sabato 12 novembre 2016

Problemi di base postelettorali - 300

spock

Perché le previsioni meteo si danno più spesso sbagliate che giuste?

È quelle politiche?

Ma Trump ha vinto un’elezione?

Ed è più credibile, Trump, o incredibile?

“Il fascismo estetizza la violenza” (W.Benjamin)?

“Il comunismo risponde politicizzando tutto” (id.)?

In una gara di populismo, arriverebbe primo Trump o papa Bergoglio?

Perché Jack Ma è grande, e Brunetta piccolo?

E Trump?

Ma che ci fanno i media al voto?

spock@antiit.eu

Le civiltà sono come le donne, attraenti ma non uguali

Il primo saggio è uno di una serie di opuscoli dell’Unesco, nel 1952, sul razzismo nel mondo. Il secondo, 1971, sempre per l’Unesco, si segnalò per la scorrettezza: le differenze culturali esistono – l’Unesco protestò. Il volumetto si completa con un’intervista di Lévi-Struss a Marcello Massenzio, lo storico delle religioni, nel giugno del 2000, sulla sua esperienza intellettuale e scientifica.
L’assunto è presto detto: una ineguaglianza di razze non c’è. Ma c’è, a quella legata strettamente, alla presunta ineguaglianza di razza, una ineguaglianza – o diversità – di cultura. Sembra semplice, ma poi non lo è. Lévi-Strauss non per questo arretra: vuole essere preciso, sulla base della sua esperienza. Anche nell’ambito Unesco, delle “buone parole” e delle “omelie morali”.
“Barbaro” è nozione allusiva, imprecisa: probabilmente la confusione e l’inarticolazione del canto degli uccelli, una sorta di lallazione. “Selvaggio” è più preciso, viene dalla selva, dalla foresta.  Ma è concetto applicato soprattutto dai “selvaggi” stessi: la nozione di umanità è segno di cultura, e compare tardi.  Per i selvaggi la tribù è tutto: “uomo”, “buono”, eccellente”, “completo”. L’estraneo è perfino “fantasma” o “apparizione”. Ma chi esclude, o nega, prende il carattere dell’altro: “Il barbaro è anzitutto l’uomo che crede nella barbarie”. Non solo: l’evoluzione biologica ha molto più fondamento che l’evoluzione sociale o culturale. La partita, insomma, è complicata.
Ci vuole prudenza anche nella concezione del progresso. “L’idea di progresso”, § 5, viene svolta con semplicità ma terremotata: “Lo sviluppo delle conoscenza preistoriche e archeologiche tende a disporre nello spazio forme di civiltà che eravamo propensi a immaginare come successive nel tempo. Il che significa due cose: anzitutto che il «progresso» non è né necessario né continuo; procede a salti, a sbalzi, o, come direbbero i biologi, per mutazioni”, e non va rettilineo ma come il cavallo degli scacchi, “che ha a sua disposizione svariate progressioni ma mai nello stesso senso”.
E qui l’etnologo introduce le nozioni poi molto contestate di storia stazionaria e storia cumulativa.
La storia è per lo più staziona ria. Solo di tanto di tanto evolve. Ma non ordinata a un metro: “L’umanità in progresso non assomiglia certo a un personaggio che sale una scala,  che aggiunge con ogni suo movimento un nuovo gradino a quelli già conquistati; evoca semmai il giocatore la cui fortuna è suddivisa su parecchi dadi e che, ogni volta che li getta, li vede sparpagliarsi sul tappeto, dando luogo via via a computi diversi”. Quel che si guadagna sull’uno si è sempre disposti a perderlo sull’altro, e solo di tanto in tanto la storia è cumulativa”. Ma, poi, la storia è in rapporto al punto di vista: non si riconoscerà vivacità  o brillantezza a una storia che per noi non dice nulla. Lo sviluppo è un fatto, è quantità di energia. Il progresso è storia – oggi si dice narrazione.
Il § 7 esamina il “Posto della civiltà occidentale”. Premonitore in quell’epoca trionfante postbellica. È in corso “una occidentalizzazione integrale del pianeta, con alcune varianti, ad esempio russa e americana”? L’etnologo non può che rilevare “che l’adesione a generi di vita occidentali, a certi suoi aspetti, è ben lungi dall’essere così spontanea come agli Occidentali piacerebbe credere”.  C’è una diseguaglianza di forze, una “sproporzione di energie”, che gioca per l’Occidentale, ma non una scelta. Discutere dei valori, della superiorità dei valori, è inutile. D’altra parte, la prospettiva storica è per l’etnologo epocale: si misura in ere e non in secoli, nemmeno in millenni: “Dipendiamo ancora dalle immense scoperte” del neolitico: “l’agricoltura, l’allevamento, la ceramica, la tessitura…”.  C’è chi fa i grattacieli e chi costruisce col fango, ma siamo tutti nella stessa esperienza: l’Occidente è – era – solo più “cumulativo”.
Le civiltà? Sono come le donne, attraenti ma non uguali, a meno che non si voglia stabilire una graduatoria: “Il grande filosofo inglese del XVII secolo, Hume, si è un giorno applicato a dissipare il falso problema “ del “perché mai non tutte le donne siano carine ma solo un’esigua minoranza”. Hume smantellò il problema: “Se tutte le donne fossero altrettanto carine della più carina, noi le troveremmo banali e riserveremmo il nostro qualificativo alla piccola minoranza che sorpassasse il modello comune”. Lo stesso con le graduatorie di civiltà: “Il progresso è sempre soltanto il progresso massimo in un senso predeterminato dal gusto di ognuno”.
La razza – è qui il punto controverso - è solo teorizzabile come “assioma posto in assoluto, in quanto si ritiene impossibile, senza di essa, rendere conto delle differenze attuali”. La differenza originaria, al netto da incroci continui, non è ipotesi scientifica, verificabile cioè. Ma le differenze ci sono. E quindi la razza rientra dalla finestra, come caratteri acquisiti. È come diceva Gobineau: il padre del razzismo era “perfettamente consapevole che le razze non erano fenomeni osservabili: egli le postulava unicamente come condizioni a priori della diversità delle culture storiche, che altrimenti gli pareva inesplicabile,  benché riconoscesse che le popolazioni che avevano dato origine a queste  culture provenivano da misture fra gruppi umani che a loro volta risultavano da altre misture”.

La mescolanza, il meticciato, è così che le culture ai affinano. La diversità “è funzione non tanto dell’isolamento dei gruppi quanto delle relazioni che li uniscono”. È tema costante di Lévi-Strauss, per esempio, in questa accezione, in “Lo sguardo da lontano”: “Esiste fra le società un certo ottimo di diversità che non deve essere superato, ma sotto il quale non si può neppure scendere senza pericolo”. La diversità – disuguaglianza – è necessaria e benefica. Il relativismo è il motore del progresso – o dell’“ottimo di diversità”, del quale, tanto è benefico, “ci sentiamo in dovere di pagare il prezzo”.
Se non che – uscendo dal dibattito sul “rapporto fra evoluzione organica ed evoluzione culturale in termini che Auguste Comte avrebbe chiamato metafisici” – “l’evoluzione umana non è un sottoprodotto dell’evoluzione biologica, ma neppure ne è completamente svincolata”.  Ciò che dispiacque al fondamentalismo Unesco. Ma l’antropologia ne è certa. Anche se si parla a sproposito di razza: si chiama razziale il “principio competitivo”, per “lo spazio libero, l’acqua pura, e l’aria non contaminata”, e contro chiunque - c’è razzismo, nota Lévi-Strauss, anche contro gli hippies
Claude Lévi-Strauss, Razza e storia. Razza e cultura, Einaudi, pp. XVIII-116 € 16

venerdì 11 novembre 2016

Il mondo com'è (282)

astolfo

Femminicidio – Viene da lontano, i classici ne sono pieni – come di virago castratrici. Ma non sempre è stato sgradevole. Il più famoso, Otello, è affezionato alla moglie che assassina. Shakespeare ha più di un assassino simpatico.

