sabato 10 dicembre 2016

Letture - 283

letterautore

Bob Dylan – Il miracolo del menestrello è dunque l’amore. Alessandro Carrera, il massimo dylanologo, direttore di Italian Studies all’università di Houston, curatore e commentatore dei due volumoni di “Lyrics” di Dylan appena riediti da Fertrinelli, ne ha tematizzato le canzoni, arrivando a questa conclusione. “«Amore» compare circa 300 volte nel canzoniere di Dylan”, la parola più frequente. “Strada” è la seconda più frequente, ricorre 133 volte – “treno” cinquanta, “vento” “più di novanta”.
La “strada”, dice Carrera con D.H.Lawrence, autore anche di “Studi sulla letteratura classica americana”, è “la grande casa dell’anima” dello scrittore americano – l’“anima americana” si realizza “solo nel viaggio lungo le strade aperte”.
L’altro dato appariscente di Dylan che Carrera rileva è l’orizzontalità. Il rifiuto è costante in Bob Dylan, da ultimo nel catalogo di una sua mostra di dipinti alla Halcyon Gallery di Londra, del verticale e del moderno. Ha vissuto a Manhattan ma non ha mai visto i grattacieli, il suo orizzonte è rimasto – dice Carrera con encomio – quello dell’infanzia nel Minnesota natale, rurale, basso e gonfio.

Gentileschi – Artemisia è senz’altro femminista, castratrice: una buona metà dei suoi quadri sono di donne all’opera con le lame. Ma indirettamente, anche le sante fa glamour,con le gambe e i seni. Si dovrebbe ipotizzarla gay, ma le si conoscono solo omaccioni. È una a cui piaceva l’evirazione “dopo”. Si spiega così la vicenda dello stupro subito a scoppio ritardato, quando l’amante non volle sposarla.

Giornalismo – È tutto ciò che abbiamo, storia, politica e letteratura. Secondo il filosofo Heidegger dei “quaderni neri” ora in via di pubblicazione, “Riflessioni XII-XV”, che pure disprezza l’opinione pubblica, come un artificio politico o economicistico, di editori letterati. La storia è giornalismo, nel senso che “la scienza storiografica resta il modello segreto del «giornalismo»”. E viceversa: “Il «giornalismo» determina ogni tipo di letteratura” – è “una forma fondamentale della dimensione pubblica”..

Hölderlin – Non è il “Nietzsche svevo”, sbotta a un certo punto il suo fedelissimo Heidegger nel “quaderno nero” n. XII (“Riflessioni XII-XV”, p. 18): “Solo l’estremo e più maligno fraintendimento può spacciar(lo) per il «Nietzsche svevo»”. Se non per la follia, forse?
“Certo, Hölderlin non si addentra, poetando, in campi sereni…”

Proust – Rousseau latita vistosamente nella “Ricerca” – una sola menzione, forse una sola, distratta, come un giorno del calendario.. Ma sua è l’architettura del grand opéra proustiano. Della “tecnica”: le annotazioni sottilmente estese – prolisse, sì. Dei sentimenti prevalenti: inadeguatezza, gelosia, collera repressa, ironia lieve (amara). Delle tematiche perfino, soprattutto degli amori impossibili(tati) e dell’aristocrazia – la nobiltà d’animo va con quella di censo.  

Self-publishing – Anche l’Ariosto pubblicò a sue spese, addirittura l’“Orlando”. E ne fece un best-seller. Una malinconica consolazione – per i tanti che Ariosto non possono dirsi.
Suicidio – All’opera è comune, Butterfly non è la sola, anche se la Rai l’ha mandata in diretta. È risolutivo: un centinaio di opere finiscono col suicidio, di lei più che di lui.
Butterfly non è la sola suicida in diretta di Puccini: Suor Angelica e Tosca l’hanno preceduta, Liu la seguirà. E altre non se la sono passata bene: Anna (“Le Villi”), Fidelia (“Edgar”), Manon, Mimi, Magda (“La rondine”). La donna si vuole debole. In parte come ideale rovesciato di Puccini, tormentato da una virago, Elvira Bonturi. Ma è l’ideale del romanticismo, rafforzato sul finire: la donna è fragile, fragilissima, vittima anche se colpevole. È un canone, uno dei tanti che legavano la donna: bella, giovane., traditrice-tradita, suicida.

Snobissimo – Parterre di bellezza, lusso e intelligenza su “Io Donna” per “Il vestito dei libri” di Jumpha Lahiri. Intervistata da Emmanuelle de Villepin, fotografata da Neige De Benedetti. Inviate a Princeton, dove Jumpha insegna. Lo snobismo vincit omnia. Per primo, ogni volta, se stesso.

Tedeschi – Hölderlin non ne aveva buona opinione, li chiamava “barbari che sanno solo tutto calcolare”. Hölderlin che Heidegger dice “il più grande fra i tedeschi” – in senso antifrastico?
Ma pure Heidegger, nazionalista e tutto, si sente a disagio fra i tedeschi – veramente ovunque, eccetto che fra i presocratici

Ulisse – Prevale – è un paio d generazioni – in forma di Odisseo. Non il furbo, fedifrago, vagabondo, ma il viaggiatore inquieto, che il desiderio di conoscenza agita. Che lui non è, quello di Omero. Lo celebriamo con Dante.
Ulisse in Omero è uno che non sa chi è. Non è nemmeno trattato tanto bene, nel poema eroico. Nel “suo” poema è uno stordito, che ovunque si lascia fare. Al ritorno a casa, non sa neppure di essere arrivato, è Atena che gli rivela Itaca – dormendo, si è lasciata sfuggire la sua isola, che cercava. Anche in Dante si perde. La parte avventurosa del viaggio è del resto breve, dopo lunghi illeggibili capitoli su Telemaco e Penelope.
Nel poema eroico è un furbo malvagio, un ladro di cavalli. Non si può non tifare Aiace, “il leone impazzito”, cui Ulisse sottrae l’armatura d’Achille: l’eternauta è un corruttore, per il più che fondato sospetto che si sia comprato i giurati, e un piantagrane, dell’armatura di Aiace non ha bisogno e non la userà.

Il viaggio di Ulisse inizia dopo la discesa all’inferno. Verso una patria che è un’isola sassosa.

Viaggi – Non sono per italiani? Le corrispondenze e i diari di viaggio. Parise in Biafra, in Cina, in Giappone. La Capria in Giappone. L’orrido “La Cina di Mao” di Macciocchi. Manganelli in Asia. Germano Lombardi e Celati in Africa. Moravia nell’Urss e in Africa. Pasolini in India, in Africa, a Napoli, in Calabria. Non ci si ritrova nulla, nemmeno un po’ di aria del tempo, a parte l’“impegno”, quasi mai sincero. Molta neghittosità, un po’ di gigioneria, che si giustifica (si aggrava) con la malinconia: la solitudine, il disvalore di casa – di Roma per lo più – e naturalmente la condizione umana. Di Joseph Roth le corrispondenze politiche da Mezza Europa, la sua opera più perenta, ancora si leggono. O i tanti inglesi che ne sono maestri, di viaggi e dromotesti, da ultimo Robert Byron, Bruce Chatwin, Peter Levi, Patrick Leigh Fermor, William Blacker.
Da noi giusto Corrado Alvaro. Anche Arbasino - tra le fumisterie un insight prodigioso. E un po’ di giornalismo, Stefano Malatesta, Paolo Rumiz, e Terzani prima dell’illuminazione.

