sabato 22 ottobre 2016

L’intelligence si spreca

“Ben diciassette agenzie di intelligence americane confermano che c’è il Cremlino dietro le intromissioni degli hacker!”, così Hillary Clinton nell’ultimo dibattito avrebbe zittito Trump, che si vuole longa manus della Russia.
Tutto allora è inverosimile. Gli Usa hanno diciassette agenzie di intelligence, come in un romanzo di Dick, o di Orwell. L’affarista e candidato presidenziale Trump, vincitore solitario già di un’elezione, le primarie, è spia o agente della Russia. In itinere, grazie ai vantaggi alla partenza (essere donna dopo il presidente nero, con l’appoggio quotidiano dello stesso), una presidente che è stata moglie fedele di un presidente fedifrago, ed è con la sua pingue fondazione nel libro paga dei potentati arabi del Golfo, per conto dei quali ha fato la guerra in Libia e in Siria. .
È teatro, probabilmente: gli Usa hanno spesso avuto presidenti inverosimili, la macchina va avanti da sola. Ma le diciassette agenzie di intelligence non hanno prevenuto il blocco cibernetico di mezzo paese, e non sanno nemmeno da chi viene l’attacco: sono polizie sporche in realtà, per conto di mafie politiche.
L’Occidente prospera perché non ha rivali. Nel vuoto che è succeduto alla sfida sovietica, ma senza nessun giudizio.

Problemi di base europei - 297

spock

L’Europa è meschina come la fanno i giornali, oppure lo è di suo?

Ci vogliono 27 governi e parlamenti nazionali per fare una legge in Europa.  Più xⁿ governi e parlamenti regionali. È l’Europa delle tribù?

L’Europa si gloria si avere inventato la democrazia. E non se ne vergogna?

Ma, poi, decide sempre la Germania. E allora?

Dov’era l’Europa al tempo delle guerre di religione, dei Trent’anni, della Rivoluzione francese e del Congresso di Vienna, delle due guerre mondiali, se aveva tremila anni di storia?

Perché l’Europa è unita? Perché la Germania ne aveva bisogno. E poi?

Non sarà l’Europa – Bellavista  Belvedere – l’avamposto delle orde asiatiche, una sorta di balcone sull’oceano?

O la rana di Fedro? “Una rana vide un bue nel prato. Invidiosa, prese a gonfiarsi. E poi ancora a gonfiarsi, e gonfiarsi. Perché i ranocchi vedevano sempre più grande il bue. Finché tanto si gonfiò che scoppiò e morì”.


Questa Europa ha reso antieuropei un terzo degli italiani: a quando una Norimberga?

spock@antiit.eu

Il papa ritorna a Dio

Un papa inevitabile – dopo quello argentino di strada, il presidente nero e la presidentessa in itinere femmina: un papa per caso, giovane e americano su progetto delle vecchie volpi americane del conclave, che invece entra nel ruolo. Nel modo più naturale. Cioè inaspettato, e vero. Cioè semplice. Della cosa soprammessa alla fede, che quindi non va e va rovesciata. A partire da se stesso. È un papa che si vuole senza immagine sua propria – detto alla Moretti, si nota di più un personaggio senza immagine, ma di fatto il vicario di Dio in terra vuole tornare ai fondamentali.
“Avete dimenticato Dio!” è più o meno il grido del papa giovane quando infine si decide a parlare ai fedeli, senza però mostrarsi. Sullo sfondo di una verità cui probabilmente Sorrentino è arrivato per caso: che scienza e filosofia non sono superiori alla fede e non possono sfrattarla, forse non devono - godono di prestigio, ma senza fondamento quando la fiducia si vuole superiorità. Senza filosofemi: è un film sontuoso, come tutto ciò che è Roma, che Sorrentino vede sempre con occhio specialissimo - lo specchio della vera anima della città, anche a sua insaputa, anche contro se stessa. Che non è un “discorso” soprammesso, o una vaselina per il pubblico, per fargli avallare un racconto indigesto: è il lusso dei sentimenti, quando questi sono profondi, cioè sentiti, e non opportunisti o mercenari, del tipo “bisogna essere”.

Via Moretti
La partenza è morettiana – il tributo è dichiarato: si gioca al pallone anche in questo Vaticano – o psicoanalitica: il tormentone analitico (morettiano) dell’inadeguatezza. Che non vuole dire niente, ma è un altro modo di chiamare la solitarietà dell’artista, la difficoltà del creativo a rapportarsi agli altri. Specie in quella summa ontologico-metafisica che si vuole da qualche tempo l’esistenza quotidiana, come una filosofia in essere.
Sorrentino, però, se l’ha ponzata in partenza, da buon probabile cliente di strizzacervelli, dell’inadeguatezza poi se ne frega, nel caleidoscopio che crea delle immagini. Un romanzone fa tutto fra preti e monache, ma di persone come noi, fumano anche molto. Con effettacci da romanzo di appendice, quali la serialità richiede, come rovesciamenti e abusi, sotto la levigatezza formale. Compresa la morte presunta che lo conclude, un classico del romanzo già in età classica - se la storia prende, la morte si rivelerà apparente. Con uno sberleffo, da analizzando cronico, al sogno-verità di Freud: il giovane papa si vede in tribuna a esortare all’onanismo, all’omosessualità e all’aborto, cioè all’infecondità, ma il suo è un incubo.  
E via GaboIl soggetto originario potrebbe essere di Garcia Marquez, il reportage che su “Cambio”, la sua rivista, fece da Roma nel 1999, in previsione della successione a Giovanni Paolo II, pubblicato anche sul “Corriere della sera”, “Il papabile colombiano”: un ritratto del  cardinale Darío Castrillón Hoyos, possibile successore, visto attraverso le “diocesi di frontiera”, di cui era responsabile in Vaticano. Di “cultura popolare e prudenza rinascimentale”. Che comunica in otto lingue con i parroci di tutto il mondo. Va spericolato a cavallo. Pratica lo sci nautico. Fuma. E non ha avuto problemi a incontrare Pablo Escobar, il trafficante di droga, lui vestito da contadino, il capomafia messicabo da lattaio. Uno  che Sandro Magister su “L’Espresso” definiva “conservatore a tutto tondo eppure amicissimo dello scrittore di sinistra” Garcia Marquez. In una curia regolata dalle donne.Nella mitologia di “Gabo” Sorrentino può avere trovato anche altre esperienze vaticane. “Il papa sofferente che vedeva Gesù”, Pio XII, nel 1955, quando “Gabo” fu corrispondente a Roma per un breve periodo. O l’incontro con papa Woytiła nel 1979, prima dell’attentato, un Woytiła giovanile e sportivo, con cui si chiusero a chiave nello studio, e poi ebbero difficoltà a uscirne perché la chiave non girava.
Paolo Sorrentino, The young Pope

venerdì 21 ottobre 2016

Letture - 277

letterautore

Autofiction – La letteratura del selfie Ortega y Gasset trovava solo naturale, il romanziere riducendo a “romanziere di se stesso, originale o plagiario”. Ma non solo, no?

Dante – È crudele? Lo è – la crudeltà in Dante è un bell’argomento. In una col timorato di Dio, e vittima egli stesso di un “sistema” crudele, più che di nemici individuati.

Donna – È scomparsa dai romanzi, dopo averli dominati per qualche millennio – solo nell’Italia borghese no, è il “difetto” del romanzo di Manzoni (di cui si salva solo la Monaca di Monza). Come eroina da tempo, ma ora anche come personaggio di drammi borghesi.
In questa chiave Moravia ne aveva tentato il recupero – anche Bassani. Ma è rimasto isolato. Altrove - Germania, Francia, Usa, Inghilterra – è scomparsa dall’Ottocento.
La scomparsa è l’esito dell’avvento della donna, dell’avvento letterario?

