sabato 7 gennaio 2017

Il mondo com'è (289)

astolfo

Aborto – Quello volontario è selettivo. Necessariamente, essendo una decisione propria. Ma lo è, di fatto, in rapporto a molti fattori di convenienza: il tempo, il genere, la paternità, la perfezione fisica del nascituro.
In Inghilterra, si legge, un nutrito gruppo di deputati ha proposto di vietare in modo esplicito l’aborto selettivo in base al genere, dopo aver scoperto che un terzo delle cliniche inglesi abortisce le bambine. Ma la magistratura ha già dichiarato che non vuole perseguire le cliniche perché “non è nell’interesse pubblico”. Anche molti ambienti del femminismo sarebbero di parere opposto ai deputati: “Se la donna non è felice del sesso dei figli può abortire: la scelta della madre va accettata fino in fondo”.
Sembra una posizione estremistica, ma non lo è, come dimostra il caso della Cina. Dove, come è noto, la politica del figlio unico, coniugata con la volontà ancestrale, contadina, di perpetuare la famiglia col figlio maschio, ha portato a una eccedenza spropositata in pochi anni di uomini rispetto alle donne. Al punto che oggi 35-40 milioni di uomini sono in sovrappiù rispetto alle donne.
Un fatto trascurato in realtà dal femminismo del culto del genere: in Cina si è verificata nei trent’anni del figlio unico la più grande discriminazione di genere al mondo. Tutt’oggi, anche dopo l’allentamento della politica demografica restrittiva, ogni 100 femmine nascono 116 maschi. Mentre la proporzione naturale (storica) sarebbe di 103 maschi ogni 107 femmine.
L’aborto selettivo è proibito per legge da alcuni anni in Cina. Il governo cinese, si legge nei siti governativi, condanna la cultura tradizionale, di origine contadina, che privilegia i maschi rispetto alle femmine. E per legge vieta i test del sangue per conoscere il sesso del nascituro. Ha anche deciso pene severe per chi, coppie o analisti, aggira la legge sotto questo aspetto. Ma la Cina pullula  di agenzie che inviano gli esami del sangue all’estero. È del resto pacifico che anche per questo, come per ogni altro divieto pubblico, un’eccezione è sempre possibile in Cina con una bustarella.
Nelle aree rurali del resto, anche nel pieno della vigenza del figlio unico, si chiudeva un occhio per le copie che avevano avuto una femmina: potevano riprovarci.

Demografia – Resta il fattore basico della potenza? Nell’ultimo secolo la popolazione degli Usa si è moltiplicata per tre volte e mezza. Quella della Cina e del Giappone per tre. La Russia è rimasta pressoché invariata. All’inizio del Novecento la Cina contava 400 milioni di abitanti, la Russia 135, gli Stati Uniti 75, il Giappone 47..
L’impero britannico era naturalmente il più popoloso un secolo fa.

Dote – In Cina è ora l’uomo che la paga alla donna, alla nubenda. Quaranta milioni di uomini più delle donne essendo stati l’esito della politica del figlio unico. E anche una vendetta della natura – o più semplicemente, in Cina è possibile, di una procreazione selettiva: la “politica” familiare essendo stata finora, per millenni, quella del figlio maschio, con la soppressione o l’abbandono delle figlie femmine. Ma molta antropologia, su questo semplice fatto demografico, è da rivedere, del dono e della dote.

Ebraismo - Per Herder gli ebrei non erano da rispettare per spirito di tolleranza, ma al modo come essi stessi si vedono e presentano, quale popolo eletto, e popolo del Libro, o della legge, della storia. “Il problema è poli-tico”, dice Herder: c’è poco da assimilarli o convertirli, c’è solo da riconoscere un’altra nazione, asiatica, in Germania e in Europa. E questa è già una visione ebraica – storica, genealogica – di presentare il fatto. Ha prevalso invece la politica ideologica, ribattezzata ideologia: l’ideologia tedesca. Che se non è razzismo è teologia. Come nell’ebraismo, che, dice Taubes, “è teologia politica, questa è la sua «croce»”.
Accomuna – accomunava - i tedeschi alle loro vittime ebree la legge del taglione, che si suppone biblica, e comunque è ebraica. Anche per l’inconsistenza, la falsa logica: la vendetta non ha vinto mai una guerra. L’odio di sé ebraico è alla radice dell’antisemitismo – ne è una delle radici, “il bisogno di sentirsi odiato per sapere che non si è commiserato”, nota Rilke di Thalmann-Wassermann. Donde la sottile sfida tra simili, seppure non consanguinei.

Editore puro – “Io credo nei giornali”: così Urbano Cairo si è presentato ai nuovi dipendenti della Rcs nel pranzo annuale che allestisce per gli auguri di fine anno ai dipendenti. È in effetti la prima volta, dopo quarant’anni, che la Rcs (“Corriere della sera”, “Gazzetta dello sport”, i maggiori quotidiani italiani, e periodici di varia natura) ha un editore-editore, dai tempi dei Rizzoli: nel mezzo è stata di proprietà della Fiat e delle banche. Cairo è del resto l’unico editore “puro” oggi su piazza. Carlo De Benedetti, padrone della maggiore concentrazione editoriale, L’Espresso-la Repubblica-La Stampa, è un uomo di finanza di vari interessi, molto proiettato anche sulla politica.
È solo in Italia che i giornali hanno sempre faticato a trovare un editore “puro”, interessato cioè al mercato giornalistico.

Pace - Nobel per la pace furono, prima di Obama, che ci lascia tante guerre, Kissinger e Theodore  Roosevelt, il presidente del “bastone”. Sono anche, insieme col presidente Wilson in quanto fautore della Lega delle Nazioni, i soli politici fra i circa cento premiati – con Willy Brandt, e col duo Begin-Sadat, questi per una pace vera, fra Israele e l’Egitto. Il premio è un omaggio alla pax americana?

Romolo Murri Sacerdote e politico, come del resto sarà qualche anno dopo don Sturzo, fautore dell’impegno dei cattolici in politica, contro la pratica vaticana del “non possumus”, si candidò e fu eletto deputato nelle liste socialiste. Ma fu subito scomunicato, nel 1909.
Gozzano lo descrive durante una vacanza in comune in montagna abbigliato in vesti muliebri: “L’on.le Murri si vestiva con la gonna della figlia dell’albergatore e andava in altalena”. Ma fu scomunicato perché eletto con i socialisti.  

Scomuniche – Romolo Murri fu scomunicato nel 1909 per essersi fato eleggere alla Camera dei deputati nelle liste socialiste. Non un prete fascista è stato scomunicato. Non uno nazista. Nemmeno il duce della Slovacchia, mons. Jozef Tiso.

