sabato 3 dicembre 2016

Ombre - 344

Il crollo della sinistra, dagli Stati Uniti alla Francia, dopo la Germania e la Gran Bretagna, e forse l’Italia, e naturalmente la Turchia, il Brasile, eccetera, è senz’altro un fatto macroscopico. Ma il “Corriere della sera” restringe Cazzullo a poche righe, solo due in prima – giusto perché Cazzullo ha per contratto la prima.

C’è un’app per tutto ma non per le chiamate nocive: di consulenti,  promotori, esperti di mercato. È lo stesso business?

Dunque, per non discriminare i transgender, non ci devono più essere toilette separate , per uomini e per donne, nei locali pubblici. Ma come fanno la pipì i transgender?

È un privacy separata, quella delle toilette per uomini e donne, che si vuole abolire. Ma come dev’essere la privacy, se non separata, e quasi personale? In realtà, il fiume transgender è solo un po’ invasivo – se non fosse peccato, si direbbe esibizionista. 

Sky Tg 24 alle ore 20, “il” tg, è venerdì tutto per Grillo, che fa un comizio. Par condicio? Tenersi buoni i potenti? A spese dell’abbonato: lp’avesse saputo, Grillo si sarebbe indignato.

Certo, un ascoltatore qualsiasi, dopo il comizio di Grillo, se era indeciso gli vota contro. Il conto delle lamette che si buttano via a ogni rasatura, quante tonnellate di acciaio… la rappresentazione è inarrivabile di sciocchezze. Dette con l’aria di dire sciocchezze. Di fronte a un pubblico a bordo ring inanimato: non un ghigno, un lampo, un’increspatura. E non dormivano a occhi aperti.

“Noi non usiamo fonti confidenziali”, vanta il giudice Cafiero de Raho, Procuratore Capo di Reggio Calabria, annunciando l’arresto di un latitante che non si nascondeva, condannato senza nessun capo d’accusa (“si sa” che è colpevole). È sempre lo Stato d’occupazione.

Il giudice Cafiero de Raho, che intransigente non parla con i suoi amministrati, poi critica gli abitanti del quartiere di Rosarno dove il latitante viveva, perché non lo hanno denunciato. Un latitante che nessuno cercava.

Serata “Rischiatutto” per Del Piero, storia della Juventus per vent’anni. In cui si parla di lui, in azzurro e naturalmente in bianconero, ma non della squadra. Essendone stato da ultimo licenziato, senza buonuscita. Del Piero come poi Pirlo, ai quali la squadra torinese deve la metà dei suoi trofei.
Il calcio si vuole impresa, ma disfattista?

È un calcio senza passione, tifosi inclusi – la Juventus vince e perde, per esempio, come aveva rovinosamente fatto prima del “Rischiatutto”, e non piace-dispiace a nessuno. Dice: è il calcio spettacolo. Per chi, di che cosa? .

Lite a Catania fra una madre lavoratrice e il dirigente scolastico del figlio di otto anni, che non può uscire a fine scuola con la sorella perché la sorella ha diciassette anni, è minorenne. Il dirigente, Tarcisio Maugeri, ne ha fatto un caso, lamentando un’aggressione: “La signora non l’ho mai vista prima, ai colloqui, fuori scuola”. Sì, i genitori che lavorano sono un disastro.

Il preside Maugeri, bel quarantenne, ha chiamato i media e coinvolto il governo. O almeno il sottosegretario, siciliano, Faraone. Il quale ha subito proclamato: “Preoccupa l’escalation di aggressioni a docenti e dirigenti scolastici”.

La scuola di Maugeri è nel quartiere catanese degli “Angeli Custodi”, che viene detto una sorta di Quartieri Spagnoli o di via Pré, di piccola diffusa delinquenza. Però, che mandino i figli a scuola, non li giustifica?
E questi quartieri, perché non li spianiamo: Angeli Custodi, Quartieri Spagnoli, via Pré?

Il parterre dei presidenti del consiglio di transizione dopo Renzi è ora strapieno: sono saliti sul podio Boldrini, forse pensando che a palazzo Chigi non si faccia nulla, Grasso, perché un siciliano è sempre pieno di se stesso, e Draghi per compiacere l’“Economist”. Dopo Padoan, Calenda, Alfano, e ora Del Rio. Ha l’imbarazzo della scelta Mattarella, che è stato messo lì da Renzi.

È più dignitosa Maria Feliciani, che lamenta su facebook il cattivo trattamento subito dalla pubblica Amministrazione, o la presidente della Camera Laura Boldrini, che posta le lamentele di Maria Feliziani come un insulto personale? Certo, Boldrini ha il pregio di non aver mai lavorato. Mentre Maria Feliziani è questa qui, una coltivatrice diretta sessantenne:
Poi dice che c’è il rifiuto della politica e delle istituzioni.

Il prof. Pace dopo Zagrebelsky, il n.2 del No dopo il n.1, annaspa in tv: non ricorda cosa ha detto, e nemmeno cosa stava dicendo, non ricorda i riferimenti di legge e costituzionali. Senilismo? Malafede? Son tutti visibilmente lusingati di comparire in tv.

Pizzerie vuote a Roma sabato e domenica sera se gioca la Roma.  I tifosi non vanno allo stadio per lo sciopero del tifo, contro la proprietà della squadra, ormai da due anni, ma stanno incollati su Sky o la Rai.

Popolarità e disastri

Da Kennedy a Obama, sorrisi e disastri: i due presidenti che più impersonano l’America, con seguito largo se non unanime, i due presidenti più popolari del dopoguerra, quelli che si può dire hanno fatto e cementato l’unità degli Stati Uniti, con l’immunità dalla questione razziale, e allargato la popolarità degli Usa nel mondo, sono quelli col peggior record di politica estera. Avendo moltiplicato guerre e conflitti, per di più perdenti.
Con la Baia dei Porci Kennedy ridicolizzò gli Usa in mezzo mondo, radicalizzò Castro e Cuba, bloccò la distensione, e portò alla crisi dei missili, con la minaccia nucleare sul territorio continentale americano. Creò una frattura con l’America Latina, aprendo il ciclo terrorismo\generali che ha insanguinato l’America Latina per quindici anni  che porterà alle derive a favore dei generali brasiliani e argentini, e al golpe di Pinochet in Cile. Poi volle la guerra in Vietnam, che non era necessaria e partiva perdente dopo l’esperienza patita dalla Francia. Mettendo a rischio la leadership Usa, salvata in extremis da Kissinger con la resa in Vietnam, l’apertura alla Cina, la promozione delle petromonarchie a sostegno finanziario, e il trappolone teso a Mosca al suo stesso laccio, della propaganda dei diritti civili e politici, con l’accordo per l’emigrazione.

Di Obama è presto detto: dell’esposizione dell’Europa a una quasi guerra fredda con la Russia, al terrorismo islamico in casa, alle guerre endemiche alle sue frontiere Sud e Sud-Est. 