Europa - “Senza una Francia forte, per l’Europa è finita”, è annotazione di Malaparte nel diario parigino del 1948, “Journal d’un étranger à Paris”. Dettata dall’evidenza storica e geografica. Potrebbe essere questa la chiave della disintegrazione in corso dell’Europa, “promossa” dalla Francia: col Front National da due generazioni ormai, e con le presidenze deboli e erratiche di Sarkozy e Hollande.

Fo – Il giullare impegnato. Si voleva “contro”, per una vena anarchica. Mentre invece è stato sempre allineato, a una ortodossia: Salò, il Pci, le Guardie Rosse, Curcio, e ora Grillo. Tanto disinibito sul palcoscenico, un vulcano, di felicità, sua e degli spettatori, quanto conformista – schierato, scontato – in politica. Per l’obbligo, certo, di scoprire il potere. Ma sull’equivoco di san Francesco. Che invece non era un attore e commediografo. O lo era? Ma era un santo, uno che si voleva santo.

Guidacci - Margherita Guidacci, poi premio Dessì e premio Scanno di poesia, vinceva nel 1949 a Firenze un premio di poesia cui partecipavano anche Pasolini e Maria Luisa Spaziani, ex aequo con Sandro Penna. Giurati Luzi, Landolfi, Bigongiari, Vittorini, Macrì, Gadda, Montale.

Imperfetto – Proust non lo sopportava, in gioventù: gli riusciva triste. In nota a “Sur la lecture”, scrive, con prosa già caratteristica: “Un certo impiego dell’imperfetto dell’indicativo – di questo tempo crudele che ci presenta la vita come qualcosa di effimero insieme e di passivo, nel momento stesso in cui ritraccia le nostre azioni, le bolla come illusioni, le annienta nel passato senza lasciarci come il passato remoto la consolazione dell’attività – è rimasto per me una fonte inesauribile di misteriose tristezze”. L’imperfetto nel ricordo delle persone gli causava, dice, “la più profonda malinconia”. Nei romanzi un po’ meno: “Nei romanzi, l’intenzione di fare pena è così manifesta nell’autore che ci si irrigidisce un po’ di più”.

Malaparte – Un uomo che non si vuole vedere. Nella solitudine pure così socievole, uno che parla volentieri di sé. E nell’ossessione della morte, sotto la posa e l’aneddotica che fanno la sua opera. Per questo sfuggente nelle biografie. Una caso di sainte-beuvismo al rovescio, dell’opera che fa l’uomo.

Oriente – È stato francese, di Montesquieu e Voltaire dopo Mlle Scudéry, poi di Potocki, Nerval, Flaubert e fino a Loti. Italiano un po’, all’opera. Inglese con Fitzgerald e Burton, o la “scoperta” di Omar Khayyam e le “Mille e una notte”, e poi nel Gran Gioco a fine Ottocento, da Kipling a T.E. Lawrence, e fino a Chatwin. Tedesco, da Schopenhauer in poi, sul filo dell’“arianesimo” di Gottinga. Totalmente misconosciuto, si direbbe, all’Occidente, che non lo capisce, e si chiede come mai sia ora all’attacco.

Silvio Pellico – Proust l’ha letto (“Sulla lettura”, ca p. 40): “Silvio Pellico che avevo letto durante un mese di marzo molto freddo, marciando, battendo i piedi, correndo per tutti i pizzi”.
L’elaborata sintassi è qui incerta, come se Proust mimasse Pellico che batteva i denti in prigione.

Pornografia – “Essenzialmente sentimentale” la dice Flannery O’Connor a sorpresa – tanto più per esserne aliena - in “La Chiesa e lo scrittore di narrativa”, “poiché omette il legame tra il sesso e il suo scopo nudo e crudo, disgiungendolo dal significato che ha nella vita, tanto da farne un atto fine a se stesso”.

Proust –  Se ne farà un testimone dell’unione delle fedi? Lui non ne aveva personalmente, ma come testimone, per un fatto di cultura, storica, sentimentale o sensibile, se non di fede religiosa, sarebbe l’ideale. Ascritto all’ebraismo, anche se non lo professava in alcun modo e mimava il cattolicesimo. È lettore attento dei vangeli, soprattutto san Luca, amante della figuratività cattolica, i campanili, le chiese, monumentali e di paese, le canoniche, la simbologia. La morale anche, si direbbe, sa di comandamenti e quasi di sacrestia: la compassione, per se stessi.
“Scriveva su carta assorbente”, nell’apologia maligna di Malaparte nel diario parigino: “La scrittura s’è poco a poco dilatata, è entrata nella carta, non è più ormai che una pallida macchia d’inchiostro di china, una specie di palinsesto sul quale si sovrappongono le impressioni, i ritratti, i ricordi, si mescolano in un ricamo d’ombra di rami come un bosco nella bruma”.

Roma – Due pagine su un’eccellenza romana, Santa Cecilia, piene di cose. L’orchestra, che è “la più invitata al mondo”. Ora al Covent Garden, domani a Salisburgo. Le scuole strumentali e di canto, con metodologie studiate e produttive. L’apprendimento della musica dalla primissima infanzia. La stagione di gran pregio dei concerti. Sul “Sole 24 Ore”, giornale milanese. Sui giornali romani non c’e altro che i bar mobili dei Tredicine. In alternativa con gli autobus che non arrivano mai. E con la spazzatura – che pure a Roma si raccoglie. Storie ricorrenti ormai da cinquant’anni, almeno. Ogni giorno. Che ormai i Tredicine non ci sono più, ci sono le “Ape” degli street food, tre volte più caro. Quando non dilagano sulle paranoie dei romanisti.
È la meschinità il genere romano?

Romanzo – “La narrativa è la più pura, la più modesta e la più umana delle arti”, è un bell’assioma di Flannery O’Connor in altro saggio, “Il romanziere cattolico nel Sud protestante”: “È la più vicina all’uomo, nel peccato, nel dolore e nella speranza”.
D’altra parte, aggiunge, “ci si immagina che il romanziere sia come il maiale di Jarrell, che non sapeva cos’è la pancetta”. Jarrell è Randall Jarrell, il poeta di Nashville presto dimenticato, amico e sodale di Bishop e Lowell, che nel saggio “The Age of Criticism”, immagina il poeta e i suoi critici come il maiale che i giudici di un concorso per la migliore pancetta, incontrandovelo casualmente  apostrofano impazienti: “Vai via, porco! Che ne sai tu della pancetta?”

Shakespeare – “Sarebbe impossibile in una democrazia”, ha sostenuto Heiner Müller. Massimo commediografo tedesco in età democratica, Heiner Müller invidiava Brecht, che prosperò tra due dittature – e che dittature!

Tasso – Il grande Dimenticato Malaparte ritrova in Racine, per il patetico, e per “la predominanza dello spirito femminile, anche negli eroi, quali Oreste, Pirro, etc.”.

Traduzione – Due cartelle di Bruno Cagli per la “Ermione” di Rossini diventano due e mezza in traduzione francese e inglese, fedeli, e tre in quella tedesca. L’italiano è più conciso? O la traduzione deve sempre ampliare il testo originario?