Unità delle fedi – Fu anticipata in tempi calamitosi dal cardinale di Sant’Anastasia Michael von Faulhaber, quarto dei sette figli d’un fornaio e una contadina malgrado la particella, arcivescovo di Monaco, amico del futuro papa Pacelli quand’era nunzio a Monaco, autore nel ‘34 del libro della tolleranza “Judentum, Christentum, Germanentum”. Un prete, poi vescovo, che riconobbe il nazismo subito e gli si oppose, fin dal 1923, dal putsch fallito nella birreria. La Germania è piena di bella gente che si ignora.

astolfo@antiit.eu

All’opera (e operetta) in frack

Tanti walzer classici e trascinanti galop per il concerto scherzoso dell’Epifania. Che la forma concerto sterilizza, con i cantanti in primo piano, ingessati nello sparato – imbarazzato pure Neri Marcoré, la voce recitante che doveva spiegare cosa avrebbe dovuto succedere in scena. La musica di scena senza scena non ha senso. O allora si rappresenta da se stessa, come musica e canto.  L sessa sera Rai 5 celebrava Georges Prêtre  con la “Carmen” da lui diretta a Santa Cecilia nel 2005, con una parata frontale di soldati e toreri in frack, e donne al seguito in abiti firmati.
Johann Strauss jr., Il pipistrello, atto II, Concerti di Santa Cecilia

venerdì 6 gennaio 2017

C’è del marcio nelle inchieste romane

Un esposto di Pierluigi Roesler Franz, giornalista e membro del collegio sindacale dell’Inpgi, la previdenza dei giornalisti, conferma  le bizzarrie delle inchieste romane sulla corruzione al Campidoglio. Alla giudice Maria Paola Tomaselli, chiamata a decidere l’arresto dell’imprenditore Sergio Scarpellini e del Capo del Personale del Comune Raffaele Marra, furono prospettati falsi dati su una delle operazioni chiave di Scarpellini: l’affitto al Comune di un immobile in Largo Loria 5, lungo la Colombo, al quartiere Ardeatino, per 5,5 milioni l’anno, 6,6  con Iva, più 2 milioni e qualcosa per i s ervizi (portineria, pulizia), dal gennaio 2008 al luglio 2015. L’immobile si dice nell’ordinanza in capo alla società Milano ’90 di Scarpellini. Mentre è di proprietà dell’Inpgi, che nel 2007 lo aveva affittato alla società Milano ’90 del gruppo Immobilfin (Scarpellini) per un quarto di quella cifra, 2,1 milioni l’anno.  
Come è possibile che gli inquirenti non fossero a conoscenza di questi due dati? La proprietà dell’immobile, e l’affitto-subaffitto a prezzi quadruplicati? Forse perché l’operazione era stata congegnata da Scarpellini nel 2007, sindaco Veltroni - e conclusa pochi giorni prima che Veltroni lasciasse il Campidoglio per la non felicecampagna elettorale del 2008..
Roesler Franz non si dà spiegazioni. Ma ha inviato l’esposto a ogni possibile inquirente, a scanso di insabbiamenti: alla Procura della Repubblica, alla giudice Tomaselli, alla Procura della Corte dei Conti (vigilatrice sia dell’Inpgi, istituto di rilevanza pubblica, che del Comune di Roma…), all’Autorità anti-corruzione Anac. Roesler Franz non si spiega l’affare: il Campidoglio ha pagato oltre sette milioni l’anno d’affitto fuori dai valori di mercato – circa 50 milioni in più nei sette anni e mezzo di vigenza del contratto (i 71 milioni di affitto pagati dal Comune di Roma sono più del doppio del valore dell’immobile quale l’Inpgi lo contabilizza nel patrimonio).
Un secondo risvolto inquietante emerge dall’esposto di Roesler Franz. L’affitto anomalo era stato denunciato subito dai radicali. Una denuncia ripresa nella passata sindacatura dai consiglieri comunali grillini, in particolare da Virginia Raggi. Che ne ottennero la rescissione anticipata, in base alla nuova legge detta del “Fare” – è consentita la rescissione anticipata dei contratti risultati troppo onerosi per le casse pubbliche. Il sottinteso è: furono Marra, Romeo e gli altri dirigenti del Campidoglio cui Raggi si è affidata da sindaca a svelarle l’arcano? Si spiegherebbe così la fiducia di Raggi sindaco nei loro confronti. Ma allora gli arresti sarebbero stati pilotati: una vendetta e una messa in guardia. L’opera di corruzione di Scarpellini è di fatto molto più ampia di quella che ha portato all’arresto di Marra.

I personaggi aggrediti dall’autore

Una presa in giro. È un nuovo genere? Dei “mostri” normalizzati. Ma mette a disagio, solo quello: non si ride, non si piange, non ci si arrabbia. Sarà per la recitazione gigionesca imposta a Meryl Streep e Hugh Grant, che a ogni inquadratura ammiccano fuori della storia. O per la scelta di pochi minuti della vita di un personaggio che pure è stato sulla scena americana, musica e teatro, per sessant’anni, e quindi tanto scemo o pazzo non doveva essere. Alla fine, dopo un concerto-monstre a 75 anni alla Carnegie Hall, affittata per un evento privato, pochi giorni prima della morte, scopriamo che Florence Foster Jenkins sapeva anche cantare – da giovane certo. Il disagio cioè finisce nello sconcerto.
Il concerto cult cui il film ammicca, alla Carnegie Hall, fu una gazzarra di marines e altri militari cui la protagonista patriottica lo offriva. Ma i militari all’opera non sono buona cosa. Il “Fidelio”, cioè Beethoven, fu fischiato alla prima a Vienna nel 1805 perché spettatori erano i soldati di Napoleone. Il personaggio, Florence Foster Jenkins, non è una stupida e non è una vittima. Ricca ereditiera, aveva dovuto lottare contro i genitori, fino ad andare via di casa, per farsi la formazione musicale cui ambiva. Pianista, ebbe la carriera troncata dal marito medico, che sposò a 18 anni, per esserne infettata dalla lue. Si rifece col canto. E mentre creava e finanziava istituzioni musicali, si esercitava di tanto in tanto in sale pubbliche, con tanto di locandina e programma, ma in recital privati, a invito. Tutto questo è detto di corsa, in pochi secondi, qui e lì nelle pieghe del film. Il film è dell’ultimo anno, di Florence col secondo marito, un attore che ha scelto di farle da manager, in un matrimonio di grande affetto, anche se fanno vite separate per via della sifilide di lei. Mentre preparano il concerto d’addio. Due maschere di se stessi, molto istrionici.
Frears, maestro dell’understatement, anche biografico (“The Queen”), si è messo sulla strada di Fellini oltraggiosa, ma senza la malinconia. Più che un racconto, questo film sembra un’aggressione.
Stephen Frears, Florence

giovedì 5 gennaio 2017

Problemi di base tedeschi - 308

spock

Perché la Germania è sempre aggressiva?

Perché i governi tedeschi invariabilmente rendono i buoni tedeschi antipatici?

Perché  i tedeschi si vogliono meschini e invidiosi, se sono i più ricchi?

È per questo che non fanno più figli?

Ma lavora (fatica) di più un tedesco o un italiano?

E perché tanta filosofia in Germania e nessuna sapienza?

Perché Hölle, inferno, si dice in tedesco Helle, chiarezza?

spock@antiit.eu

Un Natale per scongiurare la fine

Una miniera, di miti, riti, tradizioni, di lettura affascinante. Come del resto tutto quanto De Simone scrive, e gli editori rendono introvabile – è sul mercato antiquario, a partire dai 200 euro…. (questo “Presepe” negli ET va su eBay a 80 euro). Qui dall’antropologia al folklore, compresa l’etnomusicologia.
Si discute molto, i maestri di scuola ne discutono, se il presepe non sia offensivo per i bambini mussulmani - da qualche anno meno, in omaggio al papa, essendo il presepe nostro francescano, ma sempre con disagio. Non sanno che si perdono – ma, certo, la scuola non deve allargare gli interessi dei bambini, deve al contrario disciplinarli, il millennio si vuole severo, severamente sciocco. Si comincia col “Natale precristiano” e col “Carattere notturno e infero del presepe”, con “la presenza dei morti”.
Roberto De Simone, Il presepe popolare napoletano

mercoledì 4 gennaio 2017

Lo scandalo immigrati è il terzo settore

Si continua a non vedere nella cosiddetta accoglienza degli immigrati che è un business per lo più sporco. Del cosiddetto terzo settore, delle onlus e le cooperative che lucrano sulla spesa sociale pubblica. Qui sui 35 euro giornalieri per immigrato. Basta guadagnarne uno su 1.500 immigrati da custodire e il guadagno netto è di 1.500 euro, al giorno. Risparmiandone cinque, il guadagno netto è di 7.500 euro. Ma è normalmente il doppio e il triplo.
L’economia dei c entri di accoglienza è semplice. L’alloggio è fornito dallo Stato o dal Comune, fuori quindi dei 35 euro di dotazione individuale. Molte suppellettili pure. La guardiania pure. L’abbigliamento viene dalle donazioni.  La spesa viva è per il soldo in contati all’immigrato, e per il rancio. Che si fornisce a pochi euro. Più l’elettricità, il gas, e le pulizie.
Un affare facile. Di cooperative finte - giusto per non pagare le tasse, o pagarne meno. Di avventizi, senza nessuna formazione specifica, né capacità di mediazione linguistica e culturale. Pagati i più con i voucher.