leterautore@antiit.eu

La scienza torna al pensiero mitico - il romanzo no

Il mito come la musica: si legga il mito come si legge una partitura orchestrale, “non una strofa dopo l’altra”, ma nell’insieme. “Se cerchiamo di leggere un mito come leggiamo un romanzo o un articolo di giornale,  cioè riga per riga, leggendo da sinistra a destra, non lo comprendiamo, poiché dovremmo invece coglierlo come una totalità e scoprire che il suo significato fondamentale non è trasmesso dalla sequenza degli eventi ma, per così dire,  da fasci di eventi”, anche non contemporanei. Semplice. Ma è il punto più critico – più contestato, terribilmente complesso, dice lo stesso antropologo – delle elaborazioni di Lévi-Strauss, nell’ultima delle cinque conversazioni con Carol Orr Jerome, tenute nel dicembre 1977 alla radio canadese Cbc.
Altre conclusioni sono degne di merito. Il pensiero non si fa ma si forma. Nel soggetto che lo esprime, ma solo in quanto mediatore, e lo “crea”. La differenza arricchisce sempre, anche se è difficile sistemarla – non è comunque etico, nell’etica della ricerca, ignorarla o appiattirla. La ricerca (sistematizzazione) è delle invarianti: “La ricerca strutturalista è tutta qui, la ricerca dellel invarianti, o degli elementi invarianti”. La scienza recupera la razionalità complessa che al suo nascere, nel Seicento, con Bacone, Descartes e Newton (non Galileo…) rifiutava, dovendosi connotare e fare strada, “in contrapposizione con le vecchie generazioni del pensiero mitico”. Il pensiero scientifico si riapre alla complessità anche grazie all’antropologia, alla “logica del concreto”. Tra “primitivo” e civilizzato” non Malinowski (il primitivo non pensa) né Lévi-Bruhl (il primitivo ha conoscenza emotiva o mistica), ma la continuità – il primitivo fa anche astrazioni, con strumenti intellettuali. Il problema è “dove finisce la mitologia e comincia la storia”. Considerato che gli antropologi si avvalgono di mediatori culturali, che sono essi stessi antropologi, seppure di formazione mediata, la continuità è ineliminabile.
A proposito della nascita della scienza nel Seicento, lo stesso è da dire dei romanzi – e dei grandi stili musicali. Sempre per effetto dell’abbandono del “pensiero mitico: i romanzi nascono nel secolo XVII con l'abbandono del pensiero mitico, e lo stesso i grandi stili musicali.  Ma qui l’antropologo non dice se un ritorno è auspicabile. Si limita a una constatazione: “Oggi stiamo assistendo alla scomparsa del romanzo stesso. E può darsi che quanto avvenne nel diciottesimo secolo, quando la musica rilevò la struttura e la funzione della mitologia, si stia verificando di nuovo, nel senso che la cosiddetta musica seriale ha sostituito il romanzo come genere”.
Amabile e concludente a ogni capoverso. L’esposizione seguita, attraente, è il segno della ricerca di Lévi-Strauss, in queste conversazioni come nelle trattazioni studiose. Non una volgarizzazione, ma l’idea che la verità è semplice, bisogna solo saperla esporre - raccontare .
Con un’introduzione di Cesare Segre, attenta a recuperare lo scavo dell’antropologo nella semiologia, dalla quale era partito.
Claude Lévi-Strauss, Mito e significato, il Saggiatore, pp.67 € 7.50

venerdì 9 dicembre 2016

Problemi di base berlusconiani - 304

spock

Non basta Raggi, Berlusconi vuole imporci Grillo?

Sembra giusto, dopo l’impresario il comico?

Ma che gli piacerà di Grillo, i capelli?

Doveva impedire alla Meloni di diventare sindaco, ma imporci Raggi?

O non sarà un vampiro: Bondi, Alfano, Toti, Parisi, Mr. Bee, Yohghong Li, Han Li, Renzi sono casi di vampirismo, che altro?

O vuole fottere l’Italia, la pensa una donna?

Che ci farà alle donne, oltre che pagarle?

Dice che Berlusconi è affetto da priapismo, ma onanista? 

Sante macellerie

Sante con le tette, e pugnali castratori. Un catalogo di martiri e miti in cui prorompenti figure femminili si fanno giustizia. A Firenze dopo lo stupro - o fidanzamento - di cui Artemisia fu vittima. A Napoli, nel pieno della gloria e degli amori. A Londra, artista quarantenne già emerita. I contemporanei che le fanno corona nella mostra non sono da meno, la donna castratrice faceva l’erotismo nel primo Seicento, ma certo con minore forza.
Nome e simbolo femminista – di alberghi e bar per sole donne in Germania - eletta da Germaine Greer (“L’eunuco femmina”, 1970) a pittrice della guerra dei sessi, Artemisia Gentileschi è di più, ma sostanzialmente quello.
“Giuditta che decapita Oloferne”, il quadro più celebre, ne è lo specchio. Eretto dagli anni 1970 a manifesto del femminismo, la violenza della donna contro la violenza dell’uomo. Roberto Longhi, che Artemisia aveva scoperto sessant’anni prima del femminismo, nel 1916, non aveva dubbi: “Chi penserebbe che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato…?” Un ritratto lungo, di scoperta, e di ribadita ironia. Una scena di violenza meditata, aggiungeva: “Qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale!...  Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del Seicento europeo, dopo Van Dyck”. 
Ne fu impressionato pure Roland Barthes, che non amava le donne. E più dall’erotismo che dalla cattiveria, annotando nel catalogo della mostra “Word for Word – Artemisia No. 02”, Parigi, 1979 (catalogo trilingue, anglo-franco-italiano, testi di Roland Barthes, Eva Menzio, Léa Lublin, galleria Yvon Lambert, che l’anno prima, 1978, aveva esposto “Giuditta” con lavori di Cy Twombly, Joseph Kossuth, Daniel Buren e altri contemporanei) frasi ad effetto: “Ammiro la tua bellezza, e sono sotto di essa”, come una tribade. Con senso critico, poi, rilevando anche lui la costruzione a freddo del quadro: “Il primo colpo di genio è aver messo nel quadro due donne, e non solo una, mentre nella versione biblica la serva aspetta fuori; due donne associate nello stesso lavoro, le braccia frapposte, che riuniscono i loro sforzi muscolari sullo stesso oggetto: vincere una massa enorme, il cui peso supera le forze di una sola donna. Non sembrano due lavoranti sul punto di sgozzare un porco? Tutto ciò assomiglia a un’operazione di chirurgia veterinaria. Nel frattempo (secondo colpo di genio), la differenza sociale delle due compagne è messa in risalto con acume: la padrona tiene a distanza la carne, ha un'aria disgustata anche se risoluta; la sua occupazione consueta non è quella di uccidere il bestiame; la serva, al contrario, mantiene un viso tranquillo, inespressivo; trattenere la bestia è per lei un lavoro come un altro: mille volte in una giornata essa accudisce a delle mansioni così triviali”. L’attrazione estetica – l’emozione erotica – riconducendo anche alla novità di genere: “È qui la forza dei quadri della Gentileschi: nel capovolgimento brusco dei ruoli. Una nuova ideologia vi si sovrappone, che noi moderni leggiamo chiaramente: la rivendicazione femminile”.
Artemisia fu anche abile venditrice – per esempio nella corrispondenza col collezionista don Antonio Ruffo di Bagnara, principe della Scaletta e della Floresta, nella raccolta pubblicata dieci anni fa da Eva Menzio. In grado di organizzarsi in sessant’anni tre o quattro carriere distinte di pittrice, tante le città dove visse. 
Artemisia Gentileschi e il suo tempo, Museo di Roma, palazzo Braschi, piazza Navona


giovedì 8 dicembre 2016

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (310)

