domenica 31 dicembre 2017

Il mondo com'è (329)

astolfo

Diversity – La dottrina della “diversità” farà quarant’anni l’anno che viene. Ma arriva alla maturità come materia di discussione, senza più il sostegno unanimistico, più o meno convinto, con cui ha prosperato. Tema di discussione della sinistra americana, che lo ha promosso e difeso, attorno al partito Democratico e fuori: se la “diversity” ha fatto il suo tempo e perché. È la domanda che si pone “The New Yorker” a fine 2017, la “diversity fatigue”, stress da diversità, e insieme sovraesposizione. 
La “dittatura delle minoranze” è tema antico della democrazia americana, già Tocqueville ne parlava. Ma la discussione in corso non è rituale, e non solo teorica: si innesta su fatti precisi, e va in crescendo. Neanche il rigurgito di sessismo emerso col caso Weinstein sembra ridare vena alla “diversità”. La regista Ava Du Vernay, la prima afroamericana che ha beneficiato di una nomination ai Globe, si è distinta, dopo la polemica seguita agli Oscar 2017, che premierebbero i bianchi, con un attacco alla “diversità”:  “Odio tanto questa parola, proprio tanto”, ha dichiarato. Argomentando che ha un suo suono “medico” e freddo, mentre “appartenenza” e “inclusione” sarebbe quello che le gente da sempre marginalizzata vorrebbe sentirsi proporre.  
La pietra d’inciampo è Trump, ma non solo Il riconoscimento delle minoranze delle minoranze, e fino ai bisogni personali purché collegabili a un elemento di etnia o di genere (la “diversità” è di fatto un sistema di garanzie per il lavoro e la carriera delle donne e della gente di colore) , ha generato il fenomeno Trump, o Trump ne sta generando la fine, comunque l’indebolimento? “The New York Times” si è giustificato con irritata ironia, dopo le tante proteste dei lettori, per avere ospitato nella pagina delle opinioni un commentatore conservatore, protestando a sua volta il principio della “diversità di vedute”.  Mark Zuckerberg, costretto anch’esso a scusarsi, qualche mese prima dl “New York Times”, per avere tra i suoi collaboratori Peter Thiel, che è anche consulente di Trump, ha messo in campo il rispetto e il bisogno di una “diversità ideologica”.
La diversità era già venuta sotto accusa una ventina di anni fa, da parte di manager aziendali, direttori di giornali, direttori di dipartimenti universitari e centri di ricerca. Per l’aggravio di dover  reclutare, formare, favorire comunque quote di minoranza, a rescindere dalle qualità personali, e per  l’insufficienza spesso degli esiti produttivi. Nel 2006 fu la volta di alcuni scrittori, che lamentarono la difficoltà (“come camminare sulle uova”) di tenere sempre in conto le diverse suscettibilità, anche dei singoli, inibitorie fino al silenzio. Po Bronson e Ashley Merryman, in particolare, due scrittori liberal, posero il problema di un “eccesso di tolleranza”: “Le persone vogliono essere tolleranti, ma dopo un certo punto si sentono obbligati a ingoiare la zuppa”.
Trump sarebbe il detonatore di un’insodisfazione ampia. Si fa colpa alla “diversity”, scrive il  “New Yorker”, dell’atletismo in declino, compresa la mancata qualificazione della nazionale di calcio ai mondiali di Russia (la prima volta dopo molti anni: anche negli Usa è un piccolo dramma, come in Italia). Della popolarità in declino delle nuova ”Star Wars”. E anche di quella dei Supereroi: “Un’indagine MarketWatch sulla diffusione del catalogo Marvel si chiede se gli appassionati «tradizionali» non siano stati allontanati dai loro beniamini dalla crescente diversificazione dei Supereroi – che include «uno Spider-Man afro-latino, una Ms.Marvel mussulmana, un Thor femmin a, un Iceman gay, un Hulk coreano, un ruolo femminile afro-americano in Iron Man, e una Chavez lesbica latino-americana»”. Gli ambulatori sanitari per il controllo e la prevenzione (Centers for Disease Control and Prevention) includono “diversity” in una lista di parole-concetto che scoraggiano di usare al loro personale.
La “diversità” è stata imposta per legge dalla Corte Suprema federale negli Usa il 28 giugno 19798. Ma dopo un dibattito di nove mesi. E con una decisione “divisa”, 4-4. Che prevalse solo per il parere volatile del Lewis Powell, che una volta votava per un gruppo, e un’altra per l’altro gruppo. . Il suo parere comunque non fu condiviso da altri cinque giudici, che diedero una lettura diversa della sentenza. Le sei opinioni si dividono grosso modo 5-1: le cinque arguiscono il bisogno di un “azione affermativa” per riparare ai guasti storici della discriminazione e dell’ineguaglianza. Il giudice Powell argomentava invece l’opportunità di una ‘”azione  affermativa” per cogliere nuovi umori e nuove forze, soprattutto nell’istruzione superiore e nelle univevrsità. Un criterio che oggi, mutate le condizioni politiche, se l’elezione di Trump ha un senso, potrebbe giocare contro gli automatismi della “diversità”.

Perdono – È attraverso il perdono che il cristianesimo diventa religione accettata, e presto religione di Stato. Il perdono delle efferatezze dei potenti. Lo snodo è ben sintetizzato dal romanziere russo Merežkobskij in “La morte degli dei”, la storia di Giuliano l’Apostata. Quando l’imperatore Costantino a una certa età fu sopraffatto dalla violenze commesse, tra esse l’assassinio del figlio primogenito Crispo, della seconda moglie Fausta, e del nipote Licinio, figlio della sorella Costantina. “Straziato dai rimorsi, l’imperatore aveva supplicato gli ierofanti della religione pagana di purificarlo, ma quelli si erano rifiutati. Allora il vescovo lo aveva persuaso che soltanto la religione di Cristo possedeva sacramenti in grado di mondarlo da simili delitti”. 