Web vs. giornalismo

È Grillo, un comico e un furbo - dovrebbe per primo applicare il tribunale popolare delle bufale di cui vagheggia al suo proprio sito. Ma è anche il web contro il giornalismo, o viceversa. Un giornalismo selvaggio, cioè, e quello professionale - di gruppo, controllato, fededegno.
Sono due mondi separati. Ma faticano a capirlo, sia i volenterosi del web sia i professionisti dell’informazione. Per comprensibili problemi di ambizione: il dilettante del web ambisce a fare il professionista e lo invidia, il professionista vorrebbe essere libero si scrivere tutto quello che gli pare come gli pare, come fa il navigatore solitario. Che però si solidificano in (piccole) guerre di potere: chi conta di più, chi fa l’opinione, chi decide le elezioni, etc.?
La guerra è continua perché è senza vincitori. Il web è troppo aperto, fatalmente per la parte limacciosa della corrente. I media professionali sono troppo chiusi, per gruppi di interesse o di potere – anche a costo di perdere copie e credibilità, come avviene da alcuni anni. O meglio: il web vince perché è nuovo e quindi comunque in ascesa, per piccoli o grandi balzi. I media annaspano, sotto i colpi del web, è vero, ma più per i loro propri difetti. Le dimissioni di Verdelli alla Rai, contemporanee alla lite Grillo-media, conferma che il giornalismo è autoreferente – e quindi perdente di fronte a un sistema aperto come il web. Dalla parte del dimissionario, il cui piano è intoccabile, e dalla parte del Raiume, l’incrostazione più autoreferente di tutte. Altrove, senza queste incrostazioni local, la partita è aperta.

Furbo Grillo

A pensare male come voleva Andreotti, il tribunale popolare di Grillo ha distolto l’attenzione dal suo nuovo codice etico, molto aggiustato sulle attese incriminazioni dei suoi: Raggi sarà incriminata e Grillo non vuole privarsene - Roma sarà ladrona ma è un bel bottino.
Come faccia Grillo a prevedere le incriminazioni, quella di Marra a suo tempo e ora quelle di Frongia, Romeo e Raggi, per la famosa chat whatsapp che intrattenevano con Marra, è il vero nodo. Ma è roba da bassi servizi.
Quello che a noi è concesso di sapere è l’uso esperto di Grillo della vecchia pratica della disinformazione, di annegare uno scandalo in un altro. Senza problemi: ha cominciato elencando  giornalisti fedifraghi o nemici, per alluzzare la curiosità, ha continuato scomunicandoli, e quindi, ’n coppa, il tribunale speciale. Delirio assicurato.
Roba da scemi? Sì, ma non si parla più del codice salvaraggi. Scemo, cioè, non è Grillo.

La filosofa innamorata

“La vita sorprende, non la puoi controllare”. “L’amore appare quando meno te lo aspetti”. Beh? “L’amore più perfetto porta in sé il germe dellincompiutezza”. Un tributo, forse all’innamorato e sposo Jacques, che evoca più volte, sempre paziente con le sua insistenze, quelle della noiosetta della vecchia pubblicità “mi ami? quanto mi ami?” – lei le chiama insicurezze, ma come si fa a credere una Marzano addottorata alla Normale, con Remo Bodei, professore a Parigi-Descartes a 36 anni, direttore del dipartimento Scienze Sociali alla Sorbona, deputato del Pd, maestra di saggezza in molti talk-show, insicura? A Jacques aveva dedicato già “La fedeltà o il vero amore”, e questo forse spiega tutto, ma che c’entriamo noi - a parte il suono nostalgico della parola (lo stesso Jacques non si sa a questo punto se invidiarlo, gli fischieranno le orecchie)?
“L’unico amore è quello che viviamo”, e questo va bene. Poi la filosofa ci racconta il suo proprio amore, e questo, non da amica, non da narratrice, ma da cosa vista – da donna pratica - con qualche profondismo, e questo non va. Molti filosofi hanno parlato dell’amore, in genere non il loro, insomma in astratto. Qui se ne parla in concreto, ma di Jacques non sappiamo neanche se è alto o basso, grasso o magro,  se filosofa o cucina, la sua devotissima ci parla di sé. Oppure: “Ora so che l’amore si nutre anche di dissenso”, cose così.
Un capitolo forse del lungo selfie che la filosofa ha avviato con “La fedeltà” e poi “Volevo essere una farfalla”. Giustamente premio Bancarella, il linguaggio è semplice. Molto. Troppo. Che la filosofa non   ambisca, esaurito il mandato parlamentare, al posto di donna Letizia? Cioè no, già l’ha avuto, su Vanity Fair”, prosit. “Quando di amore ce n’è tanto, il resto non importa”.
Michela Marzano, L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore, Utet, remainders, pp. 207 € 7

martedì 3 gennaio 2017

Secondi pensieri - 290

zeulig

Dandysmo – Più che un negarsi o nascondersi, dietro la riserva e\o apparati formali, è introspezione? È il dono – fisiologico, di conformazione nervosa? - del gaudium, o laetitia, di cui in Seneca. Il piacere che nasce da noi stessi in noi stessi. In opposizione alla voluptas, il piacere che viene da altri - «Il mio milidandysmo», si potrebbe dire, per ribadire con l’ironia il bisogno di autenticità.

Democrazia – Non è uscita bene dal Novecento, questa la verità, e forse la causa della sua crisi nel Millennio. Per la teoria e la pratica della guerra o mobilitazione totale, e del mercato, ugualmente totalizzante. Perfino l’orrore evoliano della democrazia torna democratico, nei milioni di morti della guerra totale. Democrazia diventa in questa dottrina della guerra il suo opposto, indifferenza alla massa.
Nelle due grandi guerre la morte dei milioni ha nutrito le democrazie.
Per effetto massa la vecchia arte militare intendeva la concentrazione degli sforzi, la guerra breve e chirurgica. La mobilitazione totale ha fatto massa dei braccianti eletti mitraglieri e carne da mitraglia, e dei milioni di vecchi, donne e bambini bersaglio facile a scuola, al mercato e in casa.  Lo stesso, in modi meno cruenti, fa il mercato.

Gelosia – L’idea del complotto, la formulazione e l’ossessione, può dirsi una forma di gelosia, e la gelosia una forma di delusione, verso se stessi e quindi verso gli altri. Ingenera il sospetto una certa dose d’ipocondria, in due forme. L’idea costante che gli altri tradiscono e vogliono il nostro male. E l’incapacità altrettanto costante degli altri e di noi stessi di essere all’altezza delle ambizioni.
Freud non ne ha parlato, il genio maligno. Proust sicuramente sì, nell’interminabile labirinto della gelosia, la propensione, come la dice da qualche parte, a “formulare sospetti atroci su fatti inconsistenti”. Ma i fatti non hanno bisogno di interpretazioni, non se si vuole uscire dalla paranoia.