Islam – È femminile oltre che maschile, come si è sempre saputo. Molto,.Soprattutto ora, in Europa, dove si tenta di contrastare l’offensiva della “legge islamica”, più o meno basata sulla sharia. In Francia sono le donne islamiche ad aver avviato, cavalcato, e in qualche modo vinto, la “battaglia per il burkini”. A Londra è l’Associazione delle donne islamiche, con alla testa la deputata laburista islamica Naz Shah, a chiedere la perpetuazione dei tribunali islamici. Che si erano diffusi molto, con decisioni senza vigore di legge, ma delibate con effetti di legge in quanto arbitrati, che il nuovo governo conservatore vorrebbe limitare e forse abolire – non ci possono essere due leggi in uno Stato.
Entrambe le prese di posizione sono in chiave progressista: si argomenta che, senza, le donne islamiche sarebbero meno protette o libere, senza il burkini e senza i tribunali islamici. In realtà non è così: le donne, di qualsiasi religione, se residenti, ma anche non residenti, così come gli uomini, sono comunque protette dalla legge dello Stato.  Quella delle donne islamiche è una difesa arroccata, culturale, anche se di retroguardia, di una pretesa differenza. Di una differenza anche protettiva, a fronte di una legge “occidentale” che si presenta, o si recepisce, come affermazione di una superiorità. Ma il fatto c’è.

Populismo - È sinonimo di demagogia. Dario Fo e il papa Bergoglio, populisti accreditati, avrebbero da eccepire. Il papa non fa ammenda, e anzi ribatte imperterrito sugli stessi chiodi sugli stessi toni: povertà, degrado, avarizia, egoismo. Dario Fo, che di tutte le cause perse è stato araldo e leader, indistintamente, contro l’alta velocità, contro l’autostrada, contro l’aeroporto, contro la globalizzazione, contro la legge finanziaria, se ne faceva scudo e vanto in una delle ultime uscite, sull’“Espresso”, contro la critica riduttiva di Belpoliti.
Si può obiettare? La chiesa è populista. Lo è sempre stata, lo è per natura: del popolo, per il popolo. È in questo populismo che la chiesa ha peraltro maturato le istituzioni che governano le democrazie: la comunità, il voto, il comando temporaneo, la parità o uguaglianza di condizioni all’entrata, il rispetto delle minoranze, la difesa dagli estremismi. Al sociologo della letteratura Belpoliti Fo opponeva: “Il letterato impiega il termine «populista » nell’accezione in voga da qualche anno in Italia, cioè quella di considerare il populismo una sorta di pretestuoso espediente per imbonire furbescamente una comunità di semplici creduloni facili ad essere gestiti con qualsiasi argomento”. Bene, il populismo lo rivendica: è la democrazia, dice Fo, è la rivoluzione francese – “un’ideologia caratteristica di movimento politico o artistico che vede nel popolo un modello etico e sociale e il rispetto di ogni individuo che faccia parte di una comunità civile”. 
Civile in realtà non è la spia del populismo, semmai del benpensantismo. Ma Fo teneva duro.

La demagogia è episodica, mentre il populismo è duraturo, coriaceo, come qualsiasi altra opzione o ideologia politica: è ben un fenomeno politico. Dopo la vittoria di Trump, vasta e articolata, è da rivedere. Se non altro perché un fenomeno europeo è diventato di colpo americano, e quindi, è facile previsione, sarà presto mondiale.
È la politica del rifiuto della politica. Ma non della politica in sé, alla maniera di Mussolini, “qui non si fa politica”, bensì di una certa politica. Quella ripetitiva e scontata, conformista, vacua. Soprattutto inefficace. E non trasparente.
Nessuna politica può essere trasparente, ma c’è modo e modo, grado e grado. Di Hillary Clinton, per esempio, si sapeva che era la candidata presidenziale della sinistra ma non era di sinistra, e non si candidava per la sinistra. Se non trasparente, il linguaggio può essere netto, preciso nelle scelte che propone e si propone.
Questo “populismo” di ritorno negli Usa è peraltro espressione del voto popolare, delle masse dimenticate. Non l’esito di una demagogia di piazza, fisica o virtuale, di slogan, di scorciatoie e facili promesse. Si direbbe ed è – in molte circoscrizioni il conteggio è facile – una rivalsa del popolo della sinistra in qualche modo tradito. Nei fatti o nella percezione, non cambia: comunque deluso, irritato. Obama vanta la creazione di quindici milioni di posti d lavoro, e un tasso di disoccupazione più che dimezzato, a livelli fisiologici, da piena occupazione. Ma non è percepito come il risolutore, né come l’uomo degli esclusi – il voto massiccio per Trump, alla presidenza e al Congresso, è anche la sconfessione di Obama. Anche perché la verità è un’altra: l’economia americana è in forte ripresa, ma senza occupazione: il tasso di disoccupazione è sceso perché molti sono gli “scoraggiati”, usciti dal mercato del lavoro – più probabile che siano molte, si spiega così il voto delle donne per Trump, che c’è stato evidentemente.
L’uomo comune - i common people - è nella scienza politica americana entità rispettabile. Al contrario del democraticismo europeo, e italiano in specie, da destra a sinistra, da Guglielmo Giannini a Berlinguer - ossessionato dalla “maggioranza silenziosa” che non sapeva come squalificare. Il New Deal ne ha creato la figura, Frank Capra l’ha celebrato nei film, il filosofo John Dewey gli dà dignità. Mentre lo sdegno contro l’uomo comune, è, quando è sincero, il residuo del notabilato politico più che degli ex partiti di massa, lo stesso che si proclama società civile, una cosa quindi poco onorevole. E d’altra parte il metodo delle primarie per la scelta dei candidati, e poi la stessa competizione elettorale per la presidenza privilegiano di fatto il “partito del Capo”, cortocircuitando i partiti e la macchina politica.  

Anche l’elettorato inglese, prima di quello americano, avrebbe da obiettare. È difficile gabellare di populista l’elettorato inglese, compresi Farage e la sua Ukip, o il bizzarro ministro degli Esteri Johnson. Di euroscettico sì, ma pieno di argomenti. Che nessuno si preoccupa di disinnescare. Anche il Front National non si può mettere da parte in Francia come un fatto di stizza: è su piazza da oltre trent’anni.
Non si può liquidare il populismo dopo la crisi economica, e la recessione che ancora imperversa, su indirizzo peraltro e anzi volontà della Ue, in Italia, in Grecia, in Spagna, in Francia, nella stessa Germania. Sono movimenti incerti, non sanno cosa vogliono? Me nessuno ha “la” soluzione, Mentre questi movimenti sanno che cosa non vogliono, e vogliono: novità – discontinuità. Sanno che i problemi sono, come sempre, gravi, ma sanno pure non si risolvono con le vecchie ricette, specie se attendiste o formalistiche. Che bisogna provare qualcos’altro.
È un fatto peraltro che in Italia c’è un ondeggiamento pauroso, come un vagare incerto, da gregge impaurito o impazzito, tra i partiti e di partiti caleidoscopici, che mutano, trasmutano, muoiono, si moltiplicano.

È anche l’unica categoria residua sulla scena politica del Millennio: niente più liberalismo, socialismo, nazionalismo. Si spiega che tutto sia “populista”, da Salvini, o Le Pen, a papa Bergoglio. Visto da sinistra e visto da destra analogamente. Ma più corretto sarebbe dire: visto dai vecchi partiti, di sinistra o destra è indifferente.

Il populismo è semmai del giornalismo. Dei mezzi d’informazione, dell’opinione pubblica. Per l’approssimazione, il pregiudizio, il servilismo, a interessi costituiti o poteri politici.

Trump – L’uomo venuto dal nulla ha illustri precedenti negli Stati Uniti. Anche luomo dagli affari non trasparenti. In anni recenti Truman, quello di Hiroshima, del maccarthysmo, e di Edgar Hoover. O Nixon, che pure poteva contare su un Kisssinger. E Kennedy: padre, Joseph (che c’entra? c’entra - l’ambasciatire più importante di F.D. Roosevelt). Il più eversivo, peraltro amato e celebrato, è stato Reagan. Nel cui stato, la California, sotto il suo governatorato, si uccidevano i detenuti scomodi per motivi politici. Uno che allontanava gli insegnanti neri dall’Università della California - eccetto che nelle sedi di Oakland e San José. Che “spezzò la schiena” ai sindacati. Che fece la guerra a Grenada. 
I precedenti sono anche di celebrazione costante di anticonformisti, Elvis Presley come Cassius Clay o “Il padrino, fuori dalle ideologie o sistemi conchiusi, lenergia individuale. Si è arrivati a Trump per motivi che ancora non sappiamo – non si fa l’analisi del voto – ma anche perché nessuno dei precedenti ha messo a repentaglio, nemmeno scalfito, la democrazia americana. Che è solida, la più solida che esista e sia mai esistita.
Gli Usa non sono una repubblica delle banane. Hanno istituzioni collaudate e saldissime, così come l’impianto costituzionale. Una suddivisione (bilanciamento) reale dei poteri, caso unico fra le democrazie.  Un sistema repressivo e giudiziario non oppressivo e anzi protettivo, delle parti offese, e anche degli imputati fino alla condanna.  Una articolazione sociale minuta, per comunità d’interessi di ogni tipo, o dei cosiddetti corpi internedi, che da Tocqueville a Guglielmo Negri,  il fondatore del Centro studi americani, “Il sistema politico degli Stati Uniti d’America”, è il fondamento di ogni democrazia, ma è più viva negli Usa.

