione d’intensità e il degrado dell’energia all’interno di un sistema chiuso.
Ma già un anno o due dopo, con la “Storia universale della natura e teoria del cielo”, rovesciava la prospettiva, la storia figurando come freccia, dell’“universo in espansione a progressione infinita”.  Al terremoto di Lisbona, 1755, aveva dedicato ben tre saggi: non se lo spiegava.

Libro - È un oggetto. Morto? Muto? Della vita che hanno gli oggetti.

Natura – Non c’è in Platone, c’è in Aristotele. Non c’è in Nietzsche, c’è in Heidegger. È un’assenza che non significa niente? Una storia della filosofia con o senza la natura dovrebbe pur significare qualcosa.

Paesaggio – È un’idea più che una cosa. Ed è idea urbana. Cittadina, e anche colta. Il contadino non vede il paesaggio. Neanche il borgataro, a Corviale o al Tiburtino Terzo.

Procreazione – Il fatto più naturale è il fatto più misterioso della creazione, del progetto di Dio. Che è, certo, buono e preveggente, anche se non si sa perché, ma la generazione mammifera è, anche selettivamente o della progressione naturale, è troppo complicata, e in necessaria: non può essere razionale, giusto casuale.

Senso – Priva di senso più che darne – circoscrive, limita, devia? Lo sostiene Filone, che lo assomiglia al sole: il sole suggella il globo celeste e apre quello terrestre, il senso oscura le cose celesti e rivela quelle terrestri.

Stupidità – È materia fertile anche per il saggio, come vogliono Catone il Vecchio, o Censore, e Oliviero Ponte di Pino ? Così come la malvagità e la criminalità. Per l’eugenismo del male – per la connessione con “stupore”: stupido, stupito. La filosofia invece è sicuramente materia per tutti ma non per gli stupidi né per i criminali.

zeulig@antiit.eu

Borges allineato e coperto a destra

Un’altra delle tante interviste - settecento nella sola Argentina, il doppio con quelle fuori? Questa è la prima alla tv spagnola, settembre 1976, in contemporanea col ritorno della Spagna alla democrazia. Evento di cui Borges sembra immemore, poiché s’impegna come non mai altrove, non richiesto, a professarsi di destra: elogio di Pinochet, con l’annuncio goloso che ne riceverà la laurea honoris causa, e di Manuel Machado, il fratello franchista, critica di Garcia Lorca, e della democrazia (“un abuso della statistica”), straripante di ammirazione e amore per tutto quanto è tedesco – eccetto Goethe (specie della lingua, che fa vocalica, e di “vocali aperte”). Dopo avere inneggiato ventenne, ricorda, alla rivoluzione russa con una raccolta, “Salmos Rojos”.
Per il resto è la solita conversazione da maestro, incantatore. Si confessa “sgradevolmente sentimentale”, riscattato in parte dalla scrittura, dall’obbligo per lo scrittore di rifarsi ai simboli. Consiglia parole semplici, e stile musicale. Fa l’elogio di Whitman. E soprattutto di Cansinos Assens e Macedonio Fernández.
Jorge Luis Borges, Il linguaggio dell’intimità, Mimesis, remainders, pp. 62 € 1,95

lunedì 23 maggio 2016

Ombre - 317


Il papa dice a “La Croix” che se una donna mussulmana vuole portare il velo “deve poterlo fare”. E se non vuole? Possibile che un papa non capisca?

Scandalo, campionato falsato, classifiche da rivedere, per due partite dell’Avellino. Che non si sa nemmeno se sono state truccate. Dopo tre anni di sbobinatura delle intercettazioni che (non) lo provano. I Carabinieri a Napoli non hanno altro da fare?

Il Procuratore Beatrice ha fatto carriera con le intercettazioni selettive contro la Juventus dieci anni fa. Diventerà Procuratore Capo con l’Avellino?

L'Anpi, associazione a questo punto di politici, quanti saranno gli ultranovantenni?, si schiera contro Renzi al referendum. Boschi critica l'associazione, appellandosi ai veri partigiani. Bersani la rimbrotta: come si permette? Bersani è partigiano di che? E Boschi? E i partigiani, poveretti, che a questo punto sarebbero stati meglio nascosti in soffitta, lasciando la guerra agli alleati?

