sabato 17 dicembre 2016

Letture - 284

letterautore

Céline – Niente è meno “in carne” di una ballerina, argomenta Sartre in “L’essere e il niente”, l’agité du bocal, agitato in provetta, l’arcinemico dell’epurazione. Ma l’argomentazione di Sartre è (quasi) risolutiva-assolutiva per Céline: non più l’orco, ma uno maniaco di bellezza e armonia. Sartre dice il desiderio una strategia mirata a far emergere la “carne” dell’altro. Incarnata-disincarnata, nel senso che non è “in situazione”, in movimento per uno scopo, e non più “mascherata”, dal trucco, dal costume, dalla funzione. La ballerina è proprio all’opposto, mascherata, in costume, sempre in movimento per la musica, e insomma quasi disincarnata, la morte del desiderio sessuale.

Si può farne il prototipo e quasi il profeta dello hater, il risentito radicale – lo fa Serena Pompili su “IL Magazine” del “Sole 24 Ore”: “C’è un solo modo di amare un hater” (online). Il risentimento oggi va sotto l’etichetta passiva del populista, ma è in realtà il vecchio piccolo borghese anarcoide. Il suo stesso antisemitismo, di Céline, è di quel tipo lì – “ben gli sta”, “se la sono tirata”, “troppo furbi”: il suo ebreo non lo odia, non specialmente o non più di ogni altro, lo fa anzi vittima del mondo da odiare. Come il piccolo borghese francese, come il tedesco, nazista e non, come il comunista, come Sartre e tutti gli intellettuali.
Pompili ne fa anche un calvinista, per la “concezione della scrittura come predestinazione”, austero. Ma Céline non era austero, era debordante. Rabelaisiano, non volutamente o per calcolo: per istinto. Negli odi, nelle amicizie, negli amori. È vero invece che non era quello “collerico, paranoico, grottesco, la voce rauca e l’aspetto trasandato, un clochard alcolizzato, ingobbito, accudito da una Lucette-badante, più che moglie” che Pompili lamenta del film di Emmanuel Bordieu, “Ferdinand Céline”. È “il destino degli hater”, come conclude Pompili, di diventare cioè il paria che si disprezza. Il risentimento è una brutta malattia. Céline è stato a lungo un dandy, in guerra e dopo, alla Fondazione Rockefeller e in quella che sarà l’Organizzane Mondiale della Sanità. E quella era la sua natura, di gentleman. Anche da medico dei poveri negli anni 1930, e poi, dopo la guerra e il carcere, anche nei pullover sdruciti che sovrammetteva per ostentare la povertà. E a suo modo socievole: ebbe sempre amici, e nessun intervistatore - ne ebbe tanti, amava il genere - lo trovò sgradevole.

Confessione – La letteratura del selfie non sarebbe piaciuta a Proust – “non confessate mai” – che pure tanto coltivava la memoria. Neanche a Cicerone – “turpis et periculosa”. Nemmeno al Kafka (non tanto) segreto dei “Diari”: “Confessare e mentire sono la stessa cosa. Per poter confessare, si mente”.

Congiuntivo -  Singolare argomentazione populista di Paolo Di Stefano sul “Corriere della sera” per l’abolizione del congiuntivo – quella del “parlare come si mangia”. Un tempo che rimane in inglese, lingua della semplificazione, anche se non nella forma grammaticale così chiamata – rimane come concetto. L’abolizione del congiuntivo non è fare chiarezza, al contrario è impedirla: l’abolizione del tempo è abolizione del concetto, la distinzione del fatto dal dubbio o dall’ipotesi. Un fatto di rozzezza, o di malafede – le lingue spesso deragliano. Ed è un appiattimento, non un fatto di democrazia: la sua abolizione stabilizza la disuguaglianza.

Falso – Si afferma in rete come segno della credulità. Propiziando richieste di censura preventiva, a difesa dei deboli mentali. In realtà il falso in rete è riconoscibile: si dichiara in qualche modo falso, perché è per ridere, scherzoso, ironico, artefatto (il papa che vota Trump), irridente. In gioco non è la debolezza mentale, ma la sordità allo humour: lo scherzo è una qualità più ardue evidentemente dell’intelligenza.

“La Lettura” fa parlare uno che col falso ci guadagna, lui dice 10 mila dollari al mese, Paul Horner. Che però non inventa falsi ma scherzi.  

Kafka – È un latinista. È la lettura straordinaria – convincente – che Agamben ne fa in “Nudità”. Sulla breccia aperta da Davide Stimilli quindici anni fa con “Fisionomia di Kafka”, dell’autodistruzione come autocalunnia. A partire dal “Processo”: K. come Kalumniator. E dal “Castello”: K. Come kardo, parola chiave dell’agrimensura latina, “quello che è diretto al cardine del cielo”. L’agrimensura era professione a Roma di importanza particolare, poiché si occupava della creazione delle città, e della delimitazione dei confini. Cognizione storiche e giuridiche cui Kafka si è avvicinato studiando da procuratore legale.
L’intuizione di Stimilli Agamben trova confermata nei diari e le lettere, con numerosi riscontri. E dalla pubblicazione nel 1848, con ampia circolazione, di una raccolta poi dimenticata, “Die Schriften der römischen Feldmesser”, un corpus dei vari manuali romani di agrimensura, a opera di “tre eminenti filologi e storici del diritto”, F .Blume, K. Lachmann e A.Rudorff: i trattati di Sesto Giulio Frontino, Agennio Urbico, Igino Gromatico e Siculo Flacco.

Natale – È risdoganato? Quest’anno nessuna scuola l’ha cancellato per non offendere gli altri, e c’è perfino chi se lo augura – si dice di nuovo “buon Natale” senza complessi. Sarà l’effetto Trump, del riscatto dell’“uomo bianco” di cui fantastica l’America che ha sbagliato tutte le previsioni? Ma una ventina di cantanti, stranieri e italiani e stranieri, hanno esibito una canzone di Natale per la festa di Canale 5: ce l’avevano pronta da prima di Trump – anche se, è vero, alcuni non proprio credenti. Tony Hadkey, Spandau Ballet, ne ha per un intero album, “The Christmas album”. La parola fa capolino anche in qualche titolo di film per bambini, oltre che nei cinepanettoni.

Peto – Senza il peccato, sant’Agostino lo immagina profumato e melodioso. C’era, prima, un godimento tranquillo del corpo, scrive il santo nel “De Civitate Dei”. XIV, 24, un controllo pieno. Che esemplifica con alcuni residui: c’è ancora chi sa muovere le orecchie, o i capelli, chi contraffá il canto degli uccelli melodioso. E c’è il peto odoroso: “Se ne trovano ancora che fanno uscire dal loro ano, senza emettere il minimo odore, venti tanto armoniosi che si direbbe che cantano con quella parte del corpo”.

Starobinski – Un Jean Starobinski figura medico e filosofo a Parigi attorno al 1947-1948, in Monique Lévi-Strauss, “Un’infanzia nella bocca del lupo”, in una serie di frequentazioni molto intellettuali, a cerchi olimpici, intorno alle figure di Jean Wahl, Clara Malraux, Lacan, i Jolas. Starobinski è in effetti di formazione psichiatra.

letterautore@anti.eu

La luce di Roma

Scultori fiamminghi tra Sei e Settecento a Roma, per imparare da Bernini, Algardi e Duquesnoy. Maestri di arte profana, come aveva spiegato Rubens di ritorno nelle Fiandre, e di arte sacra. Di questa soprattutto, di cui i fiamminghi, reduci dalle guerre di religione, erano ghiotti. Anche perché genere di diffusa richiesta, per altari, cappelle, monumenti votivi, monumenti funebri. Ma col sottinteso che non c’era altro – non c’era altro che Roma. Per i modelli della nuova arte, e per la qualità dei colori, della luce: c’è la luce di Parigi, ma c’è – c’era, quando l’Italia esisteva – soprattutto la luce di Roma. Anche per chi, per esempio Hendrik Frans Verburggen, il più titolato e il più “romano” di tutti, non era mai stato in Italia.
Una mostra più che altro documentaria, benché ricca di disegni di Bernini, Algardi, Verburggen, e di incisioni di Rubens, Andrea Pozzo, Domenico Fontana. Ma un segno di rispetto del Belgio, che la mostra ha voluto e organizzato, verso Roma. Di speciale emozione nel vilipendio che da troppe parti affligge la capitale – nella più generale disintegrazione dell’Italia. 
Alla luce di Roma. I disegni scenografici di scultori fiamminghi e il barocco romano, Roma, Istituto centrale per la Grafica, via della Stamperia

venerdì 16 dicembre 2016

Problemi di base postreferendari - 305

spock

Morire per Berlusconi-Mediaset – non facevamo i referendum contro?