astolfo@antiit.eu 

“Vi darò tutto”, f.to Trump

Una svelta incursione nel fenomeno Trump, “Un fenomeno americano” è il sottotitolo. Visto purtroppo come fenomeno da baraccone. Anche per Ferraresi, studioso di storia americana (“Obama, l’irresistibile ascesa di un’illusione”, “Introduzione alla politica americana”), corrispondente da New York del “Foglio”, lo sfondo è sempre delle “americanate”, incomprensibili ai probi e colti europei. E Trump resta quello dei cartoons, megalomane, riccastro, evasore, razzista, misogino, violentatore, spia di Putin. Ma non c’è altro, Trump è unico in libreria
Lo scaffale politico è solitamente ingombro. Magari di libri usa e getta, ma l’offerta è considerevole: ci sono stati moltissimi libri su Berlusconi, cento, duecento?, molti su Renzi, parecchi sui Clinton, Hillary compresa, su Trump non ce ne sono. Eccetto questo di Ferraresi. Che ha il merito di averne afferrato la consistenza. Anche se critico, anche lui, più che informato – è tutto un mettere le mani avanti, alla cieca, come contro una peste. E ne aveva afferrato in anticipo la chiave del successo politico: “Il trumpismo è il lettino dello psicanalista di una nazione bipolare. Il messaggio ambiguo e liquido si presta a un ascolto selettivo: il pubblico filtra e trattiene ciò che vuole, tutto il resto – pensa – è una figura retorica, è la provocazione di un artista contemporaneo, sarebbe sciocco intenderla in senso letterale. È il modo in cui viene pronunciato a trasmettere vitalità, il tratto dominante di questo leader postideologico”. E il senso del suo messaggio elettorale: “Vi darò tutto”.
Un candidato che “riflette” i bisogni e i desideri dell’elettore, più che argomentarli in astratto.  E in quel messaggio apparentemente insignificante, o assurdo, coagula invece la storia, il senso della storia, degli ultimi trenta-quarant’anni: “tutto” è quello che vi aspettavate e vi è stato tolto. Le “proposte scioccanti” e il “linguaggio sboccato” sono un modo come un altro per dominare, come al candidato è necessario, un fronte mediatico al 99 per cento ostile.
Non solo. Il lettore comune è arrivato alle elezioni di martedì col senso di un’America compiuta, sotto il lungo segno di Obama. Ferraresi sapeva che non è vero: l’America dice “ferita”, col supporto di Robert Putnam,  “Our Kids: the American  Dream  in Crisis”. Dove si documenta la rottura per la prima volta del cardine del Sogno Americano: che i figli avranno una sorte migliore dei padri, che si vive per migliorarsi e migliorare. Una disillusione epocale, che Ferarresi documenta viva, indirettamente, anche nei sostenitori di Sanders, il concorrente di Hillary Clinton alla candidatura democratica.
Ferraresi cita la proliferazione dei suicidi, mai cosi tanti, e il ritorno dell’eroina e dell’alcolismo. Avrebbe potuto citare, da cronista, il fallimento della riforma sanitaria di Obama, “Obamacare”, per il costo dell’assicurazione. L’eccessivo numero di “scoraggiati”, che si esiliano dal mercato dal lavoro, e di posti interinali, a paghe infime, i due “fenomeni” che sono alla base della fenomenale riduzione della disoccupazione al tasso fisiologico del 5 per cento: il monte ore lavorato negli Usa è più basso che nel 2008. I cinquanta milioni di americani, o poco meno, che ricorrono a sussidi pubblici per sfamarsi.
Resta che Trump ha vinto in positivo, non in discesa, non per abbandono. Ha sconfitto una rivale che partiva con molti vantaggi: essere donna, essere stata segretario di Stato, nonché senatrice, e first Lady per otto anni, avere il sostegno di tutto il suo partito e di una buona metà del partito di Trump, i Bush in testa, avere il sostegno quotidiano del presidente in carica, e quello illimitato della grande finanza, nella fondazione familiare, nei media, nell’editoria, avere il sostegno dell’Europa e dei potentati arabi. Il voto per Trump è stato un voto per, non un voto contro – Ferraresi lo sapeva, ma forse non convinto: dovrà scriverne un altro.
Mattia Ferraresi, La febbre di Trump, Marsilio, pp. 159 € 12

giovedì 10 novembre 2016

Ombre - 341

Senza vergogna i giudici costituzionali emeriti, Onida, De Siervo et al., che si vedono bocciare a ripetizione in tribunale i ricorso contro la formulazione dei quesiti al referendum. Uomini di scarsa legge, oltre che opportunisti politici – le fortune dei De Siervo, tra l’altro, padre e figlio, legate a Renzi, ai democristiani del Pd.

Vince Trump su tutta la linea, alla presidenza come al Congresso, ai due rami del Congresso,  caso rarissimo, ma continua a essere una marionetta per i grandi giornali, “la Repubblica”, il “Corriere della sera”,  autoerette vestali della sinistra. Per accecarla, anche la sinistra italiana?

Vince Trump e scopriamo di non saperne nulla. Dopo una  campagna elettorale durata un anno e mezzo. Né di lui né dei suoi elettori. Che sono numerosi e variamente disposti, in tutti gli Stati della federazione, e in città come in campagna, nei distretti proletari come nei centri borghesi. Solo sappiamo che è un riccone, gigione, misogino, benché devoto alle sue donne, e razzista, benché abbia sposato una dell’Est, e poi un’altra.

Non ci dicono nemmeno che è il primo presidente (pluri)divorziato – non è corretto? Né che è il primo presidente tedesco – suo nonno lo era.

“Il mondo è cambiato”, titolava otto anni fa “la Repubblica” per l’elezione di Obama. Manco per niente, la solita routine. Ciononostante, il giornale si ripete: “«Il mondo è cambiato» nuovamente ieri mattina”, scrive il direttore, “in modo ancora più radicale e sconvolgente”. Dove andremo a finire?

A parte le prefiche della sinistra (ma Zucconi non è quello della Destra eponima, buonanima?), nessuno sembra sapere che Trump ha vinto contro una candidata che partiva con una serie di vantaggi: donna, dopo il presidente nero, ex senatrice e ministro degli Esteri, per otto anni alla Casa Bianca, con l’appoggio pubblico costante, inconsueto, del presidente  uscente, l’unanimità dei media, un fondo cassa in esauribile, tre volte quello del miliardario Trump.

Continua dopo la vittoria di Trump la cecità dei media. Come a sancire da sé la propria irrilevanza. L’eutanasia non si avocava per gli altri?

Secondo la logica degli apparati Usa di spionaggio, e i media pro-Clinton, la vittoria di Trump è stata una vittoria di Putin....
Non si può dire nemmeno disfattismo, è solo l’idiozia di una politica fatta dai mass-mediologi – pubblicitari per lo più.

Nemmeno il mussoliniano “me ne frego!” imbrillanta l’Europa di Juncker. Nemmeno negativamente, la lascia sbiadita come è, l’Europa dello 0,1.
Ma forse, anzi certamente, non stupida. È allora una trappola?

Zagrebelsky: “Paese diviso. Un clima così neanche nel 1946”. Non è vero. Ed è anche una sciocchezza, storica e politica. Forse perché il giudice Zagrebelsky nel 1946 aveva tredici anni, o dodici? No, è il presenzialismo: più la sparo grossa, più mi si vede.
Bisognerebbe mettere un fee sulle dichiarazioni, se non ci pensa twitter. Una tassa

Cgil e CasaPound uniti nella lotta, Anpi con Forza Nuova, contro la riforma: al peggio non c’è fine. Con i giovani disoccupati e le cariatidi universitarie. Tutti uniti per far raddoppiare o triplicare lo spread e condannare l’Italia. Ci vuole una catastrofe tipo tsunami per riportare la ragione, quella che abbiamo è uno smottamento.

Il Monte dei Paschi, che valeva non molto tempo fa sei miliardi, ora non vale 600 milioni. Sotto un’interminabile ispezione Bce.Ci sarà una Norimberga anche per la Bce, quando le banche d’affari saranno state sconfitte?

Non ha fatto in tempo Cairo a impadronirsi della Rcs che la “Gazzetta dello Sport” attacca di petto al Juventus. Il giornalismo torinista non è male? Poi magari sciopereremo per difendere i redattori della “Gazzetta”.