Verdini fa il sindaco a Cosenza, poi a Napoli, e poi a Roma. Ma quanti voti ha Verdini?

Hofer stravince il ballottaggio in Austria: 52 a 48 è una vittoria larga. Ma si preferisce dire che é un pareggio. Si comincia a capire come fu che ci fu Hitler: per il fascismo c'è sempre misericordia, se  sta a Nord. 


Poi vince Van der Bellen. Perché ci sono oltre 800 mila e rotti austriaci che preferiscono vivere all’estero, il 15 per cento dell’elettorato. E un po’ – non tutti – si vergognano.

Si vuole del capitalismo in Italia - in Italia specialmente - che sia protestante. Quando si intende lodare il capitalismo. Quando lo si critica, da Marx a Habermas, invece no. Anzi, oggi, insieme col papa, lo si vuole loscamente cattolico, vaticano.

Per protestare contro l’incuria di cui è vittima un’edicola della Madonna nella sua via di Panico, Paolo Conti scopre indignato che su Roma (non) vigilano almeno nove Sovrintendenze. Possibile non sappia che le Sovrintendenze servono giusto a nominare ii sovrintendente?

Il “Corriere della sera – Roma” allarga il degrado dai marciapiedi rotti e i camion-bar dei Tredicine alla ristorazione: pessima. Nelle pagine nazionali si celebra invece la cucina romana e la ristorazione a Roma, con gran numero di guide e manuali anglosassoni, da Londra allAustralia. La giustizia è sempre di parte.

Si misura la pochezza dei candidati a sindaco di Roma, che invece avrebbe bisogno di una personalità carismatica, dai dibattiti che ci infliggono. Non sapendo che dire, da qualche tempo si contendono Totti. Ma la fantasia non manca: Giachetti (Pd) lo vuole assessore, Meloni (Fdi) allenatore della Roma. Passatempi? Ma non c
è altro.

Oppure sì: cè la solita via da intitolare ad Almirante, è la prima cosa da fare.
Una missina che si fa candidare a Roma da Salvini, questa non era immaginabile.

Luca Valdiserri, che critica le assurdità tottiane, magnifica il messaggio del calciatore testimonial dell’Olimpiade a Roma. Che dice frasi tutte a effetto. “Un bel programma elettorale”, commenta Valdiserri. Dunque, la politica meglio ai copy-writer?

L'imam di Al Azhar in pompa dal papa. Aveva interrotto i rapporti, informa premuroso il Vaticano, perché papa Ratzinger aveva difeso i copti, i cristiani d'Egitto. Il nuovo papa non li difende più?

“la Repubblica” commenta l’ok di Bruxelles al bilancio con un economista tedesco, Lars Feld. Arcigno antitaliano. Che dice un seguito di castronerie: vuole indipendente la Commissione, che invece critica per la sua indipendenza; ne vuole il presidente Juncker addirittura commissariato – senza dire perché; vuole sanzionati tutti, dalla Francia in giù; vuole una Commissione parallela per i bilanci…  Senza una contestazione. A “Repubblica” si pubblica alla cieca?

Ma non c’è solo il dottor Feld. Accanto all’economista Tonia Mastrobuoni attesta che è stata Angela Merkel, con Wolfgang Schäuble, a “rimandare a ottobre” Matteo Renzi, con un “aiutino”. Il made in Germany fa aggio, certo – la Germania Praeceptor mundi.

L’ok di Bruxelles s’illustra anche con una foto su due pagine di Angela Merkel in visita agli astronauti a Colonia – astronauti a Colonia? Poi dice che la gente vota contro la Ue.

Dice Crozza:  “Quando i pm non ti cagano vuol dire che praticamente non esisti”.  O ha detto “politicamente”?

“Nell’ospedale italiano in Pakistan, dove curano le sfigurate dall’acido. In quella zona gli attacchi sono quotidiani!”, riferisce Viviana Mazza sul “Corriere della sera”. Magari non è vero, è una generalizzazione, un po’ di colore. Ma se sì, anche solo in parte, di che discutiamo? Le fedi? Le leggi?