Ma il papa ci fa o ci è?

Il papa che scrive alla Raggi “sorella sindaca” è un ingenuo?

Casserà il nuovo governo la mangiatoia per architetti e ingegneri che è il progetto del Ponte sullo Stretto?

Il Ponte non si fa, perché pagare gli studi?

Il sindaco di Agropoli ha poi portato i 400 sì – o erano 4 mila?

Incriminare De Luca anche per i suoi discorsi elettorali?

Ma noi siamo per Tescaroli o per Carminati? È vero che il primo è un giudice

spock@antiit.eu

La teologia del nudo

Il critico non è più poeta, e il poeta non sa più spiegarsi. Perché le due funzioni, “nel processo di secolarizzazione della tradizione religiosa” hanno perduto “ogni memoria del rapporto che li legava in modi così intimi”, nella tradizione.
Un’altra piega del filosofo nella sua riformulazione del sacro. Una serie di pieghe, raccolte sotto la riflessione più lunga. Le - non “la” - nudità del titolo sono quelle della performance di Vanessa Beecroft alla Neue Nationalgalerie di Berlino l’8 aprile 2005, replicata a Londra, alla Gagosian Gallery, a Venezia al Guggenheim, e a Genova a palazzo Ducale, in cu un centinaio di donne nude (giovani), in realtà rivestiste di collant trasparenti, stavano immobili, in piedi o accosciate ma indifferenti (senza sguardo), tra i visitatori – intimiditi. Di questa nudità in sé fredda Agamben ritraccia la teologia con Erik Peterson, e da sant’Agostino a un Sartre agostiniano, “forse inconsciamente”, fino a Helmut Newton, “They are coming”, a una serie di fotoromanzi sadomaso, alla tradizione cristiana orientale, alla mistica. Non sembra, ma l’argomento è controverso – il nudo non è “nudo”, etc.
La teologia del nudo è assortita di brevi considerazioni sulla teologia, da tempo desueta, del “corpo glorioso”. Quello dei beati in paradiso dopo la resurrezione. Qui ci sono più certezze, ma di di immaginazione. I beati sono trentenni, cioè dell’età del Cristo resuscitato (circa triginta annos secondo san Tommaso). Sono maschi e femmine, ancora distinti cioè, senza unisex e senza multi gender. Ma pur sempre con qualche problema. Con tutti i sensi? E il figlio dell’antropofago? E i “quattro caratteri” che si assegnano ai corpi dei resuscitati: impassibilità, agilità, sottigliezza, chiarezza? Davvero, non sappiamo che farcene del corpo.
Attorno a questi due saggi, propedeutici al successivo “L’uso dei corpi” (“Homo Sacer” IV, 2), ultimo volet della riflessione centrale di Agamben, una serie di spunti. La festa, che il filosofo sente come l’uomo della strada: perduta. Così come del resto il suo opposto, sacrificale, la penitenza. Che oggi si resuscitano come rigurgiti morbosi, bulimia e anoressia. E Venezia rappresentata come città spettro, invece che città morta: “La spettralità è una forma di vita”. Ricorrendo all’immagine di Ingeborg Bachmann, che la lingua compara a una città, col centro, le periferie, le piazze, i vicoli, “abitare a Venezia” il veneziano Agamben dice “come studiare il latino”. Venezia è anche “l’emblema della modernità”, larvale: “La nostra epoca non è nuova, ma novissima, cioè ultima e larvale”.
Con qualche agudeza. L’intepretazione – l’ermeneutica – come un moderno profetismo – “la profezia non può più esercitarsi che sotto la forma dell’interpretazione”. Con Nietzsche, la contemporaneità è una singolare relazione col proprio tempo, al quale si aderisce prendendo le distanze; è precisamente la relazione al tempo che gli aderisce con lo sfasamento e l’anacronismo”. Quelli che coincidono troppo pienamente con l’epoca, che convengono perfettamente con essa su tutti i punti, non sono contemporanei”.  O anche: il contemporaneo è “quello che vede le tenebre del presente”.
La nota finale, “L’ultimo capitolo della storia del mondo”, argomenta l’ignoranza, di cui auspica una epistemologia, paradigma della scienza. Brillante: “Ci sono dei modi riusciti dell’ignoranza di sé e la bellezza ne fa parte”. Il penultimo, “Una fame da bue”, l’inoperosità fa paradigma dell’azione.
La raccolta è anche un bilancio. Nella nota editoriale si spiega come “una scrittura che ha bruciato tutte le sue carte di identità ed è, insieme, filosofia e letteratura, divagazione e scheda filologica, trattato di metafisica e nota di costume”. E questa scrittura si inquadra in una specialissima nozione di politica, “intesa come una soglia in cui teoria e prassi, arcaico e contemporaneo coincidono senza residui”.
Con alcune folgorazioni. Nell’islam, come nel cristianesimo, l’opera di Dio è duplice: la creazione e la salvezza. È l’intima contraddizione delle religioni monoteistiche, tra il Dio creatore e il salvatore. Le due opere sono distinte e opposte. Tuttavia interconnesse. E anzi vicendevolmente propedeutiche, l’una all’altra.  Ma la salvezza è superiore alla creazione nella tradizione islamica: è l’opera della giustizia. E del resto così è di fatto, se non in dottrina, nel cristianesimo. E si arriva ala meraviglia che “sia a una creatura che è confidata la redenzione del creato”.
O la rilettura di Kafka. Spalancando lo spiraglio che Davide Stimilli ha aperto, che K. sta per la figura latina, del diritto romano, del Kalumniator. Alla quale sarebbe arrivato studiando il diritto romano quando si preparava ala professione di procuratore legale. K. anche naturalmente come Kafka, ma soprattutto come calunnia, delitto imperdonabile, come autocalunnia. Nel “Processo” che è già una condanna, come il cappellano spiega: “Il processo si trasforma a poco a poco in verdetto”. E lo zio conferma: “Ritrovarsi in una tale causa, significa che la si è già perduta”.
L’autocalunnia, l’autoaccusa, “accusarsi a torto”, infirma la base del processo, l’accusa, e per questo vuole una condanna severa. Agamben ricorda che la confessione non è gradita in letteratura, da Cicerone a Proust – non lo era, ora va molto. Anche perché è passata in troppe occasioni, dai processi per stregoneria e quelli di Stalin, per la tortura – più spesso per il lavaggio del cervello. La confessione insincera o irreale è peggio.
Una rilettura radicale, con rinvii convincenti al “Processo” e al “Castello”. L’agrimensore K. viene probabilmente dal latino kardo, “quello che si dirige verso il cardine del cielo”. L’agrimensura era una professione importante a Roma, in quando delimitava le città e i confini. La prima raccolta di testi sull’agrimensura precede di un secolo il codice di Giustiniano. “La scelta di questa professione (che K. decide lui stesso di attribuirsi, nessuno l’ha impegnato per questo lavoro, di cui il sindaco gli fa rimarcare che il villaggio non ha bisogno)”, Agamben fa insieme “una dichiarazione di guerra e una strategia”. Per una nuova Cabbala, un altro dialogo con Dio: “Non si tratta dunque, non dispiaccia agli interpreti teologici, che siano ebrei o cristiani, di un conflitto col divino”.
Giorgio Agamben, Nudità, Nottetempo, pp. 168, ill., € 15