La selezione naturale della bellezza

Un pomeriggio polveroso, un cantoniere sale sul tram a Roma che lentamente scorre dall’Aventino e lega in cima, accanto al posto del guidatore, un ramo di alloro. È un’epifania: “Che simbolo migliore di quello che potremmo fare con la nostra vita? Squallore, vento, sporcizia, un tram pieno di gente comune, alcuni noiosi, altri inerti, comunque un faticoso sballottamento. Ma tutto redime col piacere della bellezza e la magia dei richiami questo ramo d’alloro”. Vernon Lee viene inoltrata a una riflessione sulla bellezza – che molti anni dopo completerà, nel 1908, dedicandolo all’amica Angelica Rasponi Dalle Teste (nata Angelica Pasolini Dall’Onda). Sotto un’epigrafe di Schiller, delle sue “Lettere sull’estetica”: “La realtà della cosa è opera della cosa;  l’immagine della cosa è opera dell’uomo; e un’emozione, che si pasce dell’immagine, si diletta già non più in ciò che riceve ma in ciò che promuove”..
Schiller non concede molto - “Anche il bello deve morire” è una delle sue frasi famose, il leitmotiv di “Nenia”, una delle sue “Poesie filosofiche”. Vernon Lee invece fa della bellezza l’ingrediente di ogni atto o fatto degno di essere vissuto. Pur distinguendo preventivamente: “La bellezza non è per nulla, se non per un uso metaforico della parola, la stessa cosa che il bene, non più di quanto la bellezza (malgrado la famosa asserzione di Keats) sia la stessa cosa che la verità”.
Bene, Bellezza e Verità, “questi tre oggetti della ricerca dell’anima hanno natura diversa, leggi diverse, e fondamentalmente origini diverse. Ma le energie che esprimono nella loro ricerca – energie vitali, primordiali, e necessarie anche alla sopravvivenza fisica – sono evolute sotto la stessa spinta all’adattamento della natura umana all’ambiente”. E si sono espresse, si sono affinate, hanno progredito in concerto, “incontrandosi, incrociandosi, e rafforzandosi vicendevolmente”. Fino a diventare “indissolubilmente interconnesse”
Non è una novità, si dice Vernon Lee, è ciò che la migliore filosofia, da Platone in poi, si è impegnata a mostrare. Con la religione e la poesia. Ma tre di queste connessioni ritiene più importanti, “persuasa come sono che il progresso scientifico odierno si sbarazzerà del’esteticismo spurio e dell’utilitarismo miope che hanno messo in dubbio l’intima e vitale connessione tra la bellezza e ogni altro nobile oggetto della nostra vita”.
La tre connessioni sono semplici. Tra sviluppo delle facoltà estetiche e sviluppo degli istinti altruistici. Tra sviluppo di un senso di armonia estetica e un senso delle più elevate armonie della vita universale. E, “prima di tutto, la connessione tra la disponibilità ai piaceri estetici e quella alla crescita migliorativa dell’individuo”, all’educazione di sé.
Vernon Lee, Laurus nobilis, pp. 88
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venerdì 2 dicembre 2016

Giro di valzer saudita a Mosca

I ribelli siriani trattano con Putin la fine della guerra civile. D’accordo con il loro padrino, l’Arabia Saudita. Tornata a guidare il rialzo dei prezzi del petrolio. Grazie alla mediazione russa col nemico Iran. Dopo averne più che dimezzato le quotazioni, un paio d’anni fa, per mettere in ginocchio la Russia.
Anzi, le petromonarchie potrebbero ora investire nel petrolio russo. Nello schema del cointainment di stampo guerra fredda, Obama si è dimenticato di schierare il mondo arabo, e più in particolare l’Opec, e Putin, sanzionato dall'Europa, si allarga altrove - le relazioni internazionali sono a vasi comunicanti. Con ricchi benefici.
C’è un distinto giro di valzer all’Est, tra Mosca e Riad, se non un rivolgimento, nelle more del passaggio da Obama a Trump. Una novità storica.
Per due motivi. Uno contingente: la politica ribassista del petrolio sarà pure riuscita nel suo intento (poco sappiamo della Russia, di fatto), ma più di tutti ha messo in ginocchio l’Arabia. Anche perché si è accompagnata a una proiezione imperialista del reame nel Medio Oriente, in Egitto, in Siria e nello Yemen, con spese enormi e esiti incerti: l’Arabia Saudita sta perdendo (non sta vincendo, che è la stessa cosa) tutte le guerre di grande potenza nelle quali si è imbarcata negli anni di Obama. E ora ha perso anche la “sua” presidente, la sponsor Hillary Clinton. Di fronte a una presidenza Usa filorussa, o non antirussa, un secondo motivo traluce, che sarebbe allora strategico, o di lunga durata: accordarsi direttamente e anticipatamente con l’avversario.
Putin è all’evidenza interlocutore più solido. Ha leve su Teheran (petrolio, Yemen, Libano) e Siria, ha bisogno dell’Arabia Saudita per  incrementare prezzi e entrate da petrolio e gas naturale.
L’ingresso della Russia come arbitro nel Medio Oriente non è affatto scontato, tale è il suo impatto. Sarebbe una rivoluzione storica. Ma estrometterla oggi è impossibile: di fatto c’è già, stabile.

Tutte le macerie di Obama

Con le migliori buone intenzioni, Obama ha prodotto il peggio della politica estera Usa dopo la caduta del Muro. Peggio delle guerre all’Afghanistan e all’Iraq di Bush jr.? Per un aspetto sì: le guerre di Bush coinvolgevano gli Usa, con giusto un contorno di “volenterosi”, quelle di Obama l’Europa, dell’Ovest e dell’Est. E non c’è altro nelle sue presidenze: solo guerre alle frontiere dell’Europa e dentro di essa, in atto e potenziali.
L’allargamento della Nato all’Est. In una col progetto di scudo missilistico che rompe la “parità strategica” su cui si basa l’equilibrio del terrore e rilancerà il riarmo – un disastro planetario per compiacere l’industria degli armamenti anglo-americana, per nessun’altra ragione. La dissoluzione dell’Ucraina. Le sanzioni contro la Russia a carico degli europei. La copertura dell’azzardo saudita in Nord Africa e Medio Oriente: primavere arabe, Egitto, Libia, Siria. Il mancato contrasto, e anzi la tolleranza, del’Is agli inizi, in Iraq e Siria, e in Libia. L’abbandono del conflitto israelo-palestinese alla pace del più forte - la pace è più lontana dopo otto anni di niente.

Cristina da Pizzano regina a Parigi

Una vita prodigiosa, tanto più quando fu narrata, nel 1982, nel pieno della contestazione femminista: prodigiosa per essere normale. Cristina strapaesisticamente “da Pizzano” è onorata poetessa e polemista, letteraria e politica, in Francia, dove è emigrata col padre astrologo e medico del re Carlo V, Tommaso di Benvenuto da Pizzano – Tommaso fu chiamato a Parigi nel 1368, poco dopo la nascita di Cristina, per chiara fama, da professore di astrologia all’università di Bologna, e veggente a Venezia, dove praticava per la nobiltà.
Christine, nata a Venezia nel 1364, morta in Francia nel 1432, è considerata la prima scrittrice europea “professionale”, che abbia vissuto della sua penna. Malgrado una storia, anche personale, delle più agitate. Bilingue, alla corte si parlava anche italiano, ha scelto di scrivere in francese, quando, in età adulta, decise di vivere da sola, mantenendosi con la scrittura.
Questo di Régine Pernoud è un romanzo, e non una ricostruzione storica. Ma Pernoud è stata dirigente delle Belle Arti in Francia e medievista per formazione e passione, non s’inventa nulla. Prima del Trecento l’educazione delle ragazze era stata normale. Dopo, un po’ meno. Tuttavia una certa Novella insegnava a Bologna all’università, suppliva il padre di Cristina quando era impedito. È su insistenza e iniziativa di due donne, Caterina di Siena e Brigitta di Svezia, che il papa Gregorio IX, Pierre Roger de Beaufort, torna a Roma in quegli anni dalla comoda cattività avignonese.
Per Cristina non fu facile – ma non lo era per nessuno. Nel 1380, alla morte di Carlo V, la famiglia del medico e astrologo di Pizzano fu allontanata dalla corte. Cristina era già sposata da un anno e resterà vedova a venticinque anni, con tre figli, più la madre e una zia da mantenere. Decide di vivere da sola e questo non la aiuta: le vedove non riposate erano allora in sospetto di usura o lussuria. Non solo, decide di vivere da sola scrivendo. E ci riesce: sarà la protagonista letteraria del suo tempo, le prime decadi del Quattrocento. Subito, nella prima decade, con una serie di interventi sulle questioni del tempo, di storia, politica, morale – nei primi anni due e tre libri l’anno, sullo studio, la fortuna, la virtù delle donne, la prudenza, la polizia…: quindici volumi in sei anni.
Verrà in primo piano nella controversia che oppose Jean de Gerson, da lei sostenuto, a Jean de Meun, l’autore dell’incriminato “Romanzo della rosa”, antifemminista. E con le sue opere di orgoglio femminile, il “Libro delle cento ballate”, liriche di grande successo, e “La città delle donne”. In anni tumultuosi, in cui bisognava pure barcamenarsi tra gli inglesi invasori e il legittimismo francese. Fino all’arrivo di Giovanna d’Arco, che Cristina riconobbe subito, e cantò dopo la vittoria di Orléans, con un “Dittié de Jeanne d’Arc”, il libro di Giovanna d’Arco, mentre già era nel convento di Poissy, dove morì.
Régine Pernoud, Cristina da Pizzano. Storia di una scrittrice medievale, Jaca Book, remainders, pp. 216, ill. € 6,65

giovedì 1 dicembre 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (309)

Giuseppe Leuzzi

Apre la cronaca di “Repubblica” il dirigente scolastico catanese Maugeri, a cui una mamma che lavora voleva imporre l’uscita da scuola di suo figlio da solo. La discussione degenera in lite: “Non ha una parente che può aiutarla?” “C’è mia figlia, viene lei”. “Scusi, quanti anni ha la figlia?” “Diciassette”. “È sempre minore. Non possiamo”. Nel mondo dell’illegalità, la legalità è ferrea.