Tribù Un atlante delle tribù sarebbe oggi un ghirigoro infantile di colori indefinibile. Sono innumerevoli i conflitti che a vario titolo, etnici, religiosi, di frontiera, politici, sono in atto in Africa, a Sud e a Nord del Sahara, in Medio Oriente, in tutta l’Asia, e in Europa. Caldi o dormienti. nell’Africa ne-ra. E una serie di schede sinistre sui conflitti interni euroafricani: l’inestri-cabile tripartizione marocchina, arabo-berbera-spagnola, i berberi contro gli arabi in Algeria, i copti in Egitto, l’inestricabile tripartizione jugoslava fra croati, serbi e, in Bosnia, i musulmani, con gli albanesi dentro la Serbia e la Macedonia, e i greci dentro l’Albania, i Russi dentro l’Ucraina, e dentro le frazionate comunità caucasiche, poi gli inglesi dentro l’Irlanda, gli scozzesi dentro l’Inghilterra, i baschi e i catalani in Spagna, gli ungheresi in Romania, i rumeni in Moldavia, i fiamminghi e i valloni, gli armeni, i curdi e diecine di altre nazionalità dimenticate.
Un fattore di nazionalismo, quindi bellicoso. Ma antirazzista. Cinquant’anni fa Ronald Segal, il fondatore della Penguin African Library, argomentava in un denso volumone in favore della razza come “fattore primario”, o “strutturale” – era d’obbligo allora “rifare Marx”. Ma il contrario è più vero: la tribù nei fatti smantella la razza. È il fatto tribale religioso che tormenta l’Irlanda, non quello etnico. Ottantacinque musicisti in quindici generazioni di Bach non è un fatto di razza teutonica, non c’è un Dna nazionale della musica, ma di ascendenze familiari. O i Melani di Pistoia, sette musicisti su nove fratelli, dal maggiore Jacopo, autore della “Tancia”, la prima opera buffa, al minore Alessandro, che musicò il primo don Giovanni, l’”Empio pentito”. O i sette Scarlatti, sorelle, fratelli, figli e nipoti di Alessandro. Storicamente si può sostenere che il razzismo nasce quando si conculca il tribalismo. Nasce nel 1492 in Spagna, dopo la conversione imposta agli ebrei: non contando più la professione religiosa, per distinguere gli ebrei si compilano Libri Verdi sulla limpieza de sangre.
Un problema è semmai a che tribù legarsi, fra i tanti incroci. Ai kikuyu operosi, coi quali aveva mercato quotidiano, Karen Blixen preferiva i masai, che vivono a sbafo, e i somali, che impongono ai giovani di ammazzare qualcuno se vogliono una moglie – così pensa lei golosa. È vero che il cuoco kikuyu ha gambe curve, viso piatto, naso schiacciato, ed è un nano di fronte ai somali e masai, i quali, non lavorando, sono alti e ritti. In swahili tribù si dice cabila, ma potrebbe essere cabala.

astolfo@antiit.eu

Il partito dei giudici e i partiti

Si discute e si contesta la riforma del regime delle intercettazioni – increbilmente ipocrita venerdì il commento del “Corriere della sera”,
 Mentre è una riformetta. Da poco. Per il minimo della decenza – in altri ordinamenti, per esempio quello americano, gli intercettatori italiani sarebbe tutti in carcere. Timida, anzi paurosa. E questa è la verità del provvedimento: la politica ha paura dei giudici.
Il regolamento elettorale dei 5 Stelle ne dà lo stesso giorno della legge di rifoma la conferma: contro ogni calcolo di opportunità, anche lo statuto dei 5 Stelle fa largo alla candidatura degli indagati. Indagati presumendo anche i condannati, prima della Cassazione. È contro ogni logica: non c’è motivo per cui la politica si debba fare forte di persone poco meno che limpide. È contro soprattutto la logica del movimento grillino, che si vuole dei pur-e-duri. E contro anche un facile motivo propagandistico, che evidentemente non si può più spendere. Ma i giudici non cosentono alternative. I 5 Stelle in poco tempo l’hanno già sperimentato: i soprusi dei giudici contro i politici sono irrefrenabili.

La Russia è dietro l’angolo, con Dio

Ritorna il romanzo di Giuliano l’Apostata, quello che combatté tutti gli dei per il desiderio che lo divorava del divino. Romanzo storico filosofico: accurato nella ricostruzione, ma impregnato di filosofia – d’incertezza. Niente avventure. O meglio: l’avventura umana. Tra obbedienza e ribellione. Tra fede e rifiuto. Tra potere e intelligenza.
Un romanzone, con tutti gli attributi. Compreso un pizzico di horror – c’è anche la cucina da chef. Nel momento migliore per la drammaturgia, della convivenza tra paganesimo e cristianesimo, che consente situazioni originali – il cristianesimo visto con disincanto dal pagano.
Un esercizio di bravura su un personaggio però gracile, non un eroe. Incerto e al fine indifferente: monaco e beghino dapprima, poi persecutore dei correligionari. “Unisci, se puoi, la verità del Titano e quella del galileo” è l’esortazione-sfida, maiuscola e minuscola incluse, dello ierofante Massimo di Efeso al neo Cesare in una cerimonia di iniziazione ai misteri: una sfida invece di una certezza. Il potere si vuole certezza, e quando un confidente lo rimprovera: “Perché inganni quel povero ragazzo?”, il teurgo ribatte: “È lui che vuole essere ingannato”.
È lo snodo del romanzo, il capitolo X, o dell’incertezza. Massimo è un mago. Un imbroglione.  Che non si nega: “Giuliano ha visto quello che vuole vedere”. E in generale: “L’uomo ha bisogno dell’entusiasmo”. Tutto è vero “per colui che crede”. Perché: “Dov’è la verità? Dov’è la menzogna? Tu credi, e sei”. 
L’interesse principale della lettura oggi è l’autore. E il fatto che si riedita senza fortuna, dopo i 70 anni di silenzio imposto dal suo antiboscevismo: il Muro non è caduto. Un autore e un romanzo che hanno avuto una fortuna immensa a fine Ottocento, non immeritata – ventitré edizioni censisce Luigi Vittorio Nadai, che cura la ristampa, in Francia nei dieci anni tra il 1895 e il 1905, diciassette nel solo 1901. E una storia che farà da modello a M. Yourcenar per l’“Adriano” che l’ha consacrata. Su una base filosfica che ha impregnato almeno due generazioni di scrittori, il più illustre dei quali è Borges.
Un romanzo a parte è la postfazione di Nadai. Che spiega il tratto essenziale della complessa figura di Merežkovskij, già protagonista delle lettere russe, nei venti anni prima della rivoluzione d’Ottobre, poi proscritto, con Zinada Gippius, sua moglie, e fiero antibolscevico a Parigi fino alla morte nel 1941. Dopo aver provato a farsi forte con Mussolini, che però non lo ricevette una  seconda volta, e perfino con Hitler, che pure detestava. Questi comprensibili cedimenti del lungo esilio ne hanno pregiudicato la memoria, ma il personaggio è di tutto rilievo. Nella soria letteraria russa, e in proprio. Creatore e animatore del simbolismo, fucina delle avanguardie russe. Quindi teorico di una nuova sintesi tra Stato e Chiesa, religione e potere. Autore prolifico e fortunatissimo finchè non dovette abbandonare la Russia: con l’esilio perse la vena e la voglia. “La specificità della storia russa”, spiega Nadai, riportando “a una problematica generale della storia dell’Occidente”. La Russia non è lontana.
Dmitrij S. Merežkovskij, La morte degli dei-Giuliano l’Apostata, Castelvecchi, remainders, pp. 377 € 9.75

sabato 30 dicembre 2017

Secondi pensieri - 331

zeulig

Classico – È illusione: ricostruzione, invenzione. Ma secondo criteri di persistenza, di forme, colori, tematiche. Mentre il nuovo,  esaurita la novità, deperisce – anche il nuovo propositivo invece che distruttivo. Ci sono “cose” che persistono: idee, immagini – correlazioni, cioè linguaggi. E linguaggi deperibili, presto perenti.

Credulità – “Il pensatore per le idee, lo scienziato per i fatti”, riflette Conrad, il romanziere, prefazione a “Il negro del Narciso”, “parlano con autorevolezza” al nostro buonsenso, all’intelligenza, ai pregiudizi anche, alle paure e all’egoismo, “ma sempre alla nostra credulità”.  Non l’artista: “Per l’artista è diverso”, prosegue. Con una mezza pagina intensa, preceduta da un’avvertenza in forma di antitesi: “Il suo richiamo è meno forte, più profondo, meno netto, più emozionante – e viene dimenticato prima. Eppure il suo effetto è eterno”. L’artista si rivolge alla parte meno razionale e saggia dell’uomo: “Parla alla nostra capacità di godere e meravigliarsi, al senso del mistero che circonda le nostre vite; al nostro senso di pietà, di bellezza e di dolore;  al latente sentimento di comunione con il creato….”. Ma non è questa la credulità, questa “parte” (emisfero, lobo frontale, “cuore”) della nostra conoscenza? Con i filosofi e gli scienziati si conosce e si discute a ragione.