giovedì 15 dicembre 2016

Lo scalatore Bolloré fa l’unità nazionale

Un speculazione facile facile. Una difesa obbligata. Un governo che dovrà durare – e con merito (con molti appoggi in Parlamento). Bolloré potrebbe aver già concluso con perdite la sua discesa in Italia, anche in Telecom e in Mediobanca. Avendo creato un solido piedistallo al governo per procura di Gentiloni: si faceva forte del titolo nobiliare, da vecchia zia, lo speculatore bretone l’ha catapultato a condottiero del “non passa lo straniero”. Con annesse maggioranze allargate. Sui media, in politica e in Parlamento.  
Una speculazione tanto facile, però, non si capisce ancora come sia potuta avvenire. A insaputa cioè dei Berlusconi e di Milano.- di Mediobanca. Chi ha comprato il 20 per cento di Mediaset in bassa fortuna – devono essere stati in molti, con un trading ballerino, per non far rincarare il titolo? Il 20 per cento era già passato di mano mercoledì, quando Bolloré ha annunciato la scalata, infiammando il mercato sul titolo.
La speculazione è semplice. Bolloré deprezza Mediaset cancellando un accordo che ha appena firmato. La fa ricomprare a poco a piccoli pezzi, e mercoledì decide di aprire il fronte: “Sono al 20 per cento”, e anzi di più. Resta da spiegare il fattore sorpresa.
Se Berlusconi non ne ha avuto sentore sarebbe la conferma che ha perduto il fiuto – Agnelli fu ben vigile contro analoghi tentativi di scalzarlo, da Milano. Milano invece  è improbabile che non ne sapesse nulla: Bolloré è ben il primo azionista e attento amministratore di Mediobanca.
L’aftermath della scalata può invece aver sorpreso tutti i protagonisti, palesi e occulti. Con beneficio del governo: l’unità nazionale eccola qui, la “concordia” di Mattarella e Gentiloni. Contro uno scalatore che non può nemmeno contare sul suo governo, Parigi essendo in pausa presidente per almeno sei mesi.

Il papa mette sul mercato il Bambino Gesù

È un ospedale, anche se dal nome impegnativo, Bambino Gesù. Ma è una struttura di prim’ordine. Di interesse estremo per Roma, anche perché la degenza vi costa la metà che negli ospedali Asl. Da sempre concupita da interessi privati, che sotto il papato reputato debole di Benedetto XVI hanno provato a impadronirsene. Il segretario di Stato di papa Ratzinger si è opposto, e gliel’hanno fatta pagare.
Oggi è il papa Francesco a criticare la struttura, e la cosa ha sorpreso i più. Sotto il velo dell’ovvio, no allo sfruttamento, no alla corruzione, il papa ha detto che il Bambino Gesù è corrotto: “Fare affari: i medici diventano affaristi, le infermiere e gli infermieri diventano affaristi, tutti affaristi!”, non l’ha detto di un qualsiasi ospedale, o dell’andazzo della medicina di mercato, ma del Bambino Gesù. L’ospedale pediatrico di Roma. Dopo precedenti allarmanti.
Il cardinale Bertone, il segretario di Stato di Ratzinger, ha cercato prima di difendere il San Raffaele di Milano, e ha perdutoMilano gli si è coalizzata contro, mobilitata dal banchiere Bazoli, e il pregiatissimo pezzo è andato per pochi spicci a un affarista che per l’occasione il patron di Banca Intesa nobilitò primo azionista del “Corriere della sera”. Col concorso esterno della Procura di Bruti Liberati, che ha fatto morire 
il sant’uomo don Verzé, fondatore e animatore del San Raffaele, da delinquente. Ha avuto successo invece a Roma, dove l’offensiva non era così compatta come quella milanese, e anche un po’ alla brancaleone. Sempre con corredo di magistrati e giornalisti volenterosi, ma non schiacciante: Bertone ha parato l’attacco sull’Idi, i Fatebenefratelli (una cui struttura è centralissima, sull’Isola Tiberina), e il Bambino Gesù. E l’ha pagata caro.
Il papa argentino non ha difeso Bertone. Che anzi è diventato il bersaglio dichiarato dei suoi due incongrui consigliori, mons. Vallejo Balda e la Chaouqui. E ora spara direttamente sul Bambino Gesù.

Costruire i parchi si può, col Vicariato

Si moltiplicano a Roma i megamostrti residenziali nei parchi. Cubature sovraccariche, di sei-sette piani, con attici e superattici. E balconate profondissime, giustamente, essendo nel verde. Per ottanta-cento metri di lato.
Si moltiplicano con meraviglia di molti. In parchi privati, ma ben soggetti a vincoli ambientali, paesaggistici, storici, e anche urbanistici e edilizi. Uno sfregio comunque per tutti, eccetto che per gli acquirenti, che si godranno il verde dall’interno – gli altri possono sempre abbassare gli occhi. Ma con tutte le carte in regola: i comitati che vi si oppongono trovano sempre tutto in regola, dai vigili urbani, in circoscrizione e al Comune. Con la giunta di sinistra, poi di destra, poi di sinistra – i 5 Stelle che ora governano non si sa, ma non se ne occupano.
Si moltiplicano le megacubature nel verde nella parte occidentale della città: Sant’Onofrio e le Mura Gianicolensi, Monteverde Vecchio, l’Aurelia Antica. In aree di proprietà, direttamente o indirettamente (tramite ordini religiosi) del Vicariato di Roma, l’amministrazione romana dei beni del Vaticano. E questo pare sia la chiave del mistero che i comitati di protesta non hanno saputo risolvere: gli immobiliaristi comprano con l’immobile e il terreno anche la licenza. Cioè non la comprano, non è in vendita, ma ne hanno garanzia.
Le magastrutture passano per ristrutturazioni di vecchi edifici in disuso, scuole, conventi, cliniche, con la certezza che le autorizzazioni arrivano presto e inattaccabili. Anche se moltiplicano per cinque e dieci volte le cubature. Anche se gli edifici cambiano surrettiziamente di uso. Anche in giudizio
Si dice, a volte, che la giustizia non risolve. Un paio di queste megastrutture sono sotto sequestro perché i titolari sono inguaiati per altri affarucci – uno di essi per Mafia Capitale. Ma il business va avanti uguale. Il Vicariato vigila anche sulle code giudiziarie?

Secondi pensieri - 288

zeulig

Conoscenza – È scientificamente fallibile, di “provato” ha solo questo. È un processo non un esito, interminabile.

Fede – Nel cristianesimo è un calcolo. Così Heidegger al § 109 del quaderno nero “Riflessioni XIII”: “Il cristianesimo è l’estrema umanizzazione dell’uomo, ed è la divinizzazione del suo Dio”. Basandosi sul calcolo della salvezza dell’anima: “Tutto ciò che è divino è commisurato a questa salvezza”.
La chiesa ha invece una funzione, continua Heidegger: “La fede nella chiesa tuttavia conserva – già in forza della tradizione che in essa si mantiene – la capacità di una consolazione e di una prospettiva e un rifugio”. La fede come consolazione, dunque, anche in senso filosofico, sia pure un credere a vuoto? Lo “healing power of faith” è la copertina dell’ultimo “National Geographic”, il potere di guarigione della fede. E il camminatore non può non concordare, se si muove a Roma, passando di fronte alle tante edicole di santi e madonne contornate da ex voto e attestazioni di “grazia ricevuta” incontestabili.

Infinito – È il mondo in realtà, il mondo fisico – non distinto di fatto dall’immensità. Popolato da miliardi di galassie, che si allontanano a velocità superiore a quella della luce, in uno spazio intergalattico quindi non misurabile. E non esclusi più mondi.