O si cresce o si fallisce

“La ricetta per crescere? Acquisire”. Elementare, i consigli in questo senso si sprecano. Ma si condiscono con statistiche insidiose: “Chi fa shopping guadagna il 60 per cento in più della media”. Prima o dopo aver pagato le banche?
D’altra parte, non c’è un modo diverso di stare sul mercato. Apple cosa fa, se l’iphone si vende poco - per modo di dire: si butta sui servizi. E Amazon, se le vendite dirette ristagnano: diventa una piattaforma per venditori indipendenti.
La ricetta, l’unica, è crescere, aumentare il fatturato. Non affinare i costi, migliorare il marketing, migliorare il prodotto: o si cresce o si muore. Oggi come alla vigilia del crac del 2007. Non c’è altra saggezza imprenditoriale. Motore della crisi non è (solo) l’avidità delle banche, è la stupidità del management. Un’opinione falsata della realtà e incorreggibile.

La natura vive, la parola di più

Un racconto lungo, e una nuova dimensione di Lou, che Claudia Ciardi, antichista tournée comparatista, porta alla luce. Con le edizioncine pistoiesi che tanto Novecento, minore e no, hanno  indagato e portato alla luce, e oggi celebrano compiaciuti i venticinque anni di attività.
Lou ha voluto essere narratrice, oltre che poeta, critica della cultura, e poi psicoanalista. Ha scritto molti ricordi, almeno una commedia, “Il diavolo e sua nonna”, e alcuni racconti, che vann emergendo dal alscito.
Qui scopre la natura, a cui fa da cornice una storia d’amore, più di una, in una escursione turistica. La scopre nelle valli e le vette fulminanti del Tirolo, ma più per programma. Per il monito dello sposo suo infelice Carl Andreas. “Numerosi gli spunti autobiografici”, avverte la curatrice, “a partire dal quel recupero di un contatto con la natura che il marito, Carl Andreas, impose a Lou come necessario per una autentica riscoperta del sé” – la natura che manca in Nietzsche, uomo della storia, questa è da approfondire. Ma è una natura che, come suole, è fatto urbano, tra gli sbadigli.
La vera storia è della dépense e dell’indigenza (freddo, sporco, fatica), annoiata l’una del molto, gioiosa l’altro di poco, pochissimo – un saluto, una salsiccia, una promessa d’amore in quarant’anni, lo spazio di un risveglio, un alt deutsch, lingua nobile, donato al valligiano chiuso nel dialetto. Due giovani che vogliono morire sulle montagne regalano una notte e un giorno di memorie e sorprese al mondo cupo della malga povera e isolata. Con una punta d’ironia – Lou è fredda, feroce – sulla sazietà che si spinge alla buona morte: dal dirupo? nell’acqua? forse il prossimo week-end?
Una storia di amore-morte vacuo, che dà gioia ai poveracci. Il miracolo è della conversazione, della parte innocua della dépense: benché breve, di gesti e parole, cera un mondo, l’illusione. Molto contemporanea, benché estremo alito, esausto, di vetero romanticismo – bisognerebbe pensarci. Robustamente narrata.
Lou Andreas Salomé, Lungo il cammino, Via del Vento, pp. 37 € 4

domenica 22 maggio 2016

Pannella e il disprezzo di Berlinguer

Non si è detto – solo Paolo Franchi oggi, emerito del “Corriere della sera” - che molte delle sue campagne Pannella le ha dovute condurre indebolito dal fortissimo apparato comunista, del Pci. A partire dal referendum fanfaniano contro il divorzio nel 1974.
Gli anni migliori di Pannella, nel senso del riformismo, hanno coinciso con gli anni di Berlinguer al Pci, e la chiusura è stata netta, anzi armata. È incalcolabile il cumulo di accuse, insinuazioni e contumelie che i radicali hanno dovuto fronteggiare da quello che pure, nel gioco democratico, si sarebbe considerato un alleato, per i diritti umani e civili.
Berlinguer disprezzava molti, per esempio Craxi. Nessun cardinale, invece, e nessun vescovo, per quanto reazionario. Perché era un moralista. Si celebra Berlinguer come partigiano della questione morale, mentre era solo un moralista – se per questione morale s’intende la corruzione, il suo partito incassava, eccome, forse più della Democrazia Cristiana. Per lo stesso motivo disprezzava in sommo grado Pannella – negli incontri attorno al 1980 con la redazione di “Repubblica” il nome di Pannella gli provocava una smorfia involontaria.
Ma il problema non è stato di caratteri. È stata la concitata, aspra, asperrima, guerra che il Pci ha condotto contro i radicali. Che quasi sempre proponevano cose giuste.