Dio – È in effetti il miracolo della creazione: creare Dio è un miracolo.
E l’infinito. E l’eternità.

È l’“anima del mondo” del romanziere-teologo Merežkovskij, del suo Giamblico in “Giuliano l’Apostata”: “Quando tu dici «Egli non esiste», innalzi a Lui una lode non minore che se dicessi : «Egli esiste»”.
Al suo Giamblico, maestro occasionale di Giuliano adolescente, Merežkovskij fa esporre una teogonia convincente, seppure teologicamente dubbia: il mondo è “una rete gettata nel mare.  Dio abbraccia l’universo come l’acqua abbraccia la rete. La rete si muove, ma non può afferrare l’acqua, così il mondo vorrebbe, ma non può afferrare Dio”. Una tensione non risolvibile , e non abbandonabile: “La rete si muove, ma Dio è immobile, come l’acqua nella quale è stata gettata la rete. Se il mondo non si muovesse, Dio non avrebbe creato nulla”.

Immaginazione – È elaborazione. Ripetizione quindi, memoria, oltre che invenzione, libero sfogo - libero pascolo. E sempre comunque per moduli prestabiliti, espressivi e quindi cognitivi.

Narciso – È emblema della solitudine. Nello specchio che ripetizione.

Post-verità – Era già di Poirot, dopo Pirandello. È una deriva delle identità, una e plurima.
È la parola dell’anno 2016 per l’Oxford English Dictionary in un’accezione precisa. Del gergo della comunicazione o dell’opinione pubblica. Per le quali non conta la verità della cosa ma il complesso emotivo - personale, di gruppo, di opinione prevalente. Di fatto, questa – la rinuncia al giudizio critico - è una deriva del dissolvimento della personalità. Nella incertezza, nella confusione nella debolezza. In un’opinione critica anche, elaborata, ma relativistica.
È l’evoluzione, si può dire senza ironia, del metodo socratico alla Poirot o alla Christie, in cui tutti possono essere colpevoli, o innocenti – e il delitto stesso spesso è confuso.

Suicidio – “Quando uno non ne può più della vita vuole morire tra le braccia di Dio”. È un’ipotesi, valida anche per la buona morte, che la poetessa Alda Merini formula in morte di Amelia Rosselli, “la grande e divina Amelia, poetessa squisita” (“La vita facile”, 74).

Tribù – È un modo di essere storico, ma ineludibile. “Il 99 per cento del tempo della storia umana lo abbiamo vissuto in tribù. Solo in tempo di guerra, o al tempo nostro, in cui c’è l’equivalente psicologico della guerra, prevale la famiglia nucleare, perché è l’unità più mobile, in grado di assicurare la sopravvivenza della specie. Ma per il pieno sviluppo dello spirito umano abbiamo bisogno di gruppi, le tribù”. Margaret Mead dice ancora la verità. La tribù è un fatto e una logica: è via di mezzo tra l’etnocentrismo, o assimilazione, e il relativismo culturale. Si lega alla terra e al sangue, ma più alla storia, e smantella il conflitto quale si configura oggi, tra Nord e Sud. Compreso il razzismo antirazzista di Sartre e Frantz Fanon, che non si sa dove finisce: i peggiori nemici degli africani sono oggi africani, dalla Libia all’African National Congress al potere in Sudafrica.

Uguaglianza Il razzista forse no, ma lo scimpanzé capisce che ognuno vuol’essere uguale, a se stesso e agli altri.

Verginità – Sant’Ambrogio la lega alla fede: “Castis fides refrigerans” recita nell’inno “Ad horam incensi”, fede refrigerio dei casti.

zeuluig@antiit.eu

L’invidia della commedia all’italiana, doppia

Una quarantenne vive curva sotto il carico di errori e delusioni, effetto delle passioni. E quando la passione si riaccende, il miracolo si risolve in tragedia.
La solita vita spezzata – la vita vissuta. Il solito canovaccio di melodramma e tragedia – la tragedia è melodramma, senza il canto – che Woody Allen usa citare. In realtà invidiando la commedia all’italiana: che il comico possa produrre dramma. Non si spiega altrimenti la sua insistenza sulla vita afflittiva. Ma invidiando il comico, l’attore, che possa produrre (recitare, creare) dramma, da Gassmann a Benigni, più che il genere. E il compito affrontando non dal di dentro, ma dall’esterno: non rifacendo Benigni, ma un calco di Benigni, e dicendolo.
Si può nobilitare la pratica con lo straniamento brechtiano. Che W. Allen non cita, fermo a “melodramma” e “tragedia greca”, ma pratica. Ha sempre un prologo-araldo, il personaggio che ci spiega quello a cui stiamo per assistsrere o abbiamo assistito, la tragedia che sta rappresentando o vuole rappresentare. E ogni scena, di questo come di altri film, inscena come un monologo, da fermo, quasi a camera fissa. Effetto evidenziato ultimamente da Storaro, da una luce accentuata, azzurrata (ingrigita) o aranciata, per marcare la non verosimiglianza – lo sdoppiamento, di narrazione della narrazione, teatro del teatro. 
L’effetto è però freddo. La doppia distanziazione, alla Brecht oppure no, distrae, e alla fine lascia insoddisfatti: come di fronte a una rappresentazione dopolavoristica, come confrontati da un genietto, non da un geniaccio. Non più al caldo, né più al freddo, giusto un po’ a disagio: la “storia” per lo spettatore è il raffronto con altre opere di W. Allen, o con la sua poetica, non quella che gli viene raccontata.
Woody Allen, La ruota delle meraviglie – Wonder Wheel
Ps. Una curiosità della “Ruota” è che nessuna delle “tramine” online e sui giornali la rispecchia. Ognuna anzi fa errori grossolani. I recensori non vedono il film? Qualche critica, anche, indurrebbe a questa conclusione. Ma più probabile è che i media e gli stessi siti online specializzati non fanno servizio al lettore, fanno pubblicità redazionale. Ma producente?

venerdì 29 dicembre 2017

Ombre - 397

I militari italiani ancora non sono sbarcati in Niger che le foto delle “missioni umanitarie” invadono i giornali – il primo giorno sotto forma di belle profughe eritree. Essere profughe eritree in Niger è come per un italiano trovarsi in Brasile per andare in Nord America. Con la differenza che l’Africa è più difficile da traversare dell’Atlantico.
C’è un business umanitario?

Albinati e Francesca D’Aloja raccontano sul “Corriere della sera” dal Niger molte storie “classiche” dell’immigrazione. Questa è una: “Oromia è partita che aveva tredici anni, ora ne ha venti. Ha girato l’Etiopia, il Sudan, il Libano, poi daccapo in Etiopia, quindi Sudan, da lì in Egitto, e infine in Libia, dove l’hanno incarcerata”.
Sette anni di giramenti. Dumas non arretrava davanti a nulla, ma qui avrebbe avuto dei problemi di verosimiglianza.