È indistinto, già concettualmente. Soprastante, confusamente. Come le galassie e i “vuoti” intergalattici, e non ha tempo. Che è lì ma inerte, non trascorre. Il mondo è il prodotto di una nebulosa primitiva, non intelligente benché complessa. E dunque che ci facciamo? L’uomo in quanto essere vivente non esiste, non in teoria: ognuno è cento miliardi di neuroni, ancora da sistemare. E una sogliola senza spessore, secca. A due dimensioni o undici, come vuole il mattacchione Gödel, o a un milione, è sempre Bertrand Russell un secolo fa: più analizziamo il mondo fisico, più vario e complesso lo scopriamo. Ogni fantasia è possibile, non predeterminata – compresa la memoria ma non la storia. Figurativamente, in questo mondo interminabile se non infinito, i sei miliardi, o siamo già nove, di essere umani sono un punto, di una superficie senza limiti – senza nemmeno piano.

Realismo - Il professor Giovanni Bignami di Pavia ha trovato una stella a cui ha dato nome Gemina. Poliglotta per gh’è minga, la stella che non c’è. Per questo motivo forse non ha potuto vederla, ma sa che è fatta di neutroni, che non è distante, solo cinquecento anni luce dal sole (cinquecento? cinquecentomila? cinquecento milioni?), e che è veloce, va a centoventi chilometri al secondo. Ora, come fa a vederla, dato che è già passata? Il professore non fa in tempo a rialzare il capo che la stella che non c’è, è già passata. Ma non ne ha colpa. In un universo in cui tutto va veloce - il diametro della sola galassia della Terra è di centomila anni luce – e fa vedere al telescopio il 5 per cento di sé, il Bignami si pone al centro della metafisica: cosa sono le cose, gli esseri, il mondo, che col tempo si scopre vuoto. È il problema posto da Alexius Meinong da Graz. Che Lord Russell voleva sminuire opponendogli il buonsenso: per un 51 per cento la realtà è effettuale. Ma comprendendovi i cavalli alati. E il 49?
Le stelle, un tedesco le ha contate, sono sette con nove zeri – un settilione, dice lo scopritore stupito, e non sa che dice sette per suggestione della Bibbia, quale numero incalcolabile. Un secolo fa c’era la Via Lattea, con miliardi di stelle e nuvole di gas. Ora ci sono galassie come polvere nell’universo. Che po-trebbe non essere solo, ma uno di un multiverso. Lo scientismo, che sem-pre regna, non riesce a capirlo: la scienza non conduce in nessun posto, sempre ferma davanti al mistero della creazione, della stessa scienza. L’universo osservabile è profondo solo quattordici miliardi di anni luce. Forse per questo non se ne hanno notizie, la luce è veloce, il suono lento.
C’è un realismo al fondo della nostra concezione nel mondo. Anzi, prima che della nostra concezione, del modo di essere del mondo. La fisica odierna, quantistica e del caos, lo riconosce, di non poter venire a capo dei processi più semplici della materia, pur essendo arrivata all’infinitamente piccolo. La fisica è teistica, l’infinito, piccolo o grande, è fuori dalla pretesa moderna di sperimentazione, è la non fisica.

Storia - Quantitativamente l’uomo sarebbe una virgola nella storia, se la storia ci fosse – la storia umana, si legge nei sussidiari Usa, occupa pochi secondi se la storia dell’universo si comprime in un giorno. Ma non c’è storia in cielo, non nel senso del progresso, il mondo muta per caso, e si può solo misurare, quantità, massa, velocità. Rusell, Meinong e il mondo lavorano per dare ragione a Campanile, il cui solido fondamento è: “Si è vivi per un minuto, si è morti per l’eternità”.
La storia degli uomini è peraltro diversa da quella dell’universo. Questa è democratica, uguale in ogni suo punto, quella premia il successo - che è solo all’apparenza una tautologia, direbbe Darwin. L’umanità si può pensare come Eta Carinae, una delle stelle più massicce e luminose note agli astronomi, centocinquanta volte più grande del sole e quattro milioni di volte più luminosa, che dalla Terra, a una distanza di diecimila anni luce, si vede abitualmente pallida, ma che di tanto in tanto, per ragioni ancora ignote, ha uno scoppio di energia. Nello scoppio del 1841 divenne la seconda stella più luminosa, per poi acquattarsi dietro le sue nubi. Siamo stelle instabili. O fuochi di paglia, non entreremmo in un catalogo di fossili, non lasciando traccia. La nostra galassia ha quattrocento miliardi di stelle. Che solo a contarle prendono molto spazio. E l’universo ha galassie a miliardi – e se ci fosse anche un diverso, e un triverso? La materia morta che riempie lo spazio cosmico, diceva Kant, è per sua natura in stato d’inerzia e immutabilità. Ma sulla terra, in questo bosco sconfinato di stelle, gli uomini sono vermoni rumorosi, che si eliminano come in una qualsiasi altra catena naturale, più spesso senza mangiarsi, per un bisogno cioè non elementare, e con la tendenza a farci su una lezione. La verità del mondo non può essere terrestre, troppa ansia.

Tempo – Nel mondo incalcolabile il tempo che senso ha, che peso? A parte l’ansia del prima e dopo, e della fine. Se un secondo può valere più di una giornata. E i dinosauri, animali a tutti gli effetti fantastici, sono realmente esistiti milioni di anni fa.
Il tempo si misura in milioni, miliardi di anni. Quanti ne richiede la mutazione minima. È il tempo dei tempi, misura senza metro. Ammassi globulari, grumi di centinaia di migliaia di vecchie stelle, hanno venti miliardi di anni.
Cinquanta miliardi di galassie, o cinquantamila miliardi, a 186 mila miglia al secondo, mandano informazioni vecchie di eoni. Di due, cinque, dieci miliardi di anni fa, di quando il mondo ebbe origine. Se ebbe origine. E il messaggio è flebile, non arriva quasi nulla dallo spazio se non questa luce che non illumina, fredda.

Mille miliardi di anni luce sono un tempo infinito. Che è un ossimoro, il tempo è breve. È giovane, la scoperta del tempo è recente, si contava per genealogie, e in alcuni posti deve ancora nascere.

Verità – È un processo non un fatto o un evento: è il processo della conoscenza, per tentativi ed errori. Dimostrabile, come in tribunale, dove tutto è da dimostrare.

Vita Che venga dal caso-caos è più o meno illogico (possibile) che la creazione?

zeulig@antiit.eu

Il tanfo di chiuso che fa bello Proust

Un gioiellino. Non rivela nulla ai proustiani, ma gli fa rivivere Proust com’era, parlandone per contorni, il cappotto di pelliccia seppellito al museo, le foto ingiallite, i cultori della materia, alcuni i essi testimoni diretti. E si fa amare dai non cultori. Grazie al racconto come in diretta – Foschini è stata conduttrice tv.
Si parte da un incontro con Piero Tosi, che con Visconti trent’anni fa sta studiando come portare la “Ricerca” sullo schermo. Tosi indirizza Foschini su Jacques Guérin. Un personaggio solido, che morirà poi quasi centenario: omosessuale risolto già negli anni di Proust, che invano Violette Leduc tenterà d’innamorare, industriale profumiere, collezionista d’arte e di autografi, salvatore di molte memorie di Proust. Attorno a Guérin un Proust emerge com’è noto ai cultori: a disagio nella sua famiglia, i genitori, il fratello, la cognata, e tanto più perché è un tipico “figlio di famiglia” (Walter Benjamin). Con un ritratto fuori ordinanza del fratello Robert, che butta e brucia le carte del fratello senza nemmeno scorrerle, per mettere ordine. Con sua moglie ed erede Marthe Dubois-Amyot, figlia della amante del padre, il professor Adrien Proust, sposata senza amore, per questo e perché è ricca, che di suo brucia le carte di Proust che “non fanno onore alla famiglia”. Con la loro figlia Sylvie, avida e stolida venditrice di autografi. E col cappotto naturalmente, foderato di pelliccia e sdrucito.
Il tutto è rivisto attraverso le carte e gli oggetti salvati da Guérin. Da cui un altro Proust emerge, non di maniera – non snob, non scherzoso, non giovanile: triste, grigio, cerchiato di nero, come lo schizza Cocteau nel 1911, malato, molto solitario, impecunioso, con un terribile tanfo di chiuso. I mobili odiosamati di casa Proust, la parte che aveva voluto per sé in una puntigliosa divisione con Robert alla morte della madre, nel 1905, regalerà nella primavera del 1917 a Albert  Le Cuziat, “Jupien”, per arredare il piccolo hotel Marigny in rue de l’Arcade n. 11, trasformato in bordello gay.
Lorenza Foschini, Il mantello di Proust, Mondadori, pp. 100, ill. € 17