La Repubblica a mezzadria, tra Fanfani e Pannella

Una storia breve della Repubblica dovrebbe essere questa. Metà delle cose che la tengono ancora in piedi le ha fatte Fanfani, l’altra metà Pannella. I due è come se si fossero dati idealmente il testimone con il referendum contro il divorzio, che Fanfani volle nel 1974 e Pannella vinse, comodo, 6-4.
A Pannella si devono il divorzio, l’aborto, il nuovo diritto di famiglia, l’obiezione di coscienza e l’abolizione della leva obbligatoria, la legge Merli sugli scarichi, la cooperazione allo sviluppo, i diritti degli ammalati, i diritti dei carcerati. Non è riuscito a liberalizzare, specie le professioni, ma ci ha dato molto dentro. E non è riuscito a riformare il diritto e le procedure penali, ma nessuno ci riesce – i giudici sono massa inerte.
A Fanfani si devono, come è noto, le opere infrastrutturali: la riforma agraria coi piani verdi, il piano casa e il piano Ina-case (alloggi popolari), i rimboschimenti, le autostrade, la Rai, i vituperati Enti economici, che ogni anno pagano al Tesoro una decina di miliardi di dividendi, l’edilizia popolare, la scuola media unificata, il centrosinistra, il centrodestra, il quoziente minimo d’intelligenza per i diplomatici, che ne erano privi, la moratoria nucleare, la nazionalizzazione dell’elettricità, seppure a caro prezzo, le regioni, idem, la direttissima Roma-Firenze, il referendum popolare, gli opposti estremismi, e i dossier, di cui montò il primo, lo scandalo Montesi, contro il venerabile Piccioni. Fino all’infausta austerità, coetanea del referendum contro il divorzio.