L’Europa si muove, e dice che in Turchia la democrazia è “ferita”. Le notizie arrivavano prima nel Medio Evo.
E che vuol dire ferita? Lieve, non suppurata?

Il bello - ? – è che l’Europa è timida perché pensa che Angela Merkel sponsorizzi Erdogan. Il che magari è vero, ma perché allora non fare un favore a Merkel, aumentarne il potere contrattuale con Erdogan?

Resta vero che la Germania, che ha d etto no ala Turchia nell’Europa, poi la butta sui piedi dell’Europa. Irrancidita dal suo no, dal no tedesco, alla europeizzazione.

Muoiono su un gommone 249 africani, se ne salvano 29. Una notizia breve. Giusto perché li ricorda il papa tra i defunti.

Il presidente Mattarella parla di “emergenza non compresa appieno”. Con più morti, ogni giorno, di una guerra? Meglio non disturbare?

Amnesty International accusa, da Londra, i centri italiani di accoglienza di ogni sorta di sevizie dell’immaginario sadomaso britannico. Ma non erano usciti dall’Europa?

Si fa una legge per innalzare  l’età del pensionamento dei giudici da 70 a 72 anni, subito dopo averne fatta una che la riduceva da 75 a70. Questo solo per mantenere in attività il presidente in carica della Corte di Cassazione Giovanni Canzio. Che naturalmente non ha favori o pratiche speciali da sbrigare. 

Thomas Mann mediatico

Thomas Mann giornalista, dell’esoterico. Già in età, già “Thomas Mann”, nel 1922 assistette a tre sedute di un medium viennese, in casa e su invito del barone Schrenk a Monaco, e gliene fece il resoconto per lettera. Dettagliato, con ipotesi razionali e\o meccaniche per spiegare l’inspiegabile, ma incerto. “Eppur si muove” è tentato di dire, gli oggetti intorno di muovono. Ma è troppo lucido per cedere all’allucinazione – senza contare che, lui lo sa, l’autore è lui stesso un medium (baro?).
Prose curiose per la curiosità inesauribile dello scrittore. Che la richiesta del barone aveva sollecitato, nel tentativo di venire a capo di un “modo di comunicazione”, si direbbe oggi, allora in voga, negli anni 1920-1930. Di cui aveva già scritto, in “Morte a Venezia” per esempio e al Forte dei Marmi, “Mario e il mago”, e scriverà l’anno dopo in un capitolo della parte finale della “Montagna magica”.
Una scelta avventurosa di Claudia Ciardi, che ha ripescato le prose nella voluminosa raccolta in due volumi degli “Essays”, compilata da Hermann Kurzke quarant’anni fa – resta sempre molto da scoprire sotto la superficie del Novecento, secolo livellatore. E la correda di note al testo e all’autore che sono un saggio compatto di sorprendente rilievo.
Thomas Mann, Sedute spiritiche, Via del Vento, pp. 41 € 4

mercoledì 9 novembre 2016

La Waterloo dell’opinione pubblica

Che storia ci hanno raccontato? Trump vince convincendo e noi sapevamo che era un cialtrone. Vince in discesa, senza strafare, da professionista della politica, e noi sapevamo che si trattava di un riccastro capriccioso. Vince ovunque, con ogni ceto o gruppo etnico o sociale, e noi sapevamo che aveva tutti contro, le donne, i gay, gli afro, gli ispanici, circa l’80 per cento dell’elettorato.
Questa elezione è una pietra miliare nella storia dell’opinione pubblica. Catastrofica: smantella ogni connotato positivo che l’opinione e il pubblico potevano avere. Chi scorre questo sito molto poteva sapere in anticipo, senza peraltro informazioni di prima mano, giusto per attenersi ai fatti con un minimo di criterio. Ma conviene riepilogare i termini della disfatta.
Il giornalismo è irrilevante per il consenso politico. Hillary Clinton è stata sostenuta da 102 quotidiani, con una tiratura complessiva di 15,7 milioni di copie giornaliere. Trump non ha avuto sostegno altrettanto determinato dagli 82 quotidiani schierati per il partito Repubblicano, 14,8 milioni di copie di tiratura giornaliera. Ha avuto pochi e non qualificati giornaletti, per circa mezzo milione di copie. E il sostegno, non convinto, delle sole tv Fox.
Il giornalismo è inaffidabile Migliaia di inviati, diecine di migliaia di articoli e corrispondenze, milioni e miliardi di minuti tv, e non sappiamo cosa vuole Trump. Solo pettegolezzi - meglio se di ragazze coscia lunga (che Trump non abbia onorato adeguatamente). La superficialità è peggiore se senza dolo.
L’opinione pubblica è privata, privatissima: dai sondaggi ai commenti e alle informazioni. È cioè bugiarda. Di un capitale che si camuffa, dietro un politicamente corretto che gli fa da schermo e protezione. Trump, che evidentemente ne conosce i meccanismi, lo diceva, con ragione – lo diceva senza sorpresa né ira, come un fatto scontato.

Il populismo è il fallimento della sinistra

La politica del rifiuto della politica, il cosiddetto populismo, affligge tutti gli schieramenti evidentemente, la destra come la sinistra. Ma il fenomeno monta per l’inadeguatezza della sinistra post-Muro. Piena di risentimento o\e di servilismo verso il potere, che oggi si chiama mercato - di conformismo. Col sopracciò intollerante e intollerabile da vecchi notabili, pieni di niente.
Si dice populismo ma è l’espressione del voto popolare, delle masse dimenticate. È la mobilitazione che la sinistra non sa e non vuole innescare. Arpionata agli interessi costituiti, seppure sotto forme liberali: della finanza, dei monopoli, dell’industrializzazione-corruzione di ogni istanza, dal cibo bio alla stessa anticorruzione. Affogata, quando ancora vive, nel rancore. Virginia Raggi ne è un macroesempio: una candidata da nulla è stata montata dagli ex Pci in odio a Renzi – al primo turno da soli, è al secondo turno che l’odio ha accomunato i berlusconiani.
Il populismo è un’antipolitica in cerca di una politica – in alternativa c’è l’assenteismo elettorale.
Se cavalcato dalla sinistra, non esce dall’indistinto, dal conformismo. Da quelli che si chiamavano i poteri forti, cui la sinistra europea e americana si protesta aggiogata. Della conservazione, sociale, culturale, politica. Della presunzione di superiorità, dei diritti, le strategie, i proponimenti.
Se cavalcato dalla destra, è disorientato: abbandonare l’euro? abbandonare Bruxelles? emigrare? Tanto forti nel voto, Le Pen, Grillo e Salvini non sanno – non saprebbero – che fare. 
Trump non lo sappiamo, ma forse no, forse Trump ha una politica. Ci dicono che la sua vittoria è il trionfo del populismo. Isolazionaista, razzista etc.. Ma non si vincono così nettamante le elezioni in America, un paese molto diversificato e dove il voto si combatte per mesi in mare aperto, con minacce di rivalsa. 
Berlusconi ne è stato un pallida figura in Italia perché non ha avuto coraggio – è lui stesso parte del conformismo che attanaglia la sinistra. Grillo ne è espressione più coerente, seppure anche lui conformista a sua volta: dell’improvvisazione, del web, del volontarismo (la mancanza totale di filtri).

La volontà di potenza di Pavese

È una ricerca di dottorato su Pavese “tedesco”. Esattamente, sull’influenza di Nietzsche nella poetica di Pavese e le sue scelte pratiche di vita negli anni della guerra – con introduzione di Angelo d’Orsi. Il Pavese che mancava, benché fosse bene in vista. Trascurato per un residuo di benpensantismo Pci.
Belviso ha lavorato sull’infatuazione tedesca di Pavese negli anni della guerra. Fino a imparare affrettatamente il tedesco, e avventurarsi nella traduzione della “Volontà di potenza” di Nietzsche, negli anni 1944-45, dell’occupazione e della liberazione. Una scoperta effetto del sodalizio con Giaime Pintor, germanofilo acritico, a suo agio con i “Proscritti” di von Salomon, l’epopea della guerriglia tedesca degli anni 1920, antifrancese e antipolacca, e anche col nazismo. Che la pubblicazione di questo Nietzsche, quello allora conosciuto, aveva caldeggiato cinque anni prima, e Einaudi per un motivo o per l’altro aveva rinviato.
Una passione repentina che Belviso inquadra anche alla luce del cosiddetto “Taccuino segreto”, le annotazioni che Pavese espurgò preparando i diari per la pubblicazione nel 1952, “Il mestiere di vivere”. Pavese, a disagio nel Novecento bellicoso e rivoltoso (la sua militanza comunista Belviso dice espediente), malgrado il confino cui lo sottopose Mussolini, approdò nell’ultimo decennio di vita a un suo Novecento dionisiaco e mitico, sulle orme di Nietzsche. Il Nietzsche che si conosceva allora, della “Volontà di potenza”, la compilazione spuria frutto soprattutto della temibile sorella Elisabeth. Ma corroborato da altre letture, o riletture, in chiave irrazionalistica,  di Thomas Mann, Kerényi, e dei tedeschi della “rivoluzione conservatrice”, Jünger, Schmitt.
Francesca Belviso, Amor fati. Pavese all’ombra di Nietzsche, Aragno, pp. XXI-183 € 25

martedì 8 novembre 2016

Secondi pensieri - 284

zeulig

Aristotele – C’è una lunga tradizione luterana di avversione ad Aristotele. La filosofia aristotelica – la scolastica – è per lo Spener, il fondatore del pietismo, “Cons.  Theologiae”, “il più grave malanno per il cristianesimo”. Ogni altra filosofia è migliore, in specie la platonica.