mercoledì 14 dicembre 2016

Il mondo com'è (286)

astolfo

Appaltatore – Specializzato in opere pubbliche è la figura chiave della corruzione, dall’antica Roma (il “pubblicano”, che appaltava la riscossione delle tasse sul suolo pubblico) a Stendhal (in “Lamiel” è già d’uso, nella Francia di Luigi Filippo, dividersi “equamente” gli appalti), e allo snodo centrale dell’incontrollabile spesa pubblica improduttiva in Italia. Grazie anche a una funzione giudiziaria corriva, al coperto della molteplicità e della macchinosità.
Nel mercato privato ricorre in forma di immobiliarista, e cioè di creatore-sfruttatore della rendita urbana, di cui Trump è l’epitome e il coronamento - come, per tornare all’antica Roma, lo fu Crasso. Specializzato in attività private, ma senza disdegnare il pubblico, è il creatore e utilizzatore massimo della rendita fondiaria, che è il motore primario dell’accumulazione di capitale e conseguentemente al centro della politica. Direttamente, da Crasso a Trump, e indirettamente, per il potere enorme di condizionamento. Prima dell’avvento delle banche d’affari e dei fondi speculativi, quando non vi è connessa.

Coincidenze – Il giorno dopo aver visto “Mon roi”, il film di Maïwenn, quattro persone s’incontrano con le stampelle. Subito la mattina, in una mezz’ora. Tutte donne. Tutte sui quaranta. Suggestione? Forse, ma non tutte le mattine, in pochi minuti e in ambiente ristretto, di quartiere,  s’incontrano quattro persone più o meno della setssa età, più o meno con lo stesso handicap fisico.
Aldo Nove su “Sette” lo stesso giorno ricorda “I Ching”, il libro dei mutamenti cinese. Che accosta ai Tarocchi. E allo sport, come una delle forme del gioco imprevedibile, forse la più imprevedibile – cita Maradona (ma ora c’è anche Messi), Muhammad Alì, e il “giocoso e irriverente numero uno del tennis mondiale, Djokovic” – ora non più giocoso. Su “I King” Jung ha costruito una corposa teoria, sulla rilevanza del dettaglio e dell’incidentale – “l’enorme importanza del caso” – come alternativi alla ratio, al solito occidentale e scientifica, limtata, etc... Non fosse che la Cina, di oggi come di un tempo, se fa uso del “libro dei mutamenti”, è oggi come ieri inflessibile e velocissima organizzatrice e costruttivista.
Philip K. Dick usa “I Ching” come ispirazione ogni mattina per ricominciare a scrivere, in più di un romanzo. Lo stesso san Francesco cercava ispirazione – la cosa da fare – anche lui ogni mattina aprendo a caso le Scritture. La pratica è del resto antica anche in Occidente, sotto il nome si “sortes vergilianae”. La divinazione in genere non è estranea all’Occidente, e fu in grande uso nella Roma repubblicana e imperiale, ancella e corona della politica. Una divinizzazione obliqua del reale.

Complottismo – Ne fa la summa, non in senso ironico o critico, il filosofo Heidegger, nel taccuino “Riflessioni XII”, ora in “Riflessioni XII-XV”, pp. 133-37: la Macchinazione è invasiva. È l’opinione pubblica, è la storia (storiografia), è “ideale”, “dottrina”, “realismo”. “La Macchinazione non solo permette, bensì anche richiede la creazione dell’opinione e l’interpretazione di volta in volta in maniera conforme alla macchinazione stessa”. E lo fa senza riguardo ai principi che magari ha appena invocato: “Le indignazioni morali diventano ridicole e soprattutto non «servono» a nulla”. Si contrasta il realismo con l’ideale, e viceversa, si dileggia l’ideale col realismo.  Che sono formule vuote: “La credenza di agire «realisticamente» è altrettanto infantile quanto il predicare «ideali supremi»”.
La Macchinazione è però essa stessa un complotto. Il filosofo ne parla criticamente perché è assolutamente certo che la Macchinazione sia in atto.

Islam – Vuole farsi accettare antagonizzando, sfidando. Di fatto non vuole farsi accettare o convivere, vuole primeggiare. E non per i buoni motivi: non c’è un solo paese islamico democratico, né retto costituzionalmente, in base alla legge. C’era la Turchia, ora non più. Non c’è un solo paese islamico a ricchezza condivisa, diffusa, sulla base delle leggi e di una fiscalità equa, benché alcuni siano ricchi e ricchissimi.
La cosa non si dice, ma la percezione ne è diffusa. Il supermercato vende i fichi secchi fioroni “delle isole dell’Egeo”, sottinteso della Grecia, così tutti li comprano, mentre sono della Turchia, ma non si può dire, nessuno li comprerebbe.
L’islam è simpatico alle donne, ma anche questo dà fastidio, agli islamici e agli antipatizzanti: l’islam si vuole antifemminista.

Libido – È di sant’Agostino prima che di Freud. Del “De Civitate Dei”, al cap. XIV. 17, è “disobbedire alla volontà”: “Prima del peccato in effetti, come dice la Scrittura, «l’uomo e la dona erano nudi e non avevano vergogna». Non è che la loro nudità fosse loro sconosciuta, è che non era indecente. Perché allora la libido non faceva muovere le loro membra contro la loro volontà”. È la scoperta del peccato. Ma ne è anche il motore surrettizio, sant’Agostino dice entrambe le cose. Senza il peccato la sessualità si sarebbe alla generazione, senza la compulsione della libido: “Ciò che è stato creato a quel fine avrebbe fecondato il terreno della generazione come la mano feconda la terra… L’uomo avrebbe versato il seme e la donna l’avrebbe accolto nei suoi organi genitali al momento e nella misura in cui era necessario, grazie al comando della volontà e non sotto l’effetto del’eccitazione della libido”. Dopo, è stato diverso: “Quando ebbero perduto la grazia, punendo la loro disobbedienza con una pena corrispondente, una nuova impudicizia si fece sentire d’un tratto nei loro corpi”.

Masterchef – La cucina creativa,(cinque stelle per tutti, fu anticipata nel 1970 da Dorothy Rie Ausenda (1899-1984), sposa americana dell’ingegnere milanese Carlo Ausenda, che per via materna, dalla madre e dalla nonna, aveva ereditato un gusto vivissimo per la cucina, così la ricorda la nipote Monique Roman, poi sposa di Claude Lévi-Strauss: “Aiutata da due donne di servizio, si alzava presto la mattina per preparare i pasti”, nelle residenze di Milano e di Lanzo d’Intelvi. Risotto, funghi, panna montata, le cose più semplici al gusto della nipote venivano elaborate in pietanze finissime dalla zia Doro. “Per fare la salsa, si passava la lama di un coltello sulla superficie dei pomodori e così la pelle veniva via da sola: li sbucciavamo a freddo”. La zia, che “insegnava anche francese e inglese”, sapeva “ricette e combinazioni di sapori le più inaspettate. Nel 1970 ne fece un tesoretto in tre volumi, intitolati «I segreti della cucina»”, pubblicati a Milano da Selezione del Reader’s Digest – il primo anno della gestione di Ludina Barzini.