Giuseppe Leuzzi

Il senatore record di PaterNÓ
Il record del No, 81,6 per cento, si è registrato a Paternò, feudo politico Dc della famiglia Torrisi, ora in persona del senatore Salvatore, detto Salvo. Del partito di Alfano, ma questo è accessorio: il senatore rivendica con orgoglio la politica del padre Antonio, vicesindaco di Paternò e presidente della Provincia di Catania, e dello zio, l’on. Nino Lombardo, autore di “Dai Normanni ai democristiani: storia di un gruppo dirigente”, o dell’immutabilità della storia, deputato per molte legislature. Il senatore è stato giovane Dc, poi Popolare, quindi berlusconiano, in Forza Italia e nel Popolo delle libertà, e infine, per protesta contro la pretesa di Berlusconi di far firmare dimissioni  preventive ai parlamentari delle proprie liste (contro i passaggi di scuderia), nel Nuovo Centro Destra, il partito di  lfano – “fin da giovane impegnato nella DC”, recita la bio, “e, successivamente, nel PPI, approdando, poi, tra le file di Forza Italia, nel PdL e quindi nel Nuovo Centrodestra”.
A Paternò c’è un grosso problema: la crisi dei call center mette a rischio 600 posti di lavoro, seppure precari e poco retribuiti. Ma l’argomento decisivo per il No è stato il ragionamento: senza Senato, chi avrebbe svolto le pratiche per Paternò e (mezza) Catania? Il successo del No è un successo personale del senatore Torrisi, vicepresidente della Commissione Affari Costituzionali per conto della maggioranza di governo che aveva voluto la riforma.
Difesa della Costituzione o vecchia politica, quale segno dare al No? Al Sud non ci sono dubbi: Camere plurali – due, e perché no tre, o quattro - per meglio esercitare il sottogoverno.
Paternò prima per No, Napoli seconda, col 75 per cento, Napoli città. Non c’è altro segno a tanti NO. Nel Lazio, guidato da Nicola Zingaretti, uno dei capi del Pd, il partito del Si, i No sono stati il 63,2 per cento – ma più impressionante è il loro numero, avendo quasi doppiato i Si: 1.914.397 contro 1.108.768. In Abruzzo (presidente Luciano D'Alfonso, altro Pd) sono arrivati al 64,39 per cento. Poi più si scende, più i No aumentano. Nella Sardegna di Francesco Pigliaru, altro Pd, sono stati il 72,22 per cento, Nella Sicilia di Rosario Crocetta , e del senatore Torrisi, il 71,58. Nella Campania dello schieratissimo Vincenzo De Luca il 68,4. In Puglia, presidente-governatore il Pd Emiliano, il 67,16. Il 67,16 in Basilicata (presidente il Pd Marcello Pittella), il 65,8 in Calabria (presidente il Pd Mario Oliverio).

L’Italia è un paese che non vuole cambiamenti, questo è il senso del voto, la costituzione non c’entra, Renzi nemmeno. E il Sud, che più dovrebbe volerli, è quello che meno li vuole.

La ricostruzione imperfetta della perfezione
La perfezione imperfetta è il Sud, nella ricostruzione di Massimo Bottura, il cuoco migliore dell’anno. In un’intervista geniale con Aldo Cazzullo:
O l’imperfezione assoluta: “Il dolce che preferisco si chiama «Ops! Mi è caduta la crostata al limone». Una crostata rotta è diventata un’icona della cucina internazionale. Come il nostro Sud: che è l’imperfezione assoluta, eppure è il posto più bello del mondo; perché un posto bello come la Valle dei Templi o come Capri non esiste in nessun altro Paese. Anche se tendiamo a dimenticarcelo”.

La picola comunità è impenetrabile
“Ho sempre avuto un’avversione insuperabile per le piccole città… Per le piccole sperdute città, sì…. Sono nata a New York City e non ho mai avuto alcuna paura, nemmeno da piccola, delle strade o delle facce sconosciute dei forestieri, ma ogni volta che mi sono trovata in un posto di quel tipo ho provato la sensazione opprimente che ci fosse, subito sotto la superficie, tutta una vita nascosta, tutta una serie di implicazioni segrete, di significati e terrori, di cui non sapevo nulla”. Una sommaria ma penerante antropologia della piccola comunità disegna una ragazza del  Sud in “Festa da ballo”, un racconto di Francis Scott Fitzgerald, egli stesso nato nella famiglia di un gentiluomo del Sud, dove era cresciuto. Che specialmente si applica al Sud, dove l’urbanizzazione è frammentata, e poco o nulla scalfisce le concrezioni storiche nelle comunità per secoli chiuse. Una forma probabilmente di difesa, magari non apprezzata, ma “naturale” e coriacea
Queste sensazioni la giovane sente nelle piccole comunità in genere: “Nelle piccole città (quelle che hanno fra i cinque e i venticinquemila abitanti) antichi rancori, vecchi amori mai dimenticati, fantasmi di scandali e tragedie  lontani negli anni sembrano non voler morire, ma resistono aggrovigliandosi sempre di più nel naturale alternarsi delle maree della vita”. Ma di più al Sud: “È una sensazione che ho sperimentato con forza straordinaria soprattutto al Sud”, continua la narratrice, appena lontana dalle città. “Ho spesso l’impressione di non riuscire più a comunicare con la gente intorno”, constata: “Uomini e donne parlano una lingua in cui sono straordinariamente combinati, in un modo che non riesco a spiegarmi, gentilezza e violenza, moralismo fanatico e indifferenza”. Questa soprattutto, per l’estraneo.
È una sensazione che Mark Twain aveva già rilevato in “Huckleberry Finn”, dei paesi lungo il Mississippi, con le loro fiere, inconsulte, ostilità interne, e insieme l’attaccamento alla tradizione, per modi di fare, di dire, di pensare.

Zangrei
Siamo di Pedavoli. Siamo veramente di Paracorio, che insieme a Pedavoli forma il paese, ma come logo aggiunto, “accanto a”, come intende il greco da cui il nome origina. “Siete di Pedavoli?”, “Venite da Pedavoli?”, era la domanda consueta. Fino a qualche tempo fa – e tuttora non è desueta. Lo stesso per esempio che per Taurianova. Che si compone di Radicena e Iatrínoli, ma tutti dicevano – e dicono – “di Radicena”.
Alcuni luoghi sono dominanti, altri subordinati, la toponomastica unitaria, centralizzata, modernizzata, non ha mutato la sostanza della cosa. C’è una gerarchia storica, che i prefetti non possono mutare: alcune comunità sono non esistenti, o di esistenza precaria, succube.
A Paracorio c’era, c’è, Arretu livari, gli ulivi di dietro. Cioè isolati dal borgo di Paracorio, che era un sottoborgo di Pedavoli. Una volta era pieno di limiti e frontiere: le comunità erano stanziali, non si mescolavano o allora eccezionalmente. Arretu livari era abitato da zangrei – come tuttora: da pastori. O da pajechi, quelli che venivano da Arretu marina, la marina di dietro, o l’altro versante della montagna, per indicare la gente di Natile e Careri, qualcuno anche di San Luca.
Pajecu o paddecu è grecanico, parlante greco. Era un appellativo spregiativo degli ellenofoni, che il “Vocabolairo fraseologico” di Filippo Condemi, 2006, dice: “All’antica, sciocco, semplice, ignorante”, un termine “coniato a Reggio, in senso negativo, nei confronti degli abitanti che provenivan dai paesi grecanici”, dell’entroterra e dello Jonio remoto, isolato. “Essere greci” era parlare strano, e quindi essere poveri, ignoranti, sporchi, Calzati coi “mitti”, grecanico per cioce, ultimamente (dopo la guerra) una suola di pneumatico, di automobile o meglio di camion, legata sopra il piede con spago o fil di ferro.
Zangreo ha orifigine classica. Simone Weil, “Quaderno X”. Da Core viene generato Zagreo. E “zangrei” sono tuttora in grecanico i pastori: “Zeus è diventato drago per generare Zagreo da Core mediante un bacio”.

leuzzi@antiit.eu

Butterfly suicida per femminicidio

L’edizione “originaria” che Riccardo Chailly ha voluto, sulla scena fissa di un Giappone da cartolina, nella stilizzazione pseudo Nô, è una riesumazione da epoca di femminicidi. Molto poco giapponese-americana, da clash di civiltà o dramma dell’occidentalizzazione (modernizzazione), quale era il dramma musicale di David Belasco da cui Puccini trasse ispirazione. Una donna sola in un mondo ostile, non più una ragazza giovane vittima dell’amore. Come forse è sbagliato, ma così si raccontava all’epoca, primo Novecento dopo tutto l’Ottocento: la donna è fragile, e solo vive d’amore.
Una esumazione che Chailly ha voluto come risarcimento a Puccini per l’accoglienza ostile della Scala al debutto nel 1904. Fuori di questa novità, una produzione modesta. Che probabilmente Puccini non avrebbe gradito. Della “esile giapponesina” aveva addolcito il carattere schematico – ideologico. Dei comprimari aveva ispessito i sentimenti, non più schematizzati. L’esumazione ha un effetto doppio di pialla: nonché Pinkerton e gli altri, la stessa Cio-Cio-San che domina la scena non è: non è una geisha, non una ragazza molto giovane, non è giapponese, non ha fatto un contratto a tempo. Se non la vittima da immolare. Forse per questo apprezzata dal pubblico della prima.
Giacomo Puccini, Madame Butterfly, Teatro alla Scala, ed. Riccardo Chailly

mercoledì 7 dicembre 2016

Secondi pensieri - 287

zeulig

Coscienza – È una forma della volizione, della volontà di potenza, anzi il suo fondamento. Anche come atto di contrizione al confessionale: un riesaminarsi per discutersi, prima che per purificarsi, o assolversi - per regolare la vita.