Capitalismo – Può essere “ascetico” anche di fatto, per esperienza storica. Molti asceti vengono da famiglie mercantili, tra essi san Francesco e i Borromeo, e nel luteranesimo. Molti imprenditori vengono da famiglie di pastori di fede, per esempio Cecil Rhodes – ma specialmente nel calvinismo.

Colpa – Il senso tragico della colpa si vuole distingua Lutero, di fronte a Roma e a molti luterani,   per esempio i pietisti. Ma non della propria colpa, di quella dell’umanità.

Evoluzione – Un fatto è indubbio: è stato l’impulso evolutivo, al cambiamento (curiosità) se non al miglioramento (etica), a muovere la civiltà. Verso meccanismi comunque complessi , se non migliori.
Diversa è l’evoluzione fisica della materia che è piuttosto un adattamento.

Gelosia –È tribunale che non si perde una piega, lucida e saettante come ogni logica che non ha fondamento, e più si acumina con le argomentazioni a difesa.
È un giudizio in tribunale, senza difesa, l’accusatore è anche giudice e inquirente.

La gelosia esiste, si sa. E viene, si dice, con l’amore. L’amore di sé esclusivo, feroce. Ma è ferale pure l’indifferenza.

È possessione, giusto la definizione di Erasmo, dolce bastardo - che l’amore diceva musica (Erasmo non fu sposo ma se n’intendeva, figlio di un seminarista e una ragazza senza famiglia). Dell’altro e di sé. C’è vita tuttavia nella gelosia, pure in quella familiare, tragedia a bassa intensità.
L’assassinio quarant’anni fa a Houston del medico romano Sandiford da parte della moglie gelosa, texana, di una cultura cioè che si vuole di forti individualità, tanto più in una donna colta, giovane e bella, era di un essere umano il cui guscio si schiude. Gli americani, malgrado tutto, si rassegnano: ognuno prospera, e intristisce, in forme sconsiderate, c’è fatalismo nel paese della libertà. Mentre non c’è invidia, mancando il sospetto. La gelosia è dunque curiosa, passione insoddisfatta.
“Nulla è così frammentario come il matrimonio, e niente meno del matrimonio sopporta un cuore diviso”, stabilirà Kierkegaard, l’esperto in (non) matrimoni. Con la postilla: “Neppure Dio è altrettanto geloso”.

Indiscrezione – “Le indiscrezioni seguono, come ombra, ogni segreto”. Lo ha scritto Pessoa, ma è il motorino d’avviamento di Kafka. Le indiscrezioni inconcludenti: a loro volta enigmatiche. Il segreto alimenta se stesso – l’indiscrezione ne allarga la macchia, su più piani: non “libera”, non risolve, ma complica.

Progresso – Si fa – si produce – nella differenza. Se tutti fossimo ugualmente belli-e-buoni si sarebbe nel problema di Hume e le donne tutte belle: perché alcuni sì, i pochi, e altri no? Se tutte le donne fossero belle come la più bella, le troveremmo normali, di nessun interesse.
Discende dalle diseguaglianze.

Razionalità – Weber la propone (in questa formulazione in “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”), come razionalizzazione dell’irrazionale. Non per coerenza interna cioè. Quindi multipla e indefinibile?
“Una cosa non è «irrazionale» in se stessa ma da un dato punto di vista razionale”. Anche gli esempi che porta – in polemica con Brentano, che questa indefinitezza gli rimproverava -confermano che Weber era per questa flessibilità: “Per l’irreligioso è «irrazionale» ogni condotta religiosa della vita, per l’edonista lo è ogni condotta ascetica, anche se, misurate secondo il loro fine ultimo, costituiscono una «razionalizzazione».

Tolleranza – Si ipotizza e si sviluppa contro il calvinismo e il puritanesimo anglicano. Sempre molto diffidenti contro la cultura: poesia (superstizione), feste, teatro, arte religiosa, letteratura amena (romanzi), danza, canto. Oltre che contro la conversazione, l’ostentazione, il superfluo. Shakespeare più volte apostrofa critico i puritani, per l’intolleranza.
Lo stesso nell’etica sociale. Fuori dell’etica personale, di massima libertà, della divisione sociale del lavoro, il puritano inclina a schiavizzare il lavoratore, che deve impegnarsi sempre, tutti i giorni e a tutte le ora, eccetto un paio la domenica da dedicare all’ufficio sacro. E bene, a maggior gloria di Dio. Il popolo è anche teorizzato meglio povero, per restare fedele a Dio.
Nasce per questo, per essere nato ed essersi sviluppato sotto questo segno protestante, il lavoro alienato in fabbrica, dove al lavoratore si richiede nient’altro che la prestazione fisica. Non un adempimento, una partecipazione, un’intelligenza. Un’alienazione che è durata fino al fordismo e oltre - fino all’applicazione delle teorie partecipative, o di responsabilizzazione, del lavoro, di ritorno dal Giappone.

Si afferma in Olanda, in territorio prevalentemente calvinista, per incrementare il potenziale di affari. Nella prima società secolare - l’insegnamento laico vi debuttò nel 1806. L’Olanda è la prima a istituire nel Seicento la tolleranza di credo, per far circolare il denaro – i cattolici relegando comunque in soffitta, il piano terra doveva restare libero per i commerci.
Di un laicismo peraltro peculiare: la Repubblica impose la libertà di culto affinché, ognuno essendo libero di praticare la religione, il libero pensiero potesse restarne escluso - si arriva prima a Dio pensando liberamente.
Amsterdam mescolò, con la tolleranza, nella Compagnia delle Indie i cristiani agli ebrei e ai musulmani, e gli ugonotti ai cattolici: più patrimoni, più investimenti. Per fare concorrenza alla cattolica Anversa - la “nouvelle Carthage” di Georges Eekhoud, dove i quartieri si chiamano Bourse e Fabrique, e lo spirito del capitalismo usciva la mattina in corteo, di “anseatici fastosi, che si recavano alla Cattedrale o alla Borsa preceduti da suonatori di piffero e violino”.

Fu presto contornata, in ambito religioso protestante, dalla tolleranza come indifferenza, che Schleiermacher filosofò, poi adottata da Nietzsche - “Il regno della tolleranza è stato umiliato da mutati valori di fondo e ridotto a pura viltà, a mancanza di carattere”. Il ministro calvinista Ancillon lo aveva spiegato in precedenza all’abate Degola a Berlino, che “la tolleranza è una parolina per neutralizzare le opinioni religiose, e finire nell’indifferenza”.

La tolleranza è essere tollerati, col cappello in mano, ringraziando: implica una majestas, una superiorità morale.