Leggendo Carmine Abate mentre i suoi posti, il crotonese, sono proclamati i peggiori d’Italia per la qualità della vita, uno si sorprende da dove trae tanta gioia. Forsa dal fatto che vive nel Trentino, cioè dove la qualità della vita è invece al primo posto – quest’anno al secondo, ma è la stessa cosa. Però, è dei luoghi crotonesi che si entusiasma, e non solo nella memoria. Negli indici della qualità della vita, ci sono la qualità della luce, dell’aria, dell’acqua, delle persone? Degli odori, dei sapori? E si muore meno a Trento che a Crotone?

Saraceno sta per arabo già in Tolomeo, che menziona una città araba di nome Saraka, nell’Arabia Felix. Che Stefano di Bisanzio, VI secolo, dice essere il Sinai. Saraceno ricorre poi in un’omelia di Sofronio, vescovo di Gersulamme, del 637 o 638, in cui si descive una “incursione di saraceni”. Saraceno sta per arabo nomade (la parola a’rab è in arabo nomade).

Le Guardie Forestali annesse ai Carabinieri sono subito addette ai controlli alimentari, che nessuno vuole svolgere. Ma non  sanno fare nemmeno questo, e passano la mattinata alla rinomata pasticceria. Dove sono sicuri di trovare le carte in ordine: dipendenti, assicurazioni sociali, bolle, magazzini, materiali in lavorazione, etichettature fedeli, igiene in laboratorio, prodotti naturalmente non scaduti, etc. E un caffè offerto. Non tutti i giorni, ma ogni due giorni sì.
È così che si costruisce il rapporto di fiducia con la popolazione. Specie con chi deve lavorare e non vorrebbe perdere tempo.

La Scozia è – era prima del petrolio - il luogo dell’abbandono e della miseria, per l’Inghiltera tutta. E così il Nord della Scozia per il Sud della Scozia, come esemplifica Peter Davidson, “The Idea of North”. Il Nord è nella tradizione il luogo del buio e la barbarie, più che di Apollo e gli iperborei – la luce e la felicità.
Nord e Sud sono geolocalizzazioni del risentimento, della più diversa natura.

I libri di mafia Costantino Visconti, il penalista tourné pamphlettista (“La mafia è dappertutto. FALSO!”), spiritosamente accomuna ai libri di viaggio. Lo dice con lo storico Francesco Benigno, “La mala setta”: la pubblicistica sulla mafia è come “la letteratura di viaggio, con i propri paesaggi naturali e umani che vengono desunti e filtrati dalla tradizione dei discorsi preesistenti (quando non brutalmente dai topoi che essa nutre) ben più che dall’osservazione attenta e curiosa, e per così dire in presa diretta del mondo”.

Le origini della ‘ndrangheta
La violenza diffusa in Calabria non si sa a cosa ascrivere. Si è detto di un’eredita bruzia, dei Bruzi di cui nulla o quasi si sa, e che comunque non ci sono più da qualche millennio. Del carattere ombroso dei valligiani delle regioni montuose, delle valli strette e isolate.  E le Alpi, allora? Nelle Alpi si diceva qualcosa di analogo: lo scrittore francese Jean Giono, conoscitore dei borghi e dei sentimenti durevoli, spiega nel suo “Voyage en Italie” che “ci sono spesso dei crimini nella montagna e sono sempre improvvisi”, a proposito delle Alpi. Ma non ce ne sono più da molti decenni, ci sono le strade - ci sono anche in Calabria. E in Calabria i delitti non avvengono in montagna, non solo.  
Un’idea da approfondire è il possibile collegamento della violenza endemica con l’urbanizzazione atipica della regione. Che non ha città, centri di corte o comunque propulsivi, come avviene in tutti i territori – la Calabria ha città amministrative, che però faticano esse stesse a darsi animus urbano, e comunque non sono di riferimento per il territorio. Centri che sono anche roccaforti di urbanesimo, di concrezione del potere.
C’è probabilmente un rapporto ottimale tra urbanità-urbanesimo e ordine, e passa per le grandi città. Dove l’urbanità è diffusa è invece più debole.
I paesi si costituiscono normalmente attorno alle città. Dove risiedono i possidenti, che vi spendono le entrate del territorio, e mantengono la coorte di prestatori d’opera, professionisti, artigiani, commercianti, che essi remunerano con le entrate delle campagne povere, ma con l’effetto di moltiplicare il reddito disponibile.
Questo è il modello classico, lo si trova in  Sicilia, a Napoli, in Puglia, in Italia, in Francia, ovunque. Qui invece la città è frammentata, in tante comunità urbane piccole. Il rapporto è più stretto, e più produttivo, col territorio, se ne sfruttano anche i costoni e le pietraie, ma i padroni sono deboli. Il potere vi è frammentato e debole, la malvivenza paga, sulla base semplice che è sempre meglio che lavorare.
È un percorso perfino facile. E non è un processo democratico, di moltiplicazione degli accessi. Semplicemente si riproducono inalterati nelle generazioni, per germinazione, con poca o nessuna accumulazione – è proprio del delitto distruggere. Una delinquenza che non costruisce, solo distruttiva.

Milano
Ritorna Berlusconi in politica, malgrado l’età e l’inibizione di legge, per caldeggiare il “no” al referendum, sulle riforme che il governo ha fatto d’accordo con lui. Questo è molto milanese: qui lo dico e qui lo nego.

Ma forse c’è di più. Berlusconi ha organizzato tutto a giugno per far vincere Grillo a Roma. A dicembre non vorrà mandarlo a palazzo Chigi? Sarebbe giusto: dopo l’impresario il comico – l’immortalità è gigiona (per questo è milanese).

Isabella di Baviera, nipote di Bernabò Visconti per parte di madre, e Valentina Visconti, bellissima, ricchissima, elegantissima, furono le dame di Francia nel Tre e Quattrocento. La prima regina, la seconda sposa di Monsieur, il fratello del re. Ma non hanno lasciato traccia. Niente al confronto di Caterina dei Medici un secolo e mezzo dopo.

È ben milanese senza volerlo “Striscia la notizia”, il giornale dell’irriverenza Mediaset. Grande giornalismo con pochi mezzi. Affidato quindi ai collaboratori. Che naturalmente sono numerosi al Sud. Cacciatori naturalmente instancabili di tutte le malefatte, dai maghi ai venditori d’auto usate e alle incompiute: uno per Napoli, una per Palermo, uno apulo-calabrese, e un sardo. Altrove niente, qualche maltrattamento degli animali. E sì che ci sono incompiute altrove, di miliardi, molti, e monumentali, roba di effetto in tv. La stazione Forster di Firenze, un buco da un miliardo. Il Mosé di Venezia. quasi dieci miliardi – con ruberie, anch’esse miliardarie. Per non dire dell’ex Expo di Milano. Ma se non è al Sud non si vede: solo al Sud si muore in ospedale, e gli immigrati fuggono dai centri di accoglienza.

Curioso è il “salto del tornello”, sempre nella stessa trasmissione - del tornello alla metro per non pagare il biglietto: si saltano i tornelli solo a Roma, a ogni fermata, ogni giorno, “Striscia la notizia” con grande senso civico lo denuncia e lo documenta. Mentre la pratica viene dalla metro di Milano, che invece la esercita senza scandalo. 