Il complotto è esercizio logico prima che paranoico, e unisce tutti, quelli che convergono dall’isolamento. Tutto vi è ineluttabile, una volta recisi i ponti: come la gelosia, l’orrore si nutre di sé. Altra cosa dalla solitudine, il dialogo con se stessi che prepara all’incontro con gli altri e la vita - chi sopporta se stesso accetta gli altri (nella solitudine, spiega Arendt, “siamo sempre due-in-uno”).
Gelosia, invidia, faziosità sono esiti antichi del piacere della crisi, ed erano vizi che ora si nobilitano al coperto di Freud, c’è chi gode a grattarsi le ferite - è lo Strauss di Nietzsche, il “cultural tedesco”.
Crisi è quando si forza il moto, o si scardina per diletto, anche senza un piano.

Laicità È alla radice dell’inconsistenza (debolezza) dell’Europa, e forse anche dell’Occidente, per il malinteso che l’ha trasformata in ateismo, irreligiosità. Per il confuso senso del religioso che nutre la razionalità di massa. L’Is, il radicalismo islamico in genere, ne è il reagente: mancano le basi psicologiche per la scrematura e la difesa, dal momento che non si può più concepire che individui, gruppi di individui, masse, possano uccidere i deboli e gli indifesi, e farsi uccidere, per un dio. La razionalità laicista – a scartamento ridotto – vuole questi assassini invasati o fanatizzati, o pagati o drogati. Non sa concepirne una personalità salda e vincente, seppure distruttiva, in forza di una fede. Non sa concepire un nemico per motivi di fede – per i soldi magari sì (le mafie), per la religione no. O allora fa della religione la pietra dello scandalo e la colpa.

I lumi della ragione laica vengono dal pietismo. Dalla fede per autocombustione: devozione mistica e libertà di pensiero vanno insieme, dentro e fuori le logge. Si sono avuti i criptocattolici e i gesuiti protestanti. Comune è la Bibbia, e l’ideale della Bildung, la vita come formazione.
Laica fu istituzionalmente l’Italia per mezzo secolo ma non ne è nata un’etica, al contrario.

Senza religione ci sono più o meno stragi? È lo stesso, ma per difendersene bisogna entrare in una mentalità religiosa, sia pure della libertà.

Occidente – Non è a disagio nel suo materialismo? Se è arrivato al punto di reagire come i colonizzati: col rifiuto di tutto se stesso, comprese la filosofia, per illusoria che sia, e la scienza politica. Compresa la tolleranza, se i diritti dell’uomo non sono ideologia borghese.
Ma questo negarsi, per quanto manipolabile, in vista della Fine della Storia, non è la fine di una civiltà sbagliata, come Marx in un momento di ebbrezza ha pensato, è il suo lato peggiore. Compassionarsi è il lato peggiore di ogni civiltà, la stupidità esiste. Questo i colonizzati si dissero infine: svegliatevi, ribellatevi. Ai buoni sentimenti.

Oriente – Si vuole posticcio, c’è un perché? Per Marco Polo e i gesuiti, e fino all’illuminismo, l’Oriente è il regno della ragione e la tolleranza, di filosofi e poeti. Compreso l’islam, in qualche modo orientalizzato, da Avicenna (che, è vero, è persiano) e Averroé (che invece è arabo di Spagna).
È la cattiva coscienza dell’Occidente? Ma perché lo sarebbe, in virtù di che?

Sacro Sepolcro – È stato a lungo un tema favorito, forse più di ogni altro, della poesia epica e drammatica - è ancora il punto d’arrivo di Goffredo di Buglione e della “Gerusalemme liberata”. Nonché, prima e dopo, delle avventurose ricerche del Graal, dai cavalieri della Tavola Rotonda a Dan Brown. Un’immagine e una proiezione della fede religiosa, tanto condensata a nessun fine.

Tolleranza – Si fece politica a Amsterdam a fini commerciali. Gli stessi che a Roma, Ancona, Venezia praticava con profitto il papa.
È nata, in atto, come separazione. A Venezia detta ghetto, in Sud Africa a lungo apartheid. ogni nazione, religione, tribù vive accanto e non con le altre. L’Olanda aveva fino a recente, e ha probabilmente tuttora, i diversi “pilastri”, luterano, cattolico, laico (massonico), ebraico, anche nelle squadre di calcio.

Verità – Importa a Dio, e da questo punto di vista è nota, nei vari sacri testi. Per l’uomo è un perturbante, dice Freud, impedendo la tolleranza, la quale vuole ragione, e ne svia lo sviluppo.
Avventura appassionante, rigettare la verità per consentire all’uomo di vivere, in qualche modo. Meglio – con più o meno verità?

La storia è avvincente dopo Lessing, diventando, per essere educatrice del genere umano, superflua quando l’uomo è maturo. O comincia con l’accesso dell’uomo alla maturità, e allora apre una prospettiva infinita: scrivere la storia è approssimare la perfezione – la fine della storia – approssimando la verità. 

zeulgi@antiit.eu 

Di chi è figlio l’Is

Nella rivendicazione della strage di san Silvestro a Istanbul l’Is afferma di aver punito la Turchia perché “infedele”. Infedele un paese che si sta portando, sotto il califfo laico Erdogan, alla sharia?  Con soprusi di ogni genere sulle donne recalcitranti, compresa la menomazione dei diritti civili, e carcerazioni e ostracismi di massa, non esclusi gli assassinii. No, è una guerra tra ortodossi, sono sempre state le più brutali – guerre per l’esclusiva.
La vendetta dell’Is fa emergere le passate complicità. Finora indimostrate, anche se nei fatti. L’Is non nasce per germinazione estemporanea, nel deserto: nasce strutturato, finanziato, armato. E arriva a occupare due grandi paesi arabi, Iraq e Siria, quasi tre con la Libia, tutti quelli che le petromonarchie puntavano da tempo a destabilizzare – ad annettere al sunnismo ortodosso. Nasce nell’alveo della Fratellanza Mussulmana. Al quale Erdogan appartiene.
La Turchia diventa infedele da quando Erdogan si è messo con la Russia, che il vero anti-Is. Erdogan in crisi con gli Usa ormai da un anno, dall’appoggio americano ai curdi iracheni e siriani, e dai funerali di Cassius Clay. E non più finanziato dall’Arabia Saudita, da un paio d’anni, dalla crisi fiscale del reame indotta dal crollo del prezzo del petrolio – innescato e alimentato dalle stesse petromonarchie per mettere fuori mercato l’industria petrolifera nordamericana (Canada e Usa) degli scisti bituminosi.