Peccato originale – È recente, del secondo concilio di Orange. Anticipato da sant’Agostino un secolo prima, ma non dottrina della chiesa fino al secondo concilio o sinodo di Orange, città ostrogota, il 3 luglio 529 – il secondo, un primo era stato tenuto nella città, allora Gallia Narbonense, nel 441.

astolfo@antiit.eu 

L’autore rinasce morendo

L’autore all’assalto dei critici, superficiali e insipienti. Un libello amaro, che il famoso “Mi son davvero divertito. Arrivederci e grazie” chiude, il 21 marzo 1979, preannuncio del suicidio, un anno e mezzo dopo. E non divertente, alla stesura, s’immagina, così come alla lettura: il risentimento fa aggio sul sarcasmo.
È il racconto di una beffa che Gary - romanziere affermato e riconosciuto, anche se non lo ammette, poiché fu premiato - organizzò nell’ultimo decennio di vita, contro i ctitici e i suoi stessi editori. Con quattro romanzi firmati “Émile Ajar” tenne in scacco la migliore critica, che ne decretò un successo istantaneo, e li premiò. Non è il primo caso. Oltre Pessoa, che s’impersonava in quattro autori, c’è, più aderente, “Lorenzo Stecchetti”, Olindo Guerrini, che la beffa fece doppia, dicendo l’autore dei suoi “Postuma” un cugino nato morto. Ma non si uccise. Questo è il caso di “Ajar”-Gary, perché la critica aveva comparato “Ajar” positivamente, quando la paternità reale rischiava di emergere, con Gary. Da qui il risentimento.
Ma perché la beffa? Che fu più uno scherzo mal riuscito – ci furono complicazioni di ogni tipo: Gary fece impersonare “Ajar” a un suo biscugino, che poi entrò nel personaggio, fu premiato e dovette rifiutare, amava le interviste e non sapeva che dire… Un caso di follia? O il risentimento era previo, e forse una forma di scontentezza di sé.
Gary si dà una spiegazione semplice: mi volevo sdoppiare, più che provocare. Per “la tentazione della molteplicità”: “Era una nuova nascita. Ricominciavo. Tutto mi era dato ancora una volta”. Era il “sogno di romanzo totale, personaggio e autore, di cui ho così a lungo parlato nel mio “Pour Sganarelle” – il cornuto immaginario di Molière, una trattazione di quasi 500 pagine… Uscire dal “personaggio” Gary che, afferma gli era stato costruito addosso: resistente, sportivo, mondano, amante di belle donne, marito di Jean Seberg. Che però lui aveva coltivato, una sorta di Malaparte -  suo modello, benché non dichiarato, nelle tematiche, compresa la passione esclusiva per il cane, e perfino nell’aspetto fisico, e nel protagonismo, sempre maledetto-benedetto. Aveva già provato altri sdoppiamenti, uno, nella sua stagione italiana, come “Fosco Sinibaldi”, e uno come “Shatan Bogat”, ma non avevano avuto successo – “Sinibadi” non aveva venduto 500 copie in un paio d’anni. La beffa riuscita, del resto, con “Ajar” non poteva che ingrossare proprio il “personaggio”. E il suicidio, senza altra ragione che questa memoria, non fu l’ultima provocazione?
Questa riedizione è arricchita di molte foto di Gary. E di una postfazione ampia del curatore, Riccardo Fedriga. 
Romain Gary, Vita e morte di Émile Ajar, Neri Pozza, pp. 124 € 12

martedì 13 dicembre 2016

Vigilano le vigilesse vigili

Indagano accurate due robuste vigilesse sulla macchina posteggiata all’incrocio, cappellino a visiera, giacca avvitata, pantaloni scuri a vita alta ad alleggerire i fianchi. Se le ruote posteriori siano sopra le strisce bianche e di quanti cm., se la misura giustifichi la multa. Decidono di farla, art. 158 g), “sosta sui passaggi e attraversamenti pedonali”. E anzi di raddoppiarla, col 158 f), “sosta in corrispondenza delle aree di intersezione”. Dopodiché decidono per una sosta al bar F., prospiciente.
Se ne invidia la placidia. Danno un’idea di lievità, benché solide, una tracagnotta a cubo, l’altra gigante. Duecento euro di multa, con le spese di notifica, che i vigili fanno esose, non sono per loro niente, giusto una pausa caffè. Saranno monacali, che disprezzano il denaro? Ma no, sono curate, oltre che ben vestite, di parrucchiere e visagiste. Socievoli, di grande conversazione nel fuori servizio. Accudite e vezzeggiate dal personale. Sarà per questo che fanno multe da 200 euro a piacimento: il Comune dovrà pure pagare i sarti e i fornitori, per garantirne una presenza accurata, opera di sartoria, con parecchi metri di ottimo gabardine e parecchia cura per ognuna di esse, tutto su misura, con prove e controprove.
C’è agitazione al caffè F. tra i clienti. Il traffico è bloccato sulla via Carini, centrale al quartiere, dalle macchine parcheggiate da ambo i lati in doppia fila. Il 75 non ce la fa a passare, e i due isolati, a monte e a valle, sono intasati di macchine in coda. Si distingue il clangore di sottofondo da qualche minuto, sono i clacson suonati nervosi. “Me sa che dovete da lavora’”, celia il giovane gestore con le vigilesse. Che però non si turbano, gustandosi con calma l’ordinazione. Se ne invidia a questo punto anche lo stipendio, che autorevoli si fanno pagare da noi. Si avviano dopo qualche celia supplementare con passo affrettatamente lento.

Vita quotidiana di ebrei nella Germania di Hitler

Una memoria rinfrescante, raccontata con semplicità. Ai quasi novant’anni della narratrice – preludio, si spera, di una seconda narrativa, degli anni che visse con Claude Lévi-Strauss. La decisione di scrivere è stata presa nel 1995, ma il mémoir è stato scritto nel 2010, dopo la morte del marito. Lui non voleva? Può darsi, Monique ha una visione tutta particolare della guerra. La stessa, probabilmente, che non le ha trovato in Italia altro editore che il cardinale Ravasi, nume tutelare delle Dehoniane – in originale le prestigiose edizioni parigine du Seuil.
Qui Monique Roman, nata nel 1926, narra come fra i 12 e i 19 anni, tra il 1938 e il 1945, visse in Germania, con la madre ebrea americana e il padre belga, ingegnere per una ditta tedesca. Anche nei mesi, dopo l’invasione del Belgio, in cui il padre fu internato come nemico: l’ing. Roman assolutamente ci teneva a lavorare in Germania. Nel 1945 i genitori si separano, e Monique può tornare a Parigi con la madre e il fratello minore, dopo la liberazione. Quindi tentare l’esperienza americana, dove è privilegiata in tutto, nell’agiatezza, gli studi, il lavoro, ma che non sente sua. Dopo una pausa a Milano, rientra a Parigi. Riprende gli studi di medicina, e soprattutto diventa un’icona come mediatrice culturale, “possedendo” tre lingue nello stesso grado, il tedesco e l’inglese come il francese. Per conto di Jacques Lacan soprattutto, al quale legge Melanie Klein, Shakespeare, Freud et al., di Bataille e di altri. Fino al settembre 1949, all’incontro e al matrimonio con Lévi-Strauss. 
Nulla di eclatante, a parte la scelta di vivere la guerra in Germania. Ma sì di inquietante,  sottilmente. In Germania la famiglia Roman vive bene, non fa cattivi incontri, non è e non si sente spiata. Lavora anche la madre. Monique fa il liceo, bene accolta a scuola benché abbia a lungo problemi col tedesco, e dopo di lei lo farà il fratello, e va all’università di medicina. Un ramo materno continua a prosperare a Vienna. Monique è stata battezzata a undici anni, nel 1936, insieme col fratello, forse nel nome del padre, benché socialista e miscredente. Ma poi anche la madre si fa battezzare – e si fa confermare il battesimo da un vescovo dopo la guerra. La liberazione è attesa e benvenuta, ma prima ci sono state le bombe incendiarie al napalm dell’aviazione Usa.
È una sorta di viaggio spensierato nella guerra e nel Terzo Reich, alla maniera di Fey von Hassell, o di Mary de Rachewiltz, anche se conscio dei pesi e degli schieramenti in lotta. La stessa vita di castelli e grandi residenze, viaggi, conoscenze sempre selezionate – e psicoterapie: tutte le donne di parte materna sono in analisi nella seconda metà degli anni 1930, a Parigi e a Vienna. La stessa industriosità, senza nemmeno un’ombra di handicap femminile. L’esuberanza, l’ottimismo, la voglia di vivere.
Il racconto di una personalità. Ma anche un’altra narrazione della guerra – come dice la quarta di copertina: “Uno sguardo originale sulla vita quotidiana ai tempi di Hitler”.
Monique Lévi-Strauss, Un’infanzia nella bocca del lupo, Edizioni Dehoniane, pp. 177 € 14