Virgilio – Era un Gallo, secondo un convincente Malaparte. Mantova era città etrusca, ma i padroni si mescolavano ai Galli del contado. Da cui la stessa famiglia di Virgilio proveniva, piccoli proprietari. Il contado era tutto era tutto dei Galli. “Tutto”, del resto, argomenta Malaparte, “nella poesia di Virgilio rivela che era Gallo: il suo sentimento della natura , la dolcezza, e quella specie di poesia en plein air che, simile alla pittura en plein air, è nettamente francese, e non può avere origine che nel senso della natura proprio dei Galli”.

letterautore@antiit.eu

Dio non c'è, la pace dei filosofi sia con te

Il giorno di Pasqua del 2018, affacciato al balcone di san Pietro per gli auguri, dopo un lungo silenzio il papa urla: “Dio non esiste!”. È un terremoto, uno tsunami, lo sconvolgimento di tutte le fedi del mondo, di tutti i sentimenti religiosi, degli agnostici compresi.
Una ucronia: questo papa che cancella Dio è come Hitler che ha vinto la guerra. In originale è “La Settimana Santa che cambiò il mondo”, quasi una resurrezione all’inverso.
Un divertimento. Ma non divertente. In tempo di stragi nel nome di Dio, Augé vuole dire: e se tornassimo un po’ alla ragione? Se non che della ragione abbiamo appena finito di scontare i massacri, nei cinque continenti, Australia esclusa. Di questa re-resurrezione Augè, antropologo qualificato e tutto,  non sembra peraltro afferrare la portata.
Una Francia apocalittica, utopica, a suo modo sacrale, e non più cartesiana? Nella decadenza? Serres profetizza la pace, Augé pure. Mah!
Marc Augé, Le tre parole che cambiarono il mondo, Cortina, pp. 94 € 8

giovedì 20 ottobre 2016

Obama o della guerra

Obama sarà stato il presidente che ha fatto più guerre: Libia, Siria, Russia. Mentre teneva aperti i fronti in Afghanistan e Iraq, e spalancava le porte alle “primavere arabe” della Fratellanza Mussulmana, lo schermo del radicalismo sunnita - wahabita-salafita, cioè dei principati  patrimoniali del Golfo.
Ha voluto con costanza – più con H.Clinton segretario di Stato, ma la politica è la sua – la Nato alle costole della Russia. Per nessuna ragione. Con danno dell’Europa, e con qualche rischio. Contro l’impegno che George Bush aveva preso nel 1989 con Gorbaciov di non insidiare la Russia.
Ha esordito a gennaio del 2009 proponendo “il rispetto reciproco con i paesi arabi”. E aprendo ai terroristi: “Pronti a darvi una mano se abbasserete il pugno”. Non ha chiuso Guantánamo come prometteva: “Entro il 2009 chiuderò Guantánamo” – i prigionieri di Guantánamo non devono poter parlare.
Ha disinnescato l’Iran e Cuba, ma è da vedere se le cose andranno a buon fine. Non ha tentato un approccio di pace in Palestina - il primo presidente a evitare la questione. .
È il primo presidente che non  ha “governato” l’Europa, come tutti i suoi predecessori hanno fatto nel dopoguerra, a distanza e rispettosamente ma con le briglie ben strette. Gli Stati Uniti non gradiscono la “Fortezza Europa”, ma l’Europa allo sbando è un male per l’Occidente, e anche per gli Stati Uniti.
Il presidente forse di maggiore buona volontà, dopo l’inutile Carter. Il cui vice Biden può minacciare in tv un “colpo a sorpresa” contro la Russia.
Anche dal fronte interno Obama non esce bene: ha fatto molto meno, e peggio, di come si vuole pensare di lui in Europa - la insorgenza di una candidatura come quella di Trump, radicalmente anti-obamiana, lo certifica. La questione razziale, soprattutto con gli afroamericani, si è riaccesa. Il suo sistema sanitario privato(assicurativo)-pubblico è complicato, e troppo caro per i più poveri. Malgrado un aumento abnorme nei suoi otto anni del debito pubblico, passato dal 65 al 105 per cento del pil.

Al guinzaglio di Johnson

È come diceva De Gaulle, che l’Inghilterra voleva l’Europa come un cavallo di Troia. Che voleva entrarci per disintegrarla. In ogni questione oggi si vede: il referendum per l’uscita dalla Ue non è stato un errore ma l’esito di una strategia Dei conservatori che, dopo i laburisti di Blair, si propongono longa manus dell’inconcludente Obama. Più smargiassi che non il primo ministro delle guerre all’Afghanistan e all’Iraq, e volgari.
Non sembra possibile che Boris Johnson, col suo piglio da ubriacone scansafatiche, faccia la politica europea e estera dell’Unione Europea. Dopo aver fatto campagna per la Brexit. Ma è quello che avviene: in Siria, con la Russia e nella stessa Brexit l’Europa è al guinzaglio del ghignante ex giornalista.
Quando rifiutò, per l’ennesima volta, alla Gran Bretagna l’ingresso nell’allora Mercato comune, il 14 gennaio 1963, il generale De Gaulle elencò le sue caratteristiche “insulari e marittime”, il sistema quasi chiuso di preferenze imperiali con i paesi del Commonwealth, la relazione speciale, diplomatica e militare, con gli Stati Uniti. Con questa Gran Bretagna, disse De Gaulle, “è da prevedere che la coesione fra gli Stati membri non resisterà a lungo”, che la Comunità europea si frantumerà. È quanto sta avvenendo.
E la Gran Bretagna era rappresentata da un convinto europeista, Edward Heath. Che sosteneva: “Noi siamo parte dell'Europa per geografia, tradizione, storia, cultura e civiltà”.

Mafia terzo settore

Il dibattimento di Mafia Capitale mostra, invece di una “cupola” o organizzazione mafiosa, una sordida rete di coperture e intrallazzi sugli appalti del terzo settore, del non profit.
Il terzo settore prospera nel welfare, nella spesa sociale. Necessiterebbe quindi di oculatezza speciale, parsimonia, dedizione. Ma è solo un appaltino, spesso a chiamata diretta, “a favore” dei disabili, i tossici, i senzatetto, i barboni, gli invalidi, gli anziani, i rom, gli immigrati e così via – il business dei 30 euro a testa, a giorno. Che si dà agli amici, e agli amici degli amici.
Il settore è tanto più sordido in quanto Roma Capitale nasce da denunce, delazioni, testimonianze, spesso false, di concorrenti in gara con Buzzi e Carminati. Anche a opera di organizzazioni non governative (ong) e cooperative religiose, ma ugualmente corrotte. Non migliori dei due, anche se a volte non ex carcerati, e anzi gelosi e pieni di “agganci”.
Il terzo settore, un’economia minuta ma immensa, è terreno di coltura del voto di scambio e della corruzione spicciola. È la stella cometa, o la manna, del malaffare, ha soppiantato probabilmente la sanità.
Buzzi e Carminati sono capri espiatori, il processo ampiamente lo mostra. Hanno precedenti pesanti, che fanno facile aggio sul recupero e la redenzione - un assassinio e il terrorismo. Non hanno però rubato, non che si veda al dibattimento, e la corruzione che movimentavano da faccendieri è minima rispetto a quella media del settore.
Ma questo il processo lo evita. Mafia Capitale non persegue la corruzione nel terzo settore. Anzi, il processo la “libera”, avendo messo nel mirino due buoni capri espiatori.

Ombre - 338

Si congratulano Cantone, Elkann, Giusi Nicolini, Armani, gli stesi Benigni e Sorrentino,e tutti gli interpellati, per l’emozione dell’invito di Obama al solenne dinner habillé alla Casa Bianca. Mentre sono convitati di Renzi, cui Obama ha delegato la scelta della fetta italiani dei quasi 400 partecipanti. Una spedizione americana, con l’aereo della Repubblica Italiana, del “Sì”.

 “la Repubblica” non dà la notizia dell’assoluzione di Confalonieri e Berlusconi jr. sui diritti tv. Nulla di male. Ma la pubblica il giorno dopo, in breve, in una pagina che annuncia un nuovo processo a Berlusconi per le sue feste. Giornalismo o odio? O vogliono sbugiardare la berlusconiana Procura di Milano (Berlusconi è sempre meglio che lavorare)?

Due inviati del “Corriere della sera-Roma” all’Ama, l’azienda dei mezzi pubblici, Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani, per indagare sulle reimmatricolazioni dei vecchi autobus, le cui targhe si erano scolorite. Ogni targa nuova costa uno spreco enorme, 100 euro: che scandalo.