Il liberiano GeorgeWeah, grande atleta e benefattore prodigo quando stava in Europa, tornato in Africa fa l’africano. Avendo fallito due elezioni presidenziali, ha vinto la terza scegliendosi come vice la senatrice Jewel Howard-Taylor, ex First Lady col “boia di Monrovia”, il dittatore Charles Taylor. E alleandosi al ballottaggio con Prince Johnson, il “signore della guerra”.
Quando stava in Europa biasimava la politica: “Non ho mai votato. L’Africa non ha ancora capito cos’è la democrazia”.

Degli otto italiani fra i 500 del Bloomberg Billionaires Index, quattro hanno residenza a Monaco o in Svizzera. Non ce ne sono altri di altra nazionalità, non cl domicilio fiscale al fresco.

La ricchezza è cresciuta nel mondo nel 2017 del 3,6 per cento, calcola il Fondo Monetraio. I 500 miliardari del Bloomberg Billionaires Index l’hanno accresciuta del 23 per cento.

“L’Espresso” documenta, “Processo agli influencer”, una nuova attività pubblicitaria. Efficace ma truffaldina, quella dei blogger che “si vendono” la popolarità per promuovere surrettiziamente dei prodotti: gli influencer. Un’attività, a scorrere il settimanale, di donne. In difesa del femminismo?

Domenica “la Repubblica” celebra con Minniti la sconfitta dei negrieri in Libia. E la trovata di imbarcare i migranti sugli aerei anziché sui gommoni, evitando le traversate micidiali, e portando i migranti pro quota anche nei paesi Ue che fanno finta di non aver preso l’impegno all’accoglienza. Mentre “l’Espresso”, che esce a panino con “la Repubblica”, apre sul “Ritorno all’inferno”: “Gli effetti degli accordi con la Libia. La pagina più buia dell’Italia nel 2017”. La verità è doppia?

Patetico Doveri, nomen omen?, l’arbitro di Sassuolo-Inter, che dà un recupero interminabile di 5’, senza ragione, e poi lo prolunga di altri 2. Patetico perché voleva far pareggiare l’Inter, ma il recupero lo ha giocato solo il Sassuolo – gli interisti spompati non gli saranno grati.

I politici Pd della Toscana e “La Nazione” celebrano”la legislatura delle grandi opere”: nuove infrastrutture e ammodernamenti. I porti rifatti, a Piombino e Livorno, il raddoppio della ferrovia Pistoia-Lucca, le autostrade regionali rifatte, il raddoppio dell’Aurelia in Maremma (di una piccola parte, sulla restante è morto da ultimo Matteoli), le autostrade per gli aeroporti, l’ospedale di Prato… Del governo Supertuscan Renzi-con-coda-Gentiloni. Poi si dice che il tribalismo è morto.

Stefano Passigli scopre alla vigilia di Natale sul “Corriere della sera” che in Italia le banche sono legate alla politica. Davvero Stefano, professore di Scienza della Politica e senatore emerito dela Repubblica, non se n’era accorto prima? Ci sono presidenti di banche che si sono perfino candidati – Bazoli. E altri che lavoravano e lavorano per il Partito - non necessariamente per il (ex) Pci.

Lamenta il papa i complotti in Vaticano, tanto piccolo in effetti ma tanto scandaloso. Però: le sue troppe nomine avventate cos’altro sono, di gente di nessuno spessore, perfino palesemente inadatta? Da Chaouqui al cardinale dell’Honduras Maradiaga. Un “pauperista” come il papa, il cardinale, che ha svuotato l’università cattolica di quel paese per investire a Londra.

Sandro Magister s’interroga sull“Espresso” qual è il vero papa Francesco: quello che si abbraccia alle coppie gay, oppure quello che tuona contro la “colonizzazione ideologica” di chi pretende di cancellare i sessi. Non è un papa che vuole scandalizzare? Perciò  deciso, pro e contro.

La storia di papa Francesco e del suo amico carissimo il cardinale honduregno sembra tratta pari pari dal fogliettone video di Sorrentino, “The young Pope”: una delle sue tante storie è questa. È la vita che imita l’arte? 

Il dramma del diaframma

È il primo romanzo di Philip Roth, a 26 anni, subito premio National Book, e questo è il solo interesse alla (ri)lettura: come si riconosce uno scrittore. In una nuova traduzione, di Vincenzo Mantovani, emendata (poco) rispetto a quella 1960, di Elsa Pelitti – è rimasto pure il “negro”, benché non politicamente corretto.
“Goodbye Columbus” uscì in volume corredato di cinque racconti lunghi, come nelle traduzioni. Romanzo e racconti (quattro ebraici e uno italiano, “Non si può giudicare un uomo dalle canzoni che canta”) sul genere della letteratura etnica, di ebrei che parlano di ebraismo, come già era praticata negli Usa da Singer, Bellow, Malamud, Salinger. Ma di ebrei americani, anzi di New York-Newark. Che vorrebbero esserlo e non esserlo – essere semplici cittadini, al pari dei protestanti e dei cattolici.
Il romanzetto fu proposto e viene riproposto come una satira irriverente della borghesia americana, dell’American Dream, della prosperità, etc. No, è di una società che si dirà suburbana, Newark sobborgo di New York, in una rete di relazioni ebraiche conchiusa, come ritagliata dalla città e dal apese: non succede nulla all’infuori di una o due famiglie. Dissacratore, è vero, ma della “tribù” ebraica, della quale è invece diventato – era destianto a diventare – il celebrato celebratore, il beniamino. Araldo di un genere che arriva ai film di Woody Allen e a molta comicità cabarettistica e teatrale – nonché a un discreto filone romano, sul passaggio dal ghetto ai Parioli.
La lettura è facilitata dal ritmo veloce, con molto dialogato. Il giovane Ph. Roth sembra un vecchio del mestiere, un maestro. Sul genere svagato, varato da Salinger con enorme successo qualche anno prima – più su quello dei “Nove racconti” che del “Giovane Holden”. Prodigiosamente inconsistente per un paio di centinaia di pagine. Una sorta di storia “ferrarese”, senza la fine della storia in agguato (l’incubo posteriore della fine della storia), tra nuotate, tennis, corsa, palloni: il fascino qui è della “frutta dei Patimkin”, i Finzi Contini locali, che ne stipa il frigorifero, per una sana vita sportiva. Ci sono anche Margaret Sanger e Mary McCarthy, che mettono i pessari alle fanciulle – il diaframma anticoncezionale prima dela pillola. “Columbus” è il campus dell’università di Stato dell’Ohio, dove il cognato del protagonista si è immortalato nel basket.
Una satira, ma con l’occhio di un satirico improbabile: un dramma sul diaframma. Davvero.
Philip Roth, Goodbye Columbus, Einaudi, pp. 247 € 19,50