È il fondamento della legge. Che altrimenti non trova consistenza – non la trova nella violenza, come è d’uso rappresentarla: di fronte a una platea che unanime la respingesse, non c’è violenza che salvi la legge.

Heidegger – È poeta, lirico. Anche se le liriche vere e proprie sono una parte minima della sua opera omnia – ciclopica ma molto ripetitiva. Esercizi per lo più, e privati, ma una parte non trascurabile: se ne trae  la cifra del “resto” , la chiave di lettura. Il suo linguaggio: la cifra del suo linguaggio, oscura, evocativa, languorosa anche, irata, è lirica.
Di tutte le forme “culturali” che dispregia, salva solo la poesia. Con limiti: “Poesia non è un perdersi via nei sogni, ma nemmeno è mai la configurazione del reale” (“Riflessioni (XIV)”, p. 56, in “Riflessioni XII-XV (Quaderni neri 1939\1941)”, p. 264). Ma con larga apertura di credito: “Poesia, misurata in modo essenziale, è progetto dell’Essere”, il progetto  Heidegger.
Di divagazioni poetiche contrappunta le sue arcigne notazioni filosofiche nei quaderni di appunti che ora si pubblicano. “Una stella fissa, lontana sulla terra del cuore”, e altrettali. “I cardi argentati splendono senza invadenza nell’aria chiara del principio della tarda estate”… Non granché, ma per lui importanti. Un componimento intitola “Estate”, a chiusura di “Riflessioni XIII”: “Quando tra gli abeti più alti, lassù sull’«Hämmerle» dopo l’ultimo colpo dell’ascia, tra gli alberi che ancora restano in piedi, gemono cadendo e al sordo impatto della terra, che rimbomba di rimando per trovarsi di nuovo…”. Una lunga serie di “chi?” ritmati scandisce una “consolazione” posta al centro di “Riflessioni XII”, datato 1939, a guerra avviata vincente per la Germania: “Chi presagisce la piena unicità dell’attimo storico? Chi esperisce il passaggio – senza precipitose soluzioni o salvezze? Chi prepara per l’Essere il silenzio della risonanza? Che comprende nel vuoto apparente la pienezza d’un abisso? Chi si ritrova per chi, dacché pochi sono?...”

È lui stesso “il povero Hölderlin”, che insegue in ogni piega – e bisognerà riconoscergli anche un grano di follia, riconoscerlo a Heidegger. “ I cardi argentati splendono senza invadenza nell’aria chiara del principio della tarda estate”, è notazione sparsa di uno dei “Quaderni neri”, il XIII (p. 137). Pochi ricordano che il Filosofo è poeta, pubblicò curate raccolte, a partire da “Lo splendore morente”, esordio crepuscolare. Il “pensiero poetante” è da Pascoli devoto, che ha avuto anche lui vita segreta, sebbene da scapolo, o di uno Stil Novo che fosse carnale, appassionato e lirico. Weg und Waage,\ Steg und Sage\ finden sich in einen Gang”. Che sembra Palazzeschi ma non è giocoso. “Geh und trage\ Fehl und Frage\deinen einen Pfad entlang”. Bang, bang è l’esperienza del pensare, ingegnosa, di classici trochei, con rime, paronomasie e allitterazioni.
Intraducibile per questo, irriducibile: l’Essere non c’è eccetto Heidegger, ecco l’ontologia fondamentale. E rovescia Descartes, si capisce, il quale disse “dubito, ergo sum”, il concetto di dubbio implicando qualcosa che non è in dubbio – Descartes cioè non lo ha detto, ma è quello che voleva dire. “Passo e pesa\sasso e ascesa\si ritrovano allo stesso viaggio.\Va e palesa\Squasso e intesa\seguitando il tuo passaggio”: oscenità solitaria - tempi e temi echeggiando di Ofelia, “La ra la ra la ra”, che Salieri con l’abate Casti fanno allegra ne “La grotta di Trofonio”, in cui il filosofo per magia trasforma il carattere di chi vi penetra: “Che filosofo buffon!\ In che misero grotton\ Sempre in gran meditazion\ vaneggiando se ne sta”.

È religioso. Profetico, messianico. Da sempre e con costanza, con rabbia, prima e dopo le svolte – di più nei “Quaderni neri”, ossessivo: è qui per profetare, non per argomentare (lo fa ma non gli interessa). Minaccioso perfino, come avviene ai profeti. Di questo segno è il suo silenzio, dello sdegno. Come di un generale in campo, che parla con gli schieramenti: l’intervista postuma, la scansione dei “Quaderni”, così minuziosamente ordinati alla pubblicazione. Da pastore dell’Essere. Per quanto di luce incerta, su sentieri interrotti. Questo è l’esito\evento del lirismo, della visione\espressione peotica.
È tutto qui anche il suo nazionalismo, che “al tedesco futuro” assegna “la perseveranza di un’altra storia”, il “passaggio verso la meditazione” - quaderno XIII, “Riflessioni XII-XV”, p. 189

Nichilismo – Come può dirsi? È ipotesi teorica – il solo fatto di porla la svuota di contenuti, semantici e figurati.

Lo conia Turguenev correttamente, contro l’elaborazione russa – estremista, assolutista - del pur bonario positivismo francese – che in effetti non pensa.

Rarità - È connessa alla scarsità, che ne determina un incremento di valore, come vuole Adam Smith. Ma non per tutti i beni, o tutte le attività. Una malattia è potenzialmente incurabile – distruttiva – tanto più è rara. Il potere invece fa mostra di apparati, ne ha bisogno, e tanto più grandi, estesi, moltiplicati, tanto meglio. Le mafie prosperano dove il loro controllo è più diffuso, sociale, economico, psicologico, legale, politico. Si può dire la rarità un fattore di valore nel bene, il mala ha bisogno di metastasizzare.

Storia – L’angelo della storia di Klee e Benjamin, sempre rivolto al paradiso terrestre da cui è cacciato ma sospinto verso il futuro cui volta le spalle, è e non è lo storico di Schiller, professore di storia: “Lo storico è un profeta che guarda all’indietro”? Quello di Schiller è attivo, e forse è progressista, quello di Benjamin passivo, reazionario.

Umanismo integrale – È di fatto la disumanizzazione, da Dio all’animale – e al minerale.
L’umanizzazione intermedia - e sdivinizzazione intermedia, della divinità assolutista – è la misura che meglio lo realizza. Con più esiti cioè – più ampi e più costanti – e con meno controindicazioni. È quella delle fedi monoteiste, e più del cristianesimo, e poi dell’islam.   

Volontà di potenza – È l’istinto di sopravvivenza dell’evoluzione.

zeulig@antiit.eu

Recessione – 59

Le quattro banche fallite un anno fa sono ancor a rischio bail-in, che gli azionisti e obbligazionisti perdano tutto. In più il rischio si è allargato al Monte dei Paschi di Siena e alle due ex popolari venete, Vicenza e Veneto Banca.

La metà dei pensionati, otto milioni su 16,7, percepisce meno di mille euro al mese. Due milioni meno di 500 euro.

Tre italiani su dieci sono a rischio povertà: il 29 per cento circa, 17 milioni e mezzo.

Mezzo milione di aziende hanno chiuso negli ultimi cinque anni, 2012-2016. Di cui 60 mila per fallimento.

Con la crisi la ricchezza nazionale è diminuita di un ottavo, il 12,5 per cento.