L’Italia? “È un povero paese, in cui l’uomo non conta niente, e senza difese” annota Malaparte, “Journal d’un étranger à Paris”, nel 1947 o 1948: “Le leggi ci sono, ma di fatto in Italia si è preda dei delatori, della polizia, della magistratura. Si può essere accusati di qualsiasi delitto, arrestati, tenuti in prigione. E senza mezzo di difendersi, se non si hanno amicizie potenti”. Malaparte,  reduce da plurimi processi e arresti sotto il fascismo, non trova nulla di cambiato con la Repubblica.

L’Italia oggi è diversa da quella del 1948? Beh, il “potere” di delazione – presso i media e i poteri - è passato dalla polizia ai giudici: il processo si è semplificato, si è abolito un anello, dalla delazione direttamente alla condanna.

Mario Monti morettiano (“mi si nota di più se…”) si schiera per il “No”. Non richiesto, ma con immutata albagia. Non entra nel merito della riforma, premette, ma lamenta “corruzione, evasione fiscale e una classe politica” che abusa del denaro pubblico. Come tutti siamo soliti dire, al bar e fuori. Forse il Professore non è cattivo, come era sembrato al governo, benché sorridente.

Alberto Stabile ad Aleppo per “la Repubblica” documenta che una metà della città è governativa. Non lo sapevano, anche se si parla di Aleppo ogni giorno. Abbiamo sempre saputo di una città “liberata”, di cui Putin bombarda ogni giorno coi missili le scuole e gli ospedali, per conto del governo esautorato di Assad.

Lamentano alla chiesa dei francescani ad Aleppo la pioggia continua di missili di jihadisti e altri ribelli. Che però restano a noi sconosciuti. Che guerra ci hanno raccontato in Siria? Di che guerra di liberazione parla l’Onu, Staffan de Mistura?

La guerra di liberazione che stiamo facendo alla Siria sembra un affare di servizi segreti. È possibile? Marc Bloch, “La guerra e le false notizie”, inorridirebbe, benché in guerra fosse proprio al servizio (dis)informazioni: bufale sì, ma fino a un certo punto. Evidentemente però si può: il canovaccio sembra quello di Dustin Hoffmann nel film “Sesso & potere” di Barry Levinson, il produttore di cinema fallito che sceneggia madri in fuga con bimbi sotto le bombe su richiesta. 

Salta a Torino , per i tempi ormai troppo corti, la mega-mostra di Manet prevista alla Galleria di arte moderna tra un anno. La presidente della Fondazione organizzatrice, Torino Musei, Patrizia Asproni, dice: “Ho personalmente chiesto d’incontrare la sindaca immediatamente dopo la sua elezione”, a metà giugno, “e mi è stato concesso il primo appuntamento il 24 ottobre”. I 5 Stelle come la sanità pubblica.

In realtà la sindaca Appendino ha voluto far saltare la mostra per far saltare Asproni. Per un posto.
Lo stesso non avrà fatto Raggi a Roma con le Olimpiadi? Magari voleva solo far saltare Montezemolo.

Si svela infine, al quarto giorno otto giorni fa, il build-up bellico del “Corriere della sera” contro la Russia: Gentiloni vuole assediarla, metterla sotto assedio.

È il nuovo “Corriere della sera” targato Cairo? Sembra il “Times” quando lo comprò Murdoch. Il giorno dopo era un giornale alla “Sun”. 
Ma al “Times” ci furono obiezioni di coscienza. Ora c’è la crisi, e bisogna sopportare, ma un po’ d’ammuina? Sembra che ai giornali dia fastidio che ci sia ancora qualcuno che li compra.

Questa guerra alla Russia Renzi la vive come i 500 euro ai ragazzi per andare al cinema: un po’di diaria (trasferta e operatività) per un battaglione, per un anno o due. Quanto basta per comprare casa al ritorno.

Quel Berlusconi sono io

Il libro è corredato da un indice dei nomi. Una colonna è tutta Berlusconi, gli altri hanno uno o due richiami. Eccetto Brunetta, Gasparri, Sacconi, Maroni, e Mussolini.
Ecccezionale Camilleri, si è sobbarcato per sei mesi, tra 2008 e 2009, al compito di dire male arguto di Berlusconi sull’“Unità” oggi giorno, eccetto le feste. Un tour de force. Nel nome della resistenza. Non manca Maria Antonietta con le brioches. Né l’ammirazione per Di Pietro, che dice Napolitano mafioso, e per Ingroia. Con la guerra all’Afghanistan “per il petrolio” – il petrolio in Afghanistan? Camilleri marcia diritto. A un certo punto, oltre che con l’Afghanistan, se la prende con Lucca: “Chi va a Lucca sappia che non troverà né pizza napoletana né pasta alla Nroma siciliana”. Noi che ci siamo stati, sempre che si tratti di Lucca in Toscana, la pizza ce l’abbiamo trovata – la Norma è più difficile, anche a Roma, dove rinomata catena etnica siciliana ne fa una da vomito.  
Se non che l’aborrito “Piccolo Cesare” disfa anche la sua solida fibra. Un giorno Lodato, il suo sparring partner, gli dice: “La gente non può più permettersi il formaggio”. E lui: “Una volta i poverissim braccianti siciliani si nutrivano di «pane e tumazzo». Cioè pane e cacio. Ma se non avevano i soldi per il tumazzo, si mettevano in società in quattro e compravano un uovo sodo e una sarda. Venuta, diciamo così, la pausa pranzo, si sedevano in circolo, ognuno tagliava una grossa fetta del proprio pane, si infilava l’uovo societario in bocca, lo ritirava fuori intero e lo passava all’altro. Pane e sapore d’uovo. La sarda, invece, veniva legata in cima a una canna e le si dava una leccatina.” Perché in quattro? Perché è un aneddoto da circolo dei galantuomini, dell’avvocato o segretario comunale, cui non fotteva nulla del villano, che non era niente più che una maschera.
Si capisce la natura giocosa di Camilleri, sotto l’obbligo della resistenza, benché legata al galantomismo. Fatto il compitino, racconta dell’uomo-cane “Majorana” di Trapani, un barbone che si voleva lo scienziato scomparso, che insegnava la matematica ai bambini che si burlavano di lui. Della censura alla Rai, roba da farsa, in anni non remoti. O la figura dell’Ammazzasette, dal “Miles gloriosus” di Plauto all’“Orlando” e alla commedia dell’arte. Poca roba. Da ultimo Camilleri ricorda Silvio D’Amico: “Se un attore partecipasse a un fenrale, vorrebbe essere lui il morto”. Il protagonismo è a doppio taglio.
Andrea Camilleri-Saverio Lodato, Un inverno italiano, Tea, remainders, pp. 336 € 4,30

mercoledì 19 ottobre 2016

La Ue si governa meglio da Londra

Si delinea una Brexit meno insensata di come è stata prospettata, e anzi di beneficio per la Gran Bretagna. Che resterà nel Mercato Comune, ma sottratta all’obbligo della libera circolazione delle persone. Che del resto nella costruzione europea è successiva e complementare al mercato comune. Fermo restando che gli italiani e i polacchi che già ci sono, con un’occupazione, ci potranno restare, e magari incrementarsi di numero: Londra vuole tornare a regolare i flussi, e con la Brexit si riuscirà.
Di più, rispetto ai decenni passati, Londra orienta da fuori l’Unione Europea nella politica estera più scopertamente come sub-agente di Washington. Come già in passato, copertamente, per la guerra all’Iraq e alla Libia. E con migliore effetto, sembra. In passato qualche voce discorde ci fu, sia per l’Iraq che per la Libia – la Germania si tenne fuori da entrambe le coalizioni. Oggi contro la Russia, per l’Ucraina e la Siria, Londra impone la mano pesante – nel mentre che ne gestisce liberamente i patrimoni, quelli in capo ai boiardi espatriati e quelli delle stesse società pubbliche: i giacimenti di petrolio e gas, le miniere di preziosi, i fondi d’investimento e di deposito. Senza opposizione, senza nemmeno riserve, anzi a gara a chi più si acconcia alla politica avventurosa di Obama.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (304)

Giuseppe Leuzzi

Gerhard Rohlfs scoprì il greco grecanico coi prigionieri di guerra che parlavano greco. Lui chiese: “Ma voi non siete italiani? “No, siamo di Roghudi”:
E così dal 1921 Rohlfs, filologo smobilitato, cominciò a occuparsi di dialetti greci in Sud Italia.
Dove poi tornò per tutta la vita, sempre stupito dalla bellezza della scena.