giovedì 28 dicembre 2017

Navighiamo su un mare di buffi

L’occasional paper odierno dell’Ufficio studi della Banca d’Italia analizza i rischi connessi ai titoli “complessi” (derivati) di cui le banche fanno  tesoro, soprattutto le banche tedesche e quelle francesi. Con caratteristiche e rischi “comparabili” a quelli dei non performing loans, delle sofferenze bancarie. E con un rischio ulteriore: a differenza degli Npl, questa esposizione non è monitorata dalla Vigilianza della Bce, il Single Supervisory Mechanism (SSM), meccanismo di vigilanza unico. Che la francese Danièle Nouy presiede, e la tedesca Sabine Lautenschläger vice-presiede.   
Lo studio si intitola “Rischi e sfide degli strumenti finanziari complessi: un'analisi delle banche del meccanismo di vigilanza unico”:
La sinossi così lo presenta:
“Il lavoro affronta la tematica dei rischi valutativi degli strumenti classificati contabilmente L2 ed L3. Si tratta di strumenti finanziari non quotati direttamente su mercati attivi, spesso relativamente complessi, opachi ed illiquidi. Gli L2 ed L3 sono ampiamente presenti nei bilanci delle banche dell’SSM (circa 6,8 trilioni di euro, considerando attivi e passivi).
“Si argomenta che la complessità e l’opacità di tali strumenti offre margine per scelte contabili e prudenziali discrezionali da parte delle banche, che hanno incentivi ad utilizzare tale discrezionalità a proprio vantaggio. L’attuale reportistica di vigilanza non è sufficiente per acquisire una piena comprensione dei rischi complessivi insiti negli strumenti L2 ed L3.
“L’analisi evidenzia che tali strumenti presentano alcune caratteristiche in comune con gli NPLs (illiquidità, opacità) e che anche i relativi rischi potrebbero essere considerati comparabili”.
Quattro volte il pil dell'Italia
I 6.800 miliardi di euro di titoli “complessi” contabilizzati in pancia alle banche europee sono quelli risultanti a fine 2016 – nel 2017 sono aumentati. Quattro volte il pil italiano, che era a fine 2016 di 1.672 miliardi.
L’esposizione in titoli complessi era suddivisa in parti grosso modo eguali tra attività (3.580 miliardi) e passività (3.262). Le prime facevano capo per il 44 per cento alle banche francesi, per il 30 per cento alle banche tedesche, per il 9 alle spagnole, per il 6 alle olandesi, per il 5 alle italiane. Al capitolo passività erano in capo per il 45 per cento alle banche francesi, per il 28 alle tedesche, per il 7 alle spagnole, per il 6 alle italiane e alle olandesi.

La diciassettesima dei record negativi

È una delle poche legislature repubblicane durate cinque anni, quella che si conclude, la numero 17, e una delle meno onorevoli. Dal punto di vista del Parlamento, che è il fulcro della democrazia italiana – la Costituzione è parlamentare, l’esecutivo non vi è previsto.
Un terzo dei parlamentari, 345, ha cambiato partito – qualcuno lo ha fatto più volte, i cambiamenti di partito sono stati 546, un record. I due partiti del sistema elettorale maggioritario – l’unico che dà forza al Parlamento – ne escono indeboliti dalle scissioni. Quasi tutte le leggi approvate, comprese quelle di blancio, sono inapplicate, in attesa dei regolamenti attuativi. Un centinaio di leggi sono state approvate da un ramo del Parlamento ma non dall’altro: lavoro sprecato. Tutte le leggi di rilievo sono state approvate col ricorso alla questione di fiducia – la diciassettesima ha fatto il record dei voti di ficucia. Record anche di decreti governativi – leggi che hanno effetto immediato, prima che il Parlamento le voti.
Una legislatura che si è retta su un partito minoritario, il Pd. Peraltro uscito perdente, rispetto ale previsioni, dalle elezioni nel 2013. Che nessun partito vinse. Col 25 per cento di astensioni, un elettore su quattro. E un voto di protesta che ha moltiplicato il partito nuovo di Grillo.
Una legislatura che andava interrotta subito, non avendo espresso una maggioranza di governo possibile. Che il presidente della Repubblica Napolitano ha invece voluto continuasse “alla scadenza costituzionale”. Con quattro effetti macroscopici, non propriamente costituzionali, e non produttivi politicamente: 1) una serie di governi del presidente, molto poco costituzionali; 2) la necessaria riforma costituzionale bruciata dalla crescente antipolitica; 3) un voto di protesta, per i 5 Stelle, cristallizzato per cinque lunghi anni dal perverso ruolo dell’informazione pubblica (sta più in Rai Di Maio che Mattarella); 4) lo sbriciolamento del Pd, il partito dello stesso Napolitano.

Miracolo grillino a Roma, lo stadio

Niente va a Roma, eccetto lo stadio della Roma. Non vanno i mezzi pubblici. La spazzatura si raccoglie poco e male (pure la carta, differenziata che si fa da quarant’anni: i cassonetti ovunque traboccano). Non si riparano strade né frane. Lo stadio invece va. A velocità impensabile, considerato che è un progetto immobiliare, di quelli di solito soggetti a innumerevoli vincoli.
Sono caduti i vincoli del piano regolatore e edilizio. Sono cadute le pregiudiziali conservative: architettoniche (il velodromo preesistente, dell’architetto Julio Garcia Lafuente, verrà semplicemente spostato, come si è fatto per i templi di Abu Simbel, a spese della Sovrintendenza, che per altre esigenze non ha un centesimo di fondi), e naturalistiche (l’ansa del Tevere è una zona umida). Niente ristrettezze contabili sul progetto: il Comune di Roma urbanizza l’area, lo Stato ci costruisce un ponte d’accesso - Roma utilizza ancora un ponte Bailey postbellico come trafficatissimo ponte dell’Industria, ma per l’As Roma questo e altro (e poi un miliardo in più di deficit pubblico non è un problema). Il miracolo è possibile perché c’è unanimismo politico: il costruttore Parnasi sa come si deve fare, fra i tre schieramenti.

Il comico che non ha il senso del ridicolo

L’unica perplessità sullo stadio dell’As Roma che va come un treno è che va come un treno sullo stadio pure Grillo. Il comico aveva fatto dire no all’Olimpiade a Roma, che avrebbe portato benefici (enormi) alla città e non spese. Ma sullo stadio della Roma ha fatto dire sì. E quando l’assessore all’Urbanistica Berdini si opponeva, lo ha fatto dimissionare.
Grillo dice che non c’entra con queste decisioni del Comune di Roma, e Grillo è un uomo d’onore: lo stadio va avanti per virtù propria. Di lui si disse che era in contatto col direttore generale della Roma Baldissoni, tramite lo studio legale Tonucci. Grillo ha smentito e quindi va creduto: è stato a Roma per caso – ci vengono in tanti. Tanto più miracoloso appare allora lo stadio, la corsia preferenziale per lo stadio alla giunta grillina di Roma. Ma che dire di un comico che non ha senso del ridicolo?

Nuovo cinema splatter

Rivisto, il film di maggior successo del cinema italiano nel 2016, di pubblico e di critica, vincitore dei Nastri d’argento e dei David di Donatello, è un demenziale. Con tratti horror. Su sfondi grigi alla “Gomorra”. Che potrebbe essere una sprovincializzazione del cinema italiano, fuori dalla lagna della commedia all’italiana. Ma sceneggiato e girato da serie B, seppure la serie B del cinema alla Tarantino: tirato via, con un po’ di splatter ogni venti minuti.
Rivisto, senza cioè la sorpresa, vuol solo dire che nel 2016 non c’era niente di meglio.
Gabriele Mainetti, Lo chiamavano Jeeg-Robot

mercoledì 27 dicembre 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (349)

Giuseppe Leuzzi

Al capitolo dedicato ai primi siciliani della sua “Storia della letteratura italiana”, De Sanctis dice che “con lo scemare della coltura prevalgono i dialetti”.