È bene essere tolleranti in epoca non permissiva, si rischiano altrimenti i bisogni in pubblico.

zeulig@antiit.eu

Tra la gente ancora perduta

Sette racconti dal vivo, scritti tra il 1916 e il 1928, riniti in volume dallo stesso Zanotti Bianco nel 1959, quattro anni prima della morte, a 74 anni. Una vita piena di cose fatte. Archeologo, protagonista con Paolo Orsi, Giuseppe Foti e  Paola Zancani Montuoro degli scavi in Magna Grecia, tra Campania e Calabria. Parte attiva nel 1922 del Comitato di soccorso ai bambini in Russia, un paese e una cultura che conosceva e sentiva proprie. Soprattutto creatore e animatore dell’Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d’Italia, con la quale creò e tenne in vita, su base volontaria, numerosi asili, scuole (rurali, serali, elementari), dispensari, contro la malaria e la fame, nonché opifici e tecniche di lavorazione, e assistenza alla vendita, specie sull’Aspromonte, dove spostò di fatto la residenza, fissa a partire da 1912, fino al 1928, quando Mussolini ne impose l’allontanamento.
Il miglior racconto di Zanotti Bianco è la sua vita. Ma anche queste sue prove: un’infilata di racconti che a leggerli a distanza fanno la storia. Partendo dal “Ritorno”, un’anticipazione in tutti i sensi di “Tutti a casa”, su una marcia nella notte in montagna nel 1916, senza senso, se non a rischio di morte. La sala d’attesa di “Catanzaro Lido”, racconto del 1919, epitome dei vizi del Sud e dell’Italia, un esercizio virtuosistico. “Una notte sul Volga”, 1922, resoconto di una missione umanitaria, tra un’umanità denutrita e abbandonata, che muore di tifo, di peste. L’assassinio a Reggio Calabria di un ispettore scolastico, vedovo con cinque figli, che non ha concesso il trasferimento in città di una maestra da un paese di montagna, 1921 – “da chi ha ereditato questa gente la mancanza di misura, che gli Dei dell’Ellade, sì familiari un tempo in queste contrade, punivano crudelmente come figlia dell’empietà?” Ancora una missione umanitaria, tra i profughi armeni attendati a Bari. Il sorgere del sole sul Montalto, la vetta dell’Aspromonte. Niente di eccezionale, ma il racconto ne è robusto.
La “spuntata” a Montalto, “la creazione del mondo”, è di forte commozione: “Morti di stupore, come assistessimo al miracolo della creazione del mondo, erravamo da una sponda all’altra della nostra vedetta, mentre nel mare lentamente emergeva tutt’intera la punta del piede d’Italia, la Sicilia, che da lassù sembrava unita al continente, e sparse in quell’infinito, petali disseminati dal vento, le Eolie”. Nella luce che trascolora nelle gradazioni dello spettro solate.
Ultimo il viaggio ad Africo, nel racconto che dà il titolo alla raccolta. L’atto di fondazione di una leggenda quasi secolare. L’iniziatore di un genere, si può dire: della negazione di ogni barlume di umanità a quella comunità. Che avrà molte riprese d’autore, e tuttora si pratica, a opera degli stessi africoti.
La testimonianza resta viva. E imperdibile è l’uso dei dialetti, specie, in lunghi racconti, di quello apromontano, così preciso, senza una sbavatur a, ed efficace: pieno di lessemi insostituibili, e delle forme grammaticali e sintattiche le più lontane dall’italiano o neolatino, sempre significanti – un linguaggio di vita, s’intuisce, praticato, e non appiccicato come userà in letteratura.
Umberto Zanotti Bianco, Tra la perduta gente, Ilisso-Rubbettino, pp. 139, ril., € 5,90

lunedì 7 novembre 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (306)

Giuseppe Leuzzi

“Si vive soli, la nostra vita è in ufficio. La società è collusa o compiacente”. Sembrano parole gravi, ma il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, le dice, senza nemmeno rincrescimento. Il Procuratore ambisce a una sede più importante, la sua Napoli, Roma, Milano? Come si può governare una città e una provincia, mezzo milione di persone, disprezzandole?

Non è molto che il maresciallo dei Carabinieri era benvoluto e rispettato in Calabria. Figurarsi un giudice, persona di tutte la più stimata. Ora, è vero, i Carabinieri vivono barricati nelle caserme, con i ferri alle finestre. Forse per questo gliele hanno costruite quattro e cinque volte più grandi.

Il Procuratiore de Raho presiede alla promozione di una serial Mediaset sulla ‘ndrangheta. Invitato d’onore. Che ne avrebbe detto il vecchio maresciallo?

Il presidente del Cnr Inguscio fa un’intervista con Giovanni Caprara, redattore scientifico del “Corriere della sera”, su un piano di investimenti in tecnologia al Sud. Ma l’intervista non esce, se non in occasione del terremoto, preceduta da un cappello che dice che il Cnr monitorizza il territorio, e farà il possibile pe metterlo in sicurezza.

Il terremoto eversore
Sul Montalto in Calabria, in un’alba che gli richiama “la creazione del mondo”, idilliaca, serena, Umberto Zanotti Bianco riflette, nel racconto “Aspromonte” (“Tra la perduta gente”), sulla cancellazione della storia. O il perché di tanta desolazione, quanta ne riemerge di continuo nella Calabria che ama e dove ha scelto di vivere:
“Morti di stupore, come assistessimo al miracolo della creazione del mondo, erravamo da una sponda all’altra della nostra vedetta, mentre nel mare lentamente emergeva tutt’intera la punta del piede d’Italia, con la Sicilia, che di lassù sembrava unita al continente, e sparse in quell’infinito, petali disseminati dal vento, le Eolie” – nella luce trasmuta nelle gradazioni dello spettro solare.
“Che cosa resta più delle famose città che i Greci fondarono su questi due mari e che ebbero una fioritura così vivida e intensa, oltre l’alone di poesia e di gloria che circonda i loro nomi? Faticosamente l’archeologo tra dense macchie e acquitrini disseppellisce fondamenta solitarie di templi, rocchi di colonne, frammenti di terrecotte… Ma non un’anima è tormata a dire il perché di tangta desolazione.
“Roma, che dovunque è passata ha lasciato tracce grandiose della sua potenza, qui dove, per affrontare i Bruzi e più ancora i Cartaginesi, ha fatto il deserto, è quasi del tutto muta o assente.
“Bisanzio, che in queste sue estreme marche occidentali, tante volte difese dalle ondate di Arabi e di Longobardi, vide affluire dall’Oriente torme di monaci migranti e fiorire una santa tebaide, a null’altro ha legato il suo nome che a qualche umile chiesetta, a qualche lembo di affresco.
“Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, tutti gli stranieri che hanno riempito questa terra, tra clangore d’arme di guerre devastatrici e una intensa e capace vita amministrativa, di tante grandi costruzioni, di tanti imponenti castelli, e che hano scatenato passioni così feroci che ancrta oggi leggendo le loro cronache non è posibile non parteggiare per gli uni o per gli altri, quale testimonianza della loro stora ci hano tramadato in giustizierato se non la taciturna solennità delle dirute rocche feudali.
“Tutto cioò che altrove forma la vivente tradizione di una terra, il retaggio d’arte e di bellezza dei padri, la silenziosa educatrice della sensibilità nazionale, qui è stao distrutto, se non dalla violenza degli uomini, dalla furia apocalittica degli elementi, che con persistente attacchi hanno di secolo in secolo raso al suolo quanto nelle epoche precedenti s’era salvato. Tutto ciò che non è stao affidato esclusivamente alla vita dello spirito, penetrando nel profondo delle esperienze umane, qui è naufragato nel silenzio e nell’oblio.
“Quale meraviglia, se nella perpetua vedovanza del patriomonio che crea alle collettività la poesia dell’esistenza, se davantri a quest’eterno richiamo alla morte, gli spiriti siano andati in cerca della città del sole per evadere dalla loro città terrena impastata di lacrime e di sangue, e che da queste montagne sia sporto il canto più profetico, l’aspettazione più trepida della  terza epoca della pace e dell’amore?” – con richiami a Campanella e Gioacchino d aFiore..