Il Giappone era un altro, Butterfly avrebbe vinto in tribunale

Un divertimento, di avvocato, professore di diritto a Nagoya, in Giappone: che sarebbe successo se Butterfly si fosse rivolta a un tribunale, invece di suicidarsi per essere stata abbandonata da Pinkerton, dopo uno di quei comodi e brutti “matrimoni a tempo” orientali? Avrebbe vinto la causa: avrebbe ottenuto l’annullamento del secondo matrimonio del fedifrago, la sua incriminazione per bigamia, e gli alimenti per sé e per il figlio – il figlio anche lui andava protetto in quanto cittadino giapponese. L’opera non si sarebbe potuto fare – ma Puccini avrebbe trovato un altro soggetto.
Si legge col sorriso. Ma una verità emerge, che ancora fatica, anche dopo l’abbandono dell’etnocentrismo coloniale. La donna non era tanto priva di diritti a fine Ottocento. In Giappone meno che altrove, benché si fosse aperto all’Occidente – alla “civiltà”, specie giuridica – da nemmeno mezzo secolo. Un matrimonio misto non poteva essere risolto unilateralmente dall’uomo. Neppure da un americano, che l’extraterritorialità in qualche misura proteggeva. Pinkerton non poteva ripudiare la moglie. Non poteva nemmeno abbandonarla e rientrarsene impunito negli States.
Giorgio Fabio Colombo, L’avvocato di madame Butterfly, O barra O, pp. 67 € 7

martedì 6 dicembre 2016

Il mondo com'è (285)

astolfo

Avignone – Il papato d’Avignone, settant’anni con otto papi, sarà stato l’estrema ingerenza della politica nella. Con otto papi tutti francesi, Quasi tutti del Limousin, al centro-sud della Francia, parte della vecchia Occitania, ora Nuova Aquitania. Tutti giuristi formati alle università di Francia. La decisione di Gregorio XI, anch’egli francese, di tornare a Roma si può dire miracolosa.

Bolscevismo – È stato in tealtà molto occidentale, del tutto all’opposto della tarda vulgata che lo ha legato a un certo messianismo russo (H.Carrère d’Encausse). In linea peraltro con l’immagine che Marx aveva e propagandava dei suoi compagni-nemici russi, e della storia russa.
Il “caratteri originali” o “nazionali” dei popoli è utile approssimazione conoscitiva, ma per dei modi di essere e di fare, non delineano una  storia, tanto meno la conformano. Sono un derivato dell’elaborazione nazionalistica, dell’Otto-Novecento, e al fondo razziale. Ma a questo modo anche senza sbocco.
Il bolscevismo è cinese nella forma del maoismo – lo è stato e lo è tuttora in quello del comunismo di mercato. Ma non era “russo” il bolscevismo: il potere dei soviet più l’elettrificazione di Lenin non ha nulla di antico russo. Né Lenin – e lo stesso Stalin, a ben guardare – è un vecchio russo. Il movimento bolscevico, alle origini e poi a lungo, fin dopo le “purghe”, fu tutto occidentale, un rincorsa dell’occidentalità: dai principi ispiratori all’organizzazione produttiva, del fordismo col nascente mercato di massa, alla stessa organizzazione politica, per quanto solo di facciata democratica.

Castro –  Sarà stato l’antiamericano per eccellenza. È impossibile collocarlo altrimenti, se non nell’antiamericanismo – come del resto il “Che” Guevara: non era comunista e nemmeno socialista, e del resto vantava la non lettura di Marx. Aveva sovietizzato Cuba, ma non del tutto, anzi solo come struttura istituzionalizzata di controllo politico. Tenne sempre Cuba aperta al turismo, anche quando c’erano i boat people, le fughe coi gommoni. Non esportò mai in realtà la “rivoluzione”, anche quando mandò reparti del suo esercito in aiuto ai movimenti di liberazione, non furono mai attivi. Non finanziò né protesse i terroristi, di nessun genere, neanche come rifugio.
Il “Che” fu attivo con più di un movimento di liberazione, in Africa e da ultimo in Bolivia. Ma in una miscela ideologica oscura, insieme castrista, dei “fuochi” d’insurrezione, e sovietica e cinese, un accostamento che all’epoca era anatema. Fondamentalmente antiamericana – non per luce propria, probabilmente, nel “Che”, ma riflessa, i blocchi d’ordine con i quali si scontrava essendo più o meno “amerikani”.
Ma allora, Castro e Guevara, di un anti-americanismo vecchia America Latina, tutto anatemi e poco costrutto. Che Cuba sia stata tenuta in quarantena dagli Usa per oltre mezzo secolo senza essersi macchiata di nessun delitto internazionale, questo è da scrivere anche all’antiyanquismo. Una sorta di goliardia, non fosse drammatico.  

Capitalismo – Si vuole protestante perché Max Weber ne ha fatto la trattazione. Ma è più cattolico. In Germania, da sempre, compresi i grandi banchieri, Fugger e gli altri, anche dopo Lutero. In Germania e nelle Fiandre. È semmai in Francia, con gli ugonotti e le famiglie ebraiche, che la grande finanza capitalistica prende corpo in ambito protestante, esportandosi in Prussia e a Francoforte. In Italia si sviluppa nell’area più di fede della penisola, la Lombardia, con le propaggini venete, dai banchieri “lombardi” ai Borromeo, fino alla Cariplo di Giordano Dell’Amore, e all’Opera del Duomo.
Max Weber non dice peraltro la “superiorità” del protestantesimo in fatto di capitalismo come la cosa viene comunemente intesa, ma come la riuscita in affari producesse buona coscienza.

Germania – Ha rifiutato Versailles e, nell’intimo, rifiuta Norimberga. È sempre in guerra?
Non ha una festa della Resistenza, pur avendo avuto il movimento di resistenza più vasto e attivo dell’Europa nazifascista o occupata. O un giorno della Liberazione, per esempio la caduta del nazismo, o uno dei tanti attentati a Hitler, con larghi complotti, organizzati. Anche in negativo: poteva santificare l’incendio del Reichstag, come un sacrificio della democrazia. O la Kristallnacht, come giorno della Memoria.
Non c’è un monumento, nemmeno una targa stradale, nel nome di uno della Resistenza a Hitler. Rimuove ma non elabora.

Libia – Si salverà con Putin, anche la Libia? Torna forte l’opzione militare, o bonapartista, per ridare un assetto unitario, ancorché non democratico, e un governo che funzioni alla Libia. Il che significa passare le redini a una delle forze in campo, quella del generale Haftar, che agisce da Bengasi e Tobruk. Haftar si era candidato a Roma e a Parigi per guidare la nuova Libia un paio d’anni fa. Respinto, in favore della soluzione politica, torna ora in posizione di punta. Per qualche successo militare ottenuto tra Sirte e Tobruk, con l’occupazione dei terminali petroliferi di Ras Lanuf, Sidra e Zweitina, da dove si esporta il greggio libico, ma soprattutto per non essere più isolato politicamente. Insieme col sostegno dell’Egitto, e in particolare dell’uomo forte del Cairo, il generale Al Sisi, e con i finanziamenti e le armi delle petromonarchie della penisola arabica, avrebbe trovato ora ascolto nel presidente russo, dal quale è stato in visita l’altra settimana.

La Russia vanta qualche precedente diplomatico in Libia. Che però Putin non può far valere. Né può intraprendere un’azione militare di sostegno come in Siria. Per motivi logistici, e perché la Russia vuole mantenersi nel quadro delle decisioni Onu. In passato aveva intrattenuto relazioni strette col governo “legittimo” (voluto dall’Onu) di Serraj. Se il governo politico Serraj è, come sembra ai più, anche a Roma, senza futuro, Haftar vanterebbe anche il sostegno, o la non opposizione, di Putin. 

Opinione pubblica – Negli anni 1939-1941, gli anni della vittoria, dell’“Europa tedesca”, Heidegger riflette critico sul’informazione “indifferente”, con “foto di nudi e di papa Pio XII impaginate le une di seguito alle altre”. Al punto da paragonare gli editori di giornali ai “profittatori di guerra”. Ma lo scadimento rileva effetto e responsabilità degli “intellettuali”, in quanto “sono i detentori dell’attività conoscitiva e del possesso della conoscenza”: “Sono gli «intellettuali», e non certo la massa stupida e ottusa, i più aspri nemici di qualsiasi meditazione” (Riflessioni XII-XV”, ‘. 48). I media il filosofo liquida come “mezzi di occultamento e di inganno” (p. 51).