In una panoramica di “ciò che rimane” del mitico West, su “La Lettura”, Cristina Taglietti mette per l’Italia un il Sud: “Il Sud Italia è un po’ il nostro West, almeno dal punto di vista di un’editoria che in un Meridione dagli echi ancora ancestrali cerca, negli ultimi tempi, il suo besteller al costo di un certo bozzettismo”. Approccio interessante. Ma poi lo esemplifica con on Cognetti, Righetto, Meacci, tra le Alpi cioè, e l’Appennino umbro-toscano. 

Il manicomio del Sud
Alda Merini dice spesso in alcune delle sue erratiche memorie gli anni trascorsi a Taranto “quattro anni felici”. Sposa di Michele Pierri , il chirurgo poeta cui aveva fatto una corte spietata. Di lettere, poesie, invii, cui lui non rispondeva, qualche volta si esimeva con una telefonata interurbana. Finché non acconsentì al matrimonio, entrambi vedovi, lei cinquantenne lui ottantenne.
Ma sugli anni di Taranto costruisce anche una leggenda, che culmina nell’internamento nel  “manicomio di Taranto” – Alda Merini era reduce, come si sa, da una serie di internamenti, per una diecina di anni, nel manicomio di Milano. Una storia, questa del manicomio di Taranto, che Ambrogio Bordani, confidente della poetessa per “Il suono del’ombra”, così sintetizza: “Pierri si ammala, viene ricoverato. Lei ripiomba dentro una spirale di crisi violente e viene internata in un manicomio a Taranto.  Il icovero è breve ma traumatico: un manicomio del Sud in quegli anni doveva essere un’esperienza ancora più drammatica della precedente”.
Non del tutto inventato. In “Delirio amoroso” è la stessa Alda Merini a ricordare, seppure in un’autoanalisi precisa: “Mi ero innamorata, ma in modo così distruttivo e totale da perdere l’identità.  E quando mi sottrassero lui persi anche il principio del mio amore, il che significa, virtualmente, perdere la ragione di vita… Mi addentrai così, quasi stupidamente, nella psichiatria tarantina”.
Se non che a Taranto non c’è un manicomio, non c’è mai stato. Silvano Trevisani, tarantino ma obiettivo, ha ricostruito quell’amore e gli anni di Taranto, con pezze d’appoggio, di tutt’altra natura e colore. Alda Merini risorge alla poesia dopo l’eclisse nel manicomio milanese con “L’altra verità”, una raccolta che fu messa a punto da Pierri, aiutato dal figlio Pucci, e da Giacinto Spagnoeltti, altro tarantino, già “scopritore” di Alda Merina sedicenne, il quale aveva confidato al medico poeta molti materiali ricevuti da lei. Pierri, Spagnoletti e un altro tarantino, il pittore De Mitri, s’incaricarono della pubblicazione e della ricezione. In “Vuoto d’amore” Alda Merini riconosce il debito con Pierri. Né ha mai negato il corteggiamento serrato cui lo sottopose per quasi cinque anni, con lettere a volte quotidiane. Nelle quali le è anche capitato di lamentarsi così: “A Milano non conosco nessuno”, circondata dalla “malignità della gente”. A Taranto visse negli agi.
Ebbe comportamenti strani anche a Taranto, come Spagnoletti documenta in “I nostri contemporanei”. Spesso usciva sola, e tornava tardi. Dopo aver girato per bar e bettole, a fumare, concionare e talvolta a bere. Ma ben accolta dalla numerosa figliolanza di Pierri – padre di dieci figli – malgrado lo sgomento del suo secondo matrimonio a 84 anni.  Specie da Pucci, e anche da
Mario e Lucio.
Motto Pierri, rientrata a Milano, benché destinataria per testamento di un terzo del patrimonio disponibile del marito, Alda Merini continuò ancora a sentirsi legata a Taranto. Scrisse anche al sindaco, per chiedere per sé la cittadinanza onoraria, e per Michele Pierri un monumento. Continuò ad avere contatti con i Pierri figli. Che continuarono a trattarla con rispetto. Solo tardi, nel dicembre 2003, lamenterà la sfortuna di stare al Sud. La “sfortuna”, scriver à a Pasquale Pinto, un operaio poeta, tarantino, “è stare nel magnifico Sud dove tutto viene bollito dallo scirocco immorale di incomprensione reciproca”. Una critica che ogni tarantino, e meridionale, sottoscriverebbe.
La vera storia di Michele e Alda è pre-leghista, la ricostruzione post.

Calabria
Davide Nicola lascia il “Crotone” dopo (sole) quattro sconfitte di fila, e dice alla “Gazzetta dello
Sport”: “Al netto del calore della gente, qui non funziona niente. Nessuno rivendica i propri diritti.
Altrove si protesta, qui nessuno lo fa per i disservizi”.
Però, prima, del club lodava “il progetto”.

Digitando “Affruntata”, per il rito della Settimana Santa, viene fuori “Afruntata e ‘ndrangheta”. Ma di qualsiasi cosa che si digiti di calabrese, google subito offre la versione  ‘ndrangheta. ‘Nduja? ‘Nduia e ‘ndrangheta. Cipolla di Tropea? Tropea e ‘ndrangheta.

Reggio Capitale, si può dire vocazione primigenia della città, da sempre, da quando fu decisa la creazione di due Calabrie per l’amministrazione del Regno, con una Ulteriore staccata da Cosenza.

“La Lettura” presenta i taccuini dal carcere del brigante Musolino dicendolo “nato in Calabria”. Non si direbbe di altro brigante nato nelle Marche, o in Romagna. È il nome, Calabria, talmente evocatore? È l’ignoranza dei luoghi, la Calabria come terra incognita?

La prima emigrazione calabrese dalla Calabria, terra per antonomasia emigrazione (abbandono), fu di personale qualificato, di scultori (scalpellini) e muratori, verso Messina e Palermo, il porto e la città di corte, nel Quattocento – la prima documentata.

Reggio distrutta dai turchi fece molta impressione a Pieter Breughel il Vecchio, quando ci passò nel suo soggiorno italiano, 1552-1554. Ne fece un ritratto terribile nel disegno “Veduta di Reggio”, della città in fiamme per un attacco dei turchi. Di un altro disegno perduto resta un’incisione in rame opera posteriore di Frans Huys, “Combattimento navale”, che ha una riproduzione precisa dello Stretto.  immaginato nello Stretto. “L’apocalittica visione di Reggio devastata dalle incursioni piratesche”. Commenta wikipedia, “impressionò talmente Bruegel da costituire un tema ricorrente nei suoi dipinti successivi”.

Fra le tante tasse escogitate da Napoli, la Calabria pagava un “cunnatico”, l’autorizzazione a sposarsi – da cunnu, dialettale per l’organo sessuale femminile. Cinque carlini annui, “per il piacere ricevuto”.
La tassa si pagava anche in morte del coniuge. In misura ridotta, 25 grani l’anno (due carlini e mezzo). Per non pagarla, il vedovo o la vedova doveva presentare una “memoria particolare”, sulla scarsa qualità delle performances a letto del defunto\a.

È sempre stata immaginata, benché ben reale e anzi rocciosa. Dai viaggiatori inglesi e francesi, più qualche tedesco e qualche svizzero, che la immaginavano per i loro lettori. Dai meridionalisti, inclusi i calabresi. E ora dai milanesi.
Non dai veneti, padovani, trevigiani, che invece comprano e rivendono a buon prezzo in tutti i paesi, Trebisacce, Rocca Imperiale, Amendolara, piccolo ricco business.