Sant’Angela Merkel, col dio Bismarck

La crisi dell’Europa non è un arcano: è l’esito della politica di Angela Merkel. Fino alla beffa di oggi, testimoniata dall’Esmt di Berlino, European School of Management and Technology: gli aiuti alla Grecia, che Merkel ha voluto insufficienti e in ritardo, sono andati per il 95 per cento alle banche - dei 220 miliardi prestati, solo 9,7 sono andati alla spesa pubblica, 210,3 alle banche. Quanto a Bismarck, è tante cose, ma dal punto di vista europeo e degli equilibri è quello che ha trasformato una nazione mite e cosmopolita in una massa di rancorosi, che si vogliono aggrediti e derubati. Già la guerra alla Francia del 1870 volle non più di eserciti ma totale e senza condizioni, se non la resa: si prese l’Alsazia e parte della Lorena, pretese i danni di guerra, benché l’avesse dichiarata lui, e proclamò l’impero tedesco nella reggia dei re francesi a Versailles, impero continentale.
Qui si parla della Germania come di “potenza satura”, “centro gravitazionale”, “potenza di centro”. Roba di sociologia politica infetta. Ridicolmente germanocentrica, poiché considera “potenze alle ali” la Russia, ieri e oggi, e la Gran Bretagna, che al tempo di Bismarck era la potenza mondiale. Mentre già Nietzsche sapeva di che si tratta. E non sfugge a nessuno che, fatta la tara dell’antisemitismo, Hitler è un concentrato di Bismarck – non nobile e anzi borghesuccio, ma non un’eccezione, non ci sono interruzioni nella storia.
Bismarck viene ritratto “stupito e turbato”. Ma era stratega e policymaker, architetto e comandante in capo. Non agiva di rimessa ma all’attacco, meglio se preventivo. Questo è oggi ritenuto normale, ma non un secolo mezzo fa, c’era ancora fair play. Mai in difesa in ogni suo atto politico in 28 anni di governo, all’esterno e all’interno. Rusconi insiste che Bismarck si opponeva alle guerre preventive che i generali gli suggerivano, mentre è vero che ne ordinò tre, contro la Danimarca, l’Austria e la Francia, e altre ne minacciò.
Del centro, o della distruzione dellEuropa
Aggiornato, quello del “centro” è il tema di Hillgruber, “La distruzione dell’Europa”: un nuovo “centro gravitazionale” che rovescia il rapporto di forza con le “ali”. Che però non rovescia, lo sfida,  che è diverso. Finendo per portare in Europa il conflitto. Non si è parlato di Brexit fino a che l’Europa non è stata impantanata nella crisi, dell’economia e dell’immigrazione. E ognuno vede il disastro della liberazione dell’Ucraina, per parlare tedesco: con l’Ucraina dimezzata.  Fra Germania e Russia non ci sarebbero vere ragioni di scontro, ma questa Germania le fa sorgere. Come con l’Italia, per dire. Per facilitare e accrescere il proprio beneficio, nazionale, sempre lamentando aggressioni e ruberie. Come fa ora l’incredibile Dobrindt, il ministro anti-Fiat, uno che quattro anni fa voleva la Grecia fuori dall’euro, e poi l’Italia..
Motivi per la Germania di fare guerra all’Italia ce ne sarebbero ancora meno che con la Russia. La Germania è il paese con cui l’Italia ha più felicemente convissuto nella storia, fino a un secolo e mezzo fa, e nelle breve Repubblica di Bonn. Si dice il rigore. Ma quale rigore? Del calcio di rigore che Merkel si assegna e tira contro l’Europa, che ha fatto e fa soffrire senza alcuna necessità, se non il vantaggio comparato per la Germania. Il rigore dell’assurda politica filoturca e antigreca. Che oggi porta Merkel a Ankara, sua meta ormai d’elezione, ai piedi di un piccolo dittatore che non nasconde di esserlo – mai nemmeno viceversa, che Erdogan vada a chiedere qualcosa a Berlino. O dell’antieuropeismo populista che avvelenerà la Germania, dopo l’Austria, è matematico, figlio di tanta arroganza – Merkel lo imputa a Draghi, e non sa nemmeno di dire una barzelletta: Draghi era un drago al tempo della “grande Bertha”, il salvataggio delle banche, soprattutto tedesche, ora è da svillaneggiare.