Sorprendente, a proposito di Expo, come uno scandalo miliardario e palese, quello della “piastra”, la base di tutta l’area espositiva, sia stato insabbiato. Ma Milano ha una giustizia tutta sua. Spietata contro gli altri, benevola con i suoi.
A volte perseguita i suoi, vedi Berlusconi. Ma per invidia.

Il “San Girolamo scrivente” di Caravaggio emigra a Milano, in prestito alla Pinacoteca Ambrosiana. E Milano scopre san Girolamo, il patrono dei traduttori,  e forse lo stesso Caravaggio: “Chi si occupa di traduzione (ma non solo)”, ammonisce Aldo Grasso dal “Corriere della sera”, “deve assolutamente fare un salto all’Ambrosiana di Milano”.
Questo Caravaggio è alla Galleria Borghese di Roma, dove gli italiani lo hanno già visto. Come, presumibilmente, i traduttori, gente di lettere e d’intelletto, che una gita alla galleria Borghese, posto mirifico, non se la saranno negata. Ma il quadro, il soggetto, l’autore, prendono corpo per Milano solo a Milano.

Proclamano il sindaco Sala e il “Corriere della sera” Milano capitale del turismo in Italia, con molti milioni di visitatori, più di Roma, alla pari con Parigi e Londra. Poi Cinzia Sasso su “Repubblica” celebra il Cimitero Monumentale adibito a museo: un posto di tale bellezza, dice, che ha attirato “sessantamila visitatori in un anno”, il “secondo monumento più visitato di Milano” – dopo il Duomo, certo. Che il sindaco abbia confuso le migliaia coi milioni?

Sono ‘ndranghetisti per Nando dalla Chiesa, il sociologo che il Comune di Milano ha incaricato di vigilare sulle mafie, i bidelli e gli insegnanti calabresi a Milano. Questa era sfuggita: la segnala il penalista Visconti in apertura al suo “La mafia è dappertutto. FALSO!”
Il sociologo rivendica nel sito “Redattore sociale”, sotto il titolo “Bidelli e supplenti insospettabili: la ‘ndrangheta entra nelle scuole milanesi”, la sua scoperta, “questo aspetto finora inedito della criminalità organizzata”.  E aggiunge che pure gli studenti sono mafiosi, quelli di origine calabrese. Anzi, “c’è il rischio che certi personaggi arrivino alla laurea senza mai avere sostenuto esami. E questo non lo fanno nelle università calabresi, dove potrebbero destare sospetti, ma in quelle lombarde”. Gioacchino Criaco è avvisato, e quelli come lui, che si sono fatti un punto d’onore di andare alla Cattolica, o alla Statale, o anche soltanto al Politecnico.


La ‘ndrangheta è incontrollabile, aggiunge Nando dalla Chiesa: “Le mafie hanno una capacità incredibile di penetrare nella società”. E infatti lo stesso rischio c’è nelle scuole private, “che permettono il recupero degli anni scolastici nelle scuole superiori”. L’infiltrazione gli risulta dalle elementari. Dalle materne no?


La ‘ndrangheta a scuola è una primizia, Dalla Chiesa resterà negli annali di sociologia. Anche per dire mafiose a Milano le università milanesi. Ma è omertoso, pure lui: “Mi è stato confidato da alcuni insegnanti e dirigenti, di più non posso dire”.

leuzzi@antiit.eu

La mafia appesa al gancio

Un apologo sull’impossibilità del bello. Al Sud: alle mafie non piace, e non c’è scampo. Il bello come manufatto, e come vita serena. Costruito su un aneddoto di Dumas, delle sue pittoresche note di viaggio in Calabria (“Il capitan Arena”): la Locanda del Fico, sopraffina tappa di viaggio a metà Ottocento, una terrazza sullo Ionio e sul Tirreno. Il bello sarebbe restaurarla.
Abate si assomiglia a Dumas, “la faccia tonda con la fossettina al mento come Dumas”, si fa dire dal narratore, “gli stessi capelli crespi, solo meno folti…”. Ma la calvizie è una grossa differenza, anche se viene dai ricci. No, l’avventura lascia l’amaro in bocca, malgrado la narrazione dumasiana, perché Dumas punisce i cattivi. Qui invece niente, la giustizia è assente – Abate è onesto.
Che deve fare uno contro i soprusi? La vera avventura sarebbe stata questa. Ed è questo che fa la grandezza, fra le tante, del protagonista fuori misura del racconto, anche se, per correttezza, lui stesso la condanna, oltre che la giustizia: la mafia appesa al gancio.
Carmine Abate, Tra due mari, Oscar, pp. 193 € 9.50

mercoledì 30 novembre 2016

Il peccato è della Vigilanza

Le banche italiane sono a rischio? Si. Indipendentemente dal referendum, e dai possibili interessi della City che il “Financial Times” abbia potuto esprimere lanciando l’allarme. Almeno otto banche sono in difficoltà da anni, e non se ne viene fuori – il Monte dei Paschi è al terzo aumento di capitale ingente, dal 2011, per complessivi dieci miliardi.
L’assoluzione di oggi al processo Banca Etruria dice anche perché si è arrivati a tanto: i dirigenti Etruria non hanno ostacolato la Vigilanza della Banca d’Italia. È  la Vigilanza che non è stata rigorosa.
Il fatto viene sottovalutato. E questo è il punto peggiore della crisi. Del perché otto banche siano in crisi non ci si interroga nemmeno, e questo rende la soluzione introvabile – ogni soluzione è una pezza, che in poco tempo si consuma. Il fatto è che la Vigilanza è stata – ed è – lasca. In linea con i dettami del mercato, che le banche devono essere libere da ogni vincolo, più che per imperizia o favoreggiamento.
Le banche – Bazoli in testa - si sono scrollate di dosso il dirigismo della Banca d’Italia mandando il governatore Fazio a processo e sostituendolo col liberista Draghi. Sotto Draghi, la Vigilanza di Annamaria Tarantola ha prodotto il Monte dei Paschi, un scandalo a ogni suo passo senza mai un alt dalla banca centrale. Col debole Visco si è proceduto in scioltezza al quasi fallimento delle popolari venete, dell’ex Cassa di risparmio di Genova, delle quattro banche dei titoli sub-prime. Incrociando le dita sul Monte dei Paschi. 

Il processo al processo

Roma sotto la cupola di Roma Capitale. Ma non di Carminati e Buzzi, di un processo mostruoso sotto ogni punto di vista, dacché forzosamente si è voluto accomunarlo a quello che trent’anni fa Giovani Falcone intentava ala vera mafia, con ben più solidi capi d’accusa – centinaia di assassinii, interessi miliardari, solide associazioni a delinquere. Quattro sedute a settimana, sfiancando gli avvocati, che non patrocinano solo gli imputati di Mafia Capitale, e diluendo per lo stesso motivo  gli altri processi, verso un’amnistia di fatto per prescrizione. Dibattimento a tappe forzate. Un a sentenza già scritta, dal momento in cui gli imputati sono stati relegati in video, e quindi per consultarsi con i difensori devono usare il telefono, con scarsa o nulla privacy e molta confusione. Con un’estensione già in atto, acquisita anche senza la sentenza, del reato più dubbio nei trent’anni dacché esiste: il concorso in associazione mafiosa. Mentre i politici con imputazioni più certe e gravi, peculato, concussione, distrazione, hanno ottenuto al patteggiamento pene irrisorie.