Ciancimino Sancimino.
Ha scritto libri, ben recensiti, ha occupato i giornali, ha promosso processi, ha movimentato udienze, era un imbroglione, e si vedeva, ma non per i giudici e i Carabinieri. È la storia di Massimo Ciancimino, figlietto furbo e agile di Vito Ciancimino, il referente politico palermitano della mafia per un trentennio. Anche ora che la cosa è sancita in Tribunale, Ciancimino jr. resta un eroee. Non lo invitano più ai talk-show perché sarà in quache forma di carcerazione. Ma chi dubita del giovanotto?
Solo una giudice, che se lo è trovato “prova” della Procura di Palermo al suo processo, il primo  dello Stato-mafia (un secondo è in Corte d’Assise). La giudice, Marina Petruzzella, ci ha messo tre anni per dirimere il dibattimento - a Palernmo, città emintemente antimafiosa, bisogna stare parati, - e uno per scrivere la sentenza, ma infine non ha dubbi: “L’analisi integrale delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino ne ha rivelato l’assenza di coerenza e ha reso palese la strumentalità del comportamento processuale, la gravità degli artifici adoperati per rendere credibili le sue molteplici contraddizioni, e per tenere sulla corda i pubblici ministeri col postergare  la promessa di consegnare loro il papelo, carpirne così la considerazione e mantenere sempre alta su di sé l’attenzione, accompagnato nel suo luminoso cammino dalla stampa e dal potente mezzo televisivo, stuzzicati con altrettanta astuzia”.
L’iventore del “palello”: “In particolare, sul finire del 2008, creava abilmente nei pm, che lo interrogavano sulla trattativa tra il padre e i due carabinieri del Ros, l’aspettativa del papello. Che forniva solo in fotocopia sul finire del 2009”, cioè dopo un anno, “dopo averli riempiti di documenti del padre, selezioanti a sua scelta”. I  giudici beffati dal giovincello, insomma, strumentale, contraddittorio,  astuto. Che “creava” nei magistrati astuti “l’aspettativa del papello”. Facendoli però godere, si può aggiungere – e quanto non lo hanno speso sui giornali.
Nel merito, su Calogero Mannino, l’ex ministro Dc accusato dal pentito Brusca, una prosa meno limpida ma anch’ssa precisa: “Gli (a Brusca) venivano suggerite delle molteplici solecitazioni, ricevute nel corso di interrogatori, a volte anche mpolto sofisticati”.
Nessun dubbio che Petruzzella prima o poi sarà processata, un concorso esterno in qualcosa ce l’avrà pure. La partita è anche impari: una con tro quattro, tanti sono i Procuratori dello Stato-mafia,  - per non dire dei giornalisti al seguito (Petruzzella fa notizia un giorno, forse due, i Procuratori danno notizie ogni giorno).
Ma che fine ha fatto il supertestiomone, il beffardo Ciancimino jr.? Papello a Palermo non significa il papa, neppure infante: è il vangelo secondo Ciancimino – Ciancimino Sancimino?

San Luca in Algeria
Si ritrova il paese di Corrado Alvaro, in un racconto dello scrittore algerino Yasmna Khadra, “Cugina K”:
“La montagna, in lontananza, ha la superbia scorticata.
“Il fiume che essa secerne non raggiungerà mai il mare. È un paese arido, imbronciato e ostile, nato unicamente per subire. I suoi abitantiknon lo amano. Lo maledicono giorno e notte. Ogni disgrazia che vi si staglia sull’orizzonte precorre tutte le altre. Né il sudore né il sangue sono riusciti a placare  un suolo ingrato. Con la nevee la grandine, la pietraia trionfa nel corso degli anni, mentre lo sgaurdo pieno di fiele dei fellah si nuttre di risentimento”.  
Semra una descrizione di San Luca – il Bonamico ariva al mare, ma per vie traverse, confluendo qua e là. C’è anche il “castello”, il palazzetto del signorotto Stranges che Alvaro avrà sulla coscienza. E invece è il Doura Yatim, “villagio orfano”, degli erg, i rilievi premontuosi dell’Atlante, la mlontagna maghrebina, proprio come a San Luca.
C’è un che di saraceno nell’eredità del Sud. Retaggio fenicio? berbero? arabo?

leuzzi@antiit.eu 

Il risentimento divide gli Usa

C’è da fidarsi dell’Fbi? Angela Davis era nel 1970 “uno dei dieci criminali più ricercati dell’Fbi”. E ricercata, diceva l’avviso, “per omicidio, rapimento di persona e cospirazione, molto probabilmente
è armata” - come dire: “si può ucciderla a prima vista”. Mentre non era armata, e non aveva fatto nulla – infatti non fu condannata, benché imprigionata a lungo. Era solo un’assistente universitaria,
licenziata da Reagan, che da governatore aveva poteri sull’università di California.
Prefazionando l’“Autobiografia” alla riedizione nel 1998, a 25 anni dalla prima pubblicazione, Angela Davis la giustifica, ancora vergognosa di averla redatta ad appena 25 anni, come un quadro degli Stati Uniti negli ultimi anni 1960. E questo è a rileggerla, tanto più alla vigilia di questa elezione presidenziale: gli Stati Uniti non sono nuovi alla paranoia del complotto, non è una novità dopo l’11 settembre, o ora con Trump. Angela Davis fu incriminata e carcerata nella California di Ronald Reagan, C’è stato un Reagan nella storia degli Stati Uniti - di cui Trump è una fotocopia, anche stinta: eversore di ogni legge sociale, nemico di ogni sindacato, amico dei ricchi. Gli Stati Uniti hanno la memoria corta, che ora s’indignano del candidato repubblicano.
Questa “Autobiografia” è in realtà la cronistoria della militanza afro e comunista, a partire dal 1967, la latitanza, la prigione e il processo per terrorismo e strage, l’assoluzione. Una testimonianza di una certa America, non remota. Con pochi tocchi personali. Di famiglia nera borghese di Birmingham, in Alabama, era cresciuta nella segregazione (trasporti pubblici, caffè, cinema, ristoranti, negozi, biblioteche, scuole),  in una scuola per neri peraltro violenta, con scazzottate e coltellate, anche mortali. Ma con frequenti vacanze in California e a New York, dove un’altra America era in gestazione. A quindici anni già a New York, in una scuola integrata al Greenwich Village.
Sarà rapidamente borsista alla Brandeis University, desegregazionata, in Massachusetts, iniziata da Marcuse in lezioni private alla filosofia, laureata in francese alla Sorbona, quindi in filosofia a Francoforte, dopo aver studiato con Adorno, Horckheimer, Oskar Negt et al.. Con Adorno aveva concordato una tesi di dottorato, ma poi decise di tornare, anche perché Marcuse, licenziato dalla Brandeis per motivi politici, l’aspettava come collaboratrice all’Ucla di San Diego. Sulla via del ritorno, in una sosta a Londra, partecipa al convegno “Dialettica della liberazione”, una tre giorni che Marcuse e Stokely Carmichael agitano. Carmichael è il Black Power, Angela Davis ne è subito parte. Sarà una delle più agguerrite attiviste nere per i diritti civili, anche come membro attivo del partito Comunista Usa.
In rapporto affettivo col più giovane dei fratelli Jackson, Jonathan, sarà incriminata per favoreggiamento e fornitura di armi per l’irruzione che  Jonathan fece il 7 agosto 1970 nel tribunale di San Rafael in California dove si processava il  fratello George, capo delle Pantere Nere, con altri membri del gruppo. Jonathan aveva preso in ostaggio il giudice e alcuni membri della giuria, e l’attacco si era chiuso nel sangue: morirono Jonathan e alcuni ostaggi, tra essi il giudice Harold Haley. Una delle armi di Jonathan, una pistola, risultò intestata a Angela Davis, che fu incriminata con capi d’accusa che contemplavano la pena di morte.
Il suo caso coinvolse nel 1970-1971 il mondo intero. Militante comunista dichiarata (almeno fino al 1991: abbandonerà il partito solo allora, e solo perché il partito si era schierato per il colpo di Stato contro la perestrojka), Mosca mobilitò il suo apparato d’informazione per sostenerne il caso. Castro la ospiterà per alcun mesi a Cuba dopo la liberazione, per consentirle di scrivere questa memoria in forma di autobiografia. Nel 1978 sarà premio Lenin per la Pace. Ma il caso di Angela Davis, bella, alta, molto afro e insieme mezza bianca, alla Obama, fu di risonanza internazionale anche al di fuori della propaganda. In Italia un componente del Quartetto Cetra, allora agli ultimi bagliori, Virgilio Savona, fu uno dei suoi più attivi sostenitori. Al Quartetto Cetra si deve anche una canzone in suo onore, “Angela”, 1971. Altre ne seguiranno, un’“Angela” di Lennon e Yoko Ono, e “A Sweet Black Angel” dei Rolling Stones.
Il libro narra questa vicenda. Esemplare anche del vetero comunismo. Scritto a Cuba, ospite di Castro. Dove era stata in viaggio di formazione nel 1969, entusiasta – aveva fatto anche la zafra, per un giorno, rischiando il collasso… Il resto, il più, è burocrazia di partito, di cellula: mozioni, divisioni, scomuniche, ritrattazioni. Di un’ingenuità sconcertante, per una filologa, una filosofa, e una donna d’azione – Adorno, è notorio, subiva il fascino delle belle ragazze, e Marcuse?