Il paradiso è meglio all’inferno

“Machiavelli aveva Belfagor come spirito guida, e anch’io spero nell’inferno”. La parodia? “In fondo Joyce  fa la parodia di Omero, Picasso di un intero museo, e Stravinskij di Wagner”. Il Novecento è “un secolo che si morde la coda, si apre con le “Maschere nude” e i “Sei personaggi” di Pirandello, con “L’uomo senza qualità””. Bizze, battute e invenzioni di un cavallo di razza, abbastanza per averne di durature.
Paolo Poli non fu autore, solo attore e regista. Ma un interprete capace di ricreare i testi. Specie quelli “non letterari”, non censiti dagli annali, di tante sue memorabili riproposte, dai santini al genere Carolina Invernizio. Scarlini ne ha compilato un campionario vasto – non esaustivo, altre voci continuano a uscire, oggi per esempio sulla “Stampa” c’è un “Maria Callas” – di centocinquanta voci circa.
Poli era fertile di annotazioni, nei tanti suoi volumi (“Rita da Cascia”, “Carolina Invernizio”, “Telefoni bianchi e camicie nere”, 1975, “Giallo!”, “Mistica…”, “Giuseppe Giuseppe. Filastroccaio verdiano”…). Scarlini ne ha tratto un campionario tematico. Con molti aneddoti e memorie, di Roberto Longhi, Emanuele Luzzati, Monica Vitti, Palazzeschi, Pasolini, Moravia, Fellini, Fo, Penna e tanti altri, tutti fuori ordinanza, dal vivo. “Adamov venne a Milano per lo spettacolo”, la sua commedia “Paolo Paoli”: “Io gli proposi di vedere i monumenti, ma lui voleva le puttane”.
Luca Scarlini, a cura di, Alfabeto Poli, Einaudi, pp. 171 € 18

lunedì 2 gennaio 2017

La caduta di Obama

Mai un presidente uscente aveva fatto tanto quanto lui, e male. In genere i presidenti non interferiscono nella transizione, Obama no. Cioè sì, strafà. Ha cacciato, senza nessuna urgenza, trentacinque diplomatici russi. Ha annichilito la Clinton con l’ovvio, che un altro candidato al suo posto avrebbe stravinto. Denuncia il sistema elettorale americano. Questo con qualche merito: è la secondo volta in pochi anni che il andidato con meno voti diventa presidente, grazie ai Collegi Elettorali statali: avvenne con Bush jr, contro Al Gore, e questa volta con un divario di voti enorme, 2,8 milioni in più per Clinton. Ma Obama è acido, collerico, cattivo. Tanto che l’America bella-e-buona si deve affannare a rimediare, mettendo in primo piano Michelle, che male non ha fatto.
Trentacinque espulsioni sono qualcosa che non era mai successo, nella peggiore guerra fredda. Senza urgenza e senza motivazione – l’interferenza nella campagna elettorale è una bufala metropolitana, demenziale (che Trump sia il presidente della Russia). Dire la Clinton un’incapace è anche facile, una che era partita con una serie di vantaggi, contro un concorrente che invece accumulava solo handicap. Ma perché non rimediare in tempo? La sconfitta è anche la sua.
Il vuoto nel quale è caduta la cacciata dei russi la dice tutta sulla caduta di Obama. Di politiche e strategia prima che di stile. L’ironia con cui la dichiarazione di guerra è stata accolta a Mosca è anche peggiore, più offensiva, dello sconcerto degli alleati. L’ultimo atto di una guerra insensata che Obama ha voluto muovere, sul terreno europeo (Ucraina) e mediorientale (Siria, petroterrorismo), vede per la prima volta una presidenza americana senza più leadership sull’Occidente. Né morale, né di credibilità, giusto militare.

Berlusconi, il ritorno – senza morale - 23

Non lo turba la cessione del Milan – a cinesi sconosciuti. Non lo turba l’assalto di Bolloré – magari ha pure deciso di salvare Mediaset in man sicure, invece che in quelle dei figli di tante famiglie. Non ha più bisogno di fidanzate e cagnette. Non lo turbano i processi della Boccassini – ci abbiamo fatto il callo tutti. Non si sente rottamato, dopo la tranvata del giovane rottamatore, e anzi in discreta compagnia – Grillo, Bersani, D’Alema, Fini sono anche loro vecchi arnesi e quasi coetanei. E dunque?
Tornano i verdiniani da Berlusconi, dopo gli alfaniani. Forse co qualche leghista. E lui dice: “Matteo e Denis? Li ho fregati io”. Morale?
Tornano da Berlusconi i verdiniani, dopo gli alfaniani, dopo essersi fatto un giro da ministri o sottosegretari – o non averlo fatto, e quindi delusi, molto. Morale?
Tornano i verdiniani, dopo gli alfaniani, da Berlusconi, che li accoglie come il buon padre col figliuol prodigo. Ma non era stato lui a volere un impegno scritto contro la defezione dei parlamentari eletti nelle sue liste? Molti se ne erano andati col pretesto della libertà di mandato, del diritto\dovere di rappresentanza popolare, etc.  Morale?
È un ritorno, questo di Berlusconi, senza morale. Ma con i voti?
La transumanza è tipica e endemica dei partiti di Berlusconi. C’è una ragione?
Certo, il convincimento, la forza della coscienza, il libero mercato politico. Ma dopo avere occupato di forza larga parte del mercato. Un caso di abusivismo eccezionale, pur nel paese dell’abusivismo.

Ombre - 348

Il presidente turco Erdogan non voleva che si celebrasse il Natale, faceva discorsi contro. Nemmeno il Capodanno voleva. Vuole portare la Turchia al calendario mussulmano? Niente male, le toglie sei secoli e qualcosa.

Poi qualcuno ha preso Erdogan  in parola, uccidendo a raffica chi festeggiava Capodanno, e il presidente della Turchia si è arrabbiato. Voleva ucciderli lui?

Su formiche.net Manola Piras pubblica gli scambi affettuosi nel 2014, mentre si svolgeva l’inchiesta della Procura di Bergamo su Ubi Banca, tra Bazoli, indagato, e Ezio Mauro, allora direttore di “Repubblica”. Si era appena concluso un aumento di capitale del “Corriere della sera”, nel quale solo la Fiat aveva investito, e Bazoli, che non ci ha messo un euro, non sa che parlarne in termini spregiativi, di imprecisate “porcherie”.

A Bazoli, dominus del giornale concorrente, seppure in via d’uscita, Mauro non sa dire che: “Sei di nuovo dentro una bufera. Ma se tu lo tieni in mano (il giornale, ndr), io sono tranquillo”. Nel senso che il “Corriere” di Bazoli non gli faceva ombra?

Morale della favola? La morale non c’è. Subito poi la Fiat ha lasciato il “Corriere della sera”. Mauro ha lasciato la direzione di “Repubblica” - ma sempre ben retribuito e apprezzato. La Fiat ha ceduto i suoi giornali a De Benedetti, cioè a “Repubblica”.
Le intercettazioni bergamasche, che non configurano un reato, sono da lamentare. Ma, se non c’è un reato legale, che dire delle deontologie?

Luca Bergamo, già candidato con l’Ulivo di Veltroni, collaboratore di Rutelli e Veltroni sindaci di Roma, quindi renziano, dopo un passaggio con Fassina,  ora vicesindaco di Roma mandato da Grillo, complica il Capodanno ai romani chiudendo metà dei lungoteveri, e senza mezzi pubblici:  un ingorgo di molte ore. Ma è simpatico ai cronisti romani, veltroniani, fassiniani, renziani e grillini, che quindi ne dicono meraviglie. Poi dice che c’è il populismo.

Francesco Giavazzi si chiede sul “Corriere della sera”, sulla scorta di Schaüble, il ministro tedesco, se l’Italia non abbia “ancora completato la ristrutturazione richiesta dal processo di globalizzazione. Cioè se sono ancora molte le imprese che debbono chiudere per essere sostituite da aziende nuove e più adatte al nuovo contesto internazionale”.  Lo dice da liberale, da studioso, da piccolo ras – è frequente il tipo all’università? Il “processo”, già.

Il professor Giavazzi pensa che la Germania abbia chiuso le aziende e le abbia ricostituite “più adatte al nuovo contesto internazionale”. Un economista che pensa che le aziende si chiudono e si aprono a programma.