“Destino dei popoli meridionali è di camminare… L’uomo meridionale cammina”, decide Savinio, che si voleva greco, mediterraneo, a un certo punto, ascoltando un compositore spagnolo, in una delle sue cronache musicali. Sarà stato vero, ora non più, non in Calabria. Nessuno cammina. Si va in macchina nei paesi anche coi figli a scuola, a cento metri da casa. Anche dal fruttivendolo, a cinquanta. Si formano ingorghi paurosi nei paesi calabresi, che non hanno strade larghe abbastanza.

leuzzi@antiit.eu

La creazione incontenibile della lingua

“La terra si dimette, demente, si dimena” è tradotto da Sergio Solmi “la terra si disloga, si dimena\ impazzita”. E il seguente: “E si piega come un culo di mummia secca” diventa “pieghettature mette\ al par dell’ano di una disseccata\ mummia”. E poi c’è la rima: il poema si svolge in rima, variabile (baciata, alternata, incrociata, incatenata, libera) ma decisiva: più delle assonanze e allitterazioni dà il tono giocoso del poema.
Il “De rerum natura” di Queneau si può leggere soltanto in francese. Lingua nella quale non ha status proprio – si edita, giusto per la completezza, in appendice a questo o quell’altro titolo di Queneau. Anche perché il francese di questo poema è più ricercato che mai, estremamente, tra gerghi e hapax, e poco fruibile, se non col vocabolario in mano. Il senso di “Zazie” è di non avere senso, immaginarsi quello di un poema “portatif”. Fin dal canto primo, che ritraduciamo alla lettera – la creazione dal basso ventre: “E la terra piegava il sedimento delle chiappe\ germinava sospirava ansimava si sforzava\ germogliava frignava premeva ansimava\ germinava ansimava premeva rumoreggiava\ sbocciava premeva ansimava sibilava\ pustolava gonfiava suppurava imputridiva\ vulcani da ogni ano larve dal buco del culo…”
Ogni canto è didascalicamente preceduto da un sommario dei contenuti. Col rinvio ai versi corrispondenti. Tutto preciso. Ma pirotecnico. Sbrodolante. Pencolante curiosamente verso il linguaggio alla “Sally Mara”, il ciclo pornoerotico soft di Queneau.
Queneau non si prende sul serio, mentre Solmi sì. E Italo Calvino, che commenta con un lungo saggio, tanto quanto si prende il poema, ed è divertito e divertente, benché al solito serioso.
La traduzione, molto più oscura dell’originale, si apprezza come esercizio di bravura – una delle imprese “folli” non inconsuete nelle storie letterarie.
Un capolavoro a parte è il saggio di Calvino. Impegnato, dice, alla “decifrazione della crittogarfia dei contenuti”. Di lettura piana, e ugualmente denso di umori. Una serie di rompicapi, di cui Calvino si dice, in una con Solmi, “fieri di esser(ne) venuti a capo”, se non di tutti “della massima parte” di essi. Si parta dall’inizio. Il senso del caos è “chaotique”, ma Calvino non demorde: “Ma un senso caotico non vuol dire un senso gratuito: anche nel caos è possibile cercare dei nessi. Non sarà dunque questa dichiarazione dell’autore a farci demordere dal nostro impegno”, di decrittazione.
Uno dei reperti più curiosi del Novecento. Un “De Rerum Natura” giocoso. Divertente anche, ma in originale. E filosofico, del basso e dell’alto – la matematica, il recondito, l’astroso, fino all’inaccessibile. Ma sempre in originale. La filologia non aiuta. Anche perché il poema fluisce ignoto spesso allo stesso autore, per un felicità lessicale inventiva che non ha “significato”. Come Calvino ha potuto riscontrare, essendosi impegnato calvinianamente alla decrittazione con ogni fonte possibile, tra esse il traduttore tedesco, Ludwig Harig, l’unico che prima di Solmi ha tentato (e non concluso) l’impresa, malgrado una fitta corrispondenza con l’autore anora in vita.
Prezioso, in questa edizione Einaudi. La traduzione di Solmi, l’unica tentata e condotta a termine, è a suo modo anch’essa preziosa. Ma è altra cosa, senza l’allegra disinvoltura dell’originale. Effetto di un’inventiva lessicale-concettuale trabordante, il lettore ne è frastornato, anche in francese. Come di una creazione senza freni in campo linguistico. È Queneau illimitato.
Raymond Queneau, Piccola cosmogonia portatile, Einaudi, pp.195 € 15


martedì 26 dicembre 2017

Problemi di base amorevoli - 383

spock

“La donna e l’uomo sono come il fuoco e il legno” (Anonimo di Erfurt)?

La donna è fuoco e l’uomo legno, o viceversa?

“L’anima è più dove ama che nel corpo in cui è anima” (Seneca)?

“Quelli che amano di cuore non sono in grado di cerare un’immagine mentale del corpo dell’amato, quando è assente” (Anonimo di Erfurt)?

“Perché quelli che amano veramente desiderano e soffrono più di notte che di giorno” (Anonimo d Erfurt)?

“Chi ama è l’unico che può giurare e rompere il giuramento senza incorrere nell’ira degli dei” (Platone)?

spock@antiit.eu

Colpa e orgoglio ebraici

Uno dei racconti di “Addio, Columbus”, 1959. In originale con traduzione, di Vincenzo Mantovani. Sulla colpa di essere ebrei.
Il sergente Marx, reduce dalla cavalcata attraverso l’Europa all’inseguimento dei tedeschi, è confrontato in patria, nella caserma in cui addestra le reclute per la guerra ancora in corso nel Pacifico, con l’ebraismo rimosso. In persona di una recluta che dell’ebraismo si fa scudo, spendendo anche la memoria dei morti di Hitler – non si parlava ancora di Olocausto. Al punto da ricattare il suo sergente, che non si ritiene diverso per essere ebreo.
È un racconto sulla colpa di essere ebrei che diventa una forma di orgoglio. “Perché non vuoi essere come tutti gli altri? Perché devi sempre cercare il modo di farti notare”, obietta il sergente alla recluta strafottente. Che gli oppone una mozione degli affetti minaccioso - “Dicono che anche Hitler fosse mezzo ebreo”. La storia di un imbroglione, si direbbe in altro contesto. Ma nello specifico no, non è concesso.
Quando sul New Yorker del 14 marzo del 1959 apparve il racconto Defender of the Faith di Philip Roth”, racconta la copertina, “l’autorevole rivista fu sommersa da migliaia di lettere di protesta, nelle quali si esprimeva lo sdegno e la rabbia per il fatto che quel giovane autore ebreo, al suo esordio letterario, avesse avuto l’ardire di rappresentare un personaggio ebreo con quei tratti tipici della più becera pubblicistica antisemita d’ogni tempo: viziato, pigro, scaltro e manipolatore all’eccesso”.
Un racconto etnico. Giocato sull’inadeguatezza, ma come una difesa aggressiva.
Philip Roth, Defender of the faith-Difensore della fede, La Bblioteca di Repubblica-L’Espresso, pp. 95 € 2,90


lunedì 25 dicembre 2017

Letture - 329

letterautore

Caccia – Un “atto d’amore” la vuole Karen Blixen. Che era cacciatrice, e di caccia grossa in Africa, ma non senza argomenti (“Ombre sull’erba”, 48-9): “La caccia è sempre un rapporto d’amore. Il cacciatore è sempre innamorato della preda, e i veri cacciatori amano sinceramente gli animali. Ma nelle ore della caccia, più che innamorato, egli è innamorato dell’esemplare che sta inseguendo e vuole far suo; per lui non esiste altro al mondo. Solo che, in genere, l’infatuazione è unilaterale”.