 “Ci sono, in Italia meridionale, popoli un tempo famosi per la loro bellezza, divenuti brutti, piccoli, mal fatti: hanno perduto al bellezza, la grazia gli resta. È la nostra vera bellezza”. La rivendica Malaparte, straniero a Parigi, dove invece pensava di ritrovarsi a casa – nel “Journal d’un étranger à Paris”.
La grazia? “Ordine, chiarezza, ragione, maniere, buon gusto: questa è la grazia”. È chiaro che non molti ce l’hanno.

Il leghismo
Propone Salvini di togliere il Nord alla Lega, e chiamarla semplicemente Lega – tipo Legambiente, o delle giovani marmotte? Senza cambiare natura. Che porta Cittadella e mezzo Veneto a“celebrare” col lutto il centocinquantenario della liberazione dall’Austria e del ricongiungimento all’Italia. Niente di strano. La demagogia della Lega è talmente “burina” – sgangherata, rozza, inconcludente – che preoccuparsene è come farsi un problema dello scemo del villaggio. Ma è la cultura della Lombardia. E del Triveneto. E cioè dell’Italia che affettano di rifiutare – chi altro è l’Italia se non chi la domina? Ed è la cultura di questa Italia da almeno trent’anni.
Il leghismo non è insorgente, è affiorante. Ha determinato la rottura della “italianità”, e ne ha anche messo in mostra una robusta inconsistenza, diciamo da un trentennio, ma c’entra prima. Tenuto conto degli umori profondi e duraturi, ormai da un trentennio, che ha evocato e incistato, è chiaro segno di una riserva spessa, che la reticenza e la retorica di un paio di secoli non avevano scalfito. Fatta d’ignoranza e presunzione per lo più, attiva e anzi attivissima pure oggi, nel mondo connesso. Quindi frutto non solo di provincialismo, o di ignoranza o protervia: una volontà, un progetto. Quando il professor Miglio, stimato politologo, dice candido che bucando l’Appennino si sentiva all’estero – a Firenze, non ad Agrigento – il disagio è sostanziale e non polemico.
Tornare indietro naturalmente non si può. Ma dire infine, come si sta facendo, come l’italianità si è di fatto costituita, questo può aiutare. A meno di un’implosione forse impossibile, e comunque  necessariamente frammentaria. Se il Nord è unito dalla ricchezza, il Centro e il Sud non hanno punti di coagulo, e nemmeno raccordi, se non spiacevoli. Un calabrese si trova più a disagio tra la Sicilia e Napoli che a Milano – o a Düsseldorf. E il reciproco sarà altrettanto forte.
Non c’è un solo elemento unificante del Sud se non la storia. E più quella recente. E questo è tutto il nodo della sua disgregazione. L’elemento fondativo storico è di una realtà inconsistente. Quello attuale è di una narrazione che gli viene incollata dall’esterno, soprammessa cioè. Martellante, diuturna, e anche di notte, quando pure il carnefice dorme, col martello automatico, dei sogni inclusi.
La virtù del leghismo sarebbe l’odiosità. Che è una robusta difesa. Ma il Sud non sa odiare.
Non sa niente, poiché non è - non qualcosa di più che il malaffare nel quale viene a ogni momento e per ogni aspetto paralizzato? È possibile, ma non ama odiare..

La chiave di Camilleri
C’è una chiave della prolificità incontenibile di Camilleri con “Montalbano” a partire dai settant’anni? Sicuramente, e non è la possibilità di usare a oltranza il dialetto, peraltro alquanto suo personale – il suo ciuccio, la sua lallazione (il “dialetto” di Montalbano si sostanzia di una dozzina di formule). È, da siciliano nel continente, ai settant’anni infine liberato da ogni rispetto umano (oggi politicamente corretto), la possibilità di distanziarsi dalla Sicilia di rito, tornando al “noi e loro”. La mafia cioè configurando come un corpo separato se non estraneo, relegato alle sue “traggedie” di assetati di sangue incontenibili, fino di se stessi - figli, mogli, genitori, amici di una vita. Una liberazione. Convinta, e immediatamente convincente: Montalbano ha riaperto al turismo la Sicilia, che per un ventennio buono era andata deserta – la Sicilia…
Questa è anche – potrebbe essere – la chiave del successo costante dei “Montalbano”, anche dei più raffazzonati – compitini politicamente obbligati, articoli di giornale, interviste camuffate, divagazioni sentimentali (familiari, adolescenziali). Tra i milioni di siciliani, specie “all’estero”, e qualche non siciliano, che si godono un mondo godibile avendo “messo al loro posto” le bestie, nella stalla.
I film di Sironi li collocano in ville principesche, ma tutti sanno che non è vero, vivono nelle stalle.

La celebrazione del Nord
Si studia il Nord come entità unitaria. Anche se si supporrebbe che l’Alaska nulla abbia in comune, o la Groenlandia, con la Sassonia - anche il Canada. Dai tempi di Olao Magno, “Storia dei popoli settentrionali”, di un Nord più che altro pauroso. Per gli eccessi della natura e degli uomini. Accanto alla tradizione di un Nord vagina nationum. Popolato da inmania corpora. Che per farsi aria ten-gono i vicini a distanza. Storie di popoli che si vogliono puri - se Germania traduce in latino l’etnonimo germanico Sciri, i puri, non misti - e altri invece “bastarni”, da cui bastardi. Ultimamente Peter Davidson, “The Idea of North”. E Neil Kant, “The Soul of the North”. Questo più ambizioso, volendosi “A social Architectural and Cultural History of the Nordic Countries, 1700-1940”. Circoscritto alla Scandinavia, Finlandia compresa, ma con estensioni alla Pomerania svedese, e alle antiche colonie caraibiche. Un mondo unito da “valori religiosi e spirituali, vita familiare e sessualità, salute e igiene”.
Davidson e Kant sono editi entrambi da Reaktion books.

Il racconto del Sud
Flannery O’Connor, “Scrivere racconti” - in “Nel territorio del diavolo”: “Due sono le qualità che fanno la narrativa: una è il senso del mistero, l’altra è il senso delle maniere. Quest’ultimo lo ricaviamo dal tessuto dell’esistenza che ci circonda. Il grande vantaggio di uno scrittore del Sud  è di non dovere andare lontano a cercarsele: buone o cattive che siano, ne abbiamo in abbondanza. Noi del Sud viviamo in una società ricca di contraddizioni, d’ironia, di contrasti, ma soprattutto ricca nella lingua”.
Senza, però, “sguazzarci dentro” – sarebbe il bozzettismo: “Allora tutto diventa così tipicamente meridionale da diventare stomachevole, così locale da essere incomprensibile, così riprodotto alla  lettera da non comunicare più niente”. Nel nostro Sud si direbbe l’incapienza, il dolorismo, la mafiosità.
La lingua è il linguaggio, non l’espressione linguistica, il dialetto invece della lingua nazionale.
Si fa molto caso di Flannery O’Connor come scrittrice cattolica. In effetti, è sotto questo aspetto sorprendente, per la libertà mentale che sul suo cattolicesimo fonda. Ma altrettanto è un caso come è come donna e scrittrice del Sud. Che vive e opera al Sud, anzi nel “Sud profondo” – arretrato, povero - degli Stato Uniti. Da dovei non si muove, benché la fama la richieda insistente altrove. Dove vive in fattoria, con i familiari..Alleva pavoni, oche, galline. Ed è in simbiosi con la terra e gli animali come con la scrittura. Di romanzi e racconti per i quali è stata subito famosa, da ragazza. Scrittrice moderna – “nervosa”. Informata di ogni novità, di letteratura come di teologia (Teilhard de Chardin), di etologia, di ortaggi Nonché del “Sud” nel Sud. Del “Sud” che, come ogni altro scenario, non è limitato o limitativo: “Più a lungo guardate un oggetto e più mondo ci vedete dentro”.
Il problema del Sud è che nessuno ci guarda dentro. Giusto un po’ di mafia, con il mare e il sole - “qui abbiano l’aria”, l’urlo di Otello Ermanno Profazio.