Sui “50 Most Exciting Artists in Europe” di Artnet, il magazine online americano, la metà sono di Londra, 24. Forse perché parlano inglese. Altri 15 sono di Berlino, dove ormai si parla inglese, seppure teutonico. Di europei a New York ce n’è uno solo. Zurigo non ha artisti, Milano neppure.

Fabio Pisacane, 30 anni, terzino del Cagliari, è eletto calciatore dell’anno. Per aver vinto da ragazzo una malattia paralizzante, aver denunciato da calciatore di serie B o C un tentativo di corruzione, per essere infine approdato, quest’anno, alla serie A, col Cagliari. È premiato in Inghilterra, non in Italia, dal quotidiano “The Guardian”. Di Pisacane si parla in Italia perché i giornali inglesi ne parlano.

Mozione degli affetti per Tevez alla Juventus due anni fa, quando, a malincuore, chiese il rimpatrio – “voglio finire la carriera in Argentina”. Lacrime, e cessione gratis al Boca Junior. Ora lascia l’amata patria per la Cina, a 40 milioni, netti, l’anno.

Paolo Valentino in prima pagina sul “Corriere della sera” è già al 2020: “C’è feeling tra Putin e Trump. Ma quanto durerà? Poco, sembra trapelare dal Cremlino, perché non è detto che il magnate sarà rieletto”. Elementare, Watson.

“Trovo francamente incredibile che solo quattro giorni dopo il fallimento dell’aumento di capitale di Mps qualcuno renda noto che la Bce ha avvisato che servono 3,8 miliardi di euro in più. È  allucinante”, etc. Nicola Borzì, giornalista del “Sole 24 Ore”, si affida a facebook per dire la verità, di una gestione assurda, tra banca senese e banche centrali, di una vicenda potenzialmente catastrofica. Il giornale non aveva spazio?

Un Occidente da operetta

Confidato quest’anno a un maestro giovane, e del Terzo mondo, Dudamel è venezuelano, alla fine di un anno che ha visto l’Austria votare due volte per scongiurare – di poco – una presidenza estremista, il giorno di uno dei soliti attacchi islamici a tradimento ai giovani occidentali, il concerto viennese di Capodanno è stato singolarmente afono, e anzi stridente. Vienna è “città di tutti”,  come Parigi, come anche Roma: accoglie e non esclude. Ma polke e walzer hanno risuonato più che mai da operetta.
Gustavo Dudamel, Concerto di Capodanno. Vienna 2017

domenica 1 gennaio 2017

Letture - 286

letterautore

Diritti – Amy Schumer, attrice comica televisiva, ha strappato 9 milioni di dollari come anticipo al gruppo editoriale Usa Simon & Schuster per il suo ultimo libro, “The girl with the lower back tattoo”. Dove, è vero, si mostra in copertina nuda di schiena.

“Da noi procaccia dollari l’inchiostro”, aveva ragione Ketty, l’americana giovane legnosa –“le mammelle assenti… \ vergine folle da gli error prudenti” - che Gozzano si ritiene in dovere di corteggiare in India. In Italia invece alimenta “una casta felice d’infelici”. Nei diritti –  il capitale – è l’essenza della letteratura, tra creativa e di riporto?

Editoria – Era un fatto intellettuale non molti decenni fa, ancora negli anni 1970: di letterati, storici, filosofi, scienziati, cultori del tempo libero- Ed era un male, era risentito come un male, perché i libri si vendevano poco e male. È ora specializzata nella vendita. Ma all’accesso opposto,  del “tutto subito”, il best-seller della prima o seconda settimana. Operazione per la quale all’editore si richiedono speciali qualità di marketing, in libreria e fuori, e di comunicazione media. È un settore prettamente commerciale – anche la scrittura vi è subordinata: si scrive quello che sul mercato va, e come va sul mercato.

Gozzano – S’illustra Gozzano in copertina con “La cocotte” di Monet (Feltrinelli), che è datata 1875 ma è di un mondo prima – la cocotte di Gozzano è una ragazza che gioca alla seduzione non una che riceve in casa, civetta e non affarista. E con specchiera di un secolo fa, ricoperta di trine e galette (Sellerio). Mentre se ne afferma la modernità. Lo si confeziona antico per non venderlo? I lettori di poesia sono lettrici di una certa età, comunque nostalgiche? 

Metastasio - Wagner dice Metastasio “il più accomodante dei servi”, ed è vero, per troppe cose Wagner è insopportabile.

Mogli – “L’autore è sua moglie” ritorna, esercizio che sembrava in disuso, dopo i casi celebrati di Orwell e Terzani – dopo un po’ di scandalo, che non fa male. Ora riprende quota con Francis Scott Fitzgerald: Francis Scott Fitgerald era sua moglie Zelda, le saccheggiava i racconti, e poi la rinchiudeva tra i matti.
Ma non è una novità, Fitzgerald è da tempo una colonna del gossip. Che è ormai un dossier robusto. Ci sono le mogli di Brecht, alle quali egli rubò versi e idee, la moglie di T.S.Eliot, che le poesie gliele scriveva, Zelda Fitzgerald in altro assetto, la moglie snob che invidiava il marito, quella di Cesare ignota, la contessa Tolstaja naturalmente, e le donne triestine di Montale, alle quali il Poeta avrebbe rubato immagini e suggestioni. Un capitolo a parte è la moglie di Remarque, che dopo avergli rivisto “Niente di nuovo sul fronte occidentale” e scritto l’ultimo capitolo, lo lasciò per il muscoloso Ruttmann, il regista. C’è anche la “Zuleika” di Goethe, Marianne Jung, coautrice del “Divano”, per essere riuscita a sottrarre al grande vorace alcune ottime poesie e a pubblicarle in proprio. Senza dimenticare Sibilla e Quasimodo, con Cardarelli, Asja e Benjamin, Frida e Trockij - le segapalle. Anche la moglie di Omero sarebbe niente male, chissà quante gliene ha raccontate, se non che c’è l’Omero donna, almeno uno, di Samuel Butler.
Non ci sono invece mogli di artisti. Neanche di filosofi. Non si può vivere evidentemente – immaginare che si possa vivere - accanto a uno che pensa, sempre all’opera, anche quando dorme. A un monumento, che immagina e non conversa. Kierkegaard giustifica la sua bizzarra raccolta di prefazioni a libri che non ha scritto col pretesto che la giovane moglie non vuole che scriva, che si vuole tradita dai suoi progetti di libri peggio che da un’amante. Ma Kierkegaard non aveva moglie.

Ariosto chiede serio alla seconda strofa il permesso, dopo aver ricordato Orlando, “che per amor venne in furore e matto”: chiede a “colei che tal quasi m’ha fatto”, l’amante Alessandra, “che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima”, un po’ di pazienza.

Sherlock Holmes andrebbe bene donna, moglie di Conan Doyle, travestita naturalmente – andrebbe bene allo scrittore, e spiegherebbe molte cose, a cominciare da Watson, acume compreso.  