Donne sole a Kabul, nel 1939

“Due donne in viaggio dall’Europa a Kabul” è il sottotitolo. Nel giugno del 1939, preistoria. Tra rumori di guerra: il mondo era più aperto quando era chiuso.
Il viaggio è “crudele” non per se stesso, per i rischi che a occhio e croce comporta, ma per le due donne. Elsa Maillart, è lei stessa che viaggia, con una Ford, e ne riferisce, e Christina. È la storia di un viaggio alla scoperta di “come si possa vivere in accordo col proprio cuore”. Ma il relativo isolamento acuisce i contrasti, anche minimi, e le debolezze di ognuno.
Christina è Annemarie Schwarzenbach, già indebolita dalle droghe e dalla mancata riconciliazione con se stessa - ne morirà un paio d’anni dopo. Nel colloquio centrale del libro l’amica la sprona ad affrontarsi: “Un giorno fronteggerete la vostra paura. E con essa, attraverso di essa, approderete alla vostra vera natura”.
Ma è soprattutto un diario di viaggio, anche se è stato scritto “dopo”, tra il 1943 e il 1945, e altrove, in India, e pubblicato - originariamente in inglese – nel 1947. Infiorettato dalla diversità dei luoghi e delle persone, un paese tutto al maschile, ma in forma di charme e non di differenza, non repulsiva. Si viaggiava meglio quando era difficile viaggiare – se ne capiva il senso.
Si sapeva già molto. Per esempio della repulsione islamica per i Buddha di Bamiyan, che sessant’anni dopo i talebani vorranno demolire. I due Buddha, il grande e il piccolo, sono non poco “rovinati dai fanatici mussulmani”, e qualche anno prima, “quando il governo afghano aveva emesso un francobollo che rappresentava il Buddha monumentale, aveva dovuto ritirarlo dalla circolazione, troppi mussulmani erano scioccati da questa rappresentazione di una forma umana”.  
Elsa Maillart, La via crudele

martedì 29 novembre 2016

Problemi di base religiosi - 303

spock

Perché l’islam, che è una comunità di credenti, ce l’ha a morte con gli altri credenti, i cristiani e gli ebrei?

Perché l’islam, che si vuole istituzionalmente tollerante, perseguita gli altri credenti?

Ma la minaccia sono gli imam oppure i fedeli?

Perché le guerre nel nome di Dio: è così feroce?

Moltiplica il papa i cardinali per una maggiore democrazia: perché non i papi?

Papa no, cardinale nemmeno, non fa prima il papa a rinunciare al sacerdozio?

Mi si nota di più se mi faccio il selfie con tutti, oppure no?

A quando il papa a “Domenica In” – o Barbara D’Urso?

spock@antiit.eu

Il muro più solido è culturale

Una testimonianza d’affetto per un tesoro che si riteneva perduto, e di orgoglio dell’antichista emerito per il lavoro di una vita. Veyne ha recuperato i materiali di altre pubblicazioni su Palmira cui aveva contribuito negli anni per rendere questa testimonianza nel momento, a fine 2015, in cui sembrava che il sito stese per essere distrutto dall’Is. “Storia di un tesoro in pericolo” è il sottotiolo della traduzione – era “Il tesoro insostituibile” nell’originale a fine 2015 – perché intanto la città è stata liberata. D’altra parte, se i templi non sono stati distrutti, il vecchio curatore, l’archeologo Khaled Al-Assad, è stato giustiziato coi suoi soliti metodi dall’Is, per essere “interessato agli idoli”, e numerosi manufatti minori distrutti o dispersi.
Palmira è uno dei siti antichi “più sontuosi”, con Pompei e Efeso. Ma è anche un’eccezione: “Nell’impero romano, o piuttosto greco-romano, tutto era uniforme, architettura, abitazione, lingue sc ritte e scritture, abbigliamento, valori, autori classici e religiosità, dalla Scozia al Reno, al Danubio, all’Eufrate e al Sahara, almeno nella buona società”. Palmira era anch’essa una città civile, e di cultura, ma di un’altra. Mediava commercialmente il mondo orientale, attraverso la via della Seta, delle seterie e delle spezie, e ne recepiva le forme di culto e d’arte. Ascese per questo a rapida fama agli albori della “cultura delle rovine”, sul suo nome Hölderlin fantasticò, e poi Baudelaire.
La pubblicazione si segnala per le ottime foto del sito. E per l’aneddotica di cui Veyne, antichista, egli stesso già in età, specialista di Roma, farcisce l’illustrazione, sui commerci,  le abitudini, culinarie, suntuarie, ludiche, gli stili di vita, di tutto dando una dimensione rapportabile al concreto, all’oggi. Insieme con la storia della regina Zenobia, che disegnò la bipartizione dell’impero, d’Occidente e d’Oriente, e ambì a farsi imperatrice a Roma.
Il commercio della seta – ma anche delle spezie – si faceva con ricarichi enormi, “del decuplo e anche del centuplo”:  “Un terzo di chilo di seta greggia della Cina si vendeva per mille dozzine d’uova o seimila tagli di capelli, o per sedici mesi di salario di un operaio agricolo, indipendentemente dalla sua alimentazione”. La società era “da Terzo mondo”, lo scarto era incalcolabile “tra una povertà di massa e enormi fortune, fonti di autorità e di rispetto”. La città sola contava, la campagna era miserabile. E la città era piccola, quanto bastava ai ricchi padroni delle  terre e agli speculatori per farsi servire da professionisti, artigiani, negozianti, schiavi: “Una società non poteva sopravvivere se i tre quarti dei suoi membri non lavoravano la terra per nutrire tutti ”. Roma era un’eccezione: “Una città non aveva più di un chilometro di diametro (o la metà, più raramente il doppio), e ancora, una buona parte di questa superficie era occupata dagli edifici pubblici”. E poteva solo sorgere in zona irrigua: almeno 200 mm. d’acqua piovana l’anno sono necessari per consentire l’agricoltura e la pastorizia. Era un mondo molto connesso: a Roma si sapeva della grande Muraglia, ci sono viaggiatori cinesi che raccontano di Palmira e altri luoghi. Si parlava ogni lingua, ma la lingua franca era l’aramaico. Palmira è differente da ogni altra città dell’Impero anche perché “è, con Edessa, la sola città in cui il dialetto orientale sia rimasto una lingua ufficiale”.
I muri di cui si vagheggia sono evidentemente più solidi se culturali. Meglio se porosi, ammonisce l’ottantaseienne storico, si evita la solitudine, si moltiplicano le vite: “Ostinarsi a conoscere una sola cultura, la propria, significa condannarsi a vivere una vita soltanto”. Il nazionalismo culturale è del resto acquisizione recente, dell’Ottocento imperialista.
Paul Veyne, Palmira, Garzanti, pp. 104, ill. € 15

lunedì 28 novembre 2016

Letture - 282

letterautore

Africa – Si leggono i reportages di viaggio di Moravia in Africa – anche di Pasolini - con senso di angustia. E più per le buone intenzioni di “andare verso l’Africa” (“Andare verso il popolo” è ottimo racconto romano di Moravia). Perché ne emergono spersi, con tutti i loro dollari e le jeep, in un mondo che li sovrasta senza che loro ne abbiano coscienza. Sperduti nel freudismo – Freud in Africa? Peggio se approfondito e non d’accatto. Insettiformi in un mondo povero e poverissimo, malato, disperso, ma senza complessi: I giovani e anche le giovani. In virtù del matriarcato.
Crescono i giovani neri senza complessi, Freud impazzirebbe. Figli di mamma, di allattamento materno prolungato, e a contatto fisico con la madre tutta la giornata, anche al lavoro.

America – “Per capire la vittoria di Trump non occorre andare negli Usa. Basta guardare le fotografie di Robert Frank scattate sessant’anni fa”, Mario Calabresi, “Robinson” di “Repubblica” ieri. Nel 1956. L’effetto Trump è un doppio diretto, al mento?