leuzzi@antiit.eu

La baronessa di Stalin a Londra

Il sottotitolo è promettente, tanto più sapendo quacosa del soggetto. La trattazione è deludente: la “spia più seducente” è ridotta a una mangia uomini. Anzi no, a unna donna in età, sempre al lavoro, traduttrice, intrattenitrice, spia, ingrassata, affaticata, poiché soprattutto i suoi anni londinesi, gli ultimi di una vita molto avventurosa, sono ricostruiti. Strano build-up.
Il ritratto insuperato resta quello di Nina Berberova trent’anni fa, “Storia della baronessa Budberg”, affascinante in tutte le pieghe, e anche documentato. Moura, ucraina di nascita, sposa di un barone baltico, fu l’amante di una spia inglese a Mosca al tempo dell’attentato a Lenin. Quindi segretaria di Gor’kij, dopo assidua corte, la “donna di ferro” che lo scrittore vagheggiava, anche se ormai solo le sorti del genere umano l’appassionavano, e per esso del socialismo. Il rapporto durò familiare a Mosca, in Germania, e infine, per trtdici anni, a Sorrento. Qui si concluse con la decisione di Gor’kij di rientrare in Russia. E di Moura, senza motivo apparente, di separarsene. Non prima però d’avere avuto da Gor’kij l’archivio da custodire a Londra.
A fine aprile 1933 Moura parte con l’archivio per Londra. L’8 maggio Gor’kij lascia Sorrento per Odessa, via Istanbul. Il 15 Moura arriva a Istanbul con l’Orient Express. Il 16 visita con Gor’kij Santa Sofia, e lo stesso giorno riparte per Londra. Dove diventerà l’amante di H.G.Wells per altri tredici anni, fino alla morte dello scrittore, e l’anfitriona della intellettualità britannica. Ma sempre fu spia di Mosca – la Cekà, la polizia politica dei primi tempi sovietici, usava come provocatori graduati baltici sbandati, mezzo tedeschi, mezzo russi e niente per sé. A Londra Moura diffonderà lo spionaggio fra i grandi intellettuali di Cambridge.
Gor’kij sarà “avvelenato” ufficialmente nel 1938, due anni dopo la morte, per volere di Stalin. Il Piccolo Padre ebbe bisogno di un pretesto per liquidare Yagoda, che gestiva la polizia politica, allora Nkvd. Dopo avere imbastito i processi nel 1936 sulle carte che lo scrittore aveva affidato a Moura da tenere al sicuro a Londra, da Yagoda riportate a Mosca. Due anni dopo il viaggio trionfale per tutte le Russie che personalmente gli aveva organizzato, a ridosso della morte misteriosa di Max, il figlio adorato di Gor’kij, e la presidenza del primo congresso degli scrittori sovietici – riunito a varare il realismo socialista da Gor’kij aborrito, di cui era ghiotto Stalin. Finisce così provocatore lo scrittore del popolo Gor’kij. Le coincidente insomma sono molte.
Anche il volet Wells non è male – ma di questo sia il “romanzo” inglese che quello francese abbondano. Era il miglior fico di londra, reduce dall’eugenetista Margaret Sanger, e comapgno di Rebecca West, che lascerà per Moura. Era pure uno che non si poneva domande. La baronessa e lo scrittore non furono una copia pingue in età, ma una sorta di amanti diabolici.
Deonfield e McDonad ne hano fatto una storia d’amore: Moura aspetta sempre, tra i tanti amori, il suo agente inglese a Mosca Lockhart, col quale condivise l’avventura dello spionaggio al tempo di Lenin e la prigionia. Per uscire dalla quale, però, lei dovette diventare spia del’Urss – ai danni di Gor’kj soprattutto e poi da Londra, una delle tante spie eccellenti nell’establishment intellettuale. Mentre Bruce Lockhart, pur vivendo gli stesso a Londra, fino alla morte nel 1970, e in posizione cospicua, non la cercò mai. Si proclamò agente segreto con un libro di memorie molto fortunato, la Warner Brothers ne fece anche un film, “British Agent”, prodromo di un filone editoriale che dura tuttora, nonché per lui di una carriera fortunata di giornalista, alla Bbc, e di scrittore. Fu durante la guerra il direttore della propaganda contro le potenze dell’Asse. E si sposò almeno un paio di volte.
Alexandra Lapierre le fa un inno, benché lungo. Moura attraversa la grande e migliore politica europea, costeggiando Stalin, Churchil, e anche de Gaulle. E la migliore cultura euuropea, a Mosca, a Berlino, a Capri-Sorrento, e a Londra. Incarnando “la Vita, la Vita a ogni prezzo” – come se il ersto del mondo si lasciasse morire. Ma ne fa un romanzo godibile – del tutto sconnesso con la triste reatà ma “convincente”.
Jeremy Dronfield-Deborah McDonald, A very dangerous woman: The Lives, Loves and Lies of Russia’s Most Seductive Spy, Oneworld, London, pp. 400 € 25
Alexandra Lapierre, Moura. La mémoire incendiée, Flammarion, pp. 730 € 23

martedì 18 ottobre 2016

Secondi pensieri - 281

zeulig

Alienazione – È passata da diagnosi, sia pure amara, in vista di una terapia, quindi da fatto anomalo, a condizione normale, e per molti auspicabile – stiamo felicemente male. L’esclusione – sofferenza, asservimento - come un ideale. L’eroe contemporaneo, soprattutto nelle arti, e più in quelle costose, con impiego di capitali oltre che di intelligenza e di tempo di lavoro, è l’escluso – dannato, “diviso”, sradicato. Il creatore non è di nessun luogo. E lui stesso non si ritrova, neanche di giorno, sotto il sole – non fa ombra, si muove come nella corsa dei sacchi, nella botte, saltellando, rotolando.
Si spiegano anche le irresolutezze dell’amore: la pratica è onanistica.

Crudeltà – L’uomo è crudele – non altri.
L’uomo è crudele anche nel giudizio. Disinteressato, equanime.
L’uomo è crudele anche nella pietà.
La crudeltà è ragionevole – durevole, “giustificata”.
La natura è violenta, non crudele – effetto dell’incoscienza.

È un reagente della verità.
La crudeltà umana – ma è per questo solo umana - è cosciente: svelata, organizzata.
Nell’atto (azione, comportamento, parola) è conseguente, risponde a un temperamento, a una convinzione o a una legge. Nel pensiero invece è attributo (decorazione) della verità, la quale vuole essere spietata – la filosofia ne fa a meno perché arzigogola la verità, non la fissa.

Dogma – “Per me un dogma è solo una via di accesso alla contemplazione ed è uno strumento di libertà, non di costrizione. Salvaguarda il mistero, a tutto vantaggio della mente umana”: Frances O’Connor, lettera ad “A.” del 2 agosto 1955, in “Sola a presidiare la fortezza”. Salvaguardare il mistero: la mente s’avvantaggia se non è insidiata dal mistero?