Rusconi esuma forse materiali residui di un bicentenario l’anno scorso della nascita di Bismarck che sono passati inosservati, salvo i suoi propri contributi. Poca roba, poco documentata, se non con politologi tedeschi. Alcuni, pochi: non c’è Habermas, c’è poco Beck, e di Streeck un’analisi quasi merkeliana, mentre è critico, forse più di Habermas – basterebbe leggere l’attacco della recensione, il 31 marzo sulla “London Review of Books”, del libro di Martin Sandbu: “Europe’s Orphan”: “L’Europa è allo sfacelo, distrutta dai suoi fans più devoti. In estate, avendo umiliato i Greci con un’altra riforma diktat, Angela Merkel ha iniziato un nuovo gioco, per divergere l’attenzione dal disastro economico e politico che l’unione monetaria è diventata.  Cambi improvvisi di politica non sono niente di nuovo per Merkel, che è meglio descritta come un politico postmoderno con un premoderno, machiavellico disprezzo insieme per le cause e la gente…”.
Un mondo di ladri e fannulloni
Merkel non c’entra con Bismarck. Ha liberato l’Ucraina con le rivoluzioni arancioni, dimezzandola. E vuole le sanzioni contro la Russia, ma non per sé, lei ci commercia liberamente. “Renaissance bismarckiana”? Sì, ma nel senso di una statemanship deteriore, distruttiva. Buona, forse, per la malsana propaganda della Germania giudiziosa, in un mondo di ladri, che s’ingozza a spese dei tedeschi. 
Si prenda il balletto indecoroso al Brennero dell’Austria-Germania invasa dall’Italia, mentre è in senso inverso che gli afroasiatici piuttosto scappano – la fiera del teutonismo post-bismarckiano, ora merkeliano. E chi ha voluto la Ue inglobata nella Nato, parte passiva? Per risparmiare qualche euro sulla politica estera e di difesa, senza la quale l’Europa non c’è. Non si può dire l’Europa umiliata da Putin, perché l’Europa non c’è. Rusconi lo fa dire all’ex cancelliere socialista Schröder nel suo libro-intervista, “Klare Worte”, che stranamente non si traduce – ma non ne tiene conto: “L’Occidente non si fida di Putin e Putin non si fida dell’Occidente”. Dopo aver detto che per “la classe dirigente russa” l’Occidente è “anzitutto la Germania”. È la Germania che ha chiuso la saracinesca, di Angela Merkel: “Ai miei tempi come a quelli di Kohl, che io ho espressamente seguito, le estensioni della Nato verso Est erano ancora possibili, perché avevamo cancellato le ansie della dirigenza russa”. Dopo non più: “Dopo di me direi che c’è stata un fase in cui Frau Merkel voleva chiaramente interrompere  la politica verso la Russia dei suoi predecessori, non solo la mia, anche quella di Brandt, di Schmidt e di Kohl”. Merkel ha perduto, ma costringe l’Europa alla sconfitta.
Ora delega alla Turchia il diritto d’asilo e d’immigrazione, a così forte caratura identitaria. A un Paese che essa stessa non ha voluto in Europa in nessuna forma. Che non ha nemmeno firmato gli accordi di New York del 1967, e quindi riconosce il diritto d’asilo ai soli profughi europei. A un regime autoritario, di un governo che è prim’attore die conflitti che generano l’esodo, in Iraq e in Siria.
Merkel si prende dalla fine, cancelliera onnipotente. Mentre è solo spregiudicata. Ha liquidato il suo partito, con la sola eccezione del fido Schäuble. Con una serie di colpi di mano, il più feroce dei quali contro il suo pigmalione – “ho bisogno di un esponente dell’Est” – Helmut Kohl, che ancora non cessa di pensarne male, non potendo più parlare. E guida la Germania e l’Europa con l’improvvisazione.
È probabilmente raro, è comunque una strana sensazione, trovarsi in disaccordo con tutto ciò che pure si legge con interesse, tema per tema, anzi riga per riga. Per di più con la sensazione costante che l’autore voglia dire il contrario di quello che scrive, con la perifrasi, l’allusione, la riserva – ma allora sarebbe un repertorio revulsivo del pensiero politico in Germania che propone, e questo non è possibile. È quello che si dibatte in Germania, tra storici e sociologi, e Rusconi, benché parte in causa, argomentatore anch’egli implausibile, avrebbe allora il grande merito di darcene conto. Ma perché tra le righe? C’è la sudditanza psicologica del germanista, ma solo quella? Come non vedere che la Germania ha cambiato natura, non solo dimensioni, con la riunificazione, rispetto a quella di Bonn?
Bismarck non c’entra nulla con Angela Merkel. Lo dice anche Rusconi: “Bismarck, per convinzione e formazione, è un antiliberale. La sua prima dichiarazione da presidente del consiglio prussian, il 29 settembre 1862, è chiara: “La Germania non guarda al liberalismo della Prussia, ma alla sua potenza”. Per imporsi al resto della Germania e al mondo, che allora era l’Europa: “La Prussia deve concentrare la sua forza e tenerla insieme per il momento favorevole che ha mancato altre volte”. Deve prepararsi alla guerra: “Le grandi questioni del nostro tempo si decidono non con discorsi e risoluzioni di maggioranza… ma con il ferro e il sangue”.