Bob Dylan – Ma è (anche) scrittore. Premio Pulitzer speciale nel 2008. Ha scritto presto, ai vent’anni, un raccolta di prose libere, “versi, apologhi, giochi di parole, parabole, con gusto del nonsense e saggezza zen”, come recita il blurb editoriale: “Tarantula”, pubblicata poi ai trenta, nel 1971. Che Feltrinelli ha rimesso in circolazione, con una traduzione rivista e una spessa guida alla lettura. Che dà molto credito all’intenzione di creare un’opera di avanguardia, com’era allora alla moda, “con la deliberata intenzione di sfidare la lingua scritta e di condurla ai limiti estremi dell'ambiguità fonetica e del senso”.
Non è la sola prova. La raccolte delle sue poesie-canzoni prende già due spessi volumi nell’edizione italiana. E ha avviato da un quindicennio una trilogia autobiografica, di cui la prima parte, “Chronicles 1”, è tradotta. Questo primo volume spazia liberamente da fine anni 1960, dal Greenwich Vilage di New York, per un ventennio. Con Woodstock, San Francisco, New Orleans, “città dell’anima”: una geografia che è anche un panorama interiore.
I giurati del Nobel erano sulle sue tracce già dal Pulitzer del 2008. La motivazione del premio speciale menziona “il profondo impatto sulla musica popolare e la cultura americana, segnato da composizione liriche di straordinaria potenza poetica”. Anche allora ci furono reazioni indignate della comunità letteraria, Jonathan Lethem in testa (“è come mettere Elvis Presley in smoking, non gli sta proprio bene”). Compreso uno studioso di Dylan, Christopher Ricks, professore di Ccienze umane alla Boston University, autore di “Dylan’s Visions of Sin”. L’organizzazione del Pulitzer si difese: “Non è che ci siamo alzati e ci siamo detti: «Perché non darlo a Dylan?» C’è una storia dietro, e un sacco di deliberazioni e sforzi per capire chi ne sarebbe stato veramente degno”. Qualcuno aveva proposto Frank Zappa, qualcun altro Stevie Wonder.
L’uscita ritardata di “Tarantula” era stata peraltro preceduta da un dottorato onorario dell’università di Princeton nel 1970, in quanto “inquieta e impegnata coscienza della giovane America”.
La sua “carriera” di scrittore, più di quella del musicista, è punteggiata di ripensamenti e lunghi silenzi. Quello in corso sul Nobel richiama il primo, sulla pubblicazione di “Taratula” – di cui l’editore di allora, la McMillan, dà ampi cenni nell’introduzione alla riedizione italiana. La raccolta, già alle ultime bozze e al visto si stampi, anzi distribuita in anteprima a molti giornali e critici, fu bloccata da Dylan senza un perché, e ripresa solo sei anni dopo, ancora senza motivo. Il dottorato di Princeton dirà in “Chronicles 1” un “altro trucco”: “Non potevo crederci! Fregato ancora una volta… Stavo perdendo ogni genere di credibilità”. Aveva già messo in berlina la cerimonia, in “Day of the Locusts”, il giorno delle locuste – “sicuro, ero contento di esserne uscito vivo”.
Anche per il Pulitzer tacque e non si fece trovare. Nemmeno per interposta persona, agenti o intimi. Anche allora aveva altri impegni, prima e dopo il premio, che si celebrava a pranzo il 29 maggio a New York: il 28 doveva essere in Danimarca, il 30 in Norvegia. Un aspetto che Lethem ha messo in risalto nel 2008: “Sono cose di un mondo non dylanologico”, i premi, le lauree, le celebrazioni, che Dylan “quasi sempre ammazza con qualche performance aspra, discordante o  insofferente”. Avendo già teorizzato in “Blonde on blonde” (Absolutely sweet Marie”): “Per vivere fuorilegge, devi essere onesto”.
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Editor – Bassani lesse la prima pagina del “Gattopardo” “nella guardiola del portiere del palazzo in cu viveva Elena Croce”, racconta la figlia Paola in “..”, “e si era subito reso conto della sua eccezionalità”.  Vittorini lo lesse tutto e lo fece leggere ai consulenti Einaudi, e non lo capì. Per la politica, certo, un libro che comincia col rosario, ma non solo.
In realtà, il rifiuto di Vittorini è molto rispettoso. Lungo e circostanziato, un’eccezione per un esordiente maturo. E motivato. Ma in modo artificioso: che la narrativa vi è inficiata da notazioni di costume (“saggistiche”). Nel 1957 era forse anatema, per una casa editrice in linea, e per lo stesso ribelle Vittorini, pubblicare un lodatore del tempo che fu. O forse Vittorini ha voluto risparmiare a Einaudi la presenza nella letteratura che resta del secondo Novecento – c’entra con Calvino, ma Calvino era editore di suo. 

Proust - Piperno lo vuole razzista come Céline
E come Wagner, eccetera.
Lega i due scrittori per una serie di fattori: la “centralità” dello stile, l’ipocondria, il nichilismo, la guerra. Ma, poi, Céline non ce l’aveva con Proust, senza diminuirlo, ma veemente, contro il “francese giudaizzato”? Si, però anche Proust ha più di una tirata contro gli ebrei. Attraverso il barone di Charlus, anche attraverso il narratore: “Il modo in cui Proust  sottolinea le differenze, persino somatiche, tra gli aristocratici e gli ebrei, tra Saint-Loup e Bloch, tra Madame de Guermantes e Rachel, è di stampo inequivocabilmente razzista”.
La cosa è vera e non è vera. Proust stava bene e benissimo, non solo con la sua mammetta, ma anche con Madame Strauss e altre gentildonne – e qualche consolatore – di origine semita. E comunque non faceva campagna contro gli ebrei. D’altra parte, è vero che anche il Céline pampflettista frequentava e stimava donne ebree. L’antisemitismo va risistemato, quello di prima del 1942 e della Soluzione Finale – anche, per esempio, per farsi una ragione della hargne di Irène Némirovsky, che pure si riconosceva e voleva ebrea, malgrado il tardo battesimo dopo le leggi razziali.

Sherlock Holmes – Ha lettrici oltre che lettori? È l’ultimo cavaliere errante, seppure al chiuso di una stanza – anzi per questo più originale: errante in una stanza. Senza l’obbligo di riordinare. Potendosi fumare una vita. Senza donne e senza bambini – che si direbbero due limitazioni, ma le assenze concorrono alla semplificazione, al delirio solitario. È certamente un onanista.
Dire “lettori” è improprio per l’illeggibile Conan Doyle,: piuttosto saltatori. Ma anche questo è un esercizio di bravura: Sherlock Holmes se lo costruisce il lettore.

Vico – “Questo anti-Descartes in cui si scopre oggi un precursore del pensiero antropologico” – Claude Lévi-Strauss, “Razza e cultura”, 1971 cap. 2.

letterautore@antiit.eu

Il diritto è malato

Martedì il Monte dei Paschi, alla ricapitalizzazione, potrebbe trovare il banco delle prenotazioni vuoto. Con spread subito a mille, e bancarotta  - della banca e dell’Italia: basta Mps, non c’è bisogno che falliscano otto banche, come ipotizzava ieri il “Financial Times”, per far fallire l’Italia.
Non è fantascienza, ma un fatto fra pochi giorni. Che le Borse hanno già scontato mandando a fondo il titolo della banca senese. Perché mettere tre miliardi e mezzo in un paese che non sa cosa vuole? in questo caso non si può dare torto ai mercati.
Non si vota si o no al referendum in riguardo alle banche, naturalmente. Ma si finisce là, all’affidabilità dell’Italia, per il modo come è stato condotto il dibattito. Più che per il no. Grillo va bene, Berlusconi pure, l’opposizione fa il suo ruolo. Entrambi sanno anche, Grillo e Berlusconi, che lunedì l’Italia rischia il crac. Ma il no di D’Alema è in malafede, esibito come tale. E quello dei professori costituzionalisti da manicomio: Pace, Zagrebelsky farfugliano, non ricordano cosa hanno appena detto, non sanno i commi della Costituzione, e per di più sono permalosi. Che paese è che ha questi maestri?
Il diritto è malato. Non solo nelle Procure e i Tribunali, in tutte le sue pieghe. E non c’è Stato – paese, governo, nazione, economia – senza diritto.


Alla malagiustizia non c’è rimedio

Ilaria Capua non si dà ragione oggi sul “Corriere della sera”. Era due anni fa tra i migliori ricercatori al mondo, è ora esule volontaria fuori d’Italia, dopo un processo infamante come “untrice”, una che diffondeva le epidemie per arricchirsi. Su un’inchiesta del Nas dei Carabinieri, il vice-procuratore di Roma Capaldo la denunzio, l’“Espresso” ne fece inchiesta di copertina velenosa
e la condanna fu immediata. 
L’assoluzione non è servita a niente. Tutto quanto l’Italia faceva nella prevenzione dei virus mortali è sfumato – oltre a una quarantina di carriere, di dirigenti e ricercatori, distrutte, all’Istituto superiore di Sanità e nei centri specializzati.
Un’inchiesta condotta male ci può stare. Anche senza intenzioni subdole, cioè. Ma Capaldo è al suo posto, e anzi concorre a Procuratore Capo. I Carabinieri non parlano, e dei Carabinieri non si può parlare. Di Manzoni e degli “untori” - dellaffaire degli untori - nessuno sa più nulla.