Esistenzialismo – In quanto moda si contraddice, Mounier ha ragione che ammoniva, “Introduction aux existentialismes” : “L’ultima assurdità del secolo doveva essere la moda dell’esistenzialismo: la consegna al chiacchiericcio quotidiano di una filosofia di cui tutto il senso è di strapparci al chiacchiericcio”. È – è stato – moda, un fuoco fatuo, con molte parole inutili anche negli originali.

È trascurato ma è pieno di novità il fascicolo monografico di “Prospettive” che Malaparte nel 1942 (Ott.-Dicembre, nn. 36-38) organizzò. Con contributi di Moravia, che era una sorta di segretario di redazione-vice di Malaparte, Galvano Della Volpe, “Le ultime anime belle (da Jaspers a Berdiaeff)”, titolo del fascicolo, Nicola Abbagnano, “L’arte come problema esistenziale”, Martin Heidegger, “L’essere come tempo”. E altri testi, scelti, tradotti e commentati da Emilio Oggioni.

Morte – La nota osservazione di Spinoza nell’“Etica” (IV, 67), che “Homo liber de nulla re minus quam de morte cogitat, et ejus sapientia non mortis , sed vitae, meditatio est” è, più che una battuta di spirito, il fondamento della filosofia. Ma è filosofico non pensare alla morte, oppure pensarci una volta per tutte ?

Erodoto racconta che i Traci salutavano i neonati con gemiti e strepiti e festeggiavano i morti. Però, i Traci (r)esistono ancora oggi - non hanno cessato di fare figli. Resistono a se stessi? a Erodoto?.
Se non da Erodoto, da Platone in poi la morte si fa dire buona e salutare: quella che dà un senso alla vita. Ma cos’è veramente l’essere-per-la-morte, o il pensare-per-la-morte? In Heidegger un residuo del catechismo, di quando era chierichetto, ma in astratto? Platone era un dandy, non molto cinico ma abbastanza.

Nichilismo – È tedesco, per un qualche motivo? Per il “modo tedesco” di vivere la divinità, e quindi la legge divina: come proiezione  di sé.
Il tedesco è prima tedesco, poi essere umano, poi eventualmente cristiano, è stato detto. Come nell’ebraismo, la realtà tribale prevale. Il nichilismo tedesco è una forma del cristianesimo: la speranza, quel cristianesimo che il nichilismo cortocircuita, vi è attualizzata nell’essere tedesco.
Un esito della Riforma, o non piuttosto la Riforma è un esito di questa metafisica del Volk?

Odio – “L’odio in me parte dall’amore”, afferma l’Emione di Racine, “Andromaca”. Ermione è complicata, la prima delle donne complicate di Racine: dopo aver ordinato all’innamorato Oreste di uccidere l’infedele marito Pirro, lo piange morto, respinge il fedele esecutore e corre a uccidersi. Il suo è l’amore che non nasce dall’odio – Pirro non è cattivo, è confuso - ma dal possesso.

Nell’opera di Rossini, Ermione non muore, si scusa col maledire Oreste. Che viene salvato dal provvidenziale accorrere dei suoi. Un dramma che è quasi una commedia – lieto fine. L’odio, come l’amore, è teatrale? Sì, sicuramente.

La Bibbia coltiva l’odio, ne fa legge. Una presa che si prolunga nell’evo cristiano, dalla condanna e l’esecuzione di Cristo in poi, come se il perdono evangelico – l’amore – fosse stato assunto e strizzato dalla Passione. Nelle scomuniche, le abiure imposte, la creazione dell’ortodossia\eresia, le guerre di religione, per la “purezza” anche, e per la razza.

Platone – Era un dandy, ma prolisso: si divertiva solo lui. Lo storyteller interminabile che tutti di solito evitiamo.

“È strano vedere Platone, e la cultura intellettuale di Platone, risorgere ogni volta che il cristianesimo è in crisi”. È osservazione non di un filosofo, di uno scrittore, Malaparte, strano, all’indomani della guerra. Ma corretta.

Religione – Augé, “La Sacrée Semaine qui changea la face du monde”, vuole il Calvario, e in genere il fatto religioso, la radice della violenza nel mondo. Non nel senso di Girard, della vittima sacrificale che inaugura e consacra le religioni, ma della violenza persistente, sotto il velo della giustificazione. Non è invece – non è stata – un argine, anche se fragile? 

Riforma – Si generalizza in senso anticattolico, ma quella luterana è antitetica a quella calvinista. Questa sradicante, quella radicata, “tedesca” – tribale: della divinità radicata nel Volk, nel singolo purché tedescofono.

zeulig@antiit.eu

Il piacere della lettura è il ricordo

Ritradotto da Donata Feroldi, con la prefazione di Trevi, che ne denuncia le magagne, “Sulla lettura” (qui assortito con un breve articolo, “Giornate di lettura”, sul’uso del telefono…), è un saggio del 1905, che un anno dopo Proust ha messo a prefazione di “Sesamo e i gigli”, la raccolta di saggi di Ruskin da lui curata. Ma con un che di anti-climax, se non di malevolenza. Il primo scritto della raccolta di Ruskin è proprio sulla lettura, che articola come conversazione, un dialogo a due.  Nient’affatto, dice il prefatore. Fatta la tara della non insolita perfidietta di Proust, è però un testo interessante, per più aspetti.
La perfidia Proust esercita qui anche contro il “volgare” - la cultura di massa, diremmo oggi, o di consumo - e contro Gautier, di cui pure fa grande uso, oltre che a danno di Ruskin. Dopo una dedica, rispettosa, alla principessa di Caraman-Chimay…
La lettura è un piacere solitario che ha anche una funzione di arricchimento culturale e di partecipazione corale - sociale, politica. Proust è per il piacere solitario: privato, individuale, del lettore con se stesso più che con l’autore e col resto del mondo. Fin dall’infanzia, di cui, ricorda, fu uno dei primi piaceri. E per un buon terzo del saggio anticipa “Dalla parte di Swann” e “All’ombra delle fanciulle in fiore”, una prova generale della “madeleine”, con nonni e zie a profusione, una “brioche benedetta”, campanili, chiese, villaggi, fiori, pianoforti e la “Primavera” di Botticelli. Tutto qui un po’ esibito, senza ritegno.
Per Ruskin la lettura è il centro della vita intellettuale, per Proust è un mezzo: “La lettura è alla soglia della vita spirituale; può introdurci a essa: non la costituisce”. Può introdurci se accentua il suo carattere, di elucubrazione in proprio. Ruskin? “I «Tesori del Re»”, il testo che Proust contesta, “è una conferenza sulla lettura che Ruskin tenne all’Hôtel-de-Ville di Rusholme, presso Manchester, il 6 dicembre 1864, per sostenere la creazione di una biblioteca” pubblica: è mirata a questo scopo. Il secondo testo di “Sesamo e i gigli” si occupa ancora della lettura, “I giardini delle Regine”, ma è un altro intervento d’occasione, che Ruskin pronunciò per sostenere l’apertura di scuole a Ancoats.
Ruskin, concede Proust, ha fatto proprie le parole di Descartes: “La lettura dei buoni libri è come una conversazione con le persone migliori dei secoli passati che ne sono state gli autori”. Lui, forte dei ricordi d’infanzia che ha evocato in abbondanza con entusiasmo, obietta che “ciò che le letture lasciano soprattutto in noi è l’immagine dei luoghi e dei giorni in cui le abbiamo fatte”.  La lettura, comunque, siamo noi, “all’inverso della conversazione consistendo per ognuno di noi a ricevere comunicazione di un altro pensiero, ma restando del tutto soli, cioè continuando a godere della potenza intellettuale che si ha nella solitudine e che la conversazione dissipa immediatamente, continuando a poter essere ispirato, a restare in peino travaglio fecondo dello spirito su se stesso”. Il mondo che ha evocato nel primo terzo del saggio è Gautier, “Capitan Fracassa”, e dunque ha diritto a dirsene lettore-autore – lo fa al punto da citarlo modificato, con chiasmi e altri artifici.
Leggere, anche autori amici e intimi, non è apprendere, se non come un inizio, un avvio: “Per una legge singolare e d’altronde provvidenziale dell’ottica degli spiriti (legge che significa forse che noi non possiamo ricevere la verità da nessuno, e che dobbiamo crearcela da noi stessi), ciò che è il termine della loro saggezza non ci appare che come l’inizio della  nostra”. E “se noi gli facciamo domande alle quali non possono rispondere, gli chiediamo anche delle risposte che non ci istruirebbero”.
La lettura può avere funzione terapeutica, oltre che di piacere. Cotro la depressione, o contro l’incostanza, l’incapacità di applicazione (Coleridge). Ma non è un sostituto: “Diventa pericoloso al contrario quanto, invece di risvegliarci alla vita personale dello spirito, la lettura tende a sostituirsi ad essa, quando la verità non ci appare più come un ideale che noi non possiamo realizzare che col progresso intimo del nostro pensiero e con lo sforzo del nostro cuore, ma come una cosa materiale, depositata tra i foglietti dei libri come un miele preparato dagli altri”, da degustare passivamente. Questo è vero. E vale per il pensatore, il creatore, l’autore, e per il lettore semplice.
Diversa la lettura di archivi o documenti, spesso in mezzo a molteplici difficoltà, di accesso, di autorizzazioni, di trasferimenti. Questa è una professione, dello storico, del filologo, dell’erudito: “La conquista della verità è concepita in questi casi come il successo di una sorta di missione diplomatica, nella quale non sono mancate le difficoltà del viaggio né le incertezze del negoziato”. Per il letterato è diverso: “Lui legge per leggere, per ritenere ciò che ha letto. Per lui, il libro non è l’angelo che s’invola appena ha aperto le porte del giardino celeste, ma un idolo immobile, che adora per se stesso…”. Per il letterato, anzi, l’erudizione è un rischio.
Oltre che dell’infanzia dorata si parla anche molto di Gautier. Si parla naturalmente di Sainte-Beuve, sempre da pover’uomo, uno che non capiva niente e anche un po’ridicolo. E dei classici, che solo i belli spiriti sanno gustare, di Racine, del vangelo secondo san Luca, della morte, e dell’amicizia – il libro è l’amico più stretto, coerente (lo è? qualche volta).
Marcel Proust, Il piacere della lettura, Feltrinelli, pp. 89 € 7
free online in originale, https://beq.ebooksgratuits.com/auteurs/Proust/Proust-lecture.pdf