Opera – È mediorientale prevalentemente. In quantità se non in qualità. L’opera in musica, il melodramma. Specialmente agli inizi del genere, ma fino a tutto l’Ottocento. Sulle tracce della letteratura d’evasione, dei primi romanzi - seriali: “Artameno il gran Circasso”, 8.500 pagine, dieci volumi, “Almahide la schiava regina” otto, “Ibrahim il gran Bassa” quattro.
Semiramide è protagonista di almeno un centinaio di opere in musica. Il solo Metastasio ha un catalogo interminabile di e sul Medio Oriente – se ne può dire anzi uno specialista preventivo: “Adriano in Siria”, “Alessandro nelle Indie”, “Achille in Sciro”, “Demetrio”, “Zenobia”, “Ciro”, “Artaserse”, “Didone” e “Catone in Utica” (la questione mediorientale copre anche il Nord Africa). Coi tanti Antigono, echi della maschia Antigone di Sofocle, Armide, Zaire, Zaide, Zelmire e Giuditte trionfanti – che però è un altro genere: l’amante nastratrice è universale. Händel gli fa concorrenza, anche lui operista fluviale: “Almira”, “Radamisto”, “Giulio Cesare in Egitto”, “Alessandro”, “Siroe”, “Jephtha”, “Serse”, “Tolomeo”, “Esther”, “Berenice”. Anche Mozart ne fu contagiato: “Idomeneo”. “Thamos re d’Egitto”, “Mitridate re di Ponto”, “Zaide”, “Il re Pastore”, “L’Oca del Cairo”, “Il ratto del serraglio”. Di più Rossini, che però fu più prolifico: una “Semiramide” ovviamente, “Demetrio e Polibio”, “Ermione”, “Adina”, “L’italiana in Algeri”, “Maometto Secondo”, “Il Turco in Italia”, “Armida”, “L’assedio di Corinto”, “Aureliano in Palmira”, “Ciro in Babilonia”, “Mosé in Egitto”, rifatto ampliato in “Moïse et Pharaon”, “Ricciardo e Zoraide”, “Zelmira”.

Redattore – Quello editoriale – l’editor di tante saghe americane – si celebra in Italia dacché, da una ventina d’anni ormai, non ha più una funzione. Se non fiutare il filone commerciale di successo e le proposte che vi si adeguano. Mantiene la funzione classica del nome, ma in quanto riscrittore o adattatore delle “proposte d’autore” al tema e al linguaggio del momento. Una sorta di “negro” all’inverso: ci mette l’opera ma non il nome.
Se si ristabilisse un clima giuridico, o anche solo sindacale, di protezione del lavoro, molte cause celebri potrebbero vedersi promosse sui diritti dei migliori best-seller, tutti palesemente opera redazionale.

Tramine – Quelle dei film sono straordinariamente (quasi) tutte fasulle.  Non ci danno nemmeno per caso. Nessuno vede i film che sintetizza – basandosi su comunicati stampa? Non si sa sintetizzare una storia in poche righe? Si fanno sbagliate di proposito, ma a che scopo? Ma è spesso inaffidabile, in fatto  trame di film, anche wikipedia. E allora?

Usa – Patria di scrittori iperletterati, ipercolti. Anche ora – da un paio di generazioni ormai – che non sono più New England dipendenti, non si allineano col birignao di Nord-Est. Si direbbe il contrario, essendo gli Usa (anche) la Dollaria di Pound e Freud. Avendo obliterato stesso Pound. Dopo avere esiliato Eliot a Londra, come in parte Henry James. E respinto Joyce alla dogana. Dopo aver sempre respinto caparbi Dante: nel 1860, quando fu infine tradotto, Harvard ne boicottò la pubblicazione, per essere il poeta indecoroso, medievale, scolastico, cattolico, e l’opera sconciamente una commedia. Ma i suoi autori, ladri, pugili, lava-piatti, sono iperletterati. Anche quando scrivono d’occasione, per il mercato, malinconici, quelli che ci hanno provato, Jack London, Hemingway, Melville, Plath, Sexton, Foster Wallace, e quelli che si annegano nella droga, la misoginia, la misantropia, l’alcol, Poe, Dickinson, Henry James, Ginsberg, Kerouac, Dick. Il più corrivo e commerciale di tutti, Dick, è costruitissimo, di filosofie non superficiali e di molta teologia. “Sulla strada” è ipercostruito, per riscritture evidenti, anche redazionali, forse per progetto: il mito della prosa spontanea si nutre con applicazione.