Si potrebbe allora arguire dell’amore come di una caccia. Mortale?

Céline – “Verista” lo vuole Savinio analizzando Mascagni, la “Cavalleria rusticana”, per contestarne la novità – “verismo c’era nei miti di Eronda e nelle commedie di Terenzio, molto prima che in «Cavalleria rusticana» (s’intende la «Cavalleria» di Verga)”. Poi prosegue: “Verismo  veramente c’è in «Voyage au bout de la nuit» di Céline, dopo «Cavalleria rusticana», e nei film di Renoir”.
Non solo il “Viaggio”, in effetti, anche “Morte a credito” e i romanzi della guerra sono veristi. La lingua rutilante scalfisce solo un poco la rude materia.

Confessioni – Sono autofiction, ben prima di Rousseau, anzi dal debutto, da sant’Agostino. Apparati - atteggiati, costruiti, finalizzati (a effetto). Niente di patologico o terapeutico, un genere letterario.

Critica – È morta? Al cinema si direbbe di sì: non si riesce a vedere un film che in qualche modo corrisponda al giudizio critico. Sta succedendo ai film quello che è successo ai libri da tempo. Di cui si leggono come critiche autonome solo risvolti firmati, anche se a volte firmati, d’autore,  meglio se sintetizzati nelle fascette – tutto in linea con i “blurb” che la promozione a volte richiede. Tutto avviene come nella pubblicità: il messaggio e l’investimento fanno il prodotto – di consumo peraltro sempre più ristretto, immediato. Altro?
Quanto ai critici cinematografici, sarà come per quelli letterari: si limitano a sfogliare il kit fornito dalla produzione. Andranno pure alle prime e ai festival, ma per le belle presenze. Per scrivere si limitano a sfogliare i materiali che gli uffici stampa hanno preparato. A volte anche sofisticati, da lettori-redattori di gusto oltre che di mestiere. Ma non è una critica, è una promozione, e di seconda mano.

Doppie – Sono l’ingrediente dell’amore, della lettera d’amore, secondo Chiara Valerio, il suo racconto d’autore  “Il bagno è in fondo”, su “L’Espresso”, il cui personaggio a un certo punto diventa una lettera: “Una lettera d’amore deve essere zeppa di parole con le doppie. Sesso passione possesso eccesso fiamma concessione letto pazzia errore rabbia”. Ma odio non ne ha, che la lettera anima.
Valerio stessa in questa lettera di odio evita ogni doppia. E un veneto? Cosa raccontiamo quando raccontiamo la grammatica - al capitolo ortografia?
Doppi - Che legame c’è fra Philip Marlowe, il detective privato di Chandler, e Charlie Marlow, “un uomo molto discreto e comprensivo”, l’alter ego distaccato e risolutivo che Conrad interpone un po’ in tutti i suoi racconti dopo “Gioventù”, 1898, specie in “Lord Jim” e “Cuore di tenebra”? Probabilmente nessuno. La disambiguazione wikipedia reca una dozzina di nomi propri o toponimi Marlow o Marlowe, e non è detto che Chandler abbia letto Conrad. Ma piace evocarla, che Chandler faccia omaggio a Conrad: con la “e” finale o senza, i due hanno la stessa natura riflessiva e fermezza morale.
Sono entrambi un doppio. Conrad fa sua la pratica avviata dieci anni prima da Conan Doyle con Sherlock Holmes, a sua volta doppiato dal dr. Watson. Metaracconti di meta racconti. D’uso poi largo, specie nel giallo, fino al Montalbano-Camilleri. Il detective – demiurgo - non è un personaggio a sé, è un complemento: una proiezione. È un doppio.

Flaubert – Un fotografo e un pianista” lo vuole Savinio, Scatola sonora”, 379: “Anche la testa era di fotografo e di pianista”. Almeno il Flaubert di “Madame Bovary”: “Non sarebbe stata scritta, o perlomeno non sarebbe stata scritta i quel modo, prima della nascita della fotografia e del pianoforte; mentre «La tentazione di sant’Antonio» e «Salammbô» potrebbero essere stati scritti anche al tempo delle tiorbe e delle arpe Eolie”.

Italia – Non ce n’è molta in Conrad, (giusto un racconto, tra l’altro col titolo sbagliato “Il Conde”), ma precisa. Discutendo le critiche a “Lord Jim”, riferisce quella, riportata da un amico, di una signora italiana “che non aveva gradito il libro”, commentando: “È tutto così morboso”. Dopo “un’ora di ansiosa riflessione”, scrive Conrad, “sono giunto alla conclusione che – pur considerando che l’argomento in sé è piuttosto distante dalla normale sensibilità femminile – quella signora non doveva essere italiana”. Peggio: “Mi domando persino se fosse europea…” E per quale motivo? “In nessun caso un temperamento latino avrebbe  trovato qualcosa di morboso nell’acuta consapevolezza dell’onore perduto”.

Letteratura - Letteratour?

Liti – Quelle letterarie si sa che finiscono nel nulla. Sono frequenti, si può anzi dire che non c’è Autore che non sia in lite con tutti gli altri Autori, ma perché finiscono nel nulla e fanno indirettamente pubblicità – “purché si parli di me”. Eccetto un caso, finito drammaticamente, tra MaryMcCarthy e Lillian Helmann, che il “New Yorker” rispolvera con una vecchia cronaca di Dick Cavett, il critico letterario e animatore televisivo che la provocò. In un programma che conduceva nel 1979 sulla rete pubblica Pbs, al quale invitava spesso Mary McCarthy. Una volta che lei gli chiese di poter parlare bene in trasmissione di uno scrittore che riteneva sottovalutato, Cavett a un certo punto le chiese, come amo per il pistolotto cui teneva, se c’erano scrittori sopravvalutati. Al che McCarthy dimenticò i suoi propositi e si lanciò in una filippica, contro Steinbeck, Pearl Buck e, soprattutto, Lillian Helmann, “che credo terribilmente sopravvalutata, una cattiva scrittrice, una scrittrice disonesta, ma poi ormai appartiene al passato”. Incredulità: “Che cos’ha di disonesto?” “Tutto. Ho già detto in un’intervista che ogni parola che scrive è una bugia, inclusi gli «e»:e gli «il»”.
Lillian Helmann rispose l’indomani mattina all’alba con una citazione per danni, per 2 milioni 250 mila dollari, contro Cavett, McCarthy e la rete tv. “Almeno in quell’occasione fu di parola”, ammette Cavett. Che conslude:  “La causa paralizzò McCarthy finanziariamente e ne rovinò la salute”. La invitava spesso al suo show perché “era vivace, spiritosa, polemica, bucava lo schermo, e aveva quel sorriso”.


Scrittore – Traduttore di passioni” è in breve per Conrad, “Note ai miei libri”, 76.

letterautore@antiit.eu