Il voto presidenziale americano è stato un inedito Trump vs. i media. Lo schieramento dei media, prima e dopo il voto per Trump, ne mostra una configurazione da quarto potere, più che di informazione e formazione vera e propria. A un mese dall’elezione di Trump si continua a non dirne nulla, se non a criticarlo. Non un’analisi del voto. Dei flussi elettorali, politici e geografici. Delle motivazioni degli elettori. Né delle intenzioni di Trump, che pure parla molto con molti. Prevale il rifiuto e lo schieramento, come se il voto fosse stato Trump vs. i media.
Un potere naturalmente non elettivo, e fuori dai checks-and-balance di Montesquieu. Censorio anche, nel caso, senza motivazioni nette. Si dice “elettivo” in forma indiretta, per il favore dei lettori con i quali si confronta. Ma è un favore in calo, anche negli Usa: sempre meno persone comprano i giornali o, all’evidenza, li leggono.

Persecuzioni – Dopo tante ammende solenni e domande  di perdono, tanto più accorate per essere intempestive, mentre cioè era vittima di persecuzioni, la chiesa viene ora celebrata come perseguitata. Anche in ambienti laici. Col film “Silence” di Scorsese, con “Agnus Dei” di Anne Fontaine, lo stesso “Young Pope” di Sorrentino, e quello che si annuncia su padre Hamel, il quasi novantenne parroco di Rouen.

Ucraina – È al passo della destra nazionalista e fascista. Presentata sempre come avamposto della democrazia europea, seppure governata da oligarchi, l’Ucraina è in realtà determinata, nella vita quotidiana e nelle grandi decisioni politiche, se non controllata, dall’estrema destra, nazionalista e fascista. Che organizza squadroni armati, e condiziona il governo in tutte le decisioni, soprattutto in quella nazionale. Gli accordi di Kiev non sono stati attuati, e non potranno esserlo, non per inadempienze della Russia, ma per l’impossibilità del governo ucraino di ottemperarvi. Prevedono infatti l’autonomia per il Donbass, la regione orientale confinante con la Russia, e l’uso paritario della lingua russa nella regione. Cosa che questa destra è determinata a non permettere.

astolfo@antiit.eu

Fisco, appalti, abusi (96)

Il raggruppamento delle azioni Mps si fa a titolo oneroso: la vostra banca si fa pagare una lauta commissione per denominare il titolo, che non vale più niente, in euro invece che in centesimi.

Eni Gas & Power fattura a inizio anno a calcolo un x abnorme di consumi. Dopodiché, su protesta se si riesce ad agganciare il numero verde, li scala “progressivamente”. In realtà non li scala: li riconosce in bolletta, ma se li tiene come cuscinetto grasso in conto futuri consumi. L’abuso, segnalato all’Autorità per l’Energia, non è di loro pertinenza.

Sempre Eni Gas & Power fattura a fine anno bollette a raffica – due in quindici giorni. A costi ballerini incontrollabili: fa pagare 4 kWh € 12,4 - dopo averne fatturati 109 a € 49,49. Il numero verde non ha spiegazioni sul kWh fatto pagare € 3,1.

Il contatore elettrico vada in tilt. Il “vostro” gestore, nel caso Enel Energia, vi farà pagare 60 euro per la riattivazione della spie luminose. “In base alle delibere 198/11 dell’Autorità per l’Energia, qualora la verifica accerti che gli errori di misura rientrano nei limiti previsti della normativa tecnica vigente”. Chiaro.

Vanta Poste Italiane le postine col tablet che concordano col destinatario la consegna della raccomandata, mentre la pratica è: le raccomandate vengono consegnate negli stabili con portiere, le altre vengono mandate direttamente alla Posta centrale, dove il destinatario dovrà recarsi personalmente, fare la coda, e pagare una stallia, per quanto modesta. Mezza giornata persa, ammesso che trovi da parcheggiare.
È un abuso sull’obbligo di servizio postale. Ma non c’è presso chi farsi valere – la segnalazione dell’abuso alla Posta centrale  non interessa la direzione.  

La terrazza del Gianicolo a Roma vanta una vista ortopanoramica sulla Capitale. Non più da quando la parte alberata del costone sottostante non è stata più potata, da due anni. Gli alberi a crescita selvaggi che occludono la veduta sono del sottostante Giardino Botanico dell’università La Sapienza. Che fa pagare un biglietto d’ingresso. La Sapienza insegnerà la botanica selvaggia?

Digitando chini e muti

Anche in chilometri, non s’incontra uno sguardo. In centro, in periferia, nei viali larghi, nelle viuzze strette, al parco, in piazza nella pausa sulla panchina, e come dicono i giornali anche sulle strisce pedonali, a rischio della vita. Teste s’incontrano tutte modestamente all’ingiù. Anche operose, affrettate, ma tutte piegate, di tre quarti, in avanti – nell’abbigliamento di moda penitenziale è come una inesauribile processione monacale che si snoda sui marciapiedi, le strade e gli incroci. Si aspetta il verde al semaforo, il tram alla fermata, il treno alla stazione, un appuntamento al caffè, e in compagnia ognuno poi inclinato e assorto, anche al pranzo della domenica e la sera in pizzeria, digitando. È una magia, un incantamento, e come una parola d’ordine. O come un’ipnosi: si cammina chini, assorti, sul cellulare. Anche chi sta parlando al microfono e in cuffia sente il bisogno di procedere chino, come se avesse un secondo cellulare per intanto navigare – e ce l’ha. 
Lo sguardo che era lo specchio dell’anima ora non esiste più, si vaga in una tebaide muta e cieca. Gli sguardi che s’incrociavano ed erano forme di conversazione, sorpresa, ammirazione, rifiuto, sovrappensiero, sono ora invisibili e si cammina nella folla soli – sarà così anche in Sicilia, dove lo sguardo era corteggiamento? tutta una letteratura è da rifare.
Chini si va e muti. I più ascoltando una musica in cuffia, che però non illumina – la musica illumina. Anche chi parla al cellulare, e alza la voce, ad alcuni piace farsi ascoltare, sembra afono - come se celebrasse un rito, dicesse una battuta sul proscenio vuoto, a un pubblico assente: il silenzio della scena prende il sopravvento. Cioè no, i rumori della città molesti. Che però suonano anch’essi cavi, come insonorizzati.