L’autore perduto nella scrittura

Il mistero non è quello da risolvere, non sono racconti gialli. È quello delle storie di Buzzati, bislaccherie. Spunti favolistici stiracchiati. Il figlio del re che si perde nella ricognizione del reame. Il malato lieve che condotto con le cure alla morte, a mano a man abbassandolo di un piano di ospedale – in altro racconto dello stesso Buzzati, il malato lieve invece ascende i piani, fino all’attico e al cielo.
È la raccolta che più ha successo di Buzzati: 31 racconti già pubblicati in altre antologie e ordinati dallo stesso autore cinquant’anni fa come la summa, un po’, della sua attività narrativa. Si leggono per una sorta di imperizia, come se lo scrittore raccontasse con difficoltà, rammemorando poco, immaginando ancora meno. Dello stesso incerto segno del Buzzati pittore e illustratore.
È di regola citare Kafka per Buzzati, se non Borges e la mate fisica. Che invece non ci azzeccano nulla. Buzzati segue tracciati che neppure lui sa, è scrittore apprendista, non Autore – l’autore perduto nel bosco, sua figura narrativa e figurativa prediletta.
Dino Buzzati, La boutique del mistero, Oscar, pp. 231 € 12

domenica 27 novembre 2016

Il mondo com'è (284)

astolfo

Castro – Un peronista di sinistra. Negli elogi mortuari lo si vuole un libertario e un comunista, cose che collidono ma che comunque Castro non fu. Si continua a dirlo marxista, mentre non lesse Marx e non ne fu curioso – Inge Feltrinelli ne è testimone, ma non è sola. Né fu comunista: fece patti con l’Urss, nella logica della guerra fredda - allontanato dagli Usa, doveva fatalmente finire con l’Unione Sovietica. Non fu libertario in casa ma nemmeno fuori: patrocinò tanti movimenti di liberazione negli anni 1960-1970, e inviò anche truppe a loro sostegno, che però non combatterono mai. Erano una sorta di sostegno diplomatico armato, una delle tante manifestazioni d’intenzioni che costellavano la guerra fredda, anche per disinnescarla. Fu autoritario e anzi dittatoriale a Cuba, ma non comunista: non creò un partito vero, né strutture istituzionali nazionali e politiche. Fu un autocrate, gestiva il potere personalmente. 

Censura – C’è stata in Italia, sul cinema e il teatro, fino a tutti gli anni 1970, quindi col Pci al governo. Amministrata da Andreotti. Direttamente o indirettamente, attraverso i burocrati che sotto la sua vigilanza, come sottosegretario alla presidenza del consiglio di De Gasperi e poi come ministro e presidente, si erano formati e avevano fatto carriera. Amministrata da Andreotti come una forma di potere su produttori e registi. E come un fatto mondano.
Anche nei casi in cui le censure furono lamentate come dannose, le opere non sono poi state restaurate senza i tagli.

Il Pci, anticensorio in sede nazionale, censurava ordinariamente le proprie pubblicazioni. Il lettore di Sciascia postumo, dei racconti e le note da lui tralasciate nelle raccolte pubblicate in vita, ci s’imbatte in un testo, “Il bracciante sulla luna”, dallo scrittore pubblicato all’origine con minime varianti su numerose pubblicazioni, ma originariamente, nel 1960, destinato a un’antologia del “Pioniere”, la rivista del Pci per i ragazzi. Alla accolta “Racconti nuovi. Gli scrittori italiani per i nuovi lettori”. La direttrice della rivista e dell’antologia, Dina Rinaldi, apprezzò molto il contributo di Sciascia, a cui scrisse in forme molto lusinghiere: “La ringrazio moltissimo del racconto che trovo assai bello, singolare, così ricco”, etc. – “il Suo racconto è ottimo”, “passo oggi stesso il suo racconto in tipografia”, “La ringrazio ancora per la sua adesione, molto significativa”. Ma, nell’edizione della rivista, dove il racconto fu pubblicato a sé, i tagli sono molteplici. Tra cui un finale senza la battuta del bracciante del titolo: “Non è meglio se mi faccio raccomandare dall’arciprete?” – che era tutto il sale dell’aneddoto. Soppresso anche l’inciso “con buona paga”, dopo “un buon lavoro”. Sciascia non protestò.

Connettività – Se imposta, alimenta il rifiuto: collegando troppo, erige muri, incomprensioni e odi. Una bipolarità che che Lévi-Struss presentiva già nel 1971,  “Razza e cultura”. La “civiltà mondiale”, a dispetto delle lodevoli intenzioni che la anima, riduce l’umanità a “consumatrice sterile dei valori creati nel passato” e al rifiuto dell’altro: “Non si può simultaneamente sciogliersi nel godimento dell’altro, identificarsi con lui, e restare diversi”. E questo è come levare l’aria necessaria a respirare: “La via su cui l’umanità è oggi impegnata accumula tensioni tali che gli odi razziali offrono un’immagine ben riduttiva del regime d’intolleranza esacerbata che rischia d’instaurarsi domani, anche senza che le differenze etniche gliene offrano il pretesto”.

Destra-Sinistra – Con Trump la rete è diventata di destra. È quello che dicono gli guru Usa, uno più convinto del’altro, smaniosi quasi di “provarlo”, forse per cancellare l’errore dei sondaggi e delle previsioni: la rete è una palestra di bugie e mezze verità, costruite da professionisti ad arte, e rediffuse da manipoli mobilitati di simpatizzanti. Si è addotto anche l’uso di hacker di Stato russi per manipolare l’informazione sula rete.  E di hacker non identificati per manipolare l’esito del voto. Nonché  un trolling organizzato – ma Trump aveva un’organizzazione per la pubblicità virtuale che era quasi niente rispetto a quella di Hillary Clinton.
D i segno inverso fu la lettura della rete nel 2008, per la vittoria di Obama  alle primarie, e poi per la presidenza: un esercito spontaneo si era mobilitato per il candidato giovane e nero, innovativo quindi e progressista. Analogo segno si dava alla rete ancora otto mesi fa, per la crescita di Sanders nel confronto con Hillary Clinton per le primarie democratiche.
Certo, se è possibile modificarne l’esito con l’hacking, il voto non ha più senso. Non è possibile, ma si vuole crederlo.

Infanticidio – Il perdono del papa sembra avallare l’infanticidio, che è l’aborto. Ma è solo un allargamento del perdono, che già si applica – in condizioni “normali” – all’omicidio.
È bensì vero che la chiesa è in questo in ritardo: l’infanticidio si è praticato come  quanto l’omicidio, in tempi remoti e in tutte le tribù. Specie in quelle occidentali, nomadi. Ma pure nelle società matriarcali, per esempio in India, vittime soprattutto le figlie femmine. E questo fino a tempi non remoti  e probabilmente tuttora. In “Razza e cultura”, 1971, Lévi-Strauss registra come non eccezionali nel suo campo di studio, nell’antroplogia, “pratiche come l’infanticidio, che colpiscono indiscriminatamente i due sessi in casi determinati – nascite dette anormali, gemellarità, etc. -  oppure più particolarmente le bambine”.

Isolazionismo - Se ne fa carico agli Usa – ora di più, dopo l’elezione di Trump – che invece sono stati e sono tuttora, anche se non sempre per i “buoni motivi”, il paese più aperto all’immigrazione:  45 milioni di arrivi nel millennio, legali e illegali, su una popolazione di 320 milioni-  fronte dei 22 entrati nella Ue con grande scandalo, su una popolazione di 507 milioni. Mentre esso è nel cuore di molta stampa e opinione pubblica in Italia e in Europa, che si dice aperta ma invoca l’esercito.
È una posizione mentale e pratico d’altra parte sterile. Standosene chiusi non si fa – non si ha, non si è nella – storia. è la conclusione con contestata dell’antropologia : le culture isolate non hanno creato cultura né storia. Ed è anche ovvio.
Le società possono chiudersi verso il Sud, e aprirsi al Nord? Sempre che al Nord non considerino questo Sud una zavorra: l’andare verso Nord è travolgente.