lunedì 12 dicembre 2016

La differenziata è dell’appaltatore

Si diffonde come un contagio la raccolta differenziata dei rifiuti, dopo decenni di renitenza. Ci sono ora soldi per questo. Ma senza criterio. Si fa raccolta indifferenziata di molti rifiuti che sarebbe agevole riciclare: vernici e colori, legno, carte da cucina e da forno, cancelleria, etc. Quasi ovunque vengono esclusi i rifiuti più comuni, gli umidi – e anche più facili da riciclare. O allora vengono raccolti col cucchiaino.
Si riproducono in campagna i moduli di raccolta urbani. Un sacchetto minuscolo, che la cosa più ingombrante che contiene è la cacca degli animali domestici, dove si consumano ogni giorno chilogrammi di verdure, ortaggi e frutta. Nelle campagne irrigue e nelle zone umide, per esempio nella virtuosa Toscana, di potatura frequente e abbondante, con cespi da ripulitura di lattughe, cavoli, finocchi, carciofi, niente che li raccolga per il compost. O altrimenti sacchettini minuti, trenta per trenta, delicati, trasparenti, per i radi fiori e le foglie delle piante da balconcino.
Il riciclo più conveniente e più facile non si fa. Perché non c’è un servizio, c’è un appalto. L’ultima trovata della fiera dello sfruttamento, cioè della corruzione.

L’autore è un questuante, scherzoso

Céline fa il Céline nelle lettere agli editori, qui estratte dalla raccolta “Lettres à la N:R:F. 1931-1961” e dai primissimi “quaderni neri”, i “Cahiers Céline”. In sostanza lettere a Gaston Gallimard e alla sua redazione, la N.R.F : ironico, sarcastico, aggressivo, bisognoso, molto, e alla fine sempre arrendevole. Si pubblicano perché colorite, il solito profluvio di lamentazioni e deprecazioni, ma rimarchevole è la conosceza di sé, del lavoro letterario, che alla distanza si staglia netta - e lisolamento dopo la guerra, colpevole e incolpevole (lettere che sanno di stantìo, di rattoppi, quasi da barbone).
Céline rientra alla N.R.F. nel 1951, amnistiato in quanto ex combattente della Grande Guerra. In teoria su raccomandazione di Malraux: “Per quanto sia probabilmente un tipaccio, di sicuro è un grande scrittore”. In realtà Gallimard lo ha inseguito da subito dopo la guerra, su insistenza di Jean Paulhan, il suo direttore editoriale, grande estimatore di Céline. Nel 1932 anche la N.R.F. aveva avuto in lettura il “Viaggio al termine della notte”, il capolavoro di Céline, che non aveva pubblicato. Giustificandosi poi col ritardo del suo troppo scrupoloso lettore d’allora, Benjamin Crémieux, che non veniva a capo della novità dell’opera.
Il bisogno di denaro è pressante, Céline non ha altra entrata. Tutto ruota attorno alle richieste di denaro. Insistenti, dietro i sarcasmi, e come di un questuante, interminabili. Così come le querimonie contro la critica, o contro la casa editrice che non fa nulla per “comprarsi” la critica. Ma si legge come se fosse nuovo, anche quello che è stato detto e ridetto, e questo dice tutto. Nei ritagli di tempo, di getto, sulle questioni non proprio appassionanti degli anticipi e delle recensioni, Céline sa imbastire una corrispondenza d’autore, di lettura sempre in qualche modo interessante. La resa emotiva. La musica in prosa. La persecuzione e il complotto. L’antisemitismo. Il collaborazionismo. E gli ebrei. Compreso Ben Gurion. Con una facilità sorprendente. Che aderisce, si capisce infine, al carattere. Scherzoso. E con una aisance da establishment, non proprio il reietto dell’immagine dominante.
Céline è sempre quello torvo, incattivito, vendicativo della tradizione a lui ostile – e della figurazione che lui stesso ha di sé nella seconda parte della sua vita. Mentre era ben presente, e attivo: dopo il “Viaggio” il più e il meglio lo ha scritto nei dieci anni tra la (parziale) riabilitazione e la morte, che sono gli anni prevalenti di questa corrispondenza. E lucido, sotto le ironie. La spiegazione dell’antisemitismo che dà a Paulhan sarà di comodo, ma è anche una parte della verità – così come lo è l’antigermanesimo di fondo di un volontario della prima guerra, invalido al 75 per cento: i libelli anticomunisti e antisemiti intesi a scongiurare la guerra.
Si apre con la scheda del “Viaggio al termine della notte”, che Gallimard ha richiesto e di cui Céline si dice incapace: “Si tratta di una maniera di sinfonia letteraria, emotiva, piuttosto che di un vero romanzo… La storia è insieme complessa e semplice. Appartiene anche al genere opera. Una specie di affresco del populismo lirico, del comunismo con un’anima, ribaldo dunque, vivo”. Cui segue in nota la scheda del comitato di lettura di Gallimard: “Romanzo comunista contenente episodi di guerra molto ben raccontati”... Gallimard non prende le invettive sul serio, Paulhan dopo un po’ si stufa: “Le sue lettere sono divertenti, come possono esserlo le lettere dei bambini o dei pazzi. Mi accorgo oltretutto che le sue lettere hanno smesso di divertirmi. Tutto ciò è ben triste, tutto sommato le volevo bene. Perché diavolo ha così cattivo carattere?” Ma è tutto un teatro.
Resta il fatto: uno scrittore che viva della sua opera ancora si deve trovare, morti Pirandello e Thomas Mann – i più ricchi hanno vissuto di giornalismo e di prestazioni per il cinema. La raccolta è oggi anche un colpo al cuore, per l’estrema libertà che indirettamente testimonia, che Gallimard, Paulhan e poi Nimier si prendono, dopo la lunga occupazione in Francia, di dare spazio alla “formidabile partita tra un uomo solo e praticamente tutto il mondo” (Sollers). Eccezionale al confronto con, per esempio, l’Italia, dove il conformismo dilaga imperturbato dopo settant’anni – e trenta, o quasi, dalla caduta del Muro.
Céline (a cura di Martina Cardelli), Lettere agli editori, Quodlibet, pp. 252 € 19 

domenica 11 dicembre 2016

Ombre - 345

“Attualmente l’Italia è all’ottavo posto”, dice l’ambasciatore americano John Phillips al “Corriere della sera”, “e indietreggia, negli investimenti statunitensi in Europa. Dovrebbe essere al terzo. Forse al secondo, considerato che per la manifattura è il secondo Paese in Europa. Perché le società preferiscono investire altrove?” Ma l’Italia non è seconda e nemmeno terza, ha votato compatta per sparire, nella inefficienza – gli americani sono inguaribilmente ottimisti.

“Nuove ricerche dimostrano che Trump ha fatto enormi guadagni (in voti) nelle contee con i più alti tassi di morte per droga, alcol e suicidio”, Zoë Carpenter, “The Nation”. È un demerito o un merito? Magari li recupera.