Era la Germania di Bismarck una potenza europea, come ora si vuole quella di Merkel? No, era mondiale. Il congresso di Berlino, 1878, si raddoppia nel 1885 di una congresso coloniale, con l’Africa tedesca, le concessioni in Cina, la flotta. Era la Germania all’inseguimento della Gran Bretagna, potenza allora egemone nel mondo, grazie alla flotta. Guglielmo II licenziò Bismarck per realizzare lui il suo programma, quello del cancelliere: la Grande Potenza mondiale al posto dei suoi cugini di Londra, con la flotta più grande.
Rusconi dà molto credito alle “Memorie” prolisse di Bismarck, che dice perfino ben scritte, anche contro l’evidenza, e non si capisce perché. Bismarck era un antiparlamentarista, e la prima sfida alla Camera prussiana la fa sul bilancio militare. La storia della Germania bismarckiana, quella dell’unità, è una tale serie ininterrotta di errori grossolani, le cosiddette accelerazioni della storia, che si stenta a crederli possibili. In questo senso sì, Merkel si può accostare a Bismarck.
Leading from behind
Il numero delle bizzarrie è inesauribile. Rusconi insiste, trattando l’inafferrabile “potenza di centro”, sul ruolo pacificatore della Germania nei confronti della Russia. Mentre l’ha sempre sfidata. È un dato di fatto, come ha concluso Magris quando ancora un germanista lo poteva: il “destino tedesco” si combatte con gli slavi, “nel vasto territorio e nel tempo plurisecolare del loro confronto”.  Lo stesso Schröder rabbonitore andrebbe rivisto. Rusconi amplia a dismisura il Kohl che a Mosca promette a Gorbaciov nel 1990 di finanziargli  la perestrojka, e di bloccare la Nato all’Oder-Neisse, in cambio dell’accettazione dell’unità. Mentre voleva solo incassare. E già due anni dopo aggrediva la Russia indirettamente, via Serbia, promuovendo la dislocazione della Jugoslavia – che Rusconi e i suoi storici-politologi non menzionano nemmeno: una stupidaggine e un atto efferato, che Kohl promosse all’unisono purtroppo col papa santo Giovanni Paolo II, che era antirusso e volentieri sacrificò il suo dialogo delle fedi all’aggressione.
Sui rifugiati e altri immigrati, che si avventano sull’Europa, “siriani” i più solo di nome, Rusconi fa gran pregio dell’inventiva e l’umanità di Angela Merkel. Mentre è sempre quella del “troppo poco troppo tardi”. Una che, al coperto del “possiamo farcela”, ributta le responsabilità comodamente sull’Italia che li fa passare, i “siriani”, dopo la Grecia. Come fa lo studioso a non vederla, questa è politica di tutti i giorni. E la ricetta anticrisi, che è solo questo: si fa quello che sta bene a me. E poco importa che, a causa mia, l’Europa sia ancora in crisi mentre il resto del mondo è tornato da anni a galoppare. Nella crisi peggiore dell’economia moderna. Questo si chiama mercantilismo. È il proprio del capitalismo avvantaggiarsi delle difficoltà altrui – la concorrenza. E come disegno di politica economica è il cuore dell’imperialismo, senza le armi. Egemonia sì, ma di forza.
Rusconi giunge perfino, qui non c’è ironia possibile, a tenere conto del “Draussen”, del mondo esterno, al modo come i piccoli tedeschi ne tengono conto, di un mondo fannullone e ladro. Magari correndo a salvarsi dagli immigrati, come oggi fa da Erdogan, avallandone la politica fascista, dopo aver rifiutato le richieste della Turchia e dello stesso Erdogan di negoziare uno statuto europeo. La crisi degli immigrati oggi è peggiore di prima? No, prima la Germania aveva bisogno di forza lavoro a buon mercato, ora vorrebbe limitare i flussi. Dov’è la preveggenza, dov’è il disegno politico e strategico? Quali sono i fondamenti della pretesa egemonia?

L’egemonia tedesca si vuole con aggettivi, e questo dice che è una cosa che significa un’altra. “Riluttante” per l’“Economist”, “dimidiata” per il vecchio Dehio, “vulnerabile” per Rusconi, “satura” per altri – satura? E non si sa che cos’è, a parte fare i propri affarucci. In questo Merkel eccelle. E in che altro? L’“Economist” di cui tanto Rusconi fa conto, ne consacra il metodo come un “leading from behind”, che, forse involontariamente, dice tutto. Bismarck oggi è semplice: perché lEuropa è imbarbarita?
Gian Enrico Rusconi, Egemonia vulnerabile, Il Mulino, pp. 171 € 14