Nimby Not in my back-yard, non a casa mia, è acronimo americano, per la diffusa pratica di opporsi a qualsiasi modifica dell’ambiente dove si vive e a cui si è affezionati. Ma poi si scopre, ora che se ne annuncia la chiusura, che Cape Cod, la zona di mare temperata della nobiltà di censo di Boston, famosa alle cronache per le intemperanze dei Kennedy, ospita una centrale nucleare. Non grande, da 700 Mw, ma pur sempre nucleare, con fumi, scorie, e la nota sequela da nimby. Mentre Milano, il sindaco progressista di Milano, invoca l’esercito perché due sudamericani si accoltellano. E il vippaio democrat di Capalbio rifiuta anche un solo immigrato – di quelli dei gommoni, di altri se ne serve per il prato e le siepi, costano poco. Ha fatto una causa per questo. E l’ha vinta, subito.
Capalbio, 8 km. di Aurelia nel territorio comunale, blocca anche l’autostrada da Tarquinia – e in alternativa il raddoppio dell’Aurelia. Il Molise, 33 km. di attraversamento, blocca l’alta velocità per la linea ferroviaria adriatica, con danno della Puglia, l’Abruzzo e le Marche – quindi senza nemmeno giustificarsi.

Transgender – È la chiesa. Si dice la chiesa femminile ma è transgender.
A prima vista si direbbe che la caratterizza sessualmente l’eunuchismo, maschile e femminile, che sempre l’ha contraddistinta, dai primordi – il beghinismo, anche laico, di uomini e donne che vivono nel matrimonio. Ma è la consolazione di molte donne, per il rifiuto del sesso forse più che per l’attrazione dei rituali di fede e di preghiera. E anche di molti uomini, seppure non nella stessa proporzione.  

astolfo@antiit.eu

Maometto non voleva l’islam

Non fu Maometto ma i suoi successori un secolo dopo la sua morte, raccolti come umma, conunità dei credenti, a creare l’islam. Stabilendo che solo chi credeva nel Corano come rivelazione divina, e in Maometto l’ultimo dei profeti promessi dall’Antico Testamento, poteva far parte della umma: da quel momento, dice lo storico americano, divenne credente solo il mussulmano. Prima, il movimento dei credenti che Maometto aveva messo assieme si distingueva solo per il monoteismo – e per differenze di lingua e tribali. Aveva “carattere ecumenico e non confessionale”. Non distinto dagli ebrei e dai cristiani – peraltro anche questi divisi in confessioni aspramente in conflitto tra di loro, diofisiti, monofisiti, nestoriani, eccetera. È con Abd El-Malik, il capo dei Credenti che si proclama “califfo (delegato) di Allah”, che Maometto è imposto come profeta e il “Corano” come testo sacro: è sul finire del secolo VII quindi che la “comunità dei Credenti” si trasforma in islam.
Non è il solo punto originale di questa trattazione didascalica, a uso degli studenti all’università di Chicago. Quasi in antitesi a questo suo primo assunto, Donner intende ribaltare anche l’ordine imposto all’islamologia da Ernest Renan, l’orientalista francese dell’Ottocento: che quello di Maometto fu un movimento politico e solo in subordine religioso. Questa la sintesi dello stesso Renan alla fine dei suoi studi: “Il movimento mussulmano si sviluppò praticamente in assenza di fede religiosa”. Pochi i discepoli fedeli alla sua morte: “Maometto, in realtà, convinse ben poche persone in Arabia, senza mai riuscire a superare l’opposizione del partito omayyade”.
Una islamologia variamente articolata ne è seguita, ma sempre nell’alveo segnato da Renan. Ultimamente - spiega Donner - Grimme e Montogomery Watt ne hanno fatto all’origine un movimento essenzialmente sociale ed economico. Mentre “numerosi altri” - Donner cita Caetani, Becker, B.Lewis, Crone, Bowersock, Lapidis e Bashear – “hanno sostenuto che il movimento fu, in realtà, una vicenda politica di tipo nazionalista o «nativista», nella quale la religione era secondaria”, funzionale ad altri obiettivi.
Il lettore comune non sa che pensarne, leggendo questa doppia ricostruzione. Se non dicendosi l’islam un movimento politico e religioso insieme. Lo stesso Donner dissolve i contrati fra la umma e la dinastia omayyade (660-750) in una sorta di divisione del lavoro: la dinastia non fu di “cinici manipolatori del movimento religioso iniziato da Maometto”, bensì si occupò di dare “concreta realizzazione” agli obiettivi” del movimento stesso. E il sincretismo iniziale, quando ancora non c’era il Corano, con cristiani ed ebrei? Storicamente c’è stato. E non c’è stato – nella sue breve vita troppe battaglie Maometto condusse contro gli ebrei della Medina e la Mecca. Affermarlo “storicamente” sarà un non riprovevole tributo al colloquio delle fedi.
Anche la storia, dopo l’enunciato, è molto conciliante. La conquista non fu distruttrice. Le altre fedi furono  libere. E alle fonti mussulmane del secolo VIII, le prime di parte islamica,  che “puntano a eliminare o a oscurare le caratteristiche ecumeniche del movimento originario”, e “tendono a tratteggiare l’espansione soprattutto come serie di conquiste”, di “non mussulmani” da parte di “mussulmani”, consiglia di non credere. Quello dei Credenti considera per tutta la trattazione un movimento di fedeli. Mentre si compone, subito dopo la morte di Maometto con Abu Bakr, ma già prima con Maometto, di “armate”. Veri eserciti, ordinati, che penetrano regioni strutturate e protette, in Siria, Mesopotamia, Armenia, e poi in Egitto, urbanizzate, cittadine, non territori di nessuno, dentro due imperi, il bizantino e il sassanide, per quanto laschi. Questo “nei primi anni Trenta\Cinquanta del VII secolo” – Maometto era appena morto, nel 632: a pochi anni dalla sua morte la conquista islamica del Medio Oriente, fino all’India (Pakistan), e dell’Egitto è cosa fatta.

Un libro però facile facile, questo è il suo lato migliore – per “non specialisti e lettori generici”. Benché dettagliato e, si presume, fondato. Che spiega con chiarezza le cose che pensiamo di sapere e invece non sappiamo. A cominciare dalla storia e la geografia dei luoghi al tempo di Maometto. Con un glossario. E una ventina di foto tutte sorprendenti, di mappe ma anche di architetture, quindi di manufatti ben presenti sul suolo, che però non fanno parte del menù turistico, che è il solo oggi a disposizione sul Medio Oriente. Con molte curiosità. Per esempio sull’origine e la natura del “Corano”. Come “pia pratica di mussulmani vissuti molto dopo” Maometto. O anche come “un inno strofico preislamico delle comunità arabe cristiane, adattato  successivamente da Maometto” – “secondo alcuni studi  recenti, il testo del Corano sarebbe non soltanto informato dei dibattiti teologici in seno alle comunità cristiane di lingua siriaca” ma ne darebbe anche la contestazione. Oppure frutto tardo di un islam già omayyade, “frutto di una lenta cristallizzazione avvenuta in seno alla comunità mussulmana  in un arco di tempo di oltre duecento anni perlopiù al di fuori dell’Arabia, e forse, prevalentemente, in Iraq”. Una riflessione comunque non araba, e certamente non al servizio di un nazionalismo arabo:  “Il Corano, chiaramente, si rivolge a coloro che si ritengono Credenti, il che non ha molto a che fare con l’etnicità”: “Le poche volte in cui il Corano menziona gli a’rab, ossia i nomadi, lo fa cn accenti negativi, mentre non parla ma di arab, gli arabi”.
Fred M.Donner, Maometto e le origini dell’islam, Einaudi, pp.XIV- 289, il. € 23