Per la Cia, invece, la vittoria di Trump è stata influenzata dai servizi segreti russi – della cosa la Cia ha dato informazione confidenziale alla “Washington Post”.
Diavolo di un Putin! A Stalin, con tutti i suoi partiti comunisti, non era riuscito mai niente di neanche lontanamente simile.

La Bce, a mercati aperti, fa sapere che non darà al Monte dei Paschi al proroga richiesta di dieci giorni per la ricapitalizzazione. Per molto meno si sarebbe andati in galera,per almeno quattro o cinque reati. Nel caso della signora Nouy, cui risale la dritta,  come non detto.

Deutsche Bank è dieci, se non cento, Mps, più grande deal banca senese, molto meno solida, e più pronta a fallire. Ha un rapporto di 1 a 10 fra patrimonio e derivati (esposizione in derivati) e di 1 a 31 fra patrimonio e esposizione globale. Come non detto: la vigilante madame Nouy non solo non fa indiscrezione, non se ne occupa nemmeno.

Negata al Monte dei Paschi dalla Banca centrale europea una proroga di dieci giorni per la ricapitalizzazione. Di dieci giorni, non dieci mesi e nemmeno dieci settimane. Che rigore! Ma la Bce non lo applica a tutte le banche, la signora Nouy è selettiva. È meglio votare per Grillo e uscire dall’euro?

Si rapina tranquillamente a Tor Cervara davanti al palazzo della Questura per l’immigrazione. Cioè davanti alla polizia. Che non fa la polizia. Ma perché confidare le pratiche immigrati alla polizia, che non fa nemmeno la polizia?

La ragazza cinese che è morta a Tor Cervara per avere inseguito gli scippatori non è un caso, è la norma: non si muore ma tutti gli immigrati sono regolarmente derubati, dai rom del campo abusivo lì davanti. Il campo non è mai stato chiuso, i rapinatori non sono mai stati arrestati, nemmeno inseguiti. Il campo vive tranquillamente di furti e soprusi. Polizia e vigili urbani non ci devono entrare, c’è un patto non scritto.

La Corte Costituzionale ha da tempo redatto la sentenza sulla legge elettorale. Ma la renderà pubblica “nei termini”, cioè il 24 gennaio. Arroganza? No, i singoli giudici li paghiamo più che il presidente della Repubblica: fanno quello che vogliono.

L’Italia, avendo bisogno di chiarezza politica, avrebbe bisogno di una legge elettorale? Che importa alle Eccellenze? Le procedure innanzi tutto, quando si tratta di non lavorare - perché allora il NO al referendum? l’Italia è stata chiara.

Vince il NO al referendum, con un quasi plebiscito. Hanno votato NO non solo i vaffanculisti di Grillo e della Lega, ma anche i fascisti (ex) di Giorgia Meloni e i comunisti (ex) di Sel e del Pd, insieme con molti che la timida riforma avevano votato in Parlamento, i berlusconiani e un’altra parte del Pd. I giovani bamboccioni insieme coi vecchi. Il Sud più del Nord, ma anche il Nord non c’è male. È l’Italia.
Gli elettori uniti non si sono mobilitati per altre cause, ma per mantenere il sottogoverno (la corruzione) sì.

La riforma era un tentativo di aggredire la corruzione semplificando qualche procedura in Parlamento, che è il centro della corruzione, tra voltagabbana e inciuci: niente da fare, l’Italia non vuole, ama il Parlamento.

Ennesima inchiesta sensazionale dell’“Espresso”, con una rete di grandi settimanali europei, dodici, membri di una European Investigative Collaboration, questa sui pagamenti in nero di calciatori e squadre. Senza eco, non gliene frega nulla a nessuno: l’indiscrezione non paga più? È anche vero che di questi Football Leaks si capisce poco.

Quante rivelazioni sono denunce degli onesti e quanti documenti riservati sono invece “venduti”’. Quelle sul calcio, di squadre non tedesche, “fanno parte del gigantesco archivio di Football Leaks, ottenuto dal settimanale tedesco Der Spiegel”. Come?

Il dossier Football Leaks si compone di 18,6 milioni di documenti. Otto hard disk, 500 mila Bibbie, se si stampassero. “l’Espresso” li ha studiati per sette mesi. Ben due esperti dell’“Espresso”. Ma l’esito resta un po’ velato. Non si capisce nemmeno dov’è lo scandalo: corruzione, evasione, fiscale, tangenti, fondi neri? 

Un popolo di reduci a vent’anni

A distanza dai fatti, nel 1930, Alvaro ricostruisce i suoi entusiasmi di ventenne allo scoppio della guerra, e le delusioni che ne seguirono, sdoppiandosi in due sottotenenti di complemento, due italiani laureati cioè, l’interventista e l’erede di un eroe del Risorgimento, entrambi delusi. Un tardo racconto della guerra – Jünger aveva pubblicato subito “Sulle scogliere di marmo”  e altre narrative di successo, e Malaparte “La rivolta dei santi maledetti”, Hemingway e Remarque ne avevano appena eguagliato il successo, con “Addio alle armi” e “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Ma non c’erano stati prima molti altri romanzi sulla Grande Guerra. Alla fine degli anni Venti, dopo i successi di Remarque e Hemingway, e per i timori insorgenti di una nuova grande guerra, ci fu in Europa e in Italia una serie di nuove narrative sul 1914-18, nota Aldo Maria Morace – Morace, che introduce il volume, e lo correda di una notevolissima bibliografia, del romanzo ha recuperato la versione originale, la Treves del 1930, a preferenza di quella Bompiani del 1953, rivista, privilegiando il “documento” storico.
Il 1930 fu anche un anno di grande produttività di Alvaro, che pubblicò tre volumi di racconti, “Gente in Aspromonte”, la raccolta che lo rese famoso, “La signora delle’isola” e “Misteri e avventure”. Il 1930 si può dire l’anno di Alvaro, incoronato col pingue premio “La Stampa”, di ben 50 mila lire, contro gli umori e le pressioni del regime. A Berlino, doveva aveva lavorato molto proficuamente, nota Morace, Alvaro avvertì il rischio di una nuova guerra. Ne nacque questa narrativa, che non è esattamente una memoria di guerra, né un reportage, seppure ex post: è  un’analisi storica e sociale in forma di romanzo. “Una quiddità nuova e diversa”, la dice Morace, “una sorta di docu-romanzo”. Ma seriosa, senza il selfie oggi di moda, l’inquinamento vanitoso della memoria storica.
L’analisi è inficiata, alla lettura, dalla vulgata – molto tedesca ma anche italiana - del “colpo alla schiena” o del tradimento dei generali, dell’impreparazione etc. (qual è la “preparazione” di una guerra?), che poi ammorberà un po’ tutta la narrativa di guerra, specie della seconda - con l’eccezione di Malaparte . Ma il senso è preciso e caldo della fine di un’epoca. Di illusioni forse, che però erano speranze. Attorno ai due giovani protagonisti, Luca e Attilio, un’umanità pullula, non caratterizzata, ma impegnata in qualcosa che la guerra oblitera, enorme spegnimoccolo.
Manca ancora l’analisi del Risorgimento. Dei suoi falsi presupposti e dei pregiudizi che lo seguirono, sul posto del Sud nell’Italia (dopo l’occupazione), e sul posto dell’Italia in Europa e nel mondo (la follia colonialista, le false alleanze). Manca la critica del nazionalismo in genere, i cui limiti pure erano molto evidenti (la vittoria mutilata”, eccetera), specie sotto il fascismo, imperial-romano e ostile al mondo. Ma c’è un senso come di soffocamento, in quell’Italia pure idolatrata dal giovane interventista: il fatto generazionale, dei reduci a vent’anni – le guerre hanno questo inconveniente, oltre allo sterminio umano: che tra i sopravvissuti i giovani reduci non hanno più energie, se non il risentimento.
Corrado Alvaro, Vent’anni, Bompiani, pp. 391 € 15