lunedì 17 ottobre 2016

L'italiano debole

Alessandro Rosina, “oltre a professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano…. è Presidente dell’Associazione”. Oltre che no? 

Scomparso per morto?

E mentre invece – e invece pure?

Lo scopo non è quello di…”, invece che “non è di”, per allungare il brodo?

Latinorum e “grecorum” a iosa (a iosa?) dopo aver abbandonato lo studio del latino e del greco: Mattarellum, Porcellum, Italicum, Provincellum, Democratellum. E Mafiopoli, Sanitopoli, Concorsopoli, Rimborsopoli, Parentopoli, Velinopoli, Calciopoli, Tangentopoli, in chiave sbirresca, il suffisso greco connotando il sostantivo come un delitto, mentre è parola socievole per eccellenza, grata. 
È vero che ai più non vogliono dire niente, e anche ai meno.

Il prete astemio alla messa
Il violino di fila mancino
La voce stonata nel coro
Zaza che non inquadra
Lo specchio della porta
La terra scotta sotto i piedi
E io sono nella peste
Anche se non so quale.
La vita passa a fianco
Il tempo è al disincanto.

Il venerdì le poesia vengono meglio

Sappiamo di Petrarca, di cui sappiamo, supponiamo, ogni cosa, l’uomo di lettere di cui più che di ogni altro si sa, quello che Petrarca ha voluto che sapessimo. Curato, particolareggiato, insistito, in lettere e scritti molteplici, ma controllato. Anzi costruito, secondo un modello che voleva classico. Il primo selfie della storia, seppure non dichiarato, a lenta emulsione. Un’autofiction modello, su canoni classici.
I venerdì sono quelli che Ludovico Beccadelli, il monsignore allievo di Bembo, evidenziava nella sua tarda biografia, 1570, dei digiuni feraci: “Digiunava tutta la quaresima e le vigilie, e ogni venerdì faceva il digiuno in pane e acqua: e così continuò sino alla vechiezza.  Da questo credo che si vedano molti delli suoi concieri … fatti in venerdì; nel qual giorno, per il digiuno seco raccolto e più vigilante dava anco più opera a li studi e rivedeva le sue composizioni”.
Rico decostruisce l’immmagine elaborata da Petrarca, di cui tutto sa, non senza humour. Ma più con rispetto. Specialista della letteratura picaresca, del chisciottimo, e del poeta di Laura, resta fedele al suo idolo. Di cui ricompatta le probabili manipolazioni in una sorta di ascetismo, della persona che si conforma all’immagine, il dispositivo dell’agiografia adottando non a stile ma a materia di vita.
Con un dubbio finale. L’uomo, e anche il poeta, che si conforma all’immagine, per quanto elevata, raffinata, nobile, sa di conformismo. Mentre Petrarca (ancora) parla. E poi, a proposito di venerdì, non era Petrarca un ricco capitalista, seppure non epulone? Stava al centro del potere, si dotava di ricche residenze, collezionava costosi manoscritti di Platone.
Francisco Rico, I venerdì del Petrarca, Adelphi, pp. 219 € 14

domenica 16 ottobre 2016

Stupidario classificatorio

L’Italia non ha più laureati – non ne aveva troppi?

L’Italia viene quarantesima al mondo per qualità della sanità. Il paese dove si vive più a lungo – dopo il Giappone.

Il paese più felice al mondo è la Svizzera. L’Italia viene cinquantesima. Dopo l’Uzbekistan.

La famiglia italiana l’Unione Europea colloca nel gruppo 4, in una classifica ideale, all’ultimo posto cioè. Prima viene la famiglia svedese.

Un terzo delle donne italiane sopra i sedici anni ha subito violenza, fisica o sessuale: 7 milioni circa. Di esse, la metà, tre milioni e mezzo, il 16,1 per ceno delle donne  sopra i 16 anni, ha subito stalking, Un  milione e mezzo ha subito stupri o tentati stupri.

I paesi dove è meglio nascere bambine sono gli scandinavi. Le bambine italiane non se la cavano male, sono decime in graduatoria. Ma per le americane va malissimo, quasi meglio non essere nate.
Sarà per questo che le donne in America tengono saldo il matriarcato. Oppure è la sindrome Cenerentola: le matriarche sono cattive?

Il millennio in ricreazione

“Perché i ragazzi rivoluzionano il sapere” è il sottotitolo. La scuola, la politica, la società spettacolo segnano il passo, tutta la rete di formazione e informazione cui eravamo è sorpassata e aranca. Il mondo è digitale, e ne sono padroni i giovani, i “nativi digitali”. Cui il filosofo dà credito totale: liberi, non irregimentati, anarcoidi il giusto.
Serres, epistemologo, accademico di Francia, prossimo ai novant’anni, fa di internet un miracolo, come una sorta di ri-creazione. Che però ha le apparenze, e i risultati, di una ricreazione: più che di libertà il mondo nuovo del millennio sa di impudenza, mista a inconsistenza. Non molto per rivoluzionare i saperi.
L’adolescenza è necessariamente forza nuova. E si supopone inventiva, ma questo non necessariamente. L’adolescenza prolungata continua a essere fonte di raccapriccio.
Michel Serres, Non è un mondo per vecchi, Bollati Boringhieri, pp. 77 € 8