La Macchinazione di Heidegger

Negli anni della guerra vittoriosa, una serie triste di riflessioni sulla “macchinazione illimitata”. È d’uso leggere i taccuini di Heidegger, i “quaderni neri”, nella politica del suo tempo, come un diario segreto, e questa presa di distanza colpisce: “La politica non ha più nulla a che vedere con la πόλις, tanto meno con la moralità e meno ancora con il «diventare un popolo». Essa, nell’epoca della completa sdivinizzazione, è la sola adeguata forma fondamentale di possente riunione di tutti gli strumenti di potere della violenza”. Subito dopo aver annotato che “combattenti – sono, da una parte, coloro che hanno sempre bisogno di un avversario e che, nel caso che questo manchi, se lo inventano e lo spacciano a se stessi e ad altri come tale; senza un avversario essi si paralizzano nella confusione….”. Oppure, “d’altra parte, essi sono quelli che stanno solo in ciò per cui lottano” e se hanno avversari “li rendono dipendenti e cioè a loro volta privi di obiettivi”. L’argomentazione caratteristica: niente e nessuno si salva.
Per il resto un linguaggio più elusivo del solito – di cui Alessandra Iadicicco consolante sembra possedere la chiave, nella nota introduttiva sui criteri della traduzione, ma il lettore, anche benevolente, fatica a non smarrirsi. In queste annotazioni occasionali più che nelle lezioni, nei saggi, nelle monografie.  Anche perché i “Quaderni” sono stati “venduti” male: non sono note di diario, personali, occasionali, ma testi strutturati, con rimandi, interni ed esterni al testo - con indici tematici compilati da Heidegger stesso. Ma preciso, ripetuto ogni paio di pagine, insistente, nell’elusività: l’attesa dell’Essere, l’ineffabile – “il tacere conquista lEssere”. Eversivo, perfino, in omaggio all’Essere: “La guerra è il primo esempio, da manuale, della macchinazione incondizionata e dei suoi allestimenti e ammaestramenti”. Ma patetico, e quasi ridicolo. “L’ordine incondizionato della potenza illimitata nella forma dell’allestimento che tutto afferra di ogni possibilità di potenziamento della potenza è già in sé il definitivo disturbo in ciò che è senza scampo”: questo del quaderno XII, p. 64, e analoghi editti sconcertano, pur facendo la tara della traduzione necessariamente affrettata. Irritato è Heidegger da solo con se stesso perché non riconosciuto. Aggrappato a Hölderlin, il poeta che avrebbe dovuto essere – uno svevo anche lui (svevo e non alemanno, qui c’è il rifiuto dell’alemannità).  
La polemica è costante con Nietzsche, ultimo metafisico, ogni poche pagine: “Nietzsche è la fondazione dell’ultima epoca della modernità: noi la chiamiamo l’epoca della totale mancanza di senso” (p. 119). Da ultimo sulla sua presunta apertura ai presocratici: “La favola che Nietzsche avrebbe riscoperto la «filosofia pre-platonica » verrà ora alla luce nella sua favolosità”, dopo il suo “Nietzsche”, di Heidegger – con l’annotazione a margine: “Nietzsche è l’ultimo pensatore che si è sacrificato per il «platonismo»”. In tono minore anche con Jünger – l’unico scrittore suo contemporaneo che legge, forse, seppure per criticarlo. Contro l’utilitarismo, o pragmatismo. Al quale ascrive Descartes, che nella dimostrazione del “Dio dell’esistenza”, attenendosi al “suo nuovo principio della clara et distincta perceptio, la fede in Dio lega a “qualcosa di necessario e utile” – e così Pascal: “Pascal non è in alcun modo una figura che si contrappone a Descartes, bensì e solo il suo completamento esplicito”. Molte le pagine contro lo storicismo, la storiografia in genere. E contro la “filosofia tedesca”. Che infine dice stizzito “francese”, cioè “propagandisticamente «nazionalistica»”, mentre “abbandona tutto ciò che è tedesco, la meditazione e il rischio dell’essenziale”. Da Herder a Hegel, Kant unico escluso, e l’idealismo in genere. Una nemesi estesa alla linguistica: “Non può essere certo un caso se entrambi i pensatori che compiono la metafisica occidentale – Hegel e Nietzsche – decadono nella più superficiale concezione del linguaggio e nella più vuota interpretazione”. Contro la riduzione, naturalmente, che la metafisica e la tecnica (l’americanismo) fanno dell’Essere all’ente, all’ananke, si direbbe, e al “tempo libero”. Con dispiego di trombe e tamburi – l’opinione pubblica.
Anti-ebraico sempre: per riferimenti minimi, occasionali, ma la questione dell’ebraismo emerge costante. Anche se la esclude dagli indici tematici - o di più per questo. Ma senza antisemitismo: Heidegger è vivamente contro il razzismo biologico. Altrettanto vivamente è per la differenza basica culturale. Dirla storica o psicologica no, lo offenderebbe: storia – storiografia – e psicologia mette anch’esse con costanza all’indice, e anche cultura, ma insomma qualcosa gli ebrei sono, non gli sono indifferenti. L’ebraismo è l’alterità totale – ha perfino “l’ebreo «Freud»", come se il Doktor viennese fosse un simulacro. Una “razza”, seppure tra virgolette, soggetto oppure vittima della Macchinazione, non a caso: Heidegger la esclude dalla comprensione del proprio limite.
Niente di invasivo o militante, anzi l’ebreo rischia poco nell’incupimento generale. “L’uomo occidentale” è senza più luogo né status: “La desertificazione entro le sfere della «formazione» e dell’«impresa culturale» è più avanzata che nel campo della più rozza preoccupazione per i bisogni vitali”. È un Heidegger incattivito, in questi quaderni degli anni della vittoria. Nell’ultimo, dell’attacco orgoglioso alla grande Russia, ha perfino un elenco di punti deboli della guerra vittoriosa (pp.338-9). Si legge in questi anni di entusiasmo isolato, non riconosciuto. Al centro del quaderno XIV (p. 255) si compiange senza ritegno: “Lentamente, riesce tuttavia ancora di far scomparire il nome «Heidegger» dalla pubblicità, e riescono i tentativi di avvolgere per bene nell’oblio ciò che reca quel nome come suo autore. È anche a malapena possibile sapere, entro un certo tempo, quand’è che sia tempo. Forse nell’anno 2327?” Che non è negativo come sembra, è dirsi la propria la filosofia immortale. “Con la nostalgia ineliminabile del divino – dell’Essere – “contro l’illimitato predominio dell’ente nella sua Macchinazione”.
Con qualche sorpresa politica. “La guerra è orribile” apre il 1940. Un’articolata, coerente ma non ostile, “Lettera sul comunismo è il § 128 del quaderno XIII. Seguita da un incongruo parallelo Hölderlin (l’amato)-Lenin – non c’è Hitler, per inciso, c’è molto Lenin. C’è anche un’autocritica del 1933 e il rettorato (p.233): “Negli anni della possibile decisione (1933) si agì con orrore e si stette in disparte e si sobillò; dopo un breve periodo si venne usati, ci si vide confermati e si fu soddisfatti e si ingoiò tutto….E adesso si recita la parte degli ammonitori e dei salvatori – là dove si portano le proprie colpe”.
Con qualche pointe leggera, da scrittore in campo. Contro il “letterato esistenziale”, tutto “spirito” e “valori supremi”, “che naturalmente legge «Hölderlin» e «Nietzsche», tiene in considerazione Spengler e Jünger, conosce Rilke e avverte inclinazioni romantiche verso la chiesa cattolica, rende attuale Pascal e non dimentica l’elemento popolare”. Hölderlin è la sola consolazione, quasi un alter ego. A proposito degli inni che Hölderlin aveva messo in ordine ma non pubblicato, una pagina spiega il “lascito” come lo intende Heidegger: “Il «lascito» si svela come ciò che è ampiamente venuto per primo”, zampillato come sorgente - intuizione, illuminazione.
Il messaggio si presenta umile - è tutto nella posizione: “Noi restiamo ovunque solo nel preludio dell’inizio”. O forse no, il messianico non è modesto: “Solo alcuni singoli e solo coloro che sono nascosti ai loro «tempi» sono capaci di chiamare una volta il Dio e di aspettare quello che deve venire”.
Martin Heidegger, Riflessioni XII-XV, Bompiani, pp. XI-371 € 25

lunedì 5 dicembre 2016

La costituzione del sottogoverno

Si ricompatta e celebra il Pci romano, in disarmo dopo le denunce e gli arresti, per la difesa della Costituzione intoccabile al referendum. Che l’Italia virtuosa ha assicurato, in cima la Sicilia e la Sardegna, terza la Campania – ma Napoli è al primo posto. Seguite da Puglia e Calabria.
Si commenta il referendum come una difesa della Costituzione, per la mobilitazione dell’elettorato al 70 per cento, un quasi record. Mentre è palesemente una mobilitazione contro la liberazione del voto: per l’intrallazzo.L’Italia è un paese che non vuole cambiare. Corrotto nel midollo, la politica non sa concepire che come intrallazzo. Difendere la Costituzione? La difendeva la riforma.
Il Pci romano è quello di Buzzi (e Carminati), per gli appalti di favore alle cooperative compagne, e di innumerevoli ecomostri, con larghe tangenti.  Ha liquidato di forza Marino, che ha tentato di arginarlo. Ha votato Raggi, per indebolire il Pd. E celebra la caduta di Renzi come un arrivano i nostri. Al Sud il No è per mantenere le politiche di cordate e camarille: il sottogoverno.
Ma forse non è disattenzione. Si prospetta come migliore legge elettorale il proporzionale, cioè la codifica del sottogoverno. Si vuole il No un voto di protesta. Per la vecchia politica? Non è un no a Renzi, altrimenti sarebbe un triofo per lui, il 40 per cento contro tutti.