letture@antiit.eu 

Nostro padre Gozzano

È il più pubblicato. È il più on demand? La poesia più proposta, forse per i cento anni della morte, fino a ieri, se non più letta. Se ne pubblicano tutti i racconti, per bambini e non, in più edizioni, e non solo perché è fuori diritti - manca giusto Garzanti all’appello, la cui edizione 1960 delle poesie, voluta da Attilio Bertolucci, invece sarebbe stata indispensabile, quella presentata da Montale. Lo stesso per le corrispondenze dall’India, e altre prose sparse.  In sintonia col tempo, che è tornato piccolo piccolo, dell’Italietta, un po’ triste un po’ lagnosa? A leggerlo, non si direbbe.
L’edizione Feltrinelli si segnala per l’apparato critico-bibliografico di Luca Lenzini, bibliotecario a Siena, e per la folgorante introduzione di Pasolini – “in una mattinata, ho riletto tutto d’un fiato le poesie di Gozzano”. Pasolini ricalca Montale, che non cita, dell’edizione Garzanti 1960 - l’unico editore che ora trascura Gozzano…. Ma pazienza. Di entrambi la lettura è del poeta narrativo.  Coevo all’Imaginifico D’Annunzio, e post-verista, ma di suo molto “moderno” in questo, che la poesia fa non più lirica o evocativa, ma pratica e fattuale, discorsiva. Solo apparentemente facile e corriva.
Lenzini va più in là. Mette in campo pure Pirandello. Della raccolta “I colloqui”, “per unanime ammissione il suo capolavoro”, ripropone anche lui l’anamnesi di Montale, che cita, presentandola come “romanzo di formazione”.  Con sottofondo di Nietzsche-Schopenhauer, la “tradizione decadente della coppia”. Senza trascurare i più modesti Paul Bourget e Barrès, epitome del decadentismo. Compresi Thomas Mann e Puškin per la parodia. Esagerazioni, insomma, nell’altro senso, della beatificazione. Sereni l’aveva letto perfino in chiave fenomenologica, nella tesi di laurea con Banfi – nella lettura che di Sereni dà Laura Barile.
Resta che Gozzano non è più il “crepuscolare” da manuale, seppure antemarcia – né il poeta per signore. Pasolini-Montale lo accosta ovviamente a D’Annunzio, ma anche a Leopardi e a Dante. E – con Serra – a Flaubert, “nella scelta sapiente delle parole”. Montale a tutti questi aveva aggiunto Puccini (il romanzo nel melodramma, il romanzo cantato) e Ariosto. Attilio Bertolucci e Sereni, molto secondo Novecento, lo leggevano come un mentore e un compagno di strada. Lenzini, con innumerevoli puntute annotazioni verso per verso, parola per parola, più di quelle di Sanguineti, curatore dell’edizione 1973, che Einaudi riedita, lo accosta per echi e calchi al mondo tutto – anche a Virginia Woolf, anche alla “Ricerca”…: uno scrittore delineando da distopia borgesiana, del ridiciamo il già detto. Mentre si fa leggere, semplice. E non per le frasi famose – “Non amo che la rosa che non colsi”, et similia.
Gozzano non era il doganiere Rousseau della poesia, un poeta della domenica. Non un dilettante, né un filone di signore insoddisfatte e di sartine facili. È poeta di cose viste, vissute o immaginate, ma curato. Di rime fitte, virtuosistiche ma non necessariamente ingegnose – ne “Il responso” si inseguono a metà verso, un’esibizione di bravura non sgradevole. Di versi e situazioni per più aspetti memorabili – melodici, cantanti, sorprendenti, epigrammatici. La “Signorina Domestica” (“La signorina Felicita” rifinisce a lungo, per un effetto di “tenuità volutamente dimessa (benché a rima triplice)”. È anzi un traghettatore di livello tra l’Ottocento e il Novecento, che contiene quasi tutto, fino a Quasimodo e Luzi e compreso Pasolini – con l’eccezione di Ungaretti. Compresi, per molti aspetti, i suoi nemici dichiarati:  il coetaneo Saba, 1883, e i quasi coetanei Palazzeschi, 1885, e Cardarelli, 1987. Di linguaggio libero, per esempio sul sesso – a Ceylon, nell’albergo inglese dove “convengono i vizi di tutto il mondo”, cogita “poesie atroci”, di cui ha scritto “Ketty” e ha lasciato titoli del tipo “In anum libidinosam”. La quarta di copertina della vecchia edizione Garzanti, che sa di Bertolucci, ne fa un precursore: “Gozzano inaugura, non solo cronologicamente, con la sua personalità intensa e solitaria, la storia della poesia italiana contemporanea”.
Poeta umbratile, si dice – gli stereotipi si inseguono su questo poeta, che pure è morto di pochi anni, e tutti molto visibili, testimoniati da lui stesso e da altri, quasi esibiti, conoscibile quindi più di ogni altro. Molto biedermeier, invece, si direbbe, volendo collocarlo in cornice, un riferimento meglio aggettivale che umbratile. È a quell’epoca che Gozzano rinvia, che per la verità umbratile non era, e anzi piuttosto sfrontato, ma sì chiuso, anche lui con le tendine alle finestre. Senza filiazioni, né dirette né indirette - biedermeier viene un secolo (quasi) prima, in tutt’altro mondo: per germinazione però dallo stesso ambiente-ceppo, delle “buone cose di pessimo gusto”. A proposito delle sue “poesie più sicure” Montale evoca “la perfezione del quadretto, della stampa antica. È un miracolo che non cadano nell’oleografico”. Ma non vecchio per questo né polveroso. Non, evidentemente, oggi per il lettore di poesia.
E il coetaneo Kafka? La stessa malattia, la stessa incapacità – risentita, sofferta - di amare, l’ossessione della donna, e la colpa (l’ossessione) di una incapacità di amare, cioè di amare una donna. Kafka che Max Brod e il biografo Stach dicono tormentato” dal sesso, nonché – Stach – “incessante donnaiolo”. L’amore ridotto nei “Colloqui” a n prima (“il giovanile errore”) e a un dopo (“reduce dall’Amore”), nel mezzo ponendo la Morte. Di sé lamentando con Serra “arida selvatichezza” e “spaventosa insensibilità”. Senza l’imputazione della colpa al padre e al mondo, che però affiora altrettanto ossessiva e ripetuta. E senza il “riconoscimento”, naturalmente: Gozzano morì che era famoso, Kafka sconosciuto. L’alter ego di Gozzano, “Totò Merùmeni”, maccheronico per heautontimorùmenos, è il “punitore di se stesso”. Convivere con la morte, con la malattia mortale, è questa l’origine del disagio, del senso di inadeguatezza? Comune è pure la passione entomologica. E per le scienze in genere, l’esattezza – ad Amalia Guglielminetti annuncia un  libro di lettere non spedite, in materia di Fisica, Astronomia, Meccanica – quelle sulle farfalle, le “epistole entomologiche” con quel titolo, le scrive. Un Kafka che non avuto il suo Canetti – neppure un Max Brod gesuitico.
Kafka non c’entra naturalmente. Ma viene buono per dire che Gozzano non era niente. E anche per sottolineare il peso di una condizione sociale comune, seppure in climi e società differenti. Che è la frammentazione familiare della vita sociale, in una col diffondersi della “condizione borghese”, di reddito e mentalità, della piccola o minuta borghesia dei commerci e delle professioni - che fu all’origine del biedermeier tedesco.
Il poeta vittima di se stesso – della salute, delle amicizie e i pettegolezzi, di poetiche esauste, e di una critica distratta? Leggendolo senza – i selfie, le “vite”, gli esegeti – è un altro. Saldo su un bacino di riferimenti vasti e appropriati (nei due sensi, anche posseduti), e applicato, molto, ingegnoso (costruito) e inventivo (“spontaneo”) insieme. Con una messe di esiti felici al lettore, tanto più in riguardo all’età anagrafica, morì di 33 anni, e alla salute cattiva. I temi anche sono vivi: la crudeltà, l’abbandono della natura, l’alibi della storia, la mésalliance, la fede impossibile (Gozzano muore con gli anni di Cristo, che spesso ha evocato…). E il modo: la frase breve, “bassa” (prosastica), ma piena di ritmi e sonorità – mai “scritti” (siamo tutti poeti), coerenti sempre e inventivi (sorprendenti) spesso. Vittima semmai delle avanguardie (Palazzeschi), e dei coetanei che hanno avuto lunga vita, Saba, Cardarelli - non di Bontempelli (maggiore di cinque anni), non di Marinetti (maggiore di sette), col quale collaborava prima del manifesto, al tempo di “Poesia”, la rivista. Di se stesso ben conscio, poiché si programma in uno dei primi componimenti, “L’altro”: rimproverando a Dio di averlo portato in vita, gli dà atto che “invece di farmi gozzano\ un po’ scimunito, ma greggio,\ farmi gabriel dannunziano\ sarebbe stato ben peggio” – e poi gli chiede di conservare “questo mio stile che pare\ lo stile di uno scolare\ corretto un po’ da una serva”.
Contemporaneo, si può dire. Non nel ridicolo che in “Nonna Felicita” pone sul “Giordanello” di “Caro mio ben”, canzone molto postmoderna, ma per il resto sì. Quello che (non) dice di se stesso nel suo doppio, “Totò Merùmeni”, vale comunque per le generazioni del Millennio: “Totò ha venticinque anni, tempra sdegnosa,\ molta cultura e gusto in opere d’inchiostro,\ scarso cervello, scarsa morale, spaventosa\  chiaroveggenza: è il vero figlio del tempo nostro”. Egualmente tragico sotto la disinvoltura. E disinvolto: autore di almeno due plagi riconosciuti, di Maeterlinck e di un Giuseppe De Paoli (che dichiarerà di avere “venduti” i suoi versi), nonché di avrie appropriazioni nelle sue “corrispondenze”, dall’India e da altrove, da Loti, De Gubernatis, Mantegazza e altri viaggiatori prima di lui.

Tutte le edizioni hanno le tre raccolte canoniche, “La via del rifugio”, “I colloqui”, “Farfalle”. La Feltrinelli ha una silloge della prima e della terza raccolta, ma arricchite di poesie sparse, raccolte in due gruppi, 1901-1907 e 1908-1916. Con una scelta di prose e di lettere - che lo stesso curatore dice però “povere”. Tre anche le raccolte di prosa, di cui però solo una, “Verso la cuna del mondo. Viaggio in India”, messa assieme da Gozzano – con i molti prestiti da chi l’aveva preceduto. Le altre due, “L’altare del passato” e “L’ultima traccia”, postume, furono assemblate dall’editore Hoepli per sfruttare la popolarità del nome, la cura ascrivendone al fratello Renato. 
 Guido Gozzano, Poesie e prose, Feltrinelli, pp. 480 € 12
Le poesie, Einaudi, pp. VII-654, 2 voll. € 22
Tutte le poesie, Oscar Classici, pp. LXX-890 € 22
Poesie, Bur, pp. 456 € 11
Opere, Utet, remainders, pp. 704 € 6,45
La signorina Felicita e le poesie dei “Colloqui”, Sellerio, pp. 124 € 7,75