Pieno anche di pregiudizi, non abbandonati nel tempo. Contro  l’omosessualità, che le carceri separate praticamente imponevano ai carcerati. O contro il femminismo: Angela si dice “fermamente contraria …. allo slogan femminista «il privato è politico»” – trent’anni dopo più permissiva, scriverà nella prefazione 1988. Un libro d’epoca. Ma si rilegge con interesse per il clima da caccia alle streghe che il movimento radicale nero incontrò negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni 1960. 
In filigrana, è un libro di risentimenti. La scia di rivalse che impedisce di normalizzare il rapporto tra le comunità, di sottilizzare, se non di cancellare, il colore della pelle in una storia pure comune, e un destino unitario. Come si vede anche in questi anni, che gli Stati Uniti sono stati governati da un presidente nero, ma le polizie sparano al nero a vista, alle spalle. I Neri e i Bianchi sono anche per Angela Davis mondi a parte. E quando qualche Bianco è dalla sua parte, lo registra come un caso, anche con apprensione. 
Angela Davis, Autobiografia di una rivoluzionaria, Minimum Fax, pp. 495 € 13

domenica 6 novembre 2016

Letture - 279

letterautore

Dickens – “Molto inglese” Chesterston lo trova “nella sua ricca mancanza di attinenza” – nelle “sue storie i passaggi migliori sono le interruzioni e perfino i riempitivi”.

“Elena Ferrante” – È pseudonimo di coppia l’ipotesi, fra le tante, più plausibile. Molti stereotipi riconducono a Starnone, in effetti. La “New York Review of Books”, senza citare Starnone, lo spiega con buoni argomenti: “Il quartetto napoletano è apprezzato per il modo avvincente come narra un’amicizia tra due donne, Lia e Elena. Ma il vero protagonista dei libri, come potrebbe essere in un lavoro premodernista di racconto”, in un racconto neo neorealista,“è l’ambiente stesso, riccamente evocato con un cast di personaggi di contorno che sembra in qualche modo archetipo”. I caratteristi del vecchio cinema: “C’è Pasquale, il comunista; Michele, il criminale; Nino l’imbroglione…. Molti di questi personaggi sono così unidimensionali che spesso sembra come se fossero membri di una famiglia allargata uniti da un mondo riprovevole che nessuno può abbandonare e dove nessuno può maturare individualmente”. La recensione lo dice anche: “Il quartetto napoletano somiglia più al neorealismo degli anni 1930 e 1940, la sua forza deriva da un senso prepotente di determinismo sociale, non di individuazione”.
Il “New Yorker” rinvia invece a un’autrice donna, possibilmente Anita Raja, nella vita moglie di Starnone. Analizzando “Frantumaglia”, là dove “Elena” evoca l’infanzia mal amata, il rapporto estremamente conflittuale figlia-madre, un tema molto personale, raccontato in forme originali. Una narrazione di altro spessore. Un’identità coniugata, coniugale? È possibile, ci sono molte coppie che firmano in Italia con un nome unico, pseudonimo.

Lovecraft – “Uno scrittore” di cui Biorges “è parente nello spirito”, lo dice Colin Wilson, l’allora  “giovane arrabbiato” inglese in “Order of assassins”, 1972. Rilevando che Lovecraft. “al pari di Borges”, era “oggetto di culto tra i giovani”.

Narrazione – Esige dei vincoli, la misura: “Occorre crearsi delle costrizioni, per poter inventare liberamente”, Eco riassume il lavoro di romanziere nell’Ultima della “Postille al Nome della Rosa”.

Pavese – Era a disagio nel Novecento, bellicoso e rivoltoso, tutto politica,. E cioè violenza. Un disagio che gli impedì la partecipazione alla Resistenza, anni che visse con dichiarati sentimenti  repubblichini. È il dato del cosiddetto “Taccuino segreto”, che Lorenzo Mondo ha recuperato su “La Stampa” il 7 agosto del 1990, costituito dai frammenti omessi dal diario pubblicato, “Mestiere di vivere”, che Cesare De Michelis recupera come caratterizzanti del vero Pavese domenica sul “Sole 24 Ore” recensendo “Amor Fati”, la tesi di dottorato di Francesca Belviso, che documenta l’infatuazione di Pavese per Nietzsche, quello della “Volontà di potenza”, al punto da imparare il tedesco nel 1940, a 42 anni, e poi a tradurre alcuni paragrafi della compilazione. C’era questa dimensione eroica nel timido Pavese, asmatico, riformato\renitente alle leve militari, della Resisstenza compresa. Vale per lui come per il suo “gemello” Giaime Pintor, che invece aveva anche animo di combattente. Su questo sfondo De Michelis va oltre, rilevando l’infatuazione di Pavese, già “americano”, per la cultura tedesca irrazionalista: con Nietzsche, Thomas Mann, Junger, Schmitt, Kerényi. Un’infatuazione che prende la parte più matura – ripensata - della sua opera.
De Michelis è anzi più radicale: Pavese era di un altro secolo. “Il Novecento, avanguardistico e rivoluzionario come è stato disegnato, a Pavese restò sempre estraneo e distante, fino al punto di volersene in ogni modo liberare”. Un disagio che ha cercato di mascherare in vari modi, anche con l’impegno politico, e col disimpegno, ma sempre alla ricerca di altro, “il disegno di un’altra cultura”.
È un tema che Furio Jesi aveva proposto e risolto in una nota del 1964, “Cesare Pavese, il mito e la scienza del mito”, mettendolo, con  Thomas Mann e Károly Kerényi, nel quadro della religio mortis di stampo nichilista che diceva eredità del romanticismo tedesco. Sembrò allora un’analisi pretestuosa: Pavese era “americano”, non aveva interesse alla cultura tedesca. E invece sì: a partire dal 1940 fu “tutto tedesco”, si può dire, assorbito in quella cultura, anche per un effetto trascinamento della personalità volitiva di Giaime Pintor, col quale collaborava. Studiò il tedesco, lesse Nietzsche (che all’epoca era quello della “Volontà di potenza”), ne avviò la tradizione, e con lui cominciò a disprezzare i riti democratici. Fino all’antifascismo. Jesi non aveva conoscenza del “Taccuino segreto”, e tuttavia ne centra l’infatuazione, per il “superomismo” alla “Volontà di potenza” che allora leggeva contagiato. Da qui l’armiamoci e partite, ma senza vergogna. Per un’astensione generale del giudizio. Lo stesso “americanismo” di Pavese era incentrato su questo aspetto, poiché era legato a Walt Whitman, e al Melville di “Moby Dick”, di un ribollente, seppure magmatico, confuso, vitalismo.  

Sade – Al netto delle fantasie e le pratiche erotiche, è la summa della sua contemporaneità, del Settecento, Rousseau compresi. Lo si rileva per quella sorta di totalitarismo intellettuale – la “fissazione” - che il Settecento comporta. Ma più Sade lo è per il negativismo. La società è corrotta. L’umanità è desolata. L’illusione di un Dio misericordioso fa presto a essere spazzata via da un terremoto. La vita è priva di finalità. E viceversa: questa parte destruens si dice da allora sadiana.

Sherlock Holmes - Un poeta e anzi un mistico lo fa Chesterston, “Due note su Sherlock Holmes”: È “la sola creatura letteraria che sia realmente passata nella vita e nella lingua del popolo”, come John Bull o Babbo Natale. L’unico che “sia riuscito a diventare familiare insieme per il colto e e per l’incolto”.
Chesterston vuole “buona letteratura” quella di Sherlock Holmes, “alla sua maniera selvatica e frivola”, e geniale “l’idea di una grande intelligenza saggiata con le cose piccole invece che con le grandi” – “l’unico investigatore immaginario”, lo dice il padre di padre Brown, “che sia un’opera d’arte”. E il suo segreto è l’“arguzia”: “Uno può fingere di essere saggio, ma non può fingere di essere arguto”. Protagonista di racconti sconclusionati, anche sciatti, ma ricchi di spirito d’osservazione, dote duratura. La parte migliore del resto non sono le sue avventure, sempre approssimate, ma le conversazioni con Watson.
L’unica controindicazione di Chesterston è che “Conan Doyle, diffondendo l’idea che la logica pratica è impoetica, abbia potuto incoraggiare l’idea, già tropo comune, che l’immaginazione deve essere distratta. Che il poeta debba essere distratto è una concezione falsa e pericolosa. L’uomo puramente immaginativo non potrebbe mai essere distratto. Percepisce l’importanza delle cose vicine altrettanto chiaramente di quelle lontane”. È a questo punto che Chesterston lo accosta – accosta anzi Conan Doyle, spiritista in petto, ai mistici. Uno che ha “un senso quasi angoscioso della preziosità di ogni cosa”, anche minima – il dettaglio. Anche se il mistico è un non solitario: “Il perfetto mistico è sempre socialmente vigile, è sempre vestito decorosamente”.

Ma, poi, “la vera morale della popolarità delle avventure di Sherlock Holmes risiede nella grande trascuratezza artistica”. Il misticismo? Delle piccole cose: “Conan Doyle ha trionfato, meritatamente, perché ha preso la propria arte sul serio, perché ha profuso cento piccoli tocchi di reale conoscenza e di pittoresco genuino nel romanzetto giallo”.

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