L'“Altra America" è tornata con Obama

La scelta di Trump, avventurosa, è un rifiuto radicale di Obama. Dirla populista non dice nulla, ha senso come voto di protesta.
Che, a un mese dal voto, ancora non se ne percepisca la carica di protesta è solo indice di quanto l’opinione pubblica americana è acritica, mera emanazione dell’establishment finanziario che la regge. Di sinistra perché vota e finanzia il partito Democratico, in realtà proprietario e anzi reazionario – monopolista, bugiardo. Che sotto al voce riforma contrabbanda la disintegrazione del mercato del lavoro e di ogni garanzia sindacale. E quindi la rottura del Sogno Americano, le masse confinando a paghe da fame e precarie. Si fanno tre lavori in America per sopravvivere. Come non saperlo, come non dirlo?
Con Obama il debito Usa è aumentato dal 76 al 105 per cento del pil. Ma senza beneficio per le masse. La povertà anzi si è allargata e solidificata. 47 milioni di americani, poco meno di un sesto del totale, vivono in povertà – reale, non come in Italia. Erano 40 milioni nel 2008. 46 milioni di americani ricorrono abitualmente alle banche alimentari. Un bambino su cinque fruisce di buoni pasto governativi, erano uno su otto nel 2008. Due terzi dei bambini vive in una case che beneficia di qualche forma di assistenza governativa. La disoccupazione è scesa al 5 per cento, ma espellendo dal mercato del lavoro i cinquanta-sessantenni e le donne, la platea degli “scoraggiati” si calcola fra i 30 e i 40 milioni. Le paghe sono immiserite: molta gente nelle metropoli fa due e tre “lavori” per sopravvivere.
Come negli anni 1960, l’“Altra America” è ritornata.

Giallo a gogò

Quattordici racconti d’autore che in qualche misura inducono una suspense. Di tipo gotico, curioso, sorprendente, ossessivo, psicopatico. Ma più che altro leggero – educato. Anche manierato. Hemingway fa il “nero” alla Hammett, trucido. Svevo l’assassino pensieroso, alla Dostoevskij. Buzzati lo scambio di persona – ma, al solito, senza crederci: lo scambio non fa eccezionale ma in serie. Balzac ambienta tra i notai, i gioiellieri, gli albergatori e le cameriere esose la vecchia punizione dell’amore fedifrago tra anime nobili. E naturalmente si mette alla prova la virtù delle donne, De Roberto addirittura al calcolo delle probabilità.
Il divertimento c’è, non tanto per le storie quanto per la sorpresa – anche Flaiano? anche Maupassant? Di memorabile c’è solo il racconto di Henry James probabilmente, “Un tragico errore”, qui in prima traduzione, col quale esordiva a vent’anni – ha avuto tempo per ravvedersi. E una parodia, questa sì da culto, di Sherlock Holmes, già nel 1902, opera di Mark Twain: il detective preso al suo laccio, di indizi che nessun altro ha raccolto, nemmeno lui. Anche Wodehouse non è male, nel suo genere sorridente, sul vizio di leggere gialli.

Giallo è il coloredel momento. Si ride? Di giallo. Si piange? Di giallo. Ma per lo più si ride – si sorride: gli autori “seri” non si prendono sul serio, compresi quelli di stagione, Manzini, Malvaldi. Oppure: il giallo torna il colore che è, indistinto. Oggi tutto è giallo, dopo essere stato tutto romanzo, anche i conti dell’Istat. I curatori mettono le mani avanti, giustificandosi con la letteratura sul giallo, che anch’essa si è allargata, da Scalfari a Tzvetan Todorov. Ma che vuol dire, che non hanno di meglio?
Fulvio Gianaria-Alberto Mittone (a cura di), Insospettabili, Einaudi, pp. VIII-266 € 14,50

domenica 4 dicembre 2016

Che ce ne facciamo della Russia

Non si può pensare Mogherini, o la stessa Merkel, che tratta da pari a pari con Putin e magari lo minaccia. Ma è quello che avviene. Senza un perché, senza il senso del rischio: l’Europa si è avvitata in una escalation antirussa di cui non sa neppure chiedersi il perché. Al carro di un polacco-americano, e di alcuni affaristi ucraini. Che hanno dalla loro la presidenza americana, ma questa non è una buona ragione.
L’Europa si è fatta riportare alla guerra fredda, riarmo escluso, e non se ne rende neppure conto. Nei pochi anni di Obama: dalla Russia parte del G 8, quindi del sistema di sicurezza mondiale, e anzi parte dell’Europa, del grande mercato interno, alla vecchissima politica del containment. Il mondo è mutato, c’è la globalizzazione, c’è la Cina, c’è la finanza spazzatutto, e l’Europa sta sempre lì a dividersi, ora in armi contro l’Orso Russo. Contro il quale non ha armi, e nemmeno argomenti. Non pensa nemmeno che convive con un paese sterminato, a parità nucleare deterrente con gli Stati Uniti. Ha trattato perfino con la Turchia, che si voleva europea, ma la Russia non sa cos’è.

Il mondo in nero

Al concerto, allo stadio, alla stazione, a teatro, al cinema, in piazza, sulla metro tutto è nero. Uomini e donne, anche le giovani: il colorito ha un che di spento e scuro. La pelle scoperta si copre di tatuaggi, grigi e neri. Sembrano neri pure i biondi, che ci saranno.
Peggio se si è qualche centimetro al di sopra della media, in viaggio sui mezzi pubblici, e specie in metro, che a tutte le ore è sempre piena: si è pressati, sospinti, aggrediti da una marea nera. Non nera ma uniforme, sui toni del grigio-nero. Che si vuole anche sformato. E con forme e colori induce un senso di sfatto, stinto, sporco.
L’abbigliamento si vuole uniforme, alla maniera cinese di Mao, dei miliardi di uomini indistinti. Nei colori della penitenza, grigio e nero. Come di un dolorismo persistente, anche all’apericena e in  birreria. Da un paio di decenni, in coincidenza con la crisi, ma pure da prima. Al mood di Milano, dell’alta moda pronta, fino alle catene giovanilistiche a buon mercato, e ai mercatini.
Una moda che travolge la norma base della moda: la leggerezza, il cambiamento. Un modo per guadagnare con tessuti e lavorazioni, compresa la colorazione, di poca qualità. Che capitalizza però sulla disappetenza, sulla perdita del gusto.

L’opera contro il melodramma

Pubblico distratto. Orchestra perplessa. Anche i cantanti sembravano lì per dovere, Sofia Ganassi e Russell Brown, impigliati negli occhiali per leggere lo spartito, da levare e mettere, alla prima di “Senza sangue” ai concerti di Santa Cecilia al Parco della musica di Roma: voci senza suono, senza sonorità. Né pretendeva di più l’autore, che dirigeva l’esecuzione, il musicista ungherese Peter Eötvös, che ha molta pratica di musica da film, per questo forse insensibile al canto.
Il libretto di Mari Mezei, tratto dal racconto dallo stesso titolo di Baricco, contribuiva al gelo. Baricco racconta in effetti di testa, storie anche sensazionali senza spessore, di personaggi e luoghi posticci, in nowhere vissuti in apnea – fa esercizi ipotetici, algidi. Ma ama il canto, così assicura. Della dodecafonia la vittima è invece il canto – l’orchestra alla fine se la cavava, con qualche divertimento: la partitura è complessa, viole e bassi reggono le corde.  
Non si capisce perché si facciano opere atonali, nel senso di melodrammi, teatro in musica.  In una musica che elimina di programma le passioni. E il canto. O sì, si capisce? “Senza sangue” è stata commissionata dall’Opera di Colonia. Molti melodrammi contemporanei, di musica dodecafonica e elettronica, sono commissionati dai teatri d’opera tedeschi perseguendo il vecchio disegno – una volta era ritenuto un limite - dell’opera esangue. Di testa. Anche nei recitativi: più che un’esibizione, una punizione - “Senza sangue” voleva essere una notazione positiva: un duello senza sangue.
Peter Eötvös